La premier Meloni ha tenuto alla Camera le comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, esprimendosi su diversi temi di politica estera. «Sosteniamo la difesa dell’Ucraina, la nostra linea non cambia. Sostenere Kyiv e mantenere la pressione su Mosca rappresenta ancora oggi l’unico modo per aprire una stagione negoziale. Per questo sosteniamo il ventesimo pacchetto di sanzioni europee», ha detto in merito alla guerra in Ucraina, sostenendo «la necessità di individuare una figura autorevole investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell’Europa». E ancora: «Dobbiamo contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando insieme ai nostri alleati a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina, una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo, obiettivo per il quale è chiaramente indispensabile preservare l’unità euroatlantica, rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida non sempre facile ma necessaria, solo che coordinamento non significa delega».
Meloni contro Ben Gvir: «Dichiarazioni inaccettabili»
Quanto a Israele, ha dichiarato: «L’Italia intende sostenere misure contro coloro che, come i coloni violenti, fomentano l’odio e l’estremismo. Come il ministro Ben Gvir che abbiamo chiesto di sanzionare dopo l’inaccettabile comportamento nei confronti di cittadini italiani. Approfitto per rispedire al mittente le dichiarazioni che lo stesso ministro ha fatto, inaccettabili per l’Italia e poco dignitose per Israele».
«Qui in Italia, da alcuni degli alti colli romani, ci sentiamo spesso accusati. La Russia sarebbe colpevole di tutti gli attuali problemi dell’ordine mondiale odierno, che si tratti dell’Europa dell’Est, del Medio Oriente o dell’Africa. Posso affermare con fermezza che queste accuse non corrispondono assolutamente al vero, sono una palese falsità. I fatti testimoniano l’esatto opposto». L’ha detto Alexei Paramonov, ambasciatore russo in Italia, sferzando un duro attacco alle autorità del nostro Paese – e, in particolare, al Quirinale, anche se non citato esplicitamente.
Le accuse alla Nato: «Ha spinto i propri confini verso Est tramando minacce reali»
Nel discorso ufficiale nella sua residenza per la festa della Giornata della Russia, ha aggiunto che «è stata proprio la Nato che, a partire dalla metà degli Anni 90, ha spinto con insistenza, senza alcuna giustificazione, i propri confini verso Est, procedendo all’assimilazione politico-militare dei Paesi dell’Europa Orientale e degli Stati che un tempo facevano parte dell’Urss, impegnandosi a tramare, nei confronti della Russia attuale, minacce reali е non immaginarie». «In questa situazione», ha proseguito, «a Mosca non restava, né resta oggi, altra via d’uscita se non quella di prendere in mano il proprio destino e di difendere in maniera autonoma gli interessi nazionali». «È difficile immaginare che uno Stato sovrano, dotato di una storia plurisecolare, possa agire a discapito dei propri interessi. Così si comportano solo gli Stati e i leader che hanno ormai smarrito la propria sovranità e indipendenza, trasformatisi in definitiva in vassalli e servitori dei potenti del mondo, a scapito degli interessi della propria stessa popolazione».
«Operazione in Ucraina risposta alla guerra ibrida dell’Occidente contro la Russia»
Paramonov ha concluso affermanto che l’operazione militare speciale in Ucraina «rappresenta una risposta alla guerra ibrida dell’Occidente contro la Russia, una risposta ai tentativi di limitare le nostre capacità di sviluppo sovrano, di minare i nostri legittimi interessi politici ed economici, di destabilizzare l’assetto politico interno e di relegare la Russia ai margini della storia mondiale».
Goffredo Bettini ha saldamente preso il posto del Conte Max (Massimo D’Alema): ogni volta che c’è una sua intervista, e non si capisce peraltro da cosa derivi tutta questa sovraesposizione mediatica, il capo della “corrente thailandese” del Pd provoca ferite nel dibattito pubblico del partito di Elly Schlein.
Massimo D’Alema e Goffredo Bettini (Imagoeconomica).
La frenata sull’Ucraina e la volata a Onorato
L’ultima conversazione è stata con il Corriere della Sera, nel corso della quale Bettini, solitamente spacciato per intellettuale pubblico, lancia la solita volata al bencapitato di turno (stavolta tocca ad Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda del Comune di Roma e animatore della solita formazione paracentristache piace a Bettini), distribuisce patenti di legittimità a sinistra e a sinistra, ritenendo che Pina Picierno fosse ormai incompatibile con il Pd e sparacchia sulla Russia e sull’Ucraina a favore dei putiniani (frenando parecchio sull’entrata di Kyiv nell’Ue): «Considerare la Russia asiatica e barbarica per sua natura, la spinge ancor di più verso un nazionalismo autocratico. La Russia è parte della storia europea. Serve all’Europa, alla sua stabilità e alla sua economia. E poi, altro che asiatici: Puskin, Gogol, Dostoevskij hanno capito, più di ogni altro, l’ombra della modernità occidentale».
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).
I riformisti contro la deriva filorussa
Filippo Sensi, senatore del Pd, ha però un sospetto: che Bettini non abbia letto o abbia capito poco della letteratura russa che cita. «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».
Filippo Sensi (Imagoeconomica).
E quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, dice la deputata del Pd Lia Quartapelle, Bettini «parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata». La miglior risposta, aggiunge la senatrice Simona Malpezzi, «è la risoluzione del Pd che ribadisce con forza il pieno sostegno all’Ucraina e, soprattutto, il suo necessario ingresso nell’Ue. Noi riteniamo l’allargamento a Kyiv una scelta decisiva».
Simona Malpezzi (Imagoeconomica).
È Bettini che è contiano o Conte che è bettiniano?
Citofonare però Giuseppe Conte, l’alleato preferito di Bettini, che ammette di avere divergenze con il Pd sull’Ucraina (è Conte che è bettiniano o Bettini che è contiano? Ah, saperlo). E lui, l’ex europarlamentare di stanza a Bangkok, è proprio lì per far cambiare idea ai suoi compagni di partito. Sono anni che Bettini teorizza d’altronde l’alleanza demopopulista con l’aggiunta di una quota centrista, giusto per preservare la specie, purché non rompa troppo le scatole e sappia stare al posto suo. Ogni volta trova qualcuno che lo ascolta per un po’ – con i suoi riferimenti, sempre i soliti peraltro, a terze o quarte gambe o terze o quarte punte della coalizione di centrosinistra, un mix di giuoco del calcio e soldatini – s’accende il solito giro di repliche più o meno efficaci, poi si ricomincia daccapo, come nel giorno della marmotta o nel giorno della patrimoniale, la tassa più citata dai leader di sinistra italiani, imprescindibile a giorni alterni.
Goffredo Bettini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
La pratica della doppiezza comunista
È un mistero buffo quello di Bettini, che ha la capacità unica di far adontare anche quando prende una decisione apparentemente interessante. Come quando prima del referendum disse di essere a favore della separazione delle carriere dei magistrati, salvo poi rimangiarsi la parola per motivi puramente ideologici: «Non posso sostenere una contrapposizione così pesante alla sinistra e al Pd», disse a Radio24, spiegando però che il voto non era sulla giustizia bensì sull’esecutivo: «La formulazione della legge proposta dal governo include questa misura, ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni». Bettini d’altronde è fatto così, pratica la doppiezza comunista che qualcuno teorizzava.
Goffredo Bettini con Elly Schlein (Imagoeconomica).
Con l’obiettivo di «mettere a disposizione le funzionalità più avanzate, al fine di migliorare l’efficienza delle loro attività», come ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare un decreto legge che disciplina per la prima volta l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle forze dell’ordine.
L’uso dell’intelligenza artificiale in modalità ex ante
Il decreto legge prevede una duplice modalità di utilizzo dell’IA per la sicurezza. «La prima è ex ante la commissione di reati: ovvero in caso di pericolo e minaccia legati a condizioni come terrorismo o per la ricerca di persone scomparse o vittime di tratta». In questi casi, ha sottolineato Piantedosi, «serve richiesta del questore e autorizzazione dell’autorità giudiziaria». Previsti meccanismi di valutazione di impatto sui diritti fondamentali e meccanismi di notifica al garante della privacy.
L’utilizzo dell’IA ex post rispetto al reato
C’è poi un utilizzo ex post rispetto al reato. L’uso dell’IA da parte della polizia, ha spiegato il titolare del Viminale, «fa riferimento soprattutto ad attività di videosorveglianza, di riconoscimento facciale e di utilizzo di dati biometrici per finalità legate all’accertamento dell’identità successivo alla commissione di reati». Anche in questo caso sono previste misure di garanzia. I dati biometrici verranno infatti conservati solo per sette giorni e poi cancellati automaticamente, mentre i log delle operazioni saranno conservati per cinque anni, al fine di evitare eventuali abusi. Inoltre, ha assicurato Piantedosi, sarà vietato «prendere decisioni su una persona basandosi esclusivamente sul risultato del riconoscimento facciale». Proibita poi «qualsiasi forma di identificazione biometrica generalizzata e non mirata, non collegata a un procedimento penale».
Piantedosi assicura: «Non sarà un Grande Fratello»
«Ogni utilizzo dell’Intelligenza artificiale per la sicurezza deve essere sottoposto a una revisione e sorveglianza umana qualificata. Inoltre, deve garantire la tutela dei dati personali e sensibili. L’IA costituisce uno strumento di supporto e non un poliziotto automatizzato: le decisioni finali rimangono sempre dell’essere umano», ha detto Piantedosi: «Non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “Grande Fratello” generalizzato, con grandi banche biometriche».
Un’intervista rilasciata dal Corriere della Sera dallo storico dirigente del Partito democratico Goffredo Bettini sta agitando i dem. E pure chi ha da poco lasciato per approdare ad altri lidi. Tutto ruota attorno ad alcune affermazioni sulla leadership del campo largo, su cui Bettini di fatto ha invitato (senza citarla) Elly Schlein a non intestardirsi. E alle sue parole sull’adesione dell’Ucraina all’Ue, che sta creando spaccature nel centrosinistra.
ELENA ETHEL ELLY SCHLEIN SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO GOFFREDO BETTINI POLITICO
Le parole di Bettini sulla leadership del campo largo e sull’Ucraina nelll’Ue
Sottolineando che «occorre togliere dalle nostre teste i destini e le ambizioni personali», Bettini ha detto che nell’opposizione tutti, a partire da Schlein e Giuseppe Conte, dovrebbero «fare insieme un passo in avanti, coscienti che hanno di fronte un destino comune», senza «caricare tutto sulla leadership», in quanto «anche nel centrosinistra ci vuole un attacco a più punte». Una discreta bordata nei confronti della segretaria dem.
ELLY SCHLEIN, SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO, GIUSEPPE CONTE, PRESIDENTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE
Quanto all’Ucraina, Bettini ha invitato a frenare: «In prospettiva vedo questa possibilità con favore. Ma il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni. Sventolare la questione oggi per motivi propagandistici rischia di non aiutare l’esito positivo».
Quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, Bettini parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il PD presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’UE è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata.
Quartapelle: «Sull’incompatibilità in politica estera parla di sé?»
«Quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, Bettini parla di sé? Sembrerebbe di sì, visto che oggi il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata», ha scritto sui social la deputata dem Lia Quartapelle.
Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere
Sensi: «Il Pd non può seguire un’agenda filorussa»
Così il senatore dem Filippo Sensi: «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto. E un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».
“Evidente l'incompatibilità con Picierno”, dice Bettini. Per una volta, devo dargli ragione. Era evidente, e ne ho dovuto prendere atto, la mia incompatibilità con un partito che sull'Ucraina e sull’imperialismo di Putin non si dissocia dalle posizioni di Bettini, che poi sono… pic.twitter.com/KUXs29WbWl
Augurandosi di «mantenere il dialogo con gli amici e compagni che hanno lasciato il Pd», Bettini ha affermato che con Pina Picierno «l’incompatibilità era ormai evidente». Questo il commento della vicepresidente del Parlamento europeo, fresca di addio al Partito democratico: «Per una volta, devo dargli ragione. Era evidente, e ne ho dovuto prendere atto, la mia incompatibilità con un partito che sull’Ucraina e sull’imperialismo di Putin non si dissocia dalle posizioni di Bettini, che poi sono anche quelle di Conte, di Salvini e di Vannacci. Mi dispiace per gli amici che sono rimasti».
L’uscita di Milo Infante dalla Rai era nell’aria, così come l’approdo a Mediaset. Mercoledì 10 giugno è arrivata l’ufficialità. L’azienda ha comunicato che si è conclusa la collaborazione professionale del 57enne conduttore di Ore 14, in seguito «alla sua lettera di dimissioni formalizzata questa mattina al capo del personale». «Nel ringraziarlo per l’attività svolta nel corso degli anni nelle strutture editoriali e produttive della Rai», prosegue il comunicato, «l’azienda gli rivolge i migliori auguri per il prosieguo del proprio percorso professionale». Alla base dello strappo ci sarebbero promesse non mantenute e il venire meno del rapporto di fiducia, nonostante i buoni ascolti del programma su Rai 2 in fascia pomeridiana e anche in prima serata. Dal canto suo la Rai avrebbe provato a giocarsi un’ultima carta economica per trattenere Infante (una volta esclusa la promozione a direttore a cui, si mormora, l’interessato mirava): portare il suo compenso a 240 mila euro con la possibile aggiunta di una quota variabile. L’offerta non è però bastata. Anche se qualcuno in Rai, si dice, tutto sommato ha tirato un sospiro di sollievo. Dunque Infante traslocherà a Cologno Monzese. Resta da capire dove e chi pagherà il prezzo del passaggio.
Gualtieri con Calta non guarda l’orologio
Roberto Gualtieri come sindaco di Roma ha tanto da fare. Ma quando c’è Francesco Gaetano Caltagirone non guarda l’orologio: nel pomeriggio di martedì 9 giugno è arrivato a Villa Miani per restarci fino a tarda sera, dopo la cena organizzata in occasione della kermesse del Messaggero. Risolvendo così anche il piccolo giallo sulla sua presenza, che inizialmente non era annunciata: Gualtieri voleva esserci. Seduto accanto ad Azzurra Caltagirone, la figlia che amministra i quotidiani del gruppo, a cominciare proprio dal Messaggero, il primo cittadino ha ascoltato il lungo pistolotto dell’Ingegnere, che ha sottolineato come lui, «da proprietario di cinque palazzi su via Barberini», solo di Imu paga «due milioni di euro sui sette che versa l’intera strada», e che vuole un ritorno di quell’importo in sicurezza, pulizia, decoro. «E pensare che non ha citato via del Tritone», dove c’è la sede del Messaggero, si è sentito dire in sala. Quando poi Calta ha chiesto più tasse sul turismo il sindaco ha annuito, tanto che poi nel suo discorso se ne è uscito ricordandosi del suo passato nel Pci, affermando, con una frase che non faceva parte dell’intervento, che «non è possibile che al Bulgari Hotel con la suite da 30 mila euro si paghino 10 euro di tassa di soggiorno come tutti gli altri». Gualtieri poi ha elogiato senza sosta Calta, per quello che fa, che pensa, che predice. In sala c’erano Raffaele Ranucci, Mauro Masi e Claudio Lotito (i due erano vicini, e tutti a spifferare: «Stanno parlando della Lazio»), poi è arrivato anche Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri. Presenti anche tutti i manager attesi, con protagonisti i big dell’energia, a cominciare da Flavio Cattaneo, numero uno di Enel, contentissimo anche perché nel giornale distribuito ai partecipanti c’era una pagina e mezza dedicata a Sabrina Ferilli, la sua dolce metà…
Le battute su De Mita alla riunione dei Ccd
Renzo Lusetti che racconta aneddoti su Ciriaco De Mita, tra Pier Ferdinando Casini, Bruno Tabacci, Alfredo Antoniozzi e Roberto Sergio. Un amarcord targato Ccd, Centro cristiano democratico, al Circolo Canottieri Aniene, con protagonista Maurizio Talarico, il “re delle cravatte”, tra i fondatori del Ccd in Calabria. E tra chi proviene dalla regione calabrese ecco Pino Galati. Per Sergio qualcuno scommette un futuro in politica, dopo una vita passata alla Rai. Giampiero D’Alia ricorda la nomina a ministro nel governo di Enrico Letta, arrivando a Roma da Palermo, dove ricevette la telefonata, con la moglie che gli portò un vestito di flanella, caldissimo, tanto che «il sudore arrivò alle stelle». Alla fine, brindisi con torta dedicata al Ccd.
Del Fante cavaliere del calcio storico
Flavio Cobolli, il tennista, sarà il “Magnifico Messere” della finale del calcio storico del 24 giugno, giorno dedicato a San Giovanni Battista, patrono di Firenze. Ma la notizia che fa più gola in città è questa: per la semifinale del 13 giugno il “Magnifico Messere” sarà Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane. Il calcio storico, si dice a Firenze, «è una vecchia passione per Del Fante, coltivata per anni insieme a un suo amico di gioventù, Matteo Renzi».
Matteo Del Fante, ad di Poste Italiane (foto Imagoeconomica).
Tutti alla corte di Massimo Caputi
Massimo Caputi, fedelissimo di Francesco Gaetano Caltagirone, si appresta “all’intronizzazione” a presidente di Federturismo Confindustria. Dopo aver partecipato alla kermesse aziendale di “Calta” a Villa Miani, Caputi sarà protagonista nella giornata di giovedì 11 giugno con l’assemblea pubblica 2026 di Federturismo in programma al Maxxi di Roma con l’evento “Nuovi turismi verso il 2030: Economia stellare per occupazione stabile, sostenibilità, sviluppo”. Presentissimo il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Quindi, un focus sulla “trasformazione del comparto” a industria in proiezione verso il 2030, con l’intervento del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e le riflessioni di Marina Lalli, presidente uscente di Federturismo. Via a un dibattito politico su “La partita politica della crescita”, con Antonio Misiani per il Pd, Gianluca Caramanna per Fratelli d’Italia, Deborah Bergamini per Forza Italia, Stefano Patuanelli per M5s, affiancati da Leopoldo Destro, vicepresidente di Confindustria per i Trasporti e il Turismo (che terrà banco anche la mattina nella sede confederale in viale dell’Astronomia). Interverrà poi il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sulla proiezione internazionale e l’attrattività del brand Italia. E i sindaci? Eccoli: da Napoli arriverà Gaetano Manfredi, anche nella veste di presidente Anci, da Catania giungerà Enrico Trantino, da L’Aquila ecco Pierluigi Biondi, da Firenze il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. Imperdibile lo «sguardo globale» fornito da Manfredi Lefebvre d’Ovidio, presidente del World Travel & Tourism Council, e da Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea. Il percorso di Federturismo per lo sviluppo del sistema sarà quindi tracciato da Caputi, con la carica di nuovo presidente, mentre il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi illustrerà il quadro della futura azione governativa, e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini chiuderà l’assemblea.
Graziamaria Starace, assessora al Turismo della Regione Puglia, è indagata a causa di una presunta concussione che avrebbe messo in atto col sindaco di Vieste, Giuseppe Nobiletti (che è anche presidente della provincia di Foggia), e a Vincenzo Ragno, dirigente dell’ufficio tecnico comunale della cittadina garganica.
Giuseppe Nobiletti (Imagoeconomica).
La denuncia dell’ex marito di Starace: cosa sarebbe successo
I fatti risalirebbero al periodo in cui Starace faceva parte della giunta di Nobiletti a Vieste, prima di essere chiamata da Antonio Decaro, attuale governatore della Puglia, a far parte della sua squadra. Il reato ipotizzato dalla procura di Foggia sarebbe stato commesso nel 2025 ai danni di Alessandro Corso, ex marito dell’attuale assessora regionale, il quale ha denunciato presunte pressioni per far revocare la concessione balneare a uno stabilimento di cui era tornato in possesso dopo la messa in regola e i relativi controlli eseguiti nell’ambito di una ricognizione disposta dagli uffici comunali sugli stabilimenti balneari. A quanto sembra le pressioni sarebbero state messe in atto per ritorsione rispetto ai mancati pagamenti degli alimenti all’ex moglie.
Graziamaria Starace (Imagoeconomica).
A dare notizia dell’iscrizione nel registro è stato Nobiletti, che si è detto sereno e fiducioso riguardo all’esito delle indagini: «La vicenda trae origine da un’ordinaria attività di controllo svolta nei confronti di un operatore economico condotta con gli stessi criteri e con la medesima uniformità applicati a tutti gli altri operatori, e conclusasi con la sola richiesta di adeguamento degli impianti alla normativa comunale. Si tratta di soggetto legato da uno stretto rapporto ad un assessore della mia giunta. Da quel controllo, privo di qualsiasi intento persecutorio e anzi rispettoso della parità di trattamento, è scaturita la denuncia dalla quale è derivato il procedimento». Nobiletti ha anche spiegato di aver revocato la delega assessorile all’assessore ai grandi eventi Gaetano Paglialonga, dopo aver appreso dagli atti giudiziari che quest’ultimo ha registrato di nascosto le loro conversazioni e quelle avute con esponenti della maggioranza.
Le giornate di Pier Ferdinando Casini sono frenetiche. Lunedì mattina ha cominciato con un funerale: nella romana piazza Ungheria, a San Roberto Bellarmino, era in programma l’ultimo saluto a Vania Protti Traxler, protagonista del mondo del cinema nel ruolo della distribuzione e che per decenni ha segnato la vita mondana della Capitale, e non solo, nell’appartamento situato a Palazzo Carandini, a due passi dal Quirinale, dove il vicino di casa si chiamava Gianni Agnelli. Vania Protti per anni aveva avuto una boutique a Riccione, dopo la fine del matrimonio con Teddy Reno (che l’11 luglio compie 100 anni) e prima di impalmare Manfredi Traxler, morto nel 2000 a 63 anni.
Manfredi Traxler con la moglie Vania Protti (foto Imagoeconomica).
E poi incontri vari fino alla giornata di martedì, tra la kermesse aziendale di Francesco Gaetano Caltagirone nel pomeriggio a Villa Miani e in serata una cena dove proprio Casini sarà protagonista assieme a Maurizio Talarico, nel Circolo Canottieri Aniene, con una riunione che metterà insieme i vecchi amici del Ccd, il Centro cristiano democratico fondato nel 1994 da esponenti della Democrazia cristiana che non volevano la svolta a sinistra del Partito popolare e poi confluito nel 2002 nell’Udc, l’Unione di Centro: attesi Lorenzo Cesa, Mario Baccini, Renzo Lusetti, Bruno Tabacci, Roberto Sergio, Gianfranco Rotondi, Giampiero D’Alia e molti altri ancora.
Il menù è per palati fini: prosciutto di Parma e melone, mozzarella di bufala campana, tagliolini con pesce spada e pomodori pachino, spigola al forno, millefoglie di patate al rosmarino, torta di millefoglie con fragole.
Il menù visionato da L43.
Mercoledì? Si comincia di mattina nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, dove è stata organizzata la presentazione del volume Vino & Turismo. Teoria e pratica dell’enoturismo in cantina, firmato da Donatella Cinelli Colombini, direttrice del Ceseo (Centro studi enoturismo e oleoturismo), e da Dario Stefano, presidente del Ceseo e già parlamentare. L’incontro è promosso proprio su iniziativa di Casini e vedrà la partecipazione di Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura. Non mancherà Riccardo Cotarella, enologo dei vip. Cin cin…
Riccardo Cotarella e Francesco Lollobrigida (foto Imagoeconomica).
Zuppi contro il gioco d’azzardo: frecciata all’ambasciatore di Trump
Il cardinale Matteo Zuppi è pronto a lanciare la sua crociata contro il gioco d’azzardo, nella mattina di mercoledì. Il luogo? La sede di Roma dell’Associazione della stampa estera in Italia, a Palazzo Grazioli. Dove ci sono i giornalisti stranieri. Zuppi, che guida la Cei, la Conferenza episcopale italiana, esprime la linea di papa Leone XIV, americano, che sottotraccia ha ingaggiato una sua battaglia contro Donald Trump. E quindi contro l’ambasciatore americano a Roma, che si chiama Tilman Fertitta, che tra le sue attività più remunerative vanta proprio… il gioco d’azzardo. L’imprenditore texano di origine siciliana è proprietario della catena di casinò Golden Nugget, parte di un “impero” che comprende anche il gruppo di ristorazione Landry’s, numerosi marchi dell’hospitality e la squadra Nba degli Houston Rockets. Il miliardario Fertitta pochi giorni fa ha raggiunto un accordo per l’acquisizione di Caesars Entertainment per circa 5,7 miliardi di dollari, con “Fertitta Entertainment” pronta a pagare agli azionisti di Caesars 31 dollari per azione facendosi carico di circa 11,9 miliardi di dollari di debiti residui della società. E non mancano in Italia le voci di iniziative ideate per “legalizzare” i casinò, rendendo il mercato del gioco meno rigido. Casualmente, ora arriva Zuppi alla Stampa estera per «rimettere le persone al centro delle scelte politiche». Con il cardinale ci sarà il presidente del Forum delle Associazioni familiari Adriano Bordignon, il sociologo Maurizio Fiasco, la storica firma del quotidiano AvvenireToni Mira, più una tavola rotonda alla quale parteciperanno Stefano Vaccari del Partito democratico, Ylenja Lucaselli di Fratelli d’Italia, Paola Boscaini di Forza Italia, Laura Cavandoli della Lega e Andrea Quartini del Movimento 5 stelle.
Fendi? Sfilerà in un museo, alla Gnamc di Roma
Roma sarà il palcoscenico della prima collezione couture autunno/inverno 2026-2027 di Fendi, firmata Maria Grazia Chiuri. La location resta al momento top secret, ma c’è una data confermata: giovedì 9 luglio. Top secret per tutti, non per Lettera43: il luogo scelto è la Gnamc, la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, a Valle Giulia. Il museo guidato da Renata Cristina Mazzantini sarà il palcoscenico per la sfilata con protagonista Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Fendi, incarico che ricopre da ottobre 2025.
Davanti a Fini, Monda abbraccia Bocchino
Si chiamano “Conversazioni”, sono gli incontri che si svolgono a Roma nell’Hotel de Russie, nel giardino. Nella serata di lunedì c’erano Gianfranco Fini e Fausto Bertinotti, con Antonio Monda a condurre le danze. Tra chi chiedeva a Fini di alzare la voce, ma senza ottenere successo, e le visibilissime presenze di Alessia Fabiani, Camilla Morabito e Francesca Lo Schiavo, il dibattito è andato avanti con l’ex capo di Alleanza nazionale che parlava di Brigate rosse e il sub-comandante Fausto impegnato a ripetere cosa era accaduto al G8 di Genova del 2001. In tutto questo contesto, Monda ha avuto il tempo di abbracciare Italo Bocchino, che poi durante l’incontro era impegnatissimo con il telefono cellulare. Meno male che c’era un potente ventilatore per combattere il caldo, a beneficio della “sora Lella”, ossia la moglie di Bertinotti…
A causa della guerra in Ucraina conviviamo «con un conflitto che non mostra rallentamenti facendo diventare la narrazione di guerra parte del nostro quotidiano purtroppo. Torna attuale la minaccia atomica che pensavamo aver consegnato ai libri di storia». L’ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto nelle comunicazioni sulle missioni internazionali dell’Italia davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. «Sul piano strettamente militare, ha aggiunto», «il conflitto appare oggi caratterizzato da una sostanziale situazione di stallo. Gli analisti sembrano concordare sul fatto che, mantenendo gli attuali ritmi operativi, sarebbero necessari 10 anni perché la Federazione russa possa completare la conquista del Donbass e di diversi decenni per conseguire la conquista dell’intero territorio ucraino».
Matteo Salvini «sta perdendo il partito». «Ormai è finito». Sono tra i messaggi più ricorrenti che girano ai piani alti dei palazzi di governo occupati dagli alleati di centrodestra.
La mina Vannacci sulla leadership leghista
Dato al capolinea più di una volta, dal Papeete al sorpasso di Forza Italia, il segretario leghista ha sempre mostrato una tenacia incredibile, ed è stato capace di mantenersi al timone della Lega anche quando le acque erano veramente in tempesta. Ma, davanti al rischio di esser sorpassato da colui che ha fatto entrare dalla porta principale nel partito, il generale Roberto Vannacci, Salvini sembra aver esaurito tutte le ruote di scorta e anche i mezzi a pedali. E la domanda che tutti si pongono nel centrodestra è: riuscirà ad arrivare in sella alle elezioni politiche del prossimo anno?
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Per la prima volta su Salvini tira aria di ramazze
Non che l’altro vicepremier, l’azzurro Antonio Tajani, sia messo molto meglio, commissariato dai figli di Silvio Berlusconi e oscurato in politica estera dalla premier Giorgia Meloni. Ma sembra ormai chiaro che Marina B. prediliga la stabilità e non voglia grandi scombussolamenti al vertice di FI prima delle elezioni. Invece, nel partito che fu di Umberto Bossi, attorno all’ex capitano per la prima volta tira davvero aria di ‘ramazze’. Le uscite di parlamentari a cadenza quasi settimanale verso Futuro Nazionale, la discesa lenta e inesorabile come una goccia cinese nei sondaggi e il caos strategico, oltre che comunicativo, lo rendono debole come non mai. Non consolano neanche gli amati social, dove i commenti ai post sono spesso una sequela di insulti. E non può sempre intervenire la fidanzata Francesca Verdini a difenderlo, come fatto sul prato di Pontida dopo il funerale di Bossi, quando gridò «cafoni» ai militanti che chiedevano al capo di riavere la Lega. I commenti restano lì, lividi, spesso impietosi. Così come il numero dei presenti ai comizi e alle feste al Nord (sempre meno ne riesce a organizzare il partito).
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
La trattativa in salita per nominare Zaia vicesegretario
Ed è impietoso soprattutto il confronto con gli afflussi oceanici agli eventi organizzati dal generale. Persino i quotidiani del gruppo del leghista Angelucci riportano sondaggi sull’apporto in consensi che arriverebbe da un maggior coinvolgimento di Luca Zaia nella Lega. Alcuni parlano di un documento pronto con la richiesta di congresso da presentare al ritiro di partito che si dovrebbe tenere il primo fine settimana di luglio. La trattativa per nominare Zaia vice è complicatissima, perché quest’ultimo vuole garanzie su tutto: fondazione di un partito ‘nordista’ nel partito, autonomia sulle liste e sulla gestione della campagna elettorale. E poi il doge è abituato a comandare. «E allora, Matteo, cosa aspetti?», è il ragionamento di molti. «Indebolito dall’animale politico che tu stesso hai creato, davvero pensi di portare la Lega a fondo con te? Stai lì a raccontarci che sei tu che stai lavorando al lancio della nuova fase, con Zaia, Massimiliano Fedriga e Giancarlo Giorgetti. Ma la verità è che si tratta di una proposta allo stato vuota», almeno per come è stata illustrata mercoledì nel ‘vertice’ segreto a Roma con gli interessati. Non molto di più di una foto di gruppo. È tutto qua il progetto per ‘salvare’ la Lega?
Luca Zaia (Imagoeconomica).
Bossi e la parabola di Re Salomone
Ed ecco che per la prima volta si torna a sentir aria di scope, come nell’aprile 2012. Allora, alla Fiera di Bergamo, le scope per umiliare il fondatore le aveva portate proprio Salvini. Le lacrime di Bossi, travolto dalle indagini sui rimborsi elettorali irregolari e umiliato sul palco, furono catartiche per un partito che si doveva salvare dallo scandalo. Bossi che era Bossi – il capo per tutti, fondatore, anima e cuore della Lega – non si rassegnò. Costretto alle dimissioni, non si diede pace fino al minuto prima dell’elezione di Roberto Maroni, il primo luglio 2012, al Forum di Assago. In una saletta aveva parlato a lungo con Roberto Castelli e l’allora moglie, Sara Fumagalli, fervente cattolica. Salito sul podio, in camicia verde, il Senatur prese parola per raccontare la parabola di Re Salomone. Due madri si contendevano lo stesso neonato, narra la Bibbia. E per scoprire la verità, il re ordinò di dividere il bambino in due. La vera madre preferì cederlo pur di salvarlo, svelando così il suo amore. «Così ho dovuto fare io», scoppiò a piangere Bossi, lasciando in lacrime il palazzetto. «Il nuovo segretario della Lega è Roberto Maroni», proclamò, dopo il voto, il presidente dell’assemblea che – sembra un segno del destino – era proprio Zaia.
Roberto maroni e Umberto Bossi nel 2012 (Imagoeconomica).
Seggi chiusi per il secondo turno delle elezioni comunali. Gli aventi diritto sono andati al voto per il ballottaggio nei centri sopra i 15 mila abitanti, 42 in tutto, tra cui sei capoluoghi di provincia. Guardando ai risultati del primo turno, i candidati espressione del centrodestra partivano in vantaggio a Lecco (con Filippo Boscagli), Macerata (con Sandro Parcaroli) e Arezzo (con Marcello Comanducci). Il centrosinistra era invece avanti ad Agrigento (con Michele Sodano), Trani (con Marco Galiano) e Chieti (con Giovanni Legnini). L’affluenza ai ballottaggi si è attestata attorno al 54 per cento, con un calo di otto punti rispetto al primo turno. Ecco i risultati.
Agrigento
Sodano, candidato del centrosinistra, è eletto sindaco di Agrigento: niente da fare per il rivale di centrodestra Dino Alonge.
Arezzo
Ad Arezzo ha vinto Comanducci, candidato del centrodestra, che ha staccato di circa nove punti il rivale Vincenzo Ceccarelli.
Chieti
A Chieti è stato eletto sindaco Legnini del centrosinistra, che ha superato Cristiano Sicari di circa cinque punti.
Lecco
A Lecco Boscagli, candidato del centrodestra, ha sopravanzato Mauro Gattinoni di circa quattro punti.
Macerata
A Macerata ha vinto Sandro Parcaroli: il candidato del centrodestra ha staccato Gianluca Tittarelli del centrosinistra di quasi otto punti.
Trani
A Trani Galiano ha battuto Angelo Guarriello, staccandolo di oltre due punti. Sono stati dunque confermate tutte le indicazioni del primo turno.
Non solo capoluoghi: il ballottaggio a Vigevano
I fari erano poi puntati anche su Vigevano (Pavia), il Comune più popoloso chiamato al voto in Lombardia: Furio Suvilla, appoggiato da Roberto Vannacci e capace al primo turno di raggiungere il 14,21 per cento (5 punti in più della Lega) aveva invitato i concittadini a votare scheda bianca o nulla al ballottaggio, che non l’ha visto protagonista. Ebbene, dopo un ribaltamento rispetto al primo turno Vigevano resta al centrodestra: il candidato di Forza Italia Paolo Previde Massara ha infatti prevalso su Rossella Buratti, sostenuta dall’intero campo largo, che l’aveva staccato di una decina di punti nel voto del 24-25 maggio.
È scontro, nella commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, sulle audizioni, a giudizio delle opposizioni «illegittime, se non addirittura illecite», svolte da soggetti estranei al Parlamento «attraverso discutibili deleghe». Nel mirino gli interrogatori di alcuni cittadini in un commissariato di polizia. Le accuse sono contenute in una lettera inviata dai capigruppo della minoranza ai presidenti di Camera e Senato e sono state respinte dal presidente della commissione Marco Lisei (Fratelli d’Italia), secondo cui «non è stato violato nulla».
Le opposizioni abbandonano i lavori
In una nota congiunta, i capigruppo di Pd, M5S, AVS e Italia Viva hanno scritto: «Siamo stati costretti ad abbandonare i lavori odierni della commissione d’inchiesta sul Covid, perché Fratelli d’Italia ha superato una linea rossa. Il presidente della commissione Lisei, senatore del partito della premier Meloni, ha delegato consulenti della commissione a effettuare interrogatori di semplici cittadini in un commissariato di polizia. Per questo motivo, ieri abbiamo inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato chiedendo la sconvocazione dell’audizione di oggi, senza però ottenere risposta».
Non si sono ancora placate le polemiche per gli incidenti politico-mondani occorsi durante la parata del 2 giugno e la successiva festa al Quirinale: l’assenza malamente giustificata dei leader del campo largo, Giorgia Meloni non citata nel monologo di Paola Cortellesi sulle donne della Repubblica, il forfait del ministro dei Trasporti Matteo Salvini, impegnato a vegliare sulle grandi opere e a scongiurare il prossimo sciopero dei treni (lui è l’unico che lavora quando gli altri fanno festa, e viceversa. Devono avergli dato un calendario fallato, con i giorni neri al posto dei rossi).
La premier Giorgia durante la parata del 2 giugno (foto Ansa).
Ma più clamorosa e dolorosa è stata la freddezza sugli episodi che prendono a calci tutte le belle parole spese per celebrare gli 80 anni della Repubblica democratica fondata sul lavoro: la strage dei braccianti a Cosenza, l’inchiesta milanese sullo schiavismo (eufemisticamente chiamato caporalato) nel maxi-cantiere per la costruzione del Consolato americano.
I braccianti afghani Ullah Ismat Qiemi, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, bruciati vivi ad Amendolara (foto Ansa).
Lavorano solo i maschi over 50: donne e giovani restano a casa o emigrano
E sono solo le ultime aggiunte a un cahier de doléances che va dai quasi 200 morti sul lavoro solo nel primo trimestre di quest’anno ai licenziamenti negli stabilimenti italiani Electrolux, dalle 117 aziende che nel 2026 hanno chiuso i battenti agli illusori record di occupazione, riguardanti solo i maschi over 50, mentre donne e giovani restano a casa o, se possono, emigrano.
Operai al lavoro nel cantiere del nuovo consolato Usa a Milano (foto Ansa).
A dire il vero, è scorretto tirare in ballo i cahiers de doléances, i rapporti scritti sulle sofferenze del popolo nella Francia prerivoluzionaria: anche durante l’Ancien Régime, ogni tanto il sovrano li prendeva in considerazione. Delle sofferenze dei lavoratori italiani, invece, al governo non sembra importare granché.
Il potere d’acquisto delle famiglie crolla e la crescita resta al palo
Per Meloni “lavoro” è un concetto fine a se stesso, come “stabilità”: buono per le dichiarazioni trionfali, ma vuoto di significato, alla luce dell’articolo 36 della Costituzione, che prevede retribuzione sufficiente per garantire un’esistenza libera e dignitosa, limiti di orario, riposo settimanale e ferie pagate. E lo è anche alla luce della semplice logica: se in Italia gli occupati aumentano, ma il potere d’acquisto delle famiglie crolla e la crescita resta al palo, dev’esserci qualcosa che non funziona.
Un’immagine di Giorgia Meloni (foto Ansa).
L’impressione è che l’idea che questa destra ha del lavoro (quello cui è destinata la gente normale, non i figli, fratelli, parenti e amanti dei potenti, ovviamente) sia una versione aggiornata di quella che si applicava nelle workhouse, gli ospizi dove i poveri dell’Inghilterra vittoriana spaccavano pietre o intrecciavano corde per la Regia marina: lavorare non è produzione o creazione ma, prima di tutto, prevenzione e rieducazione.
Il lavoro riguarda più che altro il mantenimento dell’ordine pubblico
Deve tenere impegnato l’individuo, distrarlo da progetti delinquenziali e fargli guadagnare qualche soldo, abbastanza per le piccole spese, ma non per i vizi. L’occupazione, insomma, è prima di tutto qualcosa che tiene occupati. Una questione che riguarda più il mantenimento dell’ordine pubblico che lo sviluppo e la modernizzazione del Paese, la felicità e la dignità dei cittadini o il futuro dei giovani.
Laureati (che poi scappano dall’Italia).
Questo pensiero spiegherebbe anche il totale disinteresse per la fuga all’estero dei laureati (146 mila negli ultimi 10 anni): non è conveniente tenersi fra i piedi gente giovane e istruita che non si accontenta del lavoretto precario e non puoi bollare come “maranza”.
Disoccupazione e inattività femminile: l’Italia è prima in Europa
Dalla concezione profilattica del lavoro deriva anche la disattenzione verso la disoccupazione e l’inattività femminile, dove l’Italia è prima in Europa: far lavorare le donne è meno urgente, perché, a differenza dei maschi, quando non hanno un impiego è più difficile che stiano con le mani in mano o, peggio ancora, che le usino per fare più danni che vendere foto dei piedi su OnlyFans.
Slogan per i salari durante lo sciopero nazionale USB a Napoli (foto Ansa).
In questo panorama che sta scivolando sempre più verso scenari dickensiani (dopo il Covid, in Italia si registra un costante aumento del lavoro minorile, strano che Meloni non rivendichi anche questo), l’obbligo imposto dalla legge Ue di indicare la retribuzione annua lorda nelle offerte di lavoro, che scatta dal 7 giugno, è un pallido raggio di sole.
Trasparenza sulla “paga”, un’altra deriva woke di Bruxelles…
I candidati potranno scartare i salari più inadeguati, e i datori di lavoro non potranno più avere il coltello dalla parte del manico per giocare al ribasso quando nei colloqui si affronta l’argomento “paga”. Scommettiamo che qualcuno nella maggioranza brontolerà sull’ennesima deriva woke imposta da Bruxelles?
Mercoledì, a Tor Bella Monaca, periferia romana, è stato inaugurato un campetto da basket. A un primo sguardo una non notizia, una cosuccia da niente che nemmeno meritava una brevina nelle pagine locali dello sport. E invece c’erano da leccarsi i baffi visti i partecipanti: tutti big della politica sono accorsi al piccolo evento che si è ‘celebrato’ in via Gabbiani, Municipio VI, il cui presidente Nicola Franco è di FdI. Con i fondi del Viminale, è stato tagliato il nastro di un campetto da basket. Assente il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri che ha delegato la presidente dell’Assemblea Capitolina, Svetlana Celli. Presenti il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, il prefetto di Roma Lamberto Giannini, e poi alti gradi della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Pure la banda. Guest star: Arianna Meloni, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia.
«Scende in campetto», si sentiva bisbigliare tra i presenti. Discorso alato quello del numero uno del Viminale: «Questa iniziativa è sostenuta da un concerto di istituzioni che qui vuole portare condizioni di sicurezza non solo attraverso l’ineludibile azione delle forze dell’ordine, ma anche attraverso la sollecitazione degli elementi della coesione sociale». Ovvero, lo sport. E qui arriva la lezione, che a molti è sembrata in versione Istituto Luce del ventennio in orbace: «Occorre dare ai giovani una disciplina, insegnare loro che darsi delle regole, che si fondono sul rispetto del prossimo e sulla capacità anche di piegare la testa quando arriva una sconfitta, predisponendosi al riscatto e preparandosi per la successiva vittoria, significa prepararsi alla vita». Non mancavano, tra il pubblico, gli atleti dei gruppi sportivi militari. Per Arianna Meloni è già cominciata la campagna elettorale sul territorio, nelle periferie, a cominciare da “Torbella”. In molti sono pronti a scommettere su una sua candidatura alle prossime Politiche. Una cosa è certa: quando la sorella della premier presenzia a un evento, i vip governativi accorrono in massa. Sarà anche perché «nel partito le liste dei candidati le fa lei», come malignano a via della Scrofa.
Fratoianni a Milano per Tax the rich
Si parla sempre di tasse, di imposte sulle successioni, accise e tutto ciò che fa fisco: ed ecco che venerdì a Milano spunta Nicola Fratoianni per un appuntamento targato The Left, ovvero il gruppo parlamentare europeo di cui fanno parte, per l’Italia, Sinistra Italiana e il M5s. Il titolo dell’incontro già la dice lunga: “Tax the rich”, ovvero tassa il ricco. E il Frato, come lo chiamano a Roma, la tocca piano: «Da quando è stata diffusa la notizia del meeting che come Alleanza della Sinistra Europea terremo a Milano si è scatenata una vera e propria tempesta mediatica da parte della destra e dei suoi giornali che ha dell’incredibile per virulenza, ossessione, manipolazione della verità. Ci dicono che vogliamo fare l’inutile caccia ai ricchi, che vogliamo graziare gli evasori fiscali e punire l’esausto ceto medio, che vogliamo mettere le mani nelle tasche degli italiani. Assurdo». E ancora: «Sono loro che da decenni in realtà mettono le mani delle tasche di quegli italiani che pagano fino all’ultimo centesimo e che vengono tassati ben oltre le loro capacità contributive». Inutile dire che nel governo di Giorgia Meloni i “meeting” come questi e l’idea di patrimoniali vengano salutati con favore e sono molto ben visti…
Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).
Addio a Ettore Torri
Se n’è andato Ettore Torri, classe 1931, magistrato di lunghissimo corso che ha seguito inchieste “pesanti” durante la sua carriera, impegnandosi anche nella giustizia sportiva. Entrò in magistratura nel 1959, e per 47 anni è stato in forze alla Procura di Roma, assumendo gli incarichi più importanti. Le sue dichiarazioni sul doping fecero rumore, aprendo a tutti gli occhi su pratiche che venivano nascoste ma che in realtà erano troppo frequenti. Non aveva peli sulla lingua, quando doveva dire qualcosa non ci pensava due volte. I funerali si svolgeranno nella mattinata di sabato, a Roma, nella chiesa di San Gioacchino in Prati.
In attesa di un volo Ita Airways nella lounge dell’aeroporto di Fiumicino, il senatore meloniano Roberto Menia si è scagliato contro una coppia omosessuale che, durante una videochiamata con amici, si era lasciata andare – a suo modo di vedere – a qualche carezza e abbraccio di troppo. «Questo è un posto pubblico, non potete fare quello che volete», ha urlato l’esponente di Fratelli d’Italia alla coppia, formata da due uomini sulla quarantina: «Le effusioni fatevele a casa vostra, non qui». Vista l’ira di Menia, che non accennava a calmarsi, la coppia è stata costretta a chiamare una hostess di Ita Airways per chiedere aiuto.
Menia non si pente: «Sono stati poco civili»
«Sono stati poco civili. Si abbracciavano, si accarezzavano, ma si possono fare queste cose in un aeroporto? Non cambio idea. Questi signori non possono fare quello vogliono. È cattiva educazione», ha detto Menia raggiunto da Repubblica, senza dimostrare alcun pentimento. Il senatore ha poi smentito di aver aggredito verbalmente la coppia perché omosessuale: «Vale anche per un uomo e una donna, vale per tutti. Non c’è una categoria superiore a un’altra. E dopo tutto questo si sono permessi di fare un’altra videochiamata e hanno ricominciato a toccarsi». Sul posto era presente anche il senatore del M5s Luca Pirondini: «Ho detto a Menia che non doveva permettersi, l’omofobia nel nostro Paese non è ammessa».
Nel governo sono in corso riflessioni su come rimodulare gli aiuti contro il caro energia. Allo studio c’era l’ipotesi di un voucher per le fasce più fragili della popolazione, il cosiddetto bonus anti-rincari che nelle prime settimane della guerra in Medio Oriente era stato archiviato in favore del taglio generale delle accise, che però non sarebbe piaciuto per niente alla Lega. La misura non convincerebbe troppo nemmeno Fratelli d’Italia, nonostante uno degli sponsor di questo strumento fosse stato il ministro Adolfo Urso. Per il momento quindi, non se ne fa nulla, e in Cdm non sono arrivati provvedimenti per ovviare al caro energia. Si proseguirà dunque per qualche altra settimana con un nuovo taglio delle accise.
L’addio di Pina Picierno al Pd è stato salutato persino con gioia dagli schleiniani, che evidentemente non vedevano l’ora di liberarsene. Era già accaduto di recente con Elisabetta Gualmini e con Marianna Madia. Festeggiamenti sui social e nelle chat di partito; insomma viva e vibrante soddisfazione per essersi tolti un peso. Come se Picierno stesse bloccando il dibattito pubblico del Pd, ne impedisse lo svolgimento. Come se l’immagine del centrosinistra fosse stata fin qui appesantita dalla vicepresidente del Parlamento europeo.
L’intervento di Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd, 14 dicembre 2025 (Ansa).
Il renzismo di Schlein
Ragionevolmente non cambierà niente nel Pd, dove il dibattito pubblico è stato normalizzato con l’arrivo di Elly Schlein, la segretaria inclusiva che non sa ben gestire il dissenso politico; in questo ricorda alcuni aspetti deteriori di Matteo Renzi, anche se a nessuno verrebbe di ammettere che la leadership schleiniana è settaria quanto muscolare era quella dell’ex presidente del Consiglio.
È da quando Schlein ha vinto il congresso che la nuova maggioranza brinda e festeggia. Prima per aver ribaltato il risultato nelle primarie nel 2023, poi per aver azzerato la discussione in un partito litigioso nel quale la linea del segretario di turno è sempre stata impallinata sui giornali, in tv, sui social, un giorno sì e l’altro pure. Il risultato principale di Schlein è dunque quello di aver evitato il logoramento quotidiano che i suoi predecessori hanno sperimentato sulla loro pelle. L’assenza di un’alternativa politica forte – lo sconfitto Stefano Bonaccini si è presto unito al coro schleiniano – ha senz’altro aiutato.
Elly Schlein con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).
Ciaoni progressisti anche a un pezzo di elettorato
Epperò, fra tutti questi festeggiamenti e brindisi e stelle filanti e giochi di luce stroboscopici, insomma fra tutti questi “ciaoni” in versione progressista non verrà il dubbio a qualcuno che un pezzo dell’elettorato forse non sarà felice del trattamento ricevuto per interposta Madia, per interposta Picierno?
Percularne uno per educarne cento non sembra essere la soluzione migliore per trattenere elettori che forse faticano a stare nel Pd di oggi e che avrebbero bisogno di incentivi a rimanere.
Non manca poi molto alle elezioni politiche e gli scenari di conflitto politico suffragati dai sondaggi testimoniano una vivace polarizzazione in vista del 2027, quando non ci sarà spazio – è vero – per cose centriste, ma ci sarà sempre tutto lo spazio per restare a casa.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).
La trappola identitaria della segretaria
La trappola identitaria di Schlein non è dunque solo programmatica – la solita patrimoniale – ma insiste su un desiderio di autosufficienza politica. Altro che campo largo, insomma, dove tutti coesistono nella pacifica competizione. Pluralismo è infatti cosa decido io, un po’ come capotavola è dove si siede Max D’Alema. Fin qui il Pd ha scambiato il risultato referendario di marzo per una proiezione politica sul 2027, ma già le elezioni di Venezia – con la vittoria del centrodestra al primo turno – hanno riacceso qualche pensiero funesto, come Fantozzi fu colpito da un leggerissimo sospetto: non è che Giorgia Meloni è tutt’altro che morta politicamente?
Elly Schlein con Marta Bonafoni (Imagoeconomica).
Il duello con Conte tornato in casacca gialloverde
In ogni caso, c’è da aspettarsi – come già sta succedendo a destra per via di Roberto Vannacci – che l’offerta politica del Pd si radicalizzi per rispondere alle fuoriuscite riformiste. D’altronde se la prospettiva è quella delle primarie di coalizione, con il duello fra Schlein e Giuseppe Conte, bisogna già acconciarsi alla singolar tenzone. Conte ancora una volta cerca di buttare la palla in tribuna, prima proponendo le primarie dopo aver appena vinto il referendum, poi rispolverando vecchie tematiche gialloverdi sulla sicurezza dopo il primo turno delle Amministrative.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il Pd rischia di non potersi tirare indietro nella gara al rialzo (o al ribasso, dipende dai punti di vista) con il M5s e non avrà molta pietà dei riformisti superstiti, nemmeno di quelli che si sono uniti armi e occhiali a goccia alla causa dello schleinismo, nella composizione delle liste elettorali.
Un addio ampiamente previsto, raccontato, annunciato, costruito nel corso dei mesi. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha lasciato il Pd, dunque il gruppo dei Socialists and Democrats, per passare al Partito Democratico Europeo, di cui è segretario Sandro Gozi, e che fa parte del gruppo Renew. In questo modo peraltro la delegazione del Pd in S&D si riduce ulteriormente, dopo l’addio di Elisabetta Gualmini a febbraio di quest’anno. Finora i deputati erano 20, come la Spagna, ora diventano 19. Il Pd dunque non è più la delegazione più numerosa dentro il gruppo socialista. Non solo. Il partito di Elly Schlein, garantisce Picierno sbattendo la porta, non è nemmeno più la casa dei riformisti, dunque meglio sloggiare. Prima di lei, a inizio maggio, Marianna Madia aveva salutato la curva per aderire a Italia viva, seppur con toni meno ruvidi.
Pina Picierno all’Assemblea Nazionale del Pd all’Auditorium Antonianum, dicembre 2025 (Ansa).
Guerini punge Schlein ma resta al suo posto
Ma adesso? Magari ci saranno altri addii, anche se qualche allarme è già rientrato, peraltro da tempo. Lorenzo Guerini, che pure non ha condiviso il passaggio alla maggioranza schleiniana di Stefano Bonaccini, saluta cordialmente la compagna di battaglie riformiste ma rimane al suo posto: «Mi spiace molto che Pina Picierno abbia deciso di lasciare il Pd», dice. «Abbiamo fatto tante battaglie insieme e ne ho sempre apprezzato determinazione e coraggio. Anche quando, come in questo passaggio, avevamo una visione diversa. Le auguro davvero il meglio. Spero che la sua uscita sia valutata con attenzione e con rispetto. Il valore del pluralismo del Pd credo sia una delle sue fondamenta, se si impoverisce ne risente in negativo tutto il partito. Mi auguro che lo si abbia tutti presente». Lui presente lo ha di sicuro visto che nello stesso giorno dell’addio di Picierno, in un’intervista al Corriere della sera, non ha risparmiato stilettate alla segreteria, dai «necessari» investimenti nella difesa che «non possono essere subordinati alle ragioni di un’alleanza», perché «l’unità è importante, ma non può essere l’unica stella polare. Servono responsabilità e visione, non una confusa demagogia», alla patrimoniale recentemente rispolverata da Schlein. «La priorità delle priorità è la crescita», sottolinea Guerini. «E gli stipendi degli italiani, ben sotto la media europea. E gli affanni della produzione industriale. Ce n’è abbastanza, direi, per lavorare a dare risposta su questi fronti».
Lorenzo Guerini (Imagoeconomica).
La favola della Cosa centrista e la lezione di Renzi
Da parecchio si favoleggia di una Cosa centrista, un ircocervo – per metà libdem, per metà cattolico – che vada in doppia cifra e certifichi l’esistenza in vita di un punto di riferimento istituzionale che dia risposte ai delusi di entrambi gli schieramenti. Eppure quell’epoca è finita da tempo, le ambizioni terzopoliste sono state incenerite dalle elezioni politiche del 2022, quando Matteo Renzi e Carlo Calenda entrarono insieme in Parlamento, ma solo per separarsi. Un’alleanza di scopo durata quanto uno yogurt. Un’esperienza che ha segnato dirigenti ed elettori, convinti di non volerla più ripetere. D’altronde questa è un’epoca polarizzante e polarizzata. L’indicatore maggiore dell’assenza di una prospettiva centrista lo fornisce sempre Renzi, che da mesi è entrato saldamente dentro il campo largo e ripete in ogni dove che non ci sono spazi oggi per partitini di centro o esperimenti analoghi. D’altronde la sua Italia viva non si schioda dal 2 per cento (ultimo sondaggio Ipsos di 20 giorni fa) nonostante l’iperattivismo del caro leader.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Picierno sembra seguire la logica calendiana
È dentro la coalizione di centrosinistra che si deve restare, come ha anche detto Madia andandosene dal Pd, quasi a spiegare che niente in fondo è cambiato: sì, me ne vado, ma tanto resto in un partito del campo largo, è soltanto un travaso parlamentare, che volete che sia. È il progetto di chi, bettinianamente parlando, vuole costruire una coalizione in cui c’è la sinistra, autorevolmente rappresentata dal Pd, e poi c’è la “gamba” (non s’è mai capito se terza o quarta, dipende dalle convenienze) riformista. Secondo questo schema, i riformisti sono legittimati a essere inseriti in una quota di rappresentanza, una fascia politico-sociale protetta. Picierno, per come si è mossa e per quello che ha detto in questi mesi, sembra ambire a restare fuori dallo schema Bettini-Franceschini, aderendo alla logica della corsa in splendida solitudine di Carlo Calenda, che non vuole fare un altro Terzo Polo ma andare dritto da solo con Azione. Non a caso, il leader azionista si è subito scapicollato su X, invitando la vicepresidente del parlamento europeo a unirsi alla causa. Così come Luigi Marattin del Partito Liberaldemocratico, pronto ad accogliere Picierno. Per ora, insomma, l’europarlamentare ex Pd ha risolto il problema della collocazione a livello europeo. Ha trovato una casa, Renew. Quello che le manca è però una sistemazione italiana.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva chiesto al Ministero della Giustizia di far disporre nuovi accertamenti sulla grazia concessa a Nicole Minetti, «ha preso atto con rispetto delle conclusioni della Procura Generale di Milano», in base alle quali «non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato». È quanto si legge in una nota del Quirinale.
Nicole Minetti (foto Ansa).
La nota del Quirinale
«Si ricorda – per corretta e autentica informazione – che, da oltre 11 anni, quando una domanda di grazia è accompagnata dal parere favorevole degli organi giudiziari competenti, il Presidente della Repubblica concede abitualmente la grazia, senza farsi influenzare da considerazioni estranee alle finalità umanitarie della grazia», si legge poi nella nota, in un passaggio dal tono polemico. E poi «Per opportuna informazione va aggiunto che, per il decreto di grazia in questione, il Quirinale non si è discostato dai comportamenti abituali, senza alcuna inconsueta segretezza». Nella maggior parte dei casi di concessione di grazia, infatti, il Quirinale non emette comunicati, a causa della presenza di dati sensibili (malattie, vicende e relazioni familiari, coinvolgimento di bambini e altri aspetti delicati) che non devono diventare pubblici. Nel corso del suo secondo mandato, Mattarella ha firmato 42 grazie e in 30 casi non è stata data alcuna notizia in merito.
Dopo l’inchiesta sulla famiglia nel bosco disposta dal ministro della Giustizia, non sono emersi profili di illeciti disciplinari da parte dei magistrati. «Le decisioni di merito in ossequio all’indipendenza e all’autonomia della magistratura non sono oggetto di valutazione», ha riferito il ministero della Giustizia sottolineando che il Guardasigilli Carlo Nordio ha disposto l’archiviazione del procedimento sul caso. L’ispezione era stata avviata per verificare possibili violazioni dei doveri di imparzialità, correttezza e riservatezza rispetto alle misure adottate dal tribunale per i minorenni dell’Aquila (allontanamento e collocamento dei figli) e alle modalità dell’indagine. Gli ispettori del ministero della Giustizia si sono recati al tribunale, hanno acquisito atti e ascoltato i magistrati coinvolti, senza appunto riscontrare illeciti.