Gianmarco Mazzi, finora in carica come sottosegretario al ministero della Cultura, è stato scelto come nuovo ministro del Turismo. Il governo Meloni colma così la casella rimasta vuota dopo le dimissionidi Daniela Santanchèdal dicastero, arrivate il 25 marzo. Questa mattina il giuramento al Quirinale.
L’elezione alla Camera e la nomina a sottosegretario
Mazzi è approdato in Parlamento nel 2022, quando è stato eletto alla Camera dei deputati con Fratelli d’Italia nel collegio plurinominale Veneto 2 – 01. Da allora ha ricoperto anche il ruolo di sottosegretario alla Cultura con delega alla musica e allo spettacolo dal vivo, affiancando prima Gennaro Sangiuliano e poi Alessandro Giuli.
È stato tra i promotori della Nazionale italiana cantanti
La delega affidata a Mazzi non è certo casuale, visto che la sua carriera lavorativa è stata caratterizzata tra produzioni musicali/televisive di alto profilo e la gestione di eventi live di prestigio. Nato a Verona nel 1960, all’inizio degli Anni 80 è stato tra i promotori della Nazionale italiana cantanti con Gianni Morandi e Mogol. I suoi rapporti con il mondo della musica l’hanno portato a collaborare – tra gli altri – con Miguel Bosè, i Pooh, Caterina Caselli, Lucio Dalla, Adriano Celentano e Riccardo Cocciante. Dal 2017 al 2022 ha ricoperto il ruolo di direttore artistico e amministratore delegato dell’Arena di Verona. Nel 2017 è stato inoltre tra gli ideatori del programma Sanremo Young, condotto per due edizioni da Antonella Clerici.
Nei corridoi di Montecitorio e nelle chat riservate dei parlamentari pentastellati, l’aria è pesante. Non si tratta più dei soliti malumori fisiologici di un partito che cerca di trovare la sua identità tra le pieghe del centrosinistra. Questa volta, la sensazione diffusa tra i peones e i vertici è quella di una resa dei conti finale. Il Movimento 5 stelle, o ciò che ne resta dopo anni di mutazioni genetiche, rischia di implodere, proprio mentre il suo leader, suonando la carica delle primarie, ha lanciato l’attacco alla leadership del cosiddetto campo largo. Fronte che cerca faticosamente di compattarsi contro il governo Meloni, indebolito da vizi privati e pubbliche leggerezze (ultimo in ordine di tempo l’affaire tra il ministro Piantedosi e la giornalista Claudia Conte).
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Grillo vuole riprendersi nome e simbolo
Al centro della tempesta perfetta c’è lui, il fondatore, il Garante che ha deciso di smettere i panni del padre nobile per indossare quelli dell’avvocato divorzista. Beppe Grilloha rotto gli indugi e ha notificato un atto di citazione al tribunale di Roma contro il M5s guidato da Giuseppe Conte. L’obiettivo è chiaro e letale: riprendersi il nome e il simbolo. Secondo la tesi dei legali del comico genovese, l’associazione romana presieduta dall’ex premier avrebbe i simboli solo «in uso», mentre la titolarità esclusiva resterebbe in capo all’associazione originaria di Genova. La prima udienza è fissata per luglio 2026, ma gli effetti politici di questa mossa sono già deflagranti. Dal quartier generale contiano, l’iniziativa è stata bollata come «assurda e temeraria», ma dietro le quinte la preoccupazione è palpabile. L’ex ministro Alfonso Bonafede, da tempo nei box a scaldare i motori e tornato di recente in tv, è descritto da chi lo frequenta particolarmente inquieto. Ma non è il solo. La fronda interna dei delusi rischia di trasformarsi nell’ennesima mina sulla strada di Conte verso Palazzo Chigi.
Beppe Grillo (Imagoeconomica).
Conte rischia di ritrovarsi alla guida di un partito sfilacciato
Il piglio padronale contestato a Grillo è, di fatto, la caratteristica principale del presidente Conte abituato da sempre a fare da solo, a non ascoltare consigli e a vivere le critiche come offese personali. Nonostante i cambi al vertice del direttivo al Senato, ad esempio, tutto è rimasto fermo, complice anche il terremoto da referendum, scatenando numerosi maldipancia. La nuova legge elettorale, se si farà, inoltre, metterebbe a rischio candidature date per scontate con rising star che scalpitano e pronte a fare carte false pur di trovare la casella giusta nelle liste per le prossime elezioni. In questo quadro, se Grillo dovesse vincere, Conte si ritroverebbe alla guida di un partito sfilacciato, scontento senza simbolo e senza storia.
Giuseppe Conte con Beppe Grillo (Imagoeconomica).
L’attivismo sospetto dell’ortodossa Raggi
In uno scenario da “muoia Sansone con tutti i Filistei”, si inserisce poi l’insolito e rumoroso attivismo di Virginia Raggi. L’ex sindaca di Roma, da sempre considerata la “guerriera” prediletta di Grillo, è tornata prepotentemente sotto i riflettori. Le sue recenti apparizioni televisive e le battaglie legali annunciate contro il termovalorizzatore della Capitale non sono iniziative isolate, ma tasselli di una strategia più ampia. Raggi rema apertamente contro l’alleanza strutturale con il Partito Democratico e contro l’amministrazione Gualtieri, incarnando l’anima ortodossa del Movimento che non ha mai digerito la svolta istituzionale e progressista impressa da Conte. Il suo posizionamento è un segnale inequivocabile: se Grillo dovesse riprendersi il simbolo, Raggi sarebbe in pole position per guidare la “nuova-vecchia” creatura politica.
Virginia Raggi (Imagoeconomica).
Dibba con la sua Schierarsi potrebbe tornare in gioco
Ma Raggi non è l’unica a scaldare i motori. L’offensiva legale di Grillo ha risvegliato le aspirazioni sopite di un intero esercito di ex parlamentari, espulsi o giubilati dalla ferrea regola del doppio mandato. Per molti di loro, rimasti ai margini della politica attiva ma ancora influenti sui territori, la mossa del fondatore rappresenta l’ultima, insperata occasione per tornare in gioco. Le chat degli “ex” sono in fermento, animate dalla speranza di una restaurazione che spazzi via la classe dirigente contiana, accusata di aver trasformato il Movimento in un partito tradizionale, prono alle logiche di coalizione. A catalizzare questo malcontento c’è un altro convitato di pietra: Alessandro Di Battista.
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).
L’ex “pasionario”, da anni lontano dalle istituzioni ma mai davvero uscito dai radar politici, sta pianificando il suo rientro nell’agone. Attraverso la sua associazioneSchierarsi, Di Battista sta sondando il terreno con un tour nelle piazze italiane, valutando una discesa in campo ufficiale prevista per l’autunno del 2026. Il suo obiettivo è intercettare non solo i delusi della gestione Conte, ma anche quell’elettorato anti-sistema che il M5S delle origini sapeva mobilitare. Un asse Grillo-Raggi-Di Battista, magari benedetto da figure simbolo come Nino Di Matteo, è l’incubo peggiore per i vertici attuali del Movimento.
Virginia Raggi, Nino Di Matteo e di spalle Marco Travaglio (Imagoeconomica).
Le fibrillazioni interne al M5s inquietano il Pd
Le ripercussioni di questo scontro fratricida si abbattono inevitabilmente sul campo largo. L’alleanza con il Partito democratico di Elly Schlein, già messa a dura prova dalle differenze programmatiche e dalle tensioni locali, senza contare l’imbarazzo per la vicinanza tra Conte e l’emissario trumpiano in Italia Paolo Zampolli, rischia di implodere sotto il peso delle beghe interne ai cinque stelle. Sebbene le opposizioni abbiano recentemente trovato una fragile unità nel sostenere il No al referendum sulla giustizia, la prospettiva di un M5s spaccato in due, con un’ala ortodossa pronta a sabotare ogni accordo con i dem, terrorizza il Nazareno (e fa contenti i riformisti). Conte, che ha sempre rivendicato il ruolo di federatore progressista, si trova ora a dover difendere la sua leadership e la sopravvivenza stessa del suo progetto politico.
Giuseppe Conte con Elly Schlein (Imagoeconomica).
La partita è appena iniziata, ma i pezzi sulla scacchiera si muovono velocemente. Da una parte l’Avvocato del Popolo, arroccato nella difesa di un partito che ha plasmato a sua immagine; dall’altra il Garante, pronto a distruggere la sua creatura pur di non vederla snaturata, affiancato dai reduci della prima ora. In mezzo, un elettorato disorientato e un centrosinistra che guarda con apprensione a una faida che potrebbe regalare al centrodestra un’ipoteca definitiva sulle prossime elezioni. Sempre che Grillo non miri solo ai soldi…
In poco tempo era arrivata a conoscere vertici politici, militari ed ecclesiastici, Claudia Conte, fino a quella esplosiva dichiarazione in cui «non poteva negare» un legame con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Nei “sacri palazzi”, quelli della Santa Sede, erano ormai abituati alle scorribande della 34enne ciociara (è nata a Cassino, in provincia di Frosinone), che nella basilica di San Pietro «sembrava voler prendere la residenza», sussurra qualcuno. A dirla tutta, i primi a rotolare nel fango mediatico sono quelli della Comunità di Sant’Egidio, che «con la ragazza ci erano cascati mani e piedi», come racconta uno dei principali esponenti.
Claudia Conte, in qualità di “scrittrice e attivista per i diritti umani”, il 26 febbraio del 2023 aveva presentato proprio “alla Sant’Egidio” il suo libro “La legge del cuore. Storia di assassini, vigliacchi ed eroi”, pubblicato da Armando Curcio Editore, con un elenco di vip che cominciava proprio da Piantedosi per poi continuare con l’ex procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho, la parlamentare Caterina Chinnici, il presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, sindaci, prefetti, questori, magistrati, direttori di giornali e forze dell’ordine.
Claudia Conte e il suo libro “La legge del cuore”.
E a fine anno, sempre per “la Sant’Egidio”, ecco Conte con il conduttore televisivo Max Giusti: «Sono contenta di tornare a trovare gli amici ospiti del Buon Pastore, antico monastero nel quartiere romano di Trastevere. Insieme alle giovani donne volontarie della comunità abbiamo portato regali di Natale e panettoni donati da Vanni, storico bar di Roma. È importante che ognuno di noi dia il proprio contributo con l’obiettivo di arginare la solitudine e l’alienazione, per riportare in primo piano l’amicizia e la vicinanza, che sono i tratti distintivi dell’operato della comunità».
Quelle collaborazioni con monsignor Rino Fisichella
Ma c’è di più: nel 2025 Claudia Conte (con tanto di cappellino in testa) si era impegnata con la fondazione americana no profit “Italy for Christ” nel progetto speciale “Forever Open”, ideato in occasione del Giubileo, in collaborazione con il Dicastero per l’Evangelizzazione, presieduto da monsignor Rino Fisichella.
Claudia Conte col cappellino del progetto speciale “Forever Open”.
Così, «la prima giornata di volontariato si è tenuta presso la Comunità di Sant’Egidio, nella chiesa del Buon Pastore a Trastevere, struttura che offre accoglienza a persone senza dimora. I volontari, accompagnati da Claudia Conte, hanno portato doni speciali e conforto agli ospiti, hanno sistemato i magazzini e pulito la chiesa e infine hanno servito loro una cena speciale».
La scalata iniziata grazie a un potente dirigente di banca
Fisichella, si diceva. La lama di Claudia Conte ha tagliato come il burro qualsiasi confine di Stato, portoni di bronzo, auto blindate di personalità di ogni tipo. Anche se lei aveva già cominciato la scalata quando ufficialmente era la compagna di un potente dirigente di una banca attiva nel settore dello sport.
«Non commento i fatti del giorno accanto a questa»
Presenzialista nelle rassegne stampa televisive, a RaiNews24 con la direzione di Paolo Petrecca, tra le proteste di illustri giornalisti-direttori che poi si lamentavano dicendo: «Non mi possono mettere a commentare i fatti del giorno stando accanto a questa». Comunque, Conte ha messo in cascina non solo contratti targati Rai, perché pure La7 con Giovanni Floris è caduto nella rete, uno abituato a cercare di dare credibilità a personaggi di ogni tipo.
Ma torniamo al Vaticano; Conte su Instagram aveva festeggiato il 7 dicembre 2024 il fatto di «essere una Dama dell’Ordine di Malta»: istituzione che poi è finita nell’occhio del ciclone, tra scandali di vario tipo raccontati da Lettera43 e nei servizi de Le Iene di Mediaset, con passaggi di potere, lotte tra casate aristocratiche e altro ancora.
«Era pronto un seggio alla Camera, blindato, alle prossime elezioni»
Perché ora è saltato tutto? A parte l’autodafé che era indicato come «imminente», la scelta di dichiararsi in questo modo da parte di Conte ha reso contenti tanti politici, escluso ovviamente il titolare del Viminaleche tiene già famiglia (e che famiglia). Qualcuno in parlamento spiffera che per la ciociara «era pronto un seggio alla Camera, blindato, alle prossime elezioni». E guarda caso il tappo è saltato appena si vociferava di elezioni anticipate: con pochi seggi disponibili, i concorrenti erano pronti a far deflagrare lo scandalo, che già era sulla bocca di tutti.
Che scontro con una conduttrice Rai famosa e molto combattiva
Altri indicano una guerra nucleare in casa Rai perché «si parlava di destinare a lei una trasmissione televisiva in una fascia di grande ascolto, ai danni di una conduttrice famosa e molto combattiva». Una che non avrebbe atteso alla finestra una decisione dei vertici aziendali e sarebbe stata pronta a svelare tutti gli altarini della rampante Claudia. Rumors tipicamente romani, che denunciano innanzitutto la fragilità del sistema nazionale e la “pochezza” del cosiddetto “personale politico”. Che poi i parlamentari non ne vogliono sapere di finire nel baratro dei giudizi, perché in fin dei conti «Piantedosi non è un politico, ma un tecnico». Ma la sostanza non cambia…
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi non commenta la bufera scatenata dall’intervista della giornalista Claudia Conte, che ha ammesso di avere una relazione con lui, né ha cambiato agenda. È infatti regolarmente al lavoro al Viminale e, secondo quanto si apprende, ha dato mandato a un legale per tutelarsi da quanti, dopo la notizia, hanno insinuato che abbia favorito o agevolato qualcuno. La linea è che dal ministro non ci sono mai stati favoritismi, incarichi, favori o interessamenti nei confronti di nessuno, e chi sostiene il contrario ne risponderà nelle sedi competenti.
L’ufficio di presidenza della Camera dei deputati ha deciso (al termine di una seduta piuttosto tesa) di sanzionare con una sospensione di quattro o cinque giorni 32 deputati delle opposizioni che il 30 gennaio, occupando la sala stampa di Montecitorio, avevano impedito lo svolgimento di un incontro sulla “remigrazione”, organizzato dal leghista Domenico Furgiuele. All’evento avrebbero dovuto partecipare esponenti neofascisti e di movimenti di estrema destra, tra cui il portavoce di CasaPound Luca Marsella.
Per aver «materialmente impedito l’avvio della conferenza» sedendosi al banco degli oratori, sono stati sospesi per cinque giorni dai lavori parlamentari Bakkali, Cuperlo, Orfini, De Maria, Sarracino, Scotto, Stumpo, Morassut, Boldrini e Casu del Pd; Sportiello, Riccardo Ricciardi, Auriemma, Caso, Ferrara, Lomuti, Quartini e Francesco Silvestri del M5s; Zaratti, Bonelli, Fratoianni e Mari di Avs. Altri 10 deputati sono stati sospesi per quattro giorni per aver «contribuito volontariamente a saturare i posti disponibili» nella sala: cinque sono del Pd e altrettanti del M5s.
Ho una notizia. La presidenza della Camera dei Deputati mi ha sospeso per 5 giorni dalle funzioni di parlamentare per aver impedito la conferenza stampa di fascisti e neonazisti. Il parlamento è la casa della democrazia nata dalla lotta antifascista pic.twitter.com/KGDwyQu8EQ
«CasaPound, che voleva organizzare quella conferenza stampa dentro la sala stampa del Parlamento della Repubblica italiana, è stata condannata per costituzione del partito fascista, manifestazioni fasciste e lesioni aggravate. Di fronte a questo esprimo la mia totale contrarietà e indignazione per questa scelta. Rivendico il gesto che ho fatto: un gesto fatto in nome e per difesa di una memoria storica di coloro i quali ci hanno dato la democrazia». Così Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde.
Nicola Fratoianni, leader di Avs, ha dichiarato su X: «Non considero questa sanzione come il segno di una colpa. Lo rifarei, lo rifaremo se dovesse capitare la necessità, per onorare la democrazia, la Costituzione, la Repubblica e il suo fondamento antifascista». Questo il commento del dem Gianni Cuperlo: «È la prima volta nella mia vita che vengo sospeso (mai, manco a scuola). Sono sereno e orgoglioso per la mia prima sospensione e domattina rifarei ciò che ho fatto».
La relazione tra Matteo Piantedosi e Claudia Contesta agitando il governo che, già alle prese con la batosta del referendum (che ha già avuto pesanti ripercussioni), si trova ora ad affrontare una «faccenda privata» che potrebbe avere pesanti ripercussioni. Sotto la lente d’ingrandimento sono finiti i numerosi incarichi istituzionali ottenuti negli ultimi tempi dalla giornalista, su cui le opposizioni hanno chiesto di fare chiarezza.
Da fine 2025 è portavoce dell’Osservatorio nazionale bullismo
Originaria di Cassino (Frosinone), la classe 1992 Conte ha iniziato come attrice per poi dedicarsi al mondo dell’informazione come giornalista, conduttrice e opinionista tv. Nel 2021 – breve excursus – denunciò per stalking, estorsione, revenge porn e diffamazione Angelo Paradiso, ex calciatore con cui aveva avuto una relazione. Finito sotto indagine, Paradiso si fece sei mesi di arresti domiciliari, prima dell’assoluzione con formula piena perché il fatto non sussisteva. Ma a far discutere adesso sono i numerosi incarichi di Conte. Che, «da sempre attenta ai diritti umani e impegnata nel contrasto alle mafie», come si legge sul suo sito, è «volto e producer di grandi eventi in collaborazione con Ministeri, Ambasciate, Regioni e Comuni, Santa Sede ed Enti del Terzo Settore come Fondazione Bambino Gesù, Fondazione della Shoah, Unicef, Comunità di Sant’Egidio». Insignita «del premio Oscar dei giovani in Campidoglio ed Eccellenze Italiane in Senato», da fine 2025 Conte è portavoce dell’Osservatorio nazionale bullismo, ente indipendente che però collabora attivamente con istituzioni come il ministero dell’Istruzione e il Coni.
#claudiaconte ha avuto in questi anni sono dovuti al merito (come avevano promesso) o a qualcos’altro. Perché non sarebbe bello scoprire di essere…— Mario Giordano (@mariogiordano5) April 2, 2026
Da febbraio è consulente di una Commissione parlamentare di inchiesta
Tra i suoi incarichi c’è quello di presentatrice ufficiale del tour mondiale dell’Amerigo Vespucci e di presidente nazionale del comparto Federitaly Comunicazione e Media. Dal 12 febbraio 2026 è inoltre consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, presieduta dal deputato di Forza Italia Alessandro Battilocchio. L’incarico risulta a tempo parziale e a titolo gratuito. Moderatrice di numerosi incontri, Conte ha moderato quello sull’eredità di Aldo Moro che si è svolto in Senato a maggio del 2023 (era presente Piantedosi) e anche quello su ordine pubblico e sicurezza urbana che si è svolto a Ostia Antica a novembre del 2025, evento col marchio di Fratelli d’Italia a cui hanno partecipato esponenti di spicco del partito.
L’incarico presso la Scuola di perfezionamento per le forze di polizia
Come ha rivelato Domani, Conte è stata anche protagonista di presso la Scuola di perfezionamento per le forze di polizia, che fa capo proprio al Viminale. Dai piani altri della Polizia è arrivata la precisazione: non si è trattato di “docenze”, come ha scritto Domani, ma di alcune lettere d’invito per moderare quattro tavole rotonde alla scuola interforze, di cui una sul disagio giovanile, svolte tra dicembre 2023 e novembre 2024. In ogni caso, pare che Piantedosi non sapesse nulla di questo contratto.
Il programma su Rai Radio 1 dedicato a sicurezza e legalità
Conte è inoltre una speaker di Rai Radio 1: il servizio pubblico le ha affidato il programma Mezz’ora legale, in cui parla proprio di sicurezza e legalità, due temi che le stanno molto a cuore. Così come quello del disagio giovanile. Anche se in un’occasione ha fatto confusione tra “baby gang” e “gang bang”: non esattamente la stessa cosa. Curiosità: dal 2023 al 2025 alla direzione di Rai Radio 1 c’era Francesco Pionati, avellinese come Piantedosi.
Questo è il momento esatto in cui il ministro dell'interno Matteo Piantedosi ha perso la testa per la giornalista Claudia Conte. pic.twitter.com/mYitsBLqTp
Conte è anche unica della srl Shallow: di cosa si occupa la società
Conte è anche socia unica di Shallow, società che ha «mission» di «creare un network tra gli stakeholder del Paese per la realizzazione di progetti culturali volti a promuovere la cultura dello Sviluppo Sostenibile e della Responsabilità Sociale trattando gli obiettivi dell’Agenda Onu 2030». La piccola srl ha ricevuto due affidamenti diretti dalla Regione Campania nel 2023 e nel 2024: il primo, da 36 mila euro, per valorizzare la presenza della Campania a Ecomondo, e il secondo, da 35 mila euro, per la promozione degli Stati generali dell’ambiente.
Si potrebbe dire, viste le fibrillazioni che agitano i campi (quello confusamente largo della sinistra e quello acciaccato del centrodestra) che di resa dei Conte si tratta. C’è infatti una coincidenza antroponomastica che curiosamente unisce le due vicende che stanno occupando in queste ore le cronache della politica. Della prima il Conte protagonista è Giuseppe, per ben due volte presidente del Consiglio e oggi capo indiscusso del Movimento 5 stelle, fotografato a pranzo con Paolo Zampolli, emissario trumpiano spedito in Italia (sul quale circolano incredibili racconti) a coltivare relazioni ma soprattutto, com’è nello stile della casa (Bianca), affari (Fedez e Mr Marra l’hanno appena fatto arrabbiare, ma questa è un’altra storia).
Ghiotta occasione per la maggioranza di affondare il coltello nel burro di un incontro che un po’ di domande le suscita. Che ci faceva l’anti-americano Giuseppi, come l’aveva battezzato il Trump del primo mandato da presidente, a tavola col nemico? Siamo di fronte a uno dei tanti casi di un leader che in favor di telecamere recita da incendiario poi si fa colomba con l’amico americano con cui, se sceglie di incontrarsi in pieno giorno a un ristorante, vuol farsi vedere?
Via libera a illazioni, sfottò e battute su Conte-Zampolli
Troppo generiche le motivazioni addotte da Giuseppi e da Zampolli – «ho solo incontrato un amico» – per diradare le ombre del dubbio. Via libera dunque a illazioni, sfottò e battute. La più felice, quella del piddino Filippo Sensi. «Nessuna sorpresa», ha commentato l’ex portavoce di Matteo Renzi, si tratta «di un leader di un movimento di destra che incontra l’emissario di un presidente di destra».
Giuseppe Conte e, sullo sfondo, una sua foto con Donald Trump (Imagoeconomica).
Cuore e corna, al Viminale c’è un nuovo caso Boccia
La Conte ha rivelato la sua relazione con Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, uomo più delle istituzioni che di partito, facendosi intervistare da un podcaster organico a Fratelli d’Italia. Al quale, secondo quanto riferito dallo stesso intervistatore, avrebbe esplicitamente chiesto di farle la domanda malandrina sulla sua liaison con l’inquilino del Viminale.
Anche i muri sapevano che la relazione andava avanti da tre anni
Se così fosse, non siamo alla voce dal sen sfuggita, ma a un’operazione costruita attraverso un canale scelto con cura. La domanda a questo punto non è perché la Conte abbia ammesso la sua relazione – chi frequenta il sottobosco del potere sa bene quando è il momento di diventare visibile -, ma perché lo abbia fatto solo ora visto che, come un anonimo frequentatore dei Palazzi romani ha affermato, anche i muri sapevano che la cosa andava avanti da tre anni.
La Lega considera il ministero dell’Interno roba propria
Qui sì, come direbbe Giorgia Meloni, bisogna andare a caccia della ribalda manina che ha giostrato il tutto. Nel governo che ha appena incassato una sconfitta referendaria senza attenuanti, i veleni circolano con quell’abbondanza che di solito precede lo scontro finale. La Lega non ha mai smesso di considerare il Viminale roba propria, Matteo Salvini lì ci stava comodissimo per orchestrare la sua campagna elettorale permanente.
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).
Per la narrazione leghista Piantedosi è un occupante abusivo, sebbene in precedenza sia stato capo di gabinetto dell’attuale vicepremier e ora sia al suo posto in quota Carroccio. Destabilizzarlo attraverso la sua vita privata, rendendolo improvvisamente umano, cioè vulnerabile, non sembra un gesto d’affetto nei suoi confronti.
Le elezioni anticipate, un’irresistibile tentazione
Fratelli d’Italia, d’altra parte, ha il problema opposto: la batosta referendaria ha trasformato le sottili crepe della maggioranza e le faide dentro al partito tricolore in voragini. Il contesto internazionale, con l’improvvido abbraccio a Trump, sta trasformando nell’epopea meloniana quella che era una situazione economica vincente in un quadro dove tutti gli indicatori arrancano. E che riduce improvvisamente lo spazio per trasformare i sondaggi in consenso reale. Le elezioni anticipate, per chi parte avanti, sono sempre una irresistibile tentazione. Meglio andarci adesso, e non aspettare che la deriva si consolidi.
Non una congiura, ma una simultaneità di convenienze
Chi orchestra tutto questo? Probabilmente nessuno, nel senso di un unico regista con il copione in mano. Più probabilmente tutti, ciascuno per la propria quota di interesse, in quella forma di caos coordinato che è la specialità della nostra politica: non una congiura, ma una simultaneità di convenienze che produce lo stesso effetto. I Conte, dunque, non tornano. Ma che nell’ombra qualcuno stia già facendo la somma per farli tornare è sicuro.
La relazione extraconiugale del ministro Matteo Piantedosi con la giornalista Claudia Conte, da semplice gossip, è diventato rapidamente un caso politico capace di provocare sussulti nella maggioranza, mentre dall’altra le opposizioni chiedono lumi sugli incarichi ottenuti dalla donna al centro di questa vicenda, maneggiata con cautela a Palazzo Chigi.
Meloni sapeva della storia: l’incontro con Piantedosi a Palazzo Chigi
Dopo che la liaison Piantedosi-Conte è diventata di dominio pubblico, Giorgia Meloni ha avuto un colloquio con lo stesso ministro dell’Interno. Al centro non tanto la relazione in sé, di cui – scrive Repubblica – la premier era a conoscenza da qualche mese. Piuttosto, per cercare di capire perché è stata tirata fuori adesso, in un momento delicato per il governo che si sta leccando le ferite dopo la batosta del referendum. Piantedosi, filtra da Palazzo Chigi, l’avrebbe tranquillizzata: «È una faccenda privata». Marco Gaetani, conduttore del podcast Money Talks, ha fatto sapere al Corriere della Sera che la confessione di Conte era stata preparata: «Prima di iniziare a registrare mi ha chiesto di farle la domanda, premettendo che il ministro era separato».
Claudia Conte e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).
L’ipotesi di un rimpasto continua a circolare: Salvini punta al Viminale
Piantedosi ha visto anche Matteo Salvini che, è noto, gradirebbe prendere il suo posto al Viminale. L’ipotesi di un rimpasto continua a circolare: dal 23 marzo è già saltata una ministra (Daniela Santanchè, Turismo) e, per una faccenda che ricorda questa, un altro (Gennaro Sangiuliano, Cultura) aveva lasciato l’incarico a settembre del 2024. Fonti della Lega assicurano che tra Piantedosi e Salvini c’è totale sintonia, ma se Fratelli d’Italia e Forza Italia dovessero aprire riflessioni sulla squadra di governo, il Carroccio spingerebbe per il ritorno del suo segretario al ministero dell’Interno. Se ciò avvenisse si tratterebbe di un duro colpo per i sostenitori della teoria secondo cui dietro alla rivelazione sarebbe arrivata dopo un’imbeccata di Roberto Vannacci, a cui Conte è molto vicina.
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).
I fari sono puntati ora sui tanti incarichi collezionati da Claudia Conte
Piantedosi, sposato con Paola Berardino, prefetto di Grosseto, sarebbe stato consigliato a più riprese di troncare la relazione con Conte, visto il profilo “scomodo” della giornalista, scrittrice, conduttrice e opinionista tv, ormai presenza fissa a eventi pubblici e istituzionali e – soprattutto – collezionista di incarichi. Come quello di presentatrice ufficiale del tour mondiale dell’Amerigo Vespucci, di consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie e – come rivela Domani – di “docente” presso la Scuola di perfezionamento per le forze di polizia, che fa capo proprio al ministero Viminale. Conte ha ottenuto quest’ultimo incarico a giugno 2024: fonti del ministero dell’Interno, riferisce sempre Domani, sostengono che Piantedosi non sapesse nulla di questo contratto. Ma è inevitabile che ora i fari siano stati accesi su questo aspetto della vicenda.
Claudia Conte (Imagoeconomica).
Schlein entra a gamba tesa: «Ennesimo scandalo, il pesce puzza dalla testa»
I capigruppo di FdI alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, hanno rinnovato la «piena fiducia» al ministro dell’Interno, ma l’opposizione chiede chiarimenti sugli incarichi istituzionali ottenuti da Conte. Ospite di Realpolitik, la segretaria del Pd Elly Schlein ha detto: «Ennesimo scandalo. L’impressione è che (Meloni, ndr) cercasse dei facili capri espiatori per una sconfitta che è anzitutto sua. Ora non mi stupirei che il prossimo di cui chiederà le dimissioni fosse proprio Piantedosi, ma è tutto per celare il fatto che il pesce puzza dalla testa». Luana Zanella, capogruppo di Avs alla Camera, ha parlato di «rivelazioni molto opache», chiedendo a Piantedosi di spiegare «in base a quali competenze siano stati conferiti incarichi, tra cui una consulenza alla Commissione parlamentare sulle periferie». E il diretto interessato, ovvero Piantedosi, cosa dice? Per ora dal Viminale tutto tace.
Non c’è mai stata una ipotesi Luca Zaia ministro. Se mai l’ex governatore veneto avrà la possibilità di entrare in un esecutivo di centrodestra, non sarà certo nel Meloni I, ma dovrà aspettare l’eventuale conferma della maggioranza in carica e un Meloni II.
Luca Zaia, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Il messaggio di Salvini ai “nordisti” e agli alleati
Dopo giorni di voci e indiscrezioni, i leghisti lo hanno capito bene dalle parole pronunciate da Matteo Salvini. Nella riunione che si è tenuta in via Bellerio lunedì pomeriggio, Zaia presente, il segretario è stato netto: la Lega non chiede rimpasti o cambi nella squadra di governo, ha scandito, senza mai nominare il veneto. Il governo va avanti così fino a fine legislatura, nell’autunno 2027, ha poi aggiunto Salvini. Poi, mandati tutti a casa e abbassate le tapparelle di via Bellerio, il messaggio è stato corretto con una ‘velina’ indirizzata ai cronisti delle principali testate. Posto che la Lega non chiede nulla, è stato fatto trapelare, se mai gli alleati ritenessero necessario un rimpasto, la «priorità per il partito è la sicurezza». In altri termini: prima pensiamo a far tornare Salvini al Viminale (poltrona diventata incandescente dopo le rivelazioni della giornalista Claudia Conte su una presunta liaison con Matteo Piantedosi), non è aria di Zaia al Turismo, in sostituzione di Daniela Santanchè, o al Mimit, al posto di Adolfo Urso. Un messaggio interno diretto a chi, come il governatore lombardo Attilio Fontana, chiede a gran voce che l’ex collega veneto guidi la Lega al Nord. E anche un messaggio agli alleati: se si cambia, io voglio essere protagonista della partita.
Luca Zaia con Adolfo Urso (Imagoeconomica).
Le fibrillazioni post referendum in FI e FdI
Perché è vero che la partita post débâcle referendaria, tutta interna alla maggioranza, sembra essersi chiusa con il ‘patto del Torrino‘, siglato da Meloni, e dai suoi due vicepremier, Salvini e Antonio Tajani, a cena nella villa della presidente del Consiglio il venerdì dopo il voto. Ma i partiti continuano a essere in fibrillazione con i cambi imposti da Marina Berlusconi ai vertici di Forza Italia: prima Maurizio Gasparri che ha dovuto lasciare il posto di capogruppo al Senato e ora Paolo Barelli che rischia di dover saltare a Montecitorio. Anche in Fratelli d’Italia il clima è rovente, dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e di Daniela Santanchè, pretese da Meloni. Urso è nel mirino, anche se allo stato non rischierebbe, spiegano fonti qualificate di via della Scrofa.
Andrea Delmastro (Ansa).
Meloni sembra intenzionata a tirare dritto
Dopo lo scossone della sconfitta elettorale, e malgrado la tentazione di far precipitare tutto (come suggerito, tra gli altri, da Giancarlo Giorgetti e Giovanbattista Fazzolari), Meloni sembra essere determinata ad andare avanti. «Reculer pour mieux avancer» per dirla con le parole di Carlo Nordio. Ovvero: arretrare per prendere la rincorsa e avanzare. Ed è per questo che la premier ha fissato l’informativa alle Camere per giovedì dopo Pasqua. Informativa e non comunicazioni, come chiesto dalle opposizioni, per ridimensionare il valore dell’appuntamento ed evitare che il voto sulle risoluzioni venga assimilato a un voto sul governo. Un appuntamento in cui ci si aspetta che Meloni annunci la volontà di proseguire con determinazione. E l’idea sarebbe di farlo fino alla fine della legislatura. A meno che tutto non sia un bluff.
Il comitato consultivo sulla condotta dei deputati formalizzerà la sanzione nei confronti di Andrea Delmastro per la pubblicazione non tempestiva, nella dichiarazione patrimoniale, delle sue quote poi cedute della società Le 5 forchette. Quest’ultima è titolare del ristorante Bisteccheria d’Italia gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, accusato di essere un prestanome del clan Senese. La comunicazione tardiva con cui l’ex sottosegretario alla Giustizia ha integrato la documentazione non è quindi servita a evitare una dichiarazione di censura di tipo reputazionale, che verrà letta dal presidente della Camera Lorenzo Fontana in aula.
Mister X inizia a prendere forma. L’Italia non andrà ai Mondiali di calcio per (almeno) 16 anni, ma ora c’è un’altra mission apparentemente impossible da provare ad affrontare: unire il centrosinistra. Con un mediatore, facilitatore, federatore, chiamatelo come vi pare. Qualcuno ha provato a spulciare tra i nomi degli ex diccì, ma quei profili si adattano meglio al toto-Quirinale. Tra le più divertite in questo giochino della caccia al nome sembra esserci Rosy Bindi. Che, dopo aver detto di avere in testa una “carta coperta” (papa, non papessa, spiace per Silvia Salis), ha parlato al Corriere della sera: serve «un facilitatore di programma che costringa Elly Schlein e Giuseppe Conte a superare le antinomie. Una cosa di buon senso. Che poi, potrebbe anche essere il candidato premier». Tipo chi? Circolano i nomi di Roberto Gualtieri, Antonio Decaro, Gaetano Manfredi, Ernesto Maria Ruffini. Ma secondo Bindi ci vuole qualcuno «riconosciuto, che non sia in competizione. Altrimenti non si risolve il problema». Magari un Romano Prodi più giovane? «Esatto», ha risposto l’ex presidente del Partito democratico. Tutti gli indizi portano a… Pier Luigi Bersani, 12 anni meno anziano del Professore (74 contro 86), di certo non proprio una ventata di freschezza. Sarebbe il cavallo giusto su cui puntare? «Ora devo proprio andare», ha tagliato corto Bindi, sfoderando la mossa-Stefania Craxi (che per svicolare è arrivata a dire ai giornalisti di dover andare dal parrucchiere). E comunque qualcuno che tifa per la sindaca di Genova c’è, per esempio l’ex ministro M5s e fondatore di Primavera Vincenzo Spadafora: «Io resto convinto che se Salis partecipasse alle Primarie le vincerebbe. Ma rispetto quello che deciderà», ha detto in un colloquio con La Stampa.
Mattarella diserta Napoli per il maltempo
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha annullato il viaggio a Napoli dove, secondo l’agenda istituzionale, avrebbe dovuto partecipare alla cerimonia organizzata in occasione del 103esimo anniversario di costituzione dell’Aeronautica militare. La decisione del capo dello Stato è stata motivata con le pessime condizioni meteorologiche previste nel capoluogo campano. E pensare che Fiorello avrebbe potuto “giocare” facilmente sulla visita napoletana presidenziale, dato che nelle sue imitazioni a La Pennicanza su Rai Radio 2 prende di mira sia Mattarella sia il governatore della Regione Campania Roberto Fico, che nella cerimonia doveva stringere la mano al capo dello Stato.
Tra Zangrillo e Pichetto non mettere il Piemonte
In Piemonte, con Forza Italia che vanta oltre 10 mila tesseramenti – di cui la metà fra Torino e Cuneo -, viene evocato il nome del ministro Paolo Zangrillo per guidare nella Regione, per un secondo mandato, il partito berlusconiano. Ma c’è il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che pare non gradire: e lui è stato pure coordinatore regionale forzista dal 2014 al 2018, anche se c’è chi ne parla sempre dicendo che «non l’hanno visto arrivare», un po’ come accade con Elly Schlein nel Pd. Eppure sta sempre dappertutto, in particolare su ogni dossier “caldo”, non solo nel governo ma anche nel partito. E allora, come capita sempre, tra i due litiganti potrebbe godere un terzo, ossia Roberto Rosso, attualmente segretario provinciale a Torino. Anche se viene definito come «vicino a Maurizio Gasparri», cioè «il perdente delle ultime settimane». Comunque di quote rosa tra gli azzurri, in Piemonte, nemmeno a parlarne…
Tornano i Craxi. E pure Sigonella…
«Neanche a farlo apposta, abbiamo portato Stefania Craxi al posto di Maurizio Gasparri, alla guida del gruppo di Forza Italia al Senato, e dopo lei torna pure la storia di Sigonella»: la nemesi storica appare nei racconti dei forzisti, che contano anche le presenze televisive di Bobo Craxi, chiamato per evocare cosa successe in quel lontano 1985. Ora che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha negato Sigonella agli aerei statunitensi, non resta che riparlare di Bettino invitando i suoi eredi.
Copasir, l’Artico, Cuperlo e il ricordo di Pomicino
Si avvicina Pasqua, ma le giornate sono intense per i parlamentari, alle prese con i lavori delle commissioni, e non solo. Mercoledì primo aprile a Palazzo San Macuto il Copasir, ossia il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ospita l’audizione di Giovanni Caravelli, direttore dell’Aise, l’Agenzia informazioni per la sicurezza esterna. Subito dopo, il comitato permanente sulla politica estera per l’Artico ascolterà Paul McCarthy, senior research fellow per gli affari europei al Margaret Thatcher Center for Freedom della Heritage Foundation, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle dinamiche geopolitiche nella regione dell’Artico. Nella sala della Lupa di Montecitorio, presentazione del libro di Gianni CuperloLa frontiera ferita – Guerre, fascismo, foibe, esodo, con il presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana, Gianfranco Fini e Luciano Violante. Infine, nell’aula di Montecitorio verrà commemorato il democristiano Paolo Cirino Pomicino, morto il 21 marzo a 86 anni. E nella giornata del 2 aprile la Camera aderirà «visibilmente» all’iniziativa della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, con la facciata di Montecitorio che sarà illuminata di colore blu.
«È una cosa che non posso negare, però sono molto riservata nella mia vita privata». Così, alla fine dell’intervista a Money Talk, la giornalista Claudia Conte ha confessato – col sorriso – di avere una relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Piazzando una bella bombetta sul governo Meloni. Impossibile non pensare all’affaire Sangiuliano-Boccia. Anche se i due casi non sono sovrapponibili, visto che alla giornalista, attrice, scrittrice, conduttrice e opinionista tv – classe 92 – non sembra essere stato promesso alcun incarico istituzionale.
I sospetti sulle comparsate di Claudia Conte a eventi ufficiali
Fatto sta che l’immagine di Piantedosi, sposato con una collega Prefetta, ne uscirebbe piuttosto ammaccata. Anche perché, come aveva evidenziato Dagospia, ci si chiedeva come mai la giornalista-opinionista presenziasse con costanza a eventi pubblici e istituzionali, postasse sui social sue foto con ministri e politici (molto Boccia-style), arrivando a essere la presentatrice ufficiale della Amerigo Vespucci. Chi l’ha sponsorizzata?
E se ci fosse la manina di FdI dietro il trappolone a Piantedosi?
Ma la vera domanda è perché confessare la relazione con Piantedosi proprio ora, mentre il centrodestra è alle prese con i repulisti in FdI e Forza Italia e tentazioni di rimpasti? La risposta potrebbe arrivare non tanto dall’intervistata ma dall’intervistatore. Perché la confessione (che aveva tutta l’aria di essere preparata) su Money è stata concessa a Marco Gaetani, voce di RadioAtreju, membro del dipartimento comunicazione di Fratelli d’Italia nonché Presidente della sezione leccese di Gioventù Nazionale.
Marco Gaetani (Fb).
A pensar male si potrebbe dunque intravedere la manina dei meloniani dietro il trappolone teso a Piantedosi. E pensando anche peggio, supporre che spingendolo a lasciare il Viminale, la poltrona di Piantedosi sarebbe bella e pronta per Matteo Salvini che da anni non aspetta altro. E smetterebbe di essere una mina vagante per Meloni. E questa sì è una «cosa che non si può negare».
«Oggi il direttore di Libero ed ex portavoce di Meloni Mario Sechi riempie la prima pagina del suo giornale, di proprietà di un deputato della maggioranza Meloni, con illazioni e fantasmagoriche teorie sul mio incontro, avvenuto in un luogo pubblico, pensate, con l‘inviato speciale del presidente Trump che me ne aveva fatto formale richiesta e, peraltro, nel corso di giornate in cui sta incontrando vari esponenti istituzionali in Italia». Così Giuseppe Conte ha risposto a un editoriale di Sechi sul suo incontro con l’imprenditore Paolo Zampolli, andato in scena in un ristorante di Roma. Ecco cosa è successo.
I due avrebbero parlato della possibilità di un ritorno di Conte a Palazzo Chigi
L’incontro tra Conte e Zampolli, arrivato in un momento in cui il M5s è molto critico nei confronti della Casa Bianca, è avvenuto all’ora di pranzo del 31 marzo nel ristorante Sanlorenzo, in via dei Chiavari. Libero ha pubblicato anche due scatti che ritraggono i commensali, i quali sono rimasti assieme meno di due ore. Secondo il quotidiano, durante il colloquio si è parlato delle ambizioni di Conte sul Campo largo e sulla possibilità di un ritorno a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni – secondo un sondaggio, qualora dovessero esserci le primarie nel centrosinistra per designare il candidato premier, il leader pentastellato sarebbe favorito.
Secondo quanto riportato da Libero, il presidente del M5s Conte ha incontrato ieri a Roma Paolo Zampolli, amico del presidente Trump e suo inviato. Conte ha replicato con una lettera aperta al giornale, chiarendo la posizione del Movimento pic.twitter.com/MqeCUap1zb
— FonteUfficiale – Ultim'ora (@fonteufficiale5) April 1, 2026
Intervistata da Money.it, confermando le indiscrezioni di Dagospia la giornalista, scrittrice, conduttrice e opinionista tv Claudia Conte ha ammesso di avere una relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «È una cosa che non posso negare, però sono molto riservata nella mia vita privata». C’è però un problema: il titolare del Viminale è sposato con Paola Berardino, prefetto di Grosseto, da cui ha avuto due figlie.
Da qualche tempo Conte è una presenza fissa a eventi pubblici e istituzionali
«Da sempre attenta ai diritti umani e impegnata nel contrasto alle mafie» e volto «volto e producer di grandi eventi in collaborazione con Ministeri, Ambasciate, Regioni e Comuni, Santa Sede ed Enti del Terzo Settore come Fondazione Bambino Gesù, Fondazione della Shoah, Unicef, Comunità di Sant’Egidio», come si legge sul suo sito web, la classe 1992 Conte negli ultimi tempi è diventata una presenza fissa a eventi pubblici e istituzionali, comparendo peraltro in numerose foto sui social assieme a importanti politici, come il 63enne Piantedosi.
Marina Berlusconi c’è. E l’ha dimostrato. La famiglia di Arcore ha finito di guardare da spettatrice quello che accade in Forza Italia, partito che vive grazie a una fideiussione di 100 milioni di euro proprio degli eredi del Cavaliere. Dopo circa un anno e mezzo in cui Marina e Pier Silvio hanno mandato qualsiasi tipo di messaggi ad Antonio Tajani sul rinnovamento del partito, in fatto di volti, idee e diritti civili, la famiglia ha deciso di entrare a gamba tesa. Si deve all’input di Marina, con l’avallo di Pier Silvio, se 14 senatori hanno sfiduciato Maurizio Gasparri, sostituito da Stefania Craxi alla presidenza dei senatori azzurri (Gasparri a sua volta ha preso il posto della figlia di Bettino a capo della commissione Esteri-Difesa di Palazzo Madama). Ma una cosa è certa: l’operazione rinnovamento (se così si può definire) non può fermarsi a Gasparri, ne va della credibilità del colpo di spugna di Arcore.
Stefania Craxi e Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).
Dall’immancabile Letta a Mulè: i fedelissimi di Marina B
La primogenita del Cav ha approfittato del repulisti di Giorgia Meloni nel governo per dare una scossa al ‘suo’ partito, dopo la grande delusione del referendum. In questo blitz, che prevede lo stop ai congressi regionali e la sostituzione di Paolo Barelli alla Camera, Marina è stata coadiuvata da un pezzo di partito a lei vicina, e da un gruppo ancora più ristretto che può essere considerato il suo cerchio magico. Oltre all’immancabile Gianni Letta, eminenza azzurrina ai tempi di Silvio, tornato in auge dopo essere stato messo in ombra dai vertici laziocentrici di FI, ne fanno parte innanzitutto i rappresentanti più in vista della minoranza interna: Giorgio Mulè – particolarmente ascoltato da Marina B – Deborah Bergamini e Alessandro Cattaneo. Non è un caso che la poltrona di Barelli se la giochino proprio Mulè e Bergamini (data per favorita). Discorso a parte per Licia Ronzulli, pezzo forte della minoranza azzurra sebbene non sia esattamente nelle grazie di Marina.
Le orecchie di Arcore nei Palazzi
Ma ci sono altri azzurri con cui la presidente Fininvest si consulta regolarmente, al telefono o vis-à-vis a pranzo nella sua dimora in corso Venezia a Milano. Come la deputata Cristina Rossello, il ministro Paolo Zangrillo (fratello minore Alberto, medico di Berlusconi), l’ex spin doctor del Cavaliere Andrea Orsini e la sottosegretaria ai Rapporti con il parlamento Matilde Siracusano, compagna del governatore calabrese Roberto Occhiuto. Sono le orecchie di Marina nei Palazzi romani e con loro discute e mette a punto strategie. Naturalmente tra coloro con cui Marina interagisce più spesso ci sono anche Occhiuto e il governatore piemontese Alberto Cirio. Infine, in Parlamento può fare affidamento su Alberto Barachini, Paolo Emilio Russo, l’ex dirigente del Milan e amico di Silvio, Adriano Galliani, e la stessa Stefania Craxi. I ben informati raccontano che la primogenita di B abbia in qualche modo riallacciato i rapporti anche con Francesca Pascale. Dopo averla ascoltata parlare in tv su diritti civili e rinnovamento forzista, sembra che abbia preso il telefono per chiamare l’ex compagna del padre. Che, ricordiamolo, era stata sfrattata da Arcore nel 2017 con tanto di comunicato stampa e buonuscita milionaria proprio perché voleva avere più potere decisionale nel partito. A lei subentrò la ben più tranquilla Fascina.
La raccolta firme contro Barelli e le resistenze di Tajani
Nel frattempo l’incontro chiesto da Tajani a Marina sembra sia stato rimandato a dopo Pasqua, quindi per ora la posizione di Barelli è congelata. Ma nell’incontro è probabile che la presidente di Fininvest chieda al segretario azzurro di procedere col cambio a Montecitorio, forte anche del fatto che forse più della metà dei 54 deputati si è schierata con la primogenita. È partita anche una raccolta firme, che però è stata subito bloccata: non si vuole replicare lo stesso copione di Palazzo Madama. Forse per richiesta dello stesso Tajani: Barelli non deve subire la stessa umiliazione di Gasparri, ovvero non deve essere sfiduciato. Sarà sostituito e basta, destinato ad altro incarico e poi si voterà il nuovo presidente dei deputati. Sotto questo aspetto Tajani avrebbe ricevuto garanzie dagli emissari di Arcore.
Antonio Tajani con Paolo Barelli (Imagoeconomica).
Il nodo dei congressi regionali e il possibile ritorno in campo di Occhiuto
Ma il ministro degli Esteri spingerà anche per tenere in vita i famosi congressi regionali, che blinderebbero la sua leadership, mentre la minoranza vorrebbe evitarli, come ha sottolineato anche Occhiuto in un’intervista alla Stampa. «Forza Italia sia più liberale, facciamo entrare aria nuova. Tessere e congressi non interessano a nessuno», ha dichiarato il governatore della Calabria. Che è tornato a nuova vita dopo essersi eclissato in seguito alla convention di dicembre. In quell’occasione Occhiuto aveva lanciato la sua scalata al partito rivelando di volersi candidare al congresso contro Tajani, salvo poi cambiare idea, forse proprio a causa dei numeri a lui ostili nei congressi locali. Se le assise non si terranno, come chiede la minoranza d’accordo con Marina, a quel punto Occhiuto potrebbe anche ripensarci e scendere in campo per la leadership al congresso nazionale previsto nel 2027. Un passo alla volta, però. Prima c’è da pensare a sostituire Barelli a Montecitorio.
A differenza di quanto fatto con il decreto sulle forniture di armi all’Ucraina, i tre deputati vannacciani, cioè Rossano Sasso, Edoardo Ziello e Emanuele Pozzolo, hanno votato contro la fiducia al governo sul decreto Bollette e anche contro lo stesso provvedimento. La possibilità di scindere il voto è prevista alla Camera dei deputati, ma non al Senato. L’11 febbraio, al loro primo passaggio parlamentare, i deputati di Futuro Nazionale si erano detti contrari al dl sul sostegno militare a Kyiv, accordando però la fiducia all’esecutivo.
La fiducia ha ottenuto 2023 sì
La fiducia posta dal governo sul decreto bollette ha ottenuto il via libera della Camera con 203 sì, 117 no e 3 astenuti. Il voto finale sul provvedimento, nel testo identico a quello licenziato dalla commissione Attività produttive, è atteso tra stasera e domani mattina.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Le parole di Sasso e Ziello
«Futuro Nazionale non voterà la fiducia al governo sia nel merito che come segnale politico, in passato abbiamo dato fiducia al governo ma questa fiducia non e stata contraccambiata, né nei modi né nei fatti», ha spiegato Sasso intervenendo nell’aula della Camera. «Giorgia Meloni ha scelto di non volere il generale Roberto Vannacci. Noi ne prendiamo atto con rammarico e, siccome la fiducia deve essere reciproca, non possiamo più votargliela. Questa posizione rimarrà tale finché continueranno ad esserci indifferenza e censura», ha detto Ziello. Vannacci, in conferenza stampa, aveva parlato di una riflessione in corso sul voto dei suoi alla Camera: «La fiducia è un sentimento reciproco. Quindi vedremo se potremo corrispondere o meno questa fiducia oppure no».
L’Italiaha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonellaper l’atterraggio di due bombardieri, che avevano programmato una sosta tecnica in Sicilia, prima di proseguire verso il Medio Oriente con destinazione Iran. L’episodio, che non può non riportare alla mente quanto successo nel 1985 – se non altro per il luogo interessato e i Paesi protagonisti – è accaduto qualche sera fa, ma la notizia è stata tenuta riservata fino alla ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera. E ha alimentato la polemica politica: le opposizioni chiedono maggiori chiarimenti sull’accaduto e una presa di distanza netta da parte di Giorgia Meloni dall’alleato americano, mentre nel centrodestra c’è chi teme che la decisione presa dal ministro della Difesa Guido Crosetto (non è chiaro se condivisa con Palazzo Chigi) possa inasprire i rapporti con Trump.
Un UKC-130J Super Hercules a Sigonella (Archivio Ansa).
Il no di Crosetto all’atterraggio dei bombardieri: cosa è successo
Secondo quanto ricostruito dal Corriere (e non smentito dalla Difesa), il capo di Stato maggiore Luciano Portolano ha informato Crosetto che alcuni bombardieri Usa avevano previsto di atterrare alla base di Sigonella. Nessuno aveva però chiesto alcuna autorizzazione, né consultato i vertici militari italiani: il piano era stato semplicemente comunicato mentre gli aerei erano già decollati. Accertato che non si trattava di voli normali o logistici compresi nel trattato con l’Italia, Crosetto ha negato l’uso della base. È stato poi Portolano a informare il Comando Usa della decisione presa, spiegando che i bombardieri non potevano atterrare a Sigonella in quanto non erano stati autorizzati e perché non c’era stata alcuna consultazione preventiva.
Guido Crosetto (Imagoeconomica).
Palazzo Chigi: «Solidi rapporti con gli Usa, rispettiamo i trattati»
Palazzo Chigiè rapidamente intervenuto con una nota, sottolineando che l’Italia «agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere» e che «ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato». Richiesta che, in questo caso, è stata quantomeno tardiva. «Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione», si legge poi nel comunicato. Sulla stessa lunghezza d’onda Crosetto, il quale ha assicurato su X che «non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi». Il ministro della Difesa ha poi parlato di decisioni in continuità rispetto al passato, negando che l’Italia abbia deciso di sospendere l’utilizzo delle basi agli asset Usa (come invece ha fatto la Spagna di Pedro Sanchez): «Cosa semplicemente falsa, perché sono attive, in uso e nulla è cambiato». Semplicemente, ha spiegato, in base agli accordi internazionali ci sono operazioni Usa che necessitano l’autorizzazione del governo e altre invece comprese nei trattati. L’atterraggio dei bombardieri rientra nella prima fattispecie e nessuno aveva chiesto il permesso di atterrare. Da qui il no.
Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il Governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i Governi…
Stefania Craxi e la crisi del 1985 gestita dal padre Bettino
Rispondendo ai cronisti sul confronto con la crisi di Sigonella che vide lo scontro tra il governo guidato dal padre Bettino e l’Amministrazione Reagan per la crisi dell’Achille Lauro, Stefania Craxi (fresca di nomina a capogruppo di Forza Italia al Senato), ha affermato che «c’è una sola cosa in comune con le due vicende che avevano tutta un’altra genesi ed è la centralità della base di Sigonella e quindi del Mediterraneo, che è centrale non solo per l’Italia e l’Europa ma per tutto il sistema internazionale». Le due vicende, ha spiegato Craxi, «non sono paragonabili». Anche se, ha aggiunto, «si tratta in entrambi i casi non di uno strappo diplomatico, ma della richiesta di rispetto della sovranità internazionale».
L’opposizione attacca mentre Vannacci promuove Crosetto
La decisione di Crosetto ha scatenato le opposizioni. «Ora il governo faccia un passo in più: neghi anche il supporto logistico offerto dalle nostre basi», ha dichiarato Giuseppe Conte, presidente del M5s. Pur definendo il no del ministro «un fatto rilevante e corretto», il deputato dem Anthony Barbagallo ha parlato di «quadro estremamente opaco e preoccupante», esortando il governo a riferire in Parlamento. Categorico Angelo Bonelli di Avs: «Prendere una posizione chiara e netta, e segnare una distanza dalle politiche di questo bullo del pianeta, come Donald Trump, pensa di governare il mondo attraverso la supremazia militare».
Giuseppe Conte (Ansa).
Passando alla maggioranza, così Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia: «Quando si compiono scelte di questa portata ci si assume una responsabilità, ma si dimostra anche la capacità di mantenere una linea coerente». Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, ha dichiarato che «l’Italia non è in guerra con l’Iran e non vuole entrarci ed è giusto che ogni decisione in deroga ai trattati vigenti debba essere approvata dal Parlamento». Infine, la promozione a pieni voti per Crosetto da parte dell’ex generale Roberto Vannacci: «Secondo me ha fatto bene».
La base di Sigonella (Archivio Ansa).
Perché gli Usa non hanno chiesto di poter atterrare a Sigonella?
Ci si chiede però perché gli alleati americani non abbiano chiesto di poter atterrare a Sigonella prima della partenza. Forse perché Donald Trump considera l’Italia una provincia dell’impero? O perché era convinto che l’amica Giorgia non avrebbe avuto niente da ridire? Se Sanchez ha negato espressamente l’uso delle basi americane in Spagna per operazioni di guerra contro l’Iran, l’Italia si è mantenuta sul filo della diplomazia, cercando di tenere il piede in più staffe. A pensar male, forse The Donald voleva stanare una volta per tutte Meloni, che ha già pagato parecchio in termini di consenso (e si è visto anche al referendum) la sua vicinanza alla Casa Bianca.
Donald Trump e alle sue spalle Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Guai a chiamarla intimidazione. Quello della Domenica delle Palme è stato solo un incidente, o meglio, un «fraintendimento». Israele, si sa, è molto suscettibile, rispetto alle scelte lessicali relative a certi suoi interventi: a Gaza non è in corso un genocidio, ma un’operazione anti-terrorismo; quelli che in Cisgiordania vessano e uccidono i palestinesi non sono terroristi, ma coloni intraprendenti; e impedire al patriarca latino di raggiungere la chiesa del Santo sepolcro per celebrare una delle messe più importanti del calendario liturgico cattolico è solo frutto di un equivoco, come ha diplomaticamente sottolineato lo stesso involontario protagonista, il cardinal Pierbattista Pizzaballa.
Comunque lo si chiami, l’accaduto ha generato nella politica e nell’opinione pubblica italiana uno scoordinato gioco dei quattro cantoni. La sinistralaica e femminista si è improvvisata paladina del patriarcato (quello di Gerusalemme) e delle secolari tradizioni cristiane della Terrasanta; il centrodestra, finora strenuamente filo-israeliano, ha parlato di decisione «inaccettabile» e di «offesa alla libertà religiosa».
Corteo per la Palestina per dire no al genocidio (foto Imagoeconomica).
Eddai, Netanyahu voleva solo proteggere l’incolumità del cardinale…
Alessandro Sallusti, uno di quei tradizionalisti che ogni dicembre tuonano in difesa dei presepi e delle recite natalizie nelle scuole, ha sostenuto in tivù che Benjamin Netanyahu voleva solo proteggere l’incolumità del cardinale, lasciando intendere che se Pizzaballa (ormai noto fra gli ultrà pro-Israele come Pizzapal, per le sue evidenti simpatie per i gazawi) ci teneva tanto a celebrare la messa della domenica delle Palme, poteva farlo su Zoom, anziché gironzolare per la Città Vecchia con il subdolo intento di farsi molestare dalla polizia e mettere Bibi in cattiva luce.
Giorgia Meloni con il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Imagoeconomica).
Meloni e Tajani presi a pesciate sui social dai filo-palestinesi
Ma le giravolte non sono finite: per una volta che Antonio Tajani e Giorgia Meloni erano usciti dalla modalità maggiordomo e nanny di Donald Trump e Netanyahu e avevano alzato un po’ la voce, si sono visti presi a pesciate sui social dai filo-palestinesi, per aver mostrato per l’oltraggio al patriarca cento volte più sdegno che per gli eccidi di innocenti a Gaza, mentre su X l’ideologo neo-vetero-con Francesco Giubilei ha rinfacciato alla sinistra di difendere un alto prelato cattolico, ma di infischiarsene dei cristiani perseguitati o uccisi dagli islamisti.
Il cardinale Pizzaballa nella nuova opera di Alxsandro Palombo sui muri del palazzo arcivescovile in via Delle Ore, a Milano (foto Ansa).
C’è chi è animato dalla fede e chi è sostenuto da una malafede
Anche a non essere credenti e praticanti, si prova un certo disagio nel vedere la differenza di stile fra chi è genuinamente animato dalla fede, come il cardinal Pizzaballa, e chi è sostenuto da una malafede altrettanto fervida, a prescindere dallo schieramento in cui milita. Mai come oggi, la Chiesa cattolica sguscia come una saponetta bagnata dalle mani della politica occidentale: sui diritti delle donne e sulla morale sessuale è rimasta ferma al Concilio di Trento, deliziando le destre, per deluderle clamorosamente subito dopo con posizioni “comuniste”: il rifiuto di ogni guerra e dell’accumulo sfrenato di ricchezze, la condanna del suprematismo bianco e perfino di quello cristiano.
Il cardinal Pierbattista Pizzaballa in Vaticano (foto Ansa).
Il cardinale che manda aiuti allo sventurato popolo di Gaza
Per il papa di Roma, Gesù è sempre lo sfigato mezzo nudo inchiodato alla croce, non il figaccione vichingo in tunica di cachemire venerato nelle mega church dove si predica il Vangelo della prosperità, secondo cui i veri cristiani hanno la Ferrari, la villa con piscina e un fucile d’assalto per difendere entrambe. È il Gesù che piace a Trump, a JD Vance e a Pete Hegseth e che alla fine sta simpatico anche a Netanyahu – sicuramente, molto più di quello povero e sofferente, in nome del quale il cardinale Pizzaballa disobbedisce alla polizia e ogni volta che può manda aiuti allo sventurato popolo di Gaza.
Il cardinal Pierbattista Pizzaballa (foto Ansa).
I missili sono cattivi solo quando sono iraniani
L’incidente/fraintendimento della domenica delle Palme ha avuto un finale che ricorda le storie di don Camillo: Netanyahu, un Peppone ben più feroce e fanatico di quello di Giovannino Guareschi, ha fatto marcia indietro e ha concesso al patriarca Pizzaballa «il pieno e immediato accesso alla basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme», ricordando peraltro che è già stata bersaglio dei missili iraniani. Traduzione: se se ne becca uno in testa, poi non venite a lamentarvi con noi. Attenzione: essendo i missili iraniani, si può dire che la chiesa è stata un «bersaglio». La chiesa di Gaza, centrata dalle bombe israeliane nel luglio scorso, bilancio tre morti e parecchi feriti fra cui il parroco, è stata solo un qui pro quo.
La chiesa della Sacra Famiglia a Gaza (foto Ansa).
Beppe Grillo e l’associazione M5S di Genova hanno notificato al partito presieduto da Giuseppe Conte l’atto di citazione davanti al Tribunale di Roma per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo “MoVimento 5 Stelle”. Lo riporta Open. L’udienza si dovrebbe tenere a luglio. Estromesso dalla formazione politica da lui stesso cofondata, Grillo aveva annunciato a giugno 2025 l’intenzione di fare causa per riappropriarsi di contrassegno e nome. «Vedere questo simbolo rappresentato da queste persone mi dà un senso di disagio», aveva detto in occasione della Costituente voluta da Conte.
Giuseppe Conte e Beppe Grillo (Imagoeconomica).
Il lungo post dell’ex deputato Bella a supporto di Grillo
«In un mondo normale, se io Beppe Grillo concedo a te Giuseppe Conte di usare qualcosa che mi appartiene, non servirebbe alcuna azione legale affinché tu, Giuseppe Conte mi restituisca ciò che non è affatto tuo». Lo ha scritto sui social l’ex parlamentare pentastellato Marco Bella, molto vicino al comico. E poi: «In un mondo normale, se io Beppe Grillo ho messo tanto lavoro, tanti soldi miei e mi sono beccato una serie infinita di querele per permettere a te, Giuseppe Conte, di diventare da signor nessuno Presidente del Consiglio e di avere uno staff di decine di persone che si occupano della tua comunicazione, tu, Giuseppe Conte, dovresti essere almeno grato a me Beppe Grillo». Bella ha inoltre aggiunto: «La battaglia legale sarà difficile, lunga e complessa. E chi sarà in prima fila sarà purtroppo Beppe. Proprio la persona che il MoVimento lo ha fondato, costretto ancora una volta a metterci soldi suoi. Contro qualcuno che, invece, si è assicurato milioni di finanziamenti pubblici. La dignità, però, non ha prezzo. È una battaglia giusta e per quanto difficile va fatta».
Il 14 aprile esce il nuovo libro di Conte: Una nuova primavera
Intanto, il 14 aprile uscirà il nuovo libro di Conte, intitolato Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia. «Di fronte alle ingiustizie del nostro tempo dobbiamo sentire il dovere di reagire, mettendo in campo competenze, passione, coraggio per difendere i diritti di coloro che hanno perso ogni tutela, per riaffermare i valori che ci tengono insieme», scrive nel volume l’ex premier. «Il leader alla testa di tante battaglie per la prima volta si racconta, senza censure e senza sconti. Mette ordine tra le vicende del passato, pubblico e privato, e ricostruisce gli snodi della sua ascesa professionale e politica, le riforme più osteggiate, la rottura con Grillo e l’arrivo alla guida del Movimento 5 Stelle», si legge nella scheda della casa editrice Marsilio.
«Per chiarire una volta per tutte che il governo continua a lavorare anche dopo il referendum, Giorgia Meloni ha dato la disponibilità a riferire la prossima settimana in Parlamento, illustrando i provvedimenti su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare». È quanto hanno fatto sapere all’Ansa fonti di Palazzo Chigi. A seguito di contatti con il presidente Lorenzo Fontana, l’informativa in Aula alla Camera dei deputati è stata fissata per venerdì 10 aprile, alle ore 9. A confermare la presenza della premier in Aula è stato anche Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento. La maggioranza viene da una settimana post-referendum molto complicata. Nel giro di pochissimo tempo si sono infatti dimessi – anche a causa dell’esito negativo della consultazione – Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro del Guardasigilli Carlo Nordio, e Daniela Santanchè, ministra del Turismo.