Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

Sopravvivere alle Crociate è stato relativamente semplice. Sopravvivere a sé stessi è un’altra faccenda. Il Sovrano Ordine di Malta – fondato a Gerusalemme nel XI secolo, espulso da Rodi, cacciato da Malta, rifugiatosi a Roma – ha attraversato assedi, dispersioni e rivoluzioni geopolitiche senza mai perdere il filo della propria identità. Oggi quell’identità è messa a rischio non da un esercito nemico, ma da una gestione interna che i suoi stessi membri definiscono, con un eufemismo già fin troppo benevolo, «personalistica».

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Fra’ John T. Dunlap, Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).

Una gestione sempre più distante dallo spirito evangelico

Al centro della crisi ci sono due figure: il Gran Maestro Fra’ John T. Dunlap (nei corridoi dell’Ordine lo chiamano Fra’ Jet, per la sua passione per i viaggi intercontinentali) e soprattutto il Gran Cancelliere, il conte Riccardo Paternò di Montecupo. È Paternò il vero motore di questa stagione travagliata: le sue nomine, la sua fondazione, il suo stile di governo. Un governo che ambienti diplomatici e volontari hanno raccontato, attraverso segnalazioni formali indirizzate alla Santa Sede, come sempre più distante dallo spirito evangelico che dovrebbe animare un Ordine cavalleresco cattolico.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Il Gran Cancelliere Riccardo Paternò di Montecupo (foto Imagoeconomica).

Rimborsi spese di ogni tipo, con cui ci si paga anche la colf

Partiamo dai soldi, che è sempre il modo più rivelatore per capire qualsiasi istituzione. Esiste, nell’Ordine, uno strumento chiamato Solvea: un rimborso spese forfettario in contanti, destinato ai membri del Sovrano Consiglio. Non è una novità di questo governo, ma è con l’attuale che si è trasformata in qualcosa di difficile da giustificare. Il Gran Cancelliere Paternò e il Gran Maestro Dunlap percepiscono diverse migliaia di euro all’anno. Il problema è che, oltre a ciò, i consiglieri godono già di rimborsi di ogni tipo, compreso – secondo chi ha denunciato la situazione – il pagamento della colf. Dunque la Solvea, invece di essere ridotta o eliminata, è rimasta in piedi: inadeguata, ingiusta e sempre meno difendibile.

Le dimissioni “spintanee” di De Franciscis

L’unico membro del Sovrano Consiglio ad averla rifiutata è stato il Gran Ospedaliere Fra’ Alessandro De Franciscis. Un gesto di coerenza che gli è costato caro: all’inizio del 2025, De Franciscis si è dimesso o, più probabilmente, si è trattato di dimissioni “spintanee”, come vuole il copione di certi addii istituzionali. Le ragioni sarebbero due: il no alla Solvea e l’opposizione alla creazione di una nuova fondazione voluta fortemente da Paternò, denominata Omdp.

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Fra’ Alessandro De Franciscis (foto Imagoeconomica).

Perché registrare una fondazione a Londra?

Quest’ultima meriterebbe un capitolo a sé. Non per le sue attività – che restano oscure, il che è già un problema – ma per la sua architettura. Per rendere il tutto ancora meno trasparente, la fondazione ha costituito un’ulteriore entità con lo stesso nome nel Regno Unito, registrata presso la Charity Commission britannica. Un dettaglio che suggerisce almeno una domanda: perché registrare una fondazione a Londra, se l’Ordine di Malta non ha un ambasciatore accreditato nel Regno Unito, e il Regno Unito non ha un ambasciatore presso l’Ordine a Roma? La risposta più ottimistica sarebbe: per motivi di efficienza filantropica internazionale. La risposta che circola negli ambienti interni è considerevolmente meno ottimistica.

Il sistema delle nomine tra amici e fratelli: nepotismo in purezza

Il Gran Cancelliere ha un metodo non complicato da descrivere. Si chiama nepotismo, ed è praticato con una disinvoltura che tradisce una certa sicurezza di sé. Il fratello Maurizio Paternò è stato nominato Consigliere presso l’ambasciata dell’Ordine all’Unesco, con relativo passaporto diplomatico. Un ruolo sulla cui funzione molti si interrogano, ma che comporta incarichi di rappresentanza per gli amici fraterni. Tra questi figura anche il Principe Lorenzo Borghese, nominato sia ministro Consigliere in Giordania (il numero due dell’ambasciata) sia presidente di Acismom, l’associazione sanitaria dell’Ordine.

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Lorenzo Borghese (foto Imagoeconomica).

Quando le incompatibilità diventano dettagli trascurabili

Il problema è che il Codice dell’Ordine, all’articolo 118, è esplicito: diplomatico e presidente di associazione sono cariche incompatibili. Per gli amici di Paternò, evidentemente, le incompatibilità sono dettagli. E i conti di Acismom, sotto la guida di Borghese, sono in condizioni tali che se si trattasse di un’impresa privata avrebbero già suggerito il ricorso al tribunale fallimentare. Per non rischiare una non rielezione imbarazzante, l’assemblea prevista per il 28 ottobre è stata rinviata a data da destinarsi.

Gli intrecci al Circolo della caccia di Roma

Non meno interessante è il criterio di selezione che orienta le nomine. Secondo fonti interne, Paternò privilegia persone legate al Circolo della caccia di Roma, il salotto aristocratico nel quale si tiene, guarda caso, la cena di gala che ha aperto la Conferenza dei Tesorieri nel Mondo, mercoledì 18 febbraio. Giorno che, sul calendario liturgico, è il mercoledì delle ceneri. Austerità proclamata, cena d’apertura all’esclusivo Circolo della caccia: il contrasto simbolico non è sfuggito a nessuno dentro l’Ordine. E ha alimentato ulteriormente il disagio.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

Il consiglio personale di 13 persone (che sarebbe anticostituzionale)

Per consolidare il suo potere, Paternò si è inventato un consiglio personale di 13 persone. Alcune, va detto, di ottimo livello professionale. Peccato che questo organo non esista nella Costituzione dell’Ordine né nel suo Codice. È, per usare la definizione diffusa tra i giuristi interni, sostanzialmente anticostituzionale. La sua funzione reale, secondo gli osservatori, è quella di offrire una parvenza di collegialità a decisioni già prese, trasformando il volere del Gran Cancelliere in qualcosa che possa sembrare, almeno formalmente, legittimato da un consenso più ampio.

La lista delle epurazioni è significativa

Non stupisce che in questo contesto alcuni dipendenti abbiano trovato nel Marchese del Grillo l’etichetta più adatta per descrivere il loro superiore. «Io so’ io, e voi non siete un c…». la celeberrima battuta del film è diventata, nelle anticamere dell’Ordine, una sintesi non troppo esagerata dello stile di governo. La lista delle epurazioni è significativa: il Segretario generale Stefano Ronca, il responsabile delle comunicazioni Eugenio Ajroldi, i consiglieri Fra’ De Franciscis e Fabrizio Colonna, oltre a diversi ambasciatori.

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Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

La vicenda di Ajroldi merita un approfondimento. Il responsabile delle comunicazioni aveva tentato di opporsi a una linea editoriale che privilegiava la copertura dei viaggi e delle visite ufficiali di Gran Maestro e Gran Cancelliere, con le relative onorificenze accumulate, a scapito delle attività umanitarie, che sono la missione statutaria dell’Ordine.

Le inchieste del Fatto e la lettera di smentita che non smentiva nulla

Rimosso lui, è arrivata Marianna Balfour (oggi al Wwf), poi anche lei sostituita da Martina D’Onofrio. Per supportarne l’operatività è stata ingaggiata l’influente agenzia di comunicazione Comin & Partners. Risultato concreto: quando Il Fatto Quotidiano ha pubblicato, nell’ottobre del 2025, una serie di articoli documentati sulle criticità dell’Ordine (8, 12, 14 e 20 ottobre), la risposta ufficiale è stata una lettera di smentita che, di fatto, non smentiva nulla. Scritta pare contro il parere di Comin stesso, che aveva suggerito un approccio diverso.

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Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

Il Gran Maestro Fra’ John Dunlap non è una figura marginale in questa storia, anche se tende a presentarsi come tale. Il Codice dell’Ordine, agli articoli 106-108, è chiaro: il Gran Maestro deve risiedere nella sede dell’Ordine, dedicarsi pienamente alle opere melitensi ed essere esempio di vita cristiana autentica. Secondo quanto pubblicato dal Fatto, i suoi frequenti viaggi negli Stati Uniti per seguire il suo (ex?) studio legale sollevano più di un dubbio sul rispetto di queste prescrizioni.

Fra’ Jet va ghiotto di lumache, anche al Cairo

In compenso, l’obiettivo dichiarato del tandem Dunlap-Paternò sembra essere soprattutto uno: visitare capi di Stato e di governo in giro per il mondo, raccogliere onorificenze, farsi fotografare con i potenti. La testimonianza è sul sito istituzionale dell’Ordine: basta confrontare quante notizie riguardano questi incontri rispetto a quante riguardano le attività umanitarie sul campo. E quando, in novembre, il viaggio ha toccato Il Cairo – accompagnato, come di consueto, da Gran Cancelliere e Segretario generale Giampaolo Cantini, tutti alloggiati in hotel di lusso – il Gran Maestro ha chiesto che gli venissero portate delle lumache al ristorante. Piatto che, come probabilmente sa chiunque non sia ospite fisso del Circolo della Caccia, non appartiene esattamente alla tradizione culinaria egiziana. La stessa richiesta è stata avanzata nel successivo viaggio in Austria. Un particolare minore, in sé. Ma sintomatico di un’attitudine complessiva.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Giampaolo Cantini (foto Imagoeconomica).

Le riforme volute da papa vengono sistematicamente disattese

Il papa ha un suo rappresentante nell’Ordine: il Cardinal Patrono, attualmente Gianfranco Ghirlanda, gesuita. Chi lo conosce dice che per farlo parlare non basterebbero le pinze. Eppure, secondo fonti accreditate e convergenti, il suo disappunto verso l’attuale governo sarebbe profondo. La ragione principale: le riforme volute da papa Francesco nel 2022 (e richiamate da papa Leone XIV in una lettera del 24 giugno all’Ordine) vengono sistematicamente disattese. La riforma prevedeva un rafforzamento della dimensione religiosa, una maggiore trasparenza nella gestione dei beni e il rilancio della vita comunitaria dei membri Professi. La casa destinata a ospitare questi ultimi, i cosiddetti Fra’, continua però a non essere disponibile.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Il cardinale Gianfranco Ghirlanda (foto Imagoeconomica).

Ghirlanda vede l’Ordine trasformarsi in una brutta copia di una Organizzazione non governativa, senza nemmeno la trasparenza contabile che le Ong vere sono tenute a garantire. Una struttura tutta orientata, ai livelli apicali, alla coltivazione di relazioni private e al collezionismo di onorificenze. La rete diplomatica, intanto, continua a operare senza stipendi né rimborsi: gli ambasciatori e i membri delle ambasciate sostengono i costi di tasca propria, con il risultato prevedibile di selezionare i rappresentanti dell’Ordine in base al patrimonio personale piuttosto che alla competenza diplomatica.

Crollano fede e fiducia, i due pilastri su cui si reggono le donazioni

Il motto dell’Ordine “Difesa della fede e servizio ai poveri” non è una formula araldica decorativa. È il cuore di otto secoli di storia. Fede e fiducia sono anche i due pilastri su cui si reggono le donazioni: le grandi famiglie cattoliche internazionali che finanziano le opere melitensi lo fanno perché credono in quel carisma. Quando la fede non viene rispettata, perché le riforme papali si trasformano in carta straccia, e la fiducia si erode perché i donatori cominciano a ricevere segnalazioni su come vengono gestiti i fondi, il problema smette di essere gestionale. E diventa esistenziale.

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L’ambulatorio medico del Sovrano militare Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).

Va detto che l’Ordine di Malta continua a svolgere un lavoro prezioso sul terreno: ospedali da campo in zone di guerra, assistenza umanitaria in contesti di povertà estrema, volontari che operano con risorse proprie in decine di Paesi. Il problema non è l’Ordine in quanto tale. Il problema è la concentrazione di potere in un ristrettissimo gruppo apicale, la distanza crescente tra le parole e i fatti, tra il carisma proclamato e lo stile di governo praticato.

L’Ordine può sopravvivere a questo inesorabile logoramento?

Un’istituzione millenaria può sopravvivere agli eserciti. Può sopravvivere alle dispersioni territoriali, alle rivoluzioni, ai trattati di pace che ignorano la sua esistenza. Non è detto, però, che possa sopravvivere al lento logoramento che nasce quando chi è chiamato a incarnarne i valori ne diventa, invece, la smentita vivente. Per un Ordine cavalleresco fondato sulla fede e sul servizio, perdere l’anima è la sconfitta che nessun assedio ha mai inflitto.

L’ultima di Petrecca: si paragona a Gesù e punta il dito contro chi l’ha tradito

Paolo Petrecca alla fine si è dimesso da direttore di Rai Sport o, per meglio dire, è stato costretto a rinunciare alla direzione della testata sportiva della tv pubblica. Il passo indietro sembrava inevitabile dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina, diventata un caso politico e una figuraccia internazionale. Ma Petrecca si è sentito tradito. E lo ha fatto intendere su Instagram, accostando la sua figura a quella di Gesù Cristo.

La storia pubblicata su Instagram

Petrecca ha infatti pubblicato su Instagram una storia con il dipinto “San Matteo e l’Angelo” di Guido Reni, accompagnato dalla scritta “Mt 26, 20-29”: il riferimento è a un passo del Vangelo secondo Matteo (capitolo 26, versetti 20-29). E per la precisione a quello iniziale dell’Ultima Cena, quando Gesù annuncia agli apostoli: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Com’è noto fu Giuda Iscariota a “vendere” Gesù alle autorità del Tempio di Gerusalemme per 30 denari, identificandolo con un bacio nell’orto degli ulivi. Resta da capire chi sia il Giuda di Petrecca, ammesso che esista.

L’ultima di Petrecca: si paragona a Gesù e punta il dito contro chi l’ha tradito
La storia pubblicata da Paolo Petrecca su Instagram.

I versetti citati da Petrecca

Ecco di seguito i versetti del Vangelo secondo Matteo citati da Petrecca.

Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: «Tu l’hai detto». Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».

Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno

Alla fine, nel gioco delle tre carte della Rai, sono arrivate le attese dimissioni di Paolo Petrecca da Rai Sport: una decisione che da giorni sembrava inevitabile, dopo la fallimentare telecronaca durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. «Roba da far accapponare la pelle», come dicono i “vecchi” del servizio pubblico radiotelevisivo. Un caso che era diventato ben presto politico, con tanto di fragorosa protesta dei giornalisti. E la figuraccia aveva superato i confini italiani, trasformandosi in spernacchiata internazionale. Non è bastato togliergli il commento della serata di chiusura: è stata decisa proprio la defenestrazione, prevista per la fine dei Giochi (inizialmente sembrava che la questione sarebbe stata affrontata dopo Sanremo). L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi avrebbe fatto volentieri a meno di tutto questo caos, e ha dovuto rimuoverlo obtorto collo, anzi obtorto Lollo, visto che al posto di Petrecca arriva il 54enne Marco Lollobrigida come f.f. ossia facente funzione. “Lollo”, come lo chiamano tutti, «fa parte del giro di Arianna Meloni», e infatti è anche «amico delle sue amiche», con una forte predilezione per la gastronomia (come l’altro Lollo, il ministro dell’Agricoltura, nonché ex di Arianna). La sua era una classica carriera da vice, senza mai esporsi troppo (è in azienda dal 2001): ora però è arrivato in cima, al vertice di Rai Sport, per harakiri altrui.

Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
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Gianni Letta abbandona il premio Carli/Liuzzo

Il mondo si evolve, progredisce, migliora, dicono gli ottimisti: e infatti Gianni Letta non è più il presidente onorario del premio Guido Carli, quello curato da Romana Liuzzo. Il nome dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio non appare più nel sito del premio: un abbandono di peso, per il premio. Il “garante” non c’è, e per tanti investitori ha un significato importante, questa scelta di andarsene. Alla pagina web ora ci sono solamente la presidente (Liuzzo) e il vicepresidente (Guido Massimo Dell’Omo, figlio della presidente): sparito Letta. Come sede appare ancora la Luiss (sulla questione c’era stata aria di tempesta), nella Capitale, anche se in viale Romania 32, non certo nella villa, sempre dell’ateneo confindustriale, che era stata scelta anche come set per i servizi fotografici e televisivi. A proposito, sulle reti Mediaset sono ricominciati gli spot con la presidente protagonista assoluta, pubblicità di cui però nello stesso gruppo berlusconiano nessuno riesce a capire il contenuto e la finalità, tranne che a promuovere la stessa Liuzzo appena uscita dal “trucco e parrucco”, in stile star di Hollywood. E, soprattutto, se vengono diffusi gratuitamente, tipo “pubblicità progresso”, come accadeva una volta nel servizio pubblico radiotelevisivo: anche perché i bilanci della fondazione appartengono al mondo dei misteri, dato che sono totalmente sconosciuti e non sono mai apparsi, nonostante le normative sul tema e le minime, elementari, regole di trasparenza, nemmeno sul sito internet. In qualche salotto capitolino dicono che Liuzzo potrebbe essere candidata alle elezioni politiche 2027 nelle liste di Forza Italia. Ma senza Gianni Letta al suo fianco, nelle vesti di “garante”, come si fa…

Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
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Amato superstar con Cartabia

Pomeriggio di incontri al vertice, a Roma, per parlare di norme e magistrati, nel Centro Studi Americani: mercoledì 18 febbraio, proprio nel giorno della visita molto simbolica del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Csm, in via Caetani l’ex ministro della Giustizia Maria Cartabia ha presentato il suo libro Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico. Sul palco c’erano Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, vera star dell’incontro, Francesco Clementi, professore ordinario di Diritto pubblico comparato alla Sapienza Università di Roma, Luca Antonini, vicepresidente della Corte costituzionale, oltre all’autrice. In sala, ad assistere all’evento, Giovanni Amoroso, presidente della Corte costituzionale, assieme a giudici costituzionali e magistrati. E l’immancabile Gianni Letta. Chi conduceva? «La fedelissima di Marta Cartabia», ossia la giornalista Donatella Stasio.

Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
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Marco Lollobrigida, chi è il nuovo direttore ad interim di Rai Sport

Dopo le dimissioni di Paolo Petrecca da direttore di Rai Sport, l’incarico passa temporaneamente al suo vice Marco Lollobrigida. Giornalista, telecronista sportivo e conduttore televisivo, quest’ultimo lavora nella tivù pubblica dal 2001 e, nel corso della sua carriera, ha raccontato diverse olimpiadi e campionati di calcio.

Ha condotto trasmissioni storiche come La Domenica Sportiva e 90° minuto

Nato a Roma nel 1971, Lollobrigida ha cominciato a 21 anni a lavorare per l’emittente regionale Rete Oro, per poi arrivare in Rai nel 2001. Come conduttore e telecronista ha seguito cinque Olimpiadi, quattro Campionati mondiali di calcio, tre Campionati europei di calcio e per quattro anni ha condotto, su Radio 2, Campioni del Mondo, programma dedicato al calcio e agli sport olimpici. Nel 2016 ha presentato, il sabato in seconda serata su Rai 2, Calcio Champagne, format dedicato all’analisi e alle interviste ai protagonisti degli anticipi della Serie A con ospite fisso Mario Sconcerti. A maggio 2017, insieme a Massimiliano Rosolino, è stato il volto de La Grande Corsa sul centesimo Giro d’Italia, in onda sempre su Rai 2. Sua è stata anche la conduzione di trasmissioni storiche come La Domenica Sportiva e 90° minuto. Ha vinto numerosi premi tra cui il Premio di Cultura Sportiva Beppe Viola (2017), il Premio giornalistico Nicolò Carosio (2021), Il Premio Federico i per la comunicazione e il giornalismo sportivo (2023) e il Premio nazionale Pratola (2024).

Cultura, nominati i nuovi direttori di 14 musei statali: chi sono

La Direzione generale musei del ministero della Cultura ha comunicato l’esito della selezione pubblica internazionale per il conferimento dell’incarico di direttore di 14 musei italiani di seconda fascia. Di seguito l’elenco dei nomi designati.

I 14 nuovi direttori di musei italiani

Si tratta di:

  • Guido Comis per il Museo storico e Parco del Castello di Miramare di Trieste/Direzione regionale Musei nazionale Friuli-Venezia Giulia;
  • Denis Ton per il Complesso monumentale della Pilotta di Parma;
  • Luigi Gallo per i Musei Nazionali di Bologna/Direzione Regionale Musei Nazionali Emilia Romagna;
  • Maria Elena Motisi per i Musei nazionali di Lucca;
  • Luca Mercuri per il Pantheon e Castel Sant’Angelo/Direzione Musei nazionali della città di Roma;
  • Luigi Scaroina per il Parco Archeologico dell’Appia Antica di Roma;
  • Alberto Samonà per Villa Adriana e Villa D’Este;
  • Alessandro Mascherucci per le Ville monumentali della Tuscia, in Lazio;
  • Alessandra Necci per il Palazzo Reale di Napoli;
  • Almerinda Padricelli per i Musei nazionali del Vomero;
  • Luca Di Franco per i Musei e parchi archeologici di Capri;
  • Federica Colaiacomo per il Parco archeologico di Ercolano;
  • Anita Guarnieri per il Castello Svevo di Bari-Direzione regionale Musei nazionali Puglia;
  • Raffaella Bonaudo per i Musei nazionali di Matera- Direzione regionale Musei nazionali Basilicata.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha fatto gli auguri di buon lavoro ai neo direttori, ringraziando la commissione di valutazione e il direttore generale Musei Massimo Osanna «per aver tempestivamente selezionato le nuove figure».

Repubblica, è scontro tra il Cdr e il direttore Orfeo

Toni accesi a Repubblica tra il Comitato di redazione e il direttore Mario Orfeo. Durante una riunione del 17 febbraio, quest’ultimo ha chiesto di effettuare l’evento di Affari e Finanza, il settimanale economico, in programma per il 2 e 3 marzo, nonostante i rappresentanti sindacali e i fiduciari delle redazioni decentrate abbiano deciso di bloccare tutte le iniziative che vanno oltre la normale realizzazione del giornale a seguito delle mancate risposte della proprietà sulla vendita in atto del quotidiano. Le parti hanno confermato la loro decisione, non accogliendo l’invito di Orfeo che ha quindi minacciato «conseguenze» nei confronti dell’organismo sindacale e di tutta la redazione. Il Cdr ha respinto e criticato «le inaccettabili parole di vera e propria minaccia espresse dal direttore».

Il Cdr: «Il direttore cerca di condizionare la libera espressione della redazione»

Inaccettabile, secondo il Comitato, è «il ricatto sulle ventilate ricadute economiche sul futuro della redazione». I caporedattori ricorda il Cdr, «sono, come tutte e tutti, tutelati dal Contratto nazionale di lavoro e lavoratrici e lavoratori dipendenti». «L’atteggiamento mostrato da Mario Orfeo non è in linea con la storia e la cultura di questo giornale. Nelle ultime dure settimane di vertenza sindacale il direttore ha anche cercato di condizionare la libera espressione della redazione addirittura in corso di assemblea, un condizionamento del naturale svolgimento di un percorso democratico che avevamo già denunciato mesi fa», ha concluso il Cdr.

Perché l’Italia dovrà risarcire la ong Sea Watch

Il tribunale di Palermo ha stabilito che la organizzazione non governativa Sea Watch dovrà essere risarcita dallo Stato italiano per oltre 76 mila euro, a causa del fermo subito a Lampedusa dalla nave Sea Watch 3 a giugno del 2019, dopo che la comandante Carola Rackete aveva forzato il blocco navale per far sbarcare 42 migranti sull’isola siciliana.

Perché l’Italia dovrà risarcire la ong Sea Watch
Carola Rackete (Ansa).

Perché lo Stato italiano dovrà risarcire Sea Watch

L’Italia dovrà risarcire le somme sborsate tra ottobre e dicembre del 2019 da Sea Watch per spese portuali, di agenzia e legali, così come per il carburante resosi necessario per mantenere la nave attiva durante il fermo.

Perché l’Italia dovrà risarcire la ong Sea Watch
Matteo Salvini, all’epoca ministro degli Esteri (Ansa).

Cosa era successo a giugno del 2019

Il 12 giugno la Sea Watch 3 raccolse oltre 50 migranti nel Mediterraneo, al largo della costa libica, respingendo subito dopo un’offerta di attracco a Tripoli, destinazione considerata non sicuro dall’Ue e dalle organizzazioni umanitarie. L’imbarcazione di diresse così verso Lampedusa. Il 14 giugno l’Italia chiuse i suoi porti alle navi di salvataggio dei migranti: l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini si appellò al decreto Sicurezza Bis, approvato pochi giorni prima, rifiutandosi di consentire l’attracco fino a quando altre nazioni europee non avessero accettato di prendere i migranti. Dopo giorni di stallo (durante i quali 10 migranti considerati fragili furono autorizzati a sbarcare), il 29 giugno Rackete forzò il blocco navale e attraccò a Lampedusa, urtando nelle manovre una vedetta della Guardia di Finanza. La comandante della Sea Watch 3 fu arrestata dalle autorità italiane con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e resistenza a navi da guerra. Le accuse nei confronti di Rackete, assolta perché «salvare migranti è un dovere previsto dal diritto internazionale e la Libia non è un porto sicuro», è stata definitivamente archiviata a dicembre del 2021.

Gualmini ufficializza l’addio al Pd e il passaggio ad Azione: «Schlein si è presa tutto il partito»


L’eurodeputata Elisabetta Gualmini, nel corso di una conferenza stampa al Senato, ha ufficializzato l’addio al Partito democratico e il passaggio ad Azione, cambio di casacca che a Strasburgo la porterà a “traslocare” dal gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici a Renew Europe (unica italiana). Gualmini, che era un pezzo da novanta del Pd, ha puntato il dito contro il suo ex partito: «Sono fortemente convinta che abbia cambiato natura. Penso che ci sia stato un cambiamento di tipo strutturale, una mutazione genetica che porta a un riposizionamento sulla sinistra radicale, sull’asse Conte, Landini, Fratoianni, Bonelli, che taglia un po’ fuori la cultura e quel riformismo di cui io ho sempre fatto testimonianza». Poi l’affondo nei confronti di Elly Schlein: «Si è presa tutto il partito e lo ha modellato secondo la sua idea. Lo spazio di agibilità politica per chi ha appunto una visione diversa, più moderata, più di un Pd di governo e della responsabilità, con una forte caratura sulla politica estera, si è molto ridotto».

Gualmini ufficializza l’addio al Pd e il passaggio ad Azione: «Schlein si è presa tutto il partito»
Elisabetta Gualmini e Carlo Calenda (Ansa).

Gualmini: «È un po’ come tornare a casa»

Quanto al passaggio ad Azione di Carlo Calenda, ha detto Gualmini, «è un po’ come tornare a casa», viste le «tante battaglie comuni» condotte in passato: «Il merito è uno dei motivi che mi ha spinto anche a aderire ad Azione, al di là di ideologie, demagogie, fuffa. La battaglia sull’Ucraina è dirimente, è il crinale». Così sull’approdo in Renew Europe: «Io sono fortemente europeista, quel gruppo è il più europeista tra quelli che ci sono. E io lì voglio costruire uno spazio dove rappresentare le mie idee».

Ue, la nuova lista dei paradisi fiscali: chi entra e chi esce

L’Unione europea ha aggiornato la lista delle giurisdizioni non cooperative ai fini fiscali, vale a dire quei Paesi che non rispettano gli standard internazionali di trasparenza fiscale o non attuano entro tempi definiti gli impegni assunti sulla cooperazione con le autorità tributarie. Il Consiglio Ue Ecofin, secondo quanto riferito da fonti diplomatiche, è pronto a inserire Vietnam e le isole Turks e Caicos. Verranno invece rimossi Figi, Samoa, Trinidad e Tobago.L’obiettivo è contrastare pratiche di elusione e trasferimento artificiale dei profitti fuori dall’Unione europea. L’inserimento comporta maggiori controlli per le operazioni finanziarie e fiscali legate a tali giurisdizioni e può incidere sull’accesso ai fondi e agli investimenti europei.

Warner Bros valuta la riapertura delle trattative con Paramount

Warner Bros starebbe valutando di riaprire le trattative con Paramount. Secondo un’anticipazione di Bloomberg, i membri del Board starebbero valutando se l’azienda possa essere in grado di offrire un accordo migliore rispetto all’attuale intesa con Netflix. Nessuna decisione sarebbe ancora stata presa al riguardo, si starebbe semplicemente valutando se la nuova offerta migliorativa presentata da Paramount sia da tenere in considerazione. La casa di produzione americana ha mantenuto invariato il corrispettivo per azione ma ha offerto denaro cash aggiuntivo per ogni trimestre che trascorrerà dopo il 2026 senza accordo. Una sorta di “risarcimento” per gli azionisti, per compensarli del maggior tempo trascorso dopo il 31 dicembre 2026. La società si è anche impegnata a coprire l’eventuale penale prevista per la rottura dell’accordo con Netflix, per un valore di 2,8 miliardi di dollari, e si è anche offerta di sostenere il rifinanziamento del debito di Warner Bros.

È morto il critico cinematografico e youtuber Federico Frusciante

È morto a 52 anni Federico Frusciante, noto su Internet per le recensioni e i video di analisi sul cinema pubblicati sul suo canale YouTube, che conta circa 120 mila iscritti. Nato a Pontedera nel 1973, aveva aperto a Livorno un negozio di videocassette e DVD a noleggio, chiamato Videodrome (omaggio al film di David Cronenberg), che in città – e non solo – era diventato un punto di riferimento per tanti cinefili e, in generale, un presidio culturale. E proprio nel suo videonoleggio (tenuto aperto fino al 2022) Frusciante aveva cominciato a pubblicare i primi video di critica cinematografica. Parallelamente all’attività commerciale, aveva costruito una forte presenza come divulgatore, tanto da essere invitato a tenere lezioni in ambito universitario e a far parte della giuria in festival internazionali. Di recente assieme a Davide Marra (Mr. Marra), Francesco Alò e Mattia Ferrari (Victorlaszlo88) aveva avviato il progetto collettivo I Criticoni.

È morto il critico cinematografico e youtuber Federico Frusciante
Federico Frusciante (YouTube).

Petrecca di nuovo nel mirino, stavolta per le sue “spese pazze”

Petrecca di nuovo nei guai. Dopo le critiche per la sua telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026, il direttore di RaiSport è finito nel mirino per le sue spese pazze, segnalate il 3 febbraio durante una riunione con il capo del personale. Lo riporta Repubblica, spiegando che si tratta di assunzioni, promozioni e gratifiche distribuite come mai prima. A ciò si aggiungano consulenze esterne per 640 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2024, il budget delle rubriche — tra cui Domenica sportiva, Dribbling e Il processo — ammontava a 1,7 milioni. Nel 2025, da marzo imputabile all’attuale gestione, è schizzato a 2,34 milioni.

Perché Francesca Albanese ha accusato il Corriere della Sera di diffamazione

«La critica è legittima. La diffamazione no. Il Corriere della Sera dovrebbe saperlo». Lo ha scritto Francesca Albanese su X, condividendo uno screenshot della homepage dell’edizione online del quotidiano, in cui la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati viene definita una «militante filo Hamas riuscita nell’impresa di unire Francia e Usa».

Cosa aveva detto su Israele all’Al Jazeera Forum di Doha

Tutto nasce dalle parole su Israele pronunciate da Albanese in videocollegamento col 17esimo Al Jazeera Forum di Doha, in Qatar, a cui avevano preso parte anche Khaled Mashaal, uno dei capi di Hamas, e il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi. La relatrice speciale dell’Onu aveva parlato di «nemico comune» per l’umanità, denunciando inoltre «un’inerzia globale» di fronte al conflitto in Medio Oriente e le vendite di armi allo Stato ebraico mantenute dall’Occidente.

La Francia chiederà le sue dimissioni al Consiglio dei diritti umani dell’Onu

Quanto all’impresa di unire Francia e Stati Uniti, evocata dal Corsera, Parigi ha reso noto che a seguito delle «oltraggiose e irresponsabili» su Israele chiederà ufficialmente le dimissioni di Albanese al Consiglio dei diritti umani dell’Onu del 23 febbraio. La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi, ha spiegato il ministro degli Esteri transalpino Jean-Noel Barrot intervenendo all’Assemblea Nazionale, si è resa protagonista di dichiarazioni che «prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo e nazione».

Perché Francesca Albanese ha accusato il Corriere della Sera di diffamazione
Francesca Albanese (Ansa).

Albanese è stata inserita nella lista del Dipartimento del Tesoro Usa

A luglio del 2025 gli Stati Uniti hanno inserito Albanese nella Specially Designated Nationals and Blocked Persons List dell’Ofac, agenzia del Dipartimento del Tesoro che controlla gli asset stranieri: l’iscrizione nella lista nera, che prevede sanzioni come il blocco dei beni e il divieto di effettuare transazioni bancarie, è solitamente riservata a terroristi, trafficanti e colpevoli di riciclaggio. La colpa di Albanese, prima persona all’interno delle Nazioni Unite sanzionata da uno Stato in 80 anni? Aver denunciato la situazione atroce della popolazione della Striscia di Gaza, bombardata incessantemente dall’esercito di Israele.

Morta Maria Franca Fissolo Ferrero, vedova del fondatore del colosso dolciario di Alba

È morta Maria Franca Fissolo Ferrero, vedova di Michele, creatore della Nutella e fondatore dell’omonimo gruppo dolciario, ora guidato dal secondogenito Giovanni. Aveva 87 anni. A dicembre era stata nominata all’unanimità presidente onoraria a vita di Ferrero International.

Aveva sposato Michele Ferrero nel 1962

Nata a Savigliano (Cuneo) il 21 gennaio 1939, era stata assunta come traduttrice e interprete nell’azienda di Alba nel 1961. L’anno successivo il matrimonio con Michele Ferrero (scomparso nel 2015). Due i figli della coppia: Pietro, morto prematuramente in Sudafrica nel 2011 a causa di un malore, e Giovanni, attuale presidente del gruppo che conta su 36 stabilimenti produttivi e una presenza in oltre 170 Paesi, nonché uomo più ricco d’Italia con un patrimonio stimato in 41,3 miliardi di dollari. Nel 2024 Maria Franca Ferrero era stata insignita del titolo di Cavaliere di gran croce al merito della repubblica italiana.

I giornalisti Rai proclamano uno sciopero delle firme a sostegno dei colleghi di RaiSport

L’Usigrai, l’Unione sindacale dei giornalisti Rai, ha proclamato per venerdì 13 febbraio 2026 uno sciopero delle firme in tutti i telegiornali, i giornali radio e nei programmi di informazione dell’emittente pubblica e sul web. La decisione è stata presa in sostegno ai colleghi di RaiSport che, dopo il caso Petrecca, avevano deciso di ritirare la propria firma da servizi, collegamenti e telecronache sulle Olimpiadi e di indire tre giorni di sciopero.

La nota integrale del sindacato dei giornalisti Rai

«La vicenda della telecronaca della cerimonia di apertura dei Giochi», spiega in una nota il sindacato, «è stata un duro colpo all’immagine della Rai e alla dignità di tutte le giornaliste e i giornalisti che quotidianamente si impegnano per offrire un servizio pubblico degno di questo nome. La mobilitazione di RaiSport e le prese di posizione dei cdr delle testate e dei generi, a difesa del nostro lavoro, non hanno indotto i vertici aziendali a una doverosa assunzione di responsabilità». Usigrai ritiene dunque che «la protesta dei colleghi e delle colleghe di RaiSport vada sostenuta con un gesto concreto, individuale e collettivo, di solidarietà e partecipazione. Per questo è stato indetto, per l’intera giornata di venerdì 13 febbraio, uno sciopero delle firme in tutti i tg, gr, nei programmi di informazione della Rai e sul web». Inoltre, «al termine di ogni edizione dalla durata di almeno cinque minuti verrà letto, e pubblicato sui siti, un comunicato sindacale in cui si spiegano le ragioni della protesta». «Riteniamo sia utile e doveroso», conclude la nota, «trasmettere ai cittadini la nostra presa di posizione a difesa dell’immagine della Rai e di chi ci lavora».

Lotta alla corruzione, l’Italia continua a peggiorare: la classifica di Transparency International

Continua a peggiorare il punteggio dell’Italia nell’Indice di percezione della corruzione (Cpi) nel settore pubblico, pubblicato oggi da Transparency International. Dai 54 punti del 2024, l’Italia è infatti passata a 53 nel 2025. Nessun passo indietro, almeno, in classifica: risulta stabile infatti la 52esima posizione nella graduatoria globale, che conta 182 Paesi/territori in tutto il mondo. L’Italia è inoltre 19esima nell’Unione europea, dove il punteggio medio dei Ventisette è di 62 punti (su 100). Tra i Paesi Ocse, invece, l’Italia è 31esima su 38. Secondo Transparency International, a pesare è appunto l’indebolimento delle misure anticorruzione, tra cui la depenalizzazione dell’abuso di ufficio, che figura fra gli interventi sulla Giustizia voluti dal governo Meloni (ottenuto con la legge Nordio). Tra le carenze anche la mancanza di una legge su lobby e conflitto d’interessi.

L’Italia è dietro a Rwanda e Botswana

Il punteggio finale è determinato in base ad una scala che va da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello di corruzione percepita). Nel punteggio, l’Italia non riesce dunque a invertire la tendenza negativa iniziata nel 2024, che ha rappresentato la prima “marcia indietro” dal 2012. Ma anzi perde ancora un punto. Nel penultimo degli anni presi in esame, l’Italia aveva perso ben 10 posizioni nella graduatoria globale: passati 365 giorni è rimasta – piccola consolazione – stabile al 52esimo posto, dietro a Paesi come Rwanda e Botswana.

In testa c’è la Danimarca, ultimo il Sud Sudan

A livello mondiale, il primo posto in classifica è ancora appannaggio della Danimarca, con 89 punti, seguta da Finlandia e Singapore. All’ultima posizione si riconferma il Sud Sudan, raggiunto dalla Somalia. Come detto l’Italia non brilla, ma il calo dei punteggi riguarda diversi importanti Paesi occidentali: Stati Uniti (64), Francia (66), Regno Unito (70), Canada (75), Svezia (80) e Nuova Zelanda (81). Non a caso, il numero di Paesi con un punteggio superiore a 80 si è ridotto da 12 del 2015 agli appena cinque del 2025. La maggioranza dei Paesi, osserva Transparency International, non riesce a tenere sotto controllo la corruzione: oltre due terzi (122 su 182) hanno un punteggio inferiore a 50. E l’Italia è poco sopra questa soglia.

Perché i giornalisti di Repubblica stanno scioperando

Il comitato di redazione di Repubblica ha comunicato che, a causa di uno sciopero, martedì 10 febbraio 2026 il sito del giornale non sarà aggiornato e il quotidiano non uscirà nemmeno in edicola, né martedì (perché nella serata precedente l’edizione non è stata chiusa in tempo per via di un’assemblea dei giornalisti che si è prolungata) né mercoledì (perché martedì è appunto in programma l’agitazione). L’assemblea e il successivo sciopero sono stati organizzati per discutere delle trattative che da settimane vanno avanti per la vendita da parte della famiglia Agnelli-Ekann, tramite il suo gruppo Exor, del gruppo editoriale Gedi, che include la stessa Repubblica. Al momento c’è una trattativa per cedere il giornale al gruppo Antenna, di proprietà della famiglia greca dei Kyriakou, poco conosciuta in Italia.

La protesta del cdr: «Richieste di garanzie inascoltate»

Nel comunicato del cdr si legge: «Sappiamo che Exor è in trattativa per la vendita di Gedi con il gruppo greco Antenna. Ma questa trattativa in esclusiva è scaduta lo scorso 31 gennaio, e la società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando. Le informazioni in nostro possesso finiscono qui. Abbiamo anche chiesto perché la scelta sia ricaduta su di un editore sconosciuto ai più e non ad altri che si erano detti interessati, ed è una domanda che rimane aperta. Ci sono (state) altre offerte? Se sì, perché non prenderle in considerazione? […] Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono a oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali».

Giletti, le chat tra Ranucci e Boccia sulla «lobby gay di destra»

Nello stesso giorno in cui Maria Rosaria Boccia è stata rinviata a giudizio per stalking e lesioni ai danni dell’ex ministro Sangiuliano, Massimo Giletti ha mostrato in tv, nel suo programma su Rai 3, alcune chat tra l’imprenditrice e il giornalista Sigfrido Ranucci «che offendono me e altri». I messaggi, seguiti a un incontro avvenuto il 17 settembre 2024, parlano di una «lobby gay di destra». Alle 21.29 Boccia scrive a Ranucci: «Ho visto Cerno (il giornalista Tommaso Cerno, ndr) all’Aria che tira… è davvero scandaloso». Il conduttore di Report risponde: «Quello è un altro del giro… giro gay, pericolosissimo». E ancora: «Amico di Marco Mancini, giro gay», facendo riferimento all’ex dirigente dei servizi segreti. E Boccia: «Come Signorini». «Sì», risponde Ranucci. «E il signor B.», aggiunge la donna in linguaggio criptico. Ranucci: «E Giletti».

Giletti: «Delusione umana profonda»

Giletti si è quindi rivolto direttamente a Ranucci: «Parliamo di libertà di informazione, fondamentale. Anche se sei lontano mille miglia da me, io ti difenderò sempre e tu hai sempre fatto così. E allora mi devi spiegare perché scrivi messaggi come questi. Sono perplesso perché siamo giornalisti della stessa azienda, finire a parlare di questa roba è triste. Ma proprio perché so chi sei, perché conosco la tua storia, io non riconosco questa libertà di informazione in quello che hai scritto. Perché la libertà di informazione non è un venticello, non è una battuta, è qualcosa di molto più serio. Non è un gossip, ma è coraggio, è andare contro chi non vuole la trasparenza, è andare contro i palazzi anche se te la fanno pagare. Questa è la libertà di informazione, batterti per chi non ce l’ha e la pensa lontano da te. E tu lo sai caro Sigfrido, sei il primo e io te l’ho sempre riconosciuto. Ecco perché faccio fatica a non essere deluso da quello che leggo, ecco perché faccio fatica anche a pensare che mi hai mandato un messaggio dicendo che non è vero nulla. Io capisco, uno fa una telefonata e si dicono tante fesserie magari per convincere l’altra parte, io a questo ci sto. Però qui non è una questione di sostantivi, lobby non lobby, gay non gay. È questione di sostanza e io qui la sostanza non la vedo, non vedo la sostanza di un combattente come ti definisci tu. Ora non sei solo tu l’unico giusto nel mondo, così come non lo sono io. Abbiamo entrambi tanti difetti, però dividersi in un momento così difficile per il giornalismo perché avere la schiena dritta non è semplice e tu lo sai benissimo quanto sia difficile, permettimi che per me è una delusione umana profonda. Non mi interessa del gay, dell’omosessuale, siamo nel 2026 e se c’è ancora qualcuno che si offende quando si usa la parola omosessuale… Ma la lobby no per esempio, perché lobby vuol dire potere e io quel potere l’ho sempre contrastato».

Ritiro firme e sciopero: la dura nota del cdr di RaiSport sul caso Petrecca

Dalle 17 di lunedì 9 febbraio 2026, i giornalisti di RaiSport ritireranno le firme da tutti i servizi e le telecronache delle gare delle Olimpiadi che la Rai trasmette in esclusiva. E, conclusi i Giochi, proclameranno uno sciopero per protestare contro il direttore Paolo Petrecca. L’ha deciso il cdr dell’emittente dopo la figura fatta dallo stesso Petrecca durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, colma di gaffe ed errori. Di seguito la nota integrale del comitato di redazione.

Il comunicato del cdr di RaiSport

«Care colleghe, cari colleghi, da tre giorni siamo tutti in imbarazzo, nessuno escluso e non per colpa nostra. È tempo di far sentire la nostra voce perché siamo di fronte alla figura peggiore di sempre di RaiSport all’interno di uno degli eventi più attesi di sempre, l’Olimpiade invernale di Milano-Cortina. Da oggi alle ore 17 e fino alla fine dei giochi ritiriamo la nostra firma da servizi, collegamenti e telecronache in attesa che l’azienda prenda finalmente coscienza del danno che il direttore di RaiSport ha recato, nell’ordine, ai telespettatori che pagano il canone, alla Rai come azienda e a tutta la redazione di RaiSport che sta lavorando come sempre con passione in questo grande evento. Questa non è una questione politica, come qualcuno vorrebbe far chiedere, ma è una questione di rispetto e di dignità per il servizio pubblico. Da oggi alle 17 abbiamo chiesto la lettura di un comunicato sindacale in tutti i tg olimpici e nelle trasmissioni Mattina olimpica e Notti olimpiche. Al termine dei Giochi attueremo il mandato di tre giorni di sciopero che la redazione ha votato dopo la doppia bocciatura del piano editoriale del direttore».

Controllo giudiziario per Foodinho, la società di delivery di Glovo

Il pm di Milano Paolo Storari ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per caporalato per Foodinho, società di delivery del colosso spagnolo Glovo: secondo gli accertamenti avrebbe corrisposto ai rider (40 mila in tutta Italia) paghe «sotto la soglia di povertà» e ci sarebbe dunque uno sfruttamento del lavoro. In particolare, la retribuzione sarebbe risultata «inferiore fino al 76,95 per cento» rispetto a tale soglia e «fino all’81,62 per cento rispetto ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva». L’accusa di caporalato riguarda sia Foodinho che l’amministratore unico della società, Pierre Miquel Oscar. Il controllo giudiziario non comporterà la sospensione dell’attività aziendale. L’indagine su Foodinho si inserisce in un filone di interventi della magistratura sul lavoro nelle piattaforme digitali. Il caso più rilevante è stato in passato quello di Uber, che fu accusata di caporalato e chiamata ad assumere i lavoratori: il contenzioso si era concluso con l’uscita di Uber Eats dal mercato italiano. Nell’estate del 2025 il tribunale di Milano aveva obbligato Foodinho alla trattativa coi rider sui rischi per il caldo.