Attentato a Ranucci, il Riesame conferma arresti e metodo mafioso

Il tribunale del Riesame di Roma ha confermato le quattro misure cautelari e l’aggravante del metodo mafioso per i quattro accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato a Sigfrido Ranucci avvenuto il 16 ottobre del 2025. Respinte infatti le istanze presentate dalle difese che chiedevano l’annullamento delle misure e il non riconoscimento del metodo mafioso. Rimangono dunque in carcere Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e ai domiciliari Marica De Filippi. Tutti e quattro sono accusati a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Quest’ultima viene contestata per diverse ragioni, la prima delle quali rinvenuta nella forza intimidatoria del gesto (aver piazzato l’ordigno davanti al cancello della casa del giornalista). A rafforzare il riconoscimento del metodo mafioso c’è poi il fatto che l’attentato sia stato organizzato su commissione di un mandante, per ora ritenuto dalla procura il giornalista Valter Lavitola, pur se rimane oscuro il movente.

Iachetti senza freni augura la morte a Schillaci e attacca Vannacci, Salvini e Meloni

È polemica per le ultime uscite di Enzo Iachetti che, durante un incontro pubblico a Pratovecchio (Arezzo) nell’ambito della rassegna «Naturalmente Pianoforte» organizzata da Andrea Scanzi, ha sparato a zero contro i leader del centrodestra arrivando persino ad augurare la morte a un ministro.

Gli attacchi contro Vannacci, Meloni e Salvini

Il primo a finire nel mirino è stato Roberto Vannacci: «Vorrei che i pomodori in Puglia in agosto venissero raccolti da quelli che vogliono la remigrazione. Io vorrei vedere la faccia di Vannacci sudare a un euro netto all’ora. E vorrei vederlo asfaltare le strade di notte a 40 gradi, perché io non vedo mai un bianco farlo. Non c’è un bianco che asfalta le strade di notte a 40 gradi». Poi è toccato a Matteo Salvini: «Vorrei che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti provasse un giorno a salire su un Frecciarossa, in seconda classe. Deve essere lì quando il treno si ferma tra Parma e Bologna per quattro ore senza aria condizionata, non in executive, dove l’aria condizionata funziona sempre». Non è stata risparmiata nemmeno la premier Giorgia Meloni: «Mi piacerebbe sapere cosa risponderà questa signora, questa mamma, tra 20 anni, a sua figlia che leggerà sui libri di storia di 25 mila bambini ammazzati, a volte trucidati, a cui sono state tagliate le gambe. Che leggerà di coloni che spaccano i crocifissi e che uccidono le persone. E questa bambina ormai adulta andrà a chiederle: “Mamma, ma quell’anno lì non eri il presidente del Consiglio? E perché non hai mai detto un cazzo su queste cose? Io sogno questo momento, peccato che tra 20 sarò già all’inferno».

«Vorrei vedere Schillaci morire mentre aspetta una tac»

Infine l’attacco più grave, quello al ministro Orazio Schillaci: «Vorrei vedere il ministro della Sanità andare in ospedale e avere bisogno di una tac o di una risonanza magnetica e sentirsi rispondere “Ci dispiace, la prima libera è tra otto mesi”. E allora voglio vederlo morire prima come succede in tanti casi».

I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano

I maligni dicono che ne dimostra di più. Ma intanto a Roma sono stati festeggiati i 60 anni, tondi tondi, di Roberto Gualtieri, il sindaco della Capitale, che da tempo sfoggia sorrisi a tutta bocca. Lui scherza: «Ho preso confidenza con il mestiere». Un’affermazione che lo lancia direttamente nella campagna elettorale per le Comunali del 2027. La sua agenda sembra non terminare mai, anche in pieno luglio: al mattino una conferenza stampa per presentare il nuovo bando per la refezione scolastica, nell’Esedra del Marco Aurelio, nei Musei Capitolini, per poi tornare in ufficio. Quindi, nel pomeriggio, in uno dei luoghi più caldi di Roma, al Gazometro in via Ostiense, ecco Gualtieri che partecipa alla giornata conclusiva del Dock Startup Lab 2026, “academy per founder di startup”, con la presentazione dei 10 team più promettenti e innovativi emersi tra 150 talenti selezionati da oltre 60 università e centri di ricerca. In realtà al sindaco interessano ben altri profili promettenti: quelli adatti al nuovo volto del Pd romano.

Il nuovo capogruppo che ha battuto diversi candidati

Tra riunioni, telefonate, incontri quando il sole è già calato, Giovanni Zannola è stato indicato come nuovo capogruppo in Campidoglio, in sostituzione dell’uscente Valeria Baglio, diventata nel frattempo la nuova assessora alle Attività produttive. I candidati erano numerosi: Riccardo Corbucci, Antonella Melito, Andrea Alemanni (quello che in Campidoglio vanta il soprannome di “mister Beautiful”), Giammarco Palmieri. Alla fine l’ha spuntata Zannola, presidente della commissione Mobilità, laureato in psicologia dell’educazione e dello sviluppo, nato a Ostia (che è lo stesso territorio del pluriassessore Alessandro Onorato) dove è cresciuto come militante politico nella Sinistra giovanile, di cui è stato anche segretario.

I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano

Nel Pd a Roma c’è preoccupazione perché «mancano le donne», e in tempi di quote rosa e parità di genere l’argomento è serio: la partecipazione alla politica da questa parte è scarsa, «perché nella Capitale tutte quelle che fanno carriera militano a destra, anche per merito di Giorgia Meloni». E in effetti la squadra di Gualtieri è formata, a maggioranza assoluta, da uomini: lui dice che «sta studiando il tema», ma dimentica che il suo problema principale è un altro, e lo notano nello stesso Pd. E cioè «che piace ai poteri forti ma meno ai cittadini».

Piste ciclabili e lavori in corso, quanti grattacapi

I problemi quotidiani infatti non mancano, a partire dalle piste ciclabili ai Parioli e sull’Appia Antica, che hanno azzerato il consenso della gauche caviar. Per non parlare del dissesto del trasporto pubblico, con autobus introvabili (spesso appaiono attese da 40 minuti, e non in periferia ma a due passi dal centro) e fermate della metropolitana come Lepanto, proprio quella accanto al tribunale civile, chiuse per lavori. Senza dimenticare i danni provocati dai cantieri, come la tubatura dell’acqua bucata facendo gli scavi in viale Mazzini, a due passi dalla Corte dei Conti. Tutti questi guai fanno la felicità del forzista Simone Baldelli, che imita ogni giorno sui social Gualtieri, con tanto di caschetto in testa.

«Il mio desiderio è rivoluzionare Roma», dice Gualtieri, e guardando il “bombardamento” cantieristico, con piazza Venezia invasa dai silos di Webuild per costruire la metropolitana (fino a quando resteranno lì? 2034?) con il conseguente blocco del traffico per riuscire a sorpassare l’area, ci è già riuscito. Aver occupato la poltrona di ministro del Tesoro è stata un’esperienza utile per Gualtieri, che in quel periodo ha conosciuto i big dell’economia e della finanza, senza dimenticare i contatti che erano stati creati da europarlamentare, voluto da Massimo D’Alema.

I 60 anni di Gualtieri tra cantieri, consenso e futuro del Pd romano
Roberto Gualtieri e Massimo D’Alema (foto Imagoeconomica).

«Non è uno che ha fatto zig zag tra le correnti del partito, perché Gualtieri è un gualtieriano», dice, ridendo, un vecchio esponente della sinistra romana, che ricorda il sindaco per la sua professione, quella di storico, con tanto di pennacchio accademico, che poi gli servì per “entrare nel giro” della fondazione dedicata ad Antonio Gramsci, cara a D’Alema e soprattutto alla moglie Linda Giuva.

«Nell’ultimo anno ho perso 15 chili, mi sento in forma»

Poi non si poteva fare a meno di mettersi in fila davanti a Goffredo Bettini, a stare al tavolo con Nicola Zingaretti, e con tutto quel “corpaccione” della sinistra romana che ha saputo, con un anticipo di molti anni rispetto alla scena nazionale, dare vita a quel campo largo che oggi appare un’impresa disperata, per le elezioni politiche 2027. «Ho un mix di energia e di esperienza. Nell’ultimo anno ho perso 15 chili, mi sento in forma», sentenzia Gualtieri. In fondo è ancora giovane, non dia retta ai maligni. Anche perché, secondo una militante, se sembra più vecchio «è solo colpa della calvizie, perché se Roberto avesse i capelli sarebbe quasi un ragazzo». Forse il volto giovane e nuovo del Pd è già lui.

Trovato morto a Parigi Siad, presunto reclutatore di Epstein

Daniel Siad, presunto reclutatore del pedofilo Jeffrey Epstein, è stato trovato morto nella sua casa vicino a Parigi. Lo ha annunciato la procura confermandolo a Le Parisien. L’uomo, 69 anni, di origine algerina ma con cittadinanza svedese e francese, era sospettato di reclutare giovani modelle per consegnarle al pedofilo americano. Cinque donne hanno sporto denuncia contro di lui. La morte è avvenuta lunedì 20 luglio 2026 a Colombes (Hauts-de-Seine), apparentemente per arresto cardiaco. La sua coinquilina, una donna di 28 anni, lo ha trovato privo di sensi in cucina e ha allertato i vicini.

Delmastro, la Camera boccia la richiesta dei pm sulle chat con Caroccia: protesta del M5s

La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha detto no alla richiesta dei magistrati della procura di Roma di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Ora la parola passa all’Aula di Montecitorio che emetterà il verdetto definitivo. In segno di protesta, i senatori del M5s hanno occupato i banchi del governo al Senato, urlato “Vergogna, vergogna” ed esposto i cartelli con la scritta “Fuori le chat“. I colleghi di Fratelli d’Italia hanno risposto con “Buffoni”, uno di loro si è avvicinato al capogruppo pentastellato Luca Pirondini strappandogli il cartellone ed è stato subito allontanato. La presidente di turno Mariolina Castellone ha sospeso la seduta invitando i commessi ad intervenire.

M5s: «Il centrodestra deve solo proteggere se stesso»

Le componenti del M5s nella Giunta delle autorizzazioni della Camera Enrica Alifano, Carla Giuliano e Daniela Torto, hanno poi rilasciato la seguente nota: «Le Giunte delle autorizzazioni di Camera e Senato sono diventate organi scudificio per i politici del centrodestra, la maggioranza respinge qualsiasi richiesta dei magistrati a prescindere da ogni valutazione di merito. Devono solo proteggere sé stessi. Dovendo trovare degli argomenti di facciata, si nascondono, come oggi sul deputato Delmastro, dietro argomentazioni infondate come una presunta genericità della richiesta della procura di Roma. La verità è che la procura ha affermato che le comunicazioni tra Caroccia e Delmastro sono indispensabili per capire se, come si ipotizza, i Caroccia nel ristorante in cui erano in società con Delmastro riciclassero denaro per conto del clan Senese».

OpenAI, modelli AI fuori controllo hackerano una piattaforma

OpenAI, l’azienda produttrice di ChatGPT, ha reso noto che i suoi modelli di intelligenza artificiale avanzata sono andati fuori controllo durante i test di sicurezza, violando autonomamente una popolare piattaforma per programmatori. L’azienda di San Francisco ha definito l’accaduto un «incidente informatico senza precedenti» e ha annunciato che condurrà un’indagine congiunta con la piattaforma di condivisione di codice e modelli di IA Hugging Face, vittima del cyber attacco. L’accaduto ha coinvolto una combinazione di modelli, tra cui il recente GPT-5.6 Sol e uno «ancora più capace» attualmente in fase di sviluppo. OpenAI stava cercando di valutare le capacità di hacking dei modelli assegnando loro dei compiti all’interno di un ambiente di test digitale rigorosamente controllato. «Mentre operavano nel nostro ambiente di test, i modelli hanno dedicato una quantità significativa di potenza di calcolo a trovare un modo per ottenere un accesso illimitato a Internet, al fine di risolvere il problema di valutazione». E sono riusciti, da soli, a uscire dalla “stanza chiusa”, entrare nei sistemi di Hugging Face, eseguire decine di migliaia di azioni automatiche e muoversi dentro l’infrastruttura interna dell’azienda.

Bologna, Meloni: «Tolleranza zero sugli scontri». Schlein: «Lo Stato ha fallito»

È scontro tra maggioranza e opposizione sui fatti di Bologna, dove domenica 19 luglio 2026 il 43enne Abderrahim Fakir è morto durante un fermo di Polizia. In un’intervista al Giornale, la premier Giorgia Meloni ribadisce la linea già espressa in un post sui social, parlando di «tolleranza zero» contro chi «pensa di poter sfasciare tutto, terrorizzare le persone perbene e trasformare i nostri quartieri in zone franche». Il riferimento è alla manifestazione per chiedere verità e giustizia sulla morte di Fakir che in breve tempo è degenerata in guerriglia urbana con auto incendiate, bombe carta e agenti feriti. Meloni ha poi definito «irresponsabile» la scelta del sindaco di Bologna Matteo Lepore che aveva chiamato la cittadinanza a un presidio per chiedere giustizia. «Un ottimo pretesto ai centri sociali». Il primo cittadino si è così difeso dopo le proteste: «C’erano due piazze, la nostra era pacifica. Se non avessimo fatto quel presidio, oggi la voce non ci sarebbe stata. Chiedere verità e giustizia non significa delegittimare chi indossa una divisa».

Shlein: «Lo Stato ha fallito, ora fare piena luce»

Sulla vicenda è intervenuta anche Elly Schlein: «Su Fakir lo Stato ha fallito e spetta allo Stato fare piena luce. Lepore ha scelto di governare la frustrazione e lo smarrimento di un’intera comunità. È stato importante, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste e degli antagonisti che anche ieri hanno messo a ferro e fuoco la città, con una violenza inaccettabile e che condanniamo con nettezza». E poi, alla trasmissione In Onda su La7, ha aggiunto: «Abbiamo coinvolto l’ex capo della polizia Franco Gabrielli in iniziative sulla nostra idea di sicurezza, che non è rincorrere la destra sulla propaganda».

Nyp: «Trump vuole Infantino segretario generale dell’Onu»

Donald Trump vorrebbe il presidente della Fifa Gianni Infantino come prossimo segretario dell’Onu. Lo riporta il New York Post citando alcune fonti, secondo le quali il tycoon ritiene che Infantino «sia rispettato da tutti nel mondo e ha un’abilità speciale di unire le persone». Il prossimo segretario generale delle Nazioni Unite sarà eletto quest’anno per sostituire Antonio Guterres, che lascerà alla fine di dicembre. In base alla prassi di assegnare il ruolo a rotazione su base geografica, questa volta toccherebbe all’America Latina o ai Caraibi, e ad una donna. Per ottenere la carica, Infantino dovrebbe ricevere l’appoggio dei 15 Paesi membri del Consiglio di sicurezza, in particolare dei cinque permanenti e con diritto di veto, ovvero Stati Uniti, Federazione Russa, Cina, Regno Unito e Francia, ed essere poi confermato dall’Assemblea generale. Tra i candidati in lizza figurano l’ex presidente cilena Michelle Bachelet e l’argentino Rafael Grossi, attuale direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Inchiesta Equalize, chiesto il rinvio a giudizio per 74 indagati

La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per 74 degli 81 indagati nella maxi inchiesta Equalize su dossieraggi e accessi abusivi alle banche dati delle forze dell’ordine. Tra loro figurano Leonardo Maria Del Vecchio, il banchiere Matteo Arpe, il fratello di Filippo Tortu, Giacomo, manager di multinazionali e vari avvocati di diversi studi legali internazionali che si sarebbero rivolti alla società per svolgere controlli attraverso pratiche ritenute illecite a persone di loro interesse. Ad aprile i pm milanesi avevano già chiesto il processo per Enrico Pazzali, che sarebbe stato a capo dell’associazione per delinquere, e altre 13 persone (tecnici informatici e appartenenti alle forze dell’ordine) accusati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati informatici, come l’accesso abusivo a banche dati sensibili come lo Sdi, Serpico e Punto Fisco. Sono oltre 832 in totale le persone offese, presunte vittime degli spionaggi, tra cui Ricky Tognazzi, Alex Britti, Selvaggia Lucarelli, Fabrizio Corona, Marcell Jacobs (lo spionaggio sarebbe stato commissionato dal fratello del compagno di staffetta Tortu), Stefano Boeri e Paolo Scaroni. Questa seconda richiesta di rinvio a giudizio sarà valutata da un gup, dopo essere stata riunita alla prima tranche. L’inizio dell’udienza preliminare dovrebbe essere a ottobre.

De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo

Nel giornalismo c’è gente che va e gente che viene. Anzi, per la precisione gente che ritorna. In via del Tritone, quartier generale del gruppo Caltagirone, gli spifferi non mancano: «Per un Rosario Dimito che se ne va, c’è un Osvaldo De Paolini pronto a rientrare alla base», si sente dire. Dimito, come anticipato da Lettera43, lascia il quotidiano romano e dal primo settembre va a La Stampa del nuovo corso Sae come vicedirettore vicario. Mentre De Paolini che fa? Lui è rimasto nel cuore dell’ingegnere Francesco Gaetano Caltagirone, che ne ha sempre apprezzato la passione per il lavoro. Dopo anni con Calta era passato agli Angelucci. Ma adesso è arrivato l’addio a il Giornale, anche per colpa di confronti accesi proprio con l’editore e di quell’indigesto approdo di Lirio Abbate. Adesso ad attenderlo quale ruolo ci sarà? Le testate del gruppo sono diverse: oltre a Il Messaggero non dimentichiamo Il Mattino e Il Gazzettino

De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo

L’attore Pippo Di Marca morto precipitando dal terrazzo di casa

L’attore e regista Pippo di Marca è morto a Roma dopo essere precipitato dalla terrazza della sua abitazione al quinto piano nel quartiere Trastevere. Sono ancora in corso le indagini sull’accaduto e si ipotizza o una caduta accidentale o il gesto volontario. Secondo quanto riportato dal Corriere, avrebbe lasciato un biglietto alla moglie e al figlio con scritto «Scusate, non ce la faccio più» a causa della malattia. Nato a Catania nel 1939, è stato attivo dagli Anni 60 nell’ambito della sperimentazione teatrale, ed è stato tra i protagonisti dell’avanguardia teatrale italiana, sviluppando una ricerca artistica influenzata dalle avanguardie storiche e collaborando con figure quali Carmelo Bene, Leo de Berardinis e Julian Beck. Ha fondato il Meta-Teatro, compagnia e spazio teatrale dedicati alla produzione e alla promozione del teatro contemporaneo.

L’Agenzia Ue per la cultura taglia 2 milioni di euro alla Biennale 

A seguito della valutazione giuridica e della raccomandazione della Commissione, l’Agenzia europea per la cultura e l’educazione ha deciso di interrompere la sovvenzione in corso di 2 milioni di euro a favore della Fondazione La Biennale di Venezia. L’ha reso noto un portavoce della Commissione Ue. «Gli eventi culturali, finanziati con il denaro dei contribuenti europei, dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione — valori che non vengono rispettati nella Russia odierna».

Il caso del padiglione russo

La vicenda riguarda il padiglione russo della mostra. Nonostante la contestazione del ministro della Cultura Alessandro Giuli, la Fondazione aveva deciso di ospitarlo. La struttura non è mai stata aperta al pubblico e la Biennale ha sempre sostenuto che la sua presenza non violasse le sanzioni europee. Ma la polemica già a marzo era arrivata a Bruxelles, che aveva chiesto chiarimenti e avvertito che la prosecuzione dell’iniziativa avrebbe potuto comportare la perdita dei fondi. E così è stato.

Stellantis, due nuovi ceo per Ram e Jeep

Stellantis ha nominato due manager di lunga esperienza nel settore automobilistico alla guida dei marchi Ram e Jeep. Si tratta di Matt VanDyke, nominato ceo del marchio Ram con effetto dal 20 luglio, e di Branden Coté, nominato ceo del marchio Jeep dal 3 agosto.
VanDyke succede a Tim Kuniskis, che nel luglio 2025 è stato nominato responsabile dei marchi americani, della strategia di marketing e retail di Stellantis North America, mantenendo al contempo la guida del marchio Ram. Coté succede invece a Bob Broderdorf, il quale prenderà un congedo per malattia. Al suo rientro, Broderdorf assumerà un nuovo ruolo di leadership all’interno dell’azienda.

Chi sono VanDyke e Coté

VanDyke vanta una consolidata esperienza nel settore automotive. Di recente ha ricoperto il ruolo di presidente di Shift Digital, una delle principali società di marketing digitale che ha lavorato con alcuni noti marchi automobilistici. In precedenza è stato ceo di FordDirect e ha ricoperto diversi incarichi presso Ford Motor Company. Coté entra in Jeep forte di 20 anni di esperienza alla guida delle attività retail. Recentemente, con AutoNation ha ricoperto il ruolo di brand president guidando diversi marchi di alto livello. Prima ha occupato ruoli di leadership in Aston Martin Lagonda, Canoo e Mercedes-Amg/Mercedes-Benz Usa e in altre aziende automobilistiche e della distribuzione.

Varriale perde il ricorso contro la Rai, confermato il licenziamento per giusta causa

Il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso del giornalista Enrico Varriale contro il licenziamento della Rai per giusta causa, ritenendo infondata la tesi secondo cui il provvedimento sarebbe stato una ritorsione legata alle precedenti cause per il demansionamento. Secondo il giudice, la Rai ha fondato il licenziamento su fatti concreti e documentati, tra cui la condanna a 10 mesi per atti persecutori e lesioni personali e le vicende emerse in un secondo procedimento penale, considerate incompatibili con il ruolo ricoperto dal giornalista e lesive dell’immagine dell’azienda.

Il licenziamento motivato dalla gravità dei fatti contestati

Il Tribunale ha inoltre escluso che la tempistica del licenziamento fosse sufficiente a dimostrare una ritorsione, osservando che la Rai, in precedenza, aveva adottato nei suoi confronti solo una sanzione conservativa per un diverso procedimento disciplinare e aveva anche valutato possibili soluzioni organizzative per il suo reinserimento professionale. Per il giudice, quindi, il recesso non era una reazione alle iniziative giudiziarie del lavoratore, ma era motivato dalla gravità dei fatti contestati.

Bologna, Meloni: «Inaccettabile, accertare la verità con rigore»

La premier Giorgia Meloni è intervenuta sui fatti di Bologna, dove domenica 19 luglio 2026 un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, è morto durante un fermo di Polizia. «Quanto accaduto è inaccettabile. Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno», ha scritto sui suoi canali social. «Ma nulla può giustificare la violenza contro le forze dell’ordine. Chi ha scelto di usare questa vicenda come pretesto per mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza, mettendo a rischio anche l’incolumità di cittadini del tutto estranei ai disordini, non cercava la verità, cercava lo scontro», ha aggiunto con riferimento alla manifestazione di lunedì sera che, da protesta, si è trasformata in guerriglia urbana con auto bruciate, cassonetti divelti e aggressioni agli agenti. «Alimentare un clima di odio e di delegittimazione verso un intero corpo dello Stato è un atto di grave irresponsabilità. Trasformare migliaia di donne e uomini in divisa in un bersaglio significa colpire chi ogni giorno serve l’Italia con professionalità, sacrificio e coraggio», ha concluso.

Trump impone nuovi dazi al 50 per cento al Canada

Donald Trump ha annunciato nuovi dazi del 50 per cento contro le importazioni di alcuni prodotti dal Canada. La presidenza degli Stati Uniti ha detto di voler imporre le tariffe, che entreranno in vigore fra 30 giorni, come ritorsione per le misure adottate da Ottawa contro le merci statunitensi, considerate discriminatorie. Ha citato i dazi canadesi del 25 per cento su alcune auto statunitensi, il presunto trattamento di sfavore riservato al formaggio americano rispetto a quello europeo e il divieto di vendita di alcolici prodotti negli Stati Uniti imposto in molte province canadesi. Si tratta in gran parte di misure introdotte in risposta proprio ai primi dazi imposti da Trump sulle merci canadesi. I nuovi dazi riguarderanno prodotti che vanno dal vino ai bastoni da hockey al cemento, e anche prodotti che dovrebbero essere esclusi dai dazi secondo l’accordo commerciale fra Stati Uniti, Canada e Messico. Saranno esclusi invece il pesce, le terre rare (metalli fondamentali per moltissime produzioni tecnologiche), i sali di potassio (usati in agricoltura) e prodotti già sottoposti a dazi.

Morto a Bologna, scontri e guerriglia durante la protesta: 11 feriti

È di almeno 11 feriti, tra poliziotti e manifestanti, il bilancio della protesta che si è tenuta lunedì 20 luglio 2026 a Bologna per chiedere verità e giustizia sulla morte di Abderrahim Fakir, il 43enne deceduto durante un intervento della Polizia. La manifestazione, nata pacificamente, è degenerata in ore di tensione con lanci di bombe carta, auto date in fiamme, cassonetti divelti e atti vandalici. Un agente e un civile sono stati portati in ospedale, e il 118 ha soccorso sul posto altri cinque agenti e quattro civili. Ma il dato potrebbe cambiare. Il Coisp, sindacato di Polizia, parla infatti di 56 agenti feriti di cui 15 del reparto mobile di Padova, 26 di quello di Firenze e 15 di quello di Bologna, con prognosi fino a 15 giorni. «Sono rimasti feriti perché colpiti da enormi pietre, bottiglie di vetro e bombe carta lanciate dai violenti gruppi di antagonisti e anarchici», ha spiegato il segretario Pianese. È stata anche incendiata un’auto del Comune.

Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine

Dalla piazza gremita si sono alzati slogan come “Tout le monde deteste la police” e “Giustizia, giustizia” e in breve tempo la tensione è salita fino a sfociare in violenza. Oltre ai lanci di oggetti, gli agenti hanno ricevuto insulti e calci, rispondendo con manganellate e scudi. Poi la situazione è degenerata, con continui tentativi di respingere e disperdere la folla con lacrimogeni e idranti. Gli attivisti hanno usato le barriere del cantiere del tram per difendersi, distruggendo le bici del servizio sharing e lanciando anche le sedie dei dehor.

Daniele Compatangelo, chi era il giornalista di La7 morto a Washington

È morto improvvisamente, all’età di 50 anni, Daniele Compatangelo, giornalista e corrispondente dagli Stati Uniti per La7. Il cronista è stato trovato senza vita nel suo appartamento di Washington e sarebbe deceduto per un malore. Nato a Savona nel 1975, da anni viveva negli Usa da dove aveva curato corrispondenze per varie testate italiane, tra cui anche Sky TG24.

Chi era Daniele Compatangelo

Oltre a essere il punto di riferimento e corrispondente da Washington per La7, Compatangelo ricopriva la carica di presidente della White house foreign correspondents’ association, l’associazione che riunisce i giornalisti internazionali accreditati presso la politica governativa statunitense. Nel corso della sua carriera aveva collaborato anche con altre grandi testate e network internazionali. Negli ultimi mesi era salito alla ribalta per la sua intervista telefonica a Donald Trump in cui il tycoon aveva rivelato che la premier Meloni l’aveva implorato di fare un selfie con lui. Una dichiarazione che aveva innescato un rilevante dibattito politico e diplomatico e che aveva fatto deteriorare i rapporti tra Trump e Meloni. La notizia della sua scomparsa ha scosso La7, con il direttore Andrea Salerno che ha così espresso il cordoglio dell’intera emittente: «Siamo attoniti. Tutta La7 si stringe ai suoi cari. Daniele era un collaboratore prezioso e raro. Per la sua voglia di raccontare sempre e con precisione e allegria. Era un bravo giornalista. Mancherà».

La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini

Desalvinizzazione della Lega. È la definizione giornalistica più in voga del momento per descrivere la fase di grande decadenza della leadership di Matteo Salvini.

La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
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La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini
La Lega riscopre Bossi e la Padania ma non trova un futuro dopo Salvini

Scompare il nome del capo e tornano i vecchi simboli

La nuova terminologia parte da una constatazione reale. L’eliminazione del nome del capo dai simboli usati nelle feste estive del partito. In effetti, sempre meno numerose e sempre meno popolate, nelle tradizionali feste lombarde non solo viene usato il simbolo Lega senza l’aggiunta “Salvini premier”, ma la decisione viene accompagnata da una sorta di movimento nostalgico. Sono tornate le parole “Padania” e “centralismo” nei discorsi di alcuni big come il governatore lombardo Attilio Fontana. Sono tornati il Sole delle Alpi e i tributi a Umberto Bossi e Roberto Maroni. È tornato anche il Va’ pensiero con il militante più celebre, il cosiddetto militante ignoto, Elio Fagioli da Saronno, che sale sul palco a cantare con la mano sul petto e la polo rigorosamente verde.

Un patto con i governatori basterà a risollevare la Lega?

È come se la morte del Senatur e le difficoltà di Salvini abbiano dato il via a un movimento a ritroso. Ma la politica non è amarcord. Come ha ricordato Giancarlo Giorgetti dal palco della festa di Sumirago, nel Varesotto, in politica bisogna sapere «da dove si viene» per indicare «dove si vuole andare». Ed è questo che manca alla Lega di oggi. Erosa a destra da Fratelli d’Italia e, soprattutto, da Futuro nazionale di Roberto Vannacci, il movimento vive in quel prefisso privativo: ‘de’. Desalvinizzare la Lega, ma per andare dove? Lo stesso segretario non è poi così contrario a questa strategia. Parecchi mesi fa lui stesso aveva proposto in un’intervista di togliere il suo nome dal simbolo in vista delle Politiche del 2027 e nelle comunicazioni ufficiali del partito ha imposto da tempo ormai il termine “Lega” (senza la dicitura “Salvini premier”), ma il tema è tutto lì. Salvini ha fatto saltare il patto per dare maggiori poteri a Luca Zaia, quando una bozza di accordo era già stata elaborata con l’ex doge alla guida di una sorta di ‘falange’ del Nord per recuperare consensi nelle zone dove l’elettorato leghista è tradizionalmente forte. Con l’avvicinarsi delle Politiche, probabilmente Salvini proverà comunque a stringere un accordo con alcuni uomini elettoralmente forti al Nord (Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti e forse Attilio Fontana) per candidarli capolista nelle circoscrizioni settentrionali. Ma basterà ad arginare Vannacci e la perdita di consensi mentre i dirigenti del Sud sembrano essere già con un piede fuori dal partito?

Le responsabilità dei dirigenti yes man

Insomma, anche i principali critici di Salvini sembrano avere le idee molto confuse. Quale è la strategia di Fontana per esempio, che ogni quarto d’ora attacca un esponente di governo, compresi quelli del suo partito? O quella di Roberto Calderoli che si lamenta delle sedie vuote alle feste della Lega? O, ancora, quella di Giancarlo Giorgetti che invita la Lega a «non aver paura» di ritrovare la via ma poi è il primo a riallinearsi e mostrarsi fedele al capo? Insomma, il fallimento attuale non è tanto quello di Salvini che fa Salvini e si arrabatta, anche maldestramente, per rimanere attaccato al potere. Ma di tutti quei dirigenti la cui decennale azione politica si può condensare in una frase: accontentare le direttive del capo. Insensibili al rumore sempre più assordante della base che chiede un rinnovamento della leadership, i big della Lega restano immobili in uno stato di spleen politico. E non è che manca un successore perché di dirigenti che potrebbero prendere il posto di Salvini ce ne sono diversi (gli stessi Zaia, Fedriga, o Riccardo Molinari e Alberto Stefani). Ognuno di loro andrebbe bene a una base ormai troppo insofferente. Ma no: c’è un cordone di seconde linee che blocca tutto. È come se fossero lì, paralizzati a cantare una vecchia filastrocca: «Capo facci cambiare, facci cambiare capo, se non ci fai cambiare, ti romperemo il capo». Ma il capo dice no. E loro buttano via il sogno di cui tanto si riempiono la bocca nei comizi pur di non mettere in discussione il leader.