Germania, assedio alla Grande coalizione di Merkel

I nuovi leader della Spd Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans vogliono cambiare il contratto di governo con la cancelliera e ricostruire il welfare state. I conservatori dicono no e la tenuta dell'esecutivo è a rischio. Mentre l'estrema destra di AfD è pronta a cannibalizzare i moderati in un voto anticipato. Lo scenario.

Due politici sconosciuti all’estero, Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, ma evidentemente noti alla base in Germania come dissidenti della linea di governo, sono stati incoronati come leader dagli iscritti al partito socialdemocratico.

Uno schiaffo all’establishment della Spd che dal 2013 governa con i conservatori di Angela Merkel, e una doccia fredda per i conservatori della Cdu-Csu. Farà di tutto per non darlo a vedere, ma la cancelliera ha buoni motivi di trascorrere il Natale nel panico.

Il suo vice Olaf Scholz, ponderato e competente ministro delle Finanze, era il nuovo leader in pectore della Spd, con il braccio destro Klara Geywitz. Sapeva di raccogliere un partito in macerie, dopo le dimissioni in primavera di Andrea Nahles sopraffatta dai fallimenti. Scholz sapeva anche di essere sul filo di lana con numeri: in testa al primo turno, ma con appena il 23% rispetto al 21% di quelli che sono diventati nuovi leader. Nondimeno nessuno, neanche il duo Esken-Walter-Borjans verso l’investitura al Congresso (6-8 dicembre 2019), si attendeva un segnale così forte dagli oltre 200 mila tesserati che hanno risposto al ballottaggio.

I ROBIN HOOD DEI CONTRIBUENTI

«115 mila compagni hanno votato per i due queruli», rompiscatole, commentano in Germania. Mentre i nuovi vertici dell‘estrema destra di AfD, eletti con un tempismo inquietante insieme a Esken e Walter-Borjans, puntano da sciacalli a quel che, profetizzano, resterà dell’Unione della Cdu-Csu. Benché la solida Bundesrepublik si muova a passo lento e monotono (Merkel è cancelliera dal 2006, Helmut Kohl suo pigmalione guidò la Germania per 16 anni), in effetti i tempi potrebbero essere maturi per uno scossone che porti al voto anticipato nel 2020. Il duo Esken-Walter-Borjans ha trascorso anni nelle retrovie, dissociandosi dai tagli al welfare e dalle aperture al mercato già dell’Agenda 2010 di Gerhard Schröder. «Il peccato originale», dicono, della Spd del terzo millennio. Il loro mantra è la «rinegoziazione del contratto di Grande coalizione», chiuso a fatica nel 2018 tra la Spd e la Cdu-Csu, dopo mesi di inedito vuoto di governo per la locomotiva d’Europa. Walter-Borjans, soprannominato il «Robin Hood dei contribuenti», a Merkel chiede di alzare il reddito minimo di 12 euro e ancora più fondi per il clima.

Germania leader Spd Merkel estrema destra AfD
La cancelliera Angela Merkel (Cdu) con il vice cancelliere Olaf Scholz (Spd). GETTY.

L’ENDORSEMENT DI LAFONTAINE

Musica per le orecchie dell’eminenza grigia della Linke – ed ex presidente dei socialdemocratici – Oskar Lafontaine che vede spianarsi la strada per un’alleanza tra la sua sinistra radicale, i Verdi e una Spd tornata alle origini. «Adesso bisogna rompere con il neoliberismo», ha subito commentato il leader tradito da Schröder, «Esken e Walter-Borjans hanno avuto questa chance perché slegati dalle scelte sbagliate del passato. Possono ricostruire lo stato sociale e tornare alla politica di pace di Willy Brandt». L’attacco è anche alla politica muscolare della leader della Cdu, delfina della cancelliera, Annegret Kramp-Karrenbauer, da qualche mese ministro della Difesa, che accelera sul riarmo e auspica nuove riduzioni a un welfare, a suo avviso, «ai limiti del sostenibile». Lafontaine conosce bene la durezza di Kramp-Karrenbauer: entrambi, in tempi diversi, hanno governato la piccola Saarland afflitta dalla crisi dell’acciaio e dalla deindustrializzazione. Nei modi Merkel è più soft, ma la sostanza non cambia: il suo capo di gabinetto ha tagliato corto, di ritocchi all’accordo di governo i cristiano-democratici e sociali non vogliono saperne.

VERSO L’ALLEANZA A SINISTRA?

Difficile che il Robin Hood dei contribuenti e la co-leader si rimangino mesi di campagna e anni di militanza. Hanno anche l’appoggio dell’ala giovanile (Jusos) della Spd. A quel punto i socialdemocratici perderebbero anche il 14-15%, toccando davvero lo zero. E se si rompe il giocattolo e si spacca ancora il partito – Scholz, scosso dai risultati, esclude le sue dimissioni dal ministro dell’Eurogruppo – si possono solo anticipare le Legislative. La nuova guida dei socialdemocratici invita a non guardare come a un tabù le coalizioni con la Linke che dal 1990 inglobò i socialisti dell’ex Ddr: gli esperimenti nei governi locali, nei Comuni e nei Land sono incoraggianti. Nuovi laboratori in questa direzione stanno nascendo dalle alleanze anti-AfD delle Amministrative nel 2019. Verdi e sinistra radicale, con una Spd che inverte davvero rotta dalle grandi coalizioni, potrebbero mollare gli ormeggi per gli esecutivi nazionali. Ne sono convinti anche nell’estrema destra, intenzionata di conseguenza ad «andare al governo» con la Cdu-Csu. Per alcuni conservatori, soprattutto nell’ala bavarese della Csu, non sarebbe la fine del mondo.

L’ESTREMA DESTRA MIRA A ENTRARE NEL GOVERNO

Il regista dell’operazione Aexander Gauland ha passato quasi 40 anni nella Cdu, ed è deciso a traghettare l’AfD – con tutte le sue anime – verso l’alleanza con i moderati. Al Congresso di Braunschweig, assediato da 20 mila contestatori, ha ceduto lo scettro di portavoce a Tino Chrupalla, 44enne homo faber di AfD ed ex militante nei pulcini della Cdu, il «suo ragazzo» commentano in Germania. Come Gauland, Chrupalla viene dalla Sassonia, roccaforte di AfD e delle frange più estremiste dell’estrema destra. È un ex imbianchino e decoratore, un piccolo imprenditore che sa parlare alla gente, chiede sicurezza ed è vicino alla Russia. Da deputato, ha sferrato duri attacchi alla cancelliera Merkel. È definito un «patriota tedesco», come il braccio destro, co-presidente di AfD Jörg Meuthen. Ma ultimamente Chrupalla ha addolcito i toni schierandosi «contro gli antisemiti nel partito», si mormora su ordine di Gauland che in parlamento, fino al nuovo voto, continua a essere il capogruppo e a indicare le mosse. Convinto che presto o tardi tutta la sinistra si metterà d’accordo, e quel giorno Afd vuole essere pronta.

Germania leader Spd Merkel estrema destra AfD
Tino Chrupalla e Joerg Meuthen, alla presidenza dell’estrema destra di AfD, in Germania. GETTY.

IL MAQUILLAGE DI AFD

All’ultimo Congresso anche l’ala ultranazionalista di AfD che ha trionfato in Sassonia, la Flügel di Björn Höcke, ha abbandonato i toni neonazisti. Tutti, incluso Höcke, fanno i responsabili per scalare il Bundestag. Anche a questo servono Chrupalla e Meuthen: appartenenti alla corrente “moderata” ma dialoganti con i leader più estremi del movimento. Che la Cdu, in particolare, ceda alle lusinghe di AfD è però ancora più improbabile di un’apertura alla sinistra della Spd. Proprio i cristiano-democratici di Merkel sono vittime dell’omicidio politico di Walter Lübcke, il governatore locale che accoglieva i migranti freddato a giugno da un neonazista. Le lunghe frequentazioni di figure di AfD come Höcke in questo sottobosco sono assodate. Un sì all’estrema destra spaccherebbe l’Unione della Cdu-Csu più di quanto Esken e Walter-Borjans non dividano i socialdemocratici. E che per AfD si tratti solo maquillage è evidente: il deputato Stephan Brandner, appena destituito dalla guida della commissione parlamentare della Giustizia, per diverse affermazioni razziste e antisemite, è stato eletto vice presidente di AfD.

IL PRECIPIZIO DELLA SPD

Un fatto «mai accaduto prima» nella storia della Bundesrepublik, fanno quadrato tutte le altre forze politiche. L’altro vicepresidente di AfD, in tandem con l’ex co-leader certo non tenera Alice Weidel, è l’ex eurodeputata Beatrix von Storch, nipote dell’ultimo primo ministro di Adolf Hitler. Ricostruire una verginità ad AfD è una mission impossibile. Ma anche i due nuovi leader della Spd sono sul crinale di un precipizio. Nahles, prima donna alla guida dei socialdemocratici, fu nominata nel 2018 con il 50%, il suo mentore Martin Schulz era stato acclamato all’unanimità nel 2017, ma entrambi sono durati poco. Lo storico partito europeo ha continuato a perdere consensi ed elezioni. Al duo si rimprovera già, da una fetta minoritaria ma significativa del partito, la scarsa preparazione nazionale e di governo al cospetto, per esempio, del vice-cancelliere Scholz. Esken, 58enne informatica di Stoccarda, è stata dirigente locale del partito, prima che deputata. Walter-Borjans è un economista 67enne, già ministro delle Finanze nel Nord Reno-Westfalia. Nahles è uscita di scena da leader della Spd con un «statemi bene». Al nuovo duo intanto auguri.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Nato cerca la sua strada al summit del 70esimo anniversario

L'Alleanza Atlantica riunita a Londra affronta minacce esterne, ma soprattutto interne: Trump resta un'incognita e Macron ha scagliato uno degli attacchi più duri di sempre.

L’Alleanza Atlantica compie 70 anni. Ma al vertice Nato di Londra potrebbe esserci ben poco da festeggiare. Raramente i leader alleati si sono ritrovati attorno allo stesso tavolo in un simile clima di tensione, ognuno portatore di una propria visione, divisi su come ridisegnare le relazioni transatlantiche e su come affrontare le sfide di un mondo e di una mappa geopolitica che cambiano sempre più in fretta. Le parole di qualche settimana fa di Emmanuel Macron, che ha parlato di «morte cerebrale» dell’organizzazione, pesano come macigni. E lasciano intravedere un possibile nuovo inedito asse con Donald Trump. Il presidente americano, secondo quanto si apprende, avrà anche un incontro bilaterale con Giuseppe Conte a margine dei lavori.

ERDOGAN E BREXIT GLI OSSERVATI SPECIALI

Ma a pesare sul summit sono inevitabilmente anche le vicende personali di molti dei leader. Nonostante la Brexit il premier britannico Boris Johnson vuole dimostrare come l’uscita dalla Ue non pregiudichi l’impegno del suo Paese nella Nato, mettendo anche in guardia l’amico Trump dal non interferire nelle vicende interne del Regno Unito. Osservato speciale sarà poi il sultano turco Recep Tayyip Erdogan, nel mirino degli europei per l’offensiva contro i curdi nel nord della Siria.

L’OMBRA DELL’IMPEACHMENT SU TRUMP

Ma ancora una volta la vera incognita è cosa farà il presidente Usa, volato in Europa quasi fuggendo dalla morsa dell’impeachment. Un tycoon mai come in questa occasione in cerca di legittimità e visibilità in campo internazionale, per oscurare il processo che sta subendo in casa e che rischia di minare le sue chance di rielezione nel 2020. «Da quando sono presidente il numero degli alleati della Nato che hanno adempiuto ai loro obblighi finanziari è più che raddoppiato!», ha scritto su Twitter mentre era in volo sull’Air Force One verso Londra.

Del resto il summit Nato prende il via proprio nel giorno in cui si apre in Congresso una nuova cruciale fase dell’inchiesta, quella che dovrebbe portare entro Natale al voto della Camera sulla messa in stato di accusa del presidente, rassegnato oramai a sottoporsi nel nuovo anno al giudizio del Senato. Non nuovo ai colpi di scena, cosa abbia in serbo Trump per trasformare Londra in una vetrina che rafforzi la sua immagine sono in molti a chiederselo, dopo i ripetuti scontri sul contributo dei singoli Paesi all’Alleanza. Del resto il tycoon al vertice di Bruxelles lo scorso luglio arrivò ad agitare lo spettro di una clamorosa uscita degli Usa dall’organizzazione, con tanto di incidente diplomatico con Angela Merkel, mollata nel mezzo delle sue dichiarazioni finali. Uno sgarbo che difficilmente la cancelliera tedesca avrà archiviato.

IL PRESSING DEGLI USA CONTRO IL 5G CINESE

Ad accentuare le tensioni potrebbe poi essere il pressing di Washington sugli europei affinché rinuncino a collaborare con i cinesi per realizzare le reti di nuova generazione 5G. «Non dovete fidarvi di società come Huawei o Zte», ha scritto il segretario di Stato americano Mike Pompeo in una lettera aperta agli alleati del Vecchio Continente, sottolineando come per gli Usa sia una questione di sicurezza nazionale. «È fondamentale che i Paesi europei non consegnino il controllo delle loro infrastrutture vitali», ha affermato Pompeo: «Con le capacità del 5G il partito comunista cinese può utilizzate l’accesso di Huawei o Zte nei Paesi europei per rubare informazioni, spiare o sabotare reti infrastrutturali critiche».

IL PROGRAMMA DEL SUMMIT

Il summit sarà preceduto il 3 dicembre da un incontro a 4 fra i leader di Regno Unito, Germania, Francia e Turchia ospitato da Johnson a Downing Street e dedicato alla situazione del conflitto in Siria alla luce della controversa operazione anti milizie curde intrapresa da Ankara. Seguirà in serata il ricevimento cerimoniale dei 29 capi di Stato e di governo invitati dalla regina Elisabetta a Buckingham Palace. Il 4 dicembre i protagonisti si sposteranno a Watford, nell’Hertfordshire, per l’appartato e blindatissimo vertice vero e proprio ospitato nelle sale del Grove Hotel, dove il primo ministro Johnson accoglierà le delegazioni affiancato dal segretario generale dell’Alleanza, il norvegese Jens Stoltenberg, oltre che dal suo ministro della Difesa, Ben Wallace, e dalla viceministra Anne-Marie Trevelyan.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Germania, la crisi dell’acciaio che ferma anche l’Italia

Al siderurgico legata anche la crisi dell’auto. Per i dazi di Trump, la concorrenza dalla Cina e la conversione green dell’Ue. Il cuore della Ruhr è malato: migliaia di cassintegrati agli altiforni.

Anche i grandi soffrono. La crisi dell’acciaio mette a rischio migliaia di posti di lavoro, anche in Germania, soprattutto nei bacini siderurgici della Saarland e della Ruhr contesi nella Prima guerra mondiale per le risorse minerarie e per le industrie pesanti. Ma il cuore europeo delle acciaierie soffre di una «pressione immensa» allertano i vertici dei metalmeccanici (Ig Metall) del Nord Reno-Vestfalia. Le condizioni di mercato, per diversi fattori concomitanti, sono reputate «molto difficili» anche dai vertici del gruppo Nirosta che entro la fine del 2021 programma di abbattere 373 posti di lavoro, in primo luogo negli stabilimenti della Saarland. Nel 2012 Thyssenkrupp cedette il ramo Nirosta ai finlandesi di Outokumpu, che evidentemente non ritengono più redditizio produrre in Germania. Ma non è una questione di stranieri: anche Dillinger e il gruppo Saarstahl, aziende con secoli di storia nel Land, hanno annunciato 1500 esuberi in tre anni.

MENO 4% DI PRODUZIONE DI ACCIAIO

Monta aria di smantellamento tra gli altiforni tedeschi: un comparto di 80 mila addetti siderurgici, 22 mila dei quali nella Saarland, 45 mila in Nord Reno-Vestfalia, diverse altre migliaia in Land come l’Assia. Le acciaierie più grandi reggeranno, ma cambiando radicalmente impianti e lavorazioni. Al costo di miliardi di euro di riconversione e di migliaia di posti di lavoro persi. Nel 2019 in Germania si è prodotto il 4% dell’acciaio in meno dello stesso del 2018. E da settembre parte dei lavoratori della Saarstahl sono in cassa integrazione, come da marzo in Assia alla Buderus Edelstahl che ha cancellato 150 posti di lavoro. Il comparto non migliorerà nel 2020: per l’anno fiscale da settembre 2019 a settembre 2020, l’ammiraglia Thyssenkrupp ha preannunciato una perdita netta «significativamente più elevata», considerato che il bilancio di quest’anno si è chiuso con 304 milioni di euro di perdita netta, rispetto ai 62 milioni del 2018.

Germania crisi acciaio auto Italia
Il monumento alle miniere della Saarland. GETTY.

DALLA SIDERURGIA IL 6% DI EMISSIONI CO2

Così per il 3 dicembre è annunciata in Nord Reno-Westfalia una mobilitazione dei lavoratori di Thyssenkrupp. Contro il «circolo vizioso», dicono, che si trascina dietro anche la grave crisi dell’auto. La tagliola dei dazi di Donald Trump sull’acciaio dall’Ue (con la minaccia di dazi ancora più pesanti sulle auto, e ogni auto ha circa un quintale di acciaio) ha aggravato la contrazione. Già in atto a causa dell’import di acciaio a basso costo – soprattutto dalla Cina -, e del processo di automazione anche nell’industria pesante. Non ultimo, grava l’adeguamento agli obiettivi dell’Ue di emissioni zero e di decarbonizzazione entro il 2050 dell’Ue: alla lunga, l’onere più grande per la siderurgia che da sola in Germania causa il 6% delle emissioni Co2 (il 2,5% gli altiforni di Duisburg, nella Ruhr). Angela Merkel ci punta molto: ha appena approvato un piano per il clima di 100 miliardi entro il 2030, che se da un lato dà incentivi anche alle acciaierie per pulirsi, dall’altro ne uccide il comparto e gli indotti.

Per diventare a emissioni zero Thyssenkrupp stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca

PRODURRE ACCIAIO GREEN COSTA MOLTO

Thyssenkrupp è il primo della branca a cavalcare la rivoluzione green lanciata dall’ultimo governo della cancelliera: entro il 2050 il gruppo intende dichiararsi clima neutrale. Ma per ridurre a zero l’impatto delle emissioni nocive per l’ambiente, nel siderurgico bisogna sostituire tutti gli altiforni a carbone con altiforni a idrogeno, facendoli lavorare con fonti di energia rinnovabili. Il colosso di Essen stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca, per la trasformazione: senza aiuti statali impossibile anche per multinazionali del suo calibro. Tanto più che per Paesi come la Germania attingere dal solare per smantellare le centrali a carbone è più difficile e costoso. Produrre acciaio internamente resterà poi sempre oneroso anche per il costo del lavoro, più alto che negli stabilimenti in Cina sempre più grandi e numerosi. E come se non bastasse nel 2019 si è arrivati a un surplus di acciaio nel mondo, anche per il calo di produzione delle auto a causa delle minori richieste.

Germania crisi acciaio auto Italia
Le scorie durante la produzione dell’acciaio Thyssen negli altiforni di Duisburg. GETTY.

ANCHE LE TUTE BLU DELL’AUTO IN SCIOPERO

La Saarland è pronta a diventare una «regione modello per la produzione di acciaio a emissioni zero». Ma il governo locale guidato dalla Cdu di Merkel chiede che una «protezione del settore a livello nazionale», anche attraverso un pressing nell’Ue per una riesame delle clausole di salvaguardia a freno delle importazioni di acciaio a basso costo. L’agitazione cresce anche nel settore dell’auto: a novembre a Stoccarda, nella capitale tedesca dell’auto, hanno dimostrato in 15 mila dai colossi Daimler, Audi, Bosch e dagli altri gruppi dell’indotto. Ig Metall stima piani di ristrutturazione per 160 aziende del ramo, solo nel Baden-Württemberg: il governo (Verdi e Cdu) del Land – ricco ma legato all’export di auto – ha convocato a settembre i rappresentanti di categoria e il governo. Anche per ridiscutere i parametri della cassa integrazione e per chiedere aiuto al ministero del Lavoro. E se si ferma l’indotto tedesco dell’auto e dell’acciaio, si blocca anche l’indotto italiano.

PIÙ TASSE  E MENO AUTO E ACCIAIO. ANCHE IN ITALIA

Tutte le case automobilistiche investono massicciamente in auto elettriche e a guida autonoma. Il contraltare, come nel siderurgico, è tagliare il costo del lavoro in stabilimenti dove gli operai sono sostituiti da robot. D’altronde i 100 miliardi della Grande coalizione vanno in premi all’acquisto di veicoli elettrici, in riduzioni nei biglietti dei mezzi pubblici meno inquinanti come i treni, e in investimenti per spingere l’energia da fonti rinnovabili, che in Germania sono soprattutto parchi eolici. Tutte spese finanziate dai rincari alle tariffe per le emissioni Co2 nei trasporti e nell’edilizia (per i quali saranno introdotte certificazioni) e dagli aumenti sul consumo di benzina e diesel. Mentre ai costruttori si impongono quote obbligatorie di auto elettriche e sul territorio si piantano stazioni di ricarica. Tempi più verdi, ma molto più grigi per l’industria pesante tedesca che produrrà magari dell’acciaio più pulito. Ma che di sicuro produrrà meno acciaio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I deputati anti-Maduro Magallanes e de Grazia arrivano in Italia

I due dissidenti vivevano da maggio nell'ambasciata dopo essere finiti nel mirino del regime. Fondamentale anche l'intervento di Casini.

Mariela Magallanes e Americo de Grazia sono pronti a essere accolti dall’Italia. I due parlamentari vivevano da maggio 2019 nell’ambasciata italiana di Caracas. Questo dopo che il regime di Nicolas Maduro li aveva accusati di un tentativo di colpo di Stato oltre che incitamento all’insurrezione. Magallanes e de Grazia sono stati eletti nell’Assemblea nazionale esautorata con decreto dallo stesso Maduro e sostituita con l’Assemblea nazionale costituente.

IL VIAGGIO DI CASINI IN VENEZUELA

Con loro anche Pierferdinando Casini che si è mosso in prima persona per portare in Italia i due dissidenti del regime di Maduro.

«Finalmente in volo da Caracas verso Roma con i colleghi Mariela Magallanes e Americo De Grazia, costretti dal maggio scorso a vivere nell’Ambasciata italiana. Sono grato di aver dato un contributo ad una giusta causa umanitaria. Ringrazio la Farnesina e l’Incaricato d’Affari Placido Vigo», ha scritto su Twitter postando alcune foto che li ritraggono insieme e pronti a partire con l’aereo.

LE ORIGINI ITALIANE DEI DUE DISSIDENTI

L’operazione è stata resa possibile anche grazie ad alcuni requisiti che hanno permesso la Farnesina e l’ambasciata di intervenire. Magallanes, infatti, è sposata con un cittadino italiano e con lui aveva tentato di lasciare il Paese quando il Tribunale Supremo di Giustizia le aveva tolto, insieme ad altri sei deputati, l’immunità. La donna era arrivata in aeroporto dove però era stata respinta ai controlli. Storia simile a quella di de Grazia, figlio di un italiano e anche lui finito nel mirino di Maduro. Entrambi si sono così rifugiati nell’ambasciata sino all’epilogo di domenica 1 dicembre.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il giornalista Chamorro denuncia la repressione di Ortega in Nicaragua

Centinaia di contestatori arrestati. Chiese attaccate dai paramilitari. Il Paese da un anno vive in uno stato d'assedio. Tornato dall'esilio in Costa Rica, il direttore de El Confidencial si dice pronto a lottare contro il regime di Managua. E ripercorre la speranza tradita della rivoluzione sandinista. L'intervista.

«Non torno in Nicaragua perché la situazione è migliorata. Torno per lottare», dice a Lettera43.it Carlos Fernando Chamorro, direttore del settimanale El Confidencial ed erede di una famiglia che ha fatto la storia del Paese centroamericano da un anno infiammato dalle proteste anti-Ortega.

L’omicidio nel 1978 del padre di Chamorro, il giornalista Pedro Joaquín Chamorro Cardenal scatenò la rivoluzione contro il regime dei Somoza. Sua madre Violeta Barrios Torres de Chamorro a capo dell’opposizione sconfisse i sandinisti alle Presidenziali del 1990.

In quell’occasione, i quattro figli si divisero: due si schierarono con la madre, due con Daniel Ortega, tra cui Carlos Fernando al tempo direttore del giornale sandinista Barricada. Dopo quella parentesi, è però passato all’opposizione e lo scorso gennaio ha deciso di lasciare il Nicaragua per trasferirsi in Costa Rica. Da pochi giorni, però, ha fatto ritorno in patria. «Il regime non è riuscito a schiacciare gli oppositori», spiega, «continua la resistenza degli studenti universitari, dei prigionieri politici, delle madri delle vittime che reclamano giustizia, dei giornalisti. Sono tornato proprio per unirmi alla loro lotta».

Carlos Fernando Chamorro con aka moglie Desiree Elizondo al suo ritorno in Nicaragua lo scorso 25 novembre.

DOMANDA. Perché a gennaio ha deciso di lasciare il Nicaragua?  
RISPOSTA. C’era una situazione critica. La mia redazione era stata occupata dalla polizia senza alcun mandato, il giornale sequestrato. Erano stati arrestati i giornalisti Miguel Mora e Lucia Pineda. Inoltre ero venuto a conoscenza di piani e ordini per catturare altri colleghi, me compreso. Così sono andato in esilio per preservare la mia libertà e quella di mia moglie.

Non ha abbandonato il giornalismo, però.
Esatto, non ho mai smesso di lavorare. In Costa Rica siamo riusciti a riorganizzare la nostra produzione televisiva grazie alla solidarietà di Teletica. Espulsi dall’etere e dal cavo, ci siamo trasferiti su YouTube e sui social network. La mia redazione si è dispersa: una parte è andata in esilio, molti giornalisti sono rimasti in Nicaragua. Ma abbiamo sempre continuato a raccontare storie.

La situazione in Nicaragua è ancora tesa. Cosa l’ha spinta a fare ritorno?
Abbiamo valutato il rischio, e ci siamo presi una grande responsabilità, perché in effetti in Nicaragua non ci sono garanzie. Ma torno per fare pressione, per chiedere la restituzione del Confidencial, e per riprendere a fare giornalismo in questo Paese a contatto diretto con la sua realtà e la sua gente. In Costa Rica restano decine di migliaia di rifugiati che non possono tornare fino a quando non ci sarà un cambio democratico e saranno smantellati i paramilitari. Si vive di fatto in uno stato d’assedio. Dopo la crisi in Bolivia nelle ultime settimane si è registrata una escalation nella repressione. Ma il regime ha fallito, perché non è riuscito a schiacciare l’opposizione. Continua la resistenza degli studenti universitari, dei prigionieri politici, delle madri degli assassinati che reclamano giustizia, dei giornalisti che cercano di garantire la libertà di stampa. La mia decisione di tornare è per appoggiare la loro lotta.

Proteste anti-governative a Managua, Nicaragua.

A luglio la Rivoluzione sandinista ha celebrato i suoi 40 anni. Immaginava nel 1979 che si sarebbe ritrovato in una situazione del genere? 
La rivoluzione, con il rovesciamento di Somoza, fu un momento di speranza in un cambio profondo. Ma in seguito ha generato i suoi demoni. Il Paese ha vissuto grandi trasformazioni, ma la guerra civile ha causato ferite profonde. La rivoluzione si concluse nel febbraio 1990, con la sconfitta elettorale del Fronte sandinista che da allora entrò in crisi. Ci fu un tentativo di democratizzazione con la creazione del Movimento rinnovatore sandinista che cercò e che cerca ancora di essere un partito di sinistra democratica.

Cosa non ha funzionato?
Ortega ha monopolizzato i simboli e le bandiere della rivoluzione. E quando è tornato al potere, nel 2007, ha dato vita a un governo autoritario, neoliberale, sfociato in una dittatura sanguinaria. Come avremmo potuto prevedere che un rivoluzionario che aveva contributo a sconfiggere Somoza si sarebbe trasformato in un dittatore? È qualcosa che supera ogni immaginazione.

Daniel Ortega con la moglie e vicepresidente Rosario Murillo.

Lei era uno stretto collaborare di Ortega. Riesce a spiegare i motivi profondi di questa trasformazione?
Ortega non era il solo leader del Fronte sandinista, è uno Stalin tropicale, assolutamente incapace di ogni autocritica, e completamente manipolato dalla moglie, vicepresidente. Ormai la gente non parla più di Ortega, ma di Ortega e Murillo: gli Ormu. Un duo indissolubile che si aggrappa disperatamente al potere, sono una coppia che è peggio di quella di House of Cards

Eppure la storia insegna che a ogni rivoluzione segue un “Terrore”. Davvero non era prevedibile anche in Nicaragua?
Forse abbiamo sofferto la carenza di cultura democratica a causa del cosiddetto caudillismo latinoamericano. Ortega non è stato l’unico ad avere intrapreso un percorso del genere. Credo che il peccato originale della rivoluzione sia stato non aver sottoposto il potere al controllo dei cittadini. Ne è derivato un regime assoluto non solo di un partito, ma di una famiglia. Esattamente come era accaduto con Somoza.

Tutta l’America Latina in questo momento si sta infiammando. Cosa accade?
Sono movimenti spesso imprevedibili come nel caso cileno. Fenomeni con dinamiche e soggetti differenti. In alcuni casi si protesta per la mancanza di opportunità, per la mancanza di equità, per la mancanza di partecipazione politica. In altri contro brogli elettorali, come in Bolivia. Ma il mondo di Ortega è chiuso tra Caracas e L’Avana. Le dimissioni e la fuga di Evo Morales, secondo l’analisi del regime, sono solo il frutto di un complotto. La soluzione è semplice: aumentare la repressione.

Dopo l’assedio della cattedrale di Managua, i paramilitari hanno circondato una chiesa di San Miguel a Masaya dove un sacerdote e 13 madri di detenuti politici erano in sciopero della fame.
E dire che quando Ortega cominciò la campagna per tornare al potere, tra il 2003 e il 2004, chiese pubblicamente perdono per gli errori della rivoluzione sandinista e gli abusi contro la Chiesa. Con la crisi del regime, si era rivolto ai vescovi per instaurare un dialogo nazionale, visto che erano gli unici a godere del rispetto e della fiducia della popolazione. Ma quando il tentativo è fallito Ortega non ci ha pensato due volte e ha cominciato ad attaccare chiese e prelati. Adesso si assiste a una nuova escalation perché la Chiesa continua a stare a fianco delle vittime del regime. Ciò che è accaduto nella chiesa di San Miguel dimostra che il regime è in fase terminale ed è quindi più pericoloso. Attaccando la Chiesa, Ortega si sta tagliando tutte le possibili vie di fuga.


Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il giornalista Chamorro denuncia la repressione di Ortega in Nicaragua

Centinaia di contestatori arrestati. Chiese attaccate dai paramilitari. Il Paese da un anno vive in uno stato d'assedio. Tornato dall'esilio in Costa Rica, il direttore de El Confidencial si dice pronto a lottare contro il regime di Managua. E ripercorre la speranza tradita della rivoluzione sandinista. L'intervista.

«Non torno in Nicaragua perché la situazione è migliorata. Torno per lottare», dice a Lettera43.it Carlos Fernando Chamorro, direttore del settimanale El Confidencial ed erede di una famiglia che ha fatto la storia del Paese centroamericano da un anno infiammato dalle proteste anti-Ortega.

L’omicidio nel 1978 del padre di Chamorro, il giornalista Pedro Joaquín Chamorro Cardenal scatenò la rivoluzione contro il regime dei Somoza. Sua madre Violeta Barrios Torres de Chamorro a capo dell’opposizione sconfisse i sandinisti alle Presidenziali del 1990.

In quell’occasione, i quattro figli si divisero: due si schierarono con la madre, due con Daniel Ortega, tra cui Carlos Fernando al tempo direttore del giornale sandinista Barricada. Dopo quella parentesi, è però passato all’opposizione e lo scorso gennaio ha deciso di lasciare il Nicaragua per trasferirsi in Costa Rica. Da pochi giorni, però, ha fatto ritorno in patria. «Il regime non è riuscito a schiacciare gli oppositori», spiega, «continua la resistenza degli studenti universitari, dei prigionieri politici, delle madri delle vittime che reclamano giustizia, dei giornalisti. Sono tornato proprio per unirmi alla loro lotta».

Carlos Fernando Chamorro con aka moglie Desiree Elizondo al suo ritorno in Nicaragua lo scorso 25 novembre.

DOMANDA. Perché a gennaio ha deciso di lasciare il Nicaragua?  
RISPOSTA. C’era una situazione critica. La mia redazione era stata occupata dalla polizia senza alcun mandato, il giornale sequestrato. Erano stati arrestati i giornalisti Miguel Mora e Lucia Pineda. Inoltre ero venuto a conoscenza di piani e ordini per catturare altri colleghi, me compreso. Così sono andato in esilio per preservare la mia libertà e quella di mia moglie.

Non ha abbandonato il giornalismo, però.
Esatto, non ho mai smesso di lavorare. In Costa Rica siamo riusciti a riorganizzare la nostra produzione televisiva grazie alla solidarietà di Teletica. Espulsi dall’etere e dal cavo, ci siamo trasferiti su YouTube e sui social network. La mia redazione si è dispersa: una parte è andata in esilio, molti giornalisti sono rimasti in Nicaragua. Ma abbiamo sempre continuato a raccontare storie.

La situazione in Nicaragua è ancora tesa. Cosa l’ha spinta a fare ritorno?
Abbiamo valutato il rischio, e ci siamo presi una grande responsabilità, perché in effetti in Nicaragua non ci sono garanzie. Ma torno per fare pressione, per chiedere la restituzione del Confidencial, e per riprendere a fare giornalismo in questo Paese a contatto diretto con la sua realtà e la sua gente. In Costa Rica restano decine di migliaia di rifugiati che non possono tornare fino a quando non ci sarà un cambio democratico e saranno smantellati i paramilitari. Si vive di fatto in uno stato d’assedio. Dopo la crisi in Bolivia nelle ultime settimane si è registrata una escalation nella repressione. Ma il regime ha fallito, perché non è riuscito a schiacciare l’opposizione. Continua la resistenza degli studenti universitari, dei prigionieri politici, delle madri degli assassinati che reclamano giustizia, dei giornalisti che cercano di garantire la libertà di stampa. La mia decisione di tornare è per appoggiare la loro lotta.

Proteste anti-governative a Managua, Nicaragua.

A luglio la Rivoluzione sandinista ha celebrato i suoi 40 anni. Immaginava nel 1979 che si sarebbe ritrovato in una situazione del genere? 
La rivoluzione, con il rovesciamento di Somoza, fu un momento di speranza in un cambio profondo. Ma in seguito ha generato i suoi demoni. Il Paese ha vissuto grandi trasformazioni, ma la guerra civile ha causato ferite profonde. La rivoluzione si concluse nel febbraio 1990, con la sconfitta elettorale del Fronte sandinista che da allora entrò in crisi. Ci fu un tentativo di democratizzazione con la creazione del Movimento rinnovatore sandinista che cercò e che cerca ancora di essere un partito di sinistra democratica.

Cosa non ha funzionato?
Ortega ha monopolizzato i simboli e le bandiere della rivoluzione. E quando è tornato al potere, nel 2007, ha dato vita a un governo autoritario, neoliberale, sfociato in una dittatura sanguinaria. Come avremmo potuto prevedere che un rivoluzionario che aveva contributo a sconfiggere Somoza si sarebbe trasformato in un dittatore? È qualcosa che supera ogni immaginazione.

Daniel Ortega con la moglie e vicepresidente Rosario Murillo.

Lei era uno stretto collaborare di Ortega. Riesce a spiegare i motivi profondi di questa trasformazione?
Ortega non era il solo leader del Fronte sandinista, è uno Stalin tropicale, assolutamente incapace di ogni autocritica, e completamente manipolato dalla moglie, vicepresidente. Ormai la gente non parla più di Ortega, ma di Ortega e Murillo: gli Ormu. Un duo indissolubile che si aggrappa disperatamente al potere, sono una coppia che è peggio di quella di House of Cards

Eppure la storia insegna che a ogni rivoluzione segue un “Terrore”. Davvero non era prevedibile anche in Nicaragua?
Forse abbiamo sofferto la carenza di cultura democratica a causa del cosiddetto caudillismo latinoamericano. Ortega non è stato l’unico ad avere intrapreso un percorso del genere. Credo che il peccato originale della rivoluzione sia stato non aver sottoposto il potere al controllo dei cittadini. Ne è derivato un regime assoluto non solo di un partito, ma di una famiglia. Esattamente come era accaduto con Somoza.

Tutta l’America Latina in questo momento si sta infiammando. Cosa accade?
Sono movimenti spesso imprevedibili come nel caso cileno. Fenomeni con dinamiche e soggetti differenti. In alcuni casi si protesta per la mancanza di opportunità, per la mancanza di equità, per la mancanza di partecipazione politica. In altri contro brogli elettorali, come in Bolivia. Ma il mondo di Ortega è chiuso tra Caracas e L’Avana. Le dimissioni e la fuga di Evo Morales, secondo l’analisi del regime, sono solo il frutto di un complotto. La soluzione è semplice: aumentare la repressione.

Dopo l’assedio della cattedrale di Managua, i paramilitari hanno circondato una chiesa di San Miguel a Masaya dove un sacerdote e 13 madri di detenuti politici erano in sciopero della fame.
E dire che quando Ortega cominciò la campagna per tornare al potere, tra il 2003 e il 2004, chiese pubblicamente perdono per gli errori della rivoluzione sandinista e gli abusi contro la Chiesa. Con la crisi del regime, si era rivolto ai vescovi per instaurare un dialogo nazionale, visto che erano gli unici a godere del rispetto e della fiducia della popolazione. Ma quando il tentativo è fallito Ortega non ci ha pensato due volte e ha cominciato ad attaccare chiese e prelati. Adesso si assiste a una nuova escalation perché la Chiesa continua a stare a fianco delle vittime del regime. Ciò che è accaduto nella chiesa di San Miguel dimostra che il regime è in fase terminale ed è quindi più pericoloso. Attaccando la Chiesa, Ortega si sta tagliando tutte le possibili vie di fuga.


Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

A Malta l’imperatore dei casinò Fenech incriminato per l’omicidio di Caruana Galizia

Su di lui ipotesi di collegamento con le mafie italiane. Il premier Muscat si dimetterà il 18 gennaio. E i laburisti stanno preparando la successione. In pole l'eurodeputata Dalli.

L’ora del redde rationem è arrivata, a Malta. Mentre il premier Joseph Muscat dovrebbe lasciare al più tardi il 18 gennaio, per l’imprenditore Yorgen Fenech è arrivata l’incriminazione formale per l’omicidio di Daphne Caruana Galizia. Per gli inquirenti è il 37enne erede del Tumas Group, trasformato dal padre in un impero di casinò veri e online, alberghi di lusso, porti privati, condomini esclusivi, il mandante dell’autobomba che il 16 ottobre 2017 uccise la giornalista.

DALLI IN POLE PER PRENDERE LA CORONA POLITICA A MUSCAT

Al termine di un’udienza lampo nei suoi confronti sono scattati tre capi di imputazione: organizzò, finanziò e si rese complice dell’omicidio. E si avvicina così l’ora in cui anche il premier Joseph Muscat, con la chiusura dell’inchiesta, dovrà rispondere a chi gli chiede di andarsene. Non solo alle migliaia di maltesi che da giorni protestano in massa sotto le sedi del potere alla Valletta (per domani alle 16, l’ottavo appuntamento), ma anche ad una sempre più larga fetta del partito. Con in prima fila la candidata in pole position per la successione, l‘eurodeputata Miriam Dalli.

IL PARTITO LABURISTA ORGANIZZA LA SUCCESSIONE

La quale ha aperto la giornata con un post su Facebook che ha scatenato i social. «Sono arrabbiata e tradita», ha scritto Dalli, aggiungendo: «So che, come me, moltissime altre persone si sentono come me. Quelli con cui ho parlato, laburisti e non, si sentono disorientati. Non è questione di laburisti o nazionalisti. Questa è una questione che riguarda l’intero paese». Secondo fonti del partito laburista, in queste ore sta venendo messa a punto la macchina per la scelta del successore di Muscat. L’8 gennaio un primo turno di votazione per scremare la rosa dei candidati. Il 18 gennaio il ballottaggio finale. Quel giorno Muscat dovrebbe passare la mano. Ma i convulsi sviluppi delle indagini, delle proteste, delle pressioni internazionali (Parlamento Europeo e Consiglio d’Europa hanno il caso Malta nel mirino, con molti dubbi sul rispetto dello stato di diritto) non fanno escludere accelerazioni.

FENECH E IL SOSPETTO DEI LEGAMI CON LE MAFIE ITALIANE

Yorgen Fenech, (su cui gravano anche sospetti di collegamenti con mafie italiane, con gli investigatori che hanno fatto sapere di star seguendo con la collaborazione dell’Interpol le tracce dei fornitori italiani della bomba) si è dichiarato durante l’udienza ‘non colpevole’. L’imprenditore subito dopo il fermo, e dopo aver tentato di fuggire da Malta con il suo yacht, ha puntato il dito contro Keith Schembri, sostenendo che è stato l’ex braccio destro di Muscat l’ideatore dell’omicidio. Fenech ha chiesto anche la grazia in cambio delle sue prove contro Schembri. Ma non è stato creduto.

LA PROVA DELLA FOTO CON IL TASSISTA USURAIO

Il 29 novembre in tribunale ha dichiarato di avere una foto dell’intermediario, il tassista-usuraio Melvin Theuma che lo ha accusato di essere il mandante, assieme al capo di gabinetto nel suo ufficio all’Auberge de Castille. Ed oggi la foto è puntualmente spuntata in prima pagina sul Malta Today. Prova inconfutabile che i due si conoscevano. Dal gioco delle accuse incrociate ha cercato di smarcarsi il ministro all’Economia, Chris Cardona, quello che si autosospese nel giorno delle dimissioni di Schembri e Mizzi. In una lettera inviata al presidente del Parlamento ha dichiarato di essere preoccupato per aver appreso che c’è stato almeno un tentativo di “incastrare” il suo nome nell’inchiesta. Cardona fu messo sulla graticola da Caruana Galizia nel gennaio 2017, quando sul suo blog raccontò di una serata del ministro in un bordello assieme al suo assistente durante una missione in Germania. Cardona fece causa per diffamazione ma la giornalista venne uccisa prima che il caso potesse essere dibattuto.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Spd svolta a sinistra: Walter-Borjans e Esken battono Scholz

La base socialdemocratica incorona il duo di dissidenti ,voltando le spalle al vicecancelliere della Grosse Koalition con la Merkel. Una scossa per il governo.

I socialdemocratici tedeschi svoltano a sinistra e voltano le spalle al vicepremier della Grosse Koalition con la Cdu, Olaf Scholz. Il referendum interno per la leadership della Spd è infatti stato vinto da Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken. Il duo di dissidenti si è imposto sul vicecancelliere Olaf Scholz e Klara Geywitz, garanti invece della tenuta della Grosse Koalition con Angela Merkel. L’esito di questa elezione potrebbe dare dunque un nuovo scossone al governo, mettendone a rischio il futuro.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Per Fca 4,5 miliardi di dollari di nuovi investimenti in Usa

Lo prevede l'accordo preliminare sul contratto trovato col sindacato dei metalmeccanici negli States. Nel piano anche 7.900 posti di lavoro.

Nuova crescita per Fiat Chrysler Fca negli Stati Uniti. Fca e il United Auto Workers, il potente sindacato dei metalmeccanici americani, hanno raggiunto un accordo preliminare per il rinnovo del contratto di lavoro. L’intesa, riporta la stampa americana, prevede 4,5 miliardi di dollari di nuovi investimenti e 7.900 posti di lavoro.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Jeanine Añez e Monica Eva Copa: le due donne alla guida della Bolivia

La prima di destra è presidente ad interim. La seconda, del Mas, è la numero uno del Senato. Insieme cercano di riappacificare il Paese traghettandolo fuori dalla crisi politica.

Da Evo a Eva, è l’ovvia battuta che è stata fatta. Ma sarebbe più corretto dire: da Evo a Jeanine e Eva. Stiamo parlando di Jeanine Añez Chávez e Mónica Eva Copa Murga: due donne dal profilo apparentemente opposto che hanno preso in mano la situazione in Bolivia dopo la fuga di Evo Morales, e che ora tentano di riportare la pace nel Paese dopo gli scontri costati finora 32 morti e 715 feriti.

LE DUE DONNE ALLA GUIDA DELLA BOLIVIA

Capelli ossigenati e ben pettinati, Jeanine Añez Chávez, classe 1967, direttrice di un canale tivù e senatrice del partito di destra Movimento Democratico Sociale, dopo la fuga di Morales e del suo vice Álvaro García Linera e le dimissioni dei presidenti di Senato e Camera Adriana Salvatierra e Víctor Borda – tutti esponenti del Movimento al socialismo (Mas) e davanti a lei nella linea di successione costituzionale – è diventata presidente a interim della Bolivia. L’altra donna forte della Bolivia, Mónica Eva Copa Murga, ha invece capelli bruni, la treccia e grandi occhiali. Classe 1987, attivista femminista ed esponente del Mas, dal 14 novembre è la nuova presidente del Senato.

Jeanine Anez, presidente ad interim della Bolivia.

LA FOTO DELLA RIAPPACIFICAZIONE

Jeanine e Monica, il giorno e la notte, una «oligarca bianca razzista» e una «india comunista» sono state definite. Eppure il 24 novembre si sono fatte fotografare insieme a Palacio Quemado, mentre reggevano il testo della legge con cui sono state indette entro 120 giorni nuove elezioni. Le due donne si sono anche abbracciate a favore di flash, un segno ancora più esplicito di riappacificazione, dopo che anche i militanti del Mas avevano rimosso i blocchi che impedivano l’arrivo di alimenti e carburante nelle principali città. 

La foto di rito.

LA NOMINA DEL TRIBUNALE

In maggioranza a Camera e Senato, il Mas aveva fatto mancare il numero legale al momento dell’insediamento di Jeanine Añez. La successione è avvenuta dunque con una procedura non regolare, che però è stata convalidata dal Tribunale costituzionale plurinazionale per «stato di necessità». Lo stesso tribunale che aveva consentito a Evo Morales di ricandidarsi per la quarta volta, in barba all’articolo 168 della Costituzione e a un referendum. Da qui erano nate le prime contestazioni che si erano infiammate con le accuse di brogli. Infine le forze armate hanno indotto Morales a dimettersi e abbandonare il Paese. 

bolivia evo morales news
L’arrivo di Evo Morales in Messico.

IL MURO CONTRO MURO

Con il boicottaggio delle istituzioni e la strategia dei blocchi, il Mas sembrava aver seguito l’invito di Morales, riparato in Messico, alla lotta dura contro i “golpisti”. Jeanine Añez dal canto suo aveva sposato la linea del muro contro muro come dimostra il decreto con cui il 14 novembre aveva garantito una sostanziale impunità ai militari impegnati nella repressione delle proteste. 

bolivia-scontri-morales-polizia
Disordini scoppiati vicino a Cochabamba, in Bolivia.

SEGNALI DI DISTENSIONE

Con l’elezione di Eva Copa, il Mas però ha lanciato un primo segnale di distensione e la volontà di cooperare per una soluzione condivisa della crisi. Non a caso la legge approvata il 23 novembre stabilisce che alle prossime elezioni né Morales né García Linera potranno candidarsi, ma il Mas sarà in corsa e potrebbe persino ottenere un buon risultato se l’opposizione tornerà a dividersi. Eva Copa potrebbe a questo punto essere una eccellente candidata alla Presidenza. Da Evo a Eva, appunto. «Stiamo tornando alla normalità dopo un momento tanto duro e tanto drammatico», ha dichiarato Jeanine Añez. «Le donne non hanno paura di guidare questo Paese, ce ne incaricheremo tutte. Governo e opposizione, in pollera (la tipica gonna indigena, ndr) o in calzoni, classe media e classe alta, tutte lavoreremo assieme per la Bolivia». Certo, non ha aggiunto «anche per impedire agli uomini degli due schieramenti di distruggerlo». Ma sembrava sottinteso. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Albania ha smesso di cercare superstiti del sisma di Durazzo

Le vittime salgono a 50, ma tra i 2000 feriti ce ne sono di gravi. Alcuni vengono trasferiti in Puglia.

Sono 50 le vittime del terremoto di martedì 26 novembre in Albania. Cinquanta, un numero ufficiale che potrebbe ancora salire perché 2.000 sono i feriti, alcuni in gravi condizioni, mentre sono terminate le ricerche di eventuali superstiti o corpi senza vita tra le macerie. Lo ha annunciato questa mattina il premier Edi Rama, affermando che i feriti sono circa 2.000. Il governo di Tirana alza bandiera bianca, non c’è più speranza. Il premier ha inoltre indicato che, secondo i dati preliminari, circa 900 edifici a Durazzo e oltre 1.465 nella capitale Tirana hanno subito gravi danni.

SEI BAMBINI TRA LE VITTIME

Tra le vittime si contano sei bambini e 22 donne. Sono 26 le persone morte nel crollo di due palazzine nella sola Thumana, località a circa 20 chilometri a nord di Tirana, mentre altre 24 hanno perso la vita in varie zone di Durazzo, dove sono crollati due alberghi sulla spiaggia, due palazzi in città e una villetta di tre piani, nella quale sono morti 8 membri della famiglia Lala, tra cui 4 bambini. Tra i feriti, almeno 41 sono ancora ricoverati negli ospedali di Tirana e Durazzo. Grave una giovane ragazza, che non può nemmeno trasferita all’estero, come invece è successo per altre tre persone, due delle quali sono state portate in Italia, per ottenere cure specializzate. In gravi condizioni anche un ragazzo.

LA SOLIDARIETÀ ITALIANA

In collaborazione con aeroporti di Puglia, la Regione Puglia ha potenziato i collegamenti aerei con l’Albania da Bari e Brindisi, per fare fronte a molteplici esigenze logistiche. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, è in continuo contatto con la task force dei volontari e degli specialisti della Protezione civile regionale e del Servizio sanitario regionale-servizio maxi-emergenze e 118 che in queste ore sono a Durazzo e in altri centri dell’Albania colpiti dal terremoto. La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha destinato 500.000 euro, provenienti dai fondi dell’8xmille, alle vittime del terremoto. Lo stanziamento avverrà tramite Caritas Italiana – informa una nota -, che ne renderà conto al Servizio per gli Interventi Caritativi a favore del Terzo Mondo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La conferenza stampa di Wong fa litigare Italia e Cina

Il collegamento video dell'attivista di Hong Kong fa irritare Pechino. Che definisce «irresponsabili» i parlamentari che l'hanno organizzato. La Farnesina: «Ingerenza inaccettabile».

Duro botta e risposta tra Italia e Cina su Hong Kong. Al centro del contendere, la conferenza stampa in collegamento video tenuta il 28 novembre dall’attivista e volto delle manifestazioni pro-democrazia nell’ex colonia britannica Joshua Wong. Conferenza che ha irritato non poco Pechino. «Wong ha distorto la realtà, legittimato la violenza e chiesto l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong», ha attaccato l’ambasciata cinese in un tweet. «I politici italiani che hanno fatto la videoconferenza con lui hanno tenuto un comportamento irresponsabile».

Pronta la replica della Farnesina. «Dichiarazioni quali quelle rese dal portavoce dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma sono del tutto inaccettabili e totalmente irrispettose della sovranità del parlamento italiano», hanno dichiarato fonti della Farnesina sentite dall’Ansa, spiegando che all’ambasciatore cinese a Roma è stato espresso «forte disappunto per quella che è considerata una indebita ingerenza nella dialettica politica e parlamentare italiana».

Non siamo una provincia cinese, anche se magari Grillo la pensa così

Matteo Salvini

Sulla questione è intervenuto anche il leader della Lega Matteo Salvini, che non ha perso l’occasione per polemizzare con il Movimento 5 stelle, e in particolare col suo fondatore: «Non siamo una provincia cinese (anche se magari Grillo la pensa così) e per noi Democrazia, Libertà e Diritti Umani sono dei valori irrinunciabili».

LA CONFERENZA STAMPA ORGANIZZATA DA FDI E RADICALI

La conferenza stampa di Wong, tenuta nella Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica, è stata organizzata da Fratelli d’Italia e dal Partito Radicale e promossa dal senatore di FdI e vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, da Laura Harth, rappresentante del Partito Radicale presso l’Onu, e da Giulio Terzi di Sant’Agata, diplomatico e già ministro degli Esteri nel governo Monti. Sono intervenuti, tra gli altri, anche i parlamentari Enrico Aimi (Forza Italia) e Valeria Fedeli (Partito Democratico).

La Via della Seta non è altro che una strategia della Cina per influenzare i Paesi

Joshua Wong

Tra le altre cose, nel suo collegamento Wong ha accusato l’Italia di fornire alla polizia di Hong Kong mezzi per la «repressione» dei manifestanti; al tempo stesso, ha messo in guardia il governo di Roma, invitandolo a «stare attento in particolare al progetto Belt and Road Inititative, la Via della Seta. Non è altro che una strategia della Cina per influenzare i Paesi».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Uomo armato di coltelli fermato dalla polizia sul London Bridge

Una persona è stat auccisa e quattro ferite in un attacco nel cuore di Londra. Evacuata la zona. L'assalitore potrebbe non essere stato solo.

Spari e terrore sul London Bridge di Londra: la polizia britannica ha sparato e colpito un uomo armato di coltelli. Le forze dell’ordine hanno evacuato la zona e parlato inizialmente di un incidente. Il bilancio dell’attacco, secondo Sky News, è di un morto – che non è l’aggressore – e quattro feriti. Scotland Yard ipotizza che l’attacco sia legato al “terrorismo”. Lo scrive in un tweet la Metropolitan Police che aggiunge tuttavia come le circostanze siano ancora «non chiare».

PASSANTI IN LOTTA CON L’AGGRESSORE

L’aggressore di London Bridge ha avuto una colluttazione con persone in abiti civili prima di essere neutralizzato della polizia, intervenuta pochi minuti dopo l’allarme scattato alle 14 ora locale circa, le 15 in Italia. Lo mostrano le immagini di un video rimbalzato sui media britannici, dove si vede un uomo per terra, presumibilmente l’aggressore, e alcune persone che sembrano essere passanti in lotta con lui.

Scotland Yard ha annunciato di aver “fermato” un uomo armato con coltelli che oggi a London Bridge aveva attaccato alcune persone. Lo si legge sull’account Twitter della polizia britannica, in un aggiornamento nel quale si fa riferimento ad “alcune persone” ferite, ma non alla morte del’aggressore. Dalle immagini diffuse si vede un camion bianco di traverso alla carreggiata. Circolano su Twitter anche diversi video girati da utenti a Londra che hanno ripreso il momento in cui la polizia ha neutralizzato l’attentatore sul ponte di Londra. Nelle immagini si vede una colluttazione tra l’uomo e una persona in borghese. A un certo punto quest’ultima viene trascinata via da un poliziotto in uniforme mentre un altro agente, con in mano un oggetto di colore giallo, prende la mira e spara da distanza ravvicinata, immobilizzando all’istante l‘attentatore. Secondo alcuni testimoni oculari che scrivono da Londra sul social network, l’agente potrebbe avere azionato un taser, stordendo l’attentatore.

PANICO E URLA AL BOROUGH MARKET

La gente correva nel panico tra le urla, subito è arrivata la polizia che ha bloccato ed evacuato il Borough Market pieno di gente e turisti, le persone si sono barricate all’interno dei negozi. Siamo ancora tutti in attesa di indicazioni”, ha riferito un giornalista dell’Ansa che si trova nel famoso mercato londinese, a pochi passi dal London Bridge.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il premier maltese Muscat si è dimesso per il caso Caruana Galizia

La decisione del premier maltese al culmine della crisi politica generata dall'inchiesta sull'uccisione della giornalista nel 2017. Prima di lui aveva lasciato il suo capo di gabinetto, finito in cella e poi scarcerato. Ed era stato arrestato il mandante dell'omicidio.

E adesso la crisi politica ha colpito anche il pesce più grosso. Il primo ministro di Malta, Joseph Muscat, è pronto ad annunciare le sue dimissioni in seguito agli sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio di Daphne Caruana Galizia. Dopo la svolta dell’arresto del mandante dell’assassinio, un uomo d’affari su cui stava indagando la giornalista ammazzata con un’autobomba il 16 ottobre 2017, aveva lasciato il suo incarico il capo di gabinetto del premier maltese, Keith Schembri, finito in cella dopo essere stato fermato dalla polizia e infine rilasciato.

INCONTRO COL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Muscat ha incontrato il presidente della Repubblica, George Vella, al quale avrebbe anticipato la volontà di fare un passo indietro. È atteso un discorso televisivo del premier. Secondo due fonti vicine al governo maltese – ha riferito il Times of Malta – Muscat ha intenzione di avviare un processo per individuare una nuova leadership all’interno del partito laburista che dovrebbe condurre alla nomina di nuovo premier entro gennaio 2020.

DOVEVA DIMETTERSI ENTRO 6-9 MESI, POI L’ACCELERATA

Non è ancora chiaro se fino a quel momento il vicepremier Chris Fearne assumerà ad interim la guida del governo. Domenica 24 novembre sempre il Times aveva riferito che Muscat stava pensando di dimettersi «entro sei-nove mesi», ma sull’onda del crescente clima di «disagio, tristezza e dolore» a livello nazionale per l’omicidio della giornalista avrebbe potuto fare un passo indietro prima del previsto.

LA FAMIGLIA DI DAPHNE: «BASTA CONFLITTI D’INTERESSI»

Intanto la famiglia Caruana Galizia si è detta «sgomenta» per la notizia della scarcerazione di Schembri, accusato dall’imprenditore Yorgen Fenech di essere l’ispiratore dell’omicidio di Daphne. In una dichiarazione pubblicata su Facebook, i parenti avevano chiesto anche le dimissioni immediate di Muscat: «Siamo sgomenti di vedere che Schembri è stato rilasciato sotto la supervisione del primo ministro, che continua a svolgere il ruolo di giudice, giuria e carnefice in un’indagine per omicidio che finora coinvolge tre dei suoi più stretti colleghi. Questa parodia di giustizia sta facendo vergognare il nostro Paese, sta facendo a pezzi la nostra società e ci sta degradando. Non può più continuare così. Esortiamo il primo ministro a farsi da parte e lasciare che un altro senza conflitti di interessi prenda il suo posto. Se il premier ha a cuore gli interessi della giustizia e di Malta, dovrebbe dimettersi immediatamente. Il nostro Paese è più importante della sua carriera».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Omicidio Caruana, scarcerato l’ex capo di gabinetto di Muscat

Il primo ministro maltese ha annunciato che non sarà concesso il condono tombale richiesto dal principale sospettato, l'imprenditore Yorgen Fenech.

Il primo ministro maltese ha annunciato che non sarà concesso il condono tombale richiesto dal principale sospettato del caso Caruana, l’imprenditore Yorgen Fenech. La decisione è stata presa dal Consiglio dei ministri sulla base delle raccomandazioni del ministro della Giustizia e del procuratore generale e al termine di una riunione notturna durata oltre sei ore. Joseph Muscat ha reso nota la decisione in una conferenza stampa notturna tenuta attorno alle 3.30.

RINVIATA AD ALTRA DATA LA PRIMA UDIENZA

La polizia maltese, intanto, ha reso noto che nella serata del 28 novembre è stata decisa la scarcerazione di Keith Schembri, l’ex capo di gabinetto di Muscat che era stato fermato il 25, non avendo più necessità di continuare gli interrogatori. È stata intanto rinviata ad altra data la prima udienza in tribunale dopo la concessione della grazia all’intermediario nonché accusatore di Fenech, il tassista-usuraio Melvin Theuma, che avrebbe dovuto testimoniare pubblicamente in giornata.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Turchia contro Macron: «Sponsor del terrorismo»

Nel giorno in cui il presidente francese incontra il segretario Nato per chiede più coinvolgimento nel Sahel, l'"alleato" Ankara lo attacca frontalmente.

Nel giorno in cui il presidente francese Emmanuel Macron incontra il segretario Nato Jens Stoltenberg per lamentare che la Francia è lasciata sola nel Sahel a difendere l’Europa, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu definisce il presidente della République «sponsor del terrorismo».

«VUOLE FARE IL CAPO DELL’EUROPA MA È DEBOLE»

L’accusa turca è legata alla critica francese all‘offensiva militare turca in Siria contro i curdi dell’Ypg che la Turchia considera appunto terroristi. Secondo la Bbc, Cavusoglu ha detto ai reporter che Macron vorrebbe diventare il capo dell’Europa ma è «debole».

«L’ALLEANZA HA BISOGNO DI UNA SVEGLIA»

Intanto il leader di Parigi non ha smentito le sue parole sulla Nato in stato di «morte cerebrale», anzi le ha rivendicate, a fianco del segretario generale dell’Alleanza, sottolineando che l’Alleanza aveva «bisogno di una sveglia». Dopo la strage di 13 militari francesi in Mali lunedì scorso – nello scontro fra due elicotteri durante un’operazione antiterrorismo – il presidente francese chiede ora un «maggiore coinvolgimento» nel Sahel dove la Francia, ha sottolineato, ha 4.500 uomini dispiegati e «opera per conto di tutti».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’omicidio di Daphne Caruana Galizia costò 150 mila euro

È questa la cifra che Yorgen Fenech pagò al tassista-usuraio Theuma per assoldare i tre sicari esecutori materiali dell'assassinio. Il parlamento Ue invia una missione urgente a Malta.

Uccidere Daphne Caruana Galizia costò 150 mila euro. È questa la cifra che Yorgen Fenech, il re dei casinò, nonché ad della holding Tumas Group, che cercò di fuggire da Malta in yacht, pagò all’intermediario di morte Melvin Theuma, il tassista-usuraio il cui arresto ha dato la svolta decisiva alle indagini sull’omicidio della giornalista dilaniata e bruciata viva il 16 ottobre 2017 con una autobomba confezionata, piazzata e fatta esplodere dai tre esecutori materiali (Vince Muscat ed i fratelli Vince e George Degiorgio) arrestati già a dicembre, meno di due mesi dopo.

LA CIFRA CONFERMATA DA INTERROGATORI E REGISTRAZIONI

La cifra, secondo «molteplici fonti giudiziarie» citate dal Times of Malta, è emersa tanto nelle registrazioni presentate da Theuma (che ha ottenuto la grazia e il condono tombale per la sua collaborazione e che testimonierà per la prima volta in tribunale) quanto in separati interrogatori dello stesso Theuma e di Fenech. Le fonti hanno riportato anche che, secondo la versione di Theuma, fu l’imprenditore a commissionare l’omicidio e a consegnare fisicamente 150 mila euro a Theuma per i tre sicari.

MISSIONE URGENTE DEL PARLAMENTO UE

Intano, la Conferenza dei presidenti del parlamento europeo ha deciso di inviare una missione urgente per esaminare lo stato di diritto a Malta dopo i recenti sviluppi sul caso. Il parlamento discuterà della situazione a Malta nella plenaria di dicembre. A comunicarlo è stato l’eurodeputato dei Verdi Sven Giegold, che aveva partecipato alla precedente missione del parlamento a Malta, subito dopo l’omicidio della giornalista.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’attivista Wong: «L’Italia sostiene la repressione a Hong Kong»

Il fondatore di Demosisto: «Il vostro Paese fornisce mezzi e armi alla polizia». Poi la stoccata a Di Maio: «Deluso dalla sua indifferenza».

Doveva parlare dal vivo a Milano, ma non gli è stato concesso di lasciare Hong Kong. Joshua Wong, però, ha trovato comunque il modo di far arrivare le sue parole in Italia. L’attivista, fondatore del partito Demosisto e tra i volti più noti delle proteste pro-democrazia che da mesi attraversano l’ex colonia britannica, ha parlato in un collegamento video col nostro Paese, a cui non ha risparmiato dure critiche.

WONG: «L’ITALIA FACCIA COME GLI USA»

«Da cinque mesi viviamo la brutalità della polizia, che ormai usa armi da fuoco contro i manifestanti», ha detto. «Peraltro, ci sono anche aziende italiane che contribuiscono, e forniscono loro mezzi, tra cui autovetture. Credo che un Paese responsabile come l’Italia dovrebbe dimostrare quanto tenga alla libertà e prendere misure adeguate a questo riguardo». Wong ha invitato Roma «a prendere delle iniziative, per quanto riguarda l’esportazione di armi anti-sommossa e i mezzi utilizzati dalla polizia a Hong Kong, e di adottare misure simili al provvedimento approvato dagli Stati Uniti, con un chiaro messaggio da parte dell’Italia di fermare le violazioni dei diritti umani».

L’Italia rimanga fedele alle promesse fatte all’Unione europea, Ue che ha giurato che i diritti umani sono alla sua base

Joshua Wong

L’attivista ha poi criticato l’atteggiamento del ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Sono rimasto piuttosto deluso nel leggere le sue dichiarazioni indifferenti sulla terribile situazione dei diritti umani a Hong Kong», ha detto. «Sono consapevole che gli imprenditori e i leader politici abbiano paura di sollevare preoccupazioni sui diritti umani con Pechino, temendo che questo possa in qualche modo andare contro i loro interessi economici. La mia richiesta umile è che l’Italia rimanga fedele alle promesse fatte all’Unione europea, Ue che ha giurato che i diritti umani sono alla sua base e che non incoraggerà mai violazioni. Chiedo all’Unione europea e all’Italia di non chiudere gli occhi dinanzi alla crisi umanitaria Hong Kong».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sale a 41 il bilancio delle vittime del terremoto in Albania

Altri due cadaveri sono stati estratti dalle macerie a Durazzo. Il papa ha mandato un contibuto di 100 mila euro per aiutare la popolazione.

Il bilancio delle vittime del terremoto che ha colpito l’Albania martedì 26 novambre è salito a 41, mentre una nuova scossa di magnitudo 5.1 è stata avvertita a mezzogiorno del 28 novembre.

Panico a Durazzo, tra residenti e soccorritori che continuano a scavare tra le macerie dell’hotel Miramare, completamente distrutto. Intanto papa Francesco ha inviato un contributo di 100 mila euro per aiutare la popolazione nella fase emergenziale. La somma sarà impiegata nelle diocesi colpite dal sisma.

I centri che hanno pagato il tributo di vite più elevato sono Thumane, con 23 morti, e Durazzo con 18. Tra le vittime anche quattro bambini di età compresa da tre e otto anni e 17 donne.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Yemen, 8 mila civili uccisi dalle bombe fabbricate (anche) in Italia

Il dato, reso noto da Oxfam, si riferisce agli ultimi quattro anni. Tra i principali fornitori di armi, anche Usa, Francia e Gran Bretagna.

Il conflitto regionale in Yemen ha causato in più di quattro anni circa 100 mila vittime, di cui 20 mila solo quest’anno. Lo ha denunciato il 28 novembre Oxfam, organizzazione umanitaria internazionale che da decenni lavora nel martoriato Paese arabo.

BOMBE FABBRICATE IN GRAN PARTE IN GB, USA, FRANCIA, IRAN E ITALIA

Dal 2015, secondo Oxfam, sono stati uccisi 12 mila civili, 8 mila dei quali hanno trovato la morte a causa di raid aerei sauditi, con bombe fabbricate in gran parte in Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Iran e Italia.

Dall’inizio del conflitto in oltre un caso su tre l’uso di armi esplosive ha ucciso una donna o un bambino, vittime ‘collaterali’ di raid aerei o bombardamenti via terra

Oxfam

In Yemen sono in corso da anni diversi conflitti intrecciati fra loro e che coinvolgono attori locali accanto a potenze regionali e internazionali. La guerra a cui si riferisce l’ultimo rapporto di Oxfam è quella combattuta dal 2015 dalla Coalizione araba a guida saudita contro gli insorti Houthi, vicini all’Iran. In questo quadro, secondo Oxfam, «dall’inizio del conflitto in oltre un caso su tre l’uso di armi esplosive ha ucciso una donna o un bambino, vittime ‘collaterali’ di raid aerei o bombardamenti via terra che colpiscono aree popolate, campi profughi, scuole e ospedali».

IL NUMERO DI CIVILI UCCISI È AUMENTATO DEL 25% NEGLI ULTIMI TRE MESI

Secondo l’organizzazione internazionale, negli ultimi tre mesi il numero dei civili uccisi è aumentato del 25%. Dall’inizio del 2019 sono oltre 1.100 i civili uccisi, 12 mila dal 2015. E per Oxfam di questi 12 mila, 8 mila (67%) sono stati causati da raid aerei della Coalizione a guida saudita. «Bombardamenti che vedono l’utilizzo di armi prodotte in gran parte in Gran Bretagna, Usa, Francia, Iran e Italia».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it