Trump impone nuovi dazi al 50 per cento al Canada

Donald Trump ha annunciato nuovi dazi del 50 per cento contro le importazioni di alcuni prodotti dal Canada. La presidenza degli Stati Uniti ha detto di voler imporre le tariffe, che entreranno in vigore fra 30 giorni, come ritorsione per le misure adottate da Ottawa contro le merci statunitensi, considerate discriminatorie. Ha citato i dazi canadesi del 25 per cento su alcune auto statunitensi, il presunto trattamento di sfavore riservato al formaggio americano rispetto a quello europeo e il divieto di vendita di alcolici prodotti negli Stati Uniti imposto in molte province canadesi. Si tratta in gran parte di misure introdotte in risposta proprio ai primi dazi imposti da Trump sulle merci canadesi. I nuovi dazi riguarderanno prodotti che vanno dal vino ai bastoni da hockey al cemento, e anche prodotti che dovrebbero essere esclusi dai dazi secondo l’accordo commerciale fra Stati Uniti, Canada e Messico. Saranno esclusi invece il pesce, le terre rare (metalli fondamentali per moltissime produzioni tecnologiche), i sali di potassio (usati in agricoltura) e prodotti già sottoposti a dazi.

Morto a Bologna, scontri e guerriglia durante la protesta: 11 feriti

È di almeno 11 feriti, tra poliziotti e manifestanti, il bilancio della protesta che si è tenuta lunedì 20 luglio 2026 a Bologna per chiedere verità e giustizia sulla morte di Abderrahim Fakir, il 43enne deceduto durante un intervento della Polizia. La manifestazione, nata pacificamente, è degenerata in ore di tensione con lanci di bombe carta, auto date in fiamme, cassonetti divelti e atti vandalici. Un agente e un civile sono stati portati in ospedale, e il 118 ha soccorso sul posto altri cinque agenti e quattro civili. Ma il dato potrebbe cambiare. Il Coisp, sindacato di Polizia, parla infatti di 56 agenti feriti di cui 15 del reparto mobile di Padova, 26 di quello di Firenze e 15 di quello di Bologna, con prognosi fino a 15 giorni. «Sono rimasti feriti perché colpiti da enormi pietre, bottiglie di vetro e bombe carta lanciate dai violenti gruppi di antagonisti e anarchici», ha spiegato il segretario Pianese. È stata anche incendiata un’auto del Comune.

Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine

Dalla piazza gremita si sono alzati slogan come “Tout le monde deteste la police” e “Giustizia, giustizia” e in breve tempo la tensione è salita fino a sfociare in violenza. Oltre ai lanci di oggetti, gli agenti hanno ricevuto insulti e calci, rispondendo con manganellate e scudi. Poi la situazione è degenerata, con continui tentativi di respingere e disperdere la folla con lacrimogeni e idranti. Gli attivisti hanno usato le barriere del cantiere del tram per difendersi, distruggendo le bici del servizio sharing e lanciando anche le sedie dei dehor.

Daniele Compatangelo, chi era il giornalista di La7 morto a Washington

È morto improvvisamente, all’età di 50 anni, Daniele Compatangelo, giornalista e corrispondente dagli Stati Uniti per La7. Il cronista è stato trovato senza vita nel suo appartamento di Washington e sarebbe deceduto per un malore. Nato a Savona nel 1975, da anni viveva negli Usa da dove aveva curato corrispondenze per varie testate italiane, tra cui anche Sky TG24.

Chi era Daniele Compatangelo

Oltre a essere il punto di riferimento e corrispondente da Washington per La7, Compatangelo ricopriva la carica di presidente della White house foreign correspondents’ association, l’associazione che riunisce i giornalisti internazionali accreditati presso la politica governativa statunitense. Nel corso della sua carriera aveva collaborato anche con altre grandi testate e network internazionali. Negli ultimi mesi era salito alla ribalta per la sua intervista telefonica a Donald Trump in cui il tycoon aveva rivelato che la premier Meloni l’aveva implorato di fare un selfie con lui. Una dichiarazione che aveva innescato un rilevante dibattito politico e diplomatico e che aveva fatto deteriorare i rapporti tra Trump e Meloni. La notizia della sua scomparsa ha scosso La7, con il direttore Andrea Salerno che ha così espresso il cordoglio dell’intera emittente: «Siamo attoniti. Tutta La7 si stringe ai suoi cari. Daniele era un collaboratore prezioso e raro. Per la sua voglia di raccontare sempre e con precisione e allegria. Era un bravo giornalista. Mancherà».

I motivi dietro l’addio di De Paolini al Giornale

Osvaldo De Paolini dice addio alla condirezione del Giornale e alla direzione di Moneta. «La direzione ci ha comunicato che, da domani (21 luglio), il nostro condirettore lascia, per motivi personali, la nostra testata», si legge nel comunicato del Cdr. «Così come la direzione del settimanale economico Moneta» che verrà assunta ad interim da Tommaso Cerno. «Il Cdr coglie l’occasione per ringraziare, assieme alla redazione, Osvaldo De Paolini per il grande lavoro svolto, non solo nella mera fattura del quotidiano, anche nell’ambito degli “eventi del Giornale“, per il rilancio della testata e il risanamento della sua situazione economica».

I motivi dietro l’addio di De Paolini al Giornale
Tommaso Cerno (Imagoeconomica).

La discussione con Angelucci e l’arrivo di Abbate

Arrivato al Giornale dal Messaggero nel 2023, De Paolini aveva assunto prima la carica di vicedirettore poi, dal dicembre 2025, aveva affiancato Tommaso Cerno alla direzione. Nel 2024 aveva lanciato Moneta di cui sabato scorso ha firmato l’ultimo numero. Secondo i ben informati, la decisione di andarsene (qualcuno spiffera addirittura «sbattendo la porta») sarebbe maturata dopo mesi di maretta con l’editore sfociati qualche giorno fa in un confronto molto acceso con Giampaolo Angelucci. A fronte di alcuni rilievi dell’editore su un articolo del settimanale economico, De Paolini avrebbe risposto stizzito che nessuno poteva insegnargli il mestiere. Il rapporto con Cerno inoltre pare non sia mai stato idilliaco e l’arrivo di Lirio Abbate alla vicedirezione non ha contribuito a rasserenare il clima.

I motivi dietro l’addio di De Paolini al Giornale
Giampaolo e Antonio Angelucci (Imagoeconomica).


Morto a Bologna, la Tgr non trasmette il servizio e scoppia la polemica

È polemica sull’edizione serale della Tgr Emilia-Romagna di domenica 19 luglio 2026. Sotto i riflettori c’è il racconto del caso di Abderrahim Fakir, il 43enne morto al quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della polizia. Nonostante il servizio sulla vicenda fosse pronto e montato, ai telespettatori sono arrivati soltanto due spezzoni video e poche righe lette dalla conduttrice. La decisione di non trasmetterlo integralmente, presa dalla direzione della testata, ha fatto scattare la protesta del Comitato di redazione, sostenuto dal coordinamento dei Cdr della Tgr, da Usigrai, dall’Associazione Stampa Emilia-Romagna e dalla Federazione Nazionale della Stampa.

La direzione aveva chiesto di rimuovere parte del video

«Il montaggio mostrava le immagini e la voce dell’uomo immobilizzato e colpito dagli agenti mentre chiedeva ripetutamente aiuto, immagini che da ore circolavano sul web e sulle principali testate e che oggi sono l’apertura di tutti i principali quotidiani», si legge in una nota del Cdr. «Come di consueto, il collega ha inviato il servizio in visione al responsabile di turno che gli ha chiesto, su indicazione della direzione, di rimuovere parte del video in cui si vedeva Fakir ormai senza vita e soprattutto cancellare l’espressione “intervento violento”. Una modifica non condivisa dal redattore, che ha chiarito di voler ritirare la firma come previsto dal contratto». Nel corso del telegiornale, il servizio, che era stato annunciato dal primo titolo, è stato fatto slittare sempre più in basso, comunicando man mano alla line di turno che erano in corso trattative per la messa in onda. Fino a quando, a telegiornale iniziato da 12 minuti, è stata consegnata alla conduttrice una breve notizia da leggere accompagnata da una parte del video.

Il Cdr: «Decisione che squalifica credibilità e autorevolezza della Tgr»

«Il direttore, al limite, avrebbe potuto dare indicazione di tagliare parti del servizio e contestualmente togliere la firma del collega – i tempi tecnici e il contratto lo consentivano – ma la scelta di non mandarlo in onda del tutto e di trasmettere solo due spezzoni delle immagini, che erano ormai online e in onda dappertutto, è un autogol», ha denunciato il Cdr. «La scelta della direzione squalifica la credibilità e l’autorevolezza della Tgr e del servizio pubblico. Le immagini e le voci raccolte dal giornalista e dalla troupe regionale sono state poi utilizzate dal Tg1 per un proprio servizio, ma non è stato possibile mostrarle ai telespettatori dell’Emilia-Romagna. Anche sul sito web gli spezzoni del video dell’intervento di polizia non sono apparsi fino a oltre le 22:30, quando è stato inserito – al posto del servizio del collega – un redazionale».

Le motivazioni della direzione

E ancora: «A fronte di nostre richieste di spiegazioni, il direttore ha motivato la mancata messa in onda del servizio riferendo che il giornalista non avesse fatto verificare il testo come previsto da ordine di servizio. Il testo è stato inviato al responsabile di turno alle 19.05. A nostra richiesta di spiegazioni, il direttore ha contestato che nel servizio mancava la posizione della questura di Bologna. La nota stampa della polizia è stata inviata alle 19.22 (orario incompatibile con l’inserimento nel servizio montato) e comunque poteva essere letta dalla conduttrice al termine del pezzo».

La Rai avvia verifiche interne sul caso Ranucci

Nel rispetto delle proprie procedure interne e dei principi di correttezza, imparzialità e tutela dell’azienda, la Rai ha disposto l’avvio degli approfondimenti di competenza in relazione alla vicenda riguardante il vicedirettore Sigfrido Ranucci. La commissione per il Codice etico, su impulso dell’amministratore delegato, procederà nei prossimi giorni alle attività istruttorie di propria competenza. «Rai, in coerenza con le linee guida Ebu e nel rispetto del vigente contratto di servizio», si spiega in una nota, «è tenuta ad adottare criteri netti e chiari in relazione al giornalismo investigativo e d’inchiesta, a partire dal principio di imparzialità e indipendenza, a quello di accuratezza nello svolgimento delle inchieste, a quello sulla verifica rigorosa delle fonti e alla gestione corretta di esse». Nello stesso tempo, «Rai intende tutelare la propria immagine e quella del giornalismo del servizio pubblico fondato su professionisti che ogni giorno conducono con serietà, cura, professionalità e rispetto delle regole deontologiche il loro lavoro nelle testate nazionali, nelle redazioni regionali, nelle sedi delle corrispondenze estere, nei teatri che i nostri inviati coprono in tutto il mondo e nei tanti programmi di approfondimento e inchiesta che compongono i palinsesti Rai». «L’attivazione delle verifiche interne», conclude l’azienda, «costituisce un atto dovuto a tutela della Rai, delle persone coinvolte e dei principi che regolano l’attività del servizio pubblico».

Roggero, la procura sequestra 50 mila euro su un conto in Tunisia

La procura generale di Torino ha proceduto al sequestro conservativo di 50 mila euro, a garanzia delle spese di giustizia, su un conto corrente estero intestato a Mario Roggero e alla moglie Mariangela Sandrone. L’ha reso noto la stessa procura in un comunicato «volto a chiarire la questione indicata genericamente in risarcimento danni». La Corte d’Assise di Asti, si spiega, ha condannato Roggero al pagamento di una provvisionale di complessivi 480 mila euro in favore di 14 prossimi congiunti dei due rapinatori da lui uccisi nonché del terzo rapinatore ferito. I documenti processuali avevano delineato un quadro articolato, con una provvisionale totale di 780 mila di euro, con cifre che per i singoli familiari variavano dai 10 mila ai 60 mila euro. Roggero ne ha già pagati 300 mila in sede di udienza preliminare e ne restano da versare, appunto, 480 mila. Quanto ai 50 mila euro sequestrati, si tratta di una somma a garanzia delle spese di giustizia oggetto di un bonifico disposto dal conto corrente del comitato #iostoconmarioroggero verso un conto corrente tunisino intestato a Roggero e a sua moglie in epoca precedente alla celebrazione del giudizio in Appello.

Regno Unito, Andy Burnham è diventato premier

Andy Burnham è ufficialmente diventato premier del Regno Unito. Ex sindaco di Manchester e nuovo leader del partito laburista, è stato ricevuto da re Carlo prima di pronunciare il suo discorso di insediamento. Prima, Keir Starmer aveva pronunciato il suo ultimo discorso al numero 10 di Downing Street per poi recarsi dal sovrano a rassegnare le sue dimissioni. Per re Carlo si tratta del quarto insediamento di un primo ministro in appena quattro anni di regno.

Il discorso di insediamento di Burnham

Nel suo primo discorso da primo ministro, Burnham ha detto di voler «mostrare al mondo che la Gran Bretagna può ritrovare la stabilità», evidenziando che la sua elezione rappresenta «un momento di svolta» e promettendo un «nuovo modello economico e politico» con un maggiore controllo pubblico delle risorse e un piano di reindustrializzazione, con forte sostegno per le imprese britanniche. Rivolgendosi direttamente alle persone «stanche della politica», soprattutto nelle «zone dimenticate del Paese», ha promesso un percorso decennale di progresso e miglioramento, impegnandosi a presentare in tempi brevi un piano per ridurre il costo della vita e dare modo alla gente di «riprendere il fiato». Burnham ha solo accennato alle riforme che intende avviare, ma ha toccato i temi a lui più cari, come l’impegno a costruire case popolari e la determinazione a ridurre il potere di Westminster dando maggiore autonomia a città e regioni.

La Russia ha convocato l’incaricato d’affari italiano

L’incaricato d’affari italiano nella Federazione russa, Giovanni Scopa, è stato convocato al ministero degli Esteri russo, dopo l’espulsione di due addetti militari dell’Ambasciata russa a Roma, avvenuta il 9 luglio. Il governo italiano aveva infatti espulso Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, considerandoli responsabili di alcune attività di spionaggio emerse in un’inchiesta della procura di Roma. «Mosca continua a usare le sue armi ibride per attaccare l’Occidente e l’Italia. Un’ingerenza grave e inaccettabile per le Istituzioni italiane e per la sicurezza nazionale», aveva scritto la Farnesina in una nota. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova aveva dichiarato che la Federazione avrebbe dato una risposta adeguata alle espulsioni, senza fornire dettagli. Questa la controreplica del ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Il problema è che i due espulsi dall’Italia facevano attività di spionaggio a danno della sicurezza nazionale. E questo è dimostrato. Non è stato un capriccio dell’Italia. La Russia può fare tutte le ritorsioni che vuole, si tratta di vendette. Devono dimostrare che coloro che espelleranno sono delle spie. La nostra è una scelta basata su fatti, la loro è politica».

Bologna, applicata per la prima volta la nuova norma sullo scudo per gli agenti

Per chiarire quanto è accaduto a Bologna domenica 19 luglio, quando il 43enne Abderahhim Fakir è morto durante un fermo di Polizia, la procura ha iscritto un procedimento nell’apposito registro modello 45 bis nei confronti di quanti hanno preso parte alle diverse fasi del prolungato intervento. Si tratta, in particolare, di due poliziotti e quattro operatori dell’ambulanza. Non ci sono indagati, dunque, ma si tratta dell’applicazione della nuova norma sul registro, separato, destinato alle annotazioni preliminari, dove vengono iscritti i nomi di soggetti cui viene attribuito un fatto di reato commesso in presenza di una causa di giustificazione. Sarebbe la prima volta. Si procede per il reato di omicidio colposo.

I pm: «Fatti sono più estesi rispetto al video diffuso in rete»

Gli accertamenti della procura «terranno conto dell’intero sviluppo dei fatti, di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete, e dell’intervento degli operatori sia delle forze dell’ordine sia del personale sanitario». Nel contesto dell’iscrizione nel registro per le annotazioni preliminari, previsto dalle nuove norme del decreto sicurezza, «saranno svolte tutte le necessarie indagini con le dovute garanzie di legge, a partire dagli accertamenti di natura medico-legale, allo scopo di pervenire in tempi rapidi alla completa ed esaustiva ricostruzione dei fatti».

Musk interviene sul caso Roggero: «Giudice e pm andrebbero condannati»

Elon Musk interviene sulla cronaca italiana esprimendo il suo sostegno a Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e nove mesi per aver ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo. Rispondendo al post di un utente del social che esprimeva indignazione per la sentenza, il patron di Tesla ha attaccato la magistratura italiana: «Si tratta di una follia! Il giudice e il pubblico ministero in questo caso sono coloro che meritano questa condanna». ll commento del magnate americano è stato poi rilanciato da Andrea Stroppa, indicato come suo referente in Italia, con il messaggio: «Elon Musk dalla parte di Mario Roggero».

Nel 2024 il tweet contro i giudici italiani

Non è la prima volta che Musk irrompe sulle vicende italiane. Già in passato, nel 2024, si era schierato contro i giudici del tribunale di Roma che avevano sospeso la convalida del trattenimento per alcuni migranti portati in Albania. «These judges need to go»,«Questi giudici devono andarsene», aveva scritto in merito.

È morto il Comandante Alfa, tra i fondatori del Gis dei Carabinieri

È morto il carabiniere noto come Comandante Alfa, tra i fondatori del Gruppo di intervento speciale (Gis), il reparto d’elite dei Carabinieri. Aveva 75 anni, era nato a Castelvetrano (in provincia di Trapani in Sicilia) e si chiamava Antonio, ma il suo cognome non è stato diffuso neanche dopo la morte. Si era congedato nel 2016 e aveva scritto diversi libri. Il Gruppo di Intervento Speciale venne creato nel 1978 come squadra speciale dei Carabinieri per contrastare il terrorismo e per altre operazioni rischiose. Il Comandante Alfa prese parte anche alla prima operazione del Gis resa pubblica, per sedare una rivolta nel carcere di Trani nel 1980. Partecipò alla liberazione di alcune vittime di noti rapimenti e a diverse missioni militari all’estero. Era uno dei Carabinieri più decorati d’Italia.

Bologna, 43enne morto durante un fermo di Polizia: cosa sappiamo

Un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, è morto a Bologna durante un fermo di Polizia. Dopo aver ricevuto segnalazione di un uomo che stava dando in escandescenze al Pilastro, quartiere popolare e multietnico della città, gli agenti sono intervenuti fermandolo prima usando lo spray al peperoncino e poi bloccandolo a faccia in giù e legandogli polsi e caviglie. «Basta, aiuto», dice l’uomo in un drammatico video che riprende i suoi ultimi istanti di vita, girato da un residente che ha assistito al fermo dalla finestra della propria abitazione. Dopo pochi minuti, Fakir ha perso i sensi sotto gli occhi degli agenti e di alcuni soccorritori giunti sul posto, per poi non riprendersi più. La questura di Bologna ha fatto sapere che le bodycam dei poliziotti verranno subito messe a disposizione della magistratura per chiarire i dettagli dell’accaduto.

La ricostruzione delle forze dell’ordine

La questura ha fornito la sua ricostruzione spiegando che gli agenti erano giunti sul posto su richiesta di alcuni cittadini che avevano segnalato una persona in escandescenza. Una volta arrivati, hanno provato a calmarlo ma l’uomo si è scagliato contro di loro, dando anche alcuni calci all’auto. Hanno quindi usato lo spray urticante per poi bloccarlo a terra tenendogli i polsi dietro la schiena con le ginocchia nel tentativo di ammanettarlo. Mentre l’uomo continuava a dimenarsi, una terza persona, probabilmente un residente, li ha aiutati bloccando le caviglie del 42enne che, poco dopo, sembra perdere i sensi. Uno degli agenti ha provato a sincerarsi delle sue condizioni ma senza risposta. Sul posto c’erano anche i soccorritori del 118, che però nel video non si vedono mai intervenire, se non dopo che l’uomo ormai privo di sensi viene legato a polsi e caviglie. Il sindaco Matteo Lepore e il presidente della Regione Michele de Pascale hanno chiesto che venga fatta piena luce su quanto avvenuto.

Burnham proclamato leader del Labour: dal 20 luglio sarà premier

Nel giorno in cui è stato proclamato leader del Partito laburista al posto di Keir Starmer, nel suo primo discorso da premier in pectore Andy Burnham (visibilmente commosso) si è detto pronto a governare e a promuovere «una politica di cambiamento» nel Regno Unito, «dopo 40 anni di neoliberalismo che non sono stati gentili» verso «persone e luoghi» che «hanno aspettato troppo a lungo che la politica ridesse loro la speranza».

Burnham non dovrà passare dal voto degli iscritti

Burnham è stato proclamato grazie al sostegno plebiscitario del gruppo parlamentare di maggioranza (350 su 400 circa) e dei sindacati affiliati al Labour. Essendo l’unico concorrente per la leadership del partito, non dovrà sottoporsi al voto degli iscritti e subentrerà automaticamente a Starmer come capo del governo dopo il passaggio rituale di consegne a Downing Street, fissato per lunedì 20 luglio.

Le promesse di Burnham nel suo primo discorso

«Tutti hanno colto l’appello degli abitanti di Makerfield, a nome dei luoghi dimenticati di tutto il Paese, da nord a sud, per un ritorno al Partito Laburista che un tempo conoscevano. E ora noi rispondiamo a quell’appello. Torneremo ad essere quella versione del Partito Laburista», ha assicurato Burnham, facendo riferimento alla circoscrizione in cui si sono tenute le elezioni suppletive che gli hanno permesso di ottenere un seggio a Westminster, conditio sine qua non per poter ricoprire la carica di premier. Nel corso del suo primo discorso da leader laburista, il “Re del Nord” ha inoltre ribadito di non voler inseguire i temi sbandierati dalla destra rampante e da Reform UK, il partito di destra guidato da Nigel Farage. Ha poi invocato l’unità del Labour contro il «frazionismo», ricordando di aver sostenuto tutti i capi del partito nella sua vita politica. Da lunedì a Londra sarà operativa anche una sorta di sede bis del governo, che si occuperà del decentramento evocato dal premier entrante per garantire una strategia politica, economica e sociale più attenta ai territori depressi dell’Inghilterra settentrionale (da dove proviene Burnham, finora sindaco della Greater Manchester), che da decenni lamenta gli effetti dell’abbandono e della deindustrializzazione.

La moglie di Roggero ha depositato la richiesta di grazia per il marito

Mariangela Sandrone, moglie del gioielliere Mario Roggero, ha presentato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la domanda di grazia per il marito, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver ucciso due rapinatori. Il provvedimento di clemenza per Roggero, dopo la sentenza della Cassazione, è finito al centro del dibattito politico. E non solo. Per la grazia si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Senza dimenticare Giorgia Meloni. Pro Ruggero anche Roberto Vannacci: l’ex generale ha comunque escluso una candidatura in Futuro Nazionale per il gioielliere («Lasciamo alla sinistra queste pratiche»). Dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip: da Simona Ventura a Emis Killa, fino a Leonardo Bonucci e Melissa Satta. Intanto, dopo la firma dell’ordine di carcerazione da arte della Procura di Asti, Roggero si è diretto verso il carcere di Bollate (Milano).

Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere

Per la grazia a Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un’istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale. Ma non solo: dalla parte del gioielliere, invocando il provvedimento di clemenza, si sono schierati anche diversi vip.

Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
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Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere

I “like” e i post dei vip pro-Roggero

Al post di Salvini in cui il vicepremier chiedeva la grazia per Roggero hanno messo “mi piace” Elisabetta Canalis, Melissa Satta, Enrico Ruggeri, Leonardo Bonucci, Carolyn Smith, Elisabetta Gregoraci, Sabrina Salerno, Simona Ventura e Clizia Incorvaia.

Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere
Caso Roggero, i vip che si sono schierati a favore del gioielliere

«Prima di decidere e confermare una sentenza così al povero signor Roggero i signori\e dovrebbero mettersi nei suoi panni…. Fatevi una bella domanda, ma se fosse successo a voi? Ma se con le mani legate ci fosse stata vostra figlia o figlio? Ma se avessero preso a pugni vostra moglie?», ha scritto Melissa Satta sui social. In un post successivo ha scritto di «Paese di pagliacci», dove «tutti possono venire e fare i delinquenti». In un altro ancora l’ex velina si è lamentata della sicurezza a Milano, spiegando di aver detto di no al figlio 12enne che gli aveva chiesto di poter fare una passeggiata con i suoi amici. Tra i vip che sono andati ben oltre i like c’è poi Giuseppe Cruciani, che durante La Zanzara ha definito la condanna inflitta a Roggero un «dramma assoluto», invocando una candidatura in parlamento per il gioielliere piemontese. Emanuele Filiberto di Savoia, invece, ha scritto su Facebook: «Un uomo che ha visto irrompere nel proprio negozio chi minacciava la vita di sua moglie e di sua figlia, e che in pochi istanti si è trovato a reagire a un pericolo reale e non ipotetico, non può essere giudicato con lo stesso metro riservato a chi delinque per calcolo o per abitudine». E poi: «Non posso tacere il mio dissenso di fronte a una sentenza che, pur nel rispetto dovuto alla magistratura e al suo giudizio tecnico, appare a molti italiani, e appare anche a me, distante dal comune sentire di giustizia». Emis Killa, che aveva definito l’Italia «una barzelletta», ha poi dichiarato sui social: «Non pensate che io credo che questo signore sia un eroe, non si può legittimare il gesto altrimenti diventa il Far West. Ma in questa circostanza è paradossale che lo Stato non ti tuteli».

Firmato l’ordine di carcerazione per Mario Roggero

La procura di Asti ha emesso un ordine di carcerazione per Mario Roggero, il gioielliere di 72 anni del Cuneese condannato per avere ucciso due rapinatori ed averne ferito un altro il 28 aprile 2021. Ad Asti si era svolto il processo di primo grado, conclusosi con una condanna a 17 anni di reclusione, poi ridotti in Appello a Torino a 14 anni e nove mesi e confermati mercoledì in Cassazione. Si attende ora che il negoziante vada a costituirsi in carcere.

Il possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo

In un filmato diffuso dopo la sentenza, Roggero aveva dichiarato: «È finita, sto passando gli ultimi minuti coi miei familiari». I suoi avvocati Marcolini e Rovani si sono detti «profondamente delusi»: «Ci aspettavamo sicuramente che finisse in modo diverso. Siamo giuristi e attendiamo le motivazioni. Ma soprattutto si apre la strada del ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Lo stesso Mario ci ha chiesto di non abbandonare. È solo una battaglia persa, per una guerra di giustizia da continuare».

Caso Roggero, Meloni: «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti?»

Anche la premier Giorgia Meloni sul caso di Mario Roggero, 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, entrando a gamba tesa sulle richieste di indennizzo da parte dei parenti dei ladri uccisi dal gioielliere. «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto. Con l’ultimo DDL Sicurezza introduciamo una regola di puro buon senso: chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato non può chiedere alcun risarcimento, né possono farlo i suoi familiari», ha scritto Meloni sui social. E poi: «Chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso. Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene. Non dei criminali». Per la grazia a Roggero (per quale intanto è arrivato l‘ordine di carcerazione) si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale.

Infantino oltre gli scandali: è senza avversari per il suo terzo mandato alla Fifa

Nonostante il clima di agitazione scatenato dallo scandalo ai Mondiali per la revoca della squalifica dello statunitense Folarin Balogun su “invito” di Donald Trump (che per stessa ammisscione non sa nulla di pallone), Gianni Infantino ha ottenuto il sostegno formale di oltre 200 federazioni calcistiche per la rielezione a presidente della Fifa. Lo scrive il Guardian, spiegando che solo una manciata federazioni affiliate al massimo organo di governo del calcio deve ancora inviare una lettera di sostegno a Infantino, il quale dunque si avvia verso un terzo mandato con una vittoria schiacciante.

L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo 2027

Le federazioni della Fifa sono 211 e solo una manciata non ha ancora espresso il proprio appoggio a Infantino. Tra esse la più importante è la federcalcio della Germania, affiliata a sua volta all’Uefa: il massimo organo di governo del pallone europeo ha espresso chiaramente la propria opposizione alle politich di Infantino su diverse questioni recenti. L’elezione del presidente Fifa si terrà a marzo del 2027 e le candidature devono essere presentate entro il 18 novembre. Fino a tale data, le federazioni calcistiche possono ritirare la propria lettera di sostegno o trasferirla a un altro candidato.

Infantino oltre gli scandali: è senza avversari per il suo terzo mandato alla Fifa
Gianni Infantino (Imagoeconomica).

Infantino, in carica dal 2016, è al momento l’unico in corsa

Tuttavia, Infantino – in sella dal 2016 – è al momento l’unico in corsa. Secondo alcune fonti vicine ai vertici del calcio europeo, un candidato capace di raccogliere 30 o 40 voti riuscirebbe quantomeno ad avviare un legittimo dibattito pubblico sulla governance della Fifa e sulla direzione intrapresa dall’organizzazione. A tal proposito girano i nomi di Aleksander Ceferin (numero uno dell’Uefa) e di Nasser Al-Khelaifi (presidente del Paris Saint-Germain). Le federazioni affiliate si riuniranno sabato 18 luglio a New York: dato che a presiedere il meeting sarà Infantino, è improbabile che i recenti scandali figurino all’ordine del giorno.

Morto Osvaldo Bagnoli, allenatore del Verona campione d’Italia nel 1985

Mondo del calcio in lutto per la morte di Osvaldo Bagnoli, allenatore che nella stagione 1984/85 guidò l’Hellas Verona alla conquista dello scudetto in una Serie A che, all’epoca, era la NBA del pallone. Aveva 91 anni. Nel corso della carriera aveva anche allenato Genoa e Inter.

La carriera del “mago della Bovisa”

Nato nel 1935 alla Bovisa, quartiere della periferia settentrionale di Milano, come calciatore Bagnoli aveva iniziato la carriera nel Milan, vincendo lo scudetto nel 1957. Di ruolo centrocampista, aveva poi vestito le maglie di Verona, Udinese, Catanzaro, Spal e Verbania. In seguito aveva iniziato la carriera di allenatore sulla panchina della Solbiatese, in Serie C. Dopo le esperienze con Como, Rimini, Fano e Cesena tra A, B e C, nel 1981 era stato tornato da tecnico al Verona, all’epoca in serie cadetta. Con gli scaligeri aveva ottenuto subito la promozione A, a cui aveva fatto seguito un quarto posto. Dopo la sesta posizione del 1983/1984, il miracolo sportivo della stagione successiva: la squadra, con gli innesti di Hans-Peter Briegel e dell’attaccante danese Preben Elkjær Larsen conquistò il primo e unico scudetto della sua storia. Bagnoli, diventato nel frattempo “il mago della Bovisa”, restò alla guida dell’Hellas fino al 1990, anno in cui passò al Genoa: col Grifone arrivò in semifinale di Coppa Uefa dopo aver eliminato il Liverpool con tanto di vittoria ad Anfield. Dopo due stagioni in rossoblù, Bagnoli fu poi ingaggiato dall’Inter: fu esonerato a gennaio del 1994 e non tornò più in panchina, chiudendo la carriera di allenatore a soli 59 anni.