Sigonella, la nota di Palazzo Chigi: «Solidi rapporti con gli Usa, rispettiamo i trattati»

Dopo le indiscrezioni del Corriere riguardo il divieto, da parte dell’Italia agli Stati Uniti, di utilizzare la base di Sigonella per l’atterraggio di alcuni bombardieri americani, Palazzo Chigi è intervenuto con una nota ribadendo che il nostro Paese «agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere». «Ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato», spiega l’esecutivo. «Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione». Il governo, pertanto, «continuerà a operare nel solco dei trattati vigenti, nel rispetto della volontà dell’esecutivo e del Parlamento, garantendo al contempo affidabilità internazionale e piena tutela dell’interesse nazionale».

Crosetto: «Decisioni in continuità rispetto al passato»

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro della Difesa Guido Crosetto: «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i governi italiani in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento e alla linea ribadita anche in Consiglio supremo di Difesa, in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni. Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Un ministro deve solo farli rispettare. Terzium non datur. In ultimo voglio ribadire che non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi».

Voto anticipato, l’amo gettato da Mancini a Meloni e le altre pillole del giorno

«È stato mandato avanti l’uomo più astuto che c’è, Claudio Mancini», spifferano nel Pd, dopo aver letto l’intervista al deputato considerato il «vero sindaco di Roma» al Fatto Quotidiano. Parlamentare da due legislature, Mancini conosce tutti, sia nel suo partito sia nella maggioranza, tanto che non ha paura a mettersi a tavola con gli esponenti di Fratelli d’Italia. Già, perché ogni trattativa romana passa attraverso di lui, dai poteri per la Capitale ai trasporti, Metro C compresa. E cosa ha detto Mancini? Che si vota «forse domenica 7 giugno»: «Appena (Meloni, ndr) avrà completato il rinnovo delle nomine nelle grandi aziende statali. Metterà in sicurezza le poltrone e poi – suppongo – ci manderà in campagna elettorale».

Voto anticipato, l’amo gettato da Mancini a Meloni e le altre pillole del giorno
Claudio Mancini con Alessandro Onorato (Imagoeconomica).

Un pronostico buttato lì, che liscia il pelo a quelli che vogliono correre verso le elezioni anticipate. Della serie «vediamo se Giorgia Meloni ci casca», perché «con la Presidenza della Repubblica non si scherza». E chi assicura al centrodestra che, una volta caduto il governo, non se ne formi un altro, il classico esecutivo tecnico, alla Mario Draghi per esempio? «C’è la fila di gente disposta a guidarlo, tra professoroni, riserve della Repubblica e magistrati di lungo corso», si ricorda. Intanto Mancini ha gettato l’amo, per vedere l’effetto che fa. Anche perché se mai si andasse a elezioni anticipate non ci sarebbe il tempo tecnico, quello sì, di cambiare la legge elettorale. Un bel rebus per Meloni & Co. Poi si sa, Mancini sbaglia raramente previsioni. Lo ha dimostrato anche il 17 settembre scorso quando, durante il dibattito fiume sulla riforma della giustizia alla Camera, alle 3.40 del mattino se ne uscì con un pronostico: «Siccome non avete i due terzi dei voti in Parlamento, saranno chiamati a rispondere i cittadini. E i cittadini voteranno contro di voi, e perderete il referendum. Credete che la maggioranza del Paese sia dalla vostra parte, ma se entrate in un bar e prendete quattro persone, tre non hanno votato per voi. Ecco perché perderete». E aggiungeva: «Dopo la sconfitta, il vostro governo cadrà». Premier avvisata…

Il nipote di Mattarella e la Ferrari Luce

Scene ordinarie di vip, a Roma: lunedì 30 marzo, poco dopo le 16, in via Calabria si trovava Bernardo Mattarella. Che è l’ad di Invitalia, l’Agenzia nazionale di sviluppo, un colosso pubblico che controlla le società Dri d’Italia, Infratel Italia,  Mediocredito Centrale, Italia Turismo e Invitalia Partecipazioni. Stava salutando chi, dall’altra parte della strada – dove si trovano le colonnine della ricarica elettrica – aveva parcheggiato una fiammante Ferrari Luce color ruggine, modello che verrà ufficialmente presentato a Roma solo il prossimo maggio. La prima ‘Rossa’ elettrica. Sì, valeva davvero la pena scendere dall’ufficio per vederla, come ha fatto Mattarella.

Voto anticipato, l’amo gettato da Mancini a Meloni e le altre pillole del giorno
Bernardo Mattarella (Imagoeconomica).

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi

Complici l’agenda fitta di impegni della presidente di Mediaset e le festività pasquali, ma anche l’infuocato clima geopolitico, si allontana l’atteso faccia a faccia tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, che dovrebbe avere come obiettivo quello di abbassare i toni in casa azzurra dopo la batosta del referendum. L’incontro non è in programma nelle prossime due settimane, come minimo. Intanto il clima resta teso.

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi
Stefania Craxi e Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Dopo Gasparri potrebbe saltare anche l’altro capogruppo Barelli

La sconfitta referendaria ha portato a degli scossoni nel partito. Disarcionato Maurizio Gasparri, sfiduciato dai senatori azzurri e sostituito da Stefania Craxi alla guida del gruppo parlamentare a Palazzo Madama: un avvicendamento, questo, benedetto da Marina Berlusconi. Congelata, invece, la raccolta firme a Montecitorio per sfiduciare il capogruppo Paolo Barelli, fedelissimo di Tajani, che potrebbe comunque saltare dopo Pasqua. In pole per sostituirlo c’è Giorgio Mulè, attuale vicepresidente della Camera. Ma circola anche il nome di Deborah Bergamini. In Forza Italia non si va però “solo” verso il cambio di entrambi i capigruppo parlamentari: ci sarebbe anche l’idea di sostituire Raffaele Nevi come portavoce del partito.

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi
Raffaele Nevi, Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Capitolo congressi: Tajani vuole andare avanti, ma c’è chi frena

E poi c’è la questione dei congressi, su cui Tajani vorrebbe andare avanti spedito. Ma non tutti ritengono siano una priorità. Roberto Occhiuto, governatore della Calabria e vicesegretario di Forza Italia, ha dichiarato: «Dobbiamo avere meno ansia per tesseramento e congressi e, forse, un po’ di ansia in più per le idee che dobbiamo fornire al centrodestra». E poi: «Abbiamo 250 mila tesserati, quanti ne ha Fratelli d’Italia, ma un po’ di voti in meno. Dovremmo tentare di avere qualche voto in più con una attenzione minore a tesseramento e congressi». Il dossier sui congressi, assicurano dentro FI, sarà certamente uno degli argomenti di discussione tra Tajani e Marina Berlusconi, quando finalmente ci sarà l’incontro. Nel frattempo i due continua a sentirsi, anche tramite Gianni Letta.

Caso Delmastro, si dimettono Chiorino e Franceschini

Un’altra giornata di dimissioni sulla scia dell’inchiesta che ha coinvolto la società Le 5 forchette – che controllava il ristorante Bisteccheria d’Italia di Roma -, all’attenzione della magistratura perché sospettata di riciclare soldi della criminalità organizzata. Lunedì 30 marzo 2026 si sono dimessi Elena Chiorino (che aveva già lasciato nei giorni precedenti la vicepresidenza della Regione Piemonte e ha ora lasciato anche il ruolo di assessora regionale) e Cristiano Franceschini, che ha abbandonato l’incarico di assessore di Biella. I due erano soci, insieme al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, de Le 5 forchette.

Chiorino: «Continuerò a difendere la mia onorabilità sociale e onestà personale»

«Ho comunicato al presidente Alberto Cirio la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili. È una scelta che assumo per senso di responsabilità e per il bene della Regione Piemonte, della maggioranza di centrodestra e del mio partito, Fratelli d’Italia», ha scritto Chiorino. «Sono una persona perbene e non posso accettare che vengano strumentalizzate le evoluzioni di un’indagine che riguarda terze persone, e non la sottoscritta. Non posso accettare che, senza alcuno scrupolo, si tenti di colpire la mia persona, mettendo in discussione l’azione amministrativa portata avanti in questi anni e coinvolgendo, in modo irresponsabile, anche persone estranee». E ancora: «L’ultimo presunto scoop consisterebbe nel fatto che forse domani potrebbe essere nominata una persona di mia conoscenza in ente legato agli Special Olimpics, con emolumenti zero e in assenza di altre candidature nei termini previsti dalla legge. Faccio un passo indietro a testa alta, nella consapevolezza della mia correttezza e del lavoro svolto al servizio delle istituzioni. Continuerò a difendere le mie idee dal gruppo di Fratelli d’Italia e la mia onorabilità sociale e onestà personale, contro ogni eventuale forma di sciacallaggio, in tutte le sedi».

Franceschini: «Ho commesso una leggerezza, mi scuso con i cittadini

Queste invece le parole di Franceschini: «Ho comunicato al sindaco Marzio Olivero la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili da assessore. È una scelta che assumo con responsabilità, mettendo al primo posto il Comune di Biella, la serenità dell’azione amministrativa e il rispetto verso il mio partito, Fratelli d’Italia». «Nelle ultime settimane», ha sottolineato in una nota, «si è assistito a una polemica che ha oltrepassato ogni limite, trasformando una vicenda personale, affrontata con trasparenza e senza alcuna malizia, in un attacco mediatico costruito su insinuazioni e accuse prive di qualsiasi fondamento. Sono state usate parole gravi e inaccettabili, senza riscontro nei fatti, con l’unico obiettivo di delegittimare la mia persona e il lavoro svolto. Rivendico con fermezza la correttezza del mio operato, non vi è stato nulla di irregolare o opaco. Nel momento in cui sono venuto a conoscenza di elementi che prima ignoravo, ho agito subito, senza esitazioni, prendendo le distanze e assumendo le decisioni necessarie».

Caso Delmastro, si dimettono Chiorino e Franceschini
Cristiano Franceschini con Giorgia Meloni (Facebook).

Infine: «Ho commesso una leggerezza, e me ne assumo la responsabilità. Per questo rivolgo le mie scuse ai cittadini. Non accetto però che si tenti di trasformare questa vicenda in uno strumento per infangare me e le istituzioni attraverso ricostruzioni distorte. Per questo mi tutelerò in tutte le sedi opportune, affinché la verità venga ristabilita. Lascio il mio incarico a testa alta, consapevole dell’impegno garantito in questi anni e del fatto che sono una persona perbene. Continuerò a difendermi con determinazione, contrastando ogni forma di strumentalizzazione».

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare

È il gran gioco della politica, gli scacchi dei palazzi del potere: stiamo parlando dell’elezione del presidente della Repubblica. Prematuro e inelegante verso l’attuale Presidente? Sì, certo, anche perché il mandato di Sergio Mattarella scade a gennaio 2029. Ma nessuno può arrivarci impreparato e dunque chi sa come funzionano i meccanismi più raffinati sa che bisogna restare sotto coperta fino all’ultimo, preparandosi però con sette anni d’anticipo.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

La vittoria referendaria riscalda il campo largo

Se da mesi si discute dietro le quinte della possibilità di un capo dello Stato di centrodestra in caso di nuova vittoria a stragrande maggioranza di Giorgia Meloni, magari complice una legge elettorale con un cospicuo premio di maggioranza, dal risultato del referendum anche nel centrosinistra si sono riaffacciate vecchie speranze. E dunque il numero dei papabili è raddoppiato di colpo, in un tiepido pomeriggio di fine marzo, andando da Meloni a Mario Monti, da Ignazio La Russa a Paolo Gentiloni. Nomi insomma non ne mancano, sia a destra sia a sinistra, senza dimenticare il centro.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
Giorgia Meloni con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

La priorità è evitare le figuracce del 2013 e del 2022

Ma di nomi ce n’erano a bizzeffe anche nel 2013 e nel 2022, quando per l’imperizia politica e i giochi di palazzo si è dovuto chiedere il sacrificio del bis prima a Giorgio Napolitano e poi a Sergio Mattarella. Dunque la prima lezione che i due schieramenti stanno studiando è tecnica: come evitare figuracce anche questa volta. Molto dipenderà dunque dalla legge elettorale, molto dipenderà dal risultato delle prossime elezioni politiche, ma tanto passerà anche dai rapporti che si sapranno tessere tra coalizioni, partiti, gruppi di influenza nei prossimi tre anni.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).

Da La Russa a Mantovano: chi sale nel centrodestra

Ma tornando ai nomi, in caso di vittoria netta di uno dei due schieramenti, la maggioranza che verrà potrebbe eleggersi il ‘suo’ presidente. Esercizio rischioso, come possono confermare i testimoni della Prima e della Seconda Repubblica, perché un manipolo di franchi tiratori può impallinare anche il candidato più forte. Ma scontando questa avvertenza, in caso di vittoria di centrodestra i nomi che circolano sono quelli della premier, di La Russa, di Antonio Tajani, di Alfredo Mantovano, di Giancarlo Giorgetti e di Lorenzo Fontana.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
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Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
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Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare

I papabili del campo largo e gli ex bipartisan

Nel centrosinistra, in caso di vittoria del campo largo, l’elenco si allunga: si va da Walter Veltroni e Dario Franceschini a Paolo Gentiloni e Pier Luigi Bersani, tra i politici; da Franco Gabrielli ad Andrea Riccardi tra i profili ‘tecnici’.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
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Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare

Se invece, per forza o per scelta, si cercasse una figura bipartisan, con amici sia di qua che di là e comunque senza troppi nemici, l’elenco comprende alcuni ex premier che sono stati sostenuti da maggioranze trasversali, da Mario Monti a Mario Draghi (già deluso per la mancata candidatura nel 2022) fino a Enrico Letta.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
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Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare

Le seconde linee: Casini e Crosetto

Rispettando invece la vecchia regola che al Quirinale non sale mai un leader di primo piano ma uno di seconda linea, ecco Pierferdinando Casini e Guido Crosetto. Insomma, i nomi non mancano, ma come è stato chiaro fin dall’elezione di Enrico De Nicola e Luigi Einaudi, e soprattutto dalle sonore bocciature di leader del calibro di Giulio Andreotti, l’importante non è il curriculum ma la strategia e sulla carta ci sono ancora tre anni per metterla a punto.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
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L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto

In un governo che sta perdendo pezzi, con Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi dimissionati e Daniela Santanchè costretta a fare le valigie, c’è chi ritiene che sia il momento giusto per giocare una nuova mano. Guido Crosetto, ministro della Difesa, reduce dalla riforma della sanità militare che ha mandato su tutte le furie l’Arma dei Carabinieri, sarebbe pronto a calare un’altra carta. E che carta.

L’ipotesi di Barbara Caputo alla presidenza del CASD

Secondo Radio Fante, la rete informale che nelle caserme italiane funziona meglio di qualsiasi bollettino ufficiale, il ministro avrebbe in animo di piazzare la professoressa Barbara Caputo alla presidenza del CASD, il Centro Alti Studi per la Difesa. Per chi non mastica queste sigle, il CASD è l’istituzione che dal 1949 forma la classe dirigente militare del Paese. Una storia lunga 77 anni, con 33 presidenti di cui non uno — dicasi uno — è mai stato un civile. Generali di corpo d’armata, ammiragli di squadra, generali di squadra aerea: sempre e solo uomini con le stellette.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Barbara Caputo (Imagoeconomica).

Chi è la prof esperta di IA e collaboratrice di Crosetto

La professoressa Caputo, che Crosetto ha presentato al mondo come «la più grande esperta italiana di intelligenza artificiale», ha un curriculum di tutto rispetto: La Sapienza, KTH di Stoccolma, EPFL di Losanna e il Politecnico di Torino, dove dirige l’AI-Hub. Dal 2023 siede nel gabinetto del ministro come consigliere per l’intelligenza artificiale, con un compenso annuo lordo di 90 mila euro. Incarico di collaborazione conferito con decreto del 31 marzo 2025, decorrenza dal 23 aprile dello stesso anno fino al termine del mandato governativo. Novantamila euro per orientare il ministro nelle scelte sull’IA applicata alla Difesa: la collaboratrice più pagata del gabinetto dopo la capo segreteria.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Barbara Caputo (Imagoeconomica).

Il rischio di cortocircuito al Centro Alti Studi della Difesa

Il problema però non è il curriculum di Caputo, né il suo compenso. Il problema è che al CASD arrivano generali e ammiragli da mezzo mondo per programmi di alta formazione militare. Ufficiali che si aspettano di trovare alla presidenza un pari grado, qualcuno con cui condividere un linguaggio, un’esperienza. Trovarsi di fronte a una professoressa universitaria, per quanto autorevole nel suo campo, rischia di creare un cortocircuito protocollare e relazionale che nessuno al CASD ha mai dovuto gestire.

I rapporti tesi tra Crosetto e intelligence

E qui si arriva al cuore della faccenda. Perché questa mossa non sarebbe un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di una guerra di posizione che Crosetto combatterebbe da oltre due anni contro le strutture dell’intelligence italiana. Che le relazioni non siano esattamente distese lo dimostrano alcune uscite ministeriali. Nel gennaio 2024, Crosetto dichiarò al procuratore di Perugia di avere rapporti «non particolarmente buoni» con l’Aise. Nell’ottobre dello stesso anno lanciò accuse gravissime su possibili attività di dossieraggio nei suoi confronti. Nel giugno 2025 depositò un esposto alla Procura di Roma. Poi nel febbraio 2026, il caso Dubai: il ministro della Difesa si trovava negli Emirati anche se l’intelligence valutava come «altamente probabile» un attacco all’Iran almeno da gennaio, come dichiarato dal direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, a margine della presentazione della Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza. Una cronologia che ha portato L’Espresso a parlare di «guerra fredda nel governo» e Il Foglio a documentare come Alfredo Mantovano abbia fatto asse con Matteo Piantedosi per blindare l’Aise e stoppare ogni tentativo di Crosetto di mettere le mani sul perimetro cyber.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Giovanni Caravelli (Imagoeconomica).

Il caso Palantir Gotham

E qui entra in campo la professoressa Caputo, che nel suo ruolo di consigliere promuove la necessità di un’IA sovrana e autonoma per le Forze armate italiane e collabora attivamente con Teledife, la Direzione informatica, telematica e tecnologie avanzate del ministero. Teledife nel 2024 ha stipulato un contratto da un milione di euro per licenze Palantir Gotham con «procedura negoziata» e «secretata», come scoperto da Domani. Nessuna informazione pubblica, neanche sulla durata del contratto per questioni di “sicurezza”. Palantir Gotham è il software di sorveglianza e analisi dati di Peter Thiel, lo stesso che a metà marzo è venuto a Roma a tenere seminari sull’Anticristo a Palazzo Taverna, beccandosi il rifiuto dell’Angelicum e un contrappunto papale in tempo reale. Una piattaforma utilizzata anche dall’Ice negli Usa e dagli israeliani a Gaza, che il tribunale costituzionale tedesco ha dichiarato incostituzionale per violazione del diritto all’autodeterminazione informativa, e che l’esercito svizzero ha rifiutato per il timore che i propri dati finissero nelle mani sbagliate attraverso il sistema Onyx. A questo si aggiunga che a marzo 2025 la Nato ha formalizzato l’acquisizione del Palantir Maven Smart System: i sistemi italiani dovranno dialogare con quelli dell’Alleanza, rendendo la dipendenza non più una scelta ma un vincolo.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Peter Thiel (foto Imagoeconomica).

Sovranità tecnologica o dipendenza dal fornitore americano?

La contraddizione è lì, e non è piccola: predicare sovranità tecnologica e contemporaneamente acquistare un sistema che crea dipendenza strutturale dal fornitore americano, che richiede ingegneri Palantir in loco per funzionare, e dal quale, come dicono gli analisti, uscire costa più che restare. È lecito domandarsi se dietro la retorica dell’autonomia non si stia costruendo, nei fatti, un sistema chiuso e dipendente, gestito al riparo dal controllo dei Servizi e di Palazzo Chigi. Intanto Meloni, che ha fatto piazza pulita di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè, sembra aver inaugurato una stagione in cui la permanenza al governo non è più scontata per nessuno. Radio Fante, da parte sua, continua a trasmettere. E il segnale, stavolta, è piuttosto nitido.

La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani

Meno male che era un voto nel merito e che non avrebbe avuto ripercussioni politiche. La verità è che, a una settimana dalla vittoria del “no”, la furia post débâcle referendaria di Giorgia Meloni non si è ancora placata. E, dopo aver travolto partiti e governo (con le teste rotolate dei vari Delmastro, Bartolozzi, Gasparri e Santanchè), ora è pronta ad abbattersi anche sulle partecipate di Stato, nell’imminente e decisiva tornata di nomine che inizia nella primavera 2026, l’ultima prima delle Politiche che sono fissate nel 2027 (a meno di irresistibili voglie di elezioni anticipate). Come cambia il vento dopo una batosta alle urne tipo quella sulla riforma della giustizia: le poltrone degli amministratori delegati prima del 22-23 marzo sembravano confermate in blocco, e al massimo si parlava di cambiamenti nelle caselle delle presidenze. Ora sono finite tutte in discussione. Scatenando il panico nei palazzi del potere.

La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
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La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani

Un nome forte dell’autorevole viatico di Fazzolari

In uno stato di fibrillazione permanente, a radio nomine rimbalza con insistenza la voce di una candidatura di Alessandro Ercolani, capo di Rheinmetall Italia (colosso tedesco degli armamenti, che sta facendo affari con questo boom dell’industria bellica in Europa) al posto di Roberto Cingolani, forte dell’autorevole viatico di Giovanbattista Fazzolari, ascoltatissimo (da Giorgia) sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri. Non proprio un’idea geniale quella di sostituire l’ad della più importante azienda della Difesa in tempi di guerra (chiedere al ministro Guido Crosetto, che infatti non vuole nemmeno tornare alle urne vista la «drammatica situazione internazionale», di cui però non si era prontamente accorto quando era volato a Dubai). Ma tant’è.

La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani

Il giro di poltrone dovrebbe chiudersi complessivamente tra aprile e giugno. Per la presidenza di Leonardo, adesso affidata a Stefano Pontecorvo, si parla invece di Elisabetta Belloni, che fino a un anno fa guidava il Dis, e di Stefano Cuzzilla, ora al vertice di Trenitalia.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno

Quando di mezzo ci sono gli ex diccì, è sempre un’adunata buona per esercitarsi con un po’ di sano totonomi. E così al Dc Pride dell’Eur andato in scena a Roma domenica 29 marzo si è fantasticato parecchio. Innanzitutto sulla solita giostra Quirinale, pronta a ripartire. I profili proiettati verso il Colle sono quelli di Giuliano Amato, Dario Franceschini, Mario Monti e Andrea Riccardi. Più la “riserva” Pier Luigi Bersani. Anche se, ci mancherebbe, la presidenza della Repubblica è ben salda nelle mani di Sergio Mattarella. Ma, oltre al futuro capo dello Stato, chissà che tra i Popolari con la “balena bianca” nel cuore non si possa pescare anche il nuovo federatore del centrosinistra. Evitando così che Elly Schlein e Giuseppe Conte si scannino alle Primarie, logorandosi. A lanciare il sasso è stata Rosy Bindi, che parlando al Corriere della sera ha detto: «Io vorrei qualcuno che li metta insieme perché, con queste premesse, questi non si mettono nemmeno a un tavolo». Ed ecco che si parla quindi di “carta coperta“, «qualcuno che apparecchi la tavola, altrimenti le elezioni non si vincono». Già, ma chi? «È un papa, non una papessa». Niente sindaca di Genova Silvia Salis. «Io il nome ce l’ho in testa», ha dichiarato con fare misterioso Bindi. «Se c’è una possibilità che questa cosa riesca è che il nome non lo faccia io». Va bene, ma quindi? Magari si potrebbe pescare tra qualcuno di quelli avvistati alla riunione capitolina dei vecchi amici democristiani (di allora e di oggi). Franceschini teneva banco, con la collaborazione di Pier Ferdinando Casini, per evocare la segreteria targata Benigno Zaccagnini, dal 1975 al 1980, durante il periodo del compromesso storico. «Questo incontro», ha però sottolineato l’ex ministro dei Beni culturali, «non vuol avere connotazioni politiche attuali. Riguarda la memoria». Tanto ci pensano gli altri a fare qualche elucubrazione. Anche perché è stato avvistato un nome spesso associato al ruolo di facilitatore e mediatore del campo largo: Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, che aveva appena lasciato gli studi romani di La7. Presente Giovanni Minoli con i suoi filmati d’epoca, in compagnia di Beppe Sangiorgi, memoria storica della Democrazia cristiana: particolare da sottolineare, il fondatore di Mixer aveva accanto a sé Salvo Nastasi, lettiano doc. Immancabili poi Gianfranco Rotondi, Carlo Giovanardi, Giuseppe Gargani, Leoluca Orlando, Vincenzo Scotti, Carlo Fracanzani, Calogero Mannino, Angelo Sanza. Ma anche Bruno Tabacci, Lorenzo Cesa, Simone Guerini, Giovanni Bachelet, Sergio D’Antoni. Fanfaniani assenti. Per la serie “gli eredi di”, ecco Antonia De Mita, Serena Andreotti, Alessandro Forlani, Flavia Piccoli Nardelli, Livia Zaccagnini. Dulcis in fundo, Silvia Costa, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e il mattarelliano Pierluigi Castagnetti. A suggellare la reunion, l’inno storico della Dc: “O Bianco Fiore” (non Michaela, l’ex berlusconiana animalista). Da questo arzillo gruppo uscirà qualche nome spendibile per Quirinale o Palazzo Chigi?

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
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Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno

Calta si mette a tavola

Il costruttore ed editore Francesco Gaetano Caltagirone è pronto alla guerra di Mps, dove sembra poter tornare in pista l’amministratore delegato uscente Luigi Lovaglio. E a tavola certo non si tira indietro, presentandosi al ristorante Rinaldi al Quirinale, meta di gourmet e potenti. Immancabile la fotografia con i proprietari del locale, che si trova a poca distanza dal quartier generale di Caltagirone.

Con Anas Gemme salva i cani

«Anas salva in media un animale ogni cinque giorni dal pericolo di essere investito e ucciso», racconta l’ad Claudio Andrea Gemme, e «in Italia il fenomeno dell’abbandono degli animali lungo le strade rappresenta una grave emergenza perché mette a rischio la loro vita e quella degli utenti. Negli ultimi anni abbiamo intensificato le attività di monitoraggio e intervento in collaborazione con le autorità locali e le associazioni del settore». E dal 3 aprile nasce DogLand – Anas, nel parco divertimenti MagicLand, dove i cani potranno muoversi, giocare e rilassarsi in sicurezza, sempre accompagnati dalle famiglie. Un’area completamente recintata e «realizzata con erba sintetica di alta qualità», dotata di zone ombreggiate, sedute e fontanella. Elemento distintivo, il “percorso agility” in legno a sei stazioni, progettato per stimolare movimento, gioco e interazione: pedana di attesa, pedana mobile, slalom, ostacolo regolabile, palizzata e anello fisso.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e l’ad di Anas Claudio Andrea Gemme (foto Imagoeconomica).

Quel Piano Staff House che piaceva a Santanchè

Era il suo fiore all’occhiello, Daniela Santanchè ci teneva tantissimo: quel nuovo bando per riqualificare e creare strutture abitative a canone calmierato, con le domande pronte a partire dal 2 aprile, doveva sancire il suo dominio assoluto nel settore turistico. E invece niente: dimissioni forzate, volute dalla premier Giorgia Meloni, e addio al ministero del Turismo. Si trattava del Piano Staff House, uno stanziamento di 54 milioni di euro destinati alla riqualificazione, all’ammodernamento e alla realizzazione di alloggi per i lavoratori del settore turistico. Il provvedimento «punta a rispondere a una delle criticità più rilevanti del comparto: la difficoltà di accesso a soluzioni abitative sostenibili, soprattutto nelle località a forte vocazione turistica», all’interno di uno stanziamento complessivo di 120 milioni di euro. Ci sono i contributi per la locazione, già attivati nel 2025, e adesso anche i contributi per gli investimenti strutturali, oggetto del nuovo bando. Con la voglia di dare una casa “a chilometro zero” a tutti coloro che lavorano nel comparto turistico. Santanchè ci teneva tanto a comunicarlo: ora ci penserà direttamente la presidente del Consiglio, grazie all’interim.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
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Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno

Andrea Pisani? È ovunque

Era a Le Iene, a Mediaset, nella puntata dove si parlava tra l’altro della morte di David Rossi: sarà perché deve promuovere il suo film, ma Andrea Pisani, attore e cabarettista, non conosce soste ed è presente ovunque, nel piccolo schermo e non solo. Eccolo in collegamento con Fiorello, a La Pennicanza su Rai Radio 2: come giri canale, Pisani c’è. Ha un ottimo ufficio stampa, indubbiamente. E le sue dichiarazioni vengono veicolate ovunque: dopo aver scherzato su alcune critiche personali e su Max Angioni, Pisani non manca mai di colpire Raoul Bova, che ora ha una relazione con Beatrice Arnera. Ex di Pisani.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il comico Andrea Pisani tra i protagonisti del film Cena di classe, regia di Francesco Mandelli (foto Ansa).

Olio per Anna Falchi

Nella Capitale, nella Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano della Camera di Commercio di Roma, alla cerimonia ufficiale di premiazione dei vincitori del “Premio Roma Evo”, ossia il concorso regionale per i migliori oli extravergine di oliva del Lazio, c’era Anna Falchi. Ha anche partecipato il senatore Giorgio Salvitti, consigliere del ministro all’Agricoltura, alla Sovranità alimentare e alle Foreste, Francesco Lollobrigida. C’era pure Giancarlo Righini, assessore regionale al Bilancio, programmazione economica, agricoltura e sovranità alimentare, caccia e pesca, parchi e foreste.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Anna Falchi (Imagoeconomica).

Mario Adinolfi si candida a sindaco di Prato

Mario Adinolfi ha annunciato che si candiderà come sindaco di Prato alle elezioni comunali del 24 e 25 maggio 2026. «L’assemblea nazionale del Popolo della famiglia me lo ha chiesto e io ho accettato», ha detto in un video messaggio. «Siamo reduci da una battaglia politica difficilissima combattuta in Veneto proprio dove scorre il Piave (ndr il filmato inizia con un verso della Canzone del Piave), chiusa portando il Popolo della famiglia oltre il 5 per cento alle suppletive per la Camera dei Deputati», ha continuato. «Il 24 maggio si vota per le amministrative. 12 delle 18 principali città italiane sono governate dal Pd, di queste l’unica che va alle urne è Prato. Ci va perché il sindaco del Pd Ilaria Bugetti si è dovuta dimettere in quanto indagata in una pesantissima inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Firenze, accusata di essere stata corrotta da un importante imprenditore massone».

«Prato città corrotta e con pulsioni mafiose, proporremo un percorso di rinascita morale»

Quindi l’annuncio: «Il Popolo della famiglia si candida a Prato per chiedere in particolare ai cattolici di uscire dalle catacombe e venire in battaglia con noi per dare con il voto l’occasione di una catarsi per una città corrotta, attraversata da pulsioni mafiose che non sono quelle solo della vicenda Bugetti ma intersecano l’intero tessuto sociale. Proporremo alla città un percorso di rinascita morale contro ogni consorteria e massoneria a partire dalle 70 parrocchie della città, con un programma preciso che illustreremo ai pratesi l’11 aprile prossimo all’Art Museum alle ore 11». E ancora: «Obiettivo politico del Popolo della famiglia è raccogliere una percentuale determinante dei voti e togliere l’amministrazione di Prato a una sinistra che dopo questo fatti deve stare ferma almeno un giro e rendere caso nazionale il più importante capoluogo toscano che va al voto. Un laboratorio politico che evidenzi (come è già accaduto in Veneto) la fine della diaspora dei cattolici e il rafforzarsi di un soggetto politico di ispirazione cristiana determinante per la costruzione di un’area di governo alternativa al Pd».

Crosetto frena Meloni: il ministro della Difesa dice no al voto anticipato

Dopo la batosta del referendum Giorgia Meloni spinge per il voto anticipato, ma i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini sono contrari. E non solo loro: a fare muro è anche Guido Crosetto. Durante un’intervista a Repubblica incentrata sulla sconfitta del Sì, a una domanda in merito il ministro della Difesa ha infatti risposto: «Se non ci fosse una situazione internazionale così drammatica penso saremmo andati tutti volentieri al voto per vedere se davvero gli italiani vorrebbero affidarsi ad altri».

Crosetto frena Meloni: il ministro della Difesa dice no al voto anticipato
Giorgia Meloni e Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Crosetto: «Il voto anticipato spaventa più il campo largo che noi»

Crosetto ha poi aggiunto, sempre a proposito di un ritorno alle urne prima della fine della legislatura: «Il voto anticipato penso spaventi più il campo largo che il centrodestra, visto come si stanno muovendo e viste le differenze totali tra di loro, ma in questo momento il senso di responsabilità ci impone di lavorare per affrontare le varie crisi in atto».

Crosetto frena Meloni: il ministro della Difesa dice no al voto anticipato
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

L’analisi della sconfitta del Sì da parte del ministro della Difesa

Il cofondatore di Fratelli d’Italia ha inoltre escluso che alla vittoria del No abbia contributo il feeling tra Meloni e Donald Trump: «Questa storia, usata per delegittimare il governo, non so se sia più ridicola o più pretestuosa al limite dell’offesa». Piuttosto, ha evidenziato, la sconfitta della maggioranza nasce dal fatto che «il nostro è un Paese che si unisce più facilmente dietro ai No». Pur sottolineando che l’esito del referendum «deve far riflettere», il ministro della Difesa ha infine aggiunto che «il fronte del No ha unito tante cose diverse, tra loro spesso incompatibili o, addirittura, antitetiche».

Partecipate, parte il risiko delle nomine: oltre 100 le poltrone da assegnare

Tra aprile e giugno 2026, il governo dovrà occuparsi dei rinnovi dei vertici delle partecipate, assegnando complessivamente 112 posti da consigliere distribuiti in 79 società. Gli occhi sono puntati soprattutto su Leonardo, oggi guidata da Roberto Cingolani, la cui posizione di amministratore delegato è ora meno salda rispetto a qualche tempo fa. Tra i possibili sostituti, secondo le voci che rimbalzano in ambienti politici e industriali, quello con più chance è considerato Pierroberto Folgiero, ad e dg di Fincantieri che ha appena chiuso il 2025 con un bilancio da “record” e l’utile netto “più alto di sempre”. Ma si parla anche di Alessandro Ercolani, amministratore delegato di Rheinmetall Italia. Per la presidenza, ora affidata a Stefano Pontecorvo, circolano i nomi di Elisabetta Belloni, che fino a un anno fa guidava il Dis, e Stefano Cuzzilla, ora al vertice di Trenitalia.

Da Terna a Eni ed Enel, le principali partite

Tra le partecipate di primo livello c’è anche Terna, dove potrebbe essere confermata come amministratore delegato Giuseppina Di Foggia. Anche in Eni non dovrebbe cambiare l’ad Claudio Descalzi, mentre alla presidenza potrebbe essere scelto il comandante generale della Guardia di finanza Andrea De Gennaro al posto di Giuseppe Zafarana. Stesso discorso per Enel, dove l’ad Flavio Cattaneo dovrebbe essere confermato mentre è meno stabile la posizione del presidente Paolo Scaroni. Tra i vertici da rinnovare anche quelli di Poste italiane – circola l’ipotesi di confermare l’ad Matteo Del Fante e la presidente Silvia Rovere.

Le notti agitate di Meloni: Salvini e Tajani frenano sul voto anticipato

A mezzanotte, sai, al referendum penserò. Ovunque io sarò, punirò il No. Ormai suonano come una variante di Una carezza in un pugno i sabati sera di Giorgia Meloni.

Le notti agitate di Meloni: Salvini e Tajani frenano sul voto anticipato
Giorgia Meloni (Ansa).

Il deputato dell’Ars siciliana, Ismaele La Vardera, ha rivelato di aver ricevuto dalla premier un messaggio su WhatsApp a mezzanotte e venti, nella notte tra sabato e domenica. La premier gli avrebbe reinoltrato il video in cui lui criticava l’impugnazione da parte del Consiglio dei ministri della legge siciliana che stanziava 40,8 milioni di ristori per i danni del ciclone Harry, sostenendo che si trattasse di una «ritorsione nei confronti di una Regione che ha maggiormente votato no al referendum». «Che modo vergognoso di fare politica, il cambiamento…», avrebbe commentato Meloni, riferendosi al filmato dell’ex Iena La Vardera, salito alle cronache della politica nazionale nel 2017 quando si candidò a sindaco di Palermo per Lega e Fratelli d’Italia e poi si scoprì che il suo obiettivo era girare un documentario su quell’esperienza (la Lega non la prese bene e lo portò in tribunale ma il giudice gli diede ragione).

Salvini e Tajani contro le elezioni anticipate

Insomma, sarà stata anche l’ora legale, ma le serate della premier non paiono proprio serene negli ultimi tempi. Anche il giorno prima, venerdì, nella villa del Torrino, periferia sud di Roma, non si può dire regnasse armonia. Ospiti della serata i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il piatto portante della cena non era allegro: la discussione, tra un piatto e l’altro, si è concentrata sui temi ‘rimpasto sì, rimpasto no’ e ‘voto anticipato sì o voto no’. Se c’è una mancanza imputabile alla premier in questi ultimi anni è la carenza di strategia. Scegliere di accantonare la riforma del premierato e di portare avanti una battaglia non sua (ma di Forza Italia), ovvero quella sulla giustizia, non ha certamente premiato. E su questo, nella sera del Torrino, la recriminazione dei vice è stata netta: d’ora in poi, basta cannibalizzarci, ognuno deve portare avanti le sue battaglie – è stato il discorso condiviso da Salvini e Tajani -, e non tentare di intestarsi quelle degli altri. La cena a tre è servita poi per un confronto sulle ipotesi sul tavolo. Meloni voleva capire cosa pensassero i due vice della possibilità di voto anticipato o di un rimpasto. Stando a quanto apprende L43, i due osteggerebbero entrambi l’ipotesi di un ricorso alle urne, mentre sarebbero più aperti alle ipotesi di cambiamento nella squadra di governo, ma le richieste che pongono complicano anche questa seconda strada.

Le notti agitate di Meloni: Salvini e Tajani frenano sul voto anticipato
Matteo Salvini e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Giorgetti spinge per il ritorno alle urne

In particolar modo, il segretario leghista sarebbe contrarissimo al voto anticipato, auspicato da una parte di Fratelli d’Italia e dal ministro leghista Giancarlo Giorgetti. Da giorni il titolare del Mef va dicendo che ormai conviene far cadere tutto e lasciar scegliere gli elettori. Più si va avanti, più le cose peggioreranno, sottolinea, vedrete quando dovremo fare lo scostamento di bilancio per mantener fede agli impegni presi sulla spesa per la difesa. Tentiamo ora, aggiunge, se vincono gli altri, vediamo Bonelli e Fratoianni alla prova. Di diverso avviso sono il segretario e i salviniani più ortodossi, che ricordano come il Papeete del 2019 sia partito da un discorso del tutto simile a quello di Giorgetti. A dividere il titolare del Mef e gli altri eletti al Nord dalla segreteria del partito è anche la nuova legge elettorale, di cui il capo di via Bellerio sarebbe un grande tifoso, convertito dagli eletti al Sud.

Le notti agitate di Meloni: Salvini e Tajani frenano sul voto anticipato
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il segretario leghista vorrebbe Zaia al Mimit, ma l’ex Doge frena

Anche il capitolo rimpasto è un potenziale cahier de doléance per la maggioranza. In primo luogo perché, non appena si apre la discussione, Salvini ricorda come abbia dovuto cedere la poltrona di ministro dell’Interno per il processo Open Arms da cui però è stato assolto. Una rivendicazione che rischierebbe di aprire il vaso di Pandora della maggioranza perché darebbe il via a tutta un’altra serie di richieste da parte di FI. Non che Salvini avanzi le pretese sul Viminale per far fallire la trattativa. Il capo leghista non sarebbe affatto contrario a un ingresso in squadra, per esempio, di Luca Zaia, al Mimit al posto di Adolfo Urso che traslocherebbe al Turismo. Ma, come spesso accade, è Zaia a non condividere l’ipotesi avallata da Salvini. L’ex governatore del Veneto trova molto rischioso il fatto che la Lega si faccia carico di tutti i ministeri economici in un momento congiunturale così difficile per le guerre in corso e la fine dei fondi del Pnrr. E poi non si può trascurare l’aspetto economico: un ministro non parlamentare guadagna tra i 4.500 e i 5.000 euro al mese, a fronte di una cifra quasi doppia che Zaia percepisce come presidente del Consiglio regionale veneto restando peraltro a casa sua.

Le notti agitate di Meloni: Salvini e Tajani frenano sul voto anticipato
Luca Zaia (Imagoeconomica).

I ministri in bilico: oltre Urso, Schillaci e Calderone

Per la casella del Turismo lasciata libera da Daniela Santanchè resta quindi in pole un tecnico d’area come la presidente dell’Enit Alessandra Priante, o c’è l’ipotesi di promuovere il deputato di FdI Gianluca Caramanna a sottosegretario. Le deleghe al Dap e alla Penitenziaria che aveva Andrea Delmastro potrebbero essere distribuite tra il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto e il sottosegretario Andrea Ostellari, anche se non è esclusa la nomina di un altro sottosegretario (Sara Kelany, Ciro Maschio o Carolina Varchi). Ad Annalisa Imparato, pm di Santa Maria Capua Vetere che si è spesa per il Sì, potrebbe essere affidata la direzione generale di un dipartimento di Via Arenula. Per evitare il rischio di logoramento, è uno dei ragionamenti che si fanno in ambienti di governo, potrebbe non bastare cambiare qualche casella. Nella maggioranza sono comunque ancora diffuse le voci su ministri in bilico, oltre a Urso, Orazio Schillaci ed Elvira Calderone.

Le notti agitate di Meloni: Salvini e Tajani frenano sul voto anticipato
Le notti agitate di Meloni: Salvini e Tajani frenano sul voto anticipato
Le notti agitate di Meloni: Salvini e Tajani frenano sul voto anticipato

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.

Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50

I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.

La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti

La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.

No alla società paternalistica e repressiva di Meloni

Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile

Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.

Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale

Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.

Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta

Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un flash-mob delle Sardine nel 2019 (foto Ansa).

Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive

Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.

I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui

Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Il libro di Albert Camus.

Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.

Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati

Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).

Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra

La “cenciata” ricevuta da Giorgia Meloni è stata notevole. In cambio la presidente del Consiglio ha riversato la sua furia contro se stessa, o meglio contro il suo governo. Teste che saltano, richieste di dimissioni pubbliche dopo non essere riuscita a ottenerle in privato. Sembra una prova di forza ma è un’inevitabile prova di debolezza.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni nel suo messaggio post sconfitta referendaria (Fb).

Prima il problema era Salvini, poi Vannacci: ora è il resto d’Italia

La leader di Fratelli d’Italia vuole far vedere chi è che comanda. E visto che non ci riesce di fronte al Paese, è costretta a farlo almeno nel suo esecutivo, soprattutto nel suo partito. Sono di Fratelli d’Italia, o in quota FdI, quelli che hanno perso il posto. Questo potrebbe farci intuire qualcosa su quale sarà il destino della legislatura, che forse è già finita anche se si dovesse votare davvero nel 2027. Meloni non può non radicalizzarsi, perché prima il problema era Matteo Salvini, poi è diventato Roberto Vannacci, ora il problema è il resto dell’Italia. Il popolo sta con i magistrati, e come si fa a dare contro il popolo, quello che ti ha appena bocciato la riforma della separazione delle carriere dei magistrati?

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ex generale ora potrebbe servire e lui rilancia

Con Salvini, Meloni aveva raggiunto un punto d’equilibrio tenendolo a bada, soprattutto sulla politica estera, vera cartina di tornasole per capire se le cose funzionano in un matrimonio politico, cioè in una coalizione. Di Vannacci ha preferito accettarne le contraddizioni; il generale è in piena distonia sulla guerra con l’esecutivo, ma non lo si può mandare a farsi un giro, perché serve tutto, anche un partitino d’estremisti. Non gli si chiede niente, ma neanche gli si dice: arrivederci, grazie. Il generale in pensione stesso lo sa e adesso rilancia, aprendo pure a Firenze la prima sede provinciale italiana di Futuro Nazionale (all’inaugurazione, sabato, in piazza Tanucci, parteciperanno oltre a Vannacci, il coordinatore nazionale e consigliere regionale Massimiliano Simoni e il deputato Edoardo Ziello; sono attese manifestazioni e contestazioni da sinistra).

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La riscoperta del buon vecchio manettarismo di destra

Nell’accettare la presenza del vannaccismo, Meloni cerca di evitare di scoprirsi a destra, ma l’unico modo che ha per contrastarne lo spirito è radicalizzarsi. E qui potrebbe arrivare la novità più grossa dal referendum. La presidente del Consiglio potrebbe persino riscoprire il buon vecchio manettarismo di destra, che qualcuno dentro Fratelli d’Italia le consiglia di recuperare. In fondo aver ghigliottinato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè appartiene a quello spettacolo splatter che piace alle masse, che non vedono l’ora di vedere cadere i potenti, specie con disonore.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La premier rischia di autoisolarsi nel suo cerchietto magico

La campagna elettorale è appena cominciata, la presidente del Consiglio rischia di autoisolarsi, chiusa nel suo cerchietto ultra magico. Di Meloni si è sempre detto che è popolare, nel senso di vicina al popolo, di nazionalpopolare, capace di capire gli umori della gente, perché che cosa c’è meglio di essere stati una vita all’opposizione per una che si sente l’underdog della politica italiana? Il problema è che il Palazzo contamina, la prospettiva della presidenza del Consiglio può persino far prendere abbagli. C’è differenza fra il Paese legale e il Paese reale. Quello reale si è abbattuto, domenica e lunedì scorsi, su chi sembrava fosse attrezzata e pronta a tutto, dal cuore gitano di Andrea Giambruno al ciuffo incollerito di Donald Trump che attacca mezzo mondo – il Venezuela, l’Iran – e lei lì a fare l’amica degli americani. E invece Meloni ha scelto la via più semplice, ha scaricato i Fardelli d’Italia che avrebbe dovuto scaricare mesi fa e cerca una difficile riconferma alle elezioni politiche dell’anno prossimo, quando, è vero, non ci saranno i magistrati a dare una mano alla campagna elettorale del centrosinistra (forse), ma senz’altro non sarà tutto in discesa come è stato fin qui.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il consiglio del vecchio maestro Rampelli

Un leader accorto potrebbe anche sentirsi paradossalmente sollevato. In fondo la prima vera sconfitta è arrivata dopo quattro anni di governo e c’è ancora almeno un anno prima di raddrizzare la barca. È stata una sorpresa arrivata non all’ultimo, ma al penultimo momento. Forse Meloni fa in tempo a rispolverare il giustizialismo di destra, come sembra indicarle l’antico maestro Fabio Rampelli quando dice che la gente è interessata ai reati sociali, non a quelli mediatici. E ci siamo intesi.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Fabio Rampelli (Ansa).

Calenda contro Conte che attacca Meloni: «Tu scodinzolavi dietro a Trump»

Mentre Elly Schlein cerca di ricompattare le opposizioni, queste si dividono sulla spesa militare. Tutto è partito da un post di Giuseppe Conte che ha attaccato il governo di Giorgia Meloni per aver aumentato gli investimenti nella difesa. «Dopo giorni difficili per il governo», scrive il leader del M5s, «un riconoscimento per la premier: quello di Rutte della Nato per aver superato in un solo anno il 2 per cento del pil sulle spese militari». Conte specifica che si tratta di «45 miliardi» e di un aumento di «12 miliardi in un anno», e poi affonda: «E ora si corre verso il 5 per cento firmato da Meloni su spinta di Trump».

Calenda: «Dimostri di essere inadatto a fare il premier»

In risposta a queste sue dichiarazioni è arrivato un post di Carlo Calenda: «Magari. Avremmo bisogno di una difesa più forte e moderna. In realtà è una cosmesi contabile. Ti ricordo poi che l’obiettivo del 2 per cento è stato da te confermato quando eri Presidente del Consiglio e scodinzolavi dietro Trump. Questo post mostra chiaramente perché sei del tutto inadatto a ridiventarlo».

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno

La data del 7 aprile era evidenziata bene sull’agenda: doveva essere una grande festa, per il 65esimo compleanno di Daniela Santanchè. E invece tutto è stato rovinato dalle dimissioni «auspicate» dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un numero, quel 65, che nell”immaginario evoca il diritto ad andare in pensione, anche se poi l’addio al lavoro viene spostato sempre più in là. Così pare un “collocamento a riposo”, quello subito dall’ex Pitonessa, che per ora se ne sta in Versilia nel suo buen retiro a Marina di Pietrasanta. Santanchè intanto ha incassato anche l’appoggio ruvido di Vittorio Feltri che sul Fatto Quotidiano la definisce sì una «furbacchiona», ma «detto ciò», aggiunge, «ha ragione: questa cazzata qui del referendum, che cosa c’entra con le sue dimissioni? È un assurdità, una manovra politica insensata». Ma il 7 aprile è una data da cerchiare in rosso anche per Palazzo Chigi, visto che scadrà il taglio delle accise e andrà messo in conto un incremento di 25 centesimi. Ma tanto ormai il referendum è passato, ed è stato pure perso male.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Vittorio Feltri (Imagoeconomica).

Attenta Daniela, per Ignazio sei una «risorsa»

Ma quale sarà il futuro politico di Santanchè? Nonostante le voci che la vorrebbero in avvicinamento alla formazione di Vannacci, è quasi impensabile che l’ex ministra cambi mise, mollando il movimento a cui tiene tanto, come ha scritto nella missiva a Giorgia Meloni. A sgomberare il campo da retroscena fantasiosi ci pensa anche l’amico dell’ex Pitonessa Ignazio La Russa. Il presidente del Senato al Corriere lo esclude, «perché conosco Daniela e perché lei stessa nella sua lettera — che le rende giustizia e onore — ha scritto che per lei la cosa più importante era preservare l’amicizia con Giorgia e il futuro di FdI. E non si scrivono certe cose se si vuole andare via». La Russa va pure oltre. Daniela, assicura, «non sarà certo un peso» per il partito, ma una «risorsa». Visto l’uso che di quel termine si fa dalle parti della Fiamma (e pure di Via Bellerio), fossimo in Santanchè non dormiremmo sonni proprio sereni.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

La prima scivolata di Stefania Craxi

Appena ricevuto l’incarico di capogruppo al Senato, al posto del “defenestrato” Maurizio Gasparri, in nome di un fantomatico rinnovamento di Forza Italia, Stefania Craxi affrontando i cronisti ha ben pensato di uscirsene con una battuta (o lapsus): «Calma non scappo. C’è un plotone d’esecuzione davanti». Una citazione (involontaria, si spera) di Giusi Bartolozzi, l’ormai ex capo gabinetto di Carlo Nordio epurata proprio per aver usate le stesse parole contro la magistratura. Partiamo bene.

Del Debbio scherza su Vespa

La «cortese e sottomessa preghiera» che nella serata del 25 aprile Bruno Vespa ha rivolto ai vertici Rai perché altre trasmissioni di approfondimento dell’azienda non si sovrapponessero ai suoi spazi, non è passata inosservata. Per lo meno a Mediaset.

Giovedì sera infatti Paolo Del Debbio si è tolto un sassolino dalla scarpa. Anche lui aveva due appuntamenti su Rete4: Quattro di sera nel preserale e Dritto e rovescio in prima serata. E al termine del primo ha detto che non voleva sforare per non far imbufalire il conduttore che veniva dopo di lui. Cioè lui medesimo.

Chi è Antonio Mura, nuovo capo di gabinetto di Nordio

Sarà il magistrato in pensione Antonio Mura il nuovo capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio dopo le dimissioni di Giusi Bartolozzi. Quest’ultima, com’è noto, ha fatto un passo indietro dopo le polemiche per le sue frasi sulla magistratura come «plotone d’esecuzione», una volta certificata la sconfitta del centrodestra al referendum.

Chi è Antonio Mura, nuovo capo di gabinetto di Nordio
Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).

Chi è Antonio Mura

Il 72enne Mura, che era già consigliere giuridico di Nordio, diventa così il braccio destro operativo del Guardasigilli. Originario di Sassari, vanta una lunga esperienza nella carriera requirente. Ma ha anche esperienza come giudice. Nel corso dei decenni ha lavorato come sostituto procuratore della Repubblica a Livorno e poi come giudice in Corte d’Assise a Firenze. È stato inoltre componente del Consiglio superiore della magistratura. Successivamente ha ricoperto l’incarico di sostituto procuratore generale in Corte di Cassazione. Il via Arenula ha guidato diversi dipartimenti: giustizia minorile, organizzazione giudiziaria, affari di giustizia. La sua nomina verrà formalizzata nei prossimi giorni.

Chi è Antonio Mura, nuovo capo di gabinetto di Nordio
Antonio Mura (Imagoeconomica).

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda

È nella sconfitta, bruciante, netta, come quella patita dal centrodestra sul referendum, che si disegnano con più nettezza contorni, identità e anomalie. Come quella che incarna Forza Italia fin dai suoi inizi, la discesa in campo di Silvio Berlusconi che dette il fragoroso abbrivio alla Seconda Repubblica. Dal giugno del 2023 il Cav non c’è più, se non come culto della sua memoria e nome ancora inciso nel simbolo del partito che fondò, mentre l’eredità politica ed economica (Forza Italia non starebbe in piedi senza il sostegno del casato di Arcore) è passata dal padre alla figlia.

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Silvio Berlusconi alla scrivania mentre firma il contratto con gli italiani a Porta a Porta nel 2018 (Ansa).

Fuori Gasparri, dentro Craxi grazie a Lotito: un rinnovamento da boomer

Marina, che per sua stessa ammissione non possiede il carisma del genitore, ha però i soldi per poter determinarne i destini. Teorica di un rinnovamento dei vertici azzurri finora relegato più alle intenzioni che ai fatti, ora ha rotto gli indugi tagliando una testa pesante, quella di Maurizio Gasparri, e sostituendola con una dal cognome ingombrante, Stefania Craxi

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Un salto generazionale? Difficile farlo passare così, visto che la primogenita di Bettino ha 65 anni e il buon Gasparri 69. Diciamo allora che è un primo scossone al vetusto albero da cui dovrebbe cadere, prima o poi, la testa di Antonio Tajani. Si aggiunga, per dovere di cronaca, che il golpe non avviene per mano di un baldanzoso giovane di Forza Italia, ma via Claudio Lotito, anni 68, ovvero quasi coetaneo del decollato. Un affare tra boomer, insomma, di cui le successive generazioni fanno da spettatori. Si direbbe, dunque, che Forza Italia non è un partito per giovani, che tornano buoni un paio di volte all’anno quando si tratta di blandirne le bellicose quanto velleitarie idealità. Perciò, nel momento in cui Marina B decide che Gasparri incarna il vecchio che non avanza e decide di sostituirlo con Stefania C, fa un’operazione che riguarda meramente la catena di comando. Non è questione di idee, di rinnovamento, di presa d’atto che lo statuto identitario creato dal padre abbisogna di un robusto maquillage, se non di una completa rifondazione. 

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La gestione del partito ridotta a una questione di organigramma

In Forza Italia spa, sussidiaria del gruppo Fininvest, divisione “consenso elettorale”, il ricambio potremmo sintetizzarlo così: la presidente del consiglio di amministrazione della holding di famiglia convoca idealmente un cda e sposta una risorsa. Gasparri fuori, Craxi dentro. Con la stessa logica con cui si cambia un direttore di rete che non porta abbastanza share. Solo che qui il prodotto non è una delle fiction turche che tanto piacciono dalle parti di Cologno, ma un partito politico che dovrebbe rappresentare qualcosa di meno mercantile. Una visione del mondo, un’idea forte dell’Italia e del suo futuro, degli ideali senza i quali la politica si riduce, come diceva spesso la buonanima di Silvio, a teatrino. Invece sembra essere semplicemente una questione di organigramma. 

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
La torre Mediaset a Cologno Monzese (Ansa).

Con Marina si entra nella gestione successoria senza romanticismi

Il paradosso è antico quanto Arcore, ma ogni tanto torna a manifestarsi con una chiarezza quasi pedagogica. Forza Italia non è mai stata un partito azienda, nel senso in cui lo hanno battezzato fin dalla nascita i commentatori: struttura leggera, leadership indiscussa, la televisione come propellente del consenso che sostituisce circoli e sezioni sul territorio. È sempre stato qualcosa di più specifico e  inquietante: il partito dell’azienda. Come se la Fiat avesse fondato “Avanti Agnelli” e l’avesse tenuto in portafoglio accanto alle allora esistenti fabbriche di automobili o camion. Berlusconi, padre nobile e nume tutelare, possedeva oltre al pingue portafoglio, il genio ambiguo del fondatore. La sua figura si sovrapponeva in tutto e per tutto a quella del suo prodotto politico, compreso il conflitto d’interessi sempiternamente incarnato e irrisolto. Con Marina si è entrati invece nella fase della gestione successoria, che per definizione è sempre meno romantica dell’epopea fondativa

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

I berluscones sono politici o dipendenti?

E qui si apre la vera domanda, quella che nessuno nel centrodestra ha il coraggio di formulare ad alta voce: come fanno gli azzurri intellettualmente seri e dotati di fervida ispirazione politica a sopportarlo? Perché Forza Italia non è un partito di soli yes-men e portaborse. Ci sono giuristi, economisti, europarlamentari con curriculum rispettabili, persone che hanno letto qualcosa oltre ai comunicati stampa. Eppure restano, accettando che la loro carriera dipenda non da un congresso, un programma o una spiccata corrente di pensiero, ma dall’umore dinastico che spira nei corridoi milanesi di via Paleocapa. Sono politici o sono dipendenti? La risposta, a guardare come funziona il meccanismo, è imbarazzante. Ogni nomina che passa per il filtro di Marina per forza di cose trasforma un rappresentante eletto in qualcosa che somiglia più a un dirigente che aspetta la valutazione di merito. Con la differenza che nelle aziende normali il dirigente può dimettersi e cercarsi un altro lavoro. Il politico di Forza Italia, se esce, sparisce. Oppure tenta altrove un difficile riciclo. I casi recenti di Gelmini e Carfagna sono lì a dimostrarlo. 

Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi: Forza Italia resta il partito dell’azienda
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).

Gli eredi di B applicano il manuale del capitalismo familiare alla democrazia

La grande anomalia italiana, che non ha equivalenti nelle democrazie mature se non nell’odierna America trumpiana, è che tutto questo viene accettato come normale. Che nessuno trovi scandaloso che un partito con rappresentanza parlamentare e ministri in carica sia gestito come un asset familiare trasmissibile per linea diretta. Mediolanum, Mediaset, Mondadori, Forza Italia. Portafoglio diversificato, rischio distribuito e governance rigorosamente accentrata. Insomma, il manuale del capitalismo familiare applicato alla democrazia rappresentativa

La strategia del Pd per arginare Conte

Nel Pd l’entusiasmo per la vittoria referendaria è stato parzialmente congelato dalla sortita di Giuseppe Conte immediatamente successive al risultato. Le primarie rilanciate, l’idea di farsi carico di una nuova riforma della giustizia (per conto di chi e in nome di cosa non è chiaro), quel tono da aspirante ri-presidente del Consiglio. No, non sono piaciute quelle frasi da apprendista stregone, pardon, da apprendista leader del campo largo (se non qualcosa di più). Da qui sembra venire l’idea di provare a non dar seguito alle iniziative contiane, rischiando però che diventino – in ogni caso – materia di dibattito pubblico giornalistico-televisivo.

La strategia del Pd per arginare Conte
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il balletto delle primarie oscura la vittoria al referendum

I giornali parlano delle primarie, quando Elly Schlein vuole continuare a parlare di salario minimo, delle difficoltà dei giovani, eccetera eccetera.Per questo, anche per Matteo Orfini, deputato del Pd, è bene lasciare che Conte dica la sua, certo, ma senza dargli seguito. «Noi ci occupiamo d’altro», spiega, convinto che la strategia del Pd di questi mesi sia stata giusta. Per esempio sull’essere in piazza per Gaza. È anche da lì che arriva l’apporto dei giovani alla causa del No. Perché smettere proprio adesso?, ragiona l’ex presidente dem.

La strategia del Pd per arginare Conte
Matteo Orfini (Imagoeconomica).

Sembra condividere anche l’ala riformista del Pd: «A sinistra, siamo incredibili: neanche passate 24 ore dalla vittoria del No, ci siamo già infognati nella faida delle primarie. Coso il più lesto a sparigliare e buttarla in caciara. A ruota tutti, commentatori e umarell, cinture nere di candidature», scrive Filippo Sensi – che al referendum ha votato No – su X.

Conte, risorsa e spauracchio del Pd

Resta da capire se lo schema identitario del Pd possa funzionare alle elezioni politiche. D’altronde non di soli rider può vivere il dibattito pubblico a sinistra, anche se per Schlein è senz’altro un buon punto di partenza. Il caso Conte però non può essere liquidato. Anche perché dentro il Pd c’è chi non disprezza affatto il capo dei cinque stelle. E nell’elettorato di sinistra Conte rimane un leader credibile, persino autorevole. I sondaggi dicono che sarebbe persino competitivo in uno scontro diretto con Giorgia Meloni, ma nel Pd si fa notare anche che c’erano sondaggisti che dicevano che con un’affluenza alta sarebbe cresciuto il consenso per il Sì (e invece no). Conte dunque sembra essere diventato un po’ una risorsa un po’ uno spauracchio; lo si evoca e lo si scaccia, ma in ogni caso non sembra poterne fare a meno, il Pd, anche per via della logica testardamente unitaria costantemente richiamata dalla segreteria Schlein. Un tentativo comunque verrà fatto: provare a ignorare quelle che qualcuno chiama «le provocazioni di Conte».

La strategia del Pd per arginare Conte
Elly Schlein e sullo schermo Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il No congela le ambizioni delle Picierno e dei centristi

Il risultato del referendum congela anche le ambizioni dei riformisti, non solo quelli che hanno votato Sì (Pina Picierno) ma anche quelli che hanno votato No. Schlein vuole intestarsi una battaglia che è stata vinta anche con la collaborazione straordinaria dei magistrati, che magari l’anno prossimo non parteciperanno alle Politiche. Senz’altro la sua leadership, almeno sul fronte interno, ne esce rafforzata ed è difficile che qualcuno, dentro il partito, abbia voglia di sfidarla. Diventa sempre più difficile anche cercare spazi fuori dal Pd, almeno in questa fase. Già prima le formazioni centriste non erano appetibili, ora forse lo sono ancora meno.

La strategia del Pd per arginare Conte
Pina Picierno (Imagoeconomica).

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno

Il terremoto scatenato dalla vittoria del No al referendum dopo Fratelli d’Italia (dove è in corso una guerra tra correnti dopo le dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè), ha colpito pure Forza Italia. La delusione per la mancata riforma in nome del padre avrebbe spinto Marina Berlusconi a intervenire per accelerare quel cambio di passo più volte evocato da Arcore. La prima vittima in casa azzurra è Maurizio Gasparri che ha lasciato la poltrona di capogruppo al Senato.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno

Il passo indietro è arrivato dopo la lettera con cui 14 senatori azzurri (su 20 del gruppo) – compresi, a quanto pare, i ministri Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati – chiedevano di sostituire il capogruppo a Palazzo Madama per salvaguardare l’unità del partito. Per sostituirlo è stata Stefania Craxi, che ha battuto la concorrenza di Licia Ronzulli. Gasparri, a sua volta, potrebbe prendere il posto della figlia di Bettino, come presidente della Commissione Esteri al Senato.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Licia Ronzulli e Stefania Craxi (Imagoeconomica).

Nel mirino degli eredi del Cav c’è dunque il cerchio magico laziocentrico di Antonio Tajani che, per il momento, non sembra coinvolto nel repulisti. Il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, fedelissimo e consuocero del vicepremier, alla domanda di Repubblica se tema un’iniziativa analoga contro di lui a Montecitorio si è limitato a rispondere: «Mi sto occupando di altre cose. Non ho notizie, a me non hanno detto niente». E, come Alberto Sordi nei panni dell’attore fallito Gastone, nell’omonimo film di Mario Bonnard, che a ogni disgrazia commentava «a me m’ha rovinato la guerra», Barelli assicura: «Colpa della guerra se ha vinto il no».

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Paolo Barelli, capogruppo Forza Italia alla Camera (Imagoeconomica).

Federalberghi ringrazia la Santa

«Salutiamo la senatrice Santanchè con un ringraziamento per l’impegno al servizio del settore turismo e per l’attenzione che ha dedicato alle esigenze delle imprese». È il commento del presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, alle dimissioni della ministra del Turismo. Non solo: per Bocca, «dinamismo e capacità di ascolto sono i tratti principali che hanno caratterizzato i tre anni e mezzo trascorsi alla guida del ministero». Il terremoto a via di Villa Ada – in attesa del nuovo inquilino – arriva in un momento delicato per il settore turistico che sta pagando caro le conseguenze della guerra in Medio Oriente. Secondo un’analisi realizzata dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoviaggi Confesercenti su un campione di 681 agenzie, dall’inizio delle ostilità a oggi si stimano oltre 7.100 prenotazioni cancellate, riprogrammate o dirottate verso altre destinazioni, con un impatto economico complessivo che, nelle prime settimane, raggiunge già quasi 100 milioni di euro.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Bernabò Bocca e Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

Prodi porta Mario Monti al ristorante

Romano Prodi ama la buona tavola. E lo ha dimostrato portando il senatore a vita Mario Monti al ristorante bolognese Al Cambio, il regno di Piero Pompili. Chissà di che avranno discusso i due professori tra un piatto e l’altro…

Passera a Londra per salutare l’ambasciatore Lambertini

Qualche giorno fa, un nutrito gruppo di ospiti ha affollato la residenza dell’ambasciatore italiano a Londra per salutare Inigo Lambertini che ha festeggiato il suo addio alla Capitale britannica per fine mandato e carriera. Dei tanti invitati – dal politico conservatore Sir Edward Leigh al presidente della Camera di Commercio Italiana nel Regno Unito Roberto Costa – uno solo ha incuriosito tutti: Corrado Passera, volato da Milano a Londra per l’evento. Dopo che Banca Ifis di Ernesto von Fürstenberg Fassio ha acquisito la sua Illimity, Passera era tornato in scena come candidato alla guida di Mps, ma il cda gli ha preferito Fabrizio Palermo.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Corrado Passera (Imagoeconomica).

Domenica delle Palme, Franceschini riunisce i diccì

L’ex ministro dei Beni culturali Dario Franceschini si sta muovendo moltissimo. E si sa, quando si muove Franceschini qualcuno nel Partito democratico trema. Per esempio non è passato inosservato il pranzo con la sindaca di Genova Silvia Salis, che si è detta contraria alle Primarie per il campo largo. Franceschini organizza pure convegni. La sua “officina” situata a poca distanza dalla stazione Termini è sempre operativa e ora è impegnata all’appuntamento di domenica prossima, che poi è quella delle Palme: la celebrazione del cinquantesimo anniversario di Benigno Zaccagnini, segretario della Democrazia cristiana. Per questo Franceschini ha chiamato a raccolta Pier Ferdinando Casini, Rosy Bindi, Leoluca Orlando, Calogero Mannino, Gianfranco Rotondi, Clemente Mastella, Bruno Tabacci, Pierluigi Castagnetti.

La resa dei conti in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Dario Franceschini (Imagoeconomica).