Voli cancellati e bagagli a mano, cosa cambia: le nuove regole Ue

L’Ue si prepara ad aggiornare le norme che tutelano i passeggeri all’interno della sua area per quanto riguarda ritardi, indennizzi e obblighi delle compagnie aeree. La novità più rilevante riguarda i bagagli a mano: la misura stabilisce che il prezzo finale del biglietto mostrato dalle piattaforme di prenotazione e dalle compagnie debba comprenderlo ed essere chiaro fin dall’inizio. Ciò non vuol dire che le low cost non potranno più chiedere di pagare un extra per portare a bordo un trolley, ma che semplicemente dovranno mostrare sempre il prezzo comprensivo del bagaglio a mano. Al momento della prenotazione, il viaggiatore potrà sempre optare per la tariffa senza il trolley, che costerà di meno. Insomma, a livello tecnico cambia poco, ma non ci sarà più il cosiddetto drip pricing (il prezzo che sale progressivamente durante le schermate di acquisto a causa di extra obbligatori o essenziali) e verranno uniformati i criteri di visualizzazione degli algoritmi di prenotazione. Quando si cercheranno i voli sui motori di ricerca, il confronto tra low cost e vettori tradizionali sarà quindi visivamente più corretto perché a parità di servizio offerto.

Genitori vicino ai figli senza sovrapprezzo

Un altro punto su cui l’Unione europea è intervenuta riguarda il divieto di imporre costi aggiuntivi per far sedere i bambini vicino ai genitori. Le compagnie non potranno più far pagare extra per l’assegnazione dei posti ai minori di 14 anni accanto al proprio accompagnatore. Lo stesso principio di gratuità e tutela viene applicato anche alle persone con disabilità o mobilità ridotta e ai loro assistenti.

Ritardi e cancellazioni

Per quanto riguarda i ritardi, il Parlamento europeo ha respinto i tentativi di indebolire le tutele esistenti. La soglia limite delle tre ore di ritardo per ottenere un risarcimento economico è stata mantenuta intatta e i passeggeri conservano il diritto al rimborso monetario o a un volo alternativo (riprotezione) in caso di negato imbarco, cancellazione comunicata meno di 14 giorni prima della partenza, o ritardi prolungati all’arrivo. Gli indennizzi non cambiano e rimangono calcolati sulla base della distanza della tratta aerea:

  • 250 euro per tutti i voli inferiori o uguali a 1.500 chilometri
  • 400 euro per le tratte comprese tra 1.500 e 3.500 chilometri
  • 600 euro per i voli superiori a 3.500 chilometri

Sui voli superiori ai 3.500 chilometri il vettore può ridurre l’importo dell’indennizzo del 50 per cento (a 300 euro) se offre un volo alternativo o se il ritardo accumulato all’arrivo non supera le quattro ore. Le compagnie non sono tenute a pagare se il disservizio è causato da circostanze eccezionali fuori dal loro controllo. Per evitare interpretazioni arbitrarie da parte dei vettori, l’accordo introduce un elenco chiaro (seppur non esclusivo) di tali eventi: calamità naturali, guerre, condizioni meteo proibitive, comportamenti indisciplinati dei passeggeri o scioperi dei servizi aeroporti, della navigazione aerea o dell’assistenza a terra.

Quando entrano in vigore le nuove norme

Trattandosi di un accordo provvisorio tra i negoziatori del Parlamento Ue e del Consiglio, il testo deve ora essere confermato e votato dalle rispettive istituzioni (con la votazione finale del Parlamento calendarizzata per metà luglio 2026). Una volta approvato e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, diventerà il nuovo standard per i cieli europei, plausibilmente dalla seconda metà del 2027.

A Salvini mancava solo la grana Marano in Rai: le pillole del giorno

Matteo Salvini è furioso. Il bersaglio non sono le opposizioni né qualche giornalista “ostile”. Nel mirino, questa volta, c’è Antonio Marano, consigliere anziano della Rai e, come tale, facente funzione di presidente, accusato dentro la Lega di pensare soprattutto alle proprie partite mentre ai piani alti ci si prepara l’ennesimo risiko delle nomine. La tensione si concentra su Rai Cinema, dove la possibile riconferma di Paolo Del Brocco (area Pd) come amministratore delegato e di Nicola Claudio alla presidenza vengono osservate con crescente irritazione da chi ritiene che Marano stia costruendo equilibri che vanno ben oltre i confini del centrodestra.

A Salvini mancava solo la grana Marano in Rai: le pillole del giorno
Paolo Del Brocco (Imagoeconomica).

Ma il vero terreno dello scontro è un altro. Da settimane, infatti, nei corridoi dell’azienda circola il nome di Simona Agnes, questa volta non per la presidenza (questione che sta bloccando i lavori della commissione di Vigilanza da quasi due anni) ma per la direzione generale, poltrona ora occupata da Roberto Sergio. Un’operazione la cui regia molti attribuiscono proprio a Marano, ma che si sta rivelando più complicata del previsto. Per una ragione molto semplice: il direttore generale viene nominato dall’amministratore delegato e Giampaolo Rossi, almeno per ora, non sembra avere alcuna intenzione di agevolare la nomina della figlia di Biagio, vicina a Forza Italia e in particolare a Gianni Letta. 

A Salvini mancava solo la grana Marano in Rai: le pillole del giorno
Da sinistra Roberto Sergio, Giampaolo Rossi e Simona Agnes (Imagoeconomica).

A complicare ulteriormente il quadro c’è lo statuto della Rai. Il direttore generale è una figura operativa che partecipa ai consigli d’amministrazione ma senza diritto di voto. Una condizione che rischierebbe di entrare in conflitto con l’attuale ruolo di Agnes nel board. Una sovrapposizione che potrebbe offrire il fianco a ricorsi e contestazioni, trasformando una nomina in un problema giuridico. E non finisce qui. Se Agnes dovesse lasciare il consiglio per assumere l’incarico operativo, si aprirebbe immediatamente il tema della sua sostituzione. Un nuovo consigliere significherebbe nuovi equilibri e, potenzialmente, una nuova partita per la presidenza. Uno scenario che Marano vorrebbe evitare e che invece altri osservano con crescente interesse. È per questo che il malumore della Lega continua a salire. Dietro una discussione apparentemente tecnica si sta consumando uno scontro molto politico. E come spesso accade in Rai, le norme statutarie contano. Ma contano ancora di più i rapporti di forza che quelle norme finiscono per mettere in discussione. 

A Salvini mancava solo la grana Marano in Rai: le pillole del giorno
Antonio Marano (foto Imagoeconomica).

Landini a Livorno per i 125 anni della Fiom

La Fiom compie 125 anni e per l’occasione, martedì 16 giugno, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini è arrivato a Livorno, dove nel 1901 si svolse il congresso fondativo e 20 anni dopo venne fondato il Partito Comunista Italiano. Sono previsti, tra gli altri, interventi di Mona Abuamara, ambasciatrice straordinaria della Palestina in Italia, Luigi Ciotti, presidente di Libera, Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Anpi. Un parterre non da poco. A qualcuno nel Pd lato riformista fischieranno le orecchie.

A Salvini mancava solo la grana Marano in Rai: le pillole del giorno
Maurizio Landini (Imagoeconomica).

Fiumicino attende Fazzolari in spiaggia

Dicono che «potrebbe esserci anche Fazzolari», il potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e fedelissimo di Giorgia Meloni. Fatto sta che la mattina di sabato 20 giugno, a Fiumicino, sul Lungomare della Salute, sarà inaugurata la “Spiaggia per Tutti”, progetto promosso dal Comune che gode del sostegno della Presidenza del Consiglio dei ministri e della Regione Lazio. Alla cerimonia interverranno il sindaco Mario Baccini, il presidente del Consiglio comunale Roberto Severini e l’assessore alle Pari Opportunità Monica Picca. Il lido, «senza barriere architettoniche e accessibile a tutti, negli anni ha riscosso un grande apprezzamento da parte dei cittadini e rappresenta oggi un punto di riferimento per numerose famiglie del territorio che finalmente possono vivere il mare in piena libertà». Saranno disponibili bagni e docce accessibili, passerelle dedicate e sedie da mare speciali per agevolare l’ingresso in acqua. Il progetto prevede inoltre 70 ombrelloni, 140 lettini. Ma perché si parla di Fazzolari? Perché la segreteria tecnica di “Fazzo” a Palazzo Chigi è guidata da Emilio Scalfarotto che a Fiumicino è cresciuto politicamente prima come assessore alle Risorse Umane, Affari Generali, Avvocatura e Giovani (dal 2008 al 2011) e poi come dirigente amministrativo (dal 2018 al 2022). E c’è chi scommette che potrebbe accompagnare il “capo” al taglio del nastro.

A Salvini mancava solo la grana Marano in Rai: le pillole del giorno
Giovanbattista Fazzolari (Imagoeconomica).

Apple, Antitrust avvia un’indagine sui servizi cloud

L’Antitrust ha avviato un’indagine nei confronti di Apple, Apple Distribution International Ltd e Apple Italia per l’inosservanza dell’obbligo di interoperabilità previsto dal Digital markets act cui sono sottoposti i sistemi operativi iOS e iPadOS. Infatti, ai sensi dell’articolo 6, la società deve garantire ai fornitori terzi di servizi cloud consumer, a titolo gratuito, l’effettiva interoperabilità con i sistemi operativi iOS e iPadOS, nonché parità di accesso alle stesse componenti hardware e software che sono disponibili per il servizio iCloud di Apple. L’Autorità ha elementi per ritenere che i fornitori terzi di servizi cloud consumer potrebbero non essere posti nelle stesse condizioni del servizio iCloud di Apple, perché non sembrano avere accesso alle stesse componenti utilizzate o comunque rese disponibili al servizio iCloud. A titolo di esempio, sembrerebbe che Apple non consenta ai servizi per gli utenti finali di cloud storage alternativi di utilizzare le componenti di iOS e iPadOS che permettono di effettuare il backup integrale dei dati presenti sui dispositivi, consentito invece al servizio iCloud di Apple.

Dona: «Concorrenza si può avere solo con l’osservanza degli obblighi»

«Si faccia subito chiarezza», ha affermato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, sottolineando che la concorrenza «si può avere solo con l’osservanza dell’obbligo di interoperabilità del sistema operativo, altrimenti l’egemonia industriale diventa un monopolio a tutti gli effetti e i consumatori vengono danneggiati, sia con prezzi maggiori sia con minori servizi disponibili tra cui scegliere». Federconsumatori ha espresso soddisfazione per l’indagine, evidenziando che questa «risulta importante non solo perché tutela i cittadini che fruiscono di tale servizio, ma anche perché si tratta della prima volta in cui l’Agcm esercita i poteri previsti dall’articolo 38 del Digital markets act».

Russia, Putin convoca le elezioni parlamentari il 20 settembre

Vladimir Putin ha firmato il decreto che stabilisce la data delle prossime elezioni legislative della Federazione Russa, le prime dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: si terranno il 20 settembre. La tornata elettorale rappresenterà un importante test per valutare la flessione della popolarità dello zar (rieletto nel 2024 per un altro mandato presidenziale di sei anni) e del suo partito, Russia Unita, dopo oltre quattro anni di conflitto. Nel 2021 la formazione guidata da Putin aveva vinto le elezioni per il rinnovo della Duma di Stato – camera bassa dell’Assemblea federale – con il 49,8 per cento dei voti, aggiudicandosi 324 seggi, mentre nella tornata del 2016 era arrivato al 54,2 per cento, conquistando 343 seggi.

La Germania respinge l’offerta di UniCredit per Commerzbank

Il governo federale tedesco ha respinto ufficialmente l’offerta di acquisizione di UniCredit per Commerzbank, affermando di sostenere l’indipendenza dell’istituto di credito guidato da Bettina Orlopp, visto «il ruolo importante nel finanziamento dell’economia nazionale e del settore delle medie imprese». Lo ha reso noto l’Agenzia delle Finanze di Berlino, che gestisce la partecipazione statale di oltre il 12 per cento in Commerzbank, la quarta più grande banca della Germania.

La Germania respinge l’offerta di UniCredit per Commerzbank
Bettina Orlopp (Imagoeconomica).

Berlino: «Approccio aggressivo di UniCredit e offerta non adeguata»

«Accettare l’offerta non era già un’opzione dal punto di vista finanziario, in quanto non prevedeva un premio adeguato rispetto all’attuale prezzo delle azioni di Commerzbank», sottolinea il governo di Berlino, evidenziando poi «l’approccio aggressivo di UniCredit». La Germania si oppone fermamente all’operazione fin da quando l’istituto di credito italiano guidato da Andrea Orcel ha reso nota la sua partecipazione in Commerzbank, quasi due anni fa: 26 per cento del capitale in via diretta e un’ulteriore posizione di circa il 4 per cento tramite total return swap. A metà marzo UniCredit ha annunciato l’offerta pubblica di scambio, iniziata il 5 maggio e la cui chiusura – prevista in origine per oggi – è stata posticipata al 3 luglio.

La Germania respinge l’offerta di UniCredit per Commerzbank
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Avviata un’indagine per possibile manipolazione del mercato

La vicenda UniCredit-Commerzbank si è inoltre arricchito di un altro capitolo: la Procura di Francoforte ha infatti confermato di aver avviato un’indagine preliminare su una possibile manipolazione del mercato in relazione all’offerta pubblica di scambio. L’inchiesta fa seguito a una denuncia penale presentata dal consiglio dei lavoratori di Commerzbank, pervenuta alla procura il 14 giugno.

Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky

Semyon Skrepetsky, artista russo che viveva in Polonia dal 2021, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a Biala Podlaska. Lo riportano i media locali e lo conferma Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ricordando che Skrepetsky aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo alla Biennale. Noto per le sue caricature di politici, aveva realizzato ritratti satirici del presidente Vladimir Putin, dell’omologo bielorusso Alexander Lukashenko, del leader ceceno Ramzan Kadyrov e del defunto leader dell’opposizione russa Alexei Navalny. Tre giorni prima di essere ucciso, in occasione della Giornata della Russia, si era recato a Berlino dove aveva inscenato una protesta solitaria con una caricatura di Joseph Stalin e Putin. Sarebbero due i suoi assassini, uno dei quali è stato arrestato vicino al consolato bielorusso della cittadina polacca.

Sabotaggi sulla linea dell’Alta Velocità, arrestati sette anarchici

Sette anarchici sono stati arrestati con l’accusa di aver costituito e organizzato una compagine criminale per compiere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico. In particolare la Digos ha eseguito cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere e due di arresti domiciliari, emesse dal gip del Tribunale di Roma, su richiesta della Procura della Repubblica.

L’attentato sulla linea Alta Velocità Roma-Firenze e la rivendicazione

Due degli arrestati sono anche accusati di aver avuto una parte attiva nell’attentato sulla linea Alta Velocità Roma-Firenze avvenuto il 14 febbraio tramite l’uso di esplosivi rudimentali, che hanno provocato gravi danni all’infrastruttura per un costo di ripristino pari a 455 mila euro. Questo sabotaggio, così come un altro effettuato sulla linea Roma-Napoli, era stato rivendicato sul sito web ispiraazione.noblogs.org, creato qualche mese prima, tramite un comunicato che faceva riferimento alla concomitanza con le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. Tra gli obiettivi del gruppo, radicato a Roma ma in relazione con realtà affini individuabili nelle aree di Bologna, Forlì-Cesena, Milano e Napoli, anche quello di mantenere attiva la mobilitazione contro il regime del 41bis a cui è sottoposto l’anarchico Alfredo Cospito.

Torre Milano, tutti assolti nella prima sentenza

Sono stati tutti assolti in primo grado, perché il fatto non costituisce reato, gli otto imputati per abuso edilizio e lottizzazione abusiva in relazione al caso del grattacielo Torre Milano di via Stresa a Milano. Lo ha deciso la giudice Paola Braggion della settima penale. La pm Marina Petruzzella aveva chiesto otto condanne e anche la confisca dell’edificio. Secondo le accuse, la Torre era stata costruita come se fosse una ristrutturazione e non una nuova costruzione e attraverso una semplice Scia, la Segnalazione certificata di inizio attività. Per la procura il permesso di costruire era stato concesso senza previo piano attuativo, ma solo con un’autodichiarazione. Ai funzionari pubblici veniva contestato di aver concorso (dolosamente) o cooperato (colposamente) a tale realizzazione rilasciando un titolo illegittimo e redigendo una delibera dirigenziale che rendeva possibile tale costruzione in contrasto con norme statali fondamentali, e senza provvedere alla redazione di piano attuativo.

Il tribunale: «Imputati in buona fede, regole cambiate solo negli ultimi anni»

Ma, per il tribunale, gli imputati hanno agito in base alle regole che c’erano, che solo negli ultimi anni sono cambiate. E, in ogni caso,in buona fede senza dolo né colpa. Queste le ragioni dei magistrati, riportate da Repubblica: «Per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo, atteso che solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e finanche le pronunce della Corte Costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione. Inoltre, la prassi consolidata del Comune di Milano (…), avvallata dall’avvocatura comunale fino dal 2002, ratificata fino al 2023 e sostenuta dalla pacifica giurisprudenza amministrativa dei Tar e del Consiglio di Stato, consentiva l’intervento Torre Milano con il titolo effettivamente rilasciato alla società».

Vannacci aggancia Salvini nei sondaggi

Secondo l’ultima rilevazione Swg per il Tg La7 sulle intenzioni di voto, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci – grazie a un balzo di mezzo punto in una settimana – è arrivato al 5,3 per cento, agganciando la Lega di Matteo Salvini, che invece nel giro di sette giorni ha registrato un -0,3 per cento.

Vannacci aggancia Salvini nei sondaggi
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Continua dunque la caduta libera del Carroccio, che un mese fa secondo Swg era al 6,2 per cento e a inizio anno all’8,3. Di contro, prosegue l’ascesa dell’ex generale, lanciato in politica proprio da Salvini.

Vannacci aggancia Salvini nei sondaggi
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE: Vannacci sfida Meloni, ma il vero problema della premier è Salvini

Gli altri partiti

Per quanto riguarda gli altri partiti, Fratelli d’Italia è al 27,9 per cento: meno quattro decimi in una settimana. Alle spalle dei meloniani si consolida il Partito democratico, in crescita minima al 22,1 per cento (+0,1), seguito dal Movimento 5 Stelle che sale al 13,3 per cento (+0,2). Sale anche Forza Italia, che arriva al 7,2 per cento (+0,2). Resta stabile la quota di Alleanza Verdi e Sinistra, che si conferma al 6,5 per cento. Leggero calo di Azione, che scende al 3,5 per cento (-0,1). Stabile Italia Viva al 2,4 per cento. Poi ci sono +Europa all’1,6 per cento (+0,1) e Noi Moderati all’1,1 per cento (-0,1).

La sfida della trasformazione digitale italiana passa da competenze e integrazione

La trasformazione digitale delle organizzazioni non si esaurisce nell’adozione di nuove tecnologie. Dietro l’aggiornamento dei sistemi di un ospedale, la digitalizzazione dei servizi di un comune o la messa in sicurezza delle reti di una realtà strategica esiste un lavoro complesso che richiede competenze specialistiche, capacità di integrazione e continuità operativa. In un contesto sempre più interconnesso, la sfida non è soltanto implementare nuove soluzioni, ma garantirne il funzionamento e l’evoluzione nel tempo.

La digitalizzazione richiede competenze e continuità

In Italia, il percorso di innovazione procede a velocità differenti tra settori e territori. Le infrastrutture pubbliche e private, dai sistemi amministrativi agli ambienti industriali più complessi, devono confrontarsi con esigenze sempre più articolate in termini di sicurezza, interoperabilità e conformità normativa. In questo scenario emerge il ruolo dei partner tecnologici in grado di accompagnare le organizzazioni lungo l’intero ciclo di vita dei progetti. La capacità di comprendere il contesto operativo, conoscere i vincoli regolatori e garantire supporto continuativo rappresenta infatti un elemento sempre più rilevante per il successo delle iniziative di trasformazione.

Il ruolo di Zenita Group

Tra le realtà attive in questo ambito figura Zenita Group, polo italiano di ingegneria digitale che opera nei settori della sicurezza, della pubblica amministrazione e delle infrastrutture intelligenti. Il gruppo conta oltre 1.500 specialisti distribuiti in più di 20 sedi sul territorio nazionale e una presenza internazionale in diversi Paesi. L’approccio adottato punta a seguire i clienti lungo tutte le fasi del percorso tecnologico, dalla progettazione delle soluzioni fino alla gestione operativa, con l’obiettivo di garantire continuità e integrazione tra sistemi e processi.

Cybersecurity e protezione delle infrastrutture critiche

Uno degli ambiti di attività riguarda la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture strategiche. La crescente esposizione ai rischi cyber ha infatti reso necessario investire in strumenti capaci di rafforzare il monitoraggio, la prevenzione e la risposta agli incidenti. In questo settore, Zenita Group ha sviluppato un patrimonio di tecnologie proprietarie e brevetti legati a settori come computer vision, Internet of Things e cyber defence. Soluzioni progettate per operare in contesti ad alta criticità, dove affidabilità e continuità rappresentano requisiti essenziali.

Innovazione nella pubblica amministrazione

La digitalizzazione della pubblica amministrazione rappresenta un altro fronte strategico per il sistema Paese. Tra le aree maggiormente interessate dai processi di innovazione figurano le procedure concorsuali, che negli ultimi anni hanno registrato una crescente spinta verso l’adozione di piattaforme digitali. Il Gruppo ha sviluppato soluzioni dedicate alla gestione dei concorsi pubblici su larga scala, con l’obiettivo di semplificare le procedure, ridurre i tempi organizzativi e garantire elevati standard di trasparenza e tracciabilità.

Mobilità, edifici intelligenti e città connesse

L’evoluzione delle città e dei servizi urbani passa anche attraverso la diffusione di sistemi intelligenti capaci di integrare dati, reti e servizi. Mobilità, smart building e gestione del territorio sono oggi settori sempre più orientati verso modelli basati sull’interconnessione e sull’analisi delle informazioni in tempo reale. Per amministrazioni e gestori di servizi, la sfida consiste nel realizzare soluzioni che non siano soltanto efficienti nella fase iniziale, ma che mantengano nel tempo livelli adeguati di affidabilità, sicurezza e sostenibilità operativa. Ciò che accomuna tutti gli ambiti è la crescente necessità di disporre di competenze specialistiche e capacità di gestione diretta delle componenti più critiche dei progetti tecnologici. In questo contesto, Zenita Group ha costruito il proprio modello operativo puntando sullo sviluppo di competenze proprietarie e sulla gestione interna delle principali attività tecnologiche, così da offrire continuità ai clienti e supportare la realizzazione di progetti destinati a evolvere nel lungo periodo.

FdI si prende anche Rai Parlamento: via il direttore Giuseppe Carboni

Dopo Gian Marco Chiocci al Tg1, Marco Lollobrigida a RaiSport e Nicola Rao alle Radio, Fratelli d’Italia si prende anche Rai Parlamento, testata che si occupa di seguire i lavori delle Camere e dare a voce a deputati e senatori. Giuseppe Carboni (area Movimento 5 stelle) lascerà la direzione e verrà sostituito dalla vice Francesca De Martino, storico volto della testata in quota FdI.
La sostituzione avverrà in occasione del consiglio d’amministrazione in programma il 18 giugno.

FdI si prende anche Rai Parlamento: via il direttore Giuseppe Carboni
Giuseppe Carboni (Imagoeconomica).

Corsini è attualmente in causa con la Rai

Corsini è peraltro in causa con la Rai per demansionamento: dopo aver diretto il Tg1 dal 2018 al 2021, era stato lasciato senza incarichi per due anni prima di ricevere nel 2023 il timone di Rai Parlamento. Cosa evidentemente poco gradita, visto che nei mesi successivi – come ricostruito dal Foglio – aveva iniziato a registrare i dialoghi con Felice Ventura, capo del personale Rai da diversi anni, che si sarebbe lasciato andare con retroscena e commenti su altri direttori e dipendenti della tv pubblica. Dal punto di vista della destra un ulteriore motivo per allontanare Carboni, oltre al fatto che non è lontano dalla pensione.

Trump al G7: «Venerdì riapre Hormuz, ora tocca all’Ucraina»

Dal G7 di Evian-les-Bains, sulla riva francese del lago Lemano, Donald Trump ha elogiato «l’ottimo lavoro» fatto per raggiungere l’accordo con l’Iran e assicurato che «venerdì Hormuz sarà completamente riaperto». Dopo aver incassato la promessa di un contributo degli alleati per il ritorno della libera navigazione nello Stretto, ha affermato che «è giunta l’ora di concentrarsi sull’Ucraina». «Ieri abbiamo avuto un’ottima conversazione con il presidente Zelensky e con il presidente Putin e vedo la possibilità di fare qualcosa anche su quel fronte», ha detto. «Credo che entrambi siano aperti a una soluzione». Il leader ucraino ha rivelato di aver suggerito a Trump un incontro a tre con l’omologo russo negli Stati Uniti. «Un formato che renderebbe molto più difficile al presidente russo rifiutare», ha spiegato, ricordando come tutti gli appelli rivolti finora al capo del Cremlino siano caduti nel vuoto.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’

C’era una volta un emirato dalla pelle spessa e dalla carne amara. Lo ripetevano con quel sorriso da brochure di lusso, mentre i droni iraniani solcavano il Golfo: noi no, noi siamo duri, mordeteci pure, vi resta l’amaro in bocca. Bel claim. Funzionava benissimo, finché qualcuno non si è messo a contare i missili. Perché i conti, alla fine, non tornavano.

I dubbi circa lo stop degli attacchi iraniani sugli Emirati

Nell’ultimo mese l’Iran ha rovesciato missili e droni su Kuwait e Bahrain con la metodicità di chi timbra il cartellino. E sugli Emirati? Silenzio. L’ultimo colpo diretto è del 4 maggio, il porto di Fujairah, e da allora nulla. Strano, per il bersaglio che a inizio guerra era stato preso a sassate più di chiunque altro. Strano che la furia di Teheran, così democratica nel distribuire spavento ai vicini, avesse improvvisamente sviluppato un occhio di riguardo proprio per i feroci leoni del deserto. Il mistero è durato esattamente fino al 12 giugno, quando Reuters ha messo nero su bianco la spiegazione più antica del mondo. Gli Emirati avrebbero accettato di sbloccare miliardi di dollari per l’Iran. Quattro le fonti citate. Una «tactical shift», la chiamano i diplomatici con quel pudore lessicale che serve a non dire la parola giusta. La parola giusta sarebbe pizzo. Dieci miliardi secondo due fonti, oltre tre già consegnati; 20 secondo altre due, in cambio dello stop agli attacchi contro Abu Dhabi. La pelle spessa, scopriamo, regge benissimo ai droni. Molto meno al bonifico.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
Il porto di Fujairah (Ansa).

L’ipotesi dello sblocco dei fondi congelati e la smentita di Abu Dhabi

Reuters dice di non essere riuscita a stabilire da dove vengano questi soldi: se siano emiratini, se arrivino da conti iraniani congelati da tempo dentro il sistema bancario degli Emirati, o se piovano da altrove. Prendiamo l’ipotesi numero due, la più maliziosa e la più probabile. Significa che Mohammed bin Zayed Al Nahyan, il grande stratega del Golfo, l’uomo che gioca a scacchi mentre gli altri giocano a dama, si sarebbe comprato l’immunità restituendo a Teheran soldi che erano già di Teheran. Tenuti in cassaforte, e ora ridati al mittente con tanto di inchino. Non un riscatto: una restituzione mascherata da generosità. Chapeau, davvero. Naturalmente è arrivata la smentita. Sabato mattina, categorica, indignata. Nessun fondo iraniano rilasciato, nessun trasferimento, falso tutto. A completare il quadretto, un funzionario emiratino ha offerto la versione poetica: la nostra politica estera è guidata dalla de-escalation, dalla riduzione delle tensioni, dalla pace duratura. Tradotto dal diplomatichese: paghiamo. Ma paghiamo bene, con musica di sottofondo e una citazione sulla stabilità regionale. Perché un conto è cedere al ricatto, un altro è cedere al ricatto facendo finta di essere Gandhi.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
Mohammed bin Zayed (Imagoeconomica).

Così è finita la favola dell’emirato indomito

Il punto non è la viltà o presunta tale. Perché comprarsi la pace sarebbe perfino saggio quando l’alternativa è vedersi spegnere le raffinerie. Se fosse confermata la notizia, il punto semmai è la sceneggiata che l’ha preceduta. Mesi a vendere la favola dell’emirato indomito, del partner affidabile, dello scoglio su cui si infrange l’onda persiana, mentre nello stesso identico arco di tempo si apriva un canale dorato per convincere quell’onda a infrangersi cortesemente altrove. Su Kuwait e Bahrain, per esempio, che non avevano evidentemente la liquidità giusta per negoziare la propria tranquillità. Due Stati che pagano il conto di chi se l’è cavato pagando. Ed è questa la firma del personaggio, se è davvero come sembra. Lo stratega che ammirano in mezzo mondo, l’uomo dei dossier e delle visioni a 30 anni, alla resa dei conti fa una sola mossa: tira fuori il libretto degli assegni. Avrebbe tradito i vicini lasciandoli sotto tiro per affidarsi all’unico linguaggio che ha mai parlato davvero, quello del denaro. Possibilmente non suo. È una lungimiranza tutta particolare: quella di chi vede lontano solo fin dove arriva il bonifico.

La mossa di MBZ potrebbe aver oliato la diplomazia trumpiana

Il contesto, perché nessuno pensi a una bizzarria isolata, è la fase finale del memorandum tra Washington e Teheran. La firma è prevista per il 19 giugno a Ginevra, sul tavolo ci sono l’estensione della tregua e la riapertura di Hormuz. Dentro questa cornice, la mossa emiratina, vera o ancora in negoziato, è il lubrificante finanziario che avrebbe permesso alla diplomazia di Trump di incontrare le pretese di sicurezza iraniane senza che i due ego in gioco abbiano dovuto cedere nulla in pubblico. Qualcuno doveva mettere i soldi sul tavolo perché la pace fosse “merito” di tutti. Indovinate chi si è offerto, con quale entusiasmo, e con quali soldi.

Emirati, i presunti miliardi all’Iran e il prezzo della ‘pace’
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

Resta una cautela. Le fonti potrebbero aver fotografato una trattativa e non un fatto compiuto; la smentita, per quanto goffa, andrà battuta su una conferma indipendente della prima tranche prima di chiudere il cerchio. Ma il movente c’è, l’occasione c’è, e soprattutto c’è quel buco di un mese nel calendario degli attacchi che nessun comunicato sulla pelle spessa riuscirà mai a riempire. Per ora accontentiamoci della lezione, che è vecchia quanto il Golfo. Il coraggio si grida, la paura si tace, e la differenza tra i due la versa una banca. Gli Emirati l’hanno capito prima di tutti, come sempre. Solo che stavolta, forse, l’hanno pagata con i contanti di chi li stava bombardando. Pelle spessa, sì. Ma il portafoglio, quello, l’hanno aperto subito.

Fox compra la piattaforma di streaming Roku: operazione da 22 miliardi di dollari

Fox ha raggiunto un accordo preliminare con Roku per rilevare la piattaforma di streaming disponibile negli Stati Uniti, in Canada, in Messico e nel Regno Unito. Lo hanno annunciato le due società. Fox ha valutato Roku 22 miliardi di dollari, somma che pagherà in denaro e in azioni. L’operazione, si legge in una nota, verrà chiusa nella prima metà del 2027. Anthony Wood, fondatore e ceo di Roku Anthony Wood entrerà nel cda della nuova società.

L’acquisizione di Roku era cruciale per Fox

Negli ultimi anni Fox si è cimentata nello streaming, lanciando il suo servizio concorrente di Fox One nel 2025 dopo aver rilevato nel 2020 Tubi, una delle principali piattaforme rivali di Roku. Ma finora non è riuscita a imporsi in un mercato dominato da YouTube, Netflix, Amazon, Disney+, HBO Max e Paramount+. Con l’approvazione preliminare da parte delle autorità di regolamentazione statunitensi per la fusione tra Warner Bros. Discovery e Paramount Skydance, l’acquisizione di Roku – che ha oltre 100 milioni di utenti – da parte di Fox era diventata cruciale.

Il caso della chat sessista degli autisti Atm con le foto delle passeggere

L’Atm, ovvero l’azienda dei trasporti di Milano, ha aperto un’indagine interna su una chat di WhatsApp chiamata ‘Staff Ticinese’ in cui alcuni dipendenti si scambiavano foto di passeggere, corredate da commenti sessisti. Il caso è stato aperto dalla segnalazione di una passeggera che, viaggiando sul tram 15 da piazza Duomo a Rozzano accanto un uomo con la divisa da autista, ha notato lo scambio in chat di quelle che sembravano fotogrammi delle riprese dei sistemi di videosorveglianza dei mezzi pubblici, accompagnate da commenti sessisti e frasi oscene. La passeggera ha fotografato la schermata e ha deciso di segnalare l’accaduto.

Quanto successo è stato poi reso pubblico sui social dalla scrittrice Carlotta Vagnoli: «Un’ennesima chat in cui corpi di donne ignare di essere riprese vengono scambiati e commentati con violenza e sessismo tra colleghi: il caso stavolta colpisce il trasporto pubblico milanese, poiché a passarsi i fotogrammi delle telecamere di sicurezza sono alcuni autisti dei mezzi meneghini».

Atm: «Agiremo rispetto a qualsiasi irregolarità commessa»

Atm «si è prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città», si legge in una nota dell’azienda, che ha ammesso un «uso improprio di immagini delle telecamere di bordo». E poi: «Crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile. Agiremo in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa».

Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno

La storia è da feuilleton. Ha fatto rumore la tirata di Giorgia Meloni contro Più libri più liberi, la storica kermesse romana della piccola e media editoria che si svolge alla Nuvola, per la decisione di introdurre una dichiarazione di antifascismo da far sottoscrivere ai partecipanti. Orrore e sacrilegio, tutti a commentare le parole della presidente del Consiglio. Ma il sasso per primo lo aveva gettato Luca Ricolfi con un editoriale in prima pagina su Il Messaggero in cui citava pure “lo scandalo Leonardo Caffo”. Fatto sta che nei salotti romani non si parla d’altro e si ricorda che la presidente e «anima della manifestazione è Annamaria Malato, ex moglie di Raffaele Ranucci», e, si fa notare, «nota antifa». Lui, Ranucci, è uno dei pochi uomini fidatissimi di Francesco Gaetano Caltagirone, l’editore del quotidiano, e dopo il naufragio del matrimonio con la figlia di Enrico Malato, storico filologo ed editore con i marchi Salerno e Antenore, ha impalmato Kerssty Torres, stella della moda e amica di Malvina, l’attuale «metà di Calta». Roma è davvero un romanzo… 

Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno

Raduno europeista a Milano con Monti

Lunedì sera, al Teatro Parenti di Milano, va in scena la presentazione del Movimento Europeisti.eu, con l’apertura dei lavori affidata all’ex presidente del Consiglio e senatore a vita Mario Monti. Tra gli ospiti dell'”imperdibile” appuntamento meneghino ci sono ovviamente Carlo Calenda, la pasionaria riformista ex Pd, Pina Picierno, Matteo Hallissey, l’economista specializzato in riserve della Repubblica Carlo Cottarelli, Filippo Rossi, Gianni Vernetti, Giuseppe De Mita, Giuseppe Benedetto e la politologa Sofia Ventura. I maligni dicono che Monti «sta tornando a pensare al Quirinale…».

Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
Mario Monti (Imagoeconomica).

Gianni Letta punta sulla cultura

Gianni Letta punta sulla cultura. Mercoledì a Roma si terrà una giornata sul tema “Cultura, leva per una crescita sostenibile”, organizzata dall’Associazione Nazionale per lo Studio dei Problemi del Credito, sotto la presidenza di Ercole Pellicanò, con il supporto della Fondazione Silvano Toti. Tra i presenti Claudio Strinati in qualità di “patron” dell’Accademia Nazionale di San Luca, la bocconiana Paola Dubini, Simonetta Giordani segretaria generale dell’Associazione Civita, Salvatore Rossi “economista e divulgatore”, Innocenzo Cipolletta presidente Associazione Italiana Editori, Francesco Rutelli come presidente Soft Power Club, Barbara Tagliaferri, Head of Arts & Culture Deloitte. A concludere, ovviamente, ci penserà Letta.

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Gianni Letta (Imagoeconomica).

IA, nei giornali è emergenza

Ai piani alti dei giornali italiani, o meglio quelli che rimangono in vita nonostante la continua ecatombe di edicole, è scattata l’emergenza: troppa IA negli articoli. Se all’estero chi fa svolgere tutto il lavoro all’Intelligenza artificiale viene cacciato seduta stante, in Italia riesce a dormire sonni tranquilli. In un noto quotidiano, da una verifica è emerso che un pezzo era stato realizzato dall’IA al 100 per cento. Per essere precisi al 98,75 per cento, ma è bastato togliere la firma per raggiungere l’en plein. Intanto non si sa più che pesci pigliare per giustificare l’accaduto tra «figli di», «quella è potente», «ma questa ci porta la pubblicità» e, ciliegina sulla torta: «Si tratta di un settore molto specialistico dove è meglio non sbagliare»…

Chi si rivede a sinistra? La Malfa

Giorgio La Malfa, classe 1939, non si ferma mai: venerdì pomeriggio era alla convention di Alessandro Onorato all’Eur, al Palazzo dei Congressi, e sabato mattina sempre a Roma, a Teatro Flaiano, ha organizzato la seconda assemblea di Officina Repubblicana dal tema “Uscire dalla crisi. Il programma economico per le prossime elezioni politiche”. Tra gli invitati Giuseppe Conte, Stefano Fassina, Antonio Misiani, Luigi Zanda e anche Onorato, fresco della volata tiratagli da Goffredo Bettini. «Chissà cosa ha in mente, il figlio di Ugo», si sente dire nel Pd.

Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
Giorgio La Malfa (foto Imagoeconomica).

Vannacci, tra ex An e Ravetto

L’ingresso dell’ex leghista, e prima ancora ex forzista, Laura Ravetto in Futuro Nazionale è stato tra i più contestati da parte della maggioranza di governo. Ma anche la pattuglia di ex aennini alla corte del generale potrebbe dare filo da torcere. All’assemblea costituente di FnV che si è tenuta il 13 e il 14 giugno all’Auditorium Conciliazione hanno tenuto banco il coordinatore nazionale del neo partito Massimiliano Simoni e Massimo Arlechino, ex presidente di Indipendenza, il movimento fondato da Gianni Alemanno confluito in Futuro Nazionale. Simoni, consigliere regionale in Toscana e parà in congedo, già tra i fondatori di Alleanza Nazionale, nel 2024 aveva lasciato il posto di responsabile nazionale Dipartimento Spettacolo e Teatro di Fratelli d’Italia, caro all’attuale ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, per seguire il generale. Arlechino invece ha lavorato fianco a fianco a Umberto Croppi (entrambi hanno ricoperto ruoli di vertice nella Fondazione Valore Italia), già assessore alla Cultura della prima Giunta Alemanno, esponente storico della nuova destra romana e tra gli ideatori dei Campi Hobbit. Dopo essersi sganciato dall’orbita meloniana, Croppi è diventato big di Federculture e ora è presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, con un incarico dalla durata triennale. Vannacci intanto ha parlato, durante l’assemblea, della necessità di dare vita ad «avanguardie futuriste». Per quanto riguarda Alemanno – che uscirà da Rebibbia il 24 giugno – al Foglio ha dichiarato di aver rivisto dopo parecchio tempo Isabella Rauti e di aver rinsaldato la coppia.

Gli intrecci dietro la polemica su Più libri più liberi e le altre pillole del giorno
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Tutti a Ferentino con Tajani

Qualche giorno fa in quel di Ferentino è stato inaugurato un nuovo polo logistico realizzato da Techbau nell’area dell’ex stabilimento Bonser: 89 mila metri quadrati, capacità fino a 40 mila posti pallet, un hub pensato «per diventare un acceleratore industriale e un volano occupazionale per il territorio». E trattandosi della provincia Frosinone, al taglio del nastro poteva mancare Antonio Tajani? Con lui c’erano lo storico forzista Giorgio Simeoni, il parlamentare di Fratelli d’Italia Massimo Ruspandini, il vicepresidente del gruppo di Fratelli d’Italia alla Regione Lazio Daniele Maura (con un passato da leader del Fronte della Gioventù), l’assessore regionale del Lazio Pasquale Ciacciarelli, il sindaco di Ferentino Piergianni Fiorletta, Raffaele Trequattrini per il Consorzio Industriale del Lazio.

Ruben Amorim sarà il nuovo allenatore del Milan

Sarà Ruben Amorim il nuovo allenatore del Milan. Il tecnico portoghese ha raggiunto un accordo con il club rossonero, con cui ha firmato un contratto biennale (fino al 2028), con opzione per un terzo anno. A riferirlo è il quotidiano portoghese A Bola, secondo cui Amorim riceverà 3,5 milioni di euro netti a stagione, più bonus per scudetto e qualificazione alla Champions League, competizione mancata dai rossoneri nelle ultime due stagioni. Il 41enne di Lisbona attende solo l’approvazione definitiva di Gerry Cardinale di Red Bird, proprietario del club, per recarsi in Italia e firmare il contratto.

La Fondazione Lucio Dalla contro Vannacci per l’uso di “Futura”

All’Assemblea costituente del partito Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, andata in scena a Roma all’Auditorium della Conciliazione, per presentare i programmi per cultura, musica e sport delle sue immaginate Avanguardie Futuriste, l’ex generale ha scelto come sottofondo Futura, celebre brano di Lucio Dalla. Chissà cosa avrebbe pensato il cantautore bolognese, verrebbe da dire. Di sicuro, la fondazione intitolata all’artista ha messo in chiaro di non aver apprezzato la scelta di Vannacci.

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La Fondazione: «Non ha chiesto alcuna autorizzazione»

«Non ci è stata chiesta alcuna autorizzazione, e se quello da parte di un partito politico è sempre un uso improprio delle canzoni di Dalla, è ancora più spiacevole se avviene da chi è così lontano dal pensiero e dal mondo di Lucio», ha dichiarato a Repubblica Dea Melotti, cugina dell’artista e vicepresidente della Fondazione Lucio Dalla. Così Daniela Caracchi, anche lui membro della fondazione e presidente dell’etichetta discografica Pressing Line: «Siamo rimasti spiazzati e meravigliati, per tutelare le immagini e l’arte di Lucio non abbiamo mai consentito che di Dalla si facesse un uso in contesto politico, a prescindere dal partito. Dalla è fuori da ogni ragionamento di parte, qualsiasi essa sia. Credo sia la prima volta che capita questo tipo di uso e cercheremo di fare chiarezza».

La Fondazione Lucio Dalla contro Vannacci per l’uso di “Futura”
Lucio Dalla (Imagoeconomica).

Di cosa parla Futura e la genesi del brano

Scritta nel 1979 e inserita nell’album Dalla del 1980, Futura parla di una storia d’amore sullo sfondo del Muro di Berlino tra un uomo dell’Est e una donna dell’Ovest, capaci di immaginare un futuro comune nonostante le avversità. E persino di avere un figlio: «E se è una femmina si chiamerà Futura», recita il testo. Il brano è dunque un messaggio di speranza nel domani e desiderio di unità, al di là di bandiere e di tutto ciò che ci vorrebbe dividere: un po’ il contrario del Vannacci-pensiero.

Dalla raccontò di aver scritto la canzone su un taccuino in una notte del 1979 quando, dopo un suo concerto a Berlino, si fece portare in taxi al Checkpoint Charlie, posto di blocco situato tra il settore sovietico e quello statunitense. Arrivato sul posto, Dalla si sedette su una panchina per riflettere, fumando una sigaretta e, immaginando la storia due amanti nella città divisa, scrisse di getto il testo di Futura. Il cantautore bolognese raccontò anche che, proprio in quei momenti, vide scendere da un taxi anche Phil Collins, allora batterista dei Genesis, il quale poi si sedette accanto a lui senza parlare.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra

La fiera della piccola e media editoria si chiama Più libri più liberi. Quest’anno l’Aie (l’Associazione italiana editori), che la organizza, ha preso sul serio soprattutto la seconda metà del nome: per esporre alla prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre 2026 alla Nuvola dell’Eur), gli editori dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia. A destra la misura è stata subito bollata come una patente di antifascismo. Con un dettaglio non secondario: senza quella firma, la candidatura non parte nemmeno. Liberi sì, ma solo una volta timbrato il modulo.

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Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi (Ansa).

Tutto nasce dalle forti polemiche del 2025 su Passaggio al Bosco

L’origine della vicenda è nota. Nel 2025 la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche per un catalogo giudicato da alcuni troppo indulgente verso un immaginario politico descritto come «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita». Nonostante le proteste di nomi come Antonio Scurati, Alessandro Barbero, Domenico Starnone, Zerocalcare e altri, l’Aie aveva difeso la scelta richiamandosi al pluralismo e alla libertà di espressione, ovviamente nel rispetto della legge.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra

Le norme già esistono, perché aggiungere una dichiarazione ulteriore?

Evidentemente, però, non bastava. Stavolta, invece di discutere i libri, si è deciso di certificare gli editori. Una scelta che ha il pregio della semplicità: un modulo si controlla più facilmente di un catalogo. Le norme già esistono, ma si è ritenuto opportuno aggiungere una dichiarazione ulteriore, un attestato di sana e robusta democrazia da esibire all’ingresso. Un espediente che ricorda le gride manzoniane: solenni e minacciose quanto spesso inefficaci, e alla fine gravose soprattutto per chi non ne avrebbe bisogno.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Innocenzo Cipolletta (foto Imagoeconomica).

Regalo alla maggioranza che faticava a trovare motivi per stare insieme

L’effetto politico era prevedibile. In una fase in cui la maggioranza fatica a trovare motivi per stare insieme, qualcuno ha finito per regalargliene uno. È bastato evocare la parola censura e il resto è seguito da sé. Roberto Vannacci e la premier Giorgia Meloni, sin qui cane e gatto, si sono ritrovati sullo stesso fronte, e un centrodestra che sembrava in cerca di ragioni per dividersi ne ha trovata una per ricompattarsi.

Anche alla Biennale la discussione si era spostata dall’arte alla censura

Non è la prima volta che accade. Alla Biennale, il caso del padiglione russo aveva spostato la discussione dall’arte alla censura. Più di recente, un gruppo di notabili pugliesi ha chiesto agli organizzatori del festival Il Libro Possibile l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, colpevole, ai loro occhi, di non aver pronunciato la parola genocidio nonostante i suoi appelli alla pace e le dure critiche rivolte al governo del suo Paese. Casi diversi, ma con un tratto comune: a un certo punto il dibattito cambia natura. I libri restano sul tavolo, ma non sono più il centro della scena.

Più libri più liberi e l’autogol del certificato di antifascismo che ricompatta la destra
Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. (Imagoeconomica).

Si finisce per parlare più della fiera in sé che dei suoi libri

A quel punto il problema diventa chi può sedersi a quel tavolo e chi no. Una manifestazione ha tutto il diritto di scegliere i propri ospiti, ma quando sente il bisogno di accompagnare quella scelta con un attestato di rispettabilità, finisce per parlare più di sé che dei libri che vorrebbe promuovere. La patente democratica tranquillizza chi la pretende e irrita chi non la riceve. In compenso, offre un argomento perfetto a chi denuncia il pensiero unico e la sua egemonia culturale. Da questo punto di vista Meloni può considerarsi fortunata: pochi alleati sono preziosi quanto certi avversari.

Più Libri Più Liberi, Nordio: «Patentino antifascista? Il Codice penale ha la firma di Mussolini»

«Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Benito Mussolini». Lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio commentando l’istituzione del «patentino antifascista» (così lo ha definito Giorgia Meloni) proposto dagli organizzatori della Fiera nazionale della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi, in vista della prossima edizione che si terrà a Roma a dicembre.

Più Libri Più Liberi, Nordio: «Patentino antifascista? Il Codice penale ha la firma di Mussolini»
Più Libri Più Liberi alla Nuvola dell’Eur (Imagoeconomica).

Le proteste per la partecipazione di Passaggio al Bosco

Nel 2025 la presenza a Più Libri Più Liberi della di Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche, con la protesta di scrittori e intellettuali contro la casa editrice di estrema destra e «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita».

La mossa dell’Aie dopo le polemiche del 2025

L’Associazione italiana editori (Aie), che organizza la fiera romana e che l’anno scorso aveva escluso censure preventive, in vista della prossima edizione (in programma dal 4 all’8 dicembre alla Nuvola dell’Eur) ha così stabilito che, per poter esporre, le varie case editrici dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia.

Il post di Meloni contro il «patentino antifascista»

La decisione dell’Aie ha provocato la reazione della premier Meloni, che sui social ha scritto: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono». E poi: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Ora le affermazioni di Nordio, che suonano come un plauso al Duce.

Il “precedente” di Nordio sul Codice penale e Mussolini

Durante un convegno organizzato all’Università di Roma Tre, in vista dell’ultimo 25 Aprile Nordio aveva dichiarato: «A breve si festeggerà la festa di Liberazione, una festa che celebra l’antifascismo ma dobbiamo ricordare che abbiamo ancora un codice firmato da Mussolini e Vittorio Emanuele III che tra l’altro gode di buona salute, mentre un codice intitolato a un eroe della Resistenza come Giuliano Vassalli è stato demolito e mal interpretato».