Youssef Siher, il creatore dei canali social del Movimento 17 ottobre, si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio con la gip Tiziana Landoni nel carcere milanese di San Vittore. Il ricercatore 30enne, legato sia a gruppi ProPal che all’antagonismo milanese, è stato fermato il 24 ottobre per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, perché ritenuto l’amministratore degli account del Movimento 17 ottobre da lui creati subito dopo la guerriglia urbana in pieno centro a Milano. Dopo l’udienza, la gip dovrà decidere sulla richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare in carcere avanzata dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Francesca Crupi.
Israele al voto per il rinnovo della Knesset e per definire il prossimo governo. Chiamati al voto circa 7,3 milioni di cittadini: sono 36 le liste che si contendono i 120 seggi del parlamento monocamerale dello Stato ebraico, ma solo 13 vengono rilevati nei sondaggi perché in grado di superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento. Atteso un testa a testa tra il premier uscente Benjamin Netanyahu, che si gioca il futuro politico dopo tre anni di guerra, e lo sfidante Gadi Eisenkot. Le cose da sapere su questa importante tornata elettorale, la prima nel Paese dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Benjamin Netanyahu contro Gadi Eisenkot (Ansa).
Seggi aperti dalle 7 alle 22, con qualche eccezione
Il voto è iniziato alle ore 7 locali (le 6 in Italia) e terminerà alle 22 (le 21 da noi). Nelle piccole località con un massimo di 350 elettori, i seggi rimarranno però aperti meno a lungo: dalle 8 alle 20. Lo stesso orario si applica ad alcuni seggi speciali come ospedali, case di riposo e carceri.
Voto in Israele (Ansa).
Il testa a testa previstio dai sondaggi
Gli ultimi sondaggi diffusi prima dell’apertura dei seggi indicano un testa a testa tra lo schieramento del primo ministro Netanyahu (leader di Likud) e il blocco dell’opposizione guidato da Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle IDF, oggi presidente del partito Yashar. Secondo le previsioni, nessuna delle due coalizioni (rispettivamente di estrema destra e destra) sarebbe in grado di raggiungere la maggioranza di 61 seggi alla Knesset. Potrebbe quindi essere decisivo il terzo blocco, quello formato dai partiti arabi. Attesa un’affluenza particolarmente alta: i sondaggisti rilevano che il 74 per cento della popolazione ha espresso la volontà di andare a votare.
Voto in Israele (Ansa).
Subito gli exit poll, poi l’attesa per i risultati definitivi
In Israele vige un sistema proporzionale puro a collegio unico. I primi exit poll verranno pubblicati immediatamente con la chiusura delle urne. I risultati finali saranno però ufficializzati solo otto giorni dopo il voto, ovvero il 4 novembre. Questo perché il conteggio delle “buste doppie” (ossia di chi vota lontano dal proprio luogo di residenza, come soldati, diplomatici, persone ospedalizzate) richiede più tempo.
Le tensioni e il ruolo dei partiti arabi
Le elezioni si svolgono in un clima di tensione: il partito Haredi Public, ad esempio, ha denunciato alla polizia che i suoi attivisti hanno subito aggressioni e che i gazebo allestiti fuori dai seggi sono stati oggetto di atti di vandalismo nelle città ultraortodosse di Bnei Brak, Beit Shemesh e Beitar Illit. Non solo: le forze di sicurezza israeliane hanno imposto un rigido cordone attorno alla Cisgiordania. In un video girato nell’insediamento dei coloni di Peduel, Netanyahu ha ribadito il suo slogan elettorale secondo cui «il vero tema di queste elezioni è o la destra o la Palestina», affermando poi che il suo principale rivale Eisenkot avrà bisogno del sostegno dei partiti arabi per governare. Il blocco di destra, tuttavia, ha escluso qualsiasi alleanza con qualsiasi formazione guidata da cittadini arabi.
Si è concluso con successo il periodo di offerta in opzione dell’aumento di capitale di Unipol finalizzato all’acquisto degli sportelli di Mps, con la sottoscrizione del 98,42 per cento del totale delle azioni offerte, per un ammontare complessivo di 2,46 miliardi di euro. I diritti di opzione non esercitati, si legge in una nota, saranno offerti in Borsa il 28 e il 29 ottobre 2026, salvo chiusura anticipata dell’asta. Restano inoptate solo 1,92 milioni di azioni, per un valore di circa 39,45 milioni di euro. L’operazione, deliberata il 7 ottobre dal consiglio di amministrazione della compagnia, è finalizzata all’acquisto da Intesa Sanpaolo di 635 filiali di Mps in caso di successo dell’opas sulla banca di Siena. Filiali che saranno poi trasferite a Bper, con Unipol che vedrà crescere la sua partecipazione nel polo bancario. I principali azionisti – il patto delle cooperative guidato da Coop Alleanza 3.0 – titolari complessivamente del 50,27 per cento del capitale, hanno rispettato integralmente gli impegni di sottoscrizione.
È entrata in vigore alle ore 2 italiane (le 3 locali) la tregua tra Ucraina e Russia volta a consentire l’accesso degli aiuti umanitari alla città di Oleshky, cittadina sulla riva meridionale del fiume Dnipro nella regione di Kherson occupata dalle forze di Mosca. L’annuncio del cessate il fuoco temporaneo era stato dato dalla Casa Bianca, che aveva attribuito il merito alla first lady Melania Trump.
Ghost town: Footage reveals the devastation in Russian-occupied Oleshky
Burned-out vehicles along the roads, destroyed buildings, and deserted streets. This is what Oleshky, a Ukrainian town in the Kherson region under Russian occupation since 2022, looks like today.
Archive drone footage released by Ukraine’s 34th Separate Marine Brigade "Borysfen" in September reveals the scale of the destruction.
A temporary ceasefire is set to begin here on October 29, following an agreement between Ukraine and Russia brokered by Melania Trump. The pause is intended to allow humanitarian aid deliveries and the evacuation of civilians.
According to estimates, between 1,700 and 2,000 people remain in the town, most of them elderly.
Non si fermano però gli attacchi russi nel resto del Paese. Missili balistici russi hanno colpito il complesso universitario di Kyiv e l’area circostante: un morto e otto feriti. Le bombe di Mosca, ha spiegato il sindaco Vitaliy Klitschko, hanno danneggiato «edifici residenziali pluripiano e privati, strutture sanitarie, una stazione della metropolitana, un dormitorio universitario, un centro commerciale, un edificio amministrativo, tram e automobili», così come il ponte Pivdennyi sul fiume Dnipro. La Russia ha inoltre lanciato attacchi nella notte su Kharkiv, uccidendo due persone.
Il Partito liberale del Brasile ha riconosciuto i risultati delle elezioni presidenziali che hanno visto la vittoria al ballottaggio del presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva, distanziandosi così dalle posizioni del proprio candidato Flávio Bolsonaro che ha dichiarato di non accettarla, continuando a esprimere dubbi sulla regolarità del voto. Il Partito ha comunque fatto sapere che questi ultimi dovranno essere chiariti. Il riferimento è al fatto che la chiusura di alcuni seggi è stata posticipata di due ore per permettere di votare anche alle persone che stavano avendo difficoltà a spostarsi a causa delle forti piogge. La proroga era stata chiesta sia da Lula sia dallo stesso Bolsonaro, che dopo l’esito del voto l’ha ritenuta inaccettabile chiedendo l’annullamento della votazione e accusando Lula di abuso di potere politico ed economico. Ha infatti sostenuto che abbia impiegato miliardi di euro in denaro pubblico per comprare voti e favorire la propria rielezione, senza fornire prove.
Bolsonaro: «La polizia mi ha tolto il passaporto»
In un video pubblicato sui social, Bolsonaro aveva anche detto che la polizia federale brasiliana gli aveva ordinato di consegnare il passaporto, sostenendo così che gli fosse stato proibito di lasciare il Paese. Secondo lui la decisione era legata a un commento del fratello Eduardo, che vive negli Stati Uniti, e che due giorni prima delle elezioni aveva auspicato che, qualora non eletto, Flávio lasciasse il Brasile. «Non ho mai pensato di andare via dal Paese», ha detto Bolsonaro, descrivendo il provvedimento come un tentativo di intimidazione.
Se il campo largo piange, pure il centro non ride. Per lo meno quello che guarda a sinistra, dove le sigle aumentano, ma sarà dura per ognuna di loro arrivare all’agognato 3 per cento, ovvero la soglia di sbarramento della legge elettorale targata Meloni. E così qualcuno propone di federarsi in una lista unitaria, non solo per le elezioni, ma anche in vista delle primarie, con un unico candidato di centro a sfidare Elly Schlein e Giuseppe Conte. Ma è un percorso niente affatto facile.
Giuseppe Conte con Elly Schlein (Imagoeconomica).
Tabacci tende la mano a +Europa e a Più Uno
Innanzitutto, molti di questi centrini avranno il grosso problema di raccogliere le firme: per presentare una nuova lista se ne devono racimolare 450 mila in tutta Italia e 6 mila in ogni collegio. Per aggirare lo scoglio, molti stanno cercando di agganciarsi a mini-gruppi già presenti in Parlamento, per fare scendere l’asticella a 1500 firme a collegio. L’abbiamo visto in queste ore con +Europa (di Riccardo Magi, Benedetto Della Vedova, Luca Pastorino) che ha prenotato il “taxi” di Bruno Tabacci e Aboubakar Soumahoro per formare il gruppo +Europa-Centro Democratico, Stati Uniti d’Europa.
Bruno Tabacci (Ansa).
Tabacci è pronto ad aiutare anche Più Uno di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli. I due giovedì scorso hanno presentato il loro programma nella sede della stampa estera: 43 proposte per il governo del Paese, ognuna corredata dal corrispettivo di spesa. Per Ruffini e Gabrielli le primarie dovrebbero essere aperte a più candidati (e non limitate una corsa a due) e a doppio turno. Ma se si riuscissero ad evitare, sarebbe pure meglio. E qui si spera nella Consulta e nella possibilità che venga bocciata la parte dello Stabilicum che prevede l’indicazione del premier. Se così fosse, le primarie non sarebbero più così necessarie. Più Uno, che si rifà nei valori all’Ulivo di Romano Prodi, è fermamente nel centrosinistra. E Ruffini ha lanciato l’appello ai centristi per presentarsi con una lista unica alle elezioni.
Ernesto Maria Ruffini, Franco Gabrielli e Bruno Tabacci (Imagoeconomica).
La rete di Alessandro Onorato e di Enzo Maraio
Matteo Renzi e la sua Casa riformista è pronto a raccogliere l’invito e a fare da collante per le varie anime centriste. Chi invece sembra svicolare è Alessandro Onorato col suo Progetto Civico che non solo vorrebbe candidarsi alle primarie, ma non sembra esaltato dall’idea di correre tutti insieme sotto un unico simbolo. «No alle ammucchiate», ha detto l’assessore romano nella kermesse di Progetto Civico all’Eur nello scorso fine settimana. E del resto perché mai Progetto Civico, nato su input di Goffredo Bettini con la benedizione di Giuseppe Conte, che ha accolto al suo interno anche ControCorrente di Ismaele La Vardera e ha stretto un accordo con i socialisti di Enzo Maraio (sfumato il passaggio di Tabacci, a dare manforte è arrivato il senatore del M5s Luigi Nave che ha traslocato nel Misto) dovrebbe mai mescolarsi con l’acerrimo nemico Renzi o con Ruffini e Gabrielli? In politica mai dire mai, e se la legge elettorale poi obbligherà all’unione tutto potrà succedere, ma al momento le posizioni e le ambizioni sembrano distinte e distanti. Anche perché Progetto Civico sta trovando sempre più la sua identità come movimento dei sindaci, cosa assai diversa dalla creatura di Gabrielli e Ruffini, «lo sbirro e l’esattore», come li ha ribattezzati Salvatore Merlo sul Foglio.
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).
Gli appelli all’unità di Spadafora
Completa il quadro Primavera, l’associazione del redivivo Vincenzo Spadafora, ex pentastellato ed ex ministro delle Politiche giovanili, che decise di seguire Luigi Di Maio nella sfortunata scissione dal M5s. Spadafora da tempo invita i centristi a unirsi: «Concretamente ci vuole un bel bagno di realtà», ha ricordato in una recente intervista al Corriere della sera. «Noi realtà del centro nate di recente abbiamo percentuali simboliche dello zero virgola. A stento si arriva all’1 per cento. Nessuna ha scaldato i cuori a tal punto da pensare che da sola può farcela. Non c’è stato a sinistra “l’effetto Vannacci”. Non si può continuare ad andare ognuno per la sua strada, se vogliamo bene al Paese». L’aiuto di Schlein a Rifondazione comunista.
Vincenzo Spadafora (Imagoeconomica).
Tra i “piccoli”, anche se lontanissimo dal centro, c’è anche Rifondazione comunista di Maurizio Acerbo, a cui Elly Schlein ha di recente “prestato” il senatore dem Andrea Crisanti, passato al Misto in modo da consentire al partito di raccogliere “solo” 1500 firme per collegio. Insomma, gruppi, listini e movimenti che da soli hanno percentuali da prefisso telefonico, ma insieme possono fare numero insieme alle forze principali del campo largo (Pd, M5S e Avs) per raggiungere l’agognato 42 per cento che farebbe scattare il premio di maggioranza.
Andrea Crisanti (Imagoeconomica).
Le mosse interne al centrodestra
Dall’altra parte, nel centrodestra, il centrino è meno affollato. C’è Noi Moderati di Maurizio Lupi, che nacque su ispirazione di Ignazio La Russa per “svuotare” Forza Italia, fallendo l’obiettivo (è inchiodato da anni all’1 per cento). Ora subirà pure la concorrenza di Sud chiama Nord di Cateno De Luca e dell’ex viceministra conque stelle all’Economia Laura Castelli, che punta al 2 per cento su scala nazionale e in Parlamento ha avuto l’aiutino di Giorgia Meloni, che gli ha prestato un suo deputato, Luca Sbardella, sempre in chiave anti-firme. Cateno De Luca sarà a Roma col suo movimento nei prossimi tre giorni per una kermesse dove si alterneranno ministri e giovedì ci sarà pure la premier. Meloni è stata generosa anche nei confronti di Marco Rizzo, prestandogli il senatore di Fdi Antonio Guidi, che ha fondato a Palazzo Madama la componente del nuovo partitino Italia Domani, nato dalle ceneri di Democrazia Sovrana Popolare. «Escludo di candidarmi col centrosinistra», ha assicurato l’ormai rossobruno Rizzo, ormai sempre più bruno e sempre meno rosso. E per la Meloni tutto fa brodo.
Si è tenuto lunedì 26 ottobre 2026 a Milano l’evento Società Benefit: dalla competitività all’interdipendenza, durante il quale è stata presentata la nuova edizione della ricerca nazionale sulle Società Benefit 2026. Attraverso gli interventi dei partner del progetto – Nativa, il Research department di Intesa Sanpaolo, InfoCamere, l’Università di Padova, la Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit – è emerso un quadro aggiornato su competitività, relazioni di filiera e rapporto con i territori. Si ricorda che Società Benefit è uno status giuridico adottato da imprese che, oltre allo scopo di distribuire gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, ambiente e stakeholder, impegnandosi a valutare in maniera trasparente il proprio impatto.
Presentazione della ricerca sulle Società Benefit (Intesa Sanpaolo).
L’adozione del modello Benefit concorre a una migliore performance delle imprese
L’analisi sulla competitività abbina circa 2 mila Società Benefit ad altrettante imprese non-benefit con profili il più possibile omogenei per dimensione, settore, territorio e coorte di età. L’analisi evidenzia un’associazione positiva tra qualifica Benefit e crescita d’impresa, con uneffetto stimato risulta pari a circa +13 per cento per il fatturato, +17 per cento per il costo del lavoro e +12 per cento per il valore aggiunto. L’adozione del modello Benefit risulta quindi uno degli elementi che concorrono alla migliore performance delle imprese. Il vantaggio si rafforza quando l’identità Benefit si accompagna a strategie orientate alla qualità, alla sostenibilità ambientale e all’apertura internazionale.
Filiere più stabili
Le filiere delle Società Benefit sono più stabili. Il 27,4 per cento degli acquisti è destinato a fornitori con cui esiste un rapporto continuativo negli ultimi nove anni, contro il 21,8 per cento delle non-benefit. Questo dato offre uno spunto di riflessione sulla tenuta delle supply chain. In una fase caratterizzata da elevata volatilità dei mercati e da frequenti tensioni nelle catene di fornitura globali, la capacità di mantenere relazioni stabili con i fornitori potrebbe rappresentare un elemento di forza. La stabilità delle relazioni può tradursi in un vantaggio competitivo, favorendo non solo l’efficienza e la continuità degli scambi, ma anche la diffusione di conoscenze, pratiche e valori condivisi tra le imprese coinvolte e la gestione delle criticità. L’ecosistema include anche le imprese più piccole. Quando l’impresa ordinante è una microimpresa Società Benefit, la quota di fornitori Benefit di pari dimensioni è pari al 57 per cento, quasi il doppio rispetto a quanto osservato quando gli acquirenti sono le società non-benefit. Il dato indica un ecosistema diffuso, in cui anche le realtà più piccole riescono a consolidare relazioni commerciali con imprese che condividono valori simili.
Non si vive solo di piani industriali. Dopo l’arrivo della nuova proprietà e il rilancio editoriale, c’è tempo persino per un po’ di team building a tema sportivo. E se sei a Roma, cosa c’è di più praticato e popolare del padel? Così il Gruppo Gedi ha deciso di organizzarci un torneo per dipendenti. Appuntamento nella Capitale domenica 29 novembre, in un centro sportivo dedicato. La nuova gestione delle Risorse umane ci tiene. E ha chiamato a raccolta tutti: «L’obiettivo? Passare qualche ora insieme, divertirci e fare squadra. Non serve essere campioni, né aver mai preso in mano una racchetta: si gioca in coppia e, se vuoi partecipare ma non hai un partner, pensiamo noi agli abbinamenti».
Partecipazione gratuita, iscrizione entro il 15 novembre
Dunque, dopo la trasferta ad Atene del cdr di Repubblica a caccia del piano strategico di Theo Kyriakou, ecco un’altra iniziativa del nuovo corso greco che travalica i confini del Gruppo e diventa una curiosità dal magico mondo dei giornali. La partecipazione è gratuita e aperta a chiunque. Per le iscrizioni c’è tempo fino al 15 novembre. Con tanto di messaggio motivazionale finale: «Che tu sia un giocatore esperto o alla prima partita, l’importante è esserci. Ci farebbe davvero piacere incontrarvi in campo. Ci vediamo a padel!». Allora che fa, batti lei?
La Sala Stampa della Santa Sede, in un comunicato diffuso oggi, ha reso noto che «il viaggio apostolico di papa Leone XIV in Uruguay, Argentina e Perù, previsto dal 6 al 17 novembre 2026, si svolgerà secondo il programma precedentemente pubblicato». A due settimane dall’intervento chirurgico al quale è stato sottoposto, il recupero del pontefice procede «in linea con le valutazioni favorevoli comunicate dall’équipe medica che lo segue». In particolare il dottor Luigi Carbone, medico personale del papa e chirurgo che l’ha operato il 13 ottobre al Policlinico Gemelli, ha confermato che il recupero postoperatorio di Leone XIV «continua a progredire e gli ultimi esami medici confermano la buona salute e le condizioni cliniche favorevoli». Non ci sono dunque controindicazioni, «visto il quadro clinico attuale, gli esami strumentali e di laboratorio eseguiti, che impediscano di intraprendere il prossimo viaggio apostolico in America Latina come programmato».
La dichiarazione di Leone XIV
«Sono felice di poter tornare nel continente nel quale ho vissuto tanti momenti della mia vita. Possa questo viaggio essere un’occasione per aprire i nostri cuori gli uni agli altri, rafforzare la nostra comunione come fratelli e sorelle e rinnovare il nostro impegno ad annunciare il Vangelo con gioia», ha dichiarato Leone XIV. I successivi accertamenti medici dopo l’intervento per la rimozione di un adenocarcinoma hanno confermato che la patologia era localizzata e che per il pontefice non sono necessari trattamenti oncologici.
Jannik Sinner, ai box per un problema al ginocchio destro che l’ha costretto a saltare praticamente tutta la seconda metà di stagione, tornerà in campo al Six Kings Slam, il ricchissimo torneo-esibizione a Riad posticipato a fine dicembre (27-30) per la crisi in Medio Oriente. Il tennista azzurro ha infatti repostato sui suoi canali social la locandina del torneo arabo, in cui è stata annunciata anche la sua presenza.
Sinner non scende in campo dal 12 luglio
L’ultima partita disputata da Sinner, ovvero la finale di Wimbledon vinta sul tedesco Alexander Zverev (che gli soffierà la prima posizione del ranking), risale al 12 luglio. Il Six Kings Slam si sarebbe dovuto tenere a fine ottobre e il fenomeno altoatesino aveva dato forfait per colpa dell’infortunio al ginocchio: gli organizzatori lo avevano sostituito con lo statunitense Learner Tien. Ma, visto che il torneo è stato posticipato, potrà invece prendervi parte assieme a Carlos Alcaraz, Novak Djokovic, Zverev, Alex De Minaur e Taylor Fritz.
La Procura di Milano ha chiesto la convalida del fermo con l’applicazione della custodia cautelare in carcere per Youssef Siher, il ricercatore di origini marocchine ritenuto dagli investigatori della Digos e dai pm la mente del Movimento 17 ottobre, nato sui social dopo gli scontri e i saccheggi avvenuti nel centro del capoluogo lombardo. Siher è stato fermato sabato 24 ottobre con le accuse di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, tramite la creazione e gestione di canali social e chat, anche su Telegram, per alimentare la mobilitazione nelle piazze. Assieme a Youssef è indagata per istigazione a delinquere in concorso anche la moglie Sagia Hammoud.
Sagia Hammoud.
Il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato
Secondo i pm Siher deve restare in carcere perché sussistono il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato. Il politologo e attivista pro Pal, spiegano, ha assunto «un profilo di spicco nel movimentismo» ed era a «conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone». Le istruzioni fornite agli utenti «denotano un chiaro disegno strategico nel senso che le piazze indicate come luogo di concentramento risultavano per l’appunto strategiche al fine di impedire i controlli delle forze dell’ordine». La Procura di Milano ritiene poi insufficiente la misura degli arresti domiciliari perché «appare evidente la sussistenza» del pericolo di fuga: Siher, infatti, «ha dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce». L’interrogatorio di convalida del fermo è in programma martedì 27 ottobre nel carcere milanese di San Vittore davanti al gip Tiziana Landoni.
È stata riconosciuta l’aggravante della premeditazione per Alessandro Impagnatiello nel processo d’appello bis per l’omicidio della fidanzata Giulia Tramontano, incinta di sette mesi e uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023 a Senago, nel Milanese. La Corte d’Assise d’Appello di Milano è stata chiamata a rivalutare l’aggravante, esclusa nel precedente giudizio di secondo grado, su indicazione della Cassazione. Impagnatiello è già stato condannato all’ergastolo ed è in carcere a Pavia. Il riconoscimento della premeditazione comporta un isolamento diurno di tre mesi sulla condanna all’ergastolo. Dopo la lettura del verdetto, i familiari della vittima hanno applaudito in aula. Ci sono poi stati abbracci tra la madre, la sorella e il fratello di Giulia e il loro legale Nicodemo Gentile. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 45 giorni.
La sorella di Giulia: «Alessandro dovrebbe solo chiedere scusa»
Chiara Tramontano, sorella di Giulia, ha così dichiarato dopo la sentenza: «Mi appello alle nuove generazioni. Se volete un esempio da non seguire scrivete su Google “Alessandro Impagnatiello” e vedrete che è una persona che nella vita non si è mai pentita. È entrato in quest’aula credendo di avere il diritto che non gli fosse riconosciuta la premeditazione, quando dovrebbe avere solo il dovere di chiedere scusa, non necessariamente a parole, ma con un atteggiamento che dimostri di sentirle».
Dopo il documentario di Walter Veltroni presentato alla mostra del Cinema di Roma, nuova vita per la Gialappa’s. Anche se, nonostante la popolarità del trio, il film ha avuto per ora un’accoglienza gelida in sala.
Ma torniamo alla tv. Lunedì sera, per il secondo appuntamento della nuova stagione di GialappaShowad affiancare il Mago Forest sarà la modella e conduttrice Bianca Balti, ma c’è chi nota anche la presenza di un fedelissimo di Veltroni: l’attore Stefano Fresi.
Stefano Fresi (Ansa).
Non solo. Anche l’imitazione di Aldo Cazzullo portata in scena da Edoardo Ferrario desta qualche sospetto. I maligni sibilano che sotto sotto ci sarebbe la rivalità tra il giornalista e Veltroni (Fresi, tra l’altro, è stato anche protagonista di C’è tempo uscito nel 2019). Al Corriere della Sera sembra ci sia una gara tra i due a chi occupa più spazio con interviste e altre amenità, fatto sta che la concorrenza esiste. E, curiosamente, nel programma osannato da Veltroni arriva il “perculamento” di Cazzullo…
Giacomo Poretti chi ringrazia? Veltroni
Giacomo Poretti, protagonista della nuova puntata di Stories, il ciclo di interviste ai principali interpreti dello spettacolo di Sky Tg24, ospite del vicedirettore Omar Schillaci, che cosa fa? Ringrazia Walter Veltroni. Nella puntata di lunedì, Poretti spiega la nascita e il successo di Tafazzi: «Stavamo costruendo uno sketch dei supereroi. Ad Aldo e Giovanni erano venute due belle idee: Aldo faceva Superman, Giovanni faceva Flash. E io avevo solo il vestito. Quando sei umiliato, sei vicino al fallimento. Ho visto la bottiglia lì sul tavolo, che casualmente era lì, e ho cominciato a battermela addosso. Loro sono morti dal ridere. Tafazzi non aveva proprio un testo, non aveva battute, non aveva niente». La fortuna del personaggio è arrivata grazie a Walter Veltroni, allora direttore de L’Unità, che fece scrivere a Sandro Veronesi un articolo in prima pagina: «Mi telefonò dicendo che era un personaggio geniale. Io devo questa fortuna anche a lui». Se non ci fosse Veltroni, cosa sarebbe la televisione italiana?
Giornata memorabile, quella di martedì 27 ottobre a Roma. Nel pomeriggio, presso la sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, edificio del Senato, si terrà un prezioso convegno intitolato “Motorismo storico, patrimonio vivo d’Italia”, organizzato dall’Automotoclub Storico Italiano (ASI) per celebrare i 60 anni dell’associazione. L’iniziativa, coordinata da Francesco Giorgino, docente di Comunicazione e Marketing alla LUISS, vedrà l’intervento di Ignazio La Russa. Il presidente del Senato poi passerà la parola al numero 1 dell’ACI, cioè suo figlio Geronimo. Parteciperanno anche Alberto Scuro in qualità di presidente Asi e Fiva, il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, Cristina Rossello, presidente dell’intergruppo parlamentare Patrimonio Italiano e fedelissima della famiglia Berlusconi, Remo Chiodi dg per l’ippica del ministero per l’Agricoltura, Maria Pace Odescalchi, presidente dell’Associazione Dimore Storiche Italiane.
Il Senato premia le eccellenze italiane. Ma pare esserci una sfida tutta interna al centrodestra per stabilire chi è più attento alla gastronomia. Il ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida è “insidiato” dal leghista e vicepresidente di Palazzo Madama, Gian Marco Centinaio che qualche giorno fa è stato protagonista del Premio Luxury Food 2026, per premiare gli chef che con il loro percorso sono gli “Alfieri del nuovo lusso Made in Italy”. Una vera e propria sfida lanciata al ministro di Subiaco, paladino dell’italianità a tavola. La tavola rotonda dell’evento è stato da Angelo Mellone, direttore del Day Time della Rai.
Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu, partito politico israeliano appartenente alla destra nazionalista, ha reso noto su X di aver scritto una lettera alla procuratrice generale di Israele Gali Baharav-Miara chiedendo di avviare un’indagine penale contro il primo ministro Benjamin Netanyahu per tradimento, in seguito alle notizie secondo cui starebbe per riaprire le ostilità con l’Iran. «Il tentativo di trascinare lo Stato di Israele in una guerra alla vigilia delle elezioni, insieme alla volontà di sacrificare i soldati dell’esercito israeliano per il solo timore di perdere le elezioni, costituisce un tradimento dello Stato, della sua sicurezza e dei soldati dell’Idf», ha scritto Liberman nel suo messaggio. «Nell’ultimo mese, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta facendo pressione sui vertici dell’apparato di sicurezza affinché adottino misure che potrebbero provocare un errore di valutazione nei confronti dell’Iran».
פניתי הבוקר ליועצת המשפטית לממשלה בדרישה לפתוח בחקירה פלילית נגד בנימין נתניהו באשמת בגידה.
בחודש האחרון ראש ממשלת ישראל, בנימין נתניהו, לוחץ על ראשי מערכת הביטחון לנקוט צעדים שעלולים לייצר מיסקלקולציה מול איראן.
Il tema della guerra contro la Repubblica islamica continua a tornare, a ridosso delle elezioni della Knesset del 27 ottobre. Netanyahu ha giocato la carta della “minaccia atomica” per sostenere che ci sono ancora due anni «per finire il lavoro con l’Iran», ovvero quelli che mancano al presidente americano Donald Trump per terminare il suo mandato.
תקראו את הדברים החשובים של יובל בלומברג:
מדינת ישראל נמצאת בסכנה קיומית אמיתית ומוחשית. אם האיראנים ישיגו גרעין, שום דבר כבר לא ישנה יותר. הכל כל כך טפל אל מול הסכנה הקיומית של איראן והציר השיעי.
הסערות המבוימות והמומצאות חדשות לבקרים נועדו להסיט את תשומת הלב מהדבר האחד שהוא… pic.twitter.com/v6L73s0bFO
— Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) October 25, 2026
All’indomani del congresso straordinario della Lega a Milano, dove Matteo Salvini è stato riconfermato segretario federale, Simonetta Matone (che non ha partecipato) ha deciso di lasciare il Carroccio e passare a Forza Italia. «Me ne vado per tre motivi. Non sono stata valorizzata dal partito, il progetto del segretario sembra non contemplare più il Centro e il Sud e soprattutto non sono d’accordo con la deriva giustizialista, di estrema destra e antieuropeista di Salvini», ha spiegato. Prima di lasciare la Lega ha scritto due lettere, una indirizzata a Salvini e l’altra al vicesegretario Durigon.
Durigon: «Si accorge solo ora che siamo sovranisti»
Questo il commento di Durigon: «Simonetta è una persona molto preparata e una grande professionista, mi spiace che si accorga soltanto adesso ora, a pochi mesi dalle elezioni, che siamo un partito sovranista con una posizione chiara in Europa da anni, da quando venne candidata con la Lega in Parlamento».
Dopo aver rilevato QN, cioè i quotidiani degli eredi Riffeser, ed essere salito al 30 per cento del Giornale, Leonardo Maria Del Vecchioha messo nel mirino pure il Fatto Quotidiano: la società LMDV Media (società di investimento dedicata all’editoria riconducibile al family office LMDV Capital) ha avviato un’attività di due diligence su SEIF (Società Editoriale Il Fatto) al fine di promuovere un’offerta pubblica di acquisto finalizzata al delisting. Una mossa a sorpresa, quella dell’erede di EssilorLuxottica, considerando che solo pochi giorni fa aveva pubblicato via social un durissimo attacco ai «ratti del giornalismo» del Fatto Quotidiano dopo la pubblicazione di una serie di intercettazioni riguardanti l’indagine su un’estorsione ai suoi danni. Lo stesso giornale ha poi ripreso un’inchiesta del New York Times che riguarda le accuse dell’ex fidanzata di Del Vecchio nei suoi confronti.
Pronto un investimento complessivo di oltre 7 milioni
Come spiega una nota di LMDV Capital l’offerta – subordinata all’esito positivo della due diligence l’offerta – verrebbe promossa al prezzo di 0,286 euro per azione per un controvalore complessivo di 7.152.860 euro per il 100 per cento delle azioni di SEIF: l’ultimo prezzo fatto segnare sul mercato è stato 0,22 euro. L’offerta è subordinata anche a precise condizioni di efficacia, tra cui il raggiungimento di una partecipazione complessiva almeno pari o superiore all’82,9 per cento del capitale votante nell’assemblea ordinaria. Tale soglia è ritenuta indispensabile per rendere inoperante il limite statutario interno che vieta a un singolo azionista di possedere più del 17 per cento del capitale sociale della società.
I soci fondatori fanno sapere di non essere interessati
Le quote di SEIF sul mercato sono pari al 40 per cento del totale. Il resto è invece detenuto da giornalisti e manager: Antonio Padellaro e Cinzia Monteverdihanno il 16,25 per cento a testa, Francesco Alibertipossiede il 5 per cento, mentre Marco Travaglio, Peter Gomez, Luca D’Aprile e Marco Lillohanno meno del 5 per cento. Tramite un comunicato, SEIF ha fatto già sapere che le persone in possesso della maggioranza del capitale sociale «hanno manifestato l’intenzione di non cedere la propria quota» e, dunque, di non voler aderire all’eventuale offerta di acquisto.
Dopo la tregua ottenuta con autotrasportatori, agricoltori e pescatori, si scalda di nuovo il fronte contro il caro carburante con mobilitazioni e assemblee di tassisti e Ncc. Al momento la protesta si sostanzia con un presidio davanti al ministero dei Trasporti, senza blocchi o interruzioni di servizio. Numerose sigle sindacali che rappresentano i tassisti confluiranno poi martedì 27 ottobre 2026 a Firenze per una maxi assemblea di categoria. Un rappresentante di Federtaxi Cisal ha spiegato che la richiesta del settore riguarda il credito d’imposta che «anno dopo anno si è ridotto ai minimi». «Si tratta di una misura facilmente praticabile e può avere effetto sui costi di gestione che da quando è cominciata la crisi sono aumentati del 25-30 per cento. Siamo determinati e tra le varie forme di protesta sul piatto c’è anche lo sciopero», ha evidenziato. Alcune sigle chiedono anche l’estensione del gasolio professionale (ma i taxi ormai sono quasi tutti a benzina o ibridi o elettrici) e quella di un fondo di compensazione straordinario.
Storico risultato elettorale in Serbia: la Lista degli studenti ha infatti vinto le elezioni politiche anticipate indette a settembre dall’ormai ex presidente Aleksandar Vučić con circa il 52 per cento dei voti, ottenendo 138 seggi sui 250 del Parlamento di Belgrado e, dunque, la maggioranza. Il Partito Progressista Serbo, finora la forza politica dominante nel Paese balcanico, si è fermato al 39 per cento (104 seggi) e dunque, per la prima volta dopo quasi 14 anni, si avvia all’opposizione.
Festa a Belgrado dopo le elezioni (Ansa).
Affluenza record: sfiorato il 70 per cento
Il filorusso Vučić, che ha ammesso la sconfitta poco dopo la chiusura dei seggi, aveva indetto le elezioni anticipate dopo quasi due anni di proteste di massa, nate dal crollo di una pensilina presso la stazione ferroviaria di Novi Sad nel 2024, che aveva causato la morte di 16 persone: un disastro attribuito alla corruzione diffusa in Serbia. A premiare la Lista degli studenti, passata da movimento nato dopo mesi di proteste giovanili a principale forza politica del Paese, è stata un’affluenza record che ha sfiorato il 70 per cento: un dato che non si vedeva dalla fine della Jugoslavia e prevista da tempo dagli analisti. Alle elezioni si sono presentate 18 liste: diversi partiti di opposizione avevano scelto di non candidarsi, esortando i propri sostenitori a dare il loro appoggio agli studenti. La maggior parte dei 250 candidati della lista studentesca provengono dall’università e più in generale società civile: il numero uno della Studentska Lista era Ilija Srdanovic, cardiologo di Novi Sad.
Aleksandar Vučić (Ansa).
Le congratulazioni di Bruxelles
«Oggi, il popolo serbo si è mobilitato in numeri record per plasmare il futuro del proprio paese. Congratulazioni alla Lista Studentesca per la sua vittoria nelle elezioni parlamentari», ha scritto su X Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea: «Siamo pronti a sostenere le riforme sullo stato di diritto, la libertà dei media, la lotta alla corruzione e istituzioni democratiche solide, e a lavorare insieme per promuovere il futuro della Serbia nell’Unione Europea».
Today, the people of Serbia turned out in record numbers to shape their country’s future.
Congratulations to the Student List on its victory in the parliamentary elections.
We stand ready to support reforms on the rule of law, media freedom, the fight against corruption and strong democratic institutions, and to work together to advance Serbia’s future in the European Union.
@eucopresident
Lula ha vinto le elezioni in Brasile con il 51,74 per cento dei voti, contro il 48,2 di Flavio Bolsonaro. Uno scarto netto, superiore al testa a testa serratissimo previsto alla vigilia della tornata elettorale. «Ringrazio la generosità dei giovani brasiliani che si sono battuti a difesa della democrazia», ha detto Lula. Bolsonaro, invece, non ci sta e ha già annunciato che chiederà l’annullamento del voto, a suo giudizio falsato dalla decisione del giudice di rinviare di due ore la chiusura dei seggi, misura richiesta anche da lui. «È impossibile riconoscere il risultato di questo voto in queste condizioni. Chiederò l’annullamento del voto. Per la prima volta nella storia del Brasile un giudice ha allungato le operazioni di voto, ha cambiato le regole in corso», ha affermato. Una posizione, la sua, che al momento appare isolata. I due presidenti delle Camere, prima che lui parlasse, avevano infatti già ratificato l’esito elettorale.
Ha ribaltato il risultato del primo turno
Il trionfo di Lula arriva a pochi giorni dalle elezioni di midterm negli Stati Uniti e segna uno stop all’avanzata della destra trumpiana in America Latina. Mai, nella storia della politica brasiliana, un candidato uscito sconfitto dal primo turnoera riuscito a ribaltare il risultato nel ballottaggio. La notte del primo turno era indietro di circa due milioni di voti rispetto al suo avversario, consapevole di avere la vittoria in tasca anche perché convinto di incassare i nove milioni di voti dei candidati esclusi, tutti di centrodestra. Ora Lula avrà il compito di governare un Paese con un Parlamento in mano alla destra, punto che ha già affrontato nel suo primo discorso dopo la vittoria: «Molti dicono che Lula avrà difficoltà a governare, ma questo congresso di destra è stato eletto dal popolo, ed è con loro che lavorerò per approvare le cose».
Nasce la Lega Italia federale e anche la prima minoranza interna al partito fondato da Umberto Bossi. Con il congresso di Milano, il secondo della Lega Salvini premier (con la vecchia Lega Nord trasformata in una sorta di bad company), gli ex lumbard hanno tolto la dicitura ‘Salvini premier’ dal simbolo, affidandosi però alla guida del segretario fino al 2030.
Così Garavaglia ha rovinato i piani plebiscitari di Salvini
La scelta è stata presa a larga maggioranza dai delegati che lo avevano rieletto già un anno e mezzo fa a Firenze per alzata di mano. Il piano, lanciato dal palco di Pontida, era di ripetere il plebiscito per poi mettere a tacere tutte le critiche avanzate quest’estate dai lombardi capitanati da Massimiliano Romeo e Attilio Fontana. Ma stavolta il fu capitano si è dovuto “accontentare” dei voti di 465 delegati su un totale di 619 registrati (su 705 aventi diritto), il 76 per cento dei votanti. Circa il 24 per cento, 146 voti, è andato allo sfidante, l’ex ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Tre sono state le schede bianche, cinque i voti non validi e ben 86 i delegati che non hanno votato. Forse non era esattamente l’esito che Salvini si aspettava quando aveva annunciato il congresso straordinario, con un blitz a sorpresa. «Ritorno al congresso per chiedere se ho la fiducia della mia famiglia, e ve la chiederò alzata di mano», aveva scandito dal palco sul ‘sacro prato’. Non si è potuto votare per alzata di mano grazie alla decisione «folle», come lui stesso l’ha definita, che ha portato Garavaglia a candidarsi.
Chi ha appoggiato e votato lo sfidante
Ex sindaco di Marcallo con Casone, ex braccio destro di Roberto Maroni in Regione Lombardia, il bocconiano amico di Giancarlo Giorgettiè uno che ha fatto il ministro di Mario Draghi e allo stesso tempo è capace di citare i capponi di Renzo Tramaglino nel discorso di presentazione della sua candidatura. È riuscito quasi a raddoppiare i consensi ottenuti con la faticosissima raccolta firme chiusa mercoledì, dopo che la segreteria di via Bellerio gli aveva fornito un elenco dei delegati in rigoroso ordine alfabetico senza i contatti telefonici e la divisione per provenienza regionale (la soglia era di 80 firme divise in quattro regioni). Lo hanno aiutato in diversi, soprattutto Romeo e Fontana e – più riservatamente – lo stesso Giorgetti, stando a quanto viene riferito da fonti ben informate. Non è chiaro se Luca Zaia abbia votato per lui, anche se l’ex doge – riferiscono le stesse fonti – ha detto ai lombardi di averlo fatto (non aveva però sottoscritto alcuna candidatura).
L’intervento di Massimo Garavaglia (Imagoeconomica).
Dei 705 delegati al congresso, circa 400 lo erano di diritto: dirigenti ed eletti, parlamentari, sindaci, consiglieri regionali e comunali. Secondo i ‘nordisti’, questi – sostanzialmente fedeli all’attuale segreteria – avrebbero votato in massa per Salvini. Il che significa che i voti a Garavaglia sarebbero arrivati soprattutto dai delegati eletti, quelli della base, soprattutto lombarda, è l’argomentazione dei “ribelli”. In ogni modo, si è certificata, in una assise di partito, la presenza di una minoranza. E poco importa ai ‘nordisti’ se Salvini va dicendo che la Lega non è come il Pd e che non ci sono ma state correnti (ignorando che la prima e più importante corrente leghista fu quella dei ‘barbari sognanti’ maroniani che scatenò l’ondata che poi portò alle dimissioni di Bossi).
Roberto Maroni e Umberto Bossi nel 2012 (Imagoeconomica).
Le frizioni tra il segretario e Giorgetti
Il congresso sembra aver assopito le polemiche solo apparentemente. Il livello del confronto tra Salvini e Giorgetti – quest’ultimo applauditissimo dall’assemblea – forse non è mai stato così aspro. «Mai nel Ppe, mai al governo coi socialisti», ha scandito il segretario dal palco, anche perché «mi sono pentito di essere entrato nel governo Draghi». Una stoccata, quest’ultima, al ministro dell’Economia, il leghista più vicino all’ex governatore della Bce. I salviniani infatti ritengono – a torto o a ragione – che Giorgetti stia lavorando già per l’ipotesi di un governo tecnicodi unità nazionale nel caso in cui non esca un vincitore chiaro alle Politiche del prossimo anno. Nel suo intervento, Giorgetti non ha rinunciato a lanciare messaggi critici, con una chiarezza a lui poco usuale. A partire dall’appunto sulla natura del partito: «Credo nella Lega nazionale, non in quella nazionalista: sono due cose diverse». E altro che sovranismo, «io sono un conservatore», ha aggiunto citando il filosofo Roger Scruton molto caro anche a Giorgia Meloni.
Senza dimenticare le stoccate a Silvia Sardone, vicinissima a Salvini: «Vuole una Lega all’attacco? Io ho sempre giocato in porta…». Del resto, ha rimarcato il ministro dell’Economia, «è evidente che abbiamo dei problemi». La soluzione «è fare entrare in squadra quelli che sul territorio hanno più consenso». Durissimo, infine, sul progetto del Ponte sullo Stretto, tanto caro a Salvini, e citato come esempio di come la politica sia «l’arte del possibile, non l’arte dell’impossibile»: «Matteo vuol fare il ponte? Non è che uno dice ‘faccio il ponte’ e fa il ponte. No, ci sono una serie di vincoli, ci sono la Corte dei conti, la Corte costituzionale, la Commissione europea», ha rimarcato. Un passaggio che Giorgetti ha legato alla consapevolezza richiesta a chi governa: «Bisogna essere coscienti di questo se si è maturi politicamente».
Giancarlo Giorgetti, ministro dellíeconomia, durante il suo intervento nel secondo giorno di congresso straordinario della Lega per eleggere il nuovo segretario a Milano, 25 ottobre 2026. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI
Il no agli aiuti all’Ucraina e gli attacchi alla stampa
Ecco, del congresso rimangono le promesse salviniane di bloccare armi e aiuti a Kyiv nel prossimo Consiglio dei ministri. Uscita dal sapore elettorale che però mette in difficoltà gli alleati di maggioranza, Meloni in primis. E i rinnovati attacchi ai giornalisti, tenuti lontani dal luogo in cui si svolgeva l’assise e insultati durante il suo intervento dal palco. E poi quel simbolo con Italia (in grande) e federale (più piccolo) sotto la scritta Lega e la sagoma di Alberto da Giussano. Richiama il simbolo di un vecchio progetto di Bossi, che usò questa dicitura e questo simbolo per correre alle Amministrative a Roma nel 1993, con Maria Ida Germontani, e successivamente alle Regionali in Lazio, Puglia, Calabria e Campania. I risultati in tutte le consultazioni furono inferiori all’1 per cento. I salviniani contano di ottenere più consensi alle Politiche.