Il giornalista e scrittore Mario Calabresi, ex direttore di Repubblica e La Stampa e attuale direttore di Chora Media, sta valutando una sua possibile candidatura a sindaco di Milano. Lo ha confermato lui stesso alla Festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi, vicino al capoluogo lombardo, dopo le indiscrezioni girate negli ultimi tempi che lo vedevano un possibile candidato del centrosinistra. «Candidarmi? Alla tanta gente che me lo chiede per strada, io rispondo che sì, io ci penso. Ci sto pensando e mi piacerebbe fare la mia parte per Milano, ci tengo», ha dichiarato, aggiungendo però che ci sono ancora diverse incognite, a partire dal fatto che non si sa ancora se ci saranno le primarie per decidere il candidato della coalizione. Calabresi ha detto che se ne saprà di più dopo l’estate, in linea con quanto aveva fatto intendere anche il Partito democratico. Il segretario dem milanese Alessandro Capelli aveva infatti affermato che a settembre sarà presentato un progetto su come organizzare le eventuali primarie e con quali criteri. Nel centrosinistra, l’attuale sindaco Beppe Sala non può ricandidarsi perché è al suo secondo mandato.
Il Viminale ha avviato un’istruttoria interna per verificare se il presidio convocato dal sindaco di Bologna Matteo Lepore per esprimere solidarietà ai familiari di AbderrahimFakir, il 43enne morto domenica durante un fermo di Polizia, fosse stato concordato con questura e prefettura. Secondo il Comune erano state informate per tempo, eppure, filtra dal ministero dell’Interno, non sarebbe stato presentato alcun formale preavviso per l’uso della piazza. Il capogruppo alla Camera di FdI Galeazzo Bignami, bolognese doc, ha chiesto le dimissioni di Lepore e anche il leader di Azione, Carlo Calenda, lo ha criticato. A spezzare l’isolamento è arrivato però il sostegno di tanti sindaci del centrosinistra, da Gualtieri a Sala, da Manfredi a Salis. In 35 hanno sottoscritto una lettera: «Il sindaco si è assunto la responsabilità di chiedere verità e giustizia. Le successive violenze e danneggiamenti appartengono esclusivamente a chi li ha compiuti e meritano la più ferma e netta condanna».
Il “momento Vannacci” sembra non finire più. Anzi, è in corso un’operazione di egemonia culturale vannaccizzante, complice anche la cronacaccia nera. Il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori, è diventato materiale di contesa elettorale estrema ed estremizzante. La destra ha già deciso, vannaccianamente parlando, da che parte stare. Forza Italia cerca di distinguersi, ma dentro il partito di Antonio Tajani c’è anche chi si smarca dalla linea di partito (favorevole alla grazia) e dice di non voler firmare alcunché, vedi Tommaso Calderone, convinto peraltro che non serva a niente lanciare appelli pubblici e che la grazia, lo dice la legge, spetta al presidente della Repubblica.
Tommaso Calderone (Imagoeconomica).
Tutti a rincorrere l’ex generale
Il “momento Vannacci” dura e perdura. A destra a Bologna – senza nemmeno aver capito bene la dinamica dei fatti – ci si schiera in difesa della polizia. Non si tratta però di difendere nessuno, bensì di accertare le responsabilità. Il generale in pensione ci sguazza, continua a crescere, le responsabilità politiche di Matteo Salvini, suo ex demiurgo, crescono con l’aumentare dei consensi di Futuro nazionale. Il “momento Vannacci” è un sentimento, non soltanto una fase. Chissà quanto durerà. Oltretutto, è così trasversale che nessuno può fare a meno di occuparsene. Se Vannacci parla di sicurezza, attiva una risposta anche a sinistra, dove però abbondano i problemi su un tema sentito anche dai cittadini e dagli elettori di sinistra. Un tema «divisivo» come si direbbe con una parolaccia. Se Vannacci parla di Russia, attiva il cortocircuito del campo largo, con Giuseppe Conte pronto a putinizzarsi in tempo zero. Se parla di Decima MAS, vecchio classico della campagna elettorale vannacciana, attiva il cortocircuito della destra che non ha fatto i conti con la destra della destra. Insomma, il “momento Vannacci” è imprescindibile, sia che il generale in pensione faccia parte del destra-centro sia che non ne faccia parte.
Matteo Salvini (Ansa).
Vannacci ha contaminato il dibattito pubblico, a destra e a sinistra
Ha ormai vinto lui, perché ha contaminato il dibattito pubblico di destra e di sinistra. Peraltro si capisce benissimo che vorrebbe stare dentro il destra-centro, d’altronde lo egemonizzerebbe bene, creando non pochi problemi a chi per ruolo non può estremizzarsi più di tanto. L’Italia è quel Paese in cui non si può fare la rivoluzione perché tanto ci conosciamo tutti; è stato così per tutti i migliori dinamitardi politici della Repubblica, chissà se varrebbe anche per Vannacci. Non è ancora chiaro tuttavia se Giorgia Meloni sia disponibile – pare di no, visto che Vannacci vota contro il governo, ma è tutto possibile – a imbarcare l’ex militare, abituato più a dare ordini e comandare che a seguire le direttive.
Roberto Vannacci nel corso di un evento in Comune a Pescara (foto Ansa).
Dopo Trump, ecco il campione nostrano della slopaganda
D’altronde il capo è lui. Vuole essere anche il capo della slopaganda con quel video fatto con l’intelligenza artificiale in cui nei panni di imperatore romano ordina la morte per dei finti Schlein e Conte. Sicché, si capisce, dopo Donald Trump il generale in pensione vuole diventare anche il capo della memetica, nel senso dei meme. La politica nel 2026 si fa anche con l’intelligenza artificiale, anche in maniera grossolana.
Il “momento Vannacci” così rischia di rimanere fra noi a lungo, perché mancano soluzioni creative ed efficaci per contrastarne il proseguimento. Il leader di Futuro nazionale in ogni caso gode di un invidiabile vantaggio politico: può ancora crescere, richiamando al voto ex elettori della destra ed elettori populisti che avevano smesso di crederci. Finché non arriverà il prossimo leader estremista, beninteso, chissà magari uno della Gen Z, già nativamente pronto per la repubblica dei meme.
I maligni dicono che ne dimostra di più. Ma intanto a Roma sono stati festeggiati i 60 anni, tondi tondi, di Roberto Gualtieri, il sindaco della Capitale, che da tempo sfoggia sorrisi a tutta bocca. Lui scherza: «Ho preso confidenza con il mestiere». Un’affermazione che lo lancia direttamente nella campagna elettorale per le Comunali del 2027. La sua agenda sembra non terminare mai, anche in pieno luglio: al mattino una conferenza stampa per presentare il nuovo bando per la refezione scolastica, nell’Esedra del Marco Aurelio, nei Musei Capitolini, per poi tornare in ufficio. Quindi, nel pomeriggio, in uno dei luoghi più caldi di Roma, al Gazometro in via Ostiense, ecco Gualtieri che partecipa alla giornata conclusiva del Dock Startup Lab 2026, “academy per founder di startup”, con la presentazione dei 10 team più promettenti e innovativi emersi tra 150 talenti selezionati da oltre 60 università e centri di ricerca. In realtà al sindaco interessano ben altri profili promettenti: quelli adatti al nuovo volto del Pd romano.
Il nuovo capogruppo che ha battuto diversi candidati
Tra riunioni, telefonate, incontri quando il sole è già calato, Giovanni Zannola è stato indicato come nuovo capogruppo in Campidoglio, in sostituzione dell’uscente Valeria Baglio, diventata nel frattempo la nuova assessora alle Attività produttive. I candidati erano numerosi: Riccardo Corbucci, Antonella Melito, Andrea Alemanni (quello che in Campidoglio vanta il soprannome di “mister Beautiful”), Giammarco Palmieri. Alla fine l’ha spuntata Zannola, presidente della commissione Mobilità, laureato in psicologia dell’educazione e dello sviluppo, nato a Ostia (che è lo stesso territorio del pluriassessore Alessandro Onorato) dove è cresciuto come militante politico nella Sinistra giovanile, di cui è stato anche segretario.
Nel Pd a Roma c’è preoccupazione perché «mancano le donne», e in tempi di quote rosa e parità di genere l’argomento è serio: la partecipazione alla politica da questa parte è scarsa, «perché nella Capitale tutte quelle che fanno carriera militano a destra, anche per merito di Giorgia Meloni». E in effetti la squadra di Gualtieri è formata, a maggioranza assoluta, da uomini: lui dice che «sta studiando il tema», ma dimentica che il suo problema principale è un altro, e lo notano nello stesso Pd. E cioè «che piace ai poteri forti ma meno ai cittadini».
Piste ciclabili e lavori in corso, quanti grattacapi
I problemi quotidiani infatti non mancano, a partire dalle piste ciclabili ai Parioli e sull’Appia Antica, che hanno azzerato il consenso della gauche caviar. Per non parlare del dissesto del trasporto pubblico, con autobus introvabili (spesso appaiono attese da 40 minuti, e non in periferia ma a due passi dal centro) e fermate della metropolitana come Lepanto, proprio quella accanto al tribunale civile, chiuse per lavori. Senza dimenticare i danni provocati dai cantieri, come la tubatura dell’acqua bucata facendo gli scavi in viale Mazzini, a due passi dalla Corte dei Conti. Tutti questi guai fanno la felicità del forzista Simone Baldelli, che imita ogni giorno sui social Gualtieri, con tanto di caschetto in testa.
«Il mio desiderio è rivoluzionare Roma», dice Gualtieri, e guardando il “bombardamento” cantieristico, con piazza Venezia invasa dai silos di Webuild per costruire la metropolitana (fino a quando resteranno lì? 2034?) con il conseguente blocco del traffico per riuscire a sorpassare l’area, ci è già riuscito. Aver occupato la poltrona di ministro del Tesoro è stata un’esperienza utile per Gualtieri, che in quel periodo ha conosciuto i big dell’economia e della finanza, senza dimenticare i contatti che erano stati creati da europarlamentare, voluto da Massimo D’Alema.
Roberto Gualtieri e Massimo D’Alema (foto Imagoeconomica).
«Non è uno che ha fatto zig zag tra le correnti del partito, perché Gualtieri è un gualtieriano», dice, ridendo, un vecchio esponente della sinistra romana, che ricorda il sindaco per la sua professione, quella di storico, con tanto di pennacchio accademico, che poi gli servì per “entrare nel giro” della fondazione dedicata ad Antonio Gramsci, cara a D’Alema e soprattutto alla moglie Linda Giuva.
«Nell’ultimo anno ho perso 15 chili, mi sento in forma»
Poi non si poteva fare a meno di mettersi in fila davanti a Goffredo Bettini, a stare al tavolo con Nicola Zingaretti, e con tutto quel “corpaccione” della sinistra romana che ha saputo, con un anticipo di molti anni rispetto alla scena nazionale, dare vita a quel campo largo che oggi appare un’impresa disperata, per le elezioni politiche 2027. «Ho un mix di energia e di esperienza. Nell’ultimo anno ho perso 15 chili, mi sento in forma», sentenzia Gualtieri. In fondo è ancora giovane, non dia retta ai maligni. Anche perché, secondo una militante, se sembra più vecchio «è solo colpa della calvizie, perché se Roberto avesse i capelli sarebbe quasi un ragazzo». Forse il volto giovane e nuovo del Pd è già lui.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha detto no alla richiesta dei magistrati della procura di Roma di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Ora la parola passa all’Aula di Montecitorio che emetterà il verdetto definitivo. In segno di protesta, i senatori del M5s hanno occupato i banchi del governo al Senato, urlato “Vergogna, vergogna” ed esposto i cartelli con la scritta “Fuori le chat“. I colleghi di Fratelli d’Italia hanno risposto con “Buffoni”, uno di loro si è avvicinato al capogruppo pentastellato Luca Pirondini strappandogli il cartellone ed è stato subito allontanato. La presidente di turno Mariolina Castellone ha sospeso la seduta invitando i commessi ad intervenire.
M5s occupa banchi Aula Senato per caso Delmastro, esposti i cartelli “Fuori le chat” pic.twitter.com/FbdO1EJwOx
M5s: «Il centrodestra deve solo proteggere se stesso»
Le componenti del M5s nella Giunta delle autorizzazioni della Camera Enrica Alifano, Carla Giuliano e Daniela Torto, hanno poi rilasciato la seguente nota: «Le Giunte delle autorizzazioni di Camera e Senato sono diventate organi scudificio per i politici del centrodestra, la maggioranza respinge qualsiasi richiesta dei magistrati a prescindere da ogni valutazione di merito. Devono solo proteggere sé stessi. Dovendo trovare degli argomenti di facciata, si nascondono, come oggi sul deputato Delmastro, dietro argomentazioni infondate come una presunta genericità della richiesta della procura di Roma. La verità è che la procura ha affermato che le comunicazioni tra Caroccia e Delmastro sono indispensabili per capire se, come si ipotizza, i Caroccia nel ristorante in cui erano in società con Delmastro riciclassero denaro per conto del clan Senese».
È scontro tra maggioranza e opposizione sui fatti di Bologna, dove domenica 19 luglio 2026 il 43enne Abderrahim Fakir è morto durante un fermo di Polizia. In un’intervista al Giornale, la premier Giorgia Meloni ribadisce la linea già espressa in un post sui social, parlando di «tolleranza zero» contro chi «pensa di poter sfasciare tutto, terrorizzare le persone perbene e trasformare i nostri quartieri in zone franche». Il riferimento è alla manifestazione per chiedere verità e giustizia sulla morte di Fakir che in breve tempo è degenerata in guerriglia urbana con auto incendiate, bombe carta e agenti feriti. Meloni ha poi definito «irresponsabile» la scelta del sindaco di Bologna Matteo Lepore che aveva chiamato la cittadinanza a un presidio per chiedere giustizia. «Un ottimo pretesto ai centri sociali». Il primo cittadino si è così difeso dopo le proteste: «C’erano due piazze, la nostra era pacifica. Se non avessimo fatto quel presidio, oggi la voce non ci sarebbe stata. Chiedere verità e giustizia non significa delegittimare chi indossa una divisa».
Shlein: «Lo Stato ha fallito, ora fare piena luce»
Sulla vicenda è intervenuta anche Elly Schlein: «Su Fakir lo Stato ha fallito e spetta allo Stato fare piena luce. Lepore ha scelto di governare la frustrazione e lo smarrimento di un’intera comunità. È stato importante, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste e degli antagonisti che anche ieri hanno messo a ferro e fuoco la città, con una violenza inaccettabile e che condanniamo con nettezza». E poi, alla trasmissione In Onda su La7, ha aggiunto: «Abbiamo coinvolto l’ex capo della polizia Franco Gabrielli in iniziative sulla nostra idea di sicurezza, che non è rincorrere la destra sulla propaganda».
La premier Giorgia Meloni è intervenuta sui fatti di Bologna, dove domenica 19 luglio 2026 un uomo di 43 anni, Abderrahim Fakir, è morto durante un fermo di Polizia. «Quanto accaduto è inaccettabile. Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno», ha scritto sui suoi canali social. «Ma nulla può giustificare la violenza contro le forze dell’ordine. Chi ha scelto di usare questa vicenda come pretesto per mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza, mettendo a rischio anche l’incolumità di cittadini del tutto estranei ai disordini, non cercava la verità, cercava lo scontro», ha aggiunto con riferimento alla manifestazione di lunedì sera che, da protesta, si è trasformata in guerriglia urbana con auto bruciate, cassonetti divelti e aggressioni agli agenti. «Alimentare un clima di odio e di delegittimazione verso un intero corpo dello Stato è un atto di grave irresponsabilità. Trasformare migliaia di donne e uomini in divisa in un bersaglio significa colpire chi ogni giorno serve l’Italia con professionalità, sacrificio e coraggio», ha concluso.
Quanto accaduto a Bologna è inaccettabile.
Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno.
Desalvinizzazione della Lega. È la definizione giornalistica più in voga del momento per descrivere la fase di grande decadenza della leadership di Matteo Salvini.
Scompare il nome del capo e tornano i vecchi simboli
La nuova terminologia parte da una constatazione reale. L’eliminazione del nome del capo dai simboli usati nelle feste estive del partito. In effetti, sempre meno numerose e sempre meno popolate, nelle tradizionali feste lombarde non solo viene usato il simbolo Lega senza l’aggiunta “Salvini premier”, ma la decisione viene accompagnata da una sorta di movimento nostalgico. Sono tornate le parole “Padania” e “centralismo” nei discorsi di alcuni big come il governatore lombardo Attilio Fontana. Sono tornati il Sole delle Alpi e i tributi a Umberto Bossi e Roberto Maroni. È tornato anche il Va’ pensiero con il militante più celebre, il cosiddetto militante ignoto, Elio Fagioli da Saronno, che sale sul palco a cantare con la mano sul petto e la polo rigorosamente verde.
Un patto con i governatori basterà a risollevare la Lega?
È come se la morte del Senatur e le difficoltà di Salvini abbiano dato il via a un movimento a ritroso. Ma la politica non è amarcord. Come ha ricordato Giancarlo Giorgetti dal palco della festa di Sumirago, nel Varesotto, in politica bisogna sapere «da dove si viene» per indicare «dove si vuole andare». Ed è questo che manca alla Lega di oggi. Erosa a destra da Fratelli d’Italia e, soprattutto, da Futuro nazionale di Roberto Vannacci, il movimento vive in quel prefisso privativo: ‘de’. Desalvinizzare la Lega, ma per andare dove? Lo stesso segretario non è poi così contrario a questa strategia. Parecchi mesi fa lui stesso aveva proposto in un’intervista di togliere il suo nome dal simbolo in vista delle Politiche del 2027 e nelle comunicazioni ufficiali del partito ha imposto da tempo ormai il termine “Lega” (senza la dicitura “Salvini premier”), ma il tema è tutto lì. Salvini ha fatto saltare il patto per dare maggiori poteri a Luca Zaia, quando una bozza di accordo era già stata elaborata con l’ex doge alla guida di una sorta di ‘falange’ del Nord per recuperare consensi nelle zone dove l’elettorato leghista è tradizionalmente forte. Con l’avvicinarsi delle Politiche, probabilmente Salvini proverà comunque a stringere un accordo con alcuni uomini elettoralmente forti al Nord (Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti e forse Attilio Fontana) per candidarli capolista nelle circoscrizioni settentrionali. Ma basterà ad arginare Vannacci e la perdita di consensi mentre i dirigenti del Sud sembrano essere già con un piede fuori dal partito?
Le responsabilità dei dirigenti yes man
Insomma, anche i principali critici di Salvini sembrano avere le idee molto confuse. Quale è la strategia di Fontana per esempio, che ogni quarto d’ora attacca un esponente di governo, compresi quelli del suo partito? O quella di Roberto Calderoli che si lamenta delle sedie vuote alle feste della Lega? O, ancora, quella di Giancarlo Giorgetti che invita la Lega a «non aver paura» di ritrovare la via ma poi è il primo a riallinearsi e mostrarsi fedele al capo? Insomma, il fallimento attuale non è tanto quello di Salvini che fa Salvini e si arrabatta, anche maldestramente, per rimanere attaccato al potere. Ma di tutti quei dirigenti la cui decennale azione politica si può condensare in una frase: accontentare le direttive del capo. Insensibili al rumore sempre più assordante della base che chiede un rinnovamento della leadership, i big della Lega restano immobili in uno stato di spleen politico. E non è che manca un successore perché di dirigenti che potrebbero prendere il posto di Salvini ce ne sono diversi (gli stessi Zaia, Fedriga, o Riccardo Molinari e Alberto Stefani). Ognuno di loro andrebbe bene a una base ormai troppo insofferente. Ma no: c’è un cordone di seconde linee che blocca tutto. È come se fossero lì, paralizzati a cantare una vecchia filastrocca: «Capo facci cambiare, facci cambiare capo, se non ci fai cambiare, ti romperemo il capo». Ma il capo dice no. E loro buttano via il sogno di cui tanto si riempiono la bocca nei comizi pur di non mettere in discussione il leader.
Al ministero delle Infrastrutture e trasporti qualcuno, con amara ironia, lo ha ribattezzato «Ente nazionale in autocontrollo». Il riferimento è all’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile (l’autorità unica di regolazione tecnica, certificazione e vigilanza dell’aviazione civile in Italia) che sta vivendo una delicata fase di vacatio della sua governance. I partiti della maggioranza ci hanno ormai abituato ai litigi e agli stalli al momento delle decisioni sulle poltrone di enti, agenzie a authority, ma in un settore strategico come il trasporto aereo la sostituzione del presidente Enac, Pierluigi Di Palma, nominato dal governo Draghi e scaduto il primo luglio scorso dopo cinque anni di mandato, rappresenta una scelta nevralgica. Un passaggio che, anche a valle delle denunce di qualche sindacato, si sta trasformando nell’ennesima crisi di nervi in seno a un centrodestra che ormai fibrilla su ogni dossier in vista del voto dell’anno prossimo.
Pierluigi Di Palma (Imagoeconomica).
Il pasticcio del commissariamento
Il titolare di Porta Pia, Matteo Salvini, infatti, ha proposto il commissariamento dell’ente come soluzione ponte per congelare la situazione e tirare a campare, forzando la norma del decreto legislativo del 1997 che invece contempla la nomina di un commissario come soluzione estrema a fronte di gravi anomalie di funzionamento degli enti. Una scelta che peraltro sarebbe caldeggiata dallo stesso Di Palma, il quale, secondo quanto risulta a Lettera43, non disdegnerebbe in questo modo di restare in sella ancora per diversi mesi o addirittura un anno. D’altronde la Lega, come ricorda anche la Cub Trasporti, ci aveva già provato con un emendamento al decreto Milleproroghe a mantenere il presidente scaduto al vertice Enac fino all’aprile 2027. Ma poi la norma si era arenata ed erano circolate voci circa presunte perplessità a Palazzo Chigi, con un ruolo decisivo di interdizione giocato dal potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
I dubbi sull’interpello per la nomina del nuovo direttore generale della Dgatass
Al pasticcio sul commissariamento, adesso, rischia però di aggiungersi l’ennesimo caso di porte girevoli tra controllore e controllato che, per quanto non vietato dalle norme, rappresenta potenzialmente un nuovo momento di tribolazioni e polemiche al Mit, quantomeno in termini di opportunità. Il ministero, infatti, sta scegliendo il nuovo direttore generale da mettere alla guida della direzione competente per gli aeroporti, il trasporto aereo e i servizi satellitari (la Dgatass), ossia l’articolazione ministeriale chiamata a vigilare sull’Enac, di cui controlla e approva gli atti più rilevanti, cui impartisce direttive e che può anche deciderne lo scioglimento degli organi in caso di gravi violazioni. In ballo ci sono temi sensibili per milioni di passeggeri e per l’economia del Paese: i contratti di programma dei gestori aeroportuali, le tariffe, gli investimenti negli scali, le concessioni, gli oneri di servizio pubblico e la continuità territoriale con le Isole maggiori. Ebbene, secondo quanto alcune fonti qualificate del Mit hanno raccontato a Lettera43, l’interpello per la nomina del direttore generale sembra disegnato su misura per un dirigente dello stesso Enac, che così transiterebbe senza soluzione di continuità dall’ente vigilato alla struttura vigilante.
L’apertura sospetta a dirigenti di altre amministrazioni
Il 29 maggio scorso il ministero ha pubblicato un avviso per la copertura di tre incarichi dirigenziali generali, ossia per le caselle di direttore generale (le altre due riguardano la Direzione per lo sviluppo del territorio e i progetti internazionali e la Direzione per il trasporto e le infrastrutture ferroviarie). La procedura era inizialmente riservata ai dirigenti interni al dicastero. Pochi giorni dopo, il 3 giugno, è arrivata tuttavia un’integrazione singolare: l’apertura ai dirigenti di altre amministrazioni è stata prevista esclusivamente per la già menzionata Dgatass. Non per le altre due direzioni interessate dallo stesso avviso. Solo per quella che vigila sull’Enac. Quale esigenza sopravvenuta ha suggerito di modificare in pochi giorni la procedura? Chi ha chiesto l’apertura agli esterni?
La sede del ministero dei Trasporti (Imagoeconomica).
La manina sarebbe nel gabinetto del Mit
Secondo fonti Mit la “manina” sarebbe negli uffici del gabinetto di Porta Pia, dunque a diretto riporto dell’autorità politica. Va ricordato che il ricorso a dirigenti esterni, in questo caso regolato dall’articolo 19 comma 5-bis del decreto legislativo 165 del 2001, la normativa chiave di regolazione del lavoro pubblico, è possibile quando all’interno dei ruoli dell’amministrazione interessata non si rinvengano le competenze adatte alla funzione. Eppure, da fonti Enac, risulterebbe che il dirigente per cui sarebbe stato disegnato l’interpello sarebbe entrato nell’ente soltanto nel 2022, mentre in seno alla Direzione trasporto aereo operano già dei dirigenti con curricula ben più lunghi e strutturati. L’addendum sospetto del 3 giugno all’interpello, naturalmente, ha mandato in fibrillazione gli uffici di Porta Pia. Una fonte qualificata osserva: «Il problema non riguarda la professionalità del possibile candidato. Riguarda l’architettura istituzionale. Un dirigente proveniente direttamente dall’Enac dovrebbe, dal giorno successivo alla nomina, valutare atti, indirizzi e comportamenti del proprio ente di provenienza. Dovrebbe garantire al ministro una lettura autonoma delle proposte dell’ente vigilato, esercitare controlli effettivi e, quando necessario, sostenere una posizione diversa o contraria a quella dei suoi precedenti vertici».
Matteo Salvini (Ansa).
C’è il rischio che il controllato finisca per condizionare il controllore
Peraltro, l’azione di controllo investe anche Enac servizi, società controllata dall’autorità del trasporto aereo che opera come gestore aeroportuale ed è tenuta agli stessi obblighi cui sono sottoposti gli altri operatori. «Formalmente potrebbe non esistere un’incompatibilità automatica, ma la questione politica e istituzionale resta intatta: il Mit sarebbe realmente posto nelle condizioni di esercitare una vigilanza terza oppure il controllato finirebbe per condizionare stabilmente il controllore?», si chiede retoricamente la fonte. Naturalmente ora al ministero in molti auspicano che ci sia trasparenza nei criteri di valutazione e di scelta delle figure interne e circa i motivi della scelta di aprire potenzialmente a esterni. Peraltro la vicenda si incrocia ovviamente con quella del commissariamento Enac. Da Porta Pia fanno notare che «commissariare l’ente e affidare al tempo stesso la struttura vigilante del dicastero a un dirigente dell’autorità vigilata significherebbe disegnare un riassetto complessivo del sistema dell’aviazione civile, con un Enac forte di fronte a un ministero debole e una progressiva sovrapposizione tra controllato e controllore, fino a rendere meno riconoscibile la distinzione tra chi assume le decisioni e chi è chiamato a vagliarle».
Il ministro della Difesa Guido Crosetto blinda il palazzo della Marina. L’edificio storico situato a Roma, al Flaminio, è oggetto di interventi per renderlo inespugnabile: una specie di trincea è stata scavata per accedere al parcheggio, sul modello dell’ambasciata americana di via Veneto, piazzando sistemi per bloccare le auto e identificarle. Fino a oggi si vedevano solo garitte blindate, ma le ruspe e gli addetti stanno intervenendo per creare un “limite militare” che selezionerà ancora di più gli accessi. E pensare che quell’area di 1.700 metri quadrati era stata ceduta a titolo gratuito alla Marina, dividendo il consiglio del secondo Municipio di Roma. A suo tempo uno dei più battaglieri consiglieri contrari all’iniziativa era stato Luca Sappino, del gruppo Sinistra l’Arcobaleno, oggi conosciuto dal pubblico come giornalista a La7, nella trasmissione Tagadà: Sappino tuonava, dicendo che «il parcheggio deve tornare alla città perché, al contrario di quel che può sembrare, rappresenta proprio l’idea di città alternativa. Il Flaminio è la miniatura di una città che trova il giusto equilibrio tra trasporto pubblico e trasporto privato: con l’ampia rete tranviaria, con la fermata della metro, con i capolinea degli autobus e la pista ciclabile, rappresenta un felice esempio di città vivibile dotata di una corretta mobilità. Il secondo Municipio ha concesso l’area a titolo gratuito. Nessuna contropartita economica ripagherà la comunità di quanto sarà perso». Vediamo se Sappino intervisterà Crosetto sul tema del parcheggio blindato…
Casimirri e il Nicaragua in guerra con il Vaticano
Il Nicaragua è in guerra con il Vaticano, e alla fine chi ci rimetterà è Alessio Casimirri, ex componente delle Brigate rosse. È una storia complessa quella dell’ex cittadino vaticano, coinvolto anche nel caso Moro, fuggito dall’Italia e protagonista della guerriglia sandinista contro i Contras, con tanto di cittadinanza nicaraguense ottenuta. Alessio è il figlio di uno dei più potenti capi della sala stampa della Santa Sede, Luciano Casimirri, storico funzionario vaticano, che ha lavorato a stretto contatto con tre pontefici, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI, nel settore della comunicazione. Una famiglia con rapporti di altissimo livello in tutto il mondo: Alessio Casimirri, classe 1951, è stato al centro di una richiesta di estradizione che il ministro degli Esteri Antonio Tajani sta spingendo, ma che si scontra con una situazione incandescente in Nicaragua. Lì, a Managua, è in corso una lotta spietata del governo contro la Chiesa cattolica, con sacerdoti e suore oggetto di arresti ed espulsioni, e il Vaticano da ormai tre anni non ha più un nunzio apostolico. Ora che in Vaticano c’è un pontefice americano come papa Leone XIV, l’ostilità è aumentata, tanto da vietare persino le processioni religiose. Ma Casimirri, in qualità di guerrigliero, non ha nulla da temere grazie ai legami strettissimi con il regime al potere, tanto che il Nicaragua ha rigettato la richiesta di Tajani e interrotto le relazioni diplomatiche con l’Italia. Come andrà a finire? Nella lista del presidente americano Donald Trump, dopo il Venezuela che era in mano a Nicolás Maduro, ora rinchiuso nelle galere statunitensi, pare ci sia proprio il Nicaragua…
Ricordando Nicolò Amato
Nella giornata di martedì 21 luglio, nella Scuola di formazione e aggiornamento dell’amministrazione penitenziaria Giovanni Falcone, nella romana via di Brava, l’aula magna verrà intitolata alla memoria di Nicolò Amato, già direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena e capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, a cinque anni dalla sua scomparsa. Sono attesi gli interventi del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Stefano Carmine De Michele, di Giuseppe Amato, procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, a nome della famiglia dello scomparso, e del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè.
L’estate di Allevi
Si comincia il 21 luglio con il Giffoni Film Festival, storico appuntamento estivo, pronto ad accogliere Giovanni Allevi, compositore, filosofo, scrittore e direttore d’orchestra, «in un confronto dedicato ai temi della creatività, della fragilità, del coraggio e della forza trasformativa dell’arte». Tema “Le cose impossibili”. Ma Allevi, tornato in pista dopo problemi di salute, ossia il mieloma multiplo, non si fermerà a Giffoni: il 13 settembre sarà protagonista ad Assisi, nella Basilica Superiore di San Francesco, accompagnato dagli archi dell’Orchestra sinfonica italiana, e il 19 settembre porterà il progetto speciale “Musica dall’Anima” nella Reggia di Caserta, in un concerto-evento che intreccia pianoforte, orchestra e riflessioni sul valore della rinascita e della speranza.
Il problema non è il Vannacci che è in te, ma il Vannacci che è in me. Questo potrebbe doversi dire allo specchio Giorgia Meloni se si trovasse a vincere le prossime elezioni con il generale parte integrante della sua maggioranza. E lo si è visto anche in questi giorni con il caso Roggero, esempio classico di scavalcamento da destra che spinge a posizioni più estreme l’intera coalizione.
Giorgia Meloni (Ansa).
Fuori o dentro, FN sarà un problema per Meloni & Co.
La legge sulla legittima difesa che ora Vannacci chiede di ampliare, seguito a ruota da Lega e FdI, non era stata varata da un governo di “buonisti” ma era stata approvata nel 2019 su input del partito di Salvini dal governo gialloverde. Dunque, mentre tutti sono preoccupati di capire se Futuro Nazionale entrerà organicamente nel centrodestra per aiutarlo a vincere le elezioni, qualcuno pensa già al dopo. Perché se è vero che un Vannacci fuori dal governo sarebbe un pungolo quotidiano all’eventuale Meloni 2, è anche vero che un Vannacci dentro al governo sarebbe un grattacapo non da poco.
Matteo Salvini dopo l’approvazione della legge sulla legittima difesa nel 2019 (Ansa).
L’ipotesi derby per il Viminale tra il generale e Capitano
Certo, meglio avere un grattacapo governando che non averlo stando all’opposizione. Ma il primo dubbio sarebbe: che ministero assegnargli? Se l’ex generale accettasse di farsi incasellare alla guida di un dicastero, probabilmente ne chiederebbe uno di peso. Magari potrebbe mettere in scena un derby per quel Viminale a cui aspira Salvini. Ma una volta sistemato in un ministero, chi garantirebbe a Meloni di non subire un costante logoramento dall’interno? Se Salvini ha sempre calibrato fughe in avanti e ragionevolezza, non arrivando mai a strappi netti e definitivi nemmeno in politica estera né nei voti sugli aiuti all’Ucraina su cui è stato sempre critico, nessuno si sente di scommettere che Vannacci seguirebbe la stessa linea. Il rischio di una costante spina a destra, di scarti e di sgroppate sui temi identitari che lo hanno fatto volare nei sondaggi e su cui è concorrenziale con Fratelli d’Italia e con la Lega è molto alto.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
L’aria romana addomesticherà anche Vannacci?
Il caso Roggero è un classico esempio. Si è accesa una gara a chi più offriva il suo appoggio, fino alla candidatura, al gioielliere condannato per aver freddato due rapinatori, una gara a chi più criticava la magistratura e tirava per la giacca di Sergio Mattarella per la grazia, una gara sulla legge sulla legittima difesa, legge leghista e già definita poco efficace. E questo ha portato i toni del dibattito politico al parossismo mediatico con una rincorsa a scavalcarsi a destra che ha infastidito Forza Italia. Insomma, più che una competizione nel prossimo anno di campagna elettorale, c’è chi teme la competizione nei cinque anni di eventuale governo con Vannacci nel centrodestra. La speranza dei più navigati è che alla fine il clima romano finisca per “addomesticare” anche il generale, ma garanzie non ce ne sono visti i precedenti: la scommessa, persa, di inglobarlo per depotenziarlo finora lo ha solo ringalluzzito. Sarà un anno frizzante, a cui potrebbero seguirne altri cinque molto vivaci.
Si poteva superare la bruttezza di Citizen Vigilante, il film tedesco di Uwe Boll (censurato in Germania e tanto apprezzato da Elon Musk) che inneggia alla giustizia fai-da-te come rimedio sovrano ai problemi dell’Occidente meticciato e debosciato? Sì, con il suo spin-off made in Italy, ossia la canonizzazione mediatica e, potenzialmente, anche politica, di Mario Roggero, il gioielliere piemontese 72enne che cinque anni fa sparò a tre rapinatori in fuga, ammazzandone due e ferendone uno. L’uomo, condannato per omicidio volontario, si è visto confermare in Cassazione la pena di 14 anni e 9 mesi comminata in appello, ridotta rispetto ai 17 anni della sentenza di primo grado.
Non ha mai mostrato ripensamento, e tantomeno pentimento o dispiacere, per avere spento due vite in un raptus di esasperazione. Nei suoi videomessaggi esprime rammarico solo per gli effetti negativi che il suo atto (o meglio, la «persecuzione» scatenata su di lui dai magistrati) ha avuto sulla sua famiglia, e su Instagram ha invitato i follower a essere «la sua voce» sottolineando che, vista l’età, la pena che gli hanno inflitto equivale all’ergastolo.
Mario Roggero con la moglie Mariangela Sandrone.
Un po’ meno testosteronico del messaggio che Sanders, il Citizen Vigilante interpretato dal dolicocefalo biondo Armie Hammer (l’attore di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino), trasmette ai bianchi perbene dopo aver corcato di botte adolescenti molesti, soppresso giudici troppo tolleranti e soprattutto dopo aver ammazzato a sangue freddo dozzine di migranti: «Vi sto solo mostrando come fare, finché non sarete in grado di farlo da soli».
Un frame di Citizen Vigilante.
Roggero, il cover boy per le politiche securitarie delle destre
Ma siamo sulla stessa linea: Roggero è uno che quella lezione l’aveva già appresa e messa in pratica, e sa di avere un folto fan club, grazie anche alla campagna a suo favore promossa da Giuseppe Cruciani dai microfoni de La Zanzara. Le destre, da Roberto Vannacci al pacioccone Antonio Tajani, lo hanno ufficialmente scelto come cover boy per le loro politiche securitarie, già pensando alle prossime elezioni: finora l’unico aspetto del fascismo da cui “Evita Melon” e camerati hanno preso apertamente le distanze, vedi il post della premier, riguarda i principi della legittima difesa stabiliti dal guardasigilli di Benito Mussolini, Alfredo Rocco, nel codice del 1930 (proporzionalità, necessità della reazione, attualità del pericolo).
Una foto d’archivio di Benito Mussolini (Ansa).
Però aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine
Nemmeno ai tempi del Duce la difesa della “roba” valeva una vita umana, compresa quella di un delinquente, figuriamoci due o tre. I post-fascisti, invece, riconoscono a ogni Mazzarò il diritto di diventare Robocop. Agli occhi dell’attuale maggioranza, aiutare a morire un malato terminale consenziente è un crimine, mentre prendere a calci un ladro agonizzante dopo avergli sparato nella schiena è moralmente giustificabile. A lasciarli fare, lo sarebbe anche legalmente. Nel frattempo, vogliamo negargli almeno la grazia del presidente della Repubblica?
Giuseppe Cruciani e Roberto Vannacci con le maglie pro-Ruggero (foto Ansa).
La solidarietà della Canalis (che pure senza armi da fuoco neutralizza i cattivi!)
E poi ci sono quelli e quelle che, più che a tenersi il posto in parlamento, sembrano puntare a riaverlo in televisione. La solidarietà a Roggero coagula più celebrities di una copertina di Chi o di un’edizione del Grande Fratello Vip, da Melissa Satta a Elisabetta Gregoraci, da Sabrina Salerno a Elisabetta Canalis (che pure, essendo esperta di Krav Maga, kickboxing e Muay thai, potrebbe neutralizzare orde di rapinatori anche senza bisogno di armi da fuoco).
Elisabetta Canalis sul ring durante una gara di di kickboxing (foto Ansa).
E se tornasse in auge il gesto della P38?
Per il gioielliere che ha vendicato sul posto e sanguinosamente l’assalto al suo negozio eseguito con un coltello e una pistola giocattolo, da parte di queste signore non c’è solo comprensione, ma una vera e propria identificazione. E tutto questo in uno dei Paesi europei dove si commettono meno rapine (ci battono Francia, Spagna e Germania). In un prossimo futuro, potrebbe tornare in auge il gesto della P38. Solo che a farlo non saranno gli autonomi o gli antagonisti, ma le soubrette vigilantes.
Una manifestazione pro Palestina e contro la politica sulla scuola del governo italiano (foto Ansa).
Anche la premier Giorgia Meloni sul caso di Mario Roggero, 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori, entrando a gamba tesa sulle richieste di indennizzo da parte dei parenti dei ladri uccisi dal gioielliere. «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto. Con l’ultimo DDL Sicurezza introduciamo una regola di puro buon senso: chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato non può chiedere alcun risarcimento, né possono farlo i suoi familiari», ha scritto Meloni sui social. E poi: «Chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso. Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene. Non dei criminali». Per la grazia a Roggero (per quale intanto è arrivato l‘ordine di carcerazione) si è spesa buona parte del centrodestra e del governo: da Matteo Salvini a Guido Crosetto, fino ad Antonio Tajani e Carlo Nordio, che ha avviato un istruttoria e per questo è stato bacchettato dal Quirinale.
Ormai quel che succede nella Lega è tutto «made in Verdini». È la battuta velenosa che più circola tra i leghisti di lungo corso, dirigenti e parlamentari, che, a torto o a ragione, identificano nella donna del capo – un leitmotiv nella storia secolare della politica e in quella decennale di via Bellerio – l’origine dellafase decadente di Matteo Salvini.
Francesca Verdini e la fastidiosa etichetta di “Yoko Ono di via Bellerio”
La linea è stata superata con quel «cafone» gridato da Francesca sul prato di Pontida in risposta a chi contestava Matteo al termine del funerale di Umberto Bossi, il 22 marzo scorso, chiedendo al segretario di riconsegnare la Lega ai militanti. E se non suscitava molte simpatie prima, da allora la figlia di Denis Verdini fatica a staccarsi di dosso l’etichetta della “Yoko Ono di via Bellerio“. A seguire le sono state addossate molte colpe, tra cui anche il ravvedimento last minute di Salvini e il mancato accordo con Luca Zaia per la formazione di un partito del Nord all’interno della Lega.
Funerali di #Bossi a Pontida: scontro tra Francesca Verdini e un militante leghista. “Ridacci la Lega, Salvini!”, ha urlato l’uomo. La compagna del leader del Carroccio gli ha risposto: “Sei a un funerale, cafone. Vai, maleducato. Vattene a casa”. ( LaPresse) @PolitikosItpic.twitter.com/dkofODUWIV
Il documentario con Davide Vecchi sul caso David Rossi
Ed è così che, nel flusso di notizie che alimentano questa narrazione interna, gira da giorni nelle chat di leghisti la locandina digitale del documentario in uscita per la Casa Rossa, la società di produzione di Verdini. Nel post, pubblicato sulla pagina social della Casa rossa il 13 luglio, compare di profilo il volto di Davide Vecchi, da qualche mese guru della comunicazione leghista, voluto si dice proprio da Francesca. Il caso David Rossi è il titolo del documentario, disponibile sul canale YouTube della casa di produzione a partire dal 17 luglio.
«David Rossi: un volo nel vuoto. Tredici anni di silenzi, omissioni e verità negate», si legge in un altro post. «Dopo i successi delle precedenti produzioni true crime, La Casa Rossa torna a indagare nei meandri più oscuri della cronaca italiana, continuando a usare il linguaggio della docu-serie per fare luce dove le ombre sono più fitte», si continua. «Siamo orgogliosi di annunciare Il caso David Rossi, una nuova miniserie sul mistero di Rocca Salimbeni che sarà vostra da venerdì prossimo». E si assicura: «Guidati dall’esperienza e dal coraggio di Davide Vecchi, il giornalista processato e poi assolto per le sue inchieste sul caso, ricostruiremo i tasselli di un dramma derubricato per due volte a suicidio e che oggi, finalmente, vede una clamorosa svolta giudiziaria con l’ipotesi di omicidio. Preparatevi a un viaggio scomodo ma necessario».
Le fibrillazioni nella squadra della comunicazione
Insomma, un’operazione giornalistica che non avrebbe nulla di strano. Una società che produce il documentario di un cronista che ha seguito la vicenda giudiziaria. Sennonché ormai tutto quello che succede attorno a Vecchi sembra creare agitazione nella Lega. Il suo inserimento alla guida della comunicazione è stato vissuto come un’ingerenza della famiglia nel partito. E l’uscita dello storico portavoce di Salvini, Matteo Pandini, che è passato di recente alla guida della comunicazione di Enav, oltre alle defezioni che si registrano nel gruppo dell’ufficio stampa, non migliorano certo il clima. I rapporti con i giornalisti poi non sarebbero migliorati, le interviste di Salvini ai quotidiani sarebbero ormai rarefatte. Mentre il ruolo del nuovo portavoce, Cristiano Bosco, pare essere limitato all’alimentazione dei canali social e WhatsApp.
Dopo la condanna confermata in Cassazione per Mario Roggero, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia per il gioielliere piemontese a cui sono stati inflitti 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori. Una mossa, peraltro arrivata dopo la raccolta firme del centrodestra in Parlamento, che ha “costretto” il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a richiamare il Guardasigilli.
Il faccia a faccia al Quirinale tra Mattarella e Nordio
Nel tentativo forse di riguadagnare punti dopo il clamoroso smacco del referendum sulla giustizia, Nordio ha tentato una forzatura istituzionale, cercando di trasformare il potere di grazia – strumento di clemenza di natura squisitamente tecnico-giuridica – in un atto politico. Ma in un incontro al Quirinale, come spiega una nota del Colle, Mattarella ha ricordato al ministro della Giustizia i limiti del suo ruolo e ha sottolineato che la grazia – strumento raro e altamente selettivo – è prerogativa del capo dello Stato. Secondo l’Ansa, Mattarella durante il colloquio avrebbe ricordato al ministro Nordio le parole di Luigi Einaudi: «È dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce».
Carlo Nordio e Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
La grazia, l’istruttoria e il ruolo del ministero della Giustizia
A prevedere la grazia è l’articolo 87, comma 11, della Costituzione. Si tratta di un atto di clemenza individuale che condona in tutto o in parte una pena, oppure la trasforma in un’altra specie prevista dalla legge. Può essere concessa anche senza che venga fatta domanda, ma solo su iniziativa del presidente della Repubblica. La domanda, comunque, può essere presentata dal condannato, oppure da persone a lui vicine indicate dalla legge: parenti più stretti, convivente, tutore o curatore, avvocato difensore. Aperta l’istruttoria, il ministero della Giustizia acquisisce gli atti processuali, i pareri della magistratura di sorveglianza, informazioni sulla condotta del condannato e sulla sua situazione personale e familiare. Al termine, il fascicolo viene trasmesso alla presidenza della Repubblica. Che a quel punto può decidere se concederla o meno (e può farlo appunto anche senza alcuna domanda pervenuta). L’avvio dell’istruttoria, insomma, è solo il presupposto affinché la pratica arrivi sul tavolo del capo di Stato, non un’indicazione sulla decisione finale.
Non è una questione di merito, ma di metodo
Fonti del Quirinale hanno sottolineato che non è una questione di merito sulla grazia a Roggero: le motivazioni della sentenza della Cassazione, che ha respinto il ricorso del gioielliere, verranno rese note tra mesi. Si tratta invece di una questione strettamente di metodo. Mattarella, sostanzialmente, ha convocato Nordio per ricordargli che – in generale – non può avviare un’istruttoria di sua iniziativa. Il ministero della Giustizia è responsabile dell’istruttoria che viene aperta per verificare la legittimità di una domanda di grazia, ma solo dopo che questa è stata rivolta a Quirinale. Come recita la sentenza n. 200 del 2006, richiamata nel comunicato del Colle, è riconosciuta «espressamente la possibilità che la grazia sia concessa anche in assenza di domanda», ma «in ogni caso l’iniziativa potrà essere assunta direttamente al presidente della Repubblica, al quale da tempo si è riconosciuto tale potere».
Mario Roggero (Facebook).
Roggero continua inoltre a proclamarsi incidente
Mattarella, insomma, ha sottolineato nel colloquio con Nordio che il Quirinale non è un organismo che ratifica decisioni prese altrove o sotto pressione popolare, bensì un’istituzione che valuta i casi con autonomia e distacco politico. Il ministro ha tra l’altro avviato l’istruttoria tralasciando completamente un elemento essenziale per la concessione della grazia: il riconoscimento delle responsabilità da parte del condannato. Roggero, infatti, continua a proclamarsi innocente, segno che non ha ancora preso coscienza della gravità del delitto commesso.
Ma quanti sono questi partiti e partitini di centro in procinto di scendere in campo alle elezioni politiche del 2027? Ormai s’è perso il conto, mentre i loro leader cercano di capire come presentarsi e con chi presentarsi. C’è insomma un sontuoso affollamento nel settore di campo libdem, riformista eccetera eccetera.
Renzi, il muro del M5s e le voci di un accordo con Schlein
Il più ingombrante di tutti è sempre Matteo Renzi, capo di Italia Viva meglio nota oggi come Casa Riformista. Ambisce a far parte del campo largo (CL), ma c’è chi non lo vuole, come il M5s di Giuseppe Conte, che passa le giornate a spiegare perché Renzi sarebbe un traditore – come dice Chiara Appendino – o quantomeno uno da imbullonare al programma elettorale (che sarà deciso a partire da settembre, con calma) in modo tale che non possa avere adeguata agibilità politica. Renzi da mesi è il miglior portavoce dell’opposizione. Ci crede più lui di Conte alla possibilità che nasca una coalizione di centrosinistra unitaria, allargata. Epperò non basta mai. Anche se c’è chi sostiene che al di là delle scaramucce Renzi abbia già un accordo con Elly Schlein per farsi candidare alle prossime elezioni nelle liste del Pd (non sarebbe una novità, citofonare Pier Ferdinando Casini).
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Onorato e la carica dei libdem: da Marattin a Calenda fino a Picierno
Renzi però non è l’unico a correre al centro. C’è l’assessore romano ai Grandi Eventi Alessandro Onorato, con il suo PCI (Progetto Civico Italia), benedetto da Goffredo Bettini, con cui il centrosinistra vorrebbe sostituire Renzi facendo leva sul qualunquismo del buonsenso. Difficilmente potrà andare oltre una candidatura nelle liste parlamentari del centrosinistra; toh, magari pure l’elezione sarà in qualche modo garantita, ma non sembra Onorato il campione dei libdem italiani, uno capace di cambiare gli equilibri della coalizione.
Alessandro Onorato (Imagoeconomica).
Tra i quali possiamo annoverare Luigi Marattin con il suo Partito Liberaldemocratico e anche Carlo Calenda, leader di Azione che sembra procedere spedito verso la candidatura in solitaria alle elezioni del 2027, sentendosi incompatibile con entrambe le coalizioni.
Adriana Pepe con Luigi Marattin (Imagoeconomica).
«Mi pare abbastanza chiaro che si andrà a votare ad aprile con cinque coalizioni. La destra, i fascisti putiniani, la sinistra, il centro europeista, i comunisti putiniani (D’Orsi, Di Battista, Basile etc)», ha scritto il leader di Azione su X, lanciando il «campo dei ‘volenterosi’»: «A inizio settembre costruiremo un incontro con TUTTE le forze che ruotano intorno all’area europeista: popolari, libdem, riformisti, socialisti liberali, per stabilire insieme le regole di ingaggio per un lavoro comune». In programma c’è una due giorni pubblica «per lanciare una mobilitazione in tutta Italia a partire dai 10 mila giovani incontrati nelle università e nelle iniziative fatte su tutto il territorio».
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Della partita sarà Pina Picierno, che sta organizzando manifestazioni europeiste per il mese di settembre (tra il 10 e il 12 settembre ci sarà la seconda edizione della Conferenza di Ventotene per la libertà e la democrazia). Prima però sarà in piazza con Calenda a Caserta ed Ercolano (il 21 luglio). Nel frattempo Picierno cerca di dare una struttura al suo movimento, Spazio Pubblico, nato dopo la fuoriuscita dal Pd, e prova ad allargare il consenso: Adesso! Italia, movimento che punta «a far ripartire l’ascensore sociale» è appena entrato a far parte di SP.
Pina Picierno (Imagoeconomica).
Le ambizioni da rammendatore di Ruffini
Poi c’è la solita +Europa di Riccardo Magi, dunque il movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, che ancora sembra ambire a fare da rammendatore– federatore a questo punto sembra troppo – delle anime dell’opposizione. «In un mondo che ci invita continuamente a sottrarci e fare finta di nulla, facciamo assieme un passo avanti», c’è scritto nel manifesto del movimento. «Perché bisogna tornare a credere nel futuro ed esserne responsabili. Nulla si costruisce in solitudine: è necessario riscoprire la forza di un progetto collettivo capace di unire, ispirare e cambiare».
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomica).
Più che un centro, è una diaspora
Sarà dura resistere alla retorica centrista da qui all’anno prossimo, quando tutti ci spiegheranno che il bipolarismo è una truffa, che non è vero che non c’è spazio al centro, anzi, arriverà da lì la vera novità del 2027. Eppure con la polarizzazione dello scontro sempre più feroce, non sembrano esserci grandi spazi per la sobrietà centrista. Non sarebbe stato meglio fare un bel partito unico di ispirazione riformista anziché disperdere il consenso in mille direzioni? Più che un centro politico, sembra una diaspora.
«Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia in favore di Mario Roggero». È quanto comunicato direttamente da Via Arenula in riferimento al caso del gioielliere 72enne di Gallo di Grinzane (Cuneo), che il 28 aprile 2021 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo in seguito a un colpo nel suo negozio, per il quale ieri è arrivata dalla Cassazione la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere.
Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della Grazia in favore di Mario Roggero.
Per la grazia a Roggero si sono mobilitati diversi esponenti del centrodestra – che ha avviato una raccolta firme in parlamento – e anche del governo, da Matteo Salvini ad Antonio Tajani, fino a Guido Crosetto. Il segretario della Lega ha affermato sui social: «Un padre, un nonno, un marito e un lavoratore per una vita, che arriva a 72 anni per essere mandato in carcere perché ha reagito a un’aggressione, a un furto, a una rapina nel suo negozio, nel negozio di famiglia, con moglie e figlia presenti e a rischio. Ritengo ingiusta questa condanna».
Crosetto, invece, ha dichiarato: «La giurisprudenza che le leggi al punto di stravolgerle. Ha consentito di mandare in libertà dopo pochi anni anche assassini di servitori dello Stato, per questo ciò che è accaduto a Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare».
Mario Roggero è in carcere. É stata applicata la legge? Probabilmente si. É giusto? Per me no. La legge non è e non può essere sventolata per giustificare l’impossibilità di un magistrato ad analizzare i fatti nella loro totalità, a tenere conto di tutto, anche ciò che non è…
Futuro Nazionale, invece, aveva organizzato un sit-in davanti alla Corte di Cassazione, a Roma, in solidarietà a Roggero. Alla richiesta di grazia si è unito anche Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte. Roggero, nonostante gli annunci degli ultimi giorni, non si è ancora costituito.
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo e il suo predecessore Renato Brunetta sono stati protagonisti di uno scontro verbale molto acceso, arrivando persino a strattonarsi. È successo a margine dell’assemblea nazionale dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi), dove è stato rieletto presidente Antonio Patuelli.
Renato Brunetta (Ansa).
La rabbia di Brunetta per l’intervista di Zangrillo
Motivo del contendere un’intervista rilasciata la settimana scorsa da Zangrillo a La Stampa, in cui il ministro aveva rivolto dure critiche alla riforma della Pubblica Amministrazione targata Brunetta e risalente al 2009, con Silvio Berlusconi premier. Affermazioni che, evidentemente, l’attuale presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) non ha gradito.
Il botta e risposta tra l’ex ministro e il suo successore
Brunetta avrebbe strattonato per un braccio Zangrillo, ammonendolo per quanto detto a La Stampa. A quel punto il ministro avrebbe sottolineato che, in effetti, «quella riforma ha fallito». Da qui la replica dell’ex forzista: «Certe cose si possono anche pensare, ma non è bello dirle». Lo scambio sarebbe proseguito con Zangrillo a sottolineare di dover rispondere solo agli italiani e non all’interlocutore, e con un Brunetta ancor più inviperito: «Non sai quello che dici. Hai raccolto i frutti del lavoro che ho fatto io». L’attuale ministro della PA gli avrebbe detto: «Non penso e non lo pensa neanche la Corte dei Conti, visto che ha rilevato come il 90 per cento dei dipendenti pubblici aveva risultati eccellenti». A quel punto Brunetta avrebbe dato la colpa ai ministri venuti dopo di lui. E a Zangrillo, che gli aveva fatto notare di essere stato a capo della PA anche con Mario Draghi: «In quel periodo avevo altre cose da fare».
Paolo Zangrillo (Ansa).
La lettera di Brunetta a Zangrillo con i numeri a suo favore
l battibecco non è però finito qui. Brunetta avrebbe spedito una lettera al «caro Paolo» Zangrillo, suffragando le critiche all’intervista con i numeri e, in particolare, mettendo a confronto alcuni dati delle rispettive gestioni della Pubblica Amministrazione: «I dirigenti valutati con punteggio inferiore a 100/100 sono passati dal 13 per cento del 2023 all’11 per cento del 2024. Nel biennio 2021-2022, invece, sotto la mia gestione, quella quota aveva raggiunto il 33 e il 22 per cento, i valori più elevati dell’intera serie storica». E poi: «Il fenomeno che denunci si è dunque accentuato proprio sotto la tua guida. Ti invito a riflettere su entrambe le circostanze: la prima consegna alla tua diagnosi il valore di un’autocritica; la seconda dice qualcosa sullo stato presente di quella trasparenza che il 2009 aveva voluto totale. A mancare, in questi 17 anni, sono stati gli orchestrali e gli arrangiatori».
La Camera dei deputati ha approvato in prima lettura la riforma della legge elettorale con 217 voti a favore, 152 contro e 2 astenuti. La votazione della norma targata centrodestra è avvenuta con scrutinio segreto. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. L’esito del voto è stato accolto da un applauso di esultanza della maggioranza, reduce dalla sconfitta sulle preferenze.
Continuano alla Camera i lavori sulla legge elettorale. Dopo la bocciatura dell’emendamento promosso dalla maggioranza, che ha rappresentato una grave sconfitta per Giorgia Meloni, è arrivato anche il semaforo rosso – sempre con scrutinio segreto – per l’ultimo testo rimasto sulle preferenze, firmato dai deputati di Futuro Nazionale. I voti contrari sono 233, mentre quelli favorevoli 139. Dopo il voto, i vannacciani di Montecitorio hanno esposto in segno di protesta cartelloni con slogan come: «Partiti padroni? No! Cittadini sovrani» e «Io voto, io scelgo!».
Le opposizioni: «Svelata una nuova minoranza di governo Fn-FdI»
Dopo la bocciatura della proposta dei vannacciani, Movimento 5 stelle, Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa e Italia Viva hanno chiesto una conferenza dei capigruppo immediata, in quanto «l’emendamento svela una nuova minoranza di governo fatta da Futuro Nazionale e Fratelli d’Italia», come ha affermato il capogruppo pentastellato Riccardo Ricciardi: «Si è creata una componente politica di chi ci ha messo “la faccia” e ci ha aggiunto “la feccia”, come loro stessi si autodefiniscono. In questo momento non si capisce dove stanno Lega e Forza Italia, che sono state sbattute fuori dalla compagine di governo». Così la capogruppo dem Chiara Braga: «Si è costituita una maggioranza di destra-destra. La maggioranza al governo non c’è più».
Bocciato anche testo di Azione sul 50 per cento di donne nelle liste
Nel corso delle votazioni la maggioranza ha bocciato, con 223 voti contrari e 142 favorevoli, l’emendamento di Azione (sostenuto da tutte le forze di opposizione) che prevedeva la presenza di almeno il 50 per cento di donne nelle liste che assegnano i seggi del premio a chi vince le elezioni. Nel testo della riforma della legge elettorale si dispone che le liste circoscrizionali a livello nazionale devono rispettare la proporzione di genere di 60 e 40.