Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie


Matteo Salvini vuole diventare la terza mascotte di Milano-Cortina 2026. Dopo Milo e Tina, il segretario leghista – da una vita ‘Teo’ per gli amici – vuole essere il politico più visto delle Olimpiadi invernali in corso. Ed è così che, mentre precetta ottenendo il rinvio dello sciopero del trasporto aereo, ha i piedi ancorati alle piste sulle Dolomiti.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).

Il segretario della Lega cavalca i Giochi

Mercoledì a Roma c’è stata la riunione del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alle nuove norme sull’immigrazione ma lui non c’era: la priorità era la pista del bob, tanto criticata dagli avversari politici, che ha regalato due medaglie d’oro all’Italia nel doppio maschile e femminile di slittino. Giovedì Salvini ha rilanciato sui social un video con Federica Brignone dopo il trionfo nel SuperG.

Insomma, in questa prima settimana di Giochi ha abbandonato piste e stadi solo per visitare la mostra allestita nella stazione centrale di Milano, Dal sogno alla realtà. Sulle Olimpiadi, appunto. Ma c’è da giurare che anche la prossima sarà così. Salvini lo ha spiegato bene venerdì ai suoi, riuniti per il consiglio federale della Lega. «È solo grazie al lavoro della Lega che l’Italia ha ottenuto queste Olimpiadi», ha rivendicato, «ed è mia intenzione occupare lo spazio che ci spetta per tutta la durata dell’evento. L’immagine delle Olimpiadi deve essere l’immagine della Lega».

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie

Stefani in secondo piano mentre Zaia è una trottola

Ed è così che il segretario di via Bellerio non ha intenzione di togliere le tende fino alla fine della manifestazione, Paralimpiadi comprese. «Non crediate che mi diverta», ha detto ai suoi, «ma è il mio dovere». E la presenza di Salvini non è passata inosservata sulle piste. Qualche calice di buon vino in mano, un super pass per arrivare ovunque, sarebbe stato visto spesso in compagnia dell’amico albergatore veneziano, Fabio Depietri. Più sotto traccia la presenza del governatore veneto, Alberto Stefani. Quanto a Luca Zaia, che con l’idea di schierare Cortina ha avuto un ruolo centrale nella candidatura, è una trottola: riceve Sergio Mattarella e Giovanni Malagò (che aveva anche inaugurato Il Fienile, il videopodcast dell’ex Doge), fa video e selfie con gli atleti e i turisti venuti da tutto il mondo, cucina gli gnocchi della Lessinia, mentre il suo successore non sembra puntare troppo sull’evento, limitandosi a qualche post di congratulazioni per le medaglie sui social.

E, raccontano, non era tra le autorità a ricevere il capo dello Stato al suo arrivo giovedì a Cortina. Per tifare Brignone, la cittadina veneta poteva contare su Mattarella e le Frecce Tricolori. E su un governatore arrivato con 20 minuti di ritardo.

Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie
Milano-Cortina, Salvini terza mascotte tra piste, medaglie e selfie

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci

Chissà se a un certo punto Giorgia Meloni prenderà il telefono e chiamerà Elly Schlein per chiederle consiglio: ma tu come fai a tenere tutti insieme (o quantomeno a provarci)? Sì, perché con i suoi primi vagiti, la creatura politica vannacciana – che questa settimana ha esordito in Parlamento con tre deputati (gli ex leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex FdI Emanuele Pozzolo) che hanno votato sì alla fiducia al governo e no all’invio di armi a Kyiv – rischia di rimescolare e stravolgere completamente il centrodestra così come l’abbiamo conosciuto finora e trasformarlo in una sorta di campo largo in versione destrorsa.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Edoardo Ziello, Rossano Sasso, Emanuele Pozzolo (Ansa).

Il centrodestra monolitico è destinato a finire?

Se questa coalizione ha avuto un pregio, fin dai tempi di Silvio Berlusconi, era quello di essere (o mostrarsi) molto più unita del centrosinistra. Anche per il minor numero di forze al suo interno: Forza Italia, Lega, prima An e oggi FdI, prima i centristi di Casini e Follini e oggi Maurizio Lupi. Vuoi mettere con l’infinita serie di partiti e sigle che hanno sempre contraddistinto il centrosinistra? Il record si toccò con l’Unione di Romano Prodi nel 2006 (oltre 10 partiti) e infatti arrivò una vittoria risicatissima e la caduta solo due anni dopo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Vannacci potrà dire ciò che Meloni e Salvini non possono

Ora con Roberto Vannacci molto cambierà. Innanzitutto perché per la prima volta Lega e Fratelli d’Italia si troveranno una concorrenza da destra, con Futuro Nazionale che potrà dire e fare tutto quello che Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per ovvie ragioni, non possono dire e fare. La cosa disturberà moltissimo l’ex Capitano, che non avrà più il copyright sulle sparate: ci sarà il generale a superarlo in questo campo. E infatti più di una fonte leghista descrive il segretario assai abbattuto. Non sarà più lui il protagonista delle intemerate a destra, dalla sicurezza alla stretta sui migranti. Ma Vannacci infastidisce anche Meloni, perché qualcuno del suo elettorato potrà ritrovare in Futuro Nazionale alcuni degli slogan che lei urlava dai banchi dell’opposizione. Insomma, Vannacci pescherà voti nella Lega, in FdI e pure nel primo partito d’Italia: l’astensionismo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Matteo Salvini e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Se FN si stabilizza al 3 per cento difficilmente Meloni chiuderà la porta

I primi sondaggi non sono tranquillizzanti per la maggioranza, col generale che viaggia tra il 2,5 e il 3,5 per cento e con un elettorato potenziale del 4,9 per cento, secondo un sondaggio di Izi per La7. Il calo più sostanzioso per ora è della Lega, registrata poco sopra al 7 per cento, ormai lontana da Forza Italia, tra l’8 e il 9. Ma a rimetterci sarà anche il partito della premier. «Se Vannacci nei sondaggi si assesta sul 3 per cento, Meloni farà di tutto per tenerlo all’interno della coalizione, perché le due compagini risultano piuttosto appaiate e per vincere le elezioni tutto fa brodo. Salvini dovrà abbassare la cresta e ingoiare l’amaro calice…», sussurra a Lettera43 una fonte frequentatrice di Via della Scrofa. E infatti, se la premier sul tema tace, il generale non ha mai chiuso al centrodestra: fin dalle sue prime dichiarazioni si è detto disponibile a dialogare col governo. Tanto da mettere in campo una mossa parlamentare assai astuta, definita bizantina e democristiana: votare la fiducia al governo e contro l’invio di armi. Tanto che in molti ormai considerano Futuro Nazionale abile e arruolato nella maggioranza. «Valuteremo caso per caso come votare, se i provvedimenti ci convincono oppure no», hanno spiegato in coro Ziello, Sasso e Pozzolo. «Non so se faremo parte della coalizione, potremmo anche andare da soli, è presto per decidere…», ha frenato per prudenza, e tattica, Vannacci. Anche perché per entrare formalmente nel centrodestra vorrà essere corteggiato a suon di seggi sicuri per i suoi.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Stretto tra Zaia e l’ex generale, Salvini rischia di finire in un cul de sac

Meloni, dicevamo, per ora non si esprime e osserva. Con all’orizzonte un problema del tutto nuovo per lei: come fare a tenere insieme tutti, da Vannacci a Lupi, passando per Tajani e Salvini. E qualcuno ci butta dentro anche Carlo Calenda che, almeno a livello locale, specialmente in quel di Milano, si sta avvicinando a Forza Italia. Insomma, la premier potrebbe trovarsi a dover gestire un campo largo di centrodestra, con forze politiche assai differenti tra loro e magari pure litigiose, vista l’avversione totale di Salvini verso Vannacci. «Chi esce dalla Lega è da ritenersi fuori dal perimetro del centrodestra», sottolinea il sottosegretario leghista all’Interno, Nicola Molteni. Ma nel partito, Salvini ha anche il problema interno di dove collocare Luca Zaia, che non si candiderà alle suppletive in Veneto ma per ora non sarà nemmeno vicesegretario. «Zaia vice? Un grandissimo, ma ogni cosa a suo tempo», ha detto il segretario arrivando al consiglio federale in via Bellerio.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Insomma, aspettando di conoscere la futura legge elettorale e relativa soglia di sbarramento, il tema di aprire o chiudere a Vannacci rischia di essere un ulteriore elemento di tensione tra Meloni e Salvini. «Su Vannacci la Lega avrà sempre l’ultima parola», ha sottolineato in settimana Antonio Tajani. Ma in pochi, anche tra i leghisti, ci credono davvero. E se il generale sarà della partita – come non ha escluso Francesco Lollobrigida intervistato dal Foglio – avremo di fronte un campo largo di centrodestra. E allora Giorgia potrebbe davvero fare quella telefonata: «Elly, ma come si fa?».  

Il libro di Meloni negli Usa a fine aprile con prefazione di Vance

Uscirà a fine aprile, con un titolo leggermente diverso (Giorgia’s Vision) e una prefazione del vicepresidente J.D. Vance il libro di Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Lo ha riferito la giornalista americana Sophia Cai, autrice di West Wing Playbook, la newsletter di Politico dedicata alle notizie sulla Casa Bianca. L’opera, uscita in Italia nel 2023, è una conversazione fra la premier e il giornalista Alessandro Sallusti che affronta diversi temi, dalla guerra in Ucraina alla crisi dell’energia, dalla transizione ecologica all’inflazione. Sulla copertina, che la giornalista ha condiviso su X, c’è una citazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «[Meloni è] uno dei veri leader del mondo».

Nel libro precedente la prefazione del figlio di Trump

Non è la prima volta che un esponente del mondo Maga fa una prefazione a un’opera della premier. Il primo libro, Io sono Giorgia, era uscito negli Usa con un’introduzione scritta dal figlio del presidente americano, Donald Trump Jr. Allora il tycoon stesso le fece uno spot, con tanto di post su Truth in cui aveva scritto: «Meloni ha scritto un nuovo libro, sta svolgendo un bellissimo lavoro».

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno

Ha ragione Luca Bizzarri quando dice che i campioni della campagna referendaria «si stanno sbattendo tantissimo»: «Gratteri per il Sì, e Nordio per il No». Uno scambio di campo per destabilizzare l’avversario e confondere un elettorato già abbastanza confuso di suo sulla separazione della carriere? Ci piace pensare che sia così, che si tratti di una strategia raffinata. Anche perché l’alternativa getterebbe nello sconforto. L’ultimo colpo del procuratore capo di Napoli – «Voteranno per il No le persone perbene. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente» – ha appiccato l’incendio.

L’intero centrodestra è insorto, a partire dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Mi chiedo se l’esame psico-attitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera», ha commentato l’ex procuratore di Venezia, rispolverando un vecchio adagio di Berlusconi. Il quale, meglio ricordarlo, nel 2003 in un’intervista al britannico The Spectator fu al suo solito ben più tranchant: «Questi giudici sono doppiamente matti!», disse. «Per prima cosa perché lo sono politicamente; secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dalla razza umana». Gratteri dal canto suo ha cercato di ridimensionare le sue dichiarazioni parlando di «strumentalizzazione», ma ormai la frittata era bella che fatta.

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Nicola Gratteri (Imagoeconomica).

Non che Nordio sia da meno, intendiamoci. È da mesi che il ministro offre (involontariamente) assist allo schieramento opposto. Solo qualche giorno fa, per esempio, ha assicurato che con la riforma si eviterebbero casi «come quello di Garlasco». Sabbia negli occhi e nelle orecchie degli indecisi. Ma è andato anche oltre. Con una spontaneità disarmante ha “svelato” il vero obiettivo della riforma: introdurre un controllo della magistratura. Peccato che l’articolo 104 della Costituzione dica qualcosa di diverso: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».

Non si tratta di uno scivolone isolato. Perché il Guardasigilli, dietro lo scudo di Giuliano Vassalli (che cita a ripetizione a garanzia di ciò che dice), lo sosteneva già lo scorso novembre: la riforma serve a far «recuperare alla politica il suo primato costituzionale», disse al Corriere. «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Vai tu poi a smontare le tesi di Alessandro Barbero o a spiegare, come fa Antonio Di Pietro, che «la separazione renderà la magistratura più indipendente e autonoma, non solo dalla politica ma anche dalle correnti interne»…

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Guidoni lascia Fondazione Ania per Cassa Forense?

In Ania ha collezionato poltrone: è segretario generale della Fondazione, co-direttore generale (responsabile dei servizi Auto e Card, Antifrode, Distribuzione, Danni non auto, Consumatori, Innovazione, Vita e Welfare), e vicepresidente del forum Consumatori. Eppure c’è chi vede il futuro di Umberto Guidoni lontano dal mondo delle assicurazioni, prevedendone un trasloco in Cassa Forense, l’ente che gestisce la previdenza e l’assistenza degli avvocati italiani. Vedremo…

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Umberto Guidoni (Imagoeconomica).

Covip, c’è un medico

Quando alla guida della Covip, la strategica commissione di vigilanza sui fondi pensione, nel febbraio 2025 venne nominato l’ex forzista Mario Pepe – grazie si disse ai buoni uffici del deputato leghista, editore e re della sanità privata Antonio Angelucci e del vicesegretario salviniano Claudio Durigon – molti avevano storto il naso perché medico e non economista, come l’altro candidato, il leghista Antonio Maria Rinaldi (lo stesso che la Lega ha candidato a sindaco di Roma). Evidentemente in pochi erano al corrente di cosa stava accadendo: l’ultima versione del decreto Semplificazione e Pnrr affida infatti alla Covip la vigilanza sui fondi sanitari integrativi del Servizio sanitario nazionale. Il cv di Pepe ora calza a pennello.

La campagna referendaria al contrario di Gratteri e Nordio e le altre pillole del giorno
Mario Pepe (Imagoeconomica).

Tutti a ricordare Andrea Barbato. E Agnes

Nonostante una pioggia torrenziale, a Roma, nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani molti sono accorsi per ricordare Andrea Barbato, giornalista di lungo corso e pure parlamentare. Presenti tra gli altri, Romano Prodi, Gianni Letta e Simona Agnes – destinata ormai a dimenticare la presidenza Rai dopo l’ennesima fumata nera in Vigilanza – che ne approfittato per parlare di tv pubblica. «Ancora oggi, e questa è sì continuità con quelle radici, la Rai è una colonna portante per il mercato dell’audiovisivo italiano e primeggia tra i Servizi pubblici europei», ha detto Agnes. «Vanta, unica in Europa per capillarità e lavoro di inchiesta, la Testata Giornalistica Regionale, a me particolarmente cara perché legata alla storia di mio padre, oltre a una rete autorevole e competente di corrispondenti esteri che raccontano conflitti e crisi geopolitiche». «Ma l’incontro non era per ricordare Biagio Agnes…», ha bofonchiato malignamente qualcuno in sala. 

Referendum, Gratteri chiarisce le sue affermazioni ma non arretra

Dopo le polemiche seguite alle sue dichiarazioni in merito al referendum sulla giustizia, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri è intervenuto a Piazzapulita su La7 per chiarire la sua posizione. «Voteranno No le persone perbene, che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente», aveva detto al Corriere della Calabria suscitando l’ira del centrodestra e dei comitati per il Sì. Intervistato da Corrado Formigli, ha spiegato: «Io non ho detto, come strumentalmente si vuole far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti ai centri di potere, alla ‘ndrangheta e alla massoneria deviata. Quindi chi interpreta diversamente quello che ho detto è in malafede e vuole – lui sì – alzare lo scontro. Ma io non ho nessun tipo di problema, perché il senso della paura l’ho superato 35 anni fa. Quindi state tranquilli tutti, non è con questi attacchi, con queste minacce, interrogazioni parlamentari, procedimenti disciplinari annunciati, che mi si mette a tacere».

Gratteri: «Miei interventi parcellizzati e letti in modo disorganico»

«Quello che io ho detto nell’intervista è chiaro», ha continuato. «Continuerò a battermi per il No. Davanti a gente che scientificamente prende un pezzettino di intervista e la mette in rete pensando di scatenare chissà cosa, di intimidirmi o delegittimarmi dico che si sbagliano, stiano tutti tranquilli». Anche al Corriere della sera ha ribadito che: «I miei interventi non possono essere parcellizzati e letti in modo disorganico. Ho detto che a mio parere voteranno Sì certamente le persone a cui questo sistema conviene, quindi tutti i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura. Non ho detto, come strumentalmente vogliono far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di potere».

Nordio sconcertato propone test psicologici per i magistrati a fine carriera

Ma intanto lo scontro si era già allargato. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è detto «sconcertato» e ha evocato persino un test psicologico: «Mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera». Al Csm, il consigliere laico di Forza Italia Enrico Aimi ha detto che chiederà di «valutare il requisito dell’equilibrio» del magistrato e di sollecitare un’azione disciplinare.

La sferzata di Draghi e Letta all’Europa: «Urgente agire, non c’è più tempo»

Al summit dei leader europei nel castello fiammingo di Alden Biesen, Mario Draghi ed Enrico Letta hanno lanciato una sferzata all’Europa invitandola ad agire prima che sia troppo tardi. L’ex presidente della Bce ha evidenziato «il deterioramento del contesto economico» e «l’urgenza di affrontare tutte le questioni» già sollevate nel suo rapporto. Tra i punti evidenziati nel suo intervento la riduzione delle barriere nel mercato unico, la mobilitazione del risparmio europeo, l’integrazione dei mercati dei capitali, gli interventi sui costi dell’energia e la possibilità di ricorrere, se necessario, alle cooperazioni rafforzate.

Letta evidenzia l’urgenza di un mercato unico

Alla sua linea si è affiancata quella di Letta, che ha indicato il completamento del mercato unico come risposta strategica alle pressioni globali. «Il mercato unico è la nostra migliore risposta a Trump e il fondamento della nostra sovranità», ha spiegato ai leader, invitandoli a passare da 27 mercati nazionali a uno spazio economico realmente integrato. Senza una forte integrazione dei mercati finanziari, ha avvertito, «sarà impossibile essere sufficientemente competitivi». Letta ha proposto un One market act articolato su energia, connettività e mercati finanziari, accompagnato da strumenti orizzontali comuni, con l’obiettivo di ottenere risultati concreti già tra il 2026 e il 2028 e convogliare il risparmio europeo verso investimenti e crescita. Nel dibattito è emersa anche la disponibilità a procedere più rapidamente con gruppi di Paesi. Ursula von der Leyen ha indicato giugno come prima scadenza per progressi sull’integrazione dei mercati dei capitali. La Commissione presenterà una roadmap sul One market act già a marzo.

La sferzata di Draghi e Letta all’Europa: «Urgente agire, non c’è più tempo»
Enrico Letta (Ansa).

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?

Mentre Roma, a parte qualche ardita vannacciata, è tutto sommato un posto noioso che si prepara nevroticamente alle elezioni politiche del 2027, il resto dell’Italia offre spunti notevoli, pittoreschi, scintillanti. Vedi Prato, la Gotham degli Anni 20, che in questi mesi ha regalato sontuosi complotti, dimissioni eccellenti, trame massoniche, eccetera eccetera.

Per non perdere la città serve Mr preferenze

L’ex capitale del tessile continua a essere una sorta di parco giochi della cronaca politica. Quest’anno va al voto anticipato, per via delle dimissioni dell’ex sindaca Ilaria Bugetti, e il centrosinistra ha da individuare il suo campione per non perdere la città che in passato è già stata amministrata dal centrodestra. Ed è qui, proprio qui, che gli schleiniani hanno approntato una discreta trappola per Matteo Biffoni, riformista non bonacciniano, ex sindaco di Prato per due mandati, oggi sbarcato in Consiglio regionale con 22 mila preferenze, record personale ma anche toscano. 

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Ilaria Bugetti (Imagoeconomica).

Furfaro candida Biffoni a sua insaputa

Il luogotenente di Elly Schlein in Toscana, il potente Marco Furfaro, deputato e membro autorevole della segreteria nazionale, nonché commissario ombra di Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd messo sotto tutela dal Nazareno, ha deciso che il candidato del campo largo lo debba fare proprio Biffoni, che è appena entrato in servizio come consigliere regionale. Già una volta è tornato da Roma, Biffoni, dove era deputato ai tempi di Matteo Renzi. Stavolta la strada da fare sarebbe più breve, anche se col terribile traffico toscano di questi tempi persino prendere l’autostrada e fare Firenze-Prato potrebbe essere più complicato del previsto. C’è però un dettaglio non secondario: nessuno sembra averne parlato con il diretto interessato. Che ora dice: «Ringrazio Marco Furfaro, che è un dirigente nazionale, come ringrazio il presidente Giani e il segretario Fossi che si preoccupano del mio futuro. Lo prendo come attestato di stima, di affetto, di vicinanza. Mi piacerebbe essere coinvolto in queste decisioni perché, lo dico onestamente, vorrei poter dire la mia».

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Marco Furfaro e sullo sfondo Elly Schlein (Imagoeconomica).

La richiesta (inascoltata) di congresso locale

La sua, a essere sinceri, Biffoni detto Biffo l’ha detta diverse volte in questi mesi, proprio su Prato: ha difeso la sua città dagli attacchi, sfoderando un orgoglio pratese che in campagna elettorale gli è servito a conquistare numerosi consensi, ma anche chiesto più volte un congresso locale per sostituire il segretario Marco Biagioni, prototipo del SOC, schleiniano di origine controllata, politicamente travolto dalle dimissioni della sindaca (simul stabunt, simul cadent). Quel congresso finora non c’è stato e anzi pochi giorni fa il Pd ha trovato il verso di scantonare, rinviando la decisione irrevocabile diventata però facilmente revocabile. «Io è da un po’ che lo sto dicendo», mette in chiaro parlando alla Nazione Biffoni. «Ho chiesto il congresso subito dopo quello che è avvenuto in Comune a Prato con il commissariamento, continuo a pensare che se non sciogliamo i nodi che ci sono dentro il Partito Democratico rischiamo di scaricare queste tensioni sulle Amministrative ed è pericolosissimo, io ci sono già passato. È bene che fra di noi ci sia una discussione, nei partiti le discussioni sono sane, fatte vis-à-vis, senza infingimenti, fanno bene». L’importante, ha aggiunto ancora l’ex sindaco di Prato, «è che non ci siano giochini di potere, o di altro genere, e che tutti vengano riconosciuti come interlocutori necessari e fondamentali, senza voler far fuori nessuno, senza tagli di gole, senza niente di particolare».

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Matteo Biffoni (Imagoeconomica).

Con Biffoni in Comune si eliminerebbe un competitor per le Regionali 2030

I «giochini di potere», come li chiama Biffoni, sono però alla luce del sole; non c’è bisogno di retroscena, basta la scena. Con la sua eventuale candidatura a sindaco (parola che invero a Biffoni piace sentir pronunciare), la maggioranza del Pd si assicurerebbe la vittoria a Prato e in più pensa di poter liberare il Consiglio regionale da un possibile competitor in vista delle prossime elezioni Regionali. Eugenio Giani è già al secondo mandato, non potrà farne un terzo, il Pd ha l’occasione di mettere uno schleiniano alla guida della Regione Toscana, o quantomeno di poterlo candidare. Il calcolo però potrebbe non tenere conto di alcuni elementi. Anzitutto, anche da sindaco di Prato Biffoni potrebbe aspirare al salto successivo. In più, le prossime Regionali in Toscana ci saranno nel 2030 e prima, nel 2027, ci saranno le Politiche. Domanda che ci domandiamo: che cosa succederebbe nel Pd se Schlein & soci perdessero le elezioni? 

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Matteo Biffoni con Eugenio Giani nel 2023 (Ansa).

Lega, le candidature a incastro di Salvini per le Suppletive (e non solo)

Il tesoriere, lombardissimo, Alberto Di Rubba, candidato alla Camera. E, per ‘compensare’, almeno geograficamente, Mara Bizzotto al ministero delle Imprese e del Made in Italy, piccolo ‘innesto’ veneto in un governo in cui ci sono «troppi lombardi». È questo l’incastro che si appresta ad annunciare Matteo Salvini.

Lega, le candidature a incastro di Salvini per le Suppletive (e non solo)
Alberto Di Rubba con Matteo Salvini (dal profilo Fb di Di Rubba).

La rosa dei candidabili nei due collegi veneti

Venerdì 13 febbraio, nel corso della riunione del consiglio federale della Lega, dovrebbe essere ufficializzata la corsa di Alberto da Casnigo, nella Bergamasca, per il seggio lasciato vacante dall’altro Alberto leghista, Stefani da Borgoricco, in provincia di Padova, eletto alla presidenza della Regione Veneto a fine novembre. Da tempo in Lega si discuteva di una candidatura ‘paracadute’ del tesoriere dopo le vicende giudiziarie legate alla Lombardia Film Commission. «Sulla stessa vicenda una Corte mi ha dichiarato innocente e un’altra Corte colpevole», ha spiegato recentemente Di Rubba. «Un paradosso! Un peculato senza danno. Un reato che non esiste. Tanto che hanno revocato la confisca. Sette anni di calvario. È emersa ancora la mia innocenza. Ma per un cavillo non è questa la Corte che ha potuto entrare nel merito. Ricorrerò in Cassazione».

Lega, le candidature a incastro di Salvini per le Suppletive (e non solo)
Lega, le candidature a incastro di Salvini per le Suppletive (e non solo)
Lega, le candidature a incastro di Salvini per le Suppletive (e non solo)
Lega, le candidature a incastro di Salvini per le Suppletive (e non solo)
Lega, le candidature a incastro di Salvini per le Suppletive (e non solo)
Lega, le candidature a incastro di Salvini per le Suppletive (e non solo)

Una scelta un po’ curiosa – lamentano i maligni -, quella di schierare un bergamasco in Veneto, per un partito che ha fatto del legame con il territorio la sua bandiera identitaria. Il collegio è l’uninominale Veneto 2 – U01 (che comprende Rovigo) per il quale le elezioni suppletive dovrebbe tenersi in coincidenza con il referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo. Per l’altro seggio – collegio uninominale Veneto 2 – U02 (Selvazzano Dentro) – lasciato vacante da Massimo Bitonci, che si è dimesso dopo essere stato arruolato da Stefani come assessore allo Sviluppo economico in Veneto – incarico incompatibile con il seggio parlamentare – la Lega dovrebbe schierare la rodigina Laura Cestari, rimasta fuori da Palazzo Ferro-Fini alle ultime Regionali, o il salviniano di ferro Giulio Centenaro da Padova.

Al Mimit dovrebbe spuntarla Mara Bizzotto

Infine l’ultimo incastro. Al posto di Bitonci, la poltrona di sottosegretario al Mimit dovrebbe invece andare a Bizzotto, che all’ultimo pare aver avuto la meglio sul collega senatore Roberto Marti.

Referendum sulla giustizia, le affermazioni choc di Gratteri

Con l’avvicinarsi del referendum sulla giustizia si moltiplicano gli appelli per il “sì” e per il “no”. E con essi anche le uscite spericolate, come quella del Pd che dopo i neofascisti di CasaPound ha usato (a loro insaputa) i campioni azzurri del curling per promuovere la posizione del Nazareno. Ma non è certo l’unico esempio, né il peggiore. Il magistrato Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, intervistato dal Corriere della Calabria si è infatti detto «certo che per il “no” voteranno le persone perbene, le persone che credono nella legalità come pilastro importante per il cambiamento» della Regione, mentre per il “” «voteranno ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».

Ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo, l’11 febbraio Gratteri aveva puntato il dito contro l’opposizione, affermando: «Penso che i partiti non stiano facendo abbastanza per sostenere il “no”. Hanno aspettato tanto, hanno iniziato a muoversi quando il consenso per il “no” è salito». E poi: «Non si interviene per convenienza. Ora inizio a vedere attività, ma non con molta forza e convinzione».

La replica di Tajani: «Sono una persona perbene e voterò sì»

«Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere. E voterò convintamente SÌ al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offendono milioni di italiani». Così Antonio Tajani sui social.

Calenda: «Parole gravi, Gratteri cataloga in modo indegno»

Questa la replica di Carlo Calenda: «Le parole di Gratteri sono di una gravità incredibile. Voterò Si al referendum, ma non mi verrebbe mai in mente di catalogare chi farà una scelta diversa in questo modo indegno».

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione

Il Partito democratico perde un pezzo da novanta. L’europarlamentare Elisabetta Gualmini, esponente dell’ala riformista (sempre più insofferente nei confronti di Elly Schlein), ha infatti deciso di lasciare il Pd e dunque anche la sua delegazione a Strasburgo, che fa parte dei Socialisti europei. Da tempo in rotta con la linea politica del Nazareno, ufficializzerà la decisione lunedì 16 febbraio, in conferenza stampa a Bologna: a seguito dell’uscita dal Pd, Gualmini parteciperà alla prossima plenaria al Parlamento Ue, in programma a metà marzo, già nelle file di Renew Europe. Ma non come indipendente: lo farà come esponente di Azione.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione

Gualmini sarà la prima italiana di Renew Europe

Gualmini, che è stata coinvolta nell’inchiesta Qatargate a Bruxelles, in un messaggio inviato ai colleghi di partito ha scritto di «decisione molto sofferta», aggiungendo però di essere fermamente convinta della scelta. La politologa, ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna con Stefano Bonaccini governatore, sarà la prima italiana di Renew Europe, dato che Azione non è rappresentata a Strasburgo. Con il suo cambio dii casacca, peraltro, il gruppo del Partito democratico perderà il primato numerico tra i Socialisti europei, scendendo a quota 20 deputati, tanti quanto il Partito Socialista Operaio Spagnolo.

LEGGI ANCHE: Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd

I contrasti con Schlein su politica estera e giustizia

Negli ultimi mesi, Gualmini è entrata in contrasto con Schlein su giustizia e politica estera. Per quanto riguarda il referendum del 22-23 marzo, al pari di Pina Picierno, che ha messo in chiaro di non aver digerito il diktat sul “no”, anche Gelmini si è schierata a favore della separazione delle carriere dei magistrati. E non c’è stato nemmeno bisogno della gaffe a tema curling per convincerla. Sulla giustizia c’è da dire però che non tutti i riformisti sono per il “sì”, come dimostra la lettera di dissenso inviata a fine dicembre dai senatori Dario Parrini e Walter Verini a LibertàEguale.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Non solo Guelmini: gli altri dem corteggiati da Calenda

Intervistato dal Corriere della Sera, l’8 febbraio Carlo Calenda aveva dichiarato di voler allargare il centro liberale, rivolgendosi «a tutti coloro che come Azione vogliono un’Europa federale ora». Tra i nomi citati quelli di alcuni riformisti del Pd, come Gualmini appunto, Picierno, Giorgio Gori e Simona Malpezzi, ma anche «+Europa di Hallisey e Magi e i popolari come Ruffini». Calenda però potrebbe perdere un deputato: sembra che Matteo Richetti, convinto che il leader di Azione stia guardando troppo a destra, possa passare al Pd.

Sarebbe pronto a lasciare il Pd anche Delrio

In Italia sarebbe pronto a lasciare il Pd anche il senatore ed ex ministro Graziano Delrio, che ha parlato di «aria irrespirabile» dopo le critiche ricevute dai pro Pal per le sue posizioni, ritenute antisemite. Niente approdo in Azione per Delrio, che sarebbe vicino al passaggio a Italia Viva di Matteo Renzi, con il quale è rimasto in ottimi rapporti.

Dai cambi di casacca alla fiducia, cosa prevedono le nuove regole della Camera

È pronta per l’esame dell’Aula la riforma del regolamento interno della Camera dei deputati, che introduce importanti novità in materia di disciplina dei gruppi parlamentari e delle cariche istituzionali. Tra queste misure che penalizzano i cambi di casacca. Nel caso in cui un deputato voglia passare in un altro gruppo parlamentare, infatti, il testo prevede che non trasferirà più integralmente la sua quota di contributi al nuovo gruppo, ma solo un 50 per cento. L’altra metà resterà al gruppo di provenienza (ndr ogni gruppo ha dei contributi in base al numero degli iscritti). Questa norma punta a disincentivare spostamenti frequenti e a mantenere una maggiore stabilità nei gruppi parlamentari. Un’altra regola prevede la decadenza da pressoché tutte le cariche – con l’eccezione del presidente della Camera – ricoperte nell’Ufficio di presidenza e in quello delle commissioni. A ciò si aggiunga l’ipotesi di superamento del vincolo delle 24 ore tra l’apposizione della questione di fiducia e il relativo voto, e l’introduzione di uno statuto delle opposizioni. La riforma, che verrà discussa lunedì 16 febbraio e potrebbe andare al voto già martedì, entrerà in vigore dalla prossima legislatura.

Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole

C’è pure l’italico prodiano Sandro Gozi tra i francesi che vogliono dare il benservito a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi. Gozi, eurodeputato italiano eletto in Francia e segretario generale del Partito democratico europeo, è uno dei firmatari del documento che ha messo nel mirino l’intervento tenuto il 7 febbraio a Doha, in un forum organizzato da Al Jazeera, nel corso del quale Albanese ha parlato di un «nemico comune dell’umanità», che secondo i suoi detrattori era un riferimento a Israele, che però in quella frase non era stato citato. Albanese ha poi cercato di spiegare che «il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile». Sta di fatto che Gozi ha seguito le direttive del ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, che è intervenuto all’Assemblea nazionale di Parigi annunciando che la Francia chiederà le dimissioni di Albanese il 23 febbraio al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. E Gozi, come da tradizione, si pone sulla scia del suo mentore, Romano Prodi, che aveva già “scaricato” Albanese da tempo, opponendosi alla cittadinanza onoraria da parte del Comune di Bologna.

Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole

Anche il giovane leghista ha la sua Giorgia

Sorriso smagliante, faccia rassicurante da bravo ragazzo, il classico volto su cui puntare per un ricambio generazionale nel partito. Il 33enne leghista Alberto Stefani, presidente della Regione Veneto da novembre del 2025, ora prova a dare un’ulteriore rinfrescata alla sua immagine presentando ufficialmente a Novella 2000 la sua nuova fidanzata, come raccontato molto dalla stampa veneta, in particolare da Il Giornale di Vicenza e Il Mattino di Padova. Lei si chiama Giorgia Tavella, ha 26 anni, ed è di Sarcedo, Comune della provincia di Vicenza. «È laureata in psicologia e ora sta facendo un master in psicologia forense. Ci conosciamo da un anno e non è sempre facile conciliare gli impegni istituzionali con la vita privata. Però cerchiamo sempre di fare il possibile per stare insieme», ha detto Stefani, raccontando poi il loro primo incontro avvenuto attraverso amici comuni, seguito da un invito a cena «molto classico». «In un mondo di ostentazione, la semplicità è rivoluzionaria», ha commentato il più giovane governatore d’Italia con una frase che sembra uscita dai Baci Perugina. Chissà se andrà d’accordo con Giorgia più di quanto il “Capitano” Matteo Salvini ci riesca con l’altra Giorgia, quella di governo…

Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole

Arriva la Ferrari “Luce”. Ma a Roma la chiamano “Luca”…

La nuova Ferrari totalmente elettrica ha un nome: “Luce”. Pomposa la spiegazione annunciata da San Francisco, con Luce che «inaugura una nuova strategia di denominazione, simbolo dell’ampliamento della gamma e dell’evoluzione del brand verso nuovi territori», e via con il bla bla bla. Fatto sta che a Roma, dove non mancano gli amici di Luca Cordero di Montezemolo, questa Ferrari tutti la chiamano Luca, e non Luce…

Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole
Anche Gozi contro Albanese, il giovane leghista in love con Giorgia e altre pillole

I cinquant’anni della banchiera

La sua carriera è stata spumeggiante, fin dall’inizio della sua storia professionale: e allora la banchiera ha deciso di festeggiare “alla grande” il suo mezzo secolo di vita. Inviti a vip e sodali dell’ultima ora per un evento che tutti preannunciano come «assolutamente indimenticabile». Fatto sta che alcuni vecchi amici non hanno ricevuto l’invito, e questa dimenticanza non è piaciuta: solo una gaffe dettata dall’entusiasmo per il momento felice che sta vivendo da cinquantenne, oppure si è trattato di un calcolo cinico? Ah, saperlo…

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum

Sul referendum della Giustizia il Pd non ne azzecca una. Almeno per quanto riguarda la comunicazione. Dopo il post in cui si associava il sì al fascismo – l’accostamento col saluto romano di Acca Larentia aveva fatto andare su tutte le furie anche chi nel partito voterà per la riforma Nordio, come Pina Picierno – i social media manager dem hanno ben pensato di cavalcare l’onda olimpica usando gli atleti azzurri del curlingStefania Constantini e Amos Mosaner – per promuovere il no. Naturalmente senza chiedere il permesso ai diretti interessati.

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum
Il post del Pd (Facebook).

I due azzurri si dissociano, Buonfiglio: «Sono esterrefatto»

Se il video è stato rimosso – “abbiamo scherzato, era un semplice meme“, la risposta in soldoni – non si può dire lo stesso della polemica. I primi a dissociarsi sono stati proprio i due involontari protagonisti. «Desidero precisare che non sono stato informato preventivamente dell’utilizzo di tali immagini né ho in alcun modo autorizzato l’associazione della mia performance sportiva a messaggi o iniziative di carattere politico», ha messo in chiaro Mosaner, seguito da Constantini. Indignato anche il presidente del Coni Luciano Buonfiglio: «Resto sbalordito che si utilizzino immagini di atleti per promuovere una scelta politica. Sono esterrefatto da una cosa del genere».

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum
Luciano Buonfiglio (Ansa).

Il tafazzismo dem colpisce ancora

E pensare che il no nei sondaggi stava riguadagnando posizioni: secondo l’ultima rilevazione di YouTrend per SkyTg24, in uno scenario ad alta partecipazione il sì è al 52,6 per centro contro il 47,4 per cento del no, mentre se l’affluenza fosse più bassa (al 46,5 per cento) la spunterebbe il no, 51,1 per cento contro 48,9. Eppure ha fatto comunque irruzione sulla scena il tafazzismo dem, porgendo così il fianco al centrodestra. E la contraerea è subito partita. «Utilizzare le immagini di due grandi campioni, che in questi giorni hanno portato l’Italia a un eccezionale medaglia olimpica per promuovere un messaggio di chiara valenza politica è davvero vergognoso. Oltre che irrispettoso nei confronti degli atleti, che sono stati coinvolti a loro insaputa», ha sbottato il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Paolo Barelli, che ha aggiunto: «È davvero vergognoso utilizzare l’immagine di due atleti italiani con l’obiettivo di pubblicizzare il “no” a una consultazione popolare. Così si politicizza il referendum e nello stesso tempo si offende lo sport intero e l’immagine dello stesso Pd». «Siamo entrati in un periodo di barbarie intellettuali tremende», ha commentato il presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana. «La battaglia che si sta combattendo sul referendum vede una parte, purtroppo anche una parte dei giudici, che ha iniziato una campagna fondata sulle bugie. Questa è la conseguenza. È grave perché il referendum è uno strumento di democrazia, tutte le forze politiche dovrebbero mettere a disposizione l’impegno massimo di informare i cittadini nel modo migliore, non raccontando bugie».

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum
Attilio Fontana (Imagoeconomica).

L’accostamento del sì ai fascisti

Lo scivolone olimpico del Pd arriva dopo un altro autogol comunicativo. A inizio mese infatti l’account del partito aveva associato il sì al fascismo: «CasaPound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e 23 marzo vota no», recitava il post lanciato con il video dell’adunata fascista a braccia tese che urla «Presente» ad Acca Larentia.

Minoranza dem sulle barricate

In quel caso però, oltre alla (chiamata) reazione di Fratelli d’Italia, era stata la minoranza interna dem ad alzare la voce. O, almeno una parte, perché il referendum sulla Giustizia è riuscito anche a spaccare i riformisti. Durissima Picierno: «La linea comunicativa che assimila al fascismo chi voterà sì al referendum del 22-23 marzo gravemente insultante e svilente», aveva dichiarato la vicepresidente dell’Europarlamento. «Io voterò sì, e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti». Sulla stessa linea Stefano Ceccanti: «È un gioco alla campagna chi delegittima di più gli altri individuando sostenitori ‘impresentabili’ nello schieramento altrui. Da molti me lo posso aspettare, ma dalla campagna ufficiale di un partito serio come è ritenuto giustamente il Pd, anche da molti che non lo votano, no». Elisabetta Gualmini poi aveva definito l’iniziativa «il punto più basso di qualsiasi polemica politica. Quindi chi sosteneva la mozione Martina nel 2019 e il programma del Pd nel 2022 erano tutti fascisti». Rilievi e critiche che la segretaria che Elly Schlein aveva liquidato, come al solito, velocemente: «Fa discutere il fatto che CasaPound abbia detto in una nota che voterà sì al referendum e ha avviato una campagna con linguaggio violento dicendo “Falli piangere, vota sì”. Quindi noi abbiamo semplicemente ripreso un fatto oggettivo».

Curling e fascismo: il disastro Pd nella comunicazione sul referendum
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Le Olimpiadi invernali non stanno portando bene alla politica

Tornando al curling, va detto che queste Olimpiadi invernali non stanno portando granché bene alla politica. Il medagliere (bipartisan) delle figure barbine infatti si allunga ogni giorno di più. Prima il caso Petrecca che ha agitato e non poco il centrodestra, poi il post del Pd, senza contare gli innumerevoli selfie salviniani sulle piste con il vicepremier pronto a rubare la scena ai campioni. Ci si può consolare con l’iniziativa del tridente rosa leghista Cisint-Ceccardi-Sardone: «SI SCIA SENZA SHARIA». Un confronto pubblico, scrivono le tre europarlamentari, sui temi dell’islamizzazione dell’Europa organizzato per il 21 febbraio al Passo del Tonale. Con tanto di fiaccolata & rinfresco. Sofia Goggia e Federica Brignone, scansatevi.

Olimpiadi, il caso del post del Pd sul no al referendum con gli azzurri del curling

Sta facendo discutere il caso del video condiviso sui social dal Pd con gli azzurri del curling Stefania Constantini e Amos Mosaner per promuovere il No al referendum sulla giustizia. Il filmato mostrava il frame di una partita con i due atleti e le scritte “Il tuo no al referendum” e “La giustizia controllata dal governo” in corrispondenza delle pietre. Poche immagini che hanno fatto infuriare sia gli sportivi sia il presidente del Coni Luciano Buonfiglio, che a caldo con l’Ansa ha sbottato: «Resto sbalordito che si utilizzino immagini di atleti per promuovere una scelta politica. I nostri atleti sono in gara e sto aspettando per capire se fossero stati coinvolti, ma io resto esterrefatto da una cosa del genere».

Mosaner: «Non ho autorizzato l’uso di mie immagini per scopi politici»

Gli azzurri erano ignari di tutto, tanto che lo stesso Mosaner ha commentato: «In merito alla diffusione, sui canali social del Partito democratico, di un video che riprende immagini di una mia partita accompagnate da un messaggio di invito al voto per il referendum del prossimo 22 e 23 marzo, desidero precisare che non sono stato informato preventivamente dell’utilizzo di tali immagini né ho in alcun modo autorizzato l’associazione della mia performance sportiva a messaggi o iniziative di carattere politico. Chiedo che le immagini che mi ritraggono vengano rimosse da qualsiasi comunicazione che possa generare un collegamento, diretto o indiretto, tra la mia attività sportiva e iniziative di natura politica. Il mio impegno è e rimane esclusivamente sportivo, nel rispetto dei valori olimpici e di tutti coloro che mi seguono e sostengono».

Olimpiadi, il caso del post del Pd sul no al referendum con gli azzurri del curling
Olimpiadi, il caso del post del Pd sul no al referendum con gli azzurri del curling

La replica del Pd: «Era un meme, nessuna volontà di strumentalizzare»

A stretto giro è arrivata la replica del Pd: «Il post pubblicato qualche ora fa dall’account del Partito democratico utilizzava l’immagine di un evento sportivo che aveva avuto grande seguito, con un linguaggio comunicativo, quello del meme, che per sua natura funziona grazie alla sua semplicità e si inserisce in un contesto ironico. Non vi era nessuna intenzione di coinvolgere direttamente gli atleti nella campagna referendaria, di attribuire loro una posizione politica, né di strumentalizzare in alcun modo le loro prestazioni sportive, delle quali siamo, come tutti, orgogliosi. Appena abbiamo appreso della richiesta avanzata da Amos Mosaner e da Stefania Costantini, dispiaciuti che il post possa essersi prestato a fraintendimenti, è stato rimosso immediatamente».

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni

Dice Matteo Renzi, parlando al Tg3, che quello della sicurezza è un «problema enorme che riguarda i cittadini, non il governo: è il ragazzino ucciso a scuola a La Spezia; il capotreno ucciso a Bologna. Basta con gli slogan sulle Brigate Rosse, è un errore drammatizzare la questione della sicurezza dal punto di vista ideologico, destra e sinistra devono stare insieme». Concetti simili in passato li aveva espressi l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, accusato spesso a sinistra di protofascismo per via delle note vicende libiche.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

L’apertura di De Pascale sul Cpr agita la sinistra

Intanto però un primo segnale d’ascolto alle parole di Renzi arriva dall’Emilia-Romagna, Regione che sarebbe pronta ad accogliere un Centro di permanenza per rimpatri (Cpr). Almeno così ha detto il presidente Michele De Pascale, riformista bonacciniano del Pd, qualche giorno fa parlando al Corriere di Bologna: «Certo, non vedo perché la Regione non dovrebbe sedersi a discuterne. Io lo farei. Tra l’altro non si capisce perché a Brindisi va bene e qui no. I Cpr però devono essere strumenti esclusivi per l’espulsione di persone pericolose socialmente». Apriti cielo. Avs e M5s si sono subito agitati. «Riteniamo un errore ogni forma di legittimazione a strutture che negano i diritti fondamentali e confinano persone in centri di detenzione amministrativa in condizioni inumane e degradanti», ha scritto Avs Emilia-Romagna. Contrario anche il partito di Conte, che pure parla di sicurezza un giorno sì e l’altro pure.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale (Imagoeconomica).

Il fronte dei sindaci dem, da Salis a Manfredi

A mettere ordine però in questa cacofonia sul tema in cui tutti dicono la loro senza che ci sia un coordinamento sulle iniziative (e soprattutto armonia nell’offerta politica del campo largo), ci stanno pensando i sindaci di centrosinistra, forse la vera novità degli ultimi mesi sulla sicurezza. Sarà che spesso si incolpano i sindaci di responsabilità che spettano al prefetto, sarà che effettivamente per anni si è pensato che fosse tutta una questione di percezione, ma i primi cittadini, dalla genovese Silvia Salis al napoletano Gaetano Manfredi, intervengono spesso per denunciare le mancanze del governo. E della sinistra stessa.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Il governo stretto tra Vannacci e (forse) i riformisti Pd

Di recente lo ha ben spiegato Giorgio Gori, europarlamentare del Pd, riformista non bonacciniano, ex sindaco di Bergamo: «Quello della sicurezza è un tema che la sinistra, nonostante l’impegno concreto dei suoi sindaci, ha dato in passato l’idea di non tenere nella dovuta considerazione. È quindi urgente occuparsene in modo serio: senza cedere alla propaganda della destra, cui spesso non corrisponde alcun fatto concreto, ma con la capacità di tenere insieme prevenzione e repressione». I fatti dicono «che il problema esiste, soprattutto per quello che riguarda i reati commessi da giovanissimi, e che le persone più esposte sono quelle più fragili, a partire da donne e anziani». Sul tema insomma il governo – alle prese con l’ennesimo decreto sicurezza in risposta agli scontri di Torino – è accerchiato da più parti. Da una parte c’è Roberto-generale-in-pensione Vannacci, con la sua proposta di remigrazione; dall’altra c’è la sinistra riformista che accusa l’esecutivo di non fare abbastanza. La campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027 è cominciata.

Sicurezza, il fronte riformista dei sindaci Pd sfida Meloni
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Contatti Vannacci-Adinolfi: l’ex generale alla ricerca di un simbolo per la Camera

I deputati (per ora tre) del neonato partito Futuro Nazionale potrebbero costituire una componente nel gruppo Misto con il simbolo del Popolo della Famiglia, guidato da Mario Adinolfi. Lo ha confermato quest’ultimo all’Ansa dopo le indiscrezioni del Corriere della Sera, parlando di «dialogo aperto» con l’ex generale e di conversazioni con i suoi parlamentari (i due ex leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso e l’ex Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo).

Contatti Vannacci-Adinolfi: l’ex generale alla ricerca di un simbolo per la Camera
Mario Adinolfi (Imagoeconomica).

Vannacci punta ai contributi della Camera dei deputati

Come ha spiegato Adinolfi, «la presenza di un simbolo che si è presentato alle elezioni precedenti garantisce il riconoscimento come componente del gruppo Misto, e anche il riconoscimento in termini di contributi» della Camera dei deputati, che ammontano a circa 100 mila euro annui. Il simbolo del suo Popolo della Famiglia è stato appunto presentato alle elezioni politiche del 2018 e del 2022 (in questo caso nella coalizione Alternativa per l’Italia con Simone Di Stefano, ex-vicepresidente di CasaPound), in entrambi i casi senza un approdo in Parlamento. A distanza di qualche anno, il marchio potrebbe però sbarcare alla Camera: «Stiamo discutendo dei dettagli di questo passaggio. Comunque il rapporto con Vannacci non è episodico, ma consolidato dalle esperienze recenti insieme alle Regionali», ha spiegato Adinolfi, che nei giorni scorsi era stato accostato a Futuro Nazionale.

Dl Ucraina, passa la fiducia alla Camera

La Camera dei deputati ha approvato la questione di fiducia posta dal governo al decreto legge Ucraina con 207 sì, 119 no e 4 astenuti. Tra i parlamentari a favore anche i tre vannacciani: i due ex leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso e l’ex Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo. Roberto Vannacci aveva messo in chiaro la posizione di Futuro Nazionale, a favore della fiducia «perché questo voto non è nel merito del provvedimento», sul quale il nuovo partito dell’ex generale resta contrario. L’esame del decreto, con il voto finale, riprenderà dopo il question time, a partire dalle 16:45.

Armi all’Ucraina, Vannacci vota sì alla fiducia e no al decreto

«Futuro Nazionale vota a favore della fiducia perché questo voto non è nel merito del provvedimento sul quale rimaniamo contrari, ma serve per delimitare un perimetro politico funzionale a permettere ai partiti di scegliere dove collocarsi e un partito di Destra come Futuro Nazionale sa bene dove stare». Lo ha scritto su Facebook Roberto Vannacci, riferendosi al voto previsto alla Camera sul decreto legge Ucraina, su cui l’esecutivo ha deciso di porre la fiducia. I deputati di Furuto Nazionale chiamati a votare sono i due ex leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso e l’ex Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo.

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fpermalink.php%3Fstory_fbid%3Dpfbid0jyTFS7drB12nR6SimcNkNaGG7Cai8YNjU4YrvbmBGJCXjfB5QDbKxppTsr9W1mBLl%26id%3D61557977492503&show_text=true&width=500

Vannacci: «Non siamo uno strumento della sinistra»

«Ho sempre detto che non siamo uno strumento della sinistra che vuole destabilizzare la Nazione, a differenza di quanto viene sostenuto da alcuni e lo dimostriamo nei fatti. Manterremo i nostri Ordini del Giorno, che contengono l’impegno ad interrompere le forniture di armi, a favore dell’esercito di Zelensky e voteremo, altresì, contro nel voto finale», ha scritto poi Vannacci, chiosando: «Non ci prestiamo ai giochini di chi vorrebbe addossarci l’etichetta di essere insieme ai Bonelli, Fratoianni, Renzi, Conte e Schlein di turno, ma, al contempo, non rinunciamo alla nostra identità». Il provvedimento, da inviare al Senato, deve essere convertito in legge, pena la decadenza, entro il primo marzo.

L’attacco alla Lega, accusata di incoerenza sull’Ucraina

«DAL 2022 AL 2026: CRONISTORIA DELL’INCOERENZA. Oggi la Lega chiede al governo di porre la fiducia sul decreto di invio armi all’Ucraina per evitare di far palesare il voto di coscienza (o le assenze in aula) di molti leghisti che dal 2022 seguono e credono nelle indicazioni del partito. Io sono sempre coerente con i miei principi e i miei valori!». Lo aveva scritto il 10 febbraio Vannacci, accentuando lo scontro col Carroccio.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia

C’è qualcosa di grottesco nella scena che si ripete, con puntualità liturgica, sulle colonne del Corriere della sera: Marina Berlusconi, tono da azionista di maggioranza che misura le parole, ricorda ad Antonio Tajani che dentro Forza Italia il tempo scorre e il rinnovamento non è più eludibile. E il finto mite segretario, con aplomb democristiano riverniciato d’azzurro, replica che il rinnovamento è già in corso. Tradotto in metafora immobiliare: la proprietaria manda continui avvisi di sfratto all’inquilino, lui risponde che i lavori di ristrutturazione dell’appartamento stanno procedendo. E intanto non si schioda. Anzi, vi si accomoda sempre meglio.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia

Forza Italia è un sistema di equilibri che resiste alla volontà del proprietario

A questo punto Marina, se non vuole che i suoi inviti finiscano sommersi da ironici sorrisetti, dovrebbe cambiare approccio. Partendo dalla consapevolezza che Forza Italia non è un attico in centro né il cda di una delle sue aziende. È un partito. E come tale, anche quando sopravvive come proiezione carismatica del fondatore, non è un asset patrimoniale ma un organismo fatto di correnti, sottocorrenti, capibastone, tessere, pacchetti di voti, feudi territoriali. Un sistema di equilibri che resiste alla volontà del proprietario.

LEGGI ANCHE

Tajani si difende con la carta dei congressi, tanto odiata da Silvio

Il paradosso è che Tajani si difende invocando democrazia interna e congressi. Cioè prerogative a cui Silvio Berlusconi, che si considerava monarca assoluto, era allergico. Per il Cav la parola congresso era un concetto filosofico. Si faceva quando serviva, ossia quando decideva che servisse. Cioè mai. Forza Italia era lui, il congresso pure. Il sornione Tajani invece si trincera dietro la liturgia democratica: assise regionali, confronto interno, pluralismo. Una prassi che ai vecchi tempi sarebbe apparsa, se non sovversiva, irriguardosa nei confronti del padre fondatore.

Puoi possedere il marchio, ma non comandi così da Milano…

Forse nelle varie peregrinazioni dei maggiorenti azzurri a casa di Marina, qualcuno dovrebbe spiegare alla presidente di Fininvest che la creatura politica di famiglia ha sviluppato un proprio sistema immunitario. Puoi possederne il marchio, le fideiussioni, custodirne la memoria, rivendicarne l’eredità simbolica. Ma non comandi da Milano il vertice di una piramide fatta di gruppi parlamentari, delegati, coordinatori regionali, notabili con pacchetti di preferenze e variegati interessi da rappresentare.

Occhiuto si è ritirato per evitare una sconfitta plateale

Ecco perché il rinnovamento langue. E gridare al lupo che non arriva mai rischia di diventare un siparietto stucchevole. Infatti il lupo indicato dalla famiglia come volto nuovo, Roberto Occhiuto, ha fatto un passo indietro tornandosene nel bosco. Ufficialmente per evitare lacerazioni. In realtà perché la designazione rischiava di trasformarsi in una sconfitta plateale.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Antonio Tajani e Roberto Occhiuto durante un evento del 2021 (Imagoeconomica).

Tajani e Barelli giocano in proprio anche sulle nomine nelle partecipate

E mentre dal Nord arrivano risentiti mugugni – linea troppo romana, laconicamente ministeriale, poco identitaria – il partito resta saldamente a conduzione capitolina. I congressi regionali si celebrano, le mozioni si votano, ma il baricentro non si sposta. Roma decide, il territorio ratifica, il rinnovamento resta un titolo buono per un’intervista. Tajani e Paolo Barelli, Stanlio e Ollio come li chiamano i detrattori, giocano in proprio anche al tavolo delle nomine nelle partecipate.

Gli errori di Marina con il finto mite Tajani e l’unica via per rinnovare davvero Forza Italia
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Marina probabilmente pensa che un partito personale possa restare tale anche dopo la scomparsa del fondatore. Ma quando il carisma del capo svanisce, a comandare sono le procedure. Lente, opache, spesso irritanti, una burocrazia efficacissima nel difendere chi è già seduto al tavolo e respingere chi ambisce a prendervi posto. Risultato? La primogenita del Cav invia segnali, Tajani risponde con rassicurazioni, Occhiuto attende tempi migliori, mentre Forza Italia continua la sua navigazione controllata. Non è una marcia trionfale ma, complici gli sbandamenti della Lega e qualche scivolone dei Fratelli, una postura che solo un intervento più deciso della primogenita del Cav potrebbe ravvivare. Sempre che, al di là del consunto refrain sul nuovo che non avanza, lo voglia far avanzare davvero.

Tensione in Lega: guai a essere gentili con i «traditori» vannacciani

L’episodio misura il tasso di nervosismo dentro la Lega. Dopo l‘adesione a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci insieme con il collega Edoardo Ziello, Rossano Sasso ha perso la poltrona di capogruppo in commissione Cultura. Lo ha comunicato martedì il partito di Matteo Salvini, provvedendo a sostituirlo con la deputata pontina Giovanna Miele. Scelta che può essere letta come tentativo di arginare nuove fuoriuscite promuovendo rappresentanti del Centro-Sud, area più sensibile alle sirene vannacciane.

Tensione in Lega: guai a essere gentili con i «traditori» vannacciani
Giovanna Miele (Imagoeconomica).

Anche inviare un messaggio in chat diventa pericoloso

Il fatto è che dopo il “congedo” di Sasso, una delle deputate che siede in commissione ha scritto un messaggio nella chat comune, un saluto affettuoso per ringraziarlo dell’ottimo lavoro svolto come capogruppo. Un semplice segno di cordialità tra ex colleghi, si dirà. Ma qualcuno non ha proprio gradito la gentilezza. Il messaggio infatti è stato immediatamente screenshottato e inviato a un vicesegretario di ‘peso’ della Lega. La deputata in questione è stata subito rimproverata per l’affetto mostrato verso Sasso «il traditore». «Mi hanno chiamata urlandomi: “Ma come ti permetti di scrivere un messaggio così?”. Non dirò più niente», si è sfogata la leghista coi colleghi. «Non si finisce mai di imparare».