Cosa prevede il ddl sul consenso informato, approvato dal Senato e diventato legge

Con 78 voti favorevoli, 38 contrari e nessun astenuto l’Aula del Senato ha approvato in via definitiva il ddl sul consenso informato in ambito scolastico, che così diventa legge. Il testo, conosciuto anche come ddl Valditara dal nome del ministro dell’Istruzione, si compone di tre articoli e introduce disposizioni volte a garantire il consenso informato delle famiglie e degli studenti maggiorenni per le attività scolastiche ed extra-curriculari riguardanti l’educazione alla sessualità.

Cosa prevede il testo sul consenso informato in ambito scolastico

Innanzitutto, il testo dispone per le istituzioni scolastiche l’obbligo di richiedere il consenso scritto dei genitori o degli studenti se maggiorenni per attività didattiche sulla sessualità: a tal fine, gli istituti dovranno mettere a disposizione, per opportuna visione, il materiale didattico che intendono utilizzare. La nuova legge richiede poi il consenso preventivo scritto dei genitori o degli studenti maggiorenni anche la partecipazione alle iniziative extracurriculari eventualmente previste dal piano triennale dell’offerta formativa (Ptof). Anche in tal caso l’adesione è subordinata alla previa visione del materiale didattico. Il testo prevede la presenza di un docente durante lo svolgimento delle lezioni extracurriculari e di ampliamento dell’offerta formativa che coinvolgano minorenni. Ed è fatto divieto di svolgere qualunque progetto o attività didattica avente ad oggetto l’ambito della sessualità nelle scuole dell’infanzia o primarie.

Le critiche da parte delle opposizioni e la posizione della maggioranza

I senatori della maggioranza hanno votato a favore del consenso informato in ambito scolastico, mentre il testo ha raccolto una pioggia di critiche da parte delle opposizioni, che hanno votato contro. Secondo Daniela Sbrollini di Italia Viva, il ddl approvato dal Senato è «anacronistico e antiscientifico». Peppe De Cristofaro di Avs parla di «provvedimento ipocrita che riflette un’ossessione ideologica della maggioranza». Fermamente contrario anche il M5s. Cecilia D’Elisa del Pd ha affermato che, con il via libera al ddl, la coalizione al governo «si assume una grave responsabilità». Secondo la maggioranza «la libertà educativa dei genitori è un principio cardine: spetta a loro l’ultima parola su temi delicati e personali come la sfera affettiva e sessuale».

Il deputato Erik Pretto lascia la Lega

Un altro addio nella Lega. Erik Pretto, deputato vicentino ha deciso di lasciare il partito, a cui era iscritto dal 2009 e di cui era parlamentare dal 2018. «Me ne vado perché ho ricevuto un affronto personale e politico che mai avrei immaginato. Mi ribello ad un tentativo evidente di colpire la mia reputazione. Un tentativo meschino», ha detto in un’intervista al Giornale di Vicenza riferendosi alla richiesta di espulsione per presunte inadempienze rispetto agli obblighi di versamento della quota mensile in favore del Carroccio. «Le modalità di questa vicenda hanno rappresentato un’insanabile rottura del rapporto di fiducia. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma il mio disagio, come sa bene chi mi conosce, non nasce oggi», ha aggiunto. «È tanto tempo che sono perplesso. La Lega è sempre stato il partito dei militanti, invece è diventato il partito delle rendite di posizione degli eletti. Non abbiamo una linea politica su quasi nulla. Si rincorrono le tendenze social per sperare di recuperare qualche voto, si urlano slogan senza che questi vengano concretizzati in serie azioni di governo. Si è perso di vista il dna del partito, non siamo più il sindacato del territorio, non riusciamo a dare risposte ai nostri territori».

Sarebbe pronto all’addio anche Furgiuele

Secondo quanto riporta Repubblica, Pretto non sarebbe il solo a volersene andare dalla Lega. Sarebbe infatti pronto a seguirlo il deputato Domenico Furgiuele, che potrebbe dire addio al Carroccio per poi lasciare il ruolo di relatore al disegno di legge per la riforma dei porti in commissione Trasporti.

Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole

Grande evento nel tardo pomeriggio di giovedì a Roma, nella libreria Feltrinelli di largo di Torre Argentina: Elly Schlein incontra Maurizio Landini. La segretaria del Partito democratico e il numero uno della Cgil saranno protagonisti di un dibattito per presentare il volume L’Italia che non arriva a fine mese, edito dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, con gli autori Mimmo Carrieri, professore della Luiss e con un passato a La Sapienza, Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, e Agostino Megale, uno che è stato a capo della segreteria nazionale Cgil e della segreteria generale Fisac, assumendo anche la presidenza dell’Ires-Cgil. L’incontro sarà moderato dalla giornalista Conte: Valentina, non certo Claudia, la donna coinvolta nell’affaire Piantedosi. Una scelta che comunque, per colpa del cognome, «sembra quasi voler evocare il presidente Giuseppe Conte», si sente commentare ironicamente dai pentastellati. Si parlerà di “Lavoro e salari: una questione di sinistra”, come suggerisce il sottotitolo del libro. E magari, chissà, anche di patrimoniale, tema sul quale – guarda caso – Schlein e Landini sono favorevoli, mentre Conte è contrario. Comunque un’altra libreria Feltrinelli, quella in via Appia Nuova, alla stessa ora ha in programma un evento che rischia di battere quello proposto nel centro storico romano: c’è Luca Carboni che incontra i suoi fan e si prepara a un firmacopie per la sua “fatica letteraria” Luca non parlava mai. Imperdibile…

Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole
Maurizio Landini con Elly Schlein (foto Imagoeconomica).

La marcia su Roma di Vannacci (ma occhio a non sbandare come Pozzolo)

«Ci vediamo il 4 giugno a Roma», ha detto il generale Roberto Vannacci girando l’Italia. Il giorno è arrivato: giovedì all’Eur, nel salone delle Fontane, arriva Futuro Nazionale. Partecipa all’evento Francesco Biava, già deputato nella XVI legislatura, che secondo i vannacciani «vanta un excursus e un curriculum politico di prim’ordine», anche come «capo della segreteria del ministro delle Politiche Agricole Gianni Alemanno». Il partito del generale «non potrà che registrare una grande crescita testimoniata dal grandissimo numero di tesserati e dall’entusiasmo che si rinnova in ogni incontro. Una nuova stella della politica italiana con la quale tutti dovranno confrontarsi e non solo la coalizione del centrodestra». La strada insomma è tracciata, l’importante è non sbandare, come ha fatto Emanuele Pozzolo, deputato che militava in Fratelli d’Italia e che ha traslocato in Futuro Nazionale dopo le note vicende biellesi della pistola a Capodanno del 2024: «Essere positivi all’alcoltest non significa essere ubriachi», ha provato a dire lui, giustificandosi. «Con le attuali leggi bastano due bicchieri di vino per raggiungere il valore che sarebbe risultato dai controlli effettuati dalla polizia stradale». Può sempre recriminare col ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il suo inasprito codice della strada

Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole
Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole
Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole

Per Mattarella si copre anche il cantiere Webuild

L’allestimento della festa del 2 giugno non è stato facile: tutta colpa del cantiere di piazza Venezia, con Webuild che sta scavando per realizzare la nuova linea della metropolitana romana. Come fare per migliorare lo spettacolo agli occhi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel momento della discesa dalle scale dell’Altare della Patria dopo aver reso omaggio al Milite Ignoto? Ecco l’idea geniale: collocare in mezzo ai “lavori in corso” una gigantesca gru capace di tenere in piedi un altrettanto enorme telo con lo stellone della Repubblica Italiana. E così è stato fatto: lo stendardo taglia XXL ha praticamente coperto anche quelli che i romani chiamano “i mammozzoni”, ossia i silos collocati per le esigenze di cantiere, e che per una “operazione artistica” sono stati ornati con teli d’autore che però non piacciono per niente a turisti e indigeni. Almeno così alla più alta carica dello Stato è stato evitato il colpo d’occhio alla piazza, oggi occupata da Pietro Salini con il suo cantiere.

Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole
La copertura del cantiere Webuild.

Zingaretti: uno al Quirinale, l’altro a Bruxelles a silurare Pina

Nicola Zingaretti lo aveva detto: «Il 2 giugno sarò al parlamento europeo». Mica alla festa della Repubblica, a Roma. Che poi la stessa cosa era stata annunciata dal generale Roberto Vannacci: «Sarò a Bruxelles, a lavorare». Sì, ma lo Zingaretti politico aveva una missione da compiere: “silurare” Pina Picierno, che ha lasciato il suo posto prezioso da vicepresidente del parlamento europeo a beneficio di… Zingaretti. E infatti “la Pina” piange, su Il Foglio, accusa, strepita, dicendo che abbandona il Partito democratico. Alla fine la destinazione potrebbe essere tra le braccia di Carlo Calenda, che spinge molto, anche se lei per ora nega. Il leader di Azione del resto è un altro super tifoso della causa ucraina. Invece l’altro Zingaretti, Luca, stava al cospetto del capo dello Stato Mattarella, per gli 80 anni della Repubblica.

Schlein sempre più con Landini, la marcia su Roma di Vannacci e le altre pillole
Nicola Zingaretti con Pina Picierno al parlamento europeo (foto Imagoeconomica).

Approvato alla Camera il ddl sul nucleare sostenibile

La Camera dei Deputati ha approvato ha approvato con voti 155 favorevoli, 86 contrari e otto astensioni il disegno di legge delega Pichetto in materia di energia nucleare sostenibile. Il provvedimento passa adesso al Senato per la seconda lettura: il governo conta sull’approvazione definitiva prima della pausa estiva del Parlamento, in modo da poter emanare i decreti attuativi entro la fine del 2026. Tra gli astenuti figura il gruppo di Italia Viva. Oltre alla maggioranza, si sono espressi a favore del disegno di legge delega anche Azione e la componente Pld-Misto.

Cosa prevede il disegno di legge sul nucleare

Il disegno di legge, di cinque articoli, delega il governo ad adottare entro un anno dalla sua entrata in vigore uno o più decreti legislativi per disciplinare la produzione e l’utilizzo in Italia di energia da fonte nucleare sostenibile; la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile nucleare; la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti; la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito e la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione. La delega viene collocata nel quadro delle politiche europee per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione entro il 2050 ed è volta a perseguire, al tempo stesso, la sicurezza e l’indipendenza energetica del Paese, il contenimento dei costi dell’energia per i clienti finali domestici e non domestici, nonché la competitività del sistema produttivo nazionale. Dal punto di vista prettamente industriale, il testo fa riferimento a Small Modular Reactors (SMR), Advanced Modular Reactors (AMR) e micro-reattori.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste

La patrimoniale s’affaccia ciclicamente nel dibattito pubblico della sinistra e subito scompare, se ne parla per un po’, titoli di giornale, solito giro di interviste, qualche punto di riferimento fortissimo per i progressisti brandito come esempio virtuoso (oggi svetta sopra tutti Zohran Mamdani), solito giro di incazzature e poi stop, pausa di qualche settimana, di qualche mese, di qualche anno, e poi si ricomincia.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein torna all’attacco (e Conte si smarca)

«Penso che non possa essere un tabù» tassare i patrimoni, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, ospite ad Accordi&Disaccordi. «Stiamo parlando dell’1 per cento, forse anche meno, della popolazione rispetto a una esigenza che è quella di garantire servizi pubblici fondamentali al 99 per cento». Sempre stata favorevole, precisa la leader del Pd, a una patrimoniale. Una proposta però che non entusiasma, diciamo così, gli alleati: «La patrimoniale è uno slogan che funziona bene sui social ma non funziona nella realtà», ha detto Matteo Renzi a Quotidiano Nazionale. «Se l’Italia aumenta le tasse ai ricchi, i ricchi se ne vanno dall’Italia. E così abbiamo meno gettito per la sanità, per la scuola, per la sicurezza. Dunque è uno slogan che funziona a parole ma nella sostanza è un autogol».

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Giuseppe Conte ha sempre espresso la sua contrarietà, anche in pubblico. L’anno scorso, a novembre, quando si riaccese per la milionesima volta il dibattito sull’argomento, il leader del M5s fu piuttosto esplicito: «La patrimoniale non è all’ordine del giorno, non è prevista. Quando se n’è parlato, come fanno eminenti studiosi, lo abbiamo fatto a livello globale». Qualche mese prima, a febbraio del 2025, era stato l’economista-movimentista vicino ai cinque stelle Andrea Roventini, nel corso di un dibattito organizzato dalla Treccani, a rilanciare l’idea, a riaprire la discussione, sempre con il solito giro di interventi (sì Avs, no M5s).

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

L’effetto campagna elettorale

L’avvicinarsi delle elezioni politiche radicalizza i leader e le proposte identitarie dei partiti. Nel 2021, prima dunque delle elezioni del 2022 vinte – chissà perché – dal centrodestra, Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, rilanciò l’assalto alle «grandi ricchezze»: «La nostra proposta di legge di iniziativa popolare per la tassazione sulle grandi ricchezze conviene al 95 per cento degli italiani. In Italia non è che non ci sia la ricchezza ma è suddivisa in un modo talmente ineguale quasi da configurare un quadro immorale. Questa è la realtà», sentenziò su La7. «E poi la nostra proposta, do una notizia, le tasse le toglie: viene cancellata l’Imu sulla seconda casa, e viene cancellata l’imposta di bollo introdotta da Monti che è una tassa sui titoli e sui depositi bancari a prescindere da quanto siano grandi, e quindi assai iniqua. Quindi ci sarebbe una bella fetta di popolazione italiana che paga un sacco di tasse a cui converrebbe davvero questa nostra riforma».

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Un altro assist alla maggioranza

Ma quello sulla patrimoniale è davvero un dibattito antico, gli archivi delle agenzie di stampa sono così ricchi da rischiare una robusta tassa sui patrimoni. Magari quello di Schlein è solo riposizionamento in vista delle future primarie che il campo largo dovrà celebrare per scegliere la prossima guida, soprattutto se nella nuova legge elettorale ci sarà l’indicazione del candidato premier. Magari sarà nella piattaforma programmatica del Pd formato elettorale, per la gioia di tutti i riformisti superstiti (che hanno appena ‘perso’ Pina Picierno) che hanno deciso di rimanere democratici sperando di non dover morire schleiniani. In ogni caso è il solito grande favore che il Pd fa al centrodestra in un momento in cui la coalizione di Palazzo Chigi non brilla. Il governo può adesso mettersi in modalità “Allarme Socialismo” e gridare che non i fascisti bensì i comunisti sono alle porte (tutte cose che funzionano altrettanto bene a livello retorico; anche sui social, per dirla con Renzi). Chissà se arriverà mai il momento in cui qualcuno fra Giorgio Gori e Filippo Sensi salterà su come il celebre Fantozzi gridando che la corazzata Patrimoniale è una cagata pazzesca.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»

Il Pd perde un altro pezzo. Dopo Elisabetta Gualmini e Marianna Madia, lascia il partito anche Pina Picierno, esponente di punta dei riformisti. «Di dubbi ne ho avuti moltissimi», spiega la vicepresidente del Parlamento europeo in una lunga intervista al Foglio, «mi sono più che lacerata, ma credo che per rispetto alla mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il Partito democratico di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato e perché ho sempre chiesto alla politica la forza e il coraggio di fare in coscienza le scelte più giuste. Ora tocca a me avere coraggio».

Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»

«Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi»

Per Picierno, da tempo insofferente nei confronti della linea schleiniana, «la casa dei riformisti non c’è più. Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi. È ora di lavorare a qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni». L’eurodeputata sottolinea lo «snaturamento» subito dal partito, «avvenuto per scivolamenti inesorabili, senza nemmeno una reale discussione, senza nemmeno il privilegio di poterne discutere in un congresso, come ho più volte chiesto». Detto altrimenti, «il Pd che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più ed è necessario prenderne atto, ma le ragioni per cui è nato esistono ancora». «Resto democratica, non torno indietro», continua. «Credo che ci sia bisogno di ridare dignità e prospettiva unitaria a milioni di elettori che in questi anni hanno progressivamente abbandonato il Partito democratico scegliendo altre proposte a destra o a sinistra o rimanendo a casa. Questa diaspora», conclude, «va ricomposta fuori dalle alchimie di coalizione e dalla riduzione in tende e cespugli, di vecchie e nuove formule. Serve un riformismo coerente e popolare, in grado di entusiasmare e di far scattare quella scintilla di costruire con fiducia il cambiamento. Credo che ci possa e ci debba essere un impegno comune per fare nascere, tenendo insieme le differenze e le storie, un nuovo soggetto politico largo, che tenga insieme, che nasca per unire esperienze e personalità politiche diverse. Mi metto al servizio di questa idea e di questo progetto».

LEGGI ANCHE: Il Pd e i riformisti in fuga, anatomia di una diaspora che non fa sistema

Huaweigate, primo sì dell’Eurocamera alla revoca dell’immunità di Martusciello

La commissione Affari giuridici del Parlamento europeo ha dato il via libera alla revoca dell’immunità di Fulvio Martusciello, capodelegazione di Forza Italia a Strasburgo e coordinatore del partito in Campania, avanzata dalla procura federale del Belgio nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Huaweigate. La stessa commissione ha invece respinto la richiesta di revoca dell’immunità di Salvatore De Meo, anche lui esponente di Forza Italia.

Il voto della commissione Affari giuridici

Per quanto riguarda Martusciello, gli europarlamentari si sono espressi con 14 voti a favore della revoca dell’immunità, 11 contrari e zero astensioni. Il margine del voto (appena tre schede di scarto) racconta di una commissione tutt’altro che compatta: a tentare di salvare l’eurodeputato, secondo quanto emerso, sono stati solo i compagni di partito del Ppe, quelli di Ecr (nel quale milita anche Fratelli d’Italia) e quello di Europa delle Nazioni Sovrane. De Meo è stato invece salvato da 18 voti contrari alla revoca, a fronte di 7 a favore. In entrambi casi la decisione definitiva spetterà all’Aula di Strasburgo, chiamata a pronunciarsi nelle prossime settimane.

Huaweigate, primo sì dell’Eurocamera alla revoca dell’immunità di Martusciello
Salvatore De Meo (Imagoeconomica).

Martusciello: «Estraneo ai fatti contestati»

«Mi rimetto all’Aula nella consapevolezza della mia totale estraneità ai fatti contestati, come ho già avuto modo di dimostrare nel corso della mia audizione», ha dichiarato Martusciello, dicendosi «soddisfatto» della difesa svolta da Forza Italia: «Affronto questa vicenda con serenità e con pieno rispetto delle istituzioni, certo che ogni elemento utile contribuirà a chiarire definitivamente la mia posizione».

Huaweigate, primo sì dell’Eurocamera alla revoca dell’immunità di Martusciello
Fulvio Martusciello (Imagoeconomica).

L’inchiesta su presunte attività di lobbying illecito

L’espressione “Huaweigate” indica l’inchiesta giudiziaria della Procura federale belga sul presunto sistema di corruzione e favori illeciti orchestrato dai lobbisti della società cinese Huawei, appunto, per influenzare le politiche dell’Unione europea. L’inchiesta è venuta alla luce a marzo del 2025, quando ci sono state perquisizioni in Belgio, Portogallo e altri Paesi europei. Gli investigatori ipotizzano che siano stati offerti vantaggi di diversa natura per favorire gli interessi del colosso delle telecomunicazioni all’interno del Parlamento europeo e, dunque, dell’Ue.

L’ambasciatore di Israele contro Tajani: «Non c’è equità nelle dichiarazioni sul Libano»

L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, conversando con i giornalisti a margine di un briefing sulla situazione in Libano ha ammesso di aver avuto «alcune divergenze con il ministro degli Esteri italiano, perché le sue dichiarazioni includono sempre la sofferenza del popolo libanese, e non c’è dubbio che il popolo libanese stia soffrendo, ma non c’è l’equivalenza nel riportare anche la sofferenza delle comunità israeliane, che noi invece cerchiamo sempre di sottolineare». «Questo», ha aggiunto, «è motivo di attrito che abbiamo con il governo italiano».

Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole

Che ci azzecca mamma Rai con l’esercito? Qualcuno forse lo dovrà spiegare. L’edizione 2026 di Bimbo Rai, la giornata pensata per fare conoscere ai figli dei dipendenti il lavoro dei genitori, tra le attività ricreative dedicate ai più grandicelli – come raccontato da Domani – prevede la presentazione di mezzi speciali e dimostrazioni operative dei corpi d’armata. Non solo: ci sarà naturalmente anche la polizia, a cavallo, in motocicletta e con le unità cinofile. Insomma una “baby parata” del 2 giugno replicata il 12. Mentre i bambini più piccoli dovranno “accontentarsi” di attività targate Rai Kids. Un’idea stramba che ha fatto levare gli scudi all’Usigrai. «Anziché mostrare con orgoglio come operano le diverse professionalità all’interno della più grande azienda culturale del Paese, la Rai delega l’intrattenimento dei figli dei dipendenti all’esercito e alle forze dell’ordine», ha scritto l’Unione sindacale dei giornalisti Rai in un comunicato. «Se anziché puntare l’attenzione all’uso di telecamere e computer e a visite guidate a studi e redazioni che da sempre hanno affascinato i più piccoli, si chiede a esercito e forze dell’ordine di intrattenere i piccoli visitatori con iniziative ed esibizioni che nulla c’entrano con il ruolo della Rai e il lavoro dei suoi dipendenti, evidentemente i primi a non credere più a quel ruolo e al valore di chi ci lavora sono proprio i vertici aziendali». E non è finita qui. Il Movimento 5 stelle ha annunciato un’interrogazione in commissione di Vigilanza. «Ai bambini», hanno scritto in una nota gli esponenti cinque stelle in Commissione, «dovrebbe essere mostrato il valore del servizio pubblico, dell’informazione, della cultura e della creatività, non una vetrina di apparati militari e di sicurezza». E ancora: «La Rai deve spiegare perché abbia ritenuto opportuno trasformare una giornata dedicata alle famiglie in un’occasione di promozione delle forze armate, per questo presenteremo un’interrogazione in commissione di Vigilanza Rai per fare piena luce su chi abbia autorizzato questa iniziativa e con quali finalità».

La Rai punta su Guareschi. E quelli di Fratelli d’Italia vengono precettati…

A Mediaset, su Rete 4, mandare in onda un film su Don Camillo e Peppone salva la serata: c’è sempre il pubblico per le pellicole con Fernandel e Gino Cervi. E la Rai che fa? I Fratelli d’Italia sono stati precettati: a Palazzo Giustiniani, nella sala Zuccari, luogo del Senato della Repubblica, c’è «un importante evento dedicato alla presentazione del film televisivo Rai intitolato Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano. L’iniziativa gode del patrocinio dell’assemblea legislativa», è scritto nell’invito rivolto ai parlamentari. Guareschi era uomo di destra, fervente anticomunista. Ma, come ricordò Aldo Cazzullo sul Corriere della sera, rifiutò di firmare l’adesione al nazifascismo per uscire dai lager, «preferendo restare in prigionia in condizioni disumane pur di non combattere più per Hitler e Mussolini». Nel suo diario Guareschi scrisse: «Non muoio neanche se mi ammazzano», da qui il titolo del film Rai. A proposito di questioni sul fascismo, «l’evento sarà inaugurato dai saluti istituzionali del presidente del Senato Ignazio La Russa, mentre l’introduzione sarà affidata al senatore di Fratelli d’Italia Raoul Russo, che ha promosso l’iniziativa». E «nel corso della manifestazione interverranno numerosi ospiti, tra cui Giampiero Cannella in qualità di sottosegretario alla Cultura, il senatore Michele Barcaiuolo, esponente di Fratelli d’Italia, Gloria Giorgianni nella veste di produttrice della società Anele, Anouk Andaloro che ricopre il ruolo di capostruttura di Rai Fiction, e l’attore protagonista del film Giuseppe Zeno». Il film è liberamente tratto dal romanzo Chi sogna nuovi gerani di Alberto e Carlotta Guareschi. Nel cast c’è anche Andrea Roncato.

Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole
Giovannino Guareschi (foto Ansa).

Fincantieri lavora per le ricerche di Trump?

Dicono che servirà a Donald Trump. Fatto sta che Vard, la controllata norvegese di Fincantieri, per 700 milioni di euro costruirà una nave lunga 162 metri: sarà altamente specializzata, progettata per attività di mappatura dei fondali, carotaggi e campionamenti, operazioni con sommergibili e molto altro ancora. Ideale per ricerche in acque profonde. Il committente? Inkfish, un’organizzazione di ricerca statunitense. Consegna prevista per il 2030.

Per salutare Peppino Gargani è arrivato pure Piantedosi

Fino all’ultimo ha partecipato a riunioni sul futuro dei democristiani: Giuseppe Gargani, morto a 91 anni, al funerale è stato salutato da una folla di esponenti di governo e non, in quel di Avellino. Rito funebre nel duomo della città, al termine di una camera ardente allestita a Palazzo Caracciolo, sede della Provincia di Avellino, che Gargani aveva guidato come presidente. Chi c’era? Ovviamente il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nato a Napoli ma originario di Pietrastornina, nella provincia avellinese. Oltre a lui, l’ex governatore della Regione Campania e ora sindaco di Salerno Vincenzo De Luca con il figlio Piero, deputato e segretario regionale del Pd, l’assessore regionale Fulvio Bonavitacola, l’ex ministro Ortensio Zecchino con il figlio Ettore, consigliere regionale e storico giornalista dell’agenzia Ansa, l’ex deputato Giuseppe De Mita. Piantedosi ha detto: «Gargani ha dato prova di un impegno politico e istituzionale instancabile, sorretto da una vasta cultura giuridica e politica, di cui sono stato testimone diretto». Amen.

Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole
Giuseppe Gargani nel 2020 (foto Ansa).

Quel curioso dialogo tra Colosimo e Boschi…

Nessuno se l’aspettava: eppure, durante la parata militare del 2 giugno, ai Fori Imperiali, si è visto un dialogo tra Chiara Colosimo e Maria Elena Boschi. L’esponente di Fratelli d’Italia, legatissima a Giorgia Meloni, è anche presidente della commissione Antimafia (e le capita spesso di finire nei guai per delle foto, che si tratti di una statuetta del Duce o di una controversa vacanza in Grecia) e chiacchierava con la fedelissima di Matteo Renzi: tutti a chiedersi quale fosse il contenuto della conversazione…

Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole
Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole

Cinesi in festa a Milano, grazie a un democristiano

Dopo l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, a Milano la gente di Pechino ha festeggiato. A Palazzo Clerici è andata in scena la prima edizione di “Festival di Mondo Cinese”, per sancire alleanze tra imprenditori e realtà orientali. Tutto con la scusa di celebrare Mondo Cinese, una rivista scientifica italiana che era nata nel 1972 grazie al senatore democristianissimo Vittorino Colombo, cioè «l’intimo amico del popolo cinese», come veniva definito nelle cerimonie ufficiali e nei documenti diplomatici di Pechino…

Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole
Vittorino Colombo nel 1982 (foto Imagoeconomica).

Caso Santanchè, la Corte Costituzionale dichiara ammissibile il ricorso del Senato

La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Senato nei confronti della Procura di Milano e relativa a Daniela Santanchè, tra gli imputati per la vicenda della truffa aggravata ai danni dell’Inps sui fondi Covid da parte delle società del gruppo Visibilia. Al centro della vicenda l’uso nel procedimento di «contenuti di posta elettronica» della senatrice di Fratelli d’Italia e alcune «audio registrazioni occulte» di conversazioni dell’ex ministra del Turismo agli atti del fascicolo, senza la richiesta di autorizzazione alla Camera di appartenenza. I giudici della Consulta hanno disposto che l’ordinanza sia notificata alla Procura di Milano entro 60 giorni.

Caso Santanchè, la Corte Costituzionale dichiara ammissibile il ricorso del Senato
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

Su cosa si basa il ricorso del Senato

Il ricorso del Senato riguardava l’utilizzo, nella richiesta di rinvio a giudizio, di contenuti di posta elettronica che vedevano Santanchè in copia e registrazioni audio effettuate da alcuni ex dipendenti delle società dell’ex ministra. Il tema sollevato da Palazzo Madama riguarda la distinzione tra prove acquisite come “documenti”, dunque utilizzabili dalla pubblica accusa in un processo a carico di un parlamentare, oppure come “corrispondenza” equiparabile a “intercettazioni” (e sarebbe questo il caso). Sebbene non si tratti esattamente di intercettazioni, la tesi è che – in base all’articolo 68 della Costituzione – per usare fonti di prova di questo tipo serva l’ok del Senato. Il procedimento penale contro Santanchè è fermo da oltre un anno in udienza preliminare a Milano: la decisione della Corte Costituzionale, inevitabilmente, allungherà ancora i tempi del procedimento.

Pozzolo fuori strada col suv: tasso alcolemico doppio rispetto ai limiti

Martedì 2 giugno Emanuele Pozzolo, deputato di Futuro Nazionale, è finito fuori strada col suo suv lungo la superstrada che porta a Cossato, all’altezza di Vigliano Biellese. L’auto è caduta in un fossato, dopo una sbandata causata forse dall’asfalto bagnato. Sottoposto all’alcoltest, il parlamentare – rimasto illeso – è risultato positivo con un tasso doppio rispetto a quello previsto dai limiti di legge. Lo riporta il Corriere della Sera.

Pozzolo fuori strada col suv: tasso alcolemico doppio rispetto ai limiti
Emanuele Pozzolo (Facebook).

La condanna per porto abusivo di arma da collezione

A ottobre del 2025 Pozzolo è stato condannato in primo grado dal tribunale di Biella a un anno e tre mesi per porto abusivo di arma da collezione, con sospensione condizionale della pena, per la vicenda dell’incidente di Capodanno 2024, quando durante una festa con alcuni colleghi di Fratelli d’Italia il genero del caposcorta di Andrea Delmastro (all’epoca sottosegretario alla Giustizia) fu ferito da un colpo di pistola sparato proprio dal deputato. L’inchiesta, incentrata su questioni tecniche relative all’arma e ai proiettili, non includeva più l’accusa di lesioni dopo il risarcimento e il ritiro della querela da parte della vittima. Espulso da FdI, Pozzolo è stato successivamente accolto da Roberto Vannacci nel nuovo partito fondato dall’ex generale.

L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia

Archiviata la sbornia celebrativa del 2 giugno, la settimana politica si dovrebbe chiudere con il “botto” dei nuovi ingressi nel partito di Roberto Vannacci. La data in cui è attesa l’operazione è sabato 6 giugno. L’unica certezza è il numero: si parla di quattro new entry, sempre alla Camera, in modo da far raddoppiare i deputati vannacciani, appena costituitisi in una componente del gruppo Misto.

L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Da Furgiuele a Bof, le voci sui nuovi arrivi in FN

I nuovi arrivi dovrebbero essere in prevalenza leghisti. Le voci danno in entrata in Futuro Nazionale il calabrese Domenico Furgiuele e il veneto Gianangelo Bof, mentre è fallita la trattativa con un altro leghista veneto, Erik Pretto. Quest’ultimo, contro il quale Matteo Salvini ha avviato un provvedimento disciplinare per mancato pagamento dei contributi al partito, dovrebbe approdare a breve in Forza Italia, anche se non ci sono conferme al momento. Gli altri deputati che sarebbero in predicato di trasloco in FN sarebbero gli ex leghisti, passati con FI da poco più di quattro mesi, Davide Bergamini e Attilio Pierro. L’idea sarebbe di chiudere con questo pacchetto prima dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale, in programma a Roma il 13 e 14 giugno.

L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia

Ziello e il reclutamento vannacciano

Il responsabile organizzativo del partito (anche lui un ex leghista), Edoardo Ziello, ha raccolto più richieste e curriculum di un cacciatore di teste. Il deputato pisano inoltra con cadenza regolare le domande al generale, che le vaglia una a una. Questa fase di nuovi ingressi, inaugurata con l’arrivo della leghista Laura Ravetto il 19 maggio, dovrebbe concludersi sabato. Il generale punterebbe a costituire un gruppo (servirebbero altri 12 deputati in base al regolamento della Camera) e non è detto – viene spiegato – che non ci riesca prima della fine della legislatura. Ma per ora tiene tutto fermo e si accontenta di otto ‘soldati’.

L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
Edoardo Ziello e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Salvini tenta il rilancio con un ritiro di partito a luglio

Intanto, dalle parti degli ex compagni di partito regna il caos totale. Salvini è sempre più assente (non solo dalle celebrazioni del 2 giugno). Il segretario leghista ha ormai trasferito tutta la gestione della strategia comunicativa a Davide Vecchi, legato agli Angelucci e alla fidanzata Francesca Verdini. Vecchi ha in mano i rapporti con i territori e, da poco, anche quelli con le tv. Mentre la comunicazione dei gruppi, a cui comunque sovrintende, langue. La stessa comunicazione del leader è da mesi ormai molto low profile.

L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
Matteo Salvini con Davide Vecchi (Imagoeconomica).

Come rilanciarsi e tentare di crescere nei sondaggi, nei quali Lega è tallonata da Vannacci? Con il tesoriere Alberto Di Rubba e il vice Claudio Durigon, Salvini ha pensato di organizzare un ‘ritiro’ di partito, sul modello di quelli organizzati nel tempo dal centrosinistra (iniziò Romano Prodi con l’Ulivo in Toscana nel 1997, seguirono, in anni più recenti, Enrico Letta con i ministri nell’Abbazia di Spineto, nel 2013, ed Elly Schlein a Gubbio nel 2024). Solo che non appena ha fatto diramare la convocazione per il 19 e 20 giugno nella chat del consiglio federale sono partite le defezioni e i distinguo, tra chi aveva un impegno familiare (Luca Zaia) e chi istituzionale (Attilio Fontana). Il raduno è stato quindi spostato al primo weekend di luglio. Tutti i big dovrebbero esserci e sono già state avanzate alcune richieste tipo quelle di una foto di gruppo con i governatori da scattare il primo giorno.

L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia

La partita di Zaia e il modello a due Leghe

Zaia ha fiutato l’aria. Teme che il ritiro serva a lanciare la sua candidatura alle Politiche, probabilmente insieme ai governatori che non possono essere ricandidati per il blocco del terzo mandato, come Fontana, Massimiliano Fedriga e il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti (i quali dovrebbero però dimettersi in anticipo rispetto alla fine della legislatura). L’ex Doge non intende darla vinta a Salvini così facilmente: vuole determinate garanzie sul suo futuro e anche un po’ fargli pagare tutti gli sgambetti che pensa di aver subito (in primo luogo il mancato superamento del divieto a una sua ricandidatura in Veneto e poi gli uomini legati ad Alberto Stefani sistemati alla guida della Liga veneta). Insomma, si agita e torna a proporre il modello delle due Leghe con due leader ispirato alla Cdu-Csu di cui Salvini non vuol proprio sentire parlare. E via ancora veleni, diffidenza e fendenti. Mentre Vannacci sale nei sondaggi.

L’avanzata di Vannacci e i malumori leghisti: deputati in fuga e rebus Zaia
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Per il 2 giugno cosa c’è di meglio di un roasting per la Repubblica?

Parate, discorsi, commemorazioni, sfilate di celebrities grondanti senso civico: per il 2 giugno, ottantesimo anniversario della Repubblica italiana, scorrono fiumi di retorica così gonfi e impetuosi che la Protezione civile ha diramato l’allarme bianco-rosso-verde. L’unico correttivo possibile è una tradizione dello show-business americano da poco importata in Italia: il roasting. Letteralmente significa “mettere sulla graticola”, e consiste nel bersagliare pubblicamente di lazzi e critiche pungenti una star dalla gloria solida e indiscussa, suggellandone l’inossidabile successo ed esorcizzando nel riso ogni possibile invidia. Forse è il momento giusto per fare arrosto anche la nostra Repubblica, certi che non se la prenderà; anzi, considerate le temperature, forse nemmeno se ne accorgerà. Via, accendiamo il barbecue!

Per il 2 giugno cosa c’è di meglio di un roasting per la Repubblica?
Le frecce tricolori per la parata del 2 giugno a Roma (Ansa).

Per un soffio non vinse la monarchia

La Repubblica vinse per un soffio. Dodici milioni e rotti i voti per la Repubblica, 10 milioni e spiccioli per la monarchia: non proprio un abisso, diciamolo. Quasi metà del Paese si sarebbe tenuta volentieri i Savoia, anche se avevano consegnato l’Italia a Mussolini e nel momento del massimo pericolo si erano dati alla fuga. Ottusa fedeltà alla Corona? No, solidarietà verso una famiglia di emarginati di origine straniera, segnati da tare fisiche dovute ai matrimoni fra consanguinei e non ancora padroni della lingua italiana, che ora rischiavano sfratto e remigrazione. L’unica vera colpa dei monarchici era una sensibilità verso i fragili troppo in anticipo sui tempi.

Per il 2 giugno cosa c’è di meglio di un roasting per la Repubblica?
Manifestazione per la Repubblica nel 1946 (Ansa).

Il miraggio di vedere una donna al Quirinale

Le chance di avere una donna al Quirinale sono rimaste zero. Almeno, con la monarchia c’era la scusa della legge salica che imponeva la successione dei primogeniti maschi. Se in 80 anni non abbiamo ancora avuto una presidente della Repubblica, invece, dobbiamo ringraziare solo il tenace sessismo e l’ottusità del Parlamento e dei grandi elettori, che ci hanno fatto perdere l’opportunità di avere a capo dello Stato figure autorevoli e integerrime come Tina Anselmi, Nilde Iotti e (almeno finora) Emma Bonino.

Per il 2 giugno cosa c’è di meglio di un roasting per la Repubblica?
Tina Anselmi e Nilde Iotti (Ansa).

Vuoi mettere i fasti e l’indotto di una Corona?

È poco glamour. Vogliamo mettere le cerimonie e il fasto della monarchia con le grigie celebrazioni del calendario repubblicano? Incoronazioni, matrimoni reali, nascite, giubilei e altri eventi pittoreschi, ognuno col suo indotto di merchandising, risolleverebbero il Pil in un Paese sempre più deindustrializzato che si avvia a diventare una San Marino in versione extralarge che vivrà solo di turismo e, grazie alla tropicalizzazione del clima, della coltivazione di mango e avocado.

Con le dinastie di oggi, Emanuele Filiberto si difenderebbe alla grande

In fondo i Savoia-Carignano non sono così male. Okay, nel 1946 Vittorio Emanuele III e Umberto II dovevano competere con sovrani europei di ben altra caratura e patriottismo, Giorgio VI aveva vissuto il London Blitz, Cristiano X di Danimarca aveva difeso gli ebrei, Guglielmina d’Olanda dall’esilio sosteneva la resistenza. Oggi l’asticella si è abbassata parecchio: le dinastie continentali annoverano trafficanti d’armi, corrotti, maniaci sessuali, tossicodipendenti e pedofili, quando non tutte queste cose insieme. Alla fin fine, il più pulito è povero Emanuele Filiberto, di cui si può dire di tutto, ma almeno non compare negli Epstein Files.

Per il 2 giugno cosa c’è di meglio di un roasting per la Repubblica?
Emanuele Filiberto di Savoia.

Gli italiani sognano un re: e chi se non Mattarella?

Gli italiani sognano una monarchia. E il loro sovrano ideale si chiama Sergio Mattarella: benvoluto, decorativo, elegantemente pop, moralmente e intellettualmente inattaccabile, è la luce che brilla sul Colle più alto e ci dà sicurezza nei momenti più duri, come si è visto durante la pandemia. Il 2 giugno è l’occasione ideale per pensionare con onore la Repubblica, e posare una corona sulla veneranda canizie di Mattarella, che incarna perfettamente la maestà dello Stato e, alle soglie degli 85 anni, è più lucido e sul pezzo di parecchi cinquantenni. Oltretutto, dopo di lui salirebbe al trono la sua primogenita Laura, oggi perfetta first-lady e già regina ufficiosa del Quirinale. Pensate che sollievo, poterci risparmiare la fiera del bestiame che sarà l’elezione del prossimo Capo dello Stato. I nomi di Draghi e Monti girano già adesso, tanto per bruciarli con largo anticipo, mentre Ignazio La Russa ripete: «Io al Quirinale? Mai». Ma lo ripete un po’ troppo spesso.

Per il 2 giugno cosa c’è di meglio di un roasting per la Repubblica?
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia

Il Pd versione campolarghista sogna di «fare come Sánchez» o di fare come a Venezia. In entrambi i casi c’è qualcosa da fare ma c’è anche qualcosa che non funziona, diciamo.

Le crepe nel modello spagnolo

Pedro Sánchez il pacifista è quello che si oppone al fetente Donald Trump e all’aumento delle spese militari, ma soprattutto è diventato il leader di un partito che colleziona inchieste giudiziarie, a cominciare da quelle in casa. Ad aprile i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio per la moglie Begoña Gómez per i presunti reati di traffico di influenze, corruzione negli affari, malversazione e appropriazione indebita, mentre il 28 maggio è iniziato il processo a carico di suo fratello David Sánchez, accusato di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Secondo i magistrati, il fratello del primo ministro spagnolo avrebbe ottenuto un incarico fatto su misura dal Consiglio comunale a guida socialista di Badajoz nel luglio 2017.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Pedro Sànchez con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Ma la lista degli scandali giudiziari socialisti è lunga, l’ultimo coinvolge persino l’ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, già stella del firmamento spagnolo (e tra gli sponsor dell’attuale capo del governo), indagato per riciclaggio e traffico d’influenze. Il garantismo vale sempre, da queste parti, ma è abbastanza curioso che il Pd di Elly Schlein e Peppe Provenzano citi sempre la crescita economica della Spagna salvo fischiettare sul resto. Ed è quel resto che potrebbe far finire il governo Sánchez. Il premier Pedro però non ci pensa un secondo a mollare. Adelante, chissà però se di juicio ve ne sia a sufficienza.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Jose Luis Rodriguez Zapatero (Ansa).

A Venezia il campo larghissimo non è bastato

C’è poi il modello Venezia. Il Pd sogna, o meglio sognava, di fare come nella città lagunare, dove il campo larghissimo, grandangolare (c’era persino Rifondazione Comunista), ha perso sonoramente al primo turno contro il centrodestra che continua a governare la città 11 anni dopo averla conquistata. Non c’è più Luigi Brugnaro per sopraggiunto limite di mandati, ma Simone Venturini, cattolico di continuità con l’amministrazione precedente. Anche a Venezia, come in Spagna, i sogni del Pd non sono di gloria, perché gli incubi sono più reali e feroci della fantasia. Schlein dice di perseguire una logica «testardamente unitaria», ma gli elettori del M5s la pensano in maniera diversa: a Venezia, ci dice un’analisi dei flussi di YouTrend, il M5s ha fatto vincere Venturini: la metà di coloro che alle Europee del 2024 aveva votato per i cinque stelle ha scelto, stavolta, il candidato sostenuto dalla maggioranza meloniana. Un dato decisivo per la sua vittoria al primo turno, ha osservato YouTrend, «visto che ha superato di poco la soglia della maggioranza assoluta dei voti validi».

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Elly Schlein, alla chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco Andrea Martella a Mestre (Ansa).

L’atavico disprezzo dei cinque stelle per il Pd

Vecchia storia: i cinque stelle disprezzano il Pd e i suoi candidati, e in fondo a suo tempo nacquero proprio per questo, per rottamare il carrozzone della sinistra. Una prospettiva non esattamente incoraggiante in vista delle elezioni politiche del 2027, quando l’alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, vorrebbe sfidare la presidente del Consiglio: e se l’unitarietà fosse poco testarda? Se dunque i cinque stelle si ribellassero – come avvenuto a Venezia ma come avvenuto anche in Abruzzo alle Regionali del 2024, ci dice sempre l’analisi dei flussi – all’idea di concorrere insieme all’odiato Pd per la conquista del Palazzo? Saranno pure dinamiche diverse, quelle locali e quelle politico-nazionali, ma un punto di caduta identico c’è: vincere insieme vuol dire governare insieme. E sulla base di quali idee, quali programmi, quale visione del mondo? I programmi si possono pure aggiustare, emendare, si trova un compromesso per tutto, ma sull’idea di mondo come ci si accorda? La politica estera in questi anni è stata la cartina di tornasole dei rapporti interni alle coalizioni. Nel campo largo in modalità ispanico-veneziana albergano posizioni distinte che verranno rinvigorite dall’avvicinarsi delle Politiche.

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Conte intanto rispolvera l’abito gialloverde

Già si notano vistosi sommovimenti. Giuseppe Conte si è appena accodato al no della Lega all’ingresso dell’Ucraina in Europa: «L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta», ha detto il leader del M5s. «C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento, a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile», ha aggiunto. «Oggi far entrare l’Ucraina non è all’ordine del giorno, tenendo anche conto che c’è l’articolo 42.7 del trattato che siccome impone il mutuo soccorso in caso di attacchi armati a un Paese europeo significherebbe entrare in guerra domani mattina contro la Russia. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione». Anche perché «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». L’alleanza gialloverde è tornata, è viva e lotta insieme a loro. 

Il Pd e il crepuscolo dei modelli schleiniani, da Sánchez a Venezia
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere

Ci risiamo, è tornata la febbre della legge elettorale, cioè del tentativo spesso riuscito di cambiare le regole in corsa nella speranza di vincere e restare a Palazzo Chigi.

Tante modifiche, ma l’obiettivo della stabilità ancora non è stato raggiunto

Dopo 47 anni con lo stesso sistema (proporzionale puro, la cosiddetta legge truffa visse un anno e non fu mai usata) che ha garantito altrettanti anni di governo alla Dc, se passasse la riforma Meloni con il curioso nome di Stabilicum, dalla nascita della Seconda Repubblica a oggi sarebbe la quinta volta in 30 anni che si procede a una modifica, senza aver sempre centrato l’obiettivo sbandierato ogni volta: dare stabilità al Paese. Stabilità che, quando si è avuta – come negli ultimi tre anni e mezzo – è stata piuttosto frutto di una buona campagna elettorale e di scelte politiche ben precise, che siano poi più o meno condivise lo decideranno gli elettori al prossimo giro. Ma l’arte di cavillare sulla legge elettorale, nella speranza di moltiplicare i voti come fossero pani e pesci, finora ha piuttosto portato (insieme a una offerta politica con sempre maggiori lacune strutturali) a un calo dell’affluenza che dovrebbe, quella sì, preoccupare la politica tutta.

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Di riforma in riforma siamo arrivati al Rosatellum

Mattarellum, la tentata svolta dopo Tangentopoli

La prima riforma, a ridosso di Tangentopoli, voleva portare appunto stabilità dopo decenni di governi brevi (sempre con la Dc al centro però) e far sparire le preferenze che erano degenerate nel clientelismo. Era il 1993 e sulla scia della nuova e tuttora usata legge per eleggere i sindaci, nacque il Mattarellum. Un mix di poco proporzionale e molto maggioritario che introduceva bipolarismo e collegi uninominali: portò prima al governo Berlusconi, poi a quello Prodi e nel 2001 di nuovo al Berlusconi 2.

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere
Silvio Berlusconi e Romani Prodi (Ansa).

Il Porcellum e la Consulta “legislatrice”

La nuova legge fu innanzitutto tradita da chi cambiava casacca e schieramento, poi venne abolita e rimpiazzata con quello che il suo ideatore, Roberto Calderoli, battezzò Porcellum. Era un ritorno al proporzionale ma con il premio di maggioranza e le liste dei candidati bloccate dai capi partito. La Corte costituzionale ne bocciò una parte, dando vita al mai usato Consultellum, introducendo così un precedente che è stato determinante negli anni a seguire e, di fatto, anche oggi: per la prima volta i giudici della Consulta intervennero su una legge elettorale, materia che finora era stata considerata intoccabile per garantire l’autonomia delle due Camere e, nel cassare una parte di regole, divennero di fatto essi stessi legislatori. Il Porcellum fu usato per tre legislature, dal 2005 al 2015 e il risultato furono una legislatura di due anni (governo Prodi 2), una di cinque con cambio di maggioranza e governo a metà strada (prima Berlusconi poi Monti) e una in cui il primo arrivato, Pierluigi Bersani, ammise di aver «non vinto», lasciando campo libero a tre cambi di governo e tre diverse maggioranze.

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere
Roberto Calderoli (Imagoeconomica).

L’Italicum renziano rottamato senza essere mai usato

Matteo Renzi nel 2015 si inventò allora l’Italicum, dialogando con Silvio Berlusconi che però alla fine si sfilò dall’accordo. L’Italicum era un proporzionale con premio di maggioranza e sbarramento. Fu approvato con la fiducia, cosa mai successa, ma venne cassato dalla Corte costituzionale e quindi rottamata senza essere mai usata. Due anni dopo, a sanare le criticità indicate dalla Corte, fu approvato il Rosatellum, anch’esso un mix di proporzionale e maggioritario con cui si è votato nel 2018 (tre governi e tre maggioranze) e nel 2022 (un governo, una maggioranza).

Lo Stabilicum e il vecchio miraggio della legge elettorale che fa vincere
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Le polemiche sullo Stabilicum e il rischio di perdere un’altra occasione

La materia, come molti dicono, è assai noiosa, le regole sono difficili da capire e a volte nemmeno chi le scrive sa davvero cosa succederà al momento del voto. Ma sono importanti e di solito funzionano meglio quando sono condivise. Di certo, dopo l’abolizione del Mattarellum, l’aver lasciato ai partiti la decisione monocratica sui candidati non ha aiutato né la selezione della classe dirigente portata dai collegi uninominali, né l’attaccamento al territorio tradizionalmente legato alle preferenze. E, soprattutto, la storia delle leggi conferma che l’unica vera garanzia per vincere le elezioni e restare al governo è fare politica, auspicabilmente buona politica, scegliendo i temi giusti in campagna elettorale, dando vita a un’alleanza che duri cinque anni e indicando un programma che piaccia agli elettori, agli alleati e non sia sconfessato dall’azione di governo. In questi giorni sta ripartendo il cantiere della riforma elettorale, la polemica è già al calor bianco, in attesa che i partiti decidano come affrontare questo anno elettorale, la speranza è che non sia l’ennesima occasione sprecata. 

Meloni: «Non possiamo dire agli italiani che ci sono soldi solo per la difesa»

«Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa. E lo dico da persona che sostiene con forza la necessità che Italia ed Europa facciano di più per difendersi». Lo ha affermato Giorgia Meloni ospite di Mattino Cinque, parlando della trattativa con la Commissione Ue per ottenere flessibilità per le misure contro il caro energia. «Quando chiedi a qualcun altro di occuparsi della tua difesa poi lo paghi. Se di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione. Bisogna cercare un equilibrio», ha aggiunto la premier.

Meloni: «Il costo del carburante è cresciuto meno che in Francia o Germania»

Meloni ha poi assicurato che i provvedimenti del governo in arrivo per scongiurare gli effetti della crisi energetica «saranno sempre puntuali», dicendo: «Ovviamente io comprendo la preoccupazione dei cittadini in questo periodo, è un po’ anche la mia preoccupazione, però voglio anche dire a quei cittadini che possono stare certi del fatto che il governo farà tutto quello che può e che deve per combattere le conseguenze delle crisi internazionali che noi stiamo vivendo». Per quanto riguarda il taglio delle accise, la presidente del Consiglio ha spiegato che «è stato un modo per impedire che esplodesse l’aumento dei prezzi», forse «una magra consolazione, ma da noi il costo del carburante è cresciuto sensibilmente meno di quanto non sia accaduto per esempio in Francia o in Germania».

Meloni: «Non possiamo dire agli italiani che ci sono soldi solo per la difesa»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Sull’immigrazione: «Questo governo ha realizzato un cambio di passo totale»

La premier ha inoltre affrontato il tema dei migranti. «Questo governo ha realizzato un cambio di passo totale rispetto al passato, di fatto interrompendo una volta per tutte l’incremento incontrollato dell’immigrazione illegale, al quale noi assistevamo da anni. Abbiamo invertito la tendenza in modo drastico», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Potremmo anche fare ancora meglio da subito se tutte le componenti dello Stato remassero nella nostra stessa direzione».

Chat antisemite di FdI a Trento, le opposizioni chiedono un’informativa di Meloni

Pd, M5s e Avs hanno chiesto alla Camera un’informativa di Giorgia Meloni dopo la pubblicazione da parte del Domani di alcuni screenshot di una chat di Whatsapp tra dirigenti trentini di Fratelli d’Italia (ex e attuali), in cui si leggono pesanti espressioni antisemite.

I messaggi incriminati scritti in chat

Come spiega il Domani, tutto è nato da una storia pubblicata su Instagram dal giornalista e militante di FdI Francesco Barone, in cui lo si vedeva assieme a David Parenzo, arrivato a Trento per il Festival dell’Economia. «Tra minchioni si intendono bene», scrive Daniele Demattè, consigliere comunale meloniano. Poco dopo il messaggio di dell’ex consigliere comunale Cristian Zanetti: «Peggio degli ebrei non so cosa possa esserci». Una cosa sì, almeno per Antonio Manara, cioè «i leccaculo dei giudei». Via della Scrofa già ieri aveva preso le distanze dal contenuto della chat, spiegando che «qualsiasi forma di antisemitismo è incompatibile con Fratelli d’Italia» e annunciando, se necessario, provvedimenti.

Chat antisemite di FdI a Trento, le opposizioni chiedono un’informativa di Meloni
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein: «Meloni prenda provvedimenti»

«I messaggi di odio antisemita emersi dall’inchiesta del Domani nelle chat territoriali di Fratelli d’Italia di Trento sono gravissimi e inquietanti», ha dichiarato Elly Schlein, segretaria del Pd: «Parliamo di dirigenti ed ex rappresentanti istituzionali del partito di Meloni: per questo è necessario e urgente che lei, in prima persona, condanni con fermezza questi fatti e prenda provvedimenti». E poi: «L’odio antisemita rivolto contro gli ebrei non può trovare alcuno spazio. Non può esserci neppure il minimo dubbio che posizioni come quelle emerse nelle chat possano essere tollerate o derubricate». Dura condanna anche da parte della deputata Debora Serracchiani: «Ci domandiamo come possa la presidente del Consiglio tollerare che possano essere presenti ancora e ricoprire dei ruoli istituzionali importanti ed essere presenti nel coordinamento di FdI alcune persone che hanno in una chat utilizzato dei termini che sono a dir poco antisemiti». Così Francesco Boccia, capogruppo dem al Senato: «Chi guida FdI prenderà provvedimenti contro chi ha espresso questi giudizi? Oppure anche stavolta farà finta di nulla, mettendo come sempre la polvere sotto il tappeto?».

Gli attacchi di M5s e Avs alla premier

Per la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti «non è tollerabile che il partito di maggioranza di questo Paese e quello che esprime la presidente del Consiglio accolga tra le sue fila esponenti che si esprimono come abbiamo letto». Così Riccardo Ricciardi, capogruppo del M5s alla Camera: «Scandalosa e schifosa ipocrisia, avete bollato per mesi tanti di noi come antisemiti e gli antisemiti ce l’avete nel vostro partito».

Donnarumma “a rapporto” da Salvini, Calatrava colpisce ancora: le pillole

Mercoledì 27 maggio, il giorno della Lega: a Roma, nella nuova aula dei gruppi parlamentari a Campo Marzio, Matteo Salvini ha convocato i fedelissimi per il pomeriggio. Si deve parlare di «crescita e stabilità»: e chi viene “a rapporto” per questo appuntamento? Quattro amministratori delegati di peso, ossia Stefano Donnarumma per Fs, Pierroberto Folgiero per Fincantieri, Agostino Scornajenchi per Snam e Flavio Cattaneo per Enel. Occhi soprattutto su Donnarumma, che deve ancora sorbirsi le proteste governative, di Giorgia Meloni in particolare, per le pubblicità escogitate da Italia viva di Matteo Renzi nelle stazioni ferroviarie, con lo slogan “Quando c’era lei. La premier ha poi negato di essersi lamentata direttamente con l’ad di Ferrovie, ma l’irritazione c’è stata, eccome. E poi ci saranno, sotto la guida di Alberto Bagnai che comanda il dipartimento economico della Lega, il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari, il coordinatore dei dipartimenti della Lega Armando Siri, Giulio Centemero, responsabile dipartimento Innovazione Lega, il sottosegretario al Mef Federico Freni (quello che ha mollato il sogno Consob), Claudio Borghi in qualità di componente del Copasir, il sottosegretario al Cipess Alessandro Morelli, la sottosegretaria al Mimit Mara Bizzotto, il presidente della Commissione Attività produttive alla Camera Alberto Gusmeroli. Conclusioni affidate al ministro all’Economia e alle Finanze Giancarlo Giorgetti. Cioè il vero leader, dice qualcuno…

Calatrava colpisce ancora. Pure la Ferrari

Alla fine sulla nuova Ferrari Luce è montato persino papa Leone XIV, che si è messo alla guida della costosissima supercar. Fatto sta che in Borsa il titolo Stellantis ha avuto un crollo, e le recensioni non sono proprio entusiastiche (eufemismo), anche per via del design.

Ma c’era un fastidio in più. Come ben sanno tanti architetti, il dito è stato puntato anche sul luogo scelto per la presentazione romana: la Vela di Calatrava. La stampa infatti ha dovuto faticare non poco per raggiungere la zona, fuori dai circuiti classici degli eventi, a Tor Vergata, periferia Sud-Est della Capitale. Ora, per diverse dicerie che negli anni si sono sommate, il nome di quell’archistar spagnolo naturalizzato svizzero è legato a una pessima fama, roba da fare gli scongiuri. «Ma come gli è venuto in mente di abbinare un nuovo prodotto, della Ferrari poi, con quel progettista lì?», si sente dire fino a Venezia, dove il cosiddetto “ponte della Costituzione”, altra opera di Calatrava, ha falcidiato decine di persone che lo hanno attraversato, finite in ospedale per gli scivoloni nei giorni di pioggia, e non solo.

Donnarumma “a rapporto” da Salvini, Calatrava colpisce ancora: le pillole
Luce, la prima Ferrari elettrica (Imagoeconomica).

Quel gigantesco complesso romano era stato iniziato per i Mondiali di nuoto del 2009, poi l’opera è stata consegnata all’Agenzia del Demanio per la rivisitazione del progetto. Ora per l’ex Città dello Sport si punta, in condivisione con la Regione Lazio e il Comune di Roma Capitale, a realizzare una nuova centralità metropolitana, una «Green City per la salute, la ricerca e la formazione», dicono i promotori. Insomma, un «ecosistema multifunzionale, con spazi pubblici e servizi, nuove opportunità per ripristinare la fiducia dei giovani verso le Istituzioni pubbliche». Adesso questo «spazio futuristico, per la prima volta nella sua storia», è stato dedicato a un evento come quello della Ferrari.

Sabato 30 maggio è in programma addirittura un percorso di scoperta della Ferrari Luce: «L’esperienza immersiva, gratuita e fortemente voluta dall’Agenzia del Demanio e da Roma Capitale, inizierà con un’esposizione delle componenti tecnologiche e di design delle vetture, con successivi momenti di approfondimento delle sue caratteristiche uniche. Al termine della visita, i partecipanti potranno ammirare da vicino anche altri modelli iconici della storia di Ferrari. A rendere ancora più suggestivo l’evento, a partire dalle ore 21, dei light show illumineranno l’architettura avveniristica dell’edificio». C’è chi arriverà con gli amuleti in tasca.

Barbara Berlusconi sfoggia la sua fondazione

Barbara Berlusconi è come suo padre: da qualche tempo ha pure una fondazione a suo nome, e da viva. Sui social stanno impazzando le immagini della visita di BB (ma non è Brigitte Bardot) alla Pinacoteca di Brera, in veste di mecenate e amante delle arti: che poi è il modo migliore per apparire con un profilo “positivo” al grande pubblico e farsi amare dai follower. Sarà lei a mettere il nome, anzi il cognome, di famiglia, alle prossime elezioni politiche? Difficile. Al massimo, dice qualcuno, forse sta facendo un pensierino alle prossime Comunali di Milano del 2027, per aiutare Forza Italia nella piazza meneghina. O magari un altro partito? Ah, saperlo: ma forse Ignazio La Russa già sa come andranno le cose…

Conte e Ranucci dove presentano il libro sulla Rai? Da Mondadori

È davvero il mondo al contrario (ma per una volta il generalissimo Roberto Vannacci non c’entra): la presentazione pentastellata del libro sulla Rai si è svolta nella romana Galleria Alberto Sordi, all’interno dello spazio della libreria Mondadori. Che è della famiglia Berlusconi. Grande partecipazione dei fedelissimi e dei simpatizzanti, tutti a elogiare le fatiche della presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, la pentastellata Daniela Floridia, a cominciare dall’ex premier Giuseppe Conte per continuare con Sigfrido Ranucci. In pole position Duilio Giammaria (quello di Petrolio, il programma di approfondimento giornalistico della Rai) e l’ex direttore del Tg1 Giuseppe Carboni. Più l’ex presidente della Rai Roberto Zaccaria. Alla fine è stata una rimpatriata M5s, sotto le insegne Mondadori.

Radio2 Social Club, Barbarossa promuove Netflix e Zerocalcare

Ogni mattina c’è qualcuno che fa un salto sulla sedia quando vede Luca Barbarossa e i suoi ospiti su Radio2 Social Club, che va in onda anche su Rai 2. Mercoledì mattina ecco Zerocalcare e un gigantesca promo a tutto vantaggio di Netflix, per Due spicci, la nuova miniserie animata realizzata dal celebre fumettista romano (mezzo francese, da parte di madre). «Alla faccia della nostra egemonia culturale, qua sta ancora tutto in mano alla sinistra?», fanno notare quegli insaziabili di Fratelli d’Italia all’ad della Rai Giampaolo Rossi

La procura di Roma chiede di acquisire tutte le chat tra Delmastro e Caroccia

Nell’ambito delle indagini sulla società Bisteccheria d’Italia, la procura di Roma ha chiesto alla giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati di poter acquisire le conversazioni tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, il ristoratore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni e per aver agevolato il clan Senese. Lo riporta il Corriere della Sera.

Delmastro è appena stato ascoltato in Antimafia

Ascoltato in Antimafia in merito alla sua partecipazione nel ristorante Le Cinque Forchette assieme alla figlia di Caroccia, , Delmastro ha dichiarato di essere finito per la prima volta nel locale perché «aveva una struttura simpatica». Precisando, inoltre, di essere stato all’oscuro delle vicissitudini giudiziarie di Caroccia e di essere entrato in società con la figlia senza aver fatto prima alcuna ricerca online. «Bastava cercare su Google. Non farlo è stata una imperdonabile leggerezza politica e non giuridica, che ha portato alle mie dimissioni», ha detto l’ex sottosegretario.

La procura di Roma chiede di acquisire tutte le chat tra Delmastro e Caroccia
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

Il legale di Caroccia “scagiona” Delmastro

«In base agli elementi a mia conoscenza in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro, ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha dichiarato dopo la richiesta dei pm l’avvocato Fabrizio Gallo, legale di Caroccia.

A Vigevano la Lega corre ai ripari: Centinaio commissario provinciale

 L‘exploit dei vannacciani a Vigevano fa tremare la Lega. Il terzo posto conquistato dal candidato futur-nazionalista Furio Suvilla (14,33 per cento) e il sorpasso su quello leghista Riccardo Ghia, fermo all’11 per cento, ha fatto scattare l’allarme in via Bellerio e il commissariamento del partito a Pavia affidato dal segretario lombardo Massimiliano Romeo a Gian Marco Centinaio.

Revocata la nomina del segretario Vignati

Il capo dei senatori leghisti, si legge in una nota, ha revocato «con efficacia immediata» sia il segretario provinciale Jacopo Vignati che il consiglio direttivo provinciale i cui poteri di rappresentanza. I vertici locali sono accusati di aver fatto «scelte politiche in relazione alla composizione della lista elettorale del Comune di Vigevano» – il segretario cittadino Andrea Sala aveva messo in lista due candidati musulmani: il portavoce della comunità islamica locale Hussein Ibrahim e la studentessa Hagar Haggag – che «hanno prodotto effetti lesivi per l’immagine del movimento, arrecando un evidente danno politico all’azione della Lega, con ripercussioni non circoscritte al solo ambito locale, ma estese al livello regionale e nazionale». La lista elettorale, continua il j’accuse, è stata compilata «con imperizia, superficialità e in totale contrasto con la linea politica del movimento, ricordando che l’articolo 6 dello Statuto al comma 2 prevede che “Le cariche elettive relative al candidato sindaco e alla collegata lista riferita a Comuni e città non capoluogo di Provincia, vengono proposte dalle sezioni Comunali competenti, e approvate dalla relativa sezione provinciale». Ritenuto «evidente il danno politico causato dalla mancata vigilanza della segreteria provinciale sulle liste presentate e la necessità di ripristinare una linea del movimento chiara, in modo urgente, in vista dell’imminente secondo turno delle elezioni amministrative», Romeo ha provveduto a nominare Centinaio commissario provinciale.

A Vigevano la Lega corre ai ripari: Centinaio commissario provinciale
MassimilianoRomeo (Imagoeconomica).

Vannacci: «Noi alle centinaia preferiamo le Decime»

Dal canto suo Vannacci risponde a suo modo, su Instagram, alla nomina di Centinaio commissario provinciale. «La conseguenza del grande risultato ottenuto dal candidato Furio Suvilla, sostenuto da Futuro Nazionale, evidentemente ha lasciato il segno», ha commentato il generalissimo. «E per correre ai ripari scelgono proprio Centinaio, quello che diceva che “un generale toscano con l’ideale della Decima Mas non ha niente a che fare con il Nord” e che, pochi giorni fa, dichiarava “Vannacci? Mai stretto neanche la mano». E conclude: «Noi, invece, le idee le abbiamo chiare e alle centinaia preferiamo le Decime. Sempre».