Continua l’offensiva social mediatica di Beppe Grillo contro Giuseppe Conte. Dopo il post al vetriolo di mercoledì con cui il co-fondatore del M5s ha accusato la sua creatura di aver «perso la sua identità e la sua diversità» e la replica del presidente pentastellato («Il Movimento ha perso identità? Con tutte le nostre battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Lui aveva detto che Draghi è un grillino, fate un po’ voi»), il comico è tornato alla carica contro l’ex premier. Lo ha fatto rispolverando un filmato del 2022 (con la formula “sblocchiamo un ricordo”), in cui si vede Conte affermare: «Nessuno si permetta di dire che il Movimento 5 Stelle dice no Draghi. Il M5s dice sì a Draghi e rafforza il suo sì», difendendo strenuamente la permanenza dell’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi.
Replicando all’ex garante del M5s, Conte aveva fatto riferimento a quanto affermato da Grillo il 9 febbraio 2021 dopo un incontro con Mario Draghi, che era stato incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella di formare un nuovo esecutivo a seguito della caduta del governo Conte II. «Mi aspettavo il banchiere di Dio invece è un grillino. Mi ha dato ragione su tutto, era d’accordo su tutti i temi, però aspettiamo un attimo a votare su queste cose. Aspettiamo che pubblicamente dica cosa vuol fare, non ha ancora le idee chiare, poi sarete voi a decidere se mandare a fanculo questo o quell’altro», disse il cofondatore del M5s ai cronisti, sancendo di fatto un avvicinamento tra quella che era nata come una forza anti-sistema e uno dei maggiori simboli viventi dell’establishment europeo. In pratica, secondo Conte, il M5s aveva cambiato la sua identità quando sullo sfondo c’era ancora Grillo.
Lo sblocco anch'io un ricordo: ci fu una votazione online sulla piattaforma Rousseau l'11 febbraio 2021 per appoggiare il governo Draghi. Il capo politico era Crimi. Il 9 settembre, due giorni prima delle votazioni, uno a caso, se ne uscì con questa dichiarazione. Colpa di Conte? pic.twitter.com/HUApzwxYVW
Tutta colpa di Vannacci. E questa volta non si parla di Lega. L’ex generale ha combinato guai anche in Democrazia Sovrana Popolare, il partito da uno-virgola di Marco Rizzo e Francesco Toscano. La scissione dell’atomo si è consumata pubblicamente domenica scorsa: al congresso romano, l’ex comunista non si è nemmeno presentato. La “mozione” Toscano – classe 79, giornalista e già candidato con DSP alla presidenza della Regione Calabria (dove ha ottenuto l’1,01 per cento) – è passata quasi all’unanimità: niente alleanze di sorta, né con il centrodestra né tantomeno con Futuro Nazionale.
Marco Rizzo (Imagoeconomica).
Rizzo assente è finito in minoranza
«All’indomani dello strepitoso successo del Congresso di Democrazia Sovrana Popolare del 26 luglio che ha visto riunirsi a Roma oltre 500 persone provenienti da ogni angolo d’Italia per ribadire una linea politica che conferma le nostre intenzioni iniziali, impreziosito dalla presenza di illustrissimi ospiti italiani e stranieri, arriva la fuga di Marco Rizzo», ha commentato sui social con una certa enfasi Toscano.
Francesco Toscano (Imagoeconomica).
«Paventando fantomatici possibili scontri, che sicuramente non fanno parte del nostro ethos, Rizzo riconosce di fatto di non essere in sintonia con il popolo di Democrazia Sovrana Popolare che in questi anni lo ha sostenuto con grandissima generosità e intensità. L’agibilità politica di Rizzo in questi ultimi anni è stata il risultato dell’impegno di una comunità che il 26 luglio ha chiesto di vedere rispettata una linea politica che non cede di fronte all’opportunismo di tipo elettoralistico». Rizzo, che forte del suo “patrimonio mediatico” ha indetto un proprio congresso il 3 e il 4 ottobre, è accusato di aver abbandonato la “comunità” perché finito in minoranza. «Anziché accettare il risultato di un Congresso libero e democratico, che ha volutamente e irresponsabilmente disertato, decide di andare via, una volta resosi conto che non era possibile soffocare la passione e il sentimento della base attraverso un tentativo di colpo di mano partorito e realizzato insieme a quattro amici nel buio di una stanza», continua Toscano. Rizzo dal canto suo ha risposto a distanza pubblicando un nuovo manifesto politico, il suo «programma per l’Italia». Un video istituzionale, quasi quirinalizio, in giacca e cravatta, con stampante e pianta sullo sfondo.
Le accuse reciproche e la tentazione Vannacci
Alla base della rottura, come detto, la figura del generalissimo. Toscano da settimane accusava Rizzo di voler entrare in Futuro Nazionale in modo da garantirsi un seggio alle prossime Politiche, mentre Rizzo denunciava le simpatie del presidente del partito per Alessandro Di Battista e per il movimento Agorà lanciato dal professor Angelo D’Orsi. Insomma un duumviro era più tendente al bruno e l’altro al rosso. Resta da capire chi alla fine di questa tarantella fatta di congressi e veleni la spunterà. Intanto va registrato il passaggio da DSP a FN di Nicolas Gabrielli. Quello che Rizzo definiva «la meglio gioventù» e che da qualche tempo posa orgoglioso con il generalissimo.
«Mi scuso a nome di Azione con Salvini per l’uso di questo termine. È una cosa grave, moralmente sbagliata e anche inutile quando, per descrivere Matteo, si possono usare parole come: inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile.. E questi sono solo gli aggettivi che iniziano con la I». Lo ha scritto su X Carlo Calenda, cogliendo la “palla al balzo” di un brutto post di un iscritto ad Azione contro Matteo Salvini per attaccare duramente il segretario della Lega.
Mi scuso a nome di @Azione_it con Salvini per l’uso di questo termine. E’ una cosa grave, moralmente sbagliata e anche inutile quando, per descrivere Matteo, si possono usare parole come: inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile..e questi sono solo… pic.twitter.com/CKLIZC9Bh2
Un responsabile provinciale di Azione aveva definito Salvini «handicappato»
«C’è poco da fare, Salvini è un handicappato con l’aggravante di essere un populista e la recidiva di professare il sovranismo. Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia. Lasciamo stare l’operato come ministro». È quanto aveva scritto su X tale Maurizio Bufi, responsabile provinciale organizzazione del di Azione a Terni, commentando un post che criticava il plauso di Salvini al disegno di legge “anti-maranza” («Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!»). Il leader del Carroccio aveva a quel punto ripreso il post, commentando: «Comprendo che ci possa essere chi la pensa diversamente da me, chi mi critica anche aspramente, persino chi mi odia. Ma c’è un limite che non dovrebbe essere superato: usare la disabilità come insulto. Quella di questo esponente di Azione non è una caduta di stile, ma una mancanza di rispetto verso milioni di persone. Non chieda scusa a me: chieda scusa a loro e alle loro famiglie».
Comprendo che ci possa essere chi la pensa diversamente da me, chi mi critica anche aspramente, persino chi mi odia.
Ma c’è un limite che non dovrebbe essere superato: usare la disabilità come insulto. Quella di questo esponente di Azione non è una caduta di stile, ma una… https://t.co/LuuiSAyLXU
«Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni». Beppe Grillo esce dal cono d’ombra in cui si era rintanato e torna a bastonare la sua ex creatura. Dal pulpito del suo blog, con un post dal titolo “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”, lancia il solito anatema: «Il Movimento 5 stelle ha perso la sua identità, soprattutto ha perso la sua “diversità”. Osservare la trasformazione antropologica dei suoi protagonisti serve a poco, è il solito film, il nuovo che diventa vecchio, i rivoluzionari che scoprono i palazzi e le intenzioni che lastricano la strada per l’inferno, con tanto di pedaggio». Eppure, continua il co-fondatore del M5s, «qualcosa deve essere ricordato, il MoVimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo…». E via a elencare le battaglie stellari che furono: reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, democrazia diretta e transizione ecologica. Insomma, «Il M5s doveva cambiare la politica ma la politica ha cambiato il Movimento», scrive Grillo. «Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». «Ma le domande non sono scomparse», conclude Grillo, «sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere…».
Il MoVimento 5 Stelle ha perso la sua identità e la sua diversità. Era nato per cambiare la politica, poi la politica ha cambiato il MoVimento, ma le domande che lo hanno fatto nascere sono ancora tutte qui.https://t.co/tHYoHjtG9Ypic.twitter.com/g6kLWqnmtB
Un appello grillino in purezza che però non è riuscito a “far rivedere le stelle” agli elettori delusi del Movimento, almeno sui social dove molti gli rinfacciano la fiducia al governo Draghi. A ben guardare, però, qualcuno ha risposto al j’accuse: sempre lui, Andrea Stroppa, il Musk Alfa italiano, che su X ha lanciato i suoi due cent, giusto per agitare le acque: «Casaleggio, con tutti i suoi limiti – spesso tecnologici – ha creato il Movimento 5 stelle, una potente innovazione portata al grande pubblico da Grillo e tradita da disgraziati. Sarebbe giusto che il Movimento tornasse al co-fondatore e che si ripartisse dall’idea originaria». Tutto fa brodo, per rompere le uova nel paniere del campo largo.
Casaleggio, con tutti i suoi limiti – spesso tecnologici – ha creato il Movimento 5 Stelle, una potente innovazione portata al grande pubblico da Grillo e tradita da disgraziati. Sarebbe giusto che il Movimento tornasse al co-fondatore e che si ripartisse dall’idea originaria
— Andrea Stroppa Claudius Nero's Legion (@andst7) July 29, 2026
Infine fa pensare la tempistica dell’ultima sberla rifilata da Beppe all’avvocato del popolo. Solo pochi giorni fa, l’ex pasionario cinque stelle Alessandro Di Battista, ora scrittore-attivista politico-commentatore tv e reporter, ha infatti rimediato un primo flop: la raccolta firme lanciata dall’associazione Schierarsi contro il finanziamento pubblico ai giornali è terminata il 26 luglio a quota 264.734 sottoscrizioni online che sommate a quelle raccolte ai banchetti arrivano a circa 370 mila, dunque sotto le 500 mila necessarie per indire un referendum. Una doccia fredda sulle (presunte) ambizioni di tornare in campo in funzione anti Pd e anti-Conte.
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).
L’ultimo Stadio di Matteo
«Matteo Salvini è all’ultimo stadio. Quello della Roma», scherzano i tifosi giallorossi. E pure i leghisti duri e puri. Sì, perché fa discutere molto nella Capitale l’intervento del capo (?) della Lega, che in qualità di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha partecipato alla conferenza dei servizi dedicata al nuovo stadio della Roma Calcio. Il tentativo, forse, di mettere il cappello sul lavoro che da anni portano avanti l’As Roma e il Campidoglio. Ma cosa ha detto Salvini? «È l’inizio di un percorso: come ministero delle Infrastrutture siamo determinati a rispettare i tempi e i costi. Con Fs ci mettiamo un investimento di 35 milioni di euro per rendere più moderna e sicura la stazione Tiburtina che sarà di riferimento per i tifosi che andranno allo stadio». Con l’obiettivo di «avere per il quartiere una infrastruttura moderna e integrata con il territorio, che sia vissuta 365 giorni all’anno». Dopo l’affossamento del Ponte sullo stretto di Messina, a Salvini conviene aggrapparsi al nuovo stadio della Roma. Poi però non deve lamentarsi se dalle regioni del Nord, con in prima fila il governatore della Lombardia Attilio Fontana, arrivano attacchi pesantissimi…
Matteo Salvini e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca (Ansa).
Sinner che fa? Inaugura le navi da crociera
«Jannik Sinner gioca a tennis solo quando vuole lui», spifferano i maligni al Coni. Partecipa ai tornei che rendono di più, sempre con un occhio alla classifica per restare il tennista numero uno al mondo, quando è in vacanza in Sardegna va a fare acquisti nei discount ma non dimentica il business, per esempio, inaugurando navi da crociera. Eccolo così a bordo del Mediterranean Prelude Journey, ovvero l’anteprima di viaggio della Explora III, la nuova ammiraglia extralusso di Explora Journeys, brand di eccellenza del gruppo Msc di Gianluigi Aponte. Salpata qualche giorno fa dal porto di Genova alla presenza dell’immancabile sindaca Silvia Salis, l’Explora III ha avuto come madrina Lorella Cuccarini mentre Maya D’Aponte ha rotto la classica bottiglia sullo scafo. Gli ospiti hanno avuto un accesso in anteprima a “In balance: a Jannik Sinner ocean wellness programme”, una nuova proposta wellness distintiva sviluppata in collaborazione con Explora Journeys. Non solo: il campione ha inaugurato il campo da padel a bordo di Explora. Senza dimenticare la promozione di “Jannik Sinner Foundation”, per raccogliere fondi destinati ad attività di educazione alla tutela marina per bambini nelle comunità del Mediterraneo.
Era il «re di via Condotti», Gianni Battistoni: nel suo negozio arrivavano vip di ogni tipo, capeggiati da Gianni Letta, e a metà dicembre la presentazione del suo calendario obbligava a disporre un servizio di security in grande stile. Scomparso il fondatore nel 2024, la società che porta il suo nome è in concordato preventivo in continuità aziendale, disposto dal tribunale di Roma. Il brand di alta sartoria maschile ha sempre il suo fascino, ma come spesso accade, «con l’addio del suo inventore diventano inevitabili i processi di ristrutturazione aziendale», spiffera un vecchio amico, e storico cliente, di Gianni Battistoni.
Nel giorno in cui si tiene a Roma la prima udienza per la causa civile per la titolarità del nome e del simbolo, con un lungo post sul suo blog intitolato «Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni», Beppe Grillo è tornato dopo un lungo silenzio ad occuparsi del Movimento 5 stelle, lanciando una serie di frecciate alla formazione politica che aveva fondato nel 2009 assieme a Gianroberto Casaleggio. Queste le parole con cui ha presentato il post sui social: «Il M5s ha perso la sua identità e, soprattutto, quella “diversità” che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica ma poi la politica ha cambiato il MoVimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone».
Grillo: «Le domande sono rimaste, le risposte sono scomparse»
«Osservare la trasformazione antropologica dei suoi protagonisti serve a poco, è il solito film, il nuovo che diventa vecchio, i rivoluzionari che scoprono i palazzi e le intenzioni che lastricano la strada per l’inferno, con tanto di pedaggio. Eppure, qualcosa deve essere ricordato, il MoVimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo», scrive Grillo. «Le domande sono rimaste, le risposte sono scomparse», prosegue poi il comico ricordando la nascita del M5s: «Noi avevamo provato a darne alcune, distribuire il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle decisioni e programmare il futuro invece di amministrare la prossima elezione. Le avevamo chiamate reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, restituzioni, democrazia diretta e transizione ecologica; proposte che, con il tempo sono diventate slogan da pronunciare nei convegni e dimenticate dopo il buffet».
I passaggi sull’intelligenza artificiale e il rapporto tra “rete” e democrazia
Grillo passa quindi ad un’analisi della crisi del modello occidentale: «Se pensiamo che debba essere difeso dobbiamo renderlo credibile, per farlo bisogna tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni a modelli autoritari. Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo». L’ex garante pentastellato continua: «Il programma dovrebbe partire da qui, dall’ascolto. Le domande riguardano la sicurezza e la salute, l’equità, la partecipazione e l’identità. Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio». Infine nel post trovano spazio anche una riflessione sull’impatto dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite e un passaggio che lega la “rete” alla democrazia: «La tecnologia potrebbe permettere una partecipazione continua dei cittadini e un controllo sulle decisioni, più che per eliminare la rappresentanza, per limitarne il potere e impedire che la delega diventi una cambiale in bianco per cinque anni».
Elly Schlein è accerchiata. O meglio, un po’ si sente e un po’ lo è. Qualche settimana fa l’ha pure detto, pubblicamente: «Ovvio che c’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi. Io sconto anche il fatto di essere una donna, di stare con un’altra donna e di avere 40 anni… Ma andremo avanti lo stesso, se ne facciano una ragione».
Elly Schlein (Imagoeconomica).
I (presunti) dubbi di Franceschini e il nodo dell’Ucraina
La retorica del complotto è un grande classico, trasversale a tutti i partiti. Resta tuttavia da capire chi è che dovrebbe farsene una ragione. Da come Schlein parla, sembra che i “poteri forti” siano quelli che fiancheggiano la destra, ma a leggere le cronache politiche dei giornali pare semmai che i problemi maggiori vengano dall’establishment del campo largo. Il Fatto dà conto di sommovimenti specifici nel Pd, in zona Dario Franceschini, presunto portavoce di dubbi profondi di una parte del partito sulla possibilità che la cara leader possa competere con Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 2027. Impossibile non notare il fatto che Il Fatto è vicino all’irenismo pacifista del M5s e di Giuseppe Conte (una posizione che tiene insieme peraltro i populisti e Alleanza Verdi Sinistra della ditta Bonelli & Fratoianni).
Dario Franceschini (Imagoeconomica).
Così come è impossibile non notare che la questione dirimente pare essere ancora una volta la politica estera e che la posizione di Schlein a sostegno dell’Ucraina venga scambiata per il solito, beppecontesco, «furore bellicista», neanche fossero – i sostenitori della resistenza ucraina – dei marinettiani a piede libero che vogliono vedere il mondo bruciare. Sicché i pacifisti si lamentano perché Schlein non dice no agli aiuti militari; per la verità si sono lamentati dal giorno uno dell’era schleiniana, vedi Rosy Bindi che aveva già iniziato a borbottare dopo la prima assemblea nazionale con il primo discorso ufficiale della leader del Pd.
Elly Schlein e, in video, Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Solo in Toscana Schlein non è accerchiata
Sarebbe invero bizzarro se tutta questa resistenza anti-Schlein riuscisse a ottenere quel che vuole, cioè il “passo indietro” della segretaria dalla corsa per la presidenza del Consiglio, lei che sembra pronta, prontissima, a sfidare Conte alle primarie. Sarebbe bizzarro anzitutto perché il risultato più notevole di Schlein come segretaria è stato quello di azzerare il dibattito pubblico interno al Pd dopo anni in cui fare il segretario del maggior partito di centrosinistra era diventato un lavoro usurante, meritevole di indennizzo. Schlein dunque è accerchiata (e un po’ è vero e un po’ no). Persino nella sua Bologna, stando a quel che ha riferito il Foglio, dove Elisabetta Gualmini, ex Pd oggi in Azione, potrebbe correre alle Amministrative del 2027 col sostegno del destra-centro. Solo in Toscana l’accerchiamento non c’è; ogni volta che la segretaria passa da Firenze e dintorni, viene accolta come la condottiera che deve, soprattutto, comporre le liste elettorali per l’anno prossimo ed è dunque meritevole di massima, vibrante e fervente attenzione per qualsiasi suo comizio, sempre partecipato da aspiranti parlamentari delle varie Giunte e dei vari Consigli (comunali e regionali) che fanno capolino fra la folla per farsi riconoscere.
Elisabetta Gualmini (Imagoeconomica).
L’incognita Silvia Salis
Ma ad aumentare ancora la sensazione dell’accerchiamento potrebbe essere la futura discesa in campo di Silvia Salis. Dopo una fase iniziale scoppiettante, a ritmo di techno, l’esposizione mediatica dell’ambiziosa sindaca di Genova sembrava essere rientrata. Ma forse era ed è solo tattica; Salis infatti non ha ancora abbandonato l’idea di diventare la leader del campo largo, o come si chiamerà quando verrà il momento. In ogni caso, sarebbe un altro ostacolo per Schlein – da parte dell’establishment di centrosinistra – verso la presidenza del Consiglio.
«Non mi sembra ci siano le possibilità giuridiche. Se ci fossero, starebbe alla sensibilità dei partiti valutare, ma non credo ci siano». Lo ha detto il presidente della Camera Lorenzo Fontana, rispondendo – durante la cerimonia del Ventaglio – a una domanda dei cronisti su un’eventuale candidatura di Mario Roggero https://www.lettera43.it/roggero-procura-sequestra-50-mila-euro-conto-tunisia/ , il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori. Fontana è un esponente della Lega, che ha reso noto di stare valutando «ogni possibile iniziativa, nel pieno rispetto della legge» per sostenere Roggero, tra cui «l’eventuale candidatura, qualora ne ricorrano i presupposti normativi». Il ministro e vicepremier Matteo Salvini, leader del Carroccio, aveva inoltre dichiarato: «Se fosse possibile candidarlo come rappresentante degli italiani che lavorano, che vengono aggrediti e che si difendono, io sarei orgoglioso di poterlo candidare». Lo stesso Salvini ha peraltro visitato più volte Roggero in carcere a Bollate, invocando fin dalla sentenza della Cassazione la grazia per il gioielliere. Quanto al provvedimento di clemenza, Fontana ha detto: «Legittimo che forze politiche facciano richieste, ma è una prerogativa del Presidente della Repubblica, per cui nutro grande rispetto. Spetta al Capo dello Stato verificare i margini che ci possono essere».
Perché la candidatura di Roggero è impossibile
In effetti, la candidatura di Rogger è pressoché impossibile. Innanzitutto, l’articolo 29 del Codice penale stabilisce che la condanna ad almeno cinque anni di reclusione comporta «l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici»: al gioielliere piemontese è stata inflitta una pena (ormai definitiva) di quasi 15 anni. Per fare chiarezza, cosa si intende per interdizione dai pubblici uffici? Lo spiega l’articolo precedente, il numero 28: tale misura priva il condannato «del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale», cioè in qualsiasi votazione, e di ogni altro diritto politico. In pratica, Roggero non può più né votare né essere eletto. Come se non bastasse, c’è anche il decreto legislativo del 2012, noto come “legge Severino” dal nome dell’allora ministra della Giustizia Paola Severino, che fu adottato dal governo Monti grazie a una legge delega approvata anche con i voti della Lega. In base alla “legge Severino” per le elezioni della Camera e del Senato, così come del Parlamento europeo, non possono essere candidati coloro che sono stati condannati in via definitiva a più di due anni di reclusione per un delitto non colposo per il quale sia prevista una pena massima di almeno quattro anni.
Si Safe chi può. Antonio Tajani inciampa sullo strumento messo a disposizione da Bruxelles per fornire prestiti a tassi agevolati per aumentare gli investimenti in Difesa entro il 2030. Dopo aver dichiarato davanti alle commissioni riunite di Esteri e Difesa di Camera e Senato di aver deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno – «formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto per come investirli nell’anno successivo», ha detto – il ministro degli Esteri è stato costretto ad aggiustare il tiro: «Come ho sempre detto, e come hanno detto tutti i miei colleghi, Giorgetti e Crosetto, ne utilizzeremo probabilmente di meno: sei, sette, otto, nove, lo abbiamo detto anche oggi. Quindi ne abbiamo prenotati 14,9, cioè quello è il tetto massimo, ma ne utilizzeremo di meno». Una giravolta che non è sfuggita alle opposizioni e soprattutto a Matteo Renzi che su X è stato il primo a bacchettare il vicepremier azzurro: «Tajani va in commissione e dice: abbiamo deciso di chiedere fondi europei Safe per 14,9 miliardi di euro. Una notizia importante! Ma scatta il subbuglio in maggioranza. Dopo mezz’ora Tajani precisa: “Non li abbiamo chiesti ma solo ‘prenotati’. Ma dove vive il nostro ministro degli Esteri? I fondi Safe sono già prenotati: il governo deve decidere se usarli o no», ha twittato il leader di Italia, lanciando una stoccata finale: «Come al solito Tajani parla poi viene richiamato all’ordine. Un incapace totale. Verrebbe da dire con Checco Zalone: “Ma è del mestiere, questo?”».
Tajani va in commissione e dice: abbiamo deciso di chiedere fondi Europei SAFE per 14.9 miliardi di euro. Una notizia importante! Ma scatta il subbuglio in maggioranza. Dopo mezz’ora Tajani precisa: non li abbiamo chiesti ma solo “prenotati”. Ma dove vive il nostro Ministro degli…
Dalla maggioranza, invece, è arrivato lo stop della Lega che ricorda: «Sull’uso dei fondi Safe l’ultima parola spetta al Parlamento». Sul caso interviene pure l’Europa che invita Roma a essere più chiara: «Vogliamo sicuramente che l’Italia mantenga i 14,9 miliardi di Safe come annunciato oggi, e questo è uno sviluppo molto, molto positivo», ha dichiarato un portavoce della Commissione Ue. «Ora, dobbiamo procedere alla firma dell’accordo di prestito perché dobbiamo erogare i fondi per dare il via al progetto. Quindi questa è la tempistica che stiamo considerando», perché «c’è bisogno di chiarezza al più presto».
Emergenza “mensa” al Circolo Canottieri Aniene
I pasticci della Figc? La nomina a ct di Mancini? Al Circolo Canottieri Aniene di Roma hanno altro di cui discutere: il ristorante (che molti chiamano «la mensa») è chiuso. I lavori in corso sembrano interminabili, fatto sta che l’estate 2026 verrà ricordata a lungo dai soci, che non hanno a disposizione il giardino per passare delle serate al fresco con gli amici. Sarà un caso ma già a luglio, le zone di Roma Nord (Prati, Parioli, Fleming, Olgiata, aree di provenienza dei soci del circolo) si sono svuotate più del solito.
Il Circolo Canottieri Aniene (Imagoeconomica).
Conte con Paglia
L’agenda di monsignor Vincenzo Paglia è fittissima. Basta scorrere l’elenco dei suoi appuntamenti. Non solo il 30 luglio sarà cerimoniere del Centro all’incontro tra civici e centristi di area progressista: mercoledì mattina il prelato “che piace alla gente che piace” è atteso all’incontro “Dividendo Sociale Sistemico per una nuova società” organizzato da Human Economic Forum. Sempre nella Capitale, a Palazzo San Macuto, nella sala del Refettorio, sotto la moderazione dell’esperto Eugenio Fatigante, colonna del quotidiano della Cei, Avvenire. Dopo i saluti di Paglia, in qualità di presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, parleranno, tra gli altri, il docente Leonardo Becchetti, il parlamentare europeo ed ex presidente dell’Inps Pasquale Tridico e, udite udite, il leader pentastellato Giuseppe Conte. Chissà se si affaccerà all’incontro anche l’ex direttore del quotidiano Avvenire, attualmente eurodeputato, Marco Tarquinio…
Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che «abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno». «Formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto per come investirli nell’anno successivo», ha spiegato nel dibattito seguito all’informativa sugli esiti del vertice Nato di Ankara resa col ministro della Difesa Guido Crosetto alle commissioni Affari esteri e Difesa di Camera e Senato. Il Safe è lo strumento dell’Unione europea che fornisce prestiti fino a 150 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri ad aumentare gli investimenti nel settore della difesa. «Quanti ne useremo (dei 14,9 miliardi, ndr) lo decideremo a fine anno», ha precisato Tajani. «Come ho sempre detto, e come hanno detto tutti i miei colleghi, Giorgetti e Crosetto, ne utilizzeremo probabilmente di meno. Sei, sette, otto, nove, lo abbiamo detto anche oggi. Quindi ne abbiamo prenotati 14,9, cioè il tetto massimo, ma ne utilizzeremo di meno».
La bocciatura di Andrea Pirlo come nuovo ct dell’Italia, dovuta ai legami del “Maestro” con la Russia, è diventata anche un caso politico. E non solo perché sul caso si è espresso il ministro per lo Sport Andrea Abodi, il quale ha parlato di «brutta figura» provocando la reazione stizzita («Bisogna vedere chi l’ha fatta») del presidente della Figc Giovanni Malagò, entrato in rotta di collisione col direttore tecnico Paolo Maldini e l’advisor Leonardo, che nel frattempo si sono dimessi.
I vannacciani e i pentastellati stanno dalla parte di Pirlo
«Cultura, arte e sport devono restare fuori dalla politica e dalle relazioni internazionali. Per assegnare incarichi, anche a Pirlo, va considerata la competenza e certo non gli affari con agenzie varie», ha dichiarato Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale: «Come feci con Buttafuoco a Venezia, dunque, a lui do la mia solidarietà. Non vedo proprio una questione etica». Ha difeso Pirlo anche Riccardo Ricciardi, capogruppo del M5s alla Camera, cogliendo la palla al balzo per attaccare Guido Crosetto: «Siamo il paese in cui una persona non può fare il Commissario Tecnico della Nazionale, se ha un contratto con una società russa ma in cui un ex lobbista delle armi può fare il ministro della difesa». Sempre in casa pentastellata si è espressa sul caso anche l’eurodeputata ed ex calciatrice Carolina Morace: «La vicenda Pirlo è surreale. Lo stesso metro dovrebbe valere sempre. Dov’è stata la stessa indignazione nei confronti di chi ha continuato a intrattenere rapporti sportivi, istituzionali o culturali con Israele mentre Gaza veniva devastata?». Così Alessandro Di Battista, grande ex del M5s notoriamente vicino a Mosca: «Quello che sta accadendo a Pirlo è semplicemente osceno. Sapete tutto questo come si chiama? Russofobia. Secondo voi, se Pirlo avesse lavorato con un marchio israeliano, qualcuno avrebbe aperto bocca? Sarebbero stati tutti zitti!».
— Alessandro Di Battista (@ale_dibattista) July 26, 2026
Il Pd e l’ex dem Picierno approvano la bocciatura di Pirlo
«Fateci caso: sulla questione Pirlo i primi galli a cantare e a dolersi per la sfumata indicazione a commissario tecnico, guarda caso, sono tutti esponenti politici molto sensibili alla Russia», ha dichiarato il senatore del Pd Filippo Sensi, commentando le dichiarazioni di Vannacci e Ricciardi. Questo il commento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo ed ex esponente dem: «Accolgo con soddisfazione la scelta di non nominare Pirlo. È una scelta giusta e doverosa, considerato ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata».
Accolgo con soddisfazione la scelta di non nominare Andrea Pirlo Ct della Nazionale.
È una scelta giusta e doverosa, considerato ciò che Pirlo ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente il proprio prestigio a un'operazione di normalizzazione del regime di Putin,… https://t.co/GVS5UIpmCu
La lettera dell’ambasciatore russo e la replica di Calenda
Nel caos totale di questi giorni, come se non bastasse, si è inserito anche l’ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, che in una lettera aperta postata su Telegram ha espresso «sincera e umana solidarietà» nei confronti di Pirlo: «Rattrista constatare che, nonostante il suo contributo straordinario allo sport mondiale e all’immagine dell’Italia nel mondo, proprio nel Suo Paese, lei sia oggi oggetto di ostracismo da parte di un establishment da molti definito “pseudo-democratico”». Questa la replica di Carlo Calenda, leader di Azione: «Direi che con questa dichiarazione possiamo chiudere l’assurda discussione sull’opportunità di prendere come allenatore della Nazionale un signore pagato dai russi».
Direi che con questa dichiarazione possiamo chiudere l’assurda discussione sull’opportunità di prendere come allenatore della nazionale un signore pagato dai russi. pic.twitter.com/L2sJ4DxjKm
Sono nati i Cockroach padani. Come in India, dove i giovani hanno usato un insulto – “scarafaggi” – pronunciato da un giudice dell’Alta Corte per fondare un movimento di rivolta contro un sistema corrotto di ingresso all’università e ottenere le dimissioni del ministro dell’Istruzione, nelle valli tra Varese, Bergamo e Brescia, dove la Lega affonda le sue radici, i militanti si professano «nostalgici» per contrastare la leadership di Matteo Salvini.
L’attacco di Salvini alla falange nordista e ai fuoriusciti
Il manifesto è un articolo del Foglio. L’autore, il giornalista parlamentare Carmelo Caruso, da anni molto attento alle cronache interne del partito, si dilunga sullo sfogo di Salvini alla festa con i gruppi parlamentari che si è tenuta nella villa di Antonio Angelucci la settimana scorsa. Assente il padrone di casa, tra i fenicotteri rosa e le orchidee portate da Simonetta Matone, deputati e senatori di via Bellerio si sono ritrovati nei giardini della tenuta di Marino, ai Castelli, dove un tempo si faceva fotografare la vecchia proprietaria, Sophia Loren. Nel suo discorso il segretario leghista – stando a quanto risulta anche a L43 – è stato a sorpresa molto duro con la ‘falange’ dei nordisti lombardi, il governatore Attilio Fontana e il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, accusandoli di portare avanti una linea ormai «fuori dal tempo». Senza fare nomi, Salvini ha tuonato contro tutti i suoi critici. La proposta di un partito del Nord dentro la Lega avanzata da Luca Zaia? Macché. «Basta Nord, è una roba da nostalgici», ha detto il capo, che se l’è presa anche con i fuoriusciti che hanno scelto di abbracciare Futuro nazionale di Roberto Vannacci.
Matteo Salvini, alla festa AderLegaFest di Adro, nel Bresciano (Ansa).
In Lombardia il partito ribolle
È forse la prima volta che il segretario si pronuncia in modo così netto contro una parte del partito che da mesi, se non anni, ne critica la linea, a partire dalla decisione di coinvolgere Vannacci (ben prima del clamoroso addio dell’ex generale). L’asse dei governatori, formato, oltre che da Zaia e Fontana, da Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti, chiede un ritorno agli ideali delle origini, un rinnovamento della leadership con maggior coinvolgimento di Zaia. Si tratta di un movimento che trova ampio consenso in Lombardia, tra lo zoccolo duro del leghismo, ma anche tra dirigenti, sindaci, amministratori, che hanno fatto la storia della Lega e che ritengono, come molti militanti chiedono ai gazebo e alle feste, che Salvini da tempo avesse dovuto fare un passo indietro per ‘salvare’ il partito. Questa Lega è un partito che ascolta ancora i militanti, ma che da mesi soffre, impotente, l’occupazione salviniana della segreteria. Anche per colpa dell’immobilismo degli stessi governatori e di storici dirigenti come i ministri Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli.
Elio Fagioli e Roberto Calderoli alla festa estiva di Pontida (Ansa).
Il tam tam social in solidarietà a Fontana
Nelle settimane scorse sono stati appesi in diverse località del Nord alcuni manifesti in cui si chiedevano le dimissioni di Salvini a favore di Zaia. E ora è iniziato il tam tam sulle bacheche di militanti e dirigenti. Gli ‘scarafaggi’ padani si autoproclamano «nostalgici» in dissenso con la segreteria. E così gira lo slogan «Se Fontana è nostalgico, allora lo sono anche io», condiviso, tra i primi, sui social del consigliere lombardo, capogruppo al Pirellone nella passata legislatura, Roberto Anelli.
La grafica è stata condivisa sulla bacheca di diversi militanti storici. Seguita da commenti come: «Ora basta sedersi sulla riva del fiume e attendere». «Sì lo ammetto, sono nostalgica anche io», scrive l’ex senatrice Simona Pergreffi. «Non è una questione di nostalgia, ma di coerenza, Matteo Salvini. Siamo nati per impegnarci per le nostre comunità, per i nostri territori e per il nord, non siamo nostalgici ma realisti, così non va. Se non ci fossero le regioni con i governatori e le amministrazioni del nord, non ci sarebbe la Lega», commenta Giampaolo Pesenti, vicesindaco di Zogno, nella Bergamasca.
La minaccia di provvedimenti disciplinari e la chiamata a Pontida
Sembra che Salvini non abbia preso bene l’iniziativa e minacci provvedimenti disciplinari. Sicuramente ha reagito diffondendo il manifesto di Pontida 2026 nel quale, per inciso, compare il vecchio simbolo della Lega senza il suo nome. Le bandiere autonomiste e i militanti sono ritratti sul prato davanti al grande palco. Tutti al raduno, esortano i fedelissimi.
Doppia sfida al Quirinale. Il centrodestra ha da tempo avviato una campagna di accerchiamento al Colle più alto della Repubblica con l’obiettivo dichiarato di conquistarlo nel 2029. Due le tattiche: assalto all’attuale inquilino, Sergio Mattarella, e scalata diretta al ruolo di presidente della Repubblica fra tre anni. Entrambe più che legittime, ma con rischi politici abbastanza evidenti, perché a volte in politica la forma è sostanza.
L’obiettivo Colle è a portata di mano
Dunque, ecco la storia. Dalla fine della Prima Repubblica, quando si è trattato di eleggere un capo dello Stato il centrodestra non ha toccato palla. Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, pur se eletti a volte anche con i loro voti, non possono certo definirsi di quella parte politica. Eppure la voglia c’era, e tanta. Silvio Berlusconi, per esempio, ci aveva sperato non poco. Ma la contingenza politica (si è quasi sempre votato quando la maggioranza era di centrosinistra) o l’imperizia strategica (come nel 2022) non hanno mai portato Forza Italia, Lega e FdI al successo. Ora invece, in caso di vittoria alle elezioni, il trofeo è a portata di mano, perlomeno stando ai numeri.
Sergio Mattarella (Ansa).
La Russa tira la volata a Meloni
Dopo un timido tentativo, fallito in poche settimane, di varare una riforma presidenziale, e un altro tentativo più robusto ma altrettanto fallito di varare la riforma del premierato, alla fine Giorgia Meloni ha deciso di giocare con le regole che ci sono già. E allora Fratelli d’Italia è uscita allo scoperto e ha dichiarato il gioco. La premier ha detto di voler superare il tabù di un presidente non di centrosinistra. Ignazio La Russa ha concordato e fatto nomi e cognomi, indicando proprio Meloni (anche se rimanendo vago sulle tempistiche): «Secondo me lo diventerà non questa volta ma la prossima, il mio è un augurio e un riconoscimento delle sue capacità. Sarebbe una grande fortuna per l’Italia, dopo Mattarella. Per me sarebbe un bene, un grande bene». Un messaggio all’opinione pubblica per testarla, uno agli alleati per unirli nella pugna ma anche per chiarire che se tocca a qualcuno, tocca a FdI. Qui sta il primo rischio, che chiunque sia entrato anche per sbaglio una sola volta in Transatlantico conosce bene: la maggioranza non basta, si vota a scrutinio segreto, ci sono i franchi tiratori, e per essere certi del risultato bisogna garantirsi decine di voti in più, cioè consolidare e tranquillizzare la propria base e tessere alleanze. Ci sono meno di tre anni di tempo e le elezioni politiche in mezzo. Forse è proprio per non innervosire gli alleati che il presidente del Senato ha chiesto più tempo. Come andrà a finire lo sapremo a gennaio 2029.
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
Mattarella nel mirino della destra
Intanto prosegue l’altra sfida al Quirinale. Il centrodestra, e in particolare sempre FdI, da tempo ha messo Mattarella nel mirino. Agli addetti ai lavori sono noti i malumori del partito di Meloni per molte mosse del Presidente. Più volte si è sfiorato lo scontro, lo scorso dicembre l’attacco del capogruppo FdI Giovanni Donzelli al consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani è stato il segnale che le micce sono accese. Qualche scaramuccia sotto traccia nei mesi a seguire e la dichiarazione ufficiale della premier che i rapporti sono ottimi con un “ma”: «Io e il Presidente della Repubblica non siamo sempre d’accordo». Poi a metà luglio lo scontro sulla grazia al gioielliere Mario Roggero, per cui il capo dello Stato ha richiamato il ministro Carlo Nordio per una fuga in avanti che invece Giorgia Meloni ha coperto politicamente.
Sergio Mattarella con Carlo Nordio in una foto del 2023 (Imagoeconomica).
La regola di Einaudi
Al netto dei singoli casi e della diffidenza reciproca, il disegno è chiaro e non è la prima volta che viene messo in atto: delegittimare l’inquilino del Quirinale. È successo già in passato in modo anche più virulento. Due le controindicazioni: una politica e una istituzionale. Quella politica è che l’attuale inquilino del Colle ha livelli di gradimento popolare altissimi e attaccarlo potrebbe non pagare in termini di consenso. Quella istituzionale l’ha ricordata proprio Mattarella ricevendo Nordio e riguarda la regola di Luigi Einaudi, primo Presidente repubblicano: «È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da qualsiasi incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». Chi vuole salire al Quirinale dovrebbe essere il primo a volersi ritrovare intatte prerogative e poteri, se non vuole avere una presidenza azzoppata. La partita è cominciata da qualche mese, il traguardo è nel 2029, attendiamo nuove mosse.
Sergio Mattarella con Ignazio La Russa e Renato Brunetta (Imagoeconomica).
«Centoventi operatori delle forze dell’ordine sono rimasti feriti negli scontri di sabato scorso contro l’infrastruttura dell’Alta Velocità Torino-Lione. Uno scenario che si vede molto bene qui dietro, non è la scena di una guerra, è la scena di una presunta contestazione. Ma questo non è dissenso, questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata». Lo ha affermato la premier Giorgia Meloni in un video registrato durante la visita al cantiere della Tav in Val di Susa, effettuata assieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Faremo tutto quello che possiamo per assicurare queste persone alla giustizia e chiediamo anche a chi ne è responsabile, alla magistratura, a tutti gli inquirenti, di fare il massimo del lavoro perché uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere».
Schlein punta il dito contro il governo
Sulla questione si è espressa nelle stesse ore anche Elly Schlein. «Ci troviamo davanti a un governo i cui esponenti strumentalizzano fatti violenti per buttarli addosso alle opposizioni, nonostante sappiano che non abbiamo nulla a che fare con quelle frange vittime, di cui siamo bersagli», ha detto la segretaria del Pd a a L’Aria che tira, su La 7: «Perché strumentalizzano per accusarci di connivenze? Ci facciamo le domande giuste, invece di strumentalizzare ogni fatto per fini politici? Istituzioni e politica dovrebbero lavorare insieme per isolare la violenza. In quattro anni di governo hanno fallito miseramente sulla sicurezza». Schlein ha poi aggiunto: «Abbiamo visto violenze inaccettabili, gravi, che non si giustificano mai, noi condanniamo la violenza senza, senza se e senza ma. Violenze che hanno colpito molti agenti, a cui il Pd ha dato solidarietà e vicinanza. Abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza, senza esitazioni e tentennamenti».
Negli anni di governo della mujer y madreGiorgia Meloni, un battibecco molto spiacevole tra Gigi Marzullo e Francesca Fagnani ci riporta a terra. E fa riaffiorare una domanda che forse non è così scontata: perché la maternità è improvvisamente sparita dal dibattito pubblico?
"Le manca non essere diventata madre?", Gigi Marzullo lo chiede a Francesca Fagnani. La risposta della conduttrice di Belve…
Eppure della difesa delle donne, e in particolare modo delle madri, questo governo ha fatto una bandiera. In primo luogo, a livello ideologico, con il muro eretto attorno a una idea di figura ben precisa. La maggioranza di centrodestra ha iniziato la legislatura con la tutela della madre biologica, attraverso la legge che ha reso la gestazione per altri un reato universale. Una normativa pienamente in vigore dal 2024 che prevede la reclusione da tre mesi a due anni, oltre a una multa fino a un milione di euro. Ma la cui applicabilità è sostanzialmente ‘sospesa’ per le difficoltà che comporterebbe punire penalmente condotte perfettamente lecite e regolamentate in altri ordinamenti, oltre a sollevare dubbi sulla illegittimità di incriminare un genitore per aver formato una famiglia. Ma la legge Varchi (dal nome dell’esponente di FdI, Carolina Varchi) è sospesa anche dalla discussione pubblica, se ne parla raramente come se non fosse mai stata approvata. Una sorta di rimozione collettiva dell’argomento che riguarda invece molte famiglie che hanno fatto ricorso a queste pratiche affrontando viaggi, costosi e impegnativi a livello psicologico, in altri Stati o continenti.
Carolina Varchi (Imagoeconomica).
Gli hater contro Chiara Tagliaferri e Nicola Lagioia
Ha riaperto il dibattito un libro autobiografico di Chiara Tagliaferri, Arkansas, che racconta l’esperienza nello Stato Usa, dove è nata, grazie a un’«alleanza tra tre donne» (Chiara, la donatrice e la gestante), la figlioletta avuta con il marito Nicola Lagioia.
Ma basta leggere i commenti agli articoli di riviste e quotidiani al libro di Tagliaferri per capire che l’assenza di un dibattito, serio e alto, sul tema non è un problema da trascurare. La maggior parte dei critici della scelta della Gpa accusa la coppia di aver agito con egoismo, accusandola di non aver scelto di aiutare un bambino bisognoso con l’adozione.
Nicola Lagioia e Chiara Tagliaferri (da youtube).
Anche Benedetta Rossi finisce nel tritacarne
Ma altrettanto commentata è stata la scelta di adottare, annunciata dalla più nota Benedetta Rossi e dal marito. La celebre influencer dei fornelli ha diffuso una sua foto all’aeroporto in partenza per il «viaggio più bello della vita»: ovvero verso le due sorelline che entreranno a far parte della loro famiglia. E anche lì, sono arrivate migliaia di critiche. Chi ha apprezzato la scelta, ha lodato il buon cuore di Benedetta, come se l’adozione fosse un gesto caritatevole nei confronti di una umanità bisognosa e non l’atto di costruzione di una famiglia. I critici e gli hater, invece, hanno insinuato che avessero “pagato” le bambine, ignorando il percorso di controllo articolato cui bisogna sottoporsi per l’adozione internazionale in Italia. Insomma, il tema interessa molto e ci sarebbe tanto da dire. Per esempio, per quanto riguarda le adozioni internazionali questo governo ha cercato di tamponare la discesa drammatica delle richieste, approvando rimborsi cospicui per chi ha adottato nel 2024 e nel 2025.
Ma anche l’essere madre in una società in cui le donne sono sempre più impegnate a livello professionale è un tema che non sembra più conquistare un posto degno nel dibattito pubblico. Meloni porta molto spesso con sé la figlia quando è costretta a essere assente per più giorni in missioni intercontinentali. Ma la premier intende mantenere questa sua dimensione molto privata, non ama che se ne parli. E i giornali evitano proprio di riportare là notizia, che comunque ha un suo senso sociale, sociologico e politico, anche solo di esempio. Non si parla neanche di questo.
Giorgia Meloni (Ansa).
Manca una riflessione politica sul tema della maternità
E così ci troviamo impreparati davanti alla domanda indelicata di Marzullo, il “signore della notte”, a Francesca, la “belva della tv”. «Non hai avuto un figlio per scelta o per motivi medici?». Una domanda che non andrebbe posta neanche Sottovoce, caro Marzullo. Ma non perché siamo nel 2026, come lamenta Fagnani. Non va fatta e basta perché non sai mai il vissuto che risveglia in una donna che non ha avuto figli una richiesta del genere. E quindi tanta solidarietà alla belva che si è sentita ferita e ha giustamente replicato. Poi però uno si riascolta bene la risposta di Fagnani, e torna a pensare che è sempre più urgente una riflessione sul significato ‘politico’ (nel senso faucaultiano del termine) dell’esperienza della maternità. «Mi manca un figlio? Non ho la prova del contrario, non avendo figli non ho vissuto quell’esperienza. Mi manca qualcosa che non conosco? Non lo so. È una gioia immensa che non ho vissuto? Sicuramente», dice Fagnani prima di aggiungere: «Penso che la maternità si esplichi in mille modi diversi: con gli amici, con la famiglia, con i cani…». Per il Donald Winnicott, la maternità non è solo cura fisica, ma la capacità di farsi ambiente accogliente e protettivo. Questo permette al bambino, che sperimenta una dipendenza assoluta, di strutturare il proprio sé attraverso l’esperienza di essere compreso e contenuto dall’altro. È esperienza e accoglienza dell’altro. Un rapporto complesso tra essere umani. Ecco, non pensiamo che per “altro”, Winnicot avesse in mente un, seppur delizioso, cavalier king.
Partiam partiamo! Per andare dove non importa. L’unica cosa che conta è acchiappare, tra tre anni, il Quirinale. Con chi e come sono tutti dettagli trascurabili.
Giorgia Meloni (Ansa).
La legge elettorale sarà determinante a decidere le alleanze
La campagna elettorale che è appena iniziata ha mille incognite, dai programmi alle alleanze fino alla leadership. Certo, manca ancora un anno, salvo imprevisti, ma il rebus principale con cui i partiti devono fare i conti è la legge elettorale. Le regole, si sa, sono determinanti nel decidere il perimetro dell’alleanza. E allora sia nel centrodestra sia nel centrosinistra tutto è ancora per aria. Futuro nazionale di RobertoVannacci sarà parte integrante della carovana guidata da Giorgia Meloni o ne resterà fuori cannoneggiandola da destra? Forza Italia accetterà di far salire a bordo un partito che sente molto lontano dai suoi principi? E cambiando schieramento: il campo largo lo sarà a sufficienza da comprendere un’area di centro o il suo baricentro sarà tutto sbilanciato a sinistra? E al centro la nuova legge elettorale permetterà la nascita di un soggetto autonomo o tutto sarà schiacciato e diviso tra i due poli?
Roberto Vannacci nel corso di un evento in Comune a Pescara (foto Ansa).
La nebbia dei programmi, dalla politica estera alla sicurezza
Come si vede, le domande superano di gran lunga le risposte. Sui programmi poi è nebbia fitta. Alcuni temi, a cominciare dalla politica estera, sono una faglia che spacca in due entrambi gli schieramenti, ricomponendo strane alleanze trasversali. Una su tutte: la difesa dell’Ucraina. Salvini, per non contareVannacci, da un lato, e Giuseppe Conte dall’altro sono pronti a ridurre gli aiuti a Kyiv, mentre Giorgia Meloni ed Elly Schlein continuano a sostenere Volodymyr Zelensky. In economia la manovra d’autunno sarà il vero banco di prova più della scrittura di qualunque programma, ma anche qui mentre la Lega chiede di abbassare l’età pensionabile, il governo la alza, mentre nel centrosinistra il gelo con cui il leader M5s ha accolto la proposta di patrimoniale della leader Pd ha fatto rumore. E anche sulla sicurezza, mentre nel centrosinistra ci si comincia appena ora a ragionare, nel centrodestra, dopo quattro anni di governo, si continuano a produrre provvedimenti su quello che fu il cavallo di battaglia delle elezioni del 2022. Un problema che non è stato ancora risolto, anzi pare peggiorare nella percezione dei cittadini.
Matteo Salvini alla festa AderLegaFest, nel Bresciano (Ansa).
Campo largo a cerca di leader
Ma soprattutto nel centrosinistra, problema che nell’altro campo invece non si pone affatto, la battaglia sostanziale è su chi farà il premier. Sia Conte che Schlein aspirano a guidare la coalizione e sedere a Palazzo Chigi in caso di vittoria. E qualcuno ancora spera che nessuno dei due prevalga ma sbuchi fuori un federatore, il proverbiale terzo incomodo, che si accolli l’onore di fare il presidente del Consiglio. Insomma, manca un anno alle elezioni, mese più mese meno, ma l’impressione è che servirebbero decenni prima di sciogliere tutti i nodi che leader, partiti e coalizioni dovranno affrontare per arrivare al giorno in cui gli elettori infileranno la loro scheda nelle urne, in una fase di incertezza internazionale che meriterebbe qualche punto fermo in più.
Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
La campagna elettorale appena cominciata porta in dono l’amichevole dissing via Instagram fra Matteo Renzi e Roberto Vannacci, due che hanno bisogno della reciproca pubblicità come il pane, ma soprattutto una rinnovata attenzione sulla giustizia da parte del governo. Fallito il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’esecutivo è tornato a fare quello che gli viene meglio sull’argomento: populismo penale.
Cosa cambia sulla presunzione di non imputabilità
Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alle cosiddette norme “anti-maranza”, che modificano la presunzione di imputabilità. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha spiegata così: «Non abbiamo abbassato l’età per l’imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene. La novità riguarda la presunzione di imputabilità». Cioè? «Oggi l’imputabilità del minore deve essere accertata positivamente caso per caso, perché c’è una sorta di presunzione di non imputabilità, cioè di non capacità di intendere e di volere. Con questa norma invertiamo l’onere della prova».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).
Le nuove norme anti-maranza più che essere legate a fatti di cronaca recente, ha precisato il guardasigilli, sono «il seguito di una serie di provvedimenti, a cominciare dal decreto Caivano, che sono stati adottati nei mesi e negli anni scorsi, proprio a seguito della recrudescenza e dell’aumento della delinquenza minorile».
Non c’è un’emergenza tale da giustificare questa svolta
Eppure secondo Antigone, l’organizzazione no-profit italiana che si occupa della tutela dei diritti umani, delle garanzie nel sistema penale e delle condizioni di vita nelle carceri, il nostro Paese non sta affrontando un’emergenza di criminalità minorile tale da giustificare una simile svolta: «I dati disponibili non mostrano un’esplosione della criminalità minorile, ma piuttosto una progressiva espansione dell’allarme e della risposta penale. È proprio questa trasformazione ad avere già prodotto un sistema minorile sempre più affollato, più securitario e più distante dalla sua originaria funzione educativa».
L’istituto minorile Nicola Fornelli di Bari (foto Imagoeconomica).
Prendiamo segnalazioni di minori per omicidio, che sono rimaste sostanzialmente stabili. Erano 27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024, meno di quanto non fossero per esempio tra il 2014 e il 2017, quando erano in media 33 l’anno. «Insomma, molto rumore per nulla», dice Antigone in un rapporto pubblicato a febbraio del 2026.
I dati sul numero complessivo di minorenni denunciati
Quanto al numero complessivo di minorenni denunciati, il confronto più aggiornato a livello europeo (dati Eurostat) fa riferimento al 2023. I dati «collocano comunque l’Italia tra i Paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi, con un tasso di denunce per 100 mila abitanti, cioè 363,4, che è quasi la metà della media europea, che nel 2023 era di 647,9. In realtà si tratta di una notizia solo in parte sorprendente. È noto che il nostro Paese, rispetto ai reati segnalati, si colloca al di sotto della media europea, ma se questo è risaputo per gli adulti, i dati ci dicono che la cosa è ancora più evidente per i minori», dice ancora Antigone, che analizza nel dettaglio anche la situazione delle segnalazioni relative a minori denunciati e arrestati/fermati dalle forze di polizia.
«L’andamento delle segnalazioni è stato in calo per molti anni. Secondo le serie storiche dell’Istat negli Anni 90 erano stabilmente oltre le 40 mila l’anno, addirittura 46.051 nel 1995». Da allora, dopo varie oscillazioni, i numeri hanno iniziato a scendere e questa tendenza è proseguita fino al 2020, arrivando per la prima volta sotto le 30 mila segnalazioni nel primo anno della pandemia di Covid-19: «La tendenza si era in seguito invertita, ma senza superare i numeri del 2015, e anzi registrando il proprio picco nel 2022 per poi tornare a calare nel 2023».
L’interno di una cella dell’istituto minorile Nicola Fornelli (foto Imagoeconomica).
Nel 2024, ultimo anno disponibile, le denunce sono tornate a salire. «Cresce del 16,7 per cento il totale delle segnalazioni, e per alcuni reati di grande allarme sociale questa crescita è ancora più significativa». Gli omicidi sono rimasti stabili, mentre i tentati omicidi sono aumentati del 26 per cento, le violenze sessuali del 25 per cento. In lieve aumento i furti (+6,2 per cento), maggiore la crescita delle rapine (+10,3 per cento).
Le segnalazioni sono solo indicatori della criminalità
Il punto è che le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria non sono «la criminalità», spiega Antigone: «Sono semmai dei possibili indicatori della criminalità, e trattandosi di denunce sono per la precisione ancora ipotesi, indizi del fatto che possa essere stato consumato un reato, in questo caso da parte di un minore. Alle denunce seguiranno le indagini, alle indagini eventualmente i processi, e ai processi eventualmente le condanne».
Da dove arriva la narrazione del governo Meloni sulla gioventù debosciata?
E questa è peraltro una semplificazione perché, nel processo minorile, ci sono ulteriori possibili esiti, diversi dalla condanna, anche quando l’evento si è in effetti consumato. «E dunque? La crescita delle denunce è indicativa di una crescita della criminalità, o solo del fatto che è cresciuta la propensione nostra, e delle forze dell’ordine, a denunciare? Ipotesi assolutamente plausibile questa, in una stagione in cui si addita la criminalità giovanile come una delle principali emergenze: più paura, più denunce. Ma esistono dati più affidabili per provare a rispondere alla nostra domanda? Sono aumentate solo le denunce o sono aumentati anche i reati? Allo stato bisogna riconoscere che dati definitivi non ce ne sono». Ordunque, resta intatta un’altra domanda: da dove arriva l’emergenza narrata da anni dal governo Meloni sulla gioventù debosciata?
Romanzo Viminaleparte 2. Tutto ha inizio il 20 dicembre 2024, quando il Tribunale di Palermo assolve Matteo Salvini dalle accuse di sequestro di persona aggravato e rifiuto di atti d’ufficio in relazione al blocco della nave Open Arms a inizio agosto 2019. Si tratta di una delle azioni più eclatanti compiute da quando è ministro dell’Interno del governo Lega-M5s. La sentenza di assoluzione, poi confermata in Cassazione a fine 2025, è piena perché, secondo i giudici, «il fatto non sussiste». Dopo il sollievo (Salvini rischiava fino a 15 anni di carcere) e la gioia condivisa con l’avvocato Giulia Bongiorno, le parole d’ordine sulle labbra di ogni leghista che si rispetti diventano «ritorno al Viminale». Sanata quella ferita – con la nomina bloccata per il processo in corso (non avrebbe avuto l’avvallo del Colle) – per via Bellerio la strada del segretario verso il ministero dell’Interno sembra spianata.
Matteo Salvini con l’avvocato Giulia Bongiorno (Ansa).
I quattro tentativi falliti per tornare al Viminale
Ma Giorgia Meloni non vuole sentir parlare di rimpasti e tutto evapora in pochi giorni. Così come si esaurisce in un soffio l’altra spinta propulsiva fatta lanciare da Salvini ai suoi durante il congresso federale che lo ha confermato per altri quattro anni (con mandato esteso di un anno) alla guida del partito. Ad aprile 2025 basta un breve confronto con Meloni e l’altro vicepremier, Antonio Tajani, per seppellire la pretesa leghista. Alla delusione segue una nuova richiesta, forse l’unica che avrebbe potuto realmente andare a buon fine, poco prima della scelta delle candidature per le Regionali in Campania dell’autunno 2025. A un certo punto, sembra che Matteo Piantedosi possa correre come candidato del centrodestra nella sua Regione d’origine. Ma niente: il ‘prefetto d’Italia’ riesce a rimanere saldo al suo posto (sopravvissuto anche al gossip della presunta relazione con Claudia Conte). E i desiderata leghisti sono nuovamente sopiti.
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).
L’ultima tentazione per salvare Pontida 2026
Si arriva a queste ultime settimane di grande crisi della leadership salviniana: le liti tra “nordisti” e “sudisti” al federale del 10 giugno, il patto per una cogestione con Luca Zaia saltato in extremis, il raduno convocato, poi posticipato e infine annullato. Con il sorpasso del partito di Roberto Vannacci e gli striscioni di contestazione al segretario, come si arriva al raduno Pontida del 20 settembre? L’ultima volta che Salvini ha solcato il ‘sacro prato’ è stata lo scorso marzo, al termine del funerale di Umberto Bossi, quando un militante lo contesta gridando: «Ridacci la Lega», attirandosi gli insulti della fidanzata del capo, Francesca Verdini. Per questo è necessario arrivare sul pratone con un’idea salvifica. Ed è così che nelle settimane scorse torna l’eterna proposta, il sequel del tormentone Ritorno al Viminale. Salvini ne parla ai fedelissimi in diverse occasioni: la sua amica «Gio», come chiama Meloni, si sarebbe convinta, avrebbe dato l’ok per l’annuncio a Pontida solo dopo aver scavallato il record del governo più longevo della storia repubblicana a inizio mese. Addirittura si sarebbe trovata una collocazione degna per Matteo Piantedosi, una nomina europea sulla sicurezza. Ma la versione del segretario leghista non trova riscontro in via della Scrofa.
Matteo Salvini ai funerali di Umberto Bossi (Ansa).
Gli ostacoli all’ambizione di Salvini
In primo luogo, per un’operazione di questo tipo, servirebbe il via libera di Sergio Mattarella. E avere – si ragiona dalle parti di FdI – la certezza che il capo dello Stato non rimandi tutto alle Camere e pretenda che l’esecutivo chieda la fiducia. A quel punto, è il pensiero dei meloniani, Giorgia forse preferirebbe chiedere la fiducia agli elettori piuttosto che quella del parlamento. Poi bisognerebbe superare le ostilità di Forza Italia, che pretenderebbe una compensazione adeguata, in un momento in cui i rapporti con gli azzurri sono già abbastanza tesi per le divisioni nel partito sull’introduzione delle preferenze alla legge elettorale. Dalle parti del centrodestra poi non si ritiene che Mattarella sia così propenso a cambiare il ministro dell’Interno a sei mesi dal voto (le Politiche potrebbero tenersi in anticipo ad aprile 2027). Un periodo così ridotto forse non basterebbe neanche a Salvini per riambientarsi. Vero, in politica tutto è possibile, ma a guardarlo da tutte le angolazioni, quello del Viminale salviniano non è un film che si può girare in questa legislatura. E per la prossima bisognerà vedere i numeri e le pretese. Perché, se si dovesse fare l’accordo con Vannacci, sarà forse il generale al pretendere un ministero di peso. E sarà forse allora che assisteremmo al vero ‘romanzo Viminale’.
Giorgia Meloni con Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Mario Calabresi non si nasconde più. E, a domanda precisa, durante un incontro alla Festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi (zona sud-est di Milano, contesto che più progressista non si potrebbe), il 22 luglio ha confermato la sua voglia di candidarsi a sindaco di Milano: «Sì, ci sto pensando. Mi piacerebbe fare la mia parte. Alla tanta gente che me lo chiede per strada, io rispondo che sì, io ci penso. Ci sto pensando e mi piacerebbe fare la mia parte per Milano, ci tengo». Calabresi, quindi, successore di Beppe Sala alla guida della cosiddetta capitale economica e morale del Paese.
L’ex direttore di Stampa e Repubblica scende in campo?
Uno scenario che avrebbe assolutamente senso, essendo Calabresi stato anche direttore dei quotidiani La Stampa e la Repubblica con un piglio pro Pd perfetto per scendere in campo. Solo che Calabresi è pure ceo ed editor in chief a Chora News, la testata giornalistica di Chora, e azionista di Be water, la holding che controlla Chora media, Will, Cronache di spogliatoio, la casa di produzione Be water film e molto altro.
Beppe Sala e Mario Calabresi (foto Imagoeconomica).
La Be water nel giro dell’ultimo anno e mezzo è stata sepolta dai soldi di Tether. Un investimento di oltre 41 milioni di euro (per controllare il 38 per cento, mentre il 40 per cento rimane nelle mani di Guido Maria Brera) da parte di una società, Tether appunto, fondata da Giancarlo Devasini e Pierce Brock, il cui ceo è Paolo Ardoino, con una capitalizzazione da 184 miliardi di dollari, che ha chiuso il 2025 con utili per oltre 10 miliardi di dollari, dopo i 13 miliardi di dollari di utili del 2024.
Guido Maria Brera (foto Imagoeconomica).
Tether emette la criptovaluta Usdt, la stablecoin più usata al mondo (soprattutto in Turchia e in Argentina), agganciata al dollaro e con riserve in oro per 140 tonnellate conservate in un forziere anti-atomico in Svizzera per un controvalore di 17,4 mld di dollari.
Tether, simpatie mai nascoste per Trump
Devasini e Ardoino non hanno mai nascosto le loro simpatie per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, al punto da investire 775 milioni di dollari in Rumble, il social diretto concorrente di YouTube che aveva accolto lo stesso Trump quando era stato messo al bando da Meta e dal Twitter pre Elon Musk.
Tether (Ansa).
Come si concilierà, quindi, l’anima progressista del Calabresi giornalista e pensatore con l’anima capitalista del Calabresi azionista al 3 per cento di una società, Be water, che nell’arco di un anno e mezzo è passata dall’essere valorizzata 100 milioni di euro, salendo poi a 150 milioni a inizio 2026 (in base alle operazioni di scambio di azioni per l’acquisto di Cronache di spogliatoio), fino ai 200 milioni di euro complessivi di fine giugno (con aumento di capitale riservato a Tether per 30,8 milioni di euro)?
Accetterà di farsi liquidare la quota di Be water? La metterà in un blind trust per la durata del suo eventuale mandato da sindaco? Perché poi, alla fin fine, come diceva Gordon Gekko, quello che si fa lo si fa per soldi, il resto è conversazione. E fare il sindaco, per un uomo dai redditi interessanti come Calabresi, non è certo un affare.
Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether (Imagoeconomica).
Di sicuro l’affare l’ha fatto Guido Brera. Pure lui libero pensatore progressista ma con l’anima da finanziere che, come raccontato nel suo libro (poi diventato serie di Sky), non solo ha frequentato I Diavoli della City londinese, ma ne ha anche fatto parte.
Brera ha incrociato anni fa Devasini…
Bazzicando spesso i territori svizzeri, con la scusa della sua passione per la montagna, Brera ha incrociato anni fa Devasini, il socio fondatore di Tether. Addirittura, raccontano fonti informate, Valentina Picozzi, compagna di Devasini, e Caterina Balivo, moglie di Brera, sarebbero conoscenti piuttosto affiatate. E in più di un’occasione, anche a Lugano, Brera ha intervistato pubblicamente Ardoino, il ceo di Tether. Un lavoro ai fianchi che però ha fruttato 41 milioni di euro freschi freschi investiti su Be water.
Giancarlo Devasini, creatore di Tether (Imagoeconomica).
Quelli di Tether sono filo-trumpiani? Da un lato chi se ne importa, perché per lo sviluppo di Be water ci vogliono soldi, e non si può stare a guardare il capello, come dicono a Roma, patria natia di Brera. Poi, però, c’è anche la grande capacità di Brera di rigirare la frittata. E, a domanda diretta sul tema, ha risposto: «Tether filo-trumpiana? Diciamo che io ho una percezione diversa: Tether è una società su scala globale, punta alla disintermediazione, è open source, e ha consentito a centinaia di milioni di persone senza un conto corrente in banca di proteggersi dall’inflazione, di conservare il loro potere di acquisto e di trasferire i soldi in modo meno oneroso. Tether ci lascia assoluta libertà di stampa, i soci fondatori sono amanti della libertà, e Tether stessa è una società moderna perché, citando il sociologo Luciano Gallino, crea valore, non estrae valore. E questo per me è dirimente». Un maestro.
L’adesione di Luca Bernardo a Futuro Nazionale fa rumore. E per più di un motivo. In Forza Italia ha iniziato di nuovo a lampeggiare la spia d’allarme: Antonio Tajani, spifferano i maligni, «non riesce a controllare cosa accade fuori Roma e il Lazio, figuriamoci a Milano e in Lombardia dove ha pochissimi amici». Chissà cosa ne pensa la famiglia Berlusconi… Ma i problemi non solo solo interni a Forza Italia. Con l’ingresso del capogruppo azzurro in Consiglio comunale ed ex candidato sindaco (a dirla tutta si era pure riproposto per il dopo Sala senza successo), Roberto Vannacci ha piantato la sua bandierina anche a Palazzo Marino, dopo aver arruolato al Pirellone i consiglieri Pietro Macconi (da FdI) e Luca Daniel Ferrazzi(eletto con la lista a sostegno di Letizia Moratti e poi passato al Misto).
Pietro Macconi, Robeerto Vannacci e Luca Ferrazi (Imagoeconomica).
Sarebbe stato proprio quest’ultimo a convincere Bernardo al salto. Della falange futurista lombarda fanno poi parte Massimiliano ‘Max’ Bastoni, ex leghista (ai tempi del Carroccio coniò lo slogan “Bastoni contro gli immigrati”) ed ex forzista, la consigliera comunale di Bresso Cheyenne Pagano e il padre Mario sempre da FI, oltre naturalmente a Laura Ravetto, cuneese ma eletta con la Lega nel collegio uninominale Lombardia 1-05 di Legnano.
Massimiliano Bastoni (Imagoeconomica).
Vannacci nella sua incursione lombarda può inoltre contare sull’aiuto del “barone nero” Roberto Longhi Lavarini. Ora il generale in pensione, a cui (per ora) Giorgia Meloni ha chiuso le porte della coalizione, può prepararsi per le Comunali a Milano e come front runner potrebbe rispolverare Bernardo, anche se si fanno i nomi pure di Paolo Del Debbio, del professore di diritto Nicolò Zanon, dell’avvocato Alessandro Munari, dell’ex comandante dei carabinieri Carmelo Burgio e dell’ex assessore regionale Pier Gianni Prosperini. Ma l’uscita di Bernardo fa rizzare le antenne anche per un altro motivo: il pediatra, fatta eccezione per lo scivolone della pistola portata al lavoro, sembra tutto fuorché un estremista di destra, quella «feccia», fatta di «figli di nessuno» di cui il generalissimo va orgoglioso. Siamo al tramonto della fase sansepolcrina?
Luca Bernardo, Luca Ferrazzi e in video collegamento Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Gualtieri si fa la sua “Sport e Salute”
Alla fine non ha saputo resistere: come regalo di compleanno, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha voluto un’altra partecipata comunale, Roma Sport Spa. La nuova struttura controllerà e gestirà le aree dedicate allo sport, in primo luogo l’ippodromo di Capannelle. Sarà l’ennesimo carrozzone comunale, come teme qualcuno, o servirà davvero per promuovere l’attività sportiva tra i romani? E non rischia di essere un duplicato di Sport e Salute, che di tutti questi temi se ne occupa a livello nazionale? Intanto ci saranno nuovi uffici, un nuovo consiglio d’amministrazione, dipendenti, auto, spese varie…
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).
Forza Italia perde pezzi a Milano in favore di Futuro nazionale. Il capogruppo azzurro in Comune Luca Bernardo, candidato sindaco del centrodestra alle scorse elezioni comunali, ha infatti aderito al partito di Roberto Vannacci. La comunicazione ufficiale è prevista giovedì 23 luglio nel corso di una conferenza stampa. Il consigliere regionale lombardo Luca Ferrazzi ha evidenziato che l’adesione di Bernardo «segna un nuovo passo nel percorso di crescita di Futuro nazionale, contribuendo a rafforzarne la presenza politica nella città di Milano e a consolidare il radicamento del movimento sul territorio e nelle istituzioni». In un’intervista rilasciata a Milano Quotidiano, Vannacci ha così commentato la notizia: «Questa è la migliore risposta a Letizia Moratti che, non più tardi dell’altro ieri invocava, durante una trasmissione tv su La7, una censura nei miei confronti dimostrando, oltretutto, un’ignoranza crassa sulle norme che regolano il mantenimento del grado militare. Con l’adesione di Bernardo si rinforza il manipolo meneghino e si inizia a definire la squadra che si potrà proporre alle prossime elezioni comunali di Milano. Presto l’annuncio del candidato sindaco di Futuro nazionale. Nessun dorma».
Le motivazioni di Bernardo
Dietro la scelta di Bernardo ci sarebbe un malcontento covato da tempo verso la segreteria milanese di Forza Itali guidata da Cristina Rossello, con cui – riportano i media – i rapporti si sarebbero raffreddati. L’ex candidato sindaco avrebbe lamentato di non aver ricevuto il sostegno atteso dopo la corsa a Palazzo Marino e avrebbe vissuto come uno sgarbo l’esclusione dal pranzo organizzato dal presidente del Senato Ignazio La Russa con i possibili candidati sindaco del centrodestra.