Nella legge elettorale spunta un emendamento anti-Vannacci

Nella nuova legge elettorale – il cosiddetto Melonellum – è spuntato un emendamento voluto dalla maggioranza, in base al quale non dovranno raccogliere le firme in vista delle prossime elezioni le forze politiche che hanno un gruppo parlamentare (alla Camera o al Senato) formatosi entro il 31 dicembre 2025. La riformulazione del testo esclude dall’esonero Futuro Nazionale: i deputati del movimento di Roberto Vannacci hanno costituito solo una componente autonoma all’interno del Gruppo Misto della Camera dei deputati e perdipiù a maggio del 2026.

Nella legge elettorale spunta un emendamento anti-Vannacci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Stessa sorte per +Europa, che avendo solo una componente e non un gruppo a Montecitorio sarà costretta alla raccolta delle firme. “Salvi” invece Alleanza Verdi e Sinistra, Azione e Noi moderati, che hanno un gruppo in almeno una delle due Camere.

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Continua il braccio di ferro sull’approdo in Aula

Prosegue intanto il braccio di ferro per l’approdo in Aula del Melonellum. La maggioranza insiste per venerdì 26 giugno, ma le opposizioni sono contrarie. «Sostenere che la legge elettorale possa approdare in Aula già venerdì significa ignorare la realtà dei lavori», ha affermato Federico Fornaro, deputato dem componente della commissione Affari costituzionali della Camera: «Lo stanno dicendo gli stessi relatori, che continuano a chiedere supplementi di tempo per sciogliere questioni ancora aperte e affrontare temi di grande rilevanza politica». La maggioranza, che vuole velocizzare l’iter per arrivare al più presto all’ok finale, ha messo da parte gli emendamenti che riguardano le preferenze. Così il capogruppo di Avs Filiberto Zaratti: «Vogliamo sapere quali siano i pareri sugli emendamenti accantonati, cosa la destra voglia fare sui nodi critici, dai fuori sede alle preferenze».

Salvini al lavoro per «militarizzare» le stazioni ferroviarie

Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, è al lavoro per «militarizzare» le stazioni ferroviarie italiane. È quanto si legge in una nota diffusa dal segretario della Lega, in cui non vengono usate mezze misure: «C’è ancora troppa gentaglia in giro, serve controllare metro per metro le stazioni».

Salvini al lavoro per «militarizzare» le stazioni ferroviarie
Matteo Salvini (Ansa).

Il piano di Salvini per la sicurezza nelle stazioni

«Meno 47 per cento di aggressioni al personale FS, -46 per cento di furti nelle stazioni italiane, nel 2026 rispetto al 2025, anche grazie alle 1.348 unità di FS Security, strumento fortemente voluto dal ministro Salvini», si legge nel comunicato, in cui dopo i progressi ottenuti viene illustrato il piano per – appunto – «militarizzare» gli scali ferroviari d’Italia: «Numeri incoraggianti, emersi dalla riunione con i vertici di FS tenutasi ieri, ma che possono e devono ancora migliorare secondo Salvini, che è al lavoro per militarizzare e liberare le principali stazioni italiane, portando l’organico di FS Security a 1.700 unità e aumentando sensibilmente il numero di donne e uomini in divisa a presidio degli scali».

Alemanno fuori dal carcere di Rebibbia

Dopo un anno, cinque mesi e 24 giorni Gianni Alemanno ha lasciato il carcere di Rebibbia a Roma. L’ex sindaco di Roma era stato condannato per il reato di traffico d’influenze illecite e abuso d’ufficio, nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”.

Alemanno fuori dal carcere di Rebibbia
Alemanno fuori dal carcere di Rebibbia
Alemanno fuori dal carcere di Rebibbia
Alemanno fuori dal carcere di Rebibbia

Alemanno: «Il governo non ha fatto niente per il sovraffollamento»

«Esco dal carcere da innocente», ha detto parlando con i cronisti. Per poi puntare il dito contro il governo Meloni, che «non ha fatto niente» per il sovraffollamento dei penitenziari. Nel periodo trascorso dietro le sbarre l’ex ministro delle Politiche agricole ha raccontato regolarmente l’inferno carcerario italiano nel suo diario pubblicato sull’account Facebook. «Ho rivisto e ho conosciuto una realtà terribile che è una vergogna per la nostra Repubblica. In questo carcere la Repubblica Italiana perde la faccia per come tratta la gente, ma soprattutto perché non dà a chi se lo merita una possibilità di uscire a testa alta, di rifarsi una vita. E questa è una vergogna», ha dichiarato.

Meloni: «Colpita da Trump ma la politica non è Temptation Island»

Dopo giorni di botta e risposta con Trump, la premier Meloni ha assicurato di non vedere «rischi di contraccolpi» ma ha chiarito che «il nostro lavoro bilaterale con gli Stati Uniti deve tornare alla sua normalità», e in quest’ottica non vuole «continuare ad alimentare il confronto» con il presidente Usa. Intervistata da Maurizio Belpietro a Il giorno della verità, ha aggiunto che i suoi attacchi l’hanno «sinceramente colpita», senza sbilanciarsi ma nemmeno escludere la veridicità delle ricostruzioni secondo cui il tycoon ha reagito al suo atteggiamento che «poteva sembrare assertivo» o per «distogliere l’attenzione dall’andamento dei negoziati sull’Iran, riportandola sulle difficoltà in ambito Nato». Ad ogni modo, la linea è che «la politica estera italiana sarà quella degli ultimi 80 anni», dato che «mantenere solido il rapporto tra Usa e Ue è quello su cui si basa la forza dell’Occidente». Una dinamica profonda di cui «non si può parlare come fosse Temptation Island».

La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno

Al ministero della Cultura da poco tempo c’è un nuovo sottosegretario, Pietro Cannella (anche se c’è chi lo chiama Giampiero), che ha preso il posto di Gianmarco Mazzi, nominato ministro del Turismo al posto di Daniela Santanchè. Cannella è siciliano, e anche se fa parte di Fratelli d’Italia “fa coppia” con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, che ha preso parte domenica sera, all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, al concerto organizzato in occasione della Festa della Musica 2026. C’era un “Omaggio a Paolo Conte”. Ma Mulè e Cannella si sono presentati in “missione istituzionale” al Museo del Prado di Madrid che ha approvato il prestito temporaneo in Sicilia del celebre capolavoro Cristo in pietà e un angelo di Antonello da Messina. Al presidente della Regione Sicilia Renato Schifani il viaggio della coppia non è sfuggito: Mulè punta da tempo alla poltrona di governatore dell’isola, un obiettivo che si scontra con le lotte interne al centrodestra.

La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno
La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno
La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno

Il duo Salvini-Sardone fa discutere molto a Roma…

A Roma l’accoppiata tra Matteo Salvini e Silvia Sardone fa parlare. Molto. I due sono stati i più votati ai gazebo leghisti che cercavano un possibile futuro candidato sindaco di Milano. Sai che sorpresa. Silvia Serafina Sardone (sì, c’è anche Serafina nel nome) una volta era di Forza Italia, «tra quei forzisti che piacevano senz’altro a Mario Giordano ma che Marina Berlusconi non tollera proprio», spifferano i fedelissimi dell’erede del Cavaliere (a proposito della famiglia del fondatore del partito, a Roma si è affacciata Marta Fascina, sempre con accanto il fidato Tullio Ferrante, e qualche giorno fa la “vedova” è stata notata a Napoli, a Marechiaro, con Eleonora Berlusconi). Comunque a Milano la lotta è appena cominciata. A Roma, intanto, la Lega è diventata la materia prima per le barzellette politiche, dato che quello che era stato candidato da Salvini come sindaco della Capitale, cioè Antonio Maria Rinaldi, se n’è andato via dal Carroccio per entrare nelle truppe del generale Roberto Vannacci. E pensare che aveva appena rinnovato la tessera leghista…

La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno
La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno
La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno
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La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno

Malagò debutta a Confcommercio

Singolare battesimo per Giovanni Malagò come nuovo numero uno del calcio italiano: nella mattinata di mercoledì 24 giugno sarà a Roma nel Centro Congressi Confcommercio, tra i protagonisti del convegno intitolato “Equità e sicurezza: le due leve dello sport che verrà”, insieme al presidente del Coni, Luciano Buonfiglio. Malagò era stato chiamato a partecipare in qualità di presidente della Fondazione Milano Cortina 2026. Nel frattempo ha ampliato i suoi incarichi…

La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Mezzo governo da Belpietro (ma non Giuli!)

A Roma va in scena la terza edizione del “giorno de La Verità“, evento promosso dal quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Gli annunci sui partecipanti parlano della presenza di mezzo governo: Giorgia Meloni, presidente del Consiglio; Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia; Guido Crosetto, Difesa; Francesco Lollobrigida, Agricoltura; Gilberto Pichetto Fratin, Ambiente; Marina Calderone, Lavoro. Chissà perché non appare tra gli invitati il titolare della Cultura Alessandro Giuli

La strana coppia Mulè-Cannella e le mire sulla Sicilia: le pillole del giorno
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

All’Inps Fava vuole l’albo delle… badanti

Un albo professionale per le badanti: quella che viene definita come «una stravagante idea» è venuta in mente al presidente dell’Inps Gabriele Fava, che ha spiegato come l’istituzione di un «albo nazionale per colf e badanti» sarebbe «capace di qualificare e certificare le competenze degli assistenti familiari». Può servire? La stragrande maggioranza di deputati e senatori valuta negativamente la proposta, sottolineando che si tratta in gran parte di straniere, ormai vicine alla terza età, spesso senza titoli di studio spendibili in Italia. «Rischia di essere l’ennesimo via libera a un’ondata di migrazione», si sente dire, una specie di «regolarizzazione di massa di persone presenti in Italia che si farebbero certificare una presenza in una famiglia come domestico per avere un documento». Nel Sud, poi, da sempre sono tantissime le colf senza contratto, che spesso sono al servizio di anziani e vengono sposate quando “il badato”, ormai solo al mondo, è in fin di vita.

Lancio a Roma per il Pride Barcelona

Pride Barcelona sbarca in Italia, con tanto di presentazione ufficiale della candidatura di WorldPride Barcellona 2030 nell’Ambasciata di Spagna a Roma, in un evento organizzato con il supporto di Turespaña e della stessa ambasciata. Con una folla di interventi, tra i quali sono da segnalare quelli di Alberto Lacasta, dg delle Politiche Pubbliche Lgbtq+ della Generalitat de Catalunya, e di Javier Rodríguez, commissario per le Politiche dell’Infanzia, dell’Adolescenza, della Gioventù e Lgbtq+ del Comune di Barcellona, c’erano attivisti internazionali in «difesa dei diritti umani in un contesto internazionale caratterizzato dalla crescita dei discorsi d’odio, dei movimenti reazionari e delle minacce ai valori democratici». Cosa è stato detto? Che «la comunità Lgbtq+ rappresenta la resistenza di fronte a un’agenda politica dell’odio guidata dall’estrema destra, dal fascismo e da tutti quei movimenti politico-sociali contrari ai diritti umani e alla democrazia». E giusto per non dimenticare nulla, a pochi passi da Giorgia Meloni è stato sottolineato che «nel 2030 ricorreranno il 25esimo anniversario dell’approvazione del matrimonio egualitario in Spagna e il 50esimo anniversario della legalizzazione della prima organizzazione sociale Lgbtq+ del Paese: il Front d’Alliberament Gai de Catalunya. Queste due ricorrenze non rappresentano semplici celebrazioni commemorative, ma opportunità strategiche per attivare la memoria collettiva, riconoscere l’eredità delle lotte del passato e proiettare impegni concreti verso il futuro».

Renzi attacca i campolarghisti Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli

Ospite de L’Aria che Tira su La7, Matteo Renzi ha criticato Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che «hanno riportato divisioni» nell’opposizione, lanciando poi il suo progetto politico Casa Riformista verso le elezioni «come una lista di centrosinistra che porterà quello che ha fatto in questi anni contro il governo Meloni ed evitare che al Quirinale ci vada La Russa».

Renzi: «Possiamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei al futuro»

«Io ho molta ammirazione per chi è riuscito, in un momento in cui nel centrosinistra si dialogava e il centrodestra si spaccava, a riportare le divisioni nel centrosinistra», ha detto Renzi ironizzando sull’immagine postata sui social da Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, che a luglio saranno protagonisti di due eventi pubblici con i cittadini per la costruzione del campo largo. «Non ho problemi: se vogliono parlare del passato, Conte può spiegare chi ha portato Salvini al ministero dell’Interno, se vogliamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei più al futuro. Io devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni», ha aggiunto il segretario di Italia Viva». E poi: «Se qualcuno preferisce mettere veti invece che prendere voti si sta sparando sui piedi. La domanda a quelli di sinistra è: volete riconsegnare il Paese a Meloni? Fate pure, io non sarò complice». Poco dopo, Renzi ha espresso gli stessi concetti sui social.

«Prendiamo atto che il professor Conte vuole fare gli esami di ammissione alla coalizione. Ma la politica non è l’università. Casa Riformista sarà sulla scheda elettorale come espressione del centrosinistra di Obama e Clinton, non della destra di Trump e Salvini. Si vota col proporzionale e tutti i voti servono», hanno detto inoltre all’Agi fonti di Italia Viva.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego

In un weekend di fine giugno la Lega ha rimontato i gazebo, il suo più rassicurante rifugio politico. Quando il vento gira, Matteo Salvini torna sempre lì: tra adesivi, manifesti, strette di mano e quel popolo che almeno non gli chiede conto dei sondaggi. A Milano ne sono così comparsi una quarantina e lo zelig del Carroccio si è rimesso perfino a distribuire volantini, deciso a dimostrare che sotto la casacca di ministro e vicepremier batte sempre il cuore del vecchio militante. L’uomo annusa come pochi l’arrivo della tempesta che rischia di travolgerlo e mai, a differenza dei treni che amministra, si muove in ritardo.

Se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, cosa vuoi che ti risponda?

L’occasione è servita anche per chiedere ai simpatizzanti milanesi chi avrebbero voluto come futuro sindaco. La risposta era quella che tutti conoscevano prima ancora di procedere ai conteggi. Salvini e la sua vice Silvia Sardone hanno fatto il pieno di preferenze. Del resto, se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, difficilmente ti sorprenderai della risposta. Ma il punto non era il risultato. Era il bisogno di metterlo in scena.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego

C’è una regola non scritta della politica: quando un leader comincia a perdere potere, aumenta il movimento. Se non puoi dimostrare di comandare come un tempo, almeno fai vedere che non stai fermo. E così Salvini moltiplica banchetti, selfie, dichiarazioni, visite ai cantieri e iniziative mentre alle sue spalle cresce il brusio della pattuglia nordista che sogna Luca Zaia segretario. Una fronda curiosa: abbastanza spessa da farsi notare, troppo prudente per tentare davvero la spallata.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Infatti qualora il (quasi ex) Capitano dovesse perdere il timone, difficilmente sarà per un ammutinamento dei governatori. Più probabilmente verrà superato dal transfuga illustre che, guarda la ferocia del contrappasso, si è trasformato nel suo più acerrimo nemico. Roberto Vannacci sta allungando inesorabilmente la sua ombra, e ormai anche la Lombardia è diventata territorio di conquista.

Milano è la città italiana che meno assomiglia all’universo politico leghista

Sanno bene che la realtà non la si governa con plebisciti e banchetti. Milano è probabilmente la città italiana che meno assomiglia all’universo politico costruito dalla Lega negli ultimi vent’anni. Vive di finanza, design, università, innovazione, settimane dedicate a qualsiasi cosa possa trasformarsi in evento e una vocazione internazionale che ormai è parte della sua identità. È la stessa città che Salvini descrive polemicamente come una boutique per pochi privilegiati. Può anche avere ragione, ma resta il fatto che nessuna boutique affiderebbe l’allestimento della sua vetrina a chi continua a vendere soprattutto paura.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Matteo Salvini in piazza Duomo, sabato 18 aprile (Imagoeconomica).

Non c’è alcuna intenzione di lasciare a Salvini la scelta del nome

Ed è qui che il teatrino dei gazebo produce l’effetto più interessante. Dovevano certificare la centralità della Lega nel centrodestra milanese e hanno ottenuto il contrario. Forza Italia, partito che Palazzo Marino lo ha governato più volte, osserva con malcelato sarcasmo la prospettiva di una “sardonizzazione” della coalizione. Fratelli d’Italia guarda con ancora più distacco. A Milano il partito passa dalle mani di Ignazio La Russa e del suo cerchio ristretto, e non c’è alcuna intenzione di lasciare alla Lega il diritto di scegliere il candidato.

Occhio al candidato di compromesso, come il fallimentare Bernardo

Il rischio, dunque, è quello di assistere all’ennesima liturgia del centrodestra: settimane di trattative, veti incrociati, equilibrismi e telefonate infinite per arrivare alla fine al classico candidato di compromesso. Uno di quei nomi che mette tutti d’accordo proprio perché non entusiasma nessuno. Esattamente come accadde cinque anni fa con il carneade Luca Bernardo, il pediatra spedito quasi per dovere civico contro un Beppe Sala destinato a vincere senza troppa fatica. Spiace per Salvini. Ma se i gazebo leghisti dovevano servire a indicare un sindaco, hanno finito per fotografare un leader che organizza il casting sapendo bene che non sarà lui il regista del film.

Salvini e l’inutile rito dei gazebo che serve solo al suo ego
Luca Bernardo, candidato sindaco del centrodestra a Milano nel 2021 (Imagoeconomica).

Campo largo, dove si terranno i summit dell’8 e 15 luglio

I due appuntamenti tra Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per la costruzione del campo largo, che previsti per l’8 e il 15 luglio coinvolgeranno anche i cittadini, si terranno rispettivamente a Napoli e a Padova. Lo ha annunciato Bonelli, co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra, nel corso del programma Omnibus su La7: «Fratoianni e io pontieri tra Partito democratico e Movimento 5 stelle».

LEGGI ANCHE: E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?

La foto pubblicata sui social dai quattro leader

Le due iniziative pubbliche con i cittadini per iniziare a mettere a punto le priorità programmatiche del campo largo erano state annunciate sui social con una foto dei quattro leader e il messaggio: «Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!».

Chi è l’architetto Felice Squitieri, nominato commissario straordinario per il Piano casa

L’architetto Felice Squitieri è stato nominato Commissario straordinario per la ricognizione dei fabbisogni e il programma di interventi in materia di edilizia residenziale pubblica e sociale previsto dal decreto Piano Casa. L’incarico terminerà il 31 dicembre 2027: per la gestione amministrativa dei compiti assegnati, il commissario potrà avvalersi di una struttura di supporto, posta alle sue dirette dipendenze.

Chi è Felice Squitieri

Esperto di bioedilizia e politiche per la sostenibilità, Squitieri vanta nel proprio curriculum gli incarichi di commissario per le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e Valutazione Ambientale Strategica (VAS) del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Squitieri è vicino alla Lega, per la quale ha svolto diversi incarichi soprattutto a Roma e nel Lazio.

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno

L’eco del botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni non si esaurisce. Una sbornia continua, tra familiari del presidente americano che evocano malattie mentali, disturbi psichiatrici di ogni tipo, manie e vizi (con tanto di intervista al Corriere della sera) e quotidiani italiani che ormai hanno titolato ogni offesa possibile contro Trump. Tra deputati e senatori di Fratelli d’Italia tutti si chiedono: «Quando finirà?». C’è un appuntamento segnato di rosso, il tradizionale party per il 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza americana. Cade di sabato, ma anche quest’anno, come nel 2025, si festeggia il 2 luglio: per quel giovedì ministri, politici e vipponi di vario genere dovranno decidere se accettare l’invito ed entrare a Villa Taverna per l’evento a stelle e strisce, come se nulla fosse (o quasi). La lite non sembra avere termine e quella data si avvicina pericolosamente, anche se Palazzo Chigi ora ha chiesto di abbassare i toni, e la clamorosa idea di disertare il ricevimento con l’imbarazzato ambasciatore americano a Roma Tilman Fertitta sembra essere rientrata. A meno che qualcuno proprio non ce la faccia e, per scelta personale, non si presenti. L’anno scorso sul palco, oltre alla premier, erano saliti il presidente del Senato Ignazio La Russa e i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Male che vada, il rischio quest’anno è che hot dog e sandwich vari possano finire nei camion della nettezza urbana per mancanza di clienti. Qualcuno mette già le mani avanti, visto che «è meglio non andarci alla festa americana, si mangia malissimo».

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno

Qualcuno dica a Salvini che il ministro dell’Interno non è lui

«Gioca in casa, a Milano, e vuol far credere che il responsabile della sicurezza in Italia, il vero ministro dell’Interno, è lui, Matteo Salvini»: così tra i leghisti viene commentata la visita in agenda nella mattinata di lunedì 22 giugno del ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, in via Francesco Caracciolo, per un «sopralluogo tecnico» nel cantiere dei lavori per la realizzazione della nuova sede della polizia di Stato all’interno del compendio demaniale “Caserma Montello”. Al Viminale in teoria ci sarebbe Matteo Piantedosi, ma per Salvini il cuore è rimasto lì, sul colle romano dove voleva tornare…

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Sopralluogo tecnico del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini al cantiere dei lavori per la realizzazione della nuova sede della polizia di Stato a Milano (foto Ansa).

La Capitale copia gli americani: nasce la Roma Walk of Fame

Come al solito, quando si è provinciali si copia tutto quello che fanno gli americani. Pure a Roma, in Campidoglio, dove il sindaco è il piddino Roberto Gualtieri: il I Municipio, con una risoluzione del Consiglio, ha deciso di realizzare la “Roma Walk of Fame”, ovviamente nella strada della Dolce vita, via Veneto. Mischiando vivi e morti, per far più confusione: tra i primi, ecco Francesco Totti e Adriano Panatta, chiamati in rappresentanza dello sport. Per lo spettacolo non si contano più i defunti che verranno celebrati: Federico Fellini, al quale verrà dedicata una stella da collocare davanti al Cafè de Paris, e poi Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Monica Vitti, Vittorio Gassmann, Alberto Sordi, Pier Paolo Pasolini e Ennio Morricone. Comunque, sul tema “parità di genere” non ci siamo proprio: per la stragrande maggioranza si tratta di uomini.

Tg5, c’è Vicinanza con Confcooperative

Non è il miglior periodo per parlare degli Stati Uniti, però Giancarmine Vicinanza ha prodotto un libro intitolato La Costituzione Americana? È nata a Venezia. L’autore, che da mesi va in giro a diffondere la sua fatica editoriale e viene presentato come «storico», anche dal Tg5 di Mediaset sabato 20 giugno nell’edizione delle 13 (e la prefazione del libro è firmata da uno “di casa” nelle reti televisive berlusconiane, cioè Giuseppe De Filippi), si dilunga su temi dei legami tra l’Italia e gli Stati Uniti. Che poi Vicinanza nella vita di tutti i giorni, e ormai da vent’anni, è il capo dell’ufficio stampa di Confcooperative, prodigo di pacchi natalizi ricchi di ogni ben di Dio a beneficio di chi lavora nei piani alti dei giornali, senza dimenticare inviti alle cene grazie alla presenza di aziende del settore food nel “corpaccione” delle coop bianche. Altro che «storico»…

Gualtieri ci tiene a Coldiretti (e al Circolo San Pietro)

“Campagna Amica”, ossia gli stand alimentari di Coldiretti, nella serata di giovedì 18 giugno hanno invaso il Maxxi di Roma. Il giorno dopo è arrivato il taglio del nastro, in via Tiburtina, del mercato di “Campagna Amica Tiburtino”, inaugurato in una tensostruttura alla presenza del sindaco di Roma Gualtieri, dei rappresentanti di Coldiretti di Roma e Lazio e Campagna Amica. Uno spazio è dedicato ai prodotti a chilometro zero, alla filiera corta e al rapporto diretto tra aziende agricole e cittadini. Che poi è Niccolò Sacchetti il presidente di Coldiretti Roma, il marchese che è anche presidente del Circolo San Pietro. Fatto sta che Gualtieri ci teneva tantissimo a presenziare, e ha tenuto anche un discorso: «I mercati sono spazi fondamentali. Non sono solo luoghi commerciali, sono luoghi di socialità. Veicolano un’idea di comunità dove le persone si incontrano e si conoscono, e promuovono un rapporto sano con il cibo e con le nostre filiere agricole. Oggi siamo invasi da cibi ultraprocessati, mentre abbiamo un patrimonio preziosissimo nelle aziende di prossimità. Lavorano con passione, offrono qualità straordinaria e portano avanti molto più di un banco: custodiscono un pezzo della nostra civiltà che fa bene alle persone e all’economia. Lavoreremo perché questi spazi crescano ancora». E in Campidoglio spifferano: «Dopo il “patto” con Francesco Gaetano Caltagirone, adesso Gualtieri ha stretto un accordo anche con la nobiltà “nera”, quella papalina, della Capitale».

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno

Il re di Benevento Mastella ora beve Acea

Grande festa per i 50 anni in politica del 79enne Clemente Mastella da Ceppaloni, “il re di Benevento”. E proprio in occasione dei preparativi per le celebrazioni mastelliane, è stata aggiudicata ad Acea Acqua Spa la gara, dal valore stimato di oltre un miliardo di euro, per la gestione del Servizio idrico integrato dell’area sannita. Acea Acqua sarà il socio privato di Sannio Acque Srl, quest’ultima una realtà mista pubblico-privata costituita al 55 per cento da soci pubblici e al 45 per cento da Acea Acqua Spa. La concessione, che avrà durata fino al 2051, riguarda un ambito territoriale di grande rilevanza e comprende il Comune di Benevento e altri 77 Comuni della provincia, per un totale di 272 mila abitanti serviti.

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Clemente Mastella (foto Imagoeconomica).

Per Tortora, Bpm è un’ottima banca. Ma dai?

In vista del consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, in programma il 22 giugno, c’è chi guarda nel dettaglio cosa è accaduto nelle settimane che hanno preceduto le offerte di Banco Bpm da una parte e di Intesa e Bper dall’altra. Un faro è stato acceso sulla “lista Tortora”, quella che permise a Luigi Lovaglio di tornare a bordo del Monte, dopo esserne stato cacciato. Al Corriere della Sera, intervistato, Pierluigi Tortora ha detto: «L’offerta di Intesa su Mps? Non ho pregiudizi». Per poi rispondere, a una domanda su Banco Bpm, che si tratta di «un’ottima banca». Poteva dire altrimenti, Tortora? A marzo, con una curiosa coincidenza temporale, il suo gruppo, Plt, ha ottenuto da Banco Bpm un fido da 159 milioni di euro. Che non sono bazzecole. La notizia è circolata solo per un giorno, e sulla stampa specializzata. Fatto sta che sul sito di Plt è descritta tutta l’operazione.

Meloni e l’imbarazzo per il party americano a Villa Taverna: le pillole del giorno
Pierluigi Tortora e Luigi Lovaglio. Alle loro spalle, Rocca Salimbeni.

In sintesi si tratta di un finanziamento per l’acquisizione e il rifinanziamento di sei impianti fotovoltaici, e «l’operazione è stata guidata da Banco Bpm in qualità di global coordinator, in pool con UniCredit, Bper Corporate & Investment Banking, Crédit Agricole Italia, Banca Popolare di Puglia e Basilicata, Mediocredito Centrale». Plt energia si descrive come «primario operatore italiano nel settore delle energie rinnovabili e controllato da Plt holding appartenente alla famiglia Tortora» e annuncia di aver sottoscritto, «tramite la propria sub-holding Plt Res 2 S.r.l., un finanziamento in pool su base “project finance” con capofila Banco Bpm per complessivi 159,1 milioni di euro. Per quanto riguarda i tempi, un’operazione come questa, anche per gli importi in ballo, non nasce nel giro di pochi giorni, perché richiede una serie di interlocuzioni tra le numerose parti coinvolte. Qualcuno si incuriosisce per la contemporaneità del finanziamento con il ritorno di Lovaglio nella corsa per riconquistare Mps, per non parlare del ruolo di Banco Bpm, che poi è stato il primo a lanciare l’attacco al Monte, in una domenica di fuoco che ha fatto intervenire, come risposta all’azione dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna, Intesa e Bper, insieme. In precedenza, a gennaio, Plt era stato protagonista di un altro intervento, un finanziamento multilinea su base project financing per complessivi 54,2 milioni di euro con UniCredit in qualità di Sole Mandate Lead Arranger, Bookrunner e Lender. Alla fine, l’unica banca con cui Tortora non ha avuto contatti, in questi mesi, è Intesa. Interessante, molto interessante…

Primarie della Lega per Milano: Salvini e Sardone i più votati

Nel fine settimana la Lega ha svolto le sue primarie per individuare il candidato sindaco di Milano da proporre agli alleati di coalizione. Nessuna sorpresa: le preferenze degli elettori del Carroccio, si sono concentrate sul segretario nazionale Matteo Salvini e sulla vicesegretaria Silvia Sardone, che è anche europarlamentare e consigliera comunale. Lo ha annunciato Samuele Piscina, segretario provinciale del Carroccio e consigliere a Palazzo Marino, indicando tra gli altri nomi votati il suo e quelli di Alessandro Morelli, Gabriele Albertini, Alessandro Verri, Claudio Borghi, Paolo Del Debbio e Alessandro Spada: «Questa rosa di nomi, qualora i singoli candidati accettino, sarà giustamente e orgogliosamente proposta alla coalizione di centrodestra per la scelta finale e condivisa del futuro Sindaco di Milano». Sono stati circa 10 mila i milanesi che si sono recati ai 38 gazebo allestiti dalla Lega in città.

Primarie della Lega per Milano: Salvini e Sardone i più votati
Silvia Sardone e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Salvini: «Sardone candidata sindaca mi piacerebbe»

A margine dei gazebo della Lega, Salvini aveva già “lanciato” la numero due: «Un candidato sindaco che mi piacerebbe si chiama Silvia Sardone. Arrivati i risultati, domani mattina li offriamo al centrodestra sperando che entro l’estate ci sia il nome. La Lega non imporrà nessuno, ma riteniamo di avere donne e uomini e idee da offrire. Pierfrancesco Majorino è assolutamente battibile. Non so come sceglieranno il candidato a sinistra, ma non ho paura». Il segretario del Carroccio ha inoltre rilanciato le primarie di coalizione, ipotesi sostenuta anche da Sardone: «Se le facciamo e ovviamente il mio partito è d’accordo, io corro. Vediamo se gli altri ci stanno».

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine

Giorgia Meloni ha davvero «implorato» Donald Trump per una foto? Il punto è più serio: la premier ha costruito per anni una parte rilevante della sua politica estera sulla rappresentazione di sé. E quando il coprotagonista di quella rappresentazione esce dal copione e la racconta come comparsa in cerca di uno scatto (altro che alleata privilegiata), l’intero castello scenico viene giù insieme. Meloni ha preso una questione che riguarda lei – cioè il rapporto personale con Trump, il suo modo di costruire immagine – e l’ha trasformata istantaneamente in questione nazionale, come se una battuta su Giorgia fosse un’aggressione alla Repubblica. È stata lei a personalizzare la politica estera. Ora abbiamo assistito alla demolizione pubblica di un brand. Con tanto di storpiatura del nome nella contro-risposta di Trump («Gigiorgia», poi corretto) che rischia di rimanerle appiccicato addosso come accadde nel 2019 a «Giuseppi» Conte.

Che beffa: solidarietà dei leader da cui voleva distinguersi

Per anni ci hanno propinato la narrazione della leader ascoltata a Washington, migliore interlocutrice del conservatorismo americano, ponte tra Europa e Casa Bianca. Poi è arrivato il diretto interessato e, con la delicatezza di un bulldozer in un salotto, ha ridotto tutto a una scena da fan in cerca di selfie. È bastato che il padrone di casa ritirasse la propria faccia dal set cinematografico perché alla premier non restasse nulla in mano. Con tanto di beffa: a darle solidarietà sono stati Pedro Sánchez ed Emmanuel Macron, cioè i leader da cui voleva distinguersi facendo “il ponte”. Invece adesso è più sola di prima.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
Giorgia Meloni con i leader del G7 (foto Imagoeconomica).

L’immagine estera di Meloni tra meme, siparietti e rapporti personali

Meloni partecipa ai vertici anche nelle vesti di Giorgia la madre, la combattente, la cristiana, l’amica di Trump, quella che ha appena smesso di fumare e lo racconta ai colleghi. E porta l’immagine di “Melodi”: il selfie con Narendra Modi alla COP28, virale con 16 milioni di visualizzazioni; le caramelle Melody che il premier indiano le ha regalato a maggio; e ora, intercettata a Evian, la battuta «siamo la coppia più famosa».

Al G7 Meloni ha cercato di recitare la sua narrazione. Cornice familiare, sigaretta smessa, rapporto speciale con Trump, siparietto con Modi: stessa grammatica. La politica come autobiografia permanente, la diplomazia come contenuto. Ma il bilancio è desolante: quali risultati concreti ha portato a casa nei grandi vertici, quali dossier ha chiuso?

Legittimazione internazionale costruita su un partner inaffidabile

La reazione della maggioranza di centrodestra è stata più comica del fatto in sé. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha spiegato che Trump «soffre la leadership» di Meloni: come commentare Mike Tyson che prende a schiaffi un avventore al bar sostenendo che ne teme la superiorità pugilistica. Ignazio La Russa ha giurato che si mangerebbe «un pollo vivo» piuttosto che credere a una Meloni supplicante. Una gara a chi difende meglio la persona, senza porsi la domanda vera: perché avete costruito la legittimazione internazionale della premier su un uomo che oggi vi tratta così?

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
Giorgia Meloni con Donald Trump alla Casa Bianca (foto Imagoeconomica).

Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

C’è da dire che sbaglia bersaglio anche chi, all’opposizione, riduce tutto alla solidarietà personale: è la stessa trappola, cioè personalizzare. Non si tratta di difendere Giorgia come donna ferita dal maschio forte di turno, ma di chiedere che cosa fosse andata a fare a quel G7, e perché la relazione più esibita della sua politica estera si sia rovesciata in umiliazione. Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

I tavoli internazionali sono brutali e si rischia la svalutazione

Lo statista dovrebbe usare l’immagine per rafforzare una strategia, a differenza dell’influencer che usa la strategia per alimentare l’immagine. Qualcuno ha confuso troppo a lungo il frame con la realtà. La politica internazionale è un tavolo brutale, popolato da chi difende interessi, denaro, eserciti. Se ti presenti con un brand al posto di una linea, prima o poi qualcuno ti tratta da brand: e Trump, che di marchi se ne intende, l’ha fatto nel modo più crudele, svalutandola in diretta.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
I leader al tavolo del G7 (foto Imagoeconomica).

Trump si è sfilato dal racconto: sotto non resta niente

The Donald ha tolto la scenografia. Il partner è uscito dal tuo racconto, e se quel racconto era la tua unica politica estera, allora ti resta in mano solo il telefono. Dopo anni di vertici, guerre, dazi, Mediterraneo, Ucraina e Medio Oriente, il dramma è che la fotografia più nitida della politica estera di Giorgia Meloni sia ancora, letteralmente, una foto. Che, per giunta, l’altro protagonista dice di aver concesso per pietà.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai

Dicono i beninformati che la pazienza di Palazzo Chigi sia arrivata al limite, e che Giorgia Meloni avrebbe fatto volentieri a meno di questa guerra tutti contro tutti in Rai. La premier in particolare ha puntato il dito contro Antonio Marano, consigliere anziano e per questo da quasi tre anni facente funzioni di presidente, perché la maggioranza non ha mai trovato uno straccio di accordo su chi dovesse sostituire Marinella Soldi, nel frattempo approdata alla Bbc.

Tutto è iniziato con la staffetta Sergio-Rossi benedetta da Meloni

Quando il primo ottobre 2024 si insediò questo consiglio di amministrazione, Meloni aveva garantito di persona la famosa staffetta tra Roberto Sergio e Giampaolo Rossi: prima Sergio amministratore delegato e Rossi direttore generale, poi, dopo un anno e mezzo, lo scambio delle poltrone. Detto fatto, con tanto di benedizione della premier.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Giampaolo Rossi e Roberto Sergio (Imagoeconomica).

Il nodo Simona Agnes, che non non è mai riuscita a farsi eleggere

Quello che però nessuno aveva messo in conto era la variabile imprevista, ossia Marano. Entrato in cda in quota Lega, si è ritrovato presidente facente funzioni in qualità di consigliere anziano perché la presidente designata, Simona Agnes (quota Forza Italia, sponda Gianni Letta) non è mai riuscita a farsi eleggere dalla Commissione di Vigilanza. Così quella del leghista, vecchio e abile navigatore del mondo televisivo, da provvisoria è diventata una situazione stabile.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Simona Agnes (Imagoeconomica).

Marano del ruolo si è innamorato e ora teme di perderlo

Marano, che del ruolo si è innamorato e teme di perderlo, ha così aperto le ostilità contro il direttore generale Sergio, che si è mostrato poco incline ad assecondare certe sue richieste di collocazione nei palinsesti, dettate da criteri che con le esigenze editoriali avevano, diciamo così, un rapporto piuttosto lasco. Da qui la mossa che il consigliere anziano riteneva geniale: stringere un patto con la stessa Agnes, offrendole la direzione generale al posto di Sergio.

Il piano geniale del presidente ha due punti deboli

Peccato che il furbo Marano non abbia fatto i conti con l’aritmetica e con lo statuto. Primo: il direttore generale lo nomina l’amministratore delegato, e Rossi non ha la minima intenzione di insediare la Agnes. Secondo, ed è qui che la trappola si chiude su chi l’ha architettata: se la Agnes diventasse dg dovrebbe lasciare il cda, perché lo statuto non consente di cumulare i due ruoli, liberando così la sua poltrona in consiglio. E quella poltrona, paradosso dei paradossi, potrebbe occuparla proprio Sergio, mollando la direzione generale per entrare in cda, fare la guerra a Marano sul suo stesso terreno e magari candidarsi alla presidenza con l’appoggio delle opposizioni.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Antonio Marano e Simona Agnes (foto Ansa).

Sergio se ne va o no? Lui smentisce (per ora)

Voci di corridoio hanno anche dato conto di un pensierino di Sergio al trasferimento definitivo a San Marino, per occuparsi solo di quella tivù di Stato. Lo stesso dg è intervenuto sull’argomento con un post su Facebook: «Leggo titoli e ricostruzioni che parlano di “Sergio cacciato” o di “Sergio che se ne va“. Non intendo alimentare commenti o polemiche. Continuo a svolgere il mio lavoro nell’esclusivo interesse dell’azienda». E ancora: «Non rilascerò dichiarazioni pubbliche almeno fino alla presentazione dei palinsesti di luglio. Fino ad allora parleranno i fatti, i risultati e il lavoro quotidiano al servizio della Rai».

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Il direttore generale di San Marino Tv Roberto Sergio (Imagoeconomica).

Anche su Rai Cinema Salvini non è stato ascoltato

Nel frattempo Marano ha trovato il modo di far arrabbiare anche Matteo Salvini. Sul fronte Rai Cinema aveva dato il via libera alla riconferma di Paolo Del Brocco come amministratore delegato e di Nicola Claudio alla presidenza, ignorando bellamente le indicazioni del Carroccio. E nel cda i vertici di Rai Cinema sono stati puntualmente riconfermati: Marano insomma se n’è fregato del parere di Salvini.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai

Un dettaglio che vale più di mille comunicati: il consigliere anziano gioca ormai partite tutte sue, intrattenendo proficue relazioni anche con l’opposizione, se è vero che è stato visto più volte a cena con Stefano Graziano, il capogruppo del Partito democratico in Commissione di Vigilanza. Trasversalismi che in Rai sono stati subito notati.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Stefano Graziano (foto Imagoeconomica).

Di tutto la premier ha bisogno tranne che dell’apertura di un fronte Rai

Così Palazzo Chigi è passato dall’irritazione all’allarme. Meloni aveva garantito e benedetto la staffetta, e non sopporta di vedere le sue promesse calpestate. Ma soprattutto, alla vigilia dell’ultimo anno di legislatura, di tutto la premier ha bisogno tranne che dell’apertura di un fronte Rai che minaccia di procurarle ulteriori turbolenze.

Il patto tra Lega e Fratelli d’Italia sulla riforma della Rai

E siccome la Lega ha definitivamente capito che il suo consigliere-presidente gioca in proprio, ha improvvisamente aperto alla riforma della Rai ferma da mesi in Senato. Giancarlo Giorgetti e Alessandro Morelli hanno fatto sapere a Fratelli d’Italia che, se al Carroccio verrà riconosciuto un amministratore delegato di propria nomina, sono pronti a dare il via libera al provvedimento. Tradotto: il partito di Salvini è disposto a barattare la riforma pur di togliersi finalmente di torno un suo stesso uomo.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole

Lollo show. Lollo senza sosta. Lollo inesauribile. Chi ha vissuto la giornata di giovedì 18 giugno seguendo il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida alla fine è arrivato stravolto a casa: mattinata a Milano per Assolatte, dove ha detto che «il settore lattiero-caseario è un modello virtuoso che ci viene invidiato dal mondo e che rappresenta appieno il Made in Italy» (che poi quest’ultimo sarebbe un argomento di competenza di Adolfo Urso), senza dimenticare frasi a effetto come quella di voler assicurare ai «nostri imprenditori di avere le spalle coperte quando decidono di investire in nuove esperienze di mercato, riuscendo a contaminare in senso positivo il resto del Pianeta con ciò che sappiamo fare e con quanto abbiamo garantito in termini di benessere». Quindi si torna a Roma, c’è anche l’assemblea di Assica, ossia il mondo della carne, fino allo show nel Chiostro del Bramante, con il ventennale di “Italia del Gusto”, per consegnare a Giovanni Rana, fondatore e presidente onorario di Italia del Gusto, la moneta dedicata alla Cucina italiana patrimonio Unesco. L’unico riposato e in forma, a tarda sera, era proprio Lollo.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
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Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole

Pure Napoletano per Gualtieri alla Festa dell’Unità

Il feeling tra il quotidiano Il Messaggero e il sindaco di Roma ha superato ogni aspettativa: ci mancava solo l’intervista a Roberto Gualtieri in programma nella serata di venerdì alla Festa dell’Unità condotta da Roberto Napoletano, direttore del giornale di proprietà di Francesco Gaetano Caltagirone. «Siamo all’apoteosi», si sente dire da via del Tritone, la sede del quotidiano: anche perché «Napoletano non è mai stato di sinistra, e vederlo in mezzo ai “compagni” sarà uno spettacolo». Certo è che l’asse tra il costruttore-editore-finanziere e il primo cittadino della Capitale è saldissimo.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
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Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole

Obama invita Renzi: altro che la grotta di un’osteria romana…

Barack Obama chi ha invitato a Chicago, per l’inaugurazione della biblioteca presidenziale a lui intitolata? Matteo Renzi. Mentre in Italia il campo largo discute nella grotta di un’osteria romana (anche se per il numero dei componenti è stata battezzata come “la banda dei quattro”, evocando la storia della Cina), chi esce allo scoperto e va all’estero facendosi notare è sempre lui, l’ex sindaco di Firenze, che negli Stati Uniti è ascoltatissimo. E, alla faccia di tanti altri, coltiva le amicizie che contano.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Matteo Renzi e Barack Obama (Ansa).

La sinistra riparte da piazza Lucio Dalla. Capito, Vannacci?

Appuntamento a Bologna con la Fiom, nella giornata di venerdì 19 giugno. Una festa con la partecipazione annunciata della segretaria del Pd Elly Schlein, del leader M5s Giuseppe Conte e di Nicola Fratoianni per Sinistra italiana. Dove? Nella piazza intitolata a Lucio Dalla. Una scelta che sembra fatta apposta per rispondere al generale Roberto Vannacci, che aveva chiuso il suo incontro romano di Futuro nazionale con la canzone Futura di Dalla. Facendo protestare parenti e amici del cantautore…

Ruini, secondo funerale: stavolta a Reggio Emilia

Dopo l’addio solenne nella basilica di San Pietro, con papa Leone XIV, per il cardinale Camillo Ruini nella giornata di venerdì ecco il secondo funerale, a Reggio Emilia, nella cattedrale, in una celebrazione presieduta dall’arcivescovo Giacomo Morandi: nel Modenese tutti lo chiamano simpaticamente «monsignor Ferrari» perché per anni è stato vicario parrocchiale in quel di Fiorano, la patria della casa del Cavallino rampante. Il papa ha definito Ruini «pastore saggio e sollecito», in una cerimonia, quella romana, che verrà ricordata per i 34 cardinali celebranti.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il papa celebra il funerale del cardinale Camillo Ruini (foto Ansa).

A Sport e Salute piace la Volvo

Roma, Stadio dei Marmi del Foro Italico: première romana dei nuovi modelli Volvo, con 800 ospiti presenti «con forme e luci che hanno sfidato la solennità delle statue classiche che coronano lo stadio» (chissà cosa ne pensa il ministro della Cultura Alessandro Giuli). Protagonista Michele Crisci, presidente e managing director Volvo Car Italia, per annunciare la partnership con Sport e Salute, «la società dello Stato che si occupa dello sviluppo dello sport in Italia e alla quale il governo affida la promozione dell’attività fisica e dei corretti stili di vita», con Diego Nepi Molineris, ad di Sport e Salute. Tra l’altro, a partire dal quarto trimestre del 2026 chi guida una Volvo potrà utilizzare l’app della casa automobilistica per ricaricare la propria auto a trazione completamente elettrica presso oltre 20 mila stazioni Supercharger di Tesla in tutta Europa. Per la gioia di Elon Musk. C’erano una volta le auto italiane…

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?

E se lasciassero fuori dal gruppo Matteo Renzi? Proprio lui, che per mesi è stato il miglior portavoce del campo largo, il primo a crederci, l’ultimo a spegnere la luce, mentre Elly Schlein cavalcava la logica «testardamente unitaria» e Giuseppe Conte era lì che si smarcava e Bonelli & Fratoianni, i nostri Sussi e Biribissi, iniziavano a seminare patrimoniali. La foto postprandiale dell’altro giorno ha agitato non Renzi, che è uomo di mondo e sa come vanno certe cose, ma quelli che lo sostengono. Quelli del campo largo versione ristretta, Partito democraticoMovimento 5 stelleAlleanza Verdi e sinistra, sotto sotto sono convinti di vincere da soli, vorrebbero dettare l’agenda e la linea. Senza altre alleanze. Conte maramaldeggia, dice che non accetta «accozzaglie», gli animal spirits schleiniani vedono Renzi come una colpa da espiare, anche ora che non è più nel Pd da anni. Eppure Elly ha fatto intendere di non voler mettere veti. E quindi, cosa fare con questo Renzi?

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Il selfie del campo largo senza Matteo Renzi: da sinistra Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli.

La «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni

L’ex rottamatore rischia grosso. Può solo continuare a ripetere per convincere gli alleati che la «sinistra-sinistra» non è sufficiente a vincere le elezioni politiche del 2027 e che il bipolarismo è l’unica via, perché non ci sono ricette centriste in grado di funzionare (ciao Carlo Calenda). Lo dice Renzi e lo dicono i suoi, come Maria Elena Boschi, capogruppo alla Camera di Italia vivaCasa Riformista, parlando a Radio Anch’io: «Il centrosinistra non può ripetere l’errore del 2022, quando la divisione regalò la vittoria alla destra. Italia viva ha una proposta riformista chiara, diversa su molti temi da altre forze del centrosinistra, ma proprio per questo lavoriamo da tempo a un programma comune serio, perché ciò che conta non è cancellare le differenze ma costruire una proposta credibile per il Paese».

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Maria Elena Boschi e Matteo Renzi (foto Imagoeconomica).

Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale basterà?

L’argomento punta su un elemento drammatico: disuniti si perde, rivince la destra che si elegge il suo presidente della Repubblica. Lo spauracchio di un sovranista al Quirinale potrebbe funzionare, chissà. Ma per ora c’è un elemento di burbanza che prevale nel campo largo, che punta a riottenere l’effetto politico del referendum costituzionale di marzo proiettato sulle elezioni politiche. La presunzione fa sì che Renzi venga messo in attesa dal “call center” del campo largo. Casomai dopo, in un secondo momento, potrebbe esserci un qualche tipo di accordo. Ma prima Pd-M5s-Avs vogliono iniziare a scrivere loro le regole insieme, anche perché i problemi non mancano, checché ne dicano gli entusiasti sostenitori di un’alleanza demopopulista. C’è la patrimoniale (Pd e Avs favorevoli, M5s contrario), c’è la politica estera (M5s contro gli aiuti all’Ucraina, Pd favorevole).

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Elly Schlein e, dietro di lei una foto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà

Su Renzi sembra esserci maggiore armonia: per ora lo lasciamo fuori, poi si vedrà. In questo modo il campo largo versione identitaria potrebbe cercare di appianare le sue divergenze sviluppando un potere contrattuale nettamente superiore rispetto a quello dei renziani. La questione non è tanto «non fidarsi», come riassume Chiara Appendino, convinta che Renzi fregherà tutti il giorno dopo, quanto occupare – colonizzare – lo spazio ideologico possibile, senza lasciare libertà ad altri di connotare troppo la coalizione che si oppone a Giorgia Meloni.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Chiara Appendino (Ansa).

Meglio che non avanzi troppe pretese di incarichi e ricompense politiche

Il campo più o meno largo vuole evitare che Renzi e quel che gli ruota ancora attorno condizionino eccessivamente il programma elettorale. L’esclusione di Renzi è l’ammissione che con lui i conti ancora non si sono chiusi, che lui resterà sempre, ai loro occhi, un traditore del centrosinistra e che in fondo non serve averlo in coalizione. Potrebbe anche essere solo una tattica per fargli abbassare parecchio il prezzo nella trattativa futura e dunque le aspettative di incarichi e ricompense politiche.

E se davvero i campolarghisti lasciassero fuori dal gruppo proprio Renzi?
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per qualcuno il renzismo è stata una malattia politica

Ma quale sia l’esito di questa gara a chi è più puro e ha meno colpe da espiare, Renzi rischia grosso. Anche se dovesse partecipare alla coalizione di centrosinistra, come alla fine è probabile, potrebbe rimanere ai margini in caso di vittoria elettorale. D’altronde, per una parte del Pd e della sinistra il renzismo è stata una malattia politica. Loro vogliono essere la cura. Gli schleiniani, anche se dovessero accettare Renzi in coalizione, negherebbero a Italia viva uno spazio troppo ingombrante di agibilità politica. Nella loro testa Renzi è una quota minoritaria, di mera testimonianza, di una sottosfumatura del centrosinistra. E lì deve restare.

Enav, gli head hunter di Antal e il grande casting di nomine già scritte

La vicenda che nelle ultime settimane ha coinvolto Enav parla molto più di semplici nomine. Racconta piuttosto un meccanismo che nel capitalismo pubblico italiano è diventato quasi una prassi non scritta. Da una parte l’Ente nazionale per l’assistenza al volo, società quotata, che ha affidato a una primaria società di executive search, Antal Italy, la ricerca dei due responsabili delle relazioni esterne e della comunicazione. Dall’altra una serie di manager e professionisti contattati, selezionati, convocati per colloqui con le risorse umane e, secondo diverse testimonianze, perfino con l’amministratore delegato Igor De Biasio. Nel frattempo, però, il nome di Alberto Mina, ex capo di gabinetto di Roberto Formigoni, e quello di Matteo Pandini, storico portavoce di Matteo Salvini al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che controlla Enav, hanno iniziato a circolare con sempre maggiore insistenza nei corridoi romani e sulle testate specializzate.

Enav, gli head hunter di Antal e il grande casting di nomine già scritte
Alberto Mina con Roberto Formigoni nel 2011 (foto Imagoeconomica).

La notizia data da L43 e poi uscita un po’ ovunque

Noi di Lettera43 siamo stati i primi a dare conto dei movimenti in corso. Poi è arrivata anche Prima Comunicazione, successivamente la notizia è rimbalzata su Policy Maker, iMille, Professione Reporter, AVIONEWS e altre pubblicazioni di settore, fino alla conferma arrivata attraverso dichiarazioni dello stesso Pandini, riportate da Il Foglio, e di Mina che ha pubblicato il suo nuovo incarico su LinkedIn.

Nulla di illegittimo, naturalmente. Professionisti che cambiano ruolo e passano dalla politica alle aziende esistono da sempre. Il punto, semmai, è ciò che accade quando un mercato intero sembra conoscere il nome del vincitore mentre la selezione è ancora formalmente aperta.

Più che una caccia al migliore, si legittimano solo scelte politiche

Nessuno può dire con certezza che la scelta fosse stata presa in anticipo. Sarebbe una conclusione che richiederebbe prove che oggi non esistono. Anche se i sospetti sono tanti. Ma che percezione si genera tra i candidati coinvolti? Come ci rimarreste di fronte a una procedura che formalmente continua mentre giornali, addetti ai lavori e ambienti istituzionali danno ormai per acquisito un esito? Hai voglia a considerare quella selezione come una vera competizione. Addio caccia al migliore, siamo di fronte a una ricerca di legittimazione di scelte politiche e non meritocratiche.

Enav, gli head hunter di Antal e il grande casting di nomine già scritte
Enav, gli head hunter di Antal e il grande casting di nomine già scritte
Enav, gli head hunter di Antal e il grande casting di nomine già scritte
Enav, gli head hunter di Antal e il grande casting di nomine già scritte
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Enav, gli head hunter di Antal e il grande casting di nomine già scritte
Enav, gli head hunter di Antal e il grande casting di nomine già scritte

Così i cacciatori di teste diventano notai di un rituale burocratico

Ma allora gli head hunter che ci stanno a fare? Dovrebbero rappresentare il mercato, il merito, la competizione tra competenze. Solo che così questi cacciatori di teste finiscono per essere percepiti come i notai di decisioni già maturate altrove. Eppure non stanno certo con le mani in mano: chiamano professionisti qualificati, raccolgono candidature, organizzano colloqui, producono report, costruiscono shortlist. Solo che l’intero esercizio rischia di ridursi a un sofisticato rituale burocratico.

De Biasio e Pandini, si vede lo zampino della Lega

Poi il caso Enav è anche politico. Pandini proviene direttamente dall’ufficio del ministro Salvini. De Biasio è da anni considerato vicino all’universo leghista, e del resto nel 2019 il Capitano celebrò personalmente il suo matrimonio civile, come ampiamente documentato dai giornali dell’epoca. Nessuno di questi elementi è una prova di interferenza politica, però unendo i puntini…

Enav, gli head hunter di Antal e il grande casting di nomine già scritte
Igor De Biasio (foto Imagoeconomica).

La credibilità del sistema non ne esce rafforzata…

Alla fine, chi ottiene l’incarico “si sistema” con comodi ritmi aziendali invece degli stress totalizzanti della politica. Però la credibilità del sistema ne esce malconcia. Se un manager investe giorni di lavoro per partecipare a una selezione che – sotto sotto – potrebbe essere già orientata, la fiducia nel mercato evapora. E al prossimo giro sarà dura convincere i migliori professionisti a partecipare. Che finaccia, quella degli head hunter: dovevano essere cacciatori di talenti, si sono ridotti a fare i direttori di casting di una rappresentazione dal finale già scritto.

Salvini sotto un treno, i diktat di Calta diventati inchieste e le altre pillole

“Furti di cavi da parte di ignoti”: niente da fare, a Matteo Salvini non ne va bene una, né come capo della Lega (mentre i sondaggi registrano i primi sorpassi da parte di Futuro nazionale di Roberto Vannacci) e nemmeno come ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Poche ore dopo aver sgominato il gruppo di anarchici che metteva a rischio la circolazione ferroviaria, ecco che qualche ladruncolo di rame ha messo in ginocchio i treni. Federconsumatori ha rigirato il coltello nella piaga sciorinando gli impietosi dati del 2026: «In quattro mesi, ogni mese, sei giorni su 30 il servizio funziona regolarmente, mentre nei restanti 24 giorni si registrano disagi di varia entità che ricadono sistematicamente sui cittadini, in particolare su lavoratori, pendolari e soggetti con minore flessibilità negli spostamenti». Non solo, ci mancavano le frasi scritte su Il Foglio e nate da una conversazione tra Carmelo Caruso e Simonetta Matone, con l’esponente leghista che ha detto chiaramente cosa succede tra Luca Zaia e Salvini. La voglia di scappare è tanta, da parte di deputati e senatori eletti nelle liste del Carroccio, e Caruso ha riportato queste parole di Matone: «Io sono stata eletta anche grazie a Fratelli d’Italia che mi ha fatto votare in un seggio gioiello». Un messaggio per chi vuole capire quale potrebbe essere la destinazione…

Salvini sotto un treno, i diktat di Calta diventati inchieste e le altre pillole
Simonetta Matone con Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).

Calta ordina, Il Messaggero esegue

Francesco Gaetano Caltagirone lo aveva detto chiaramente, nel suo discorso a Villa Miani, che a Roma vale come quello del “predellino” fatto da Silvio Berlusconi: parlando di tasse, con la voce bene impostata, Calta ha sentenziato lentamente, davanti al sindaco di Roma Roberto Gualtieri seduto accanto ad Azzurra Caltagirone: «Faccio un esempio, piazza Navona. I ristoratori occupano lo spazio pubblico con tavolini all’aperto. Quello spazio è il più ambito. Il cliente lo preferisce. Il canone che il ristoratore versa non riflette questo valore. La collettività sovvenziona un vantaggio privato. La misura è semplice: il canone di occupazione del suolo pubblico deve essere fissato dal valore di mercato. Se un posto al coperto vale 100, quello all’aperto vale 100». È passato solo qualche giorno, giusto il tempo per fare un’inchiesta approfondita, ed ecco che giovedì 18 giugno sulla prima pagina de Il Messaggero è apparso un titolone: “Centro di Roma, giungla dehors. Evasione e anarchia dei tavolini: 4 su 10 non pagano il (poco) dovuto”, con la firma tra l’altro del neo caporedattore dell’economia. Sembra quasi uno “sbobinato”, come si diceva una volta, delle parole dell’editore, fatto sta che il diktat caltagironiano ora è diventato notizia. Il testo? «Il suolo è pubblico. Come pure il disagio. Il profitto, invece, è privato. Uno scandalo che si consuma impunito tra un pranzo e una cena, con l’intermezzo di uno spritz o di un gin tonic». Pare molto difficile scoprire le differenze tra l’articolo giornalistico e le frasi della proprietà…

Salvini sotto un treno, i diktat di Calta diventati inchieste e le altre pillole
L’inchiesta del Messaggero sui dehors.

Sindrome da Bourlot

È uno «del giro di Raffaele Ranucci», il potentissimo braccio destro di Francesco Gaetano Caltagirone: e così ecco un nuovo acquisto in Campidoglio, che risponde al nome di Giuseppe Cornetto Bourlot, che ha ricevuto dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri l’incarico di collaborazione, a titolo gratuito, «a supporto delle attività di sviluppo economico, attrazione degli investimenti e promozione del mecenatismo». Gualtieri sta allargando la sua schiera di amici anche nel mondo dell’economia, e questa nomina è stata voluta fortemente, con l’obiettivo di rafforzare «il posizionamento internazionale di Roma Capitale», per promuovere la capacità della città di attrarre investimenti, innovazione e opportunità di sviluppo economico. Non solo: tra i compiti di Cornetto Bourlot c’è la promozione e il coordinamento di progetti di fundraising, mecenatismo e partenariato pubblico-privato destinati alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale, artistico, musicale e architettonico della città. Classe 1960, Cornetto è stato presidente dell’agenzia di stampa Askanews, cara alla famiglia Abete, e siede nel cda della casa editrice di Internazionale, nel ruolo di vicepresidente.

Salvini sotto un treno, i diktat di Calta diventati inchieste e le altre pillole
Giuseppe Cornetto Bourlot (foto Imagoeconomica).

Ruini e quel filo diretto con Letta

È morto il cardinale Camillo Ruini, e con lui se ne va un pezzo della storia italiana, quella della Seconda Repubblica. Con tanto di funerale nella basilica di San Pietro, celebrato da papa Leone XIV. «Quel prete di Sassuolo che si chiamava don Camillo»: una coincidenza straordinaria, perfetta, per ricordare la serie fortunata di film con protagonisti Peppone e don Camillo, che deve aver ispirato anche Silvio Berlusconi e il centrodestra, contribuendo a schierare gran parte dell’elettorato cattolico verso Forza Italia, e non solo, pur di «combattere i comunisti». I contatti personali con Berlusconi erano pochi, perché Ruini il filo diretto lo aveva con Gianni Letta: due super mediatori, che potevano dialogare avendo alle spalle due big, perché uno parlava a nome di papa Giovanni Paolo II, e l’altro era il plenipotenziario del Cavaliere. Ruini esercitava il potere senza averne paura, una sorta di Richelieu che aveva la fortuna di essere italiano con un pontefice straniero, polacco, anti-comunista. Per uno come Ruini «la gioiosa macchina da guerra» evocata da Achille Occhetto da segretario del Pds bisognava solo combatterla.

Salvini sotto un treno, i diktat di Calta diventati inchieste e le altre pillole
Camillo Ruini con Silvio Berlusconi e Gianni Letta (foto Imagoeconomica).

Puglia, si dimette l’assessora Starace indagata per concussione

L’assessora pugliese al Turismo Grazia Maria Starace, indagata per concussione ai danni dell’ex marito e imputata per abusi edilizi, si è dimessa. «Ringrazio il presidente per la fiducia nei miei confronti, tuttavia ritengo sia giusto rimettere nelle sue mani le mie deleghe assessorili, con l’impegno di continuare a lavorare per la mia terra dai banchi del Consiglio regionale, per l’estremo valore che io ho sempre attribuito alle istituzioni e che riconosco in questo momento all’istituzione di cui faccio parte, la Regione Puglia», ha dichiarato. «Ho sempre vissuto il mio impegno politico ispirandomi ai principi di legalità, trasparenza e rispetto delle regole. E sono certa di essermi sempre comportata correttamente nello svolgimento delle mie funzioni pubbliche», ha aggiunto. «Tuttavia, in questo momento devo essere libera di raccontare le mie verità e di tutelare la mia famiglia dall’esposizione mediatica che ha assunto la vicenda, che mio malgrado mi vede coinvolta. Oggi sento il dovere di difendere il mio nome, la mia storia e la storia della mia famiglia, e posso farlo solo avendo la possibilità di dimostrare la correttezza del mio operato».

Il selfie del campo largo e la maledizione delle foto di gruppo del centrosinistra

Per ora c’è la foto. Poi si vedrà. Il selfie campolarghista, ma non campolarghissimo, diffuso martedì 16 giugno immortala – sorridenti, incamiciati e incravattati – Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I quattro leader della sinistra-sinistra, seduti al tavolo di un’osteria a due passi da Campo de’ Fiori e illuminati da luci soffuse, hanno annunciato grandi novità per l’8 e il 15 luglio. Vedremo. Intanto il solito Carlo Calenda ha immediatamente fatto notare la mancanza della quarta (?) gamba della possibile coalizione. E cioè Matteo Renzi. «Era sotto il tavolo?», ha commentato sarcastico il leader azionista.

«E perché dovremmo essere arrabbiati?», ha risposto il senatore di Rignano. «Non siamo in quella foto perché non facciamo parte di questo gruppo di sinistra-sinistra che ha un consenso importante nel Paese, ma insufficiente a vincere e insufficiente a governare». Insomma, ha continuato il capo di Italia viva: «Noi siamo un’altra cosa e pensiamo che senza una componente riformista la sinistra non vincerà mai. Però davanti al governo MeloniSalviniVannacci pensiamo che sia giusto costruire un’alleanza programmatica. Ci proveremo, fino alla fine. Non saremo mai come i protagonisti di questa foto ma possiamo fare un accordo sui contenuti per evitare che rivinca la peggiore destra che l’Italia abbia mai avuto».

Il selfie del campo largo e la maledizione delle foto di gruppo del centrosinistra
Matteo Renzi (Ansa).

La madre di tutte le foto di gruppo: Vasto 2011

C’è da dire che il format “foto di gruppo” al centrosinistra è sempre piaciuto. Anche se di solito non porta benissimo. Il pensiero va alla matrice del genere: Vasto, 2011. In posa allora c’erano Pier Luigi Bersani, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, i protagonisti dell’alleanza a tre che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere il nucleo del Nuovo Ulivo. L’idillio durò pochi mesi. Il resto è storia.

Il selfie del campo largo e la maledizione delle foto di gruppo del centrosinistra
Nichi Vendola, Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro a Vasto nel 2011 (Ansa).

Renzi & Bersani versione Blues Brothers

Due anni dopo, è rimasto agli annali lo scatto dell’armistizio tra Matteo Renzi in versione rottamatore e Bersani. A Firenze, nell’allora teatro tenda Obihall, ora Teatro Cartiere Carrara, davanti a più di 2 mila militanti del Pd il sindaco e il segretario del partito, dopo un faccia a faccia a Palazzo Vecchio, si fecero immortalare sul palco mentre risuonavano le note di Everybody Needs Somebody to Love dal film Blues Brothers. La photo opportunity della tregua venne particolarmente apprezzata da Vendola: «Cari Bersani e Renzi siete stati davvero bravi. Finalmente ricominciamo a parlare all’Italia dopo 20 anni di berlusconismo. Ora tocca a noi», twittò l’allora governatore della Puglia. Anche in questo caso, sappiamo com’è finita tra i due duellanti.

Il selfie del campo largo e la maledizione delle foto di gruppo del centrosinistra
Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi a Firenze nel 2013 (Imagoeconomica).

I moschettieri europei in camicia bianca

Nel settembre 2014, in pieno renzianesimo (40,8 per cento alle Europee), il Bomba lanciò il “patto del tortellino“, un asse per imprimere all’Unione europea una sferzata a sinistra. Alla Festa dell’Unità di Bologna salì sul palco con i moschettieri progressisti europei, tutti con le camicie bianche d’ordinanza: il socialdemocratico Achim Post, segretario del Partito socialista europeo, il leader laburista olandese Diederik Samsom, il segretario socialista spagnolo Pedro Sánchez e il primo ministro francese Manuel Valls. Anche questa foto non portò fortuna. Valls si dimise per candidarsi alle Primarie in vista della corsa all’Eliseo, ma venne sconfitto. Post già allora non brillava nella Spd. Samsom tramontò. Sanchez, ora di nuovo primo ministro, finì in minoranza nel Psoe dimettendosi anche da deputato. E Renzi? Be’, Renzi venne affossato dal referendum costituzionale.

Il selfie del campo largo e la maledizione delle foto di gruppo del centrosinistra
Da sinistra Achim Post, Pedro Sánchez, Matteo Renzi, Manuel Valls e Diederik Samsom alla festa nazionale dell’Unità di Bologna del 2014 (Ansa).

I giallorossi in posa a Narni

E poi c’è la foto di Narni del 2019. I due leader della maggioranza giallorossa, il dem Nicola Zingaretti e il pentastellato Luigi Di Maio, posarono per la prima volta insieme in occasione della chiusura della campagna elettorale delle Regionali in Umbria. Con loro c’era il candidato civico Vincenzo Bianconi, il premier Giuseppe Conte e il segretario di Leu Roberto Speranza. Il segretario Pd commentò: «Stiamo insieme perché amiamo l’Italia anche se siamo diversi». Bianconi perse contro Donatella Tesei, Di Maio lasciò il M5s e Zingaretti è volato in Europa. Mentre Pd, M5s e sinistra sono ancora lì, in posa.

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Roberto Speranza, Nicola Zingaretti, Vincenzo Bianconi, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte nel 2019 a Narni (Ansa).

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica

La Calabria. È lì che Claudio Lotito starebbe spostando il suo baricentro politico, dopo aver capito che il terreno sotto i piedi, tra Roma e il Molise, all’interno di Forza Italia non è più quello di una volta. Anche se di fronte si era trovato un italo-americano di origine calabrese molto più credibile di lui: Matt Rizzetta. Un osso duro che però pare essere stato sconfitto. Diavolo di un Lotito.

Nella terra di Occhiuto per continuare a contare

Il patron della Lazio, pesantemente contestato da una tifoseria senza ormai più distinzione tra curva, tribuna e distinti, avrebbe individuato nella Regione guidata da Roberto Occhiuto il nuovo approdo per continuare a contare dentro e fuori il parlamento.

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
Antonio Tajani e Roberto Occhiuto (Imagoeconomica).

Non è un mistero che nel suo storico bacino elettorale qualcosa si sia inceppato. A prendere le distanze non sarebbero soltanto gli elettori. Lotito alle elezioni politiche del 2022 è stato eletto al Senato nel collegio uninominale Molise – 01 (Campobasso) grazie al 42,9 per cento dei voti, ma ora si racconta di un raffreddamento con il governatore Francesco Roberti e soprattutto con il vero ras elettorale del territorio, l’europarlamentare della Lega Aldo Patriciello. Segnali che, per chi conosce la politica del Sud, equivalgono all’accensione di una spia rossa.

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica

A Tajani ormai produce più problemi che consenso

Ma le crepe più rumorose arrivano da Forza Italia. Antonio Tajani non avrebbe alcuna voglia di caricarsi sulle spalle il peso politico di un dirigente che ormai produce più problemi che consenso. Un sentimento che ricorda molto da vicino quello dei tifosi biancocelesti, convinti di essere stati traditi da una gestione considerata senza ambizione e sempre più distante dalla storia del club.

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
Claudio Lotito con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

Contro la gestione della Lazio da parte di Lotito sono arrivate prese di posizione persino da Palazzo Chigi, visto che la petizione online lanciata per convincere il presidente a farsi da parte è stata firmata pure da Fabrizio Alfano, capo ufficio stampa e uomo di fiducia di Giorgia Meloni.

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
Giorgia Meloni con Fabrizio Alfano (foto Ansa).

Una protesta che non è più solo contestazione calcistica

E così la protesta è diventata qualcosa di più di una contestazione calcistica. C’è chi annuncia il mancato rinnovo dell’abbonamento, chi promette di disertare lo stadio (in realtà già rimasto vuoto per gran parte della stagione 2025-26) e chi è pronto a trasformare il malcontento sportivo in una scelta politica contro Forza Italia. Come del resto è accaduto già nella campagna elettorale per il referendum (perso dal centrodestra) sulla giustizia: «Il laziale voterebbe sì, ma vota no! Ringraziate Lotito, senatore del vostro partito», recitava per esempio uno striscione esposto sotto la sede di Forza Italia, nel centro di Roma.

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
La protesta “politica” dei tifosi della Lazio contro Lotito.

Per non parlare dei manifesti appesi in giro per la Capitale con un messaggio per il partito di Tajani: “Finché c’è Lotito non avrete il nostro voto!”. Boicottaggi sui quali, tra l’altro, ha acceso un faro la procura, che vuole fare distinzione tra una protesta legittima e le minacce volte a fargli cedere il club (già a dicembre 2025 c’erano stati cinque indagati, accusati di concorso di tentata estorsione e manipolazione del mercato).

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
Manifesti contro Lotito.

Quel ponte politico-sportivo verso un’altra Regione…

Ecco allora la mossa del cavallo. Un filo conduttore che tiene assieme Occhiuto, la Calabria, il calabrese Rino Gattuso e soprattutto la Reggina. Troppi tasselli per essere soltanto una coincidenza. Dietro la scelta di ingaggiare l’ex ct della Nazionale per la panchina biancoceleste molti leggono il tentativo di costruire un ponte politico-sportivo verso una Regione che potrebbe diventare decisiva per il futuro di Lotito.

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
Rino Gattuso (Ansa).

Una decisione che, peraltro, non sembra aver acceso particolari entusiasmi (eufemismo) tra i tifosi laziali, sempre più convinti che il problema non sia tanto il nome dell’allenatore (reduce comunque dal clamoroso flop dell’Italia ai playoff contro la Bosnia per il Mondiale 2026) quanto quello del proprietario.

Il Campobasso trasformato in un caso di studio

È qui che il progetto di Lotito ha incontrato un ostacolo che pochi, fino a qualche anno fa, avrebbero immaginato. Matt Rizzetta appunto. Rizzetta arriva dagli Stati Uniti, dal mondo degli investimenti, della comunicazione e dello sport-business. Negli ultimi anni si è costruito una credibilità crescente nel calcio italiano partendo da una realtà periferica come il Campobasso (curiosamente, dove Lotito è stato eletto), trasformato in un caso di studio grazie a una strategia aggressiva di marketing, internazionalizzazione del marchio e valorizzazione del territorio.

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
Il presidente del Campobasso, lo statunitense Matt Rizzetta (foto Ansa).

Non solo calcio. Attraverso investimenti nel basket e in altre iniziative sportive, l’imprenditore italoamericano ha consolidato una rete di relazioni che lo ha portato a essere considerato uno dei protagonisti della nuova generazione di investitori statunitensi nel nostro sport.

Rizzetta non era percepito come un corpo estraneo in cerca di un approdo

Insomma, la differenza è che Rizzetta non si presentava come il rappresentante di un sistema di potere già esistente. Al contrario, ha costruito il proprio racconto pubblico come uomo dei territori, delle comunità locali e delle identità sportive spesso dimenticate. Ed è proprio questo che ha reso la sfida particolarmente delicata per Lotito. Perché in Calabria Rizzetta non era percepito come un corpo estraneo in cerca di un approdo, ma come un imprenditore di origini calabresi intenzionato a investire nella propria terra.

Le mire di Lotito sulla Reggina, un’operazione più politica che calcistica
Claudio Lotito, presidente della Lazio (Ansa).

Secondo le indiscrezioni circolate negli ambienti finanziari e sportivi, la proposta economica riconducibile a Rizzetta sarebbe stata addirittura superiore di diversi milioni rispetto a quella attribuita all’area vicina al presidente della Lazio. Eppure alla fine ha prevalso Lotito. Visto che Rizzetta si è sfilato dicendo che «non ci sono più le condizioni», facendo dunque saltare la trattativa.

Domande che inevitabilmente alimentano sospetti, retroscena e tensioni. Perché se la partita fosse stata soltanto industriale e finanziaria, il mercato avrebbe già emesso il proprio verdetto. Se invece si è giocato anche sul piano politico, allora il risultato potrebbe essere dipeso da fattori molto diversi dal semplice valore dell’assegno. Ed è proprio questo che rende la vicenda Reggina molto più interessante di una normale operazione calcistica.