Forza Italia, spuntano due governatori per il dopo-Tajani

Due governatori per il post Tajani. L’incontro di Antonio Tajani con i Berlusconi nella sede di Mediaset è andato male. E in Forza Italia si cerca di tamponare, mentre cominciano a emergere profili in vista del congresso che si dovrebbe tenere dopo le Politiche.

Forza Italia, spuntano due governatori per il dopo-Tajani
Marina Berlusconi e Antonio Tajani (Ansa).

I due nomi che possono dare del filo da torcere al ministro degli Esteri sono, allo stato, quello del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che, a dicembre a Palazzo Grazioli, aveva presentato la sua corrente “liberale”, salvo poi ritrarsi dopo poco; e quello del collega governatore, il piemontese Alberto Cirio.

Forza Italia, spuntano due governatori per il dopo-Tajani
Roberto Occhiuto con Alberto Cirio (Imagoeconomica).

Cirio avrebbe proposto Costa al posto di Barelli

Proprio Cirio di recente avrebbe assunto un ruolo di rilievo – e di mediazione – proponendo di affidare l’incarico di capogruppo alla Camera a Enrico Costa, ex di Azione, per sostituire Paolo Barelli che i figli di B vedono come fumo negli occhi. Cirio dovrebbe incontrare Marina Berlusconi martedì e con la figlia del Cavaliere affrontare anche il nodo, più spinoso, dei congressi. Mentre su Costa sarebbero state superate le resistenze di larga parte dei deputati, in un primo tempo poco propensi a votare come presidente uno entrato in FI solo un anno e mezzo fa. Sui congressi, Tajani dovrebbe cedere e rallentare, almeno nelle Regioni in cui il partito è più spaccato – Sicilia, Basilicata, Lombardia, Puglia e Abruzzo – con la minoranza che accusa i vertici di aver gonfiato le tessere.

Forza Italia, spuntano due governatori per il dopo-Tajani
Enrico Costa (Imagoeconomica).

Il futuro di Barelli tra commissione Anagrafe tributaria e Mimit

E se Tajani non vuole rinunciare alle assise regionali per ‘blindarsi’, gli altri non mollano, anche perché – è il ragionamento – se si fosse votato avrebbero potuto eleggersi il nuovo capogruppo da soli. Ma questo non è stato fatto perché sia la famiglia che Gianni Letta si sono convinti che si dovessero evitare segnali di rottura in questo momento. Giorgio Mulè per esempio aveva tutti i numeri per fare il capogruppo, ma per Tajani sarebbe stato ritrovarsi un “nemico in casa”. Troppo da digerire, al momento. Costa potrebbe essere eletto tra martedì e giovedì. Per quanto riguarda il futuro dell’ormai uscente capogruppo alla Camera, Barelli probabilmente prenderà il posto di Maurizio Casasco alla presidenza della commissione Anagrafe tributaria (Casasco, a sua volta, potrebbe ambire a un posto di governo). Oppure sostituire Valentino Valentini come viceministro al Mimit. Certo, rispetto all’operazione chirurgica di scambio di ruoli tra Maurizio Gasparri e Stefania Craxi al Senato (capogruppo e presidente commissione Esteri), l’affaire Barelli si è maggiormente avviluppato su se stesso, con il risultato di tenere il capogruppo alla Camera più a lungo sulla graticola e, con lui, di conseguenza, anche il consuocero Tajani.

Forza Italia, spuntano due governatori per il dopo-Tajani
Paolo Barelli con Maurizio Casasco (Imagoeconomica).

Chi era Carlo Monguzzi, consigliere comunale di Milano noto per le battaglie ambientaliste

È morto a 74 anni Carlo Monguzzi, consigliere comunale di Milano di Europa Verde e in passato a lungo consigliere regionale, noto nel capoluogo lombardo e per il suo attivismo su battaglie ambientaliste e non solo, spesso in contrasto con la maggioranza con la quale era stato eletto.

Negli Anni 80 era stato tra i fondatori di Legambiente

Laureato in Ingegneria chimica al Politecnico e con un passato da docente di matematica, Monguzzi negli Anni 80 aveva contribuito alla fondazione dell’associazione Legambiente, di cui era stato presidente in Lombardia. Nel 1990 era stato eletto Regione Lombardia con la Federazione dei Verdi, poi lasciata nel 2009 perché non ne condivideva più la linea politica. In seguito, nel 2011, si era candidato con successo al consiglio comunale di Milano con il Partito democratico. Nel 2021 era entrato a far parte del gruppo consiliare di Europa Verde.

Chi era Carlo Monguzzi, consigliere comunale di Milano noto per le battaglie ambientaliste
Carlo Monguzzi (Imagoeconomica).

Le battaglie in Regione Lombardia e in Comune a Milano

Da assessore regionale, incarico ricoperto nel biennio 1993-94, Monguzzi aveva contribuito all’approvazione della prima legge sulla raccolta differenziata dei rifiuti e del primo Piano Aria contro lo smog. Rieletto in consiglio con i Verdi per tre volte, si era poi battuto contro il traffico illecito dei rifiuti, la caccia, il consumo di suolo e per la trasparenza da parte delle pubbliche amministrazioni. Nel 2006 era stato eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Lombardia 1 (Milano-Monza), rinunciando però al seggio a Montecitorio: al suo posto subentrò il giornalista Roberto Poletti. Nel 2011 l’approdo in consiglio comunale a Milano: nel corso degli anni Monguzzi si era battuto per impedire l’abbattimento di diversi alberi in città e, in tempi più recenti, aveva lasciato il ruolo di presidente della Commissione mobilità e ambiente in segno di protesta contro la vendita dello stadio di San Siro a Inter e Milan, che ne comporterà la demolizione. Inoltre aveva proposto di per interrompere il gemellaggio di Milano con Tel Aviv.

Chi era Carlo Monguzzi, consigliere comunale di Milano noto per le battaglie ambientaliste
Carlo Monguzzi (Imagoeconomica).

Sala: «Spesso non la vedevamo allo stesso modo, ma lo rispettavo per il suo impegno politico»

«Spesso non la vedevamo allo stesso modo, ma lo rispettavo per il suo impegno politico e il nostro affetto reciproco non è mai venuto a mancare», ha dichiarato il sindaco Beppe Sala. «Abbiamo combattuto battaglie su fronti diversi, ma era un galantuomo, una persona perbene che amava Milano», ha dichiarato Matteo Salvini. Attilio Fontana, presidente della Regione, ha ricordato Monguzzi come «un punto di riferimento dell’ambientalismo milanese e lombardo». Così Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde: «Perdiamo un grande uomo, un ecologista autentico e un punto di riferimento per intere generazioni».

La Lega sulla sconfitta di Orban: «Chi vota ha sempre ragione»

Dopo un prolungato silenzio, Matteo Salvini ha finalmente detto la sua sulla sconfitta nelle elezioni ungheresi dell’amico Viktor Orban, spodestato dall’ex fedelissimo Peter Magyar: «Chiaro che dopo 15 anni di governo magari la gente ha anche voglia di cambiare, di provare e guardare altrove. Vedremo se l’opposizione riuscirà a fare almeno una parte di quanto ha fatto Orbán in passato». Il commento del segretario della Lega è arrivato dopo quello che aveva già espresso il Carroccio «Chi vota ha sempre ragione: gli elettori ungheresi hanno espresso una chiara preferenza e vanno rispettati», si legge in una nota di Via Bellerio. «Un abbraccio e un grande ringraziamento all’amico Orbán, vero patriota, e buon lavoro a chi, dopo oltre vent’anni tra i suoi più stretti collaboratori, oggi ha vinto le elezioni. E poi: «Per anni Bruxelles e la sinistra hanno dipinto Orbán come un “dittatore“, un “autocrate” e una “minaccia” ai diritti e alle libertà: il modo in cui ha accolto il risultato smentisce, nei fatti, la loro propaganda e dà loro, ancora una volta, una lezione di democrazia».

Eni, l’appello di Descalzi all’Europa: «Stop al bando sul gas russo»

Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ritiene che «sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di metri cubi di gnl (gas naturale liquefatto) che vengono dalla Russia». Il riferimento è al regolamento adottato dal Consiglio europeo per l’abbandono delle importazioni russe di metano. Il divieto totale entrerà in vigore a partire dall’inizio dell’anno prossimo, mentre quello per il gas da tubo scatterà il 30 settembre 2027 (il primo novembre se nel frattempo non saranno stati raggiunti gli obiettivi di riempimento in vista dell’inverno). L’obiettivo della sospensione auspicata dal manager sarebbe quello di non aggravare in Europa lo squilibrio fra domanda e offerta causato dal venir meno delle forniture di metano dal Medio Oriente. «Suggerirei inoltre, come sta dicendo il governo italiano, di rivedere anche l’Ets, la tassa su tutta l’industria pesante. Non dico che deve essere cancellata ma deve essere sospesa, oppure redistribuita, per non penalizzare ulteriormente un settore industriale che già paga molto l’energia», ha aggiunto Descalzi intervenendo alla scuola politica della Lega.

Durigon: «La sospensione dello stop al gas russo non è un tabù»

«L’Europa dovrebbe ascoltare bene le parole di Descalzi», ha dichiarato il senatore leghista Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro. «L’amministratore delegato di Eni, peraltro non un caso isolato nel mondo dei servizi energetici, parla di sospendere lo stop al gas russo. Le sue dichiarazioni, rilasciate nel corso della scuola della Lega sono preoccupanti. Ha snocciolato numeri che fanno presagire una crisi senza precedenti, con lavoratori e imprese che rischiano di fermarsi. Auspicare una riflessione sul gas russo, come noi sosteniamo da tempo, non è un tabù o un messaggio sovversivo ma una soluzione di buonsenso».

Schlein: «Assolutamente no, Putin ha scatenato una guerra»

Di opinione opposta il Partito democratico, con la segretaria Elly Schlein che ha rigettato la proposta di Descalzi. «Oggi come oggi, no, assolutamente no, siamo in mezzo ad una guerra scatenata dall’invasione criminale di Putin», ha detto a InOnda su La7.


La caduta di Orbán e il silenzio imbarazzato di Salvini

La sconfitta di Viktor Orbán è un nuovo tassello che può indebolire il centrodestra italiano. Anche se largamente atteso, il risultato del voto ungherese non aiuta Giorgia Meloni e Matteo Salvini, già in difficoltà dopo la débâcle del referendum sulla separazione delle carriere. È rumoroso il silenzio del capo leghista nella notte dopo lo spoglio a Budapest.

Salvini aveva risposto all’appello di Orbán e aveva partecipato a un evento organizzato dai Patrioti europei nella capitale ungherese a sostegno della ricandidatura del presidente uscente, il 23 marzo scorso.

La caduta di Orbán e il silenzio imbarazzato di Salvini
Matteo Salvini e Viktor Orbán (Imagoeconomica).

Non si festeggia nemmeno in FdI

Ma anche dalle parti di Fratelli d’Italia non si festeggia. Il clima è tale che alcuni esponenti di spicco del partito, come Francesco Filini, sentono la necessità di usare il sarcasmo contro le opposizioni. Filini ha pubblicato sui social una vignetta di Giuseppe Conte ed Elly Schlein che esultano perché in Ungheria «ha vinto il centrodestra». «Vedere la sinistra che esulta per la vittoria di un esponente di destra è straordinario e ci dà la misura di quanto siano ridotti male», attacca.

Certo, Meloni si è congratulata immediatamente con Péter Magyar per la «chiara vittoria elettorale». Nel tweet, la premier è più onesta di Filini e ha tenuto a ricordare il legame che la lega a Orbán. «Ringrazio il mio amico Viktor Orbán», ha scritto, «per l’intensa collaborazione di questi anni e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione».

Tajani soddisfatto per la vittoria di un esponente del Ppe

Chi invece può festeggiare senza problemi, reduce dall’incontro a Mediaset con Marina e Pier Silvio Berlusconi, è Antonio Tajani, dal momento che il trionfatore delle elezioni ungheresi siede nel suo stesso gruppo in Europa, il Ppe di Manfred Weber. «In un momento di grande incertezza, ancora una volta, il Partito Popolare Europeo viene scelto come forza rassicurante e garante della stabilità in Europa», ha rivendicato il segretario di FI. Ma nella coalizione non è l’unico a brindare. Anche Noi moderati di Maurizio Lupi appartiene al Ppe.

La caduta di Orbán e il silenzio imbarazzato di Salvini
Antonio Tajani (X).

Nella Lega c’è chi brinda di nascosto…

E poi ci sono quei leghisti che, di nascosto, tengono il vino in fresco da settimane. In Veneto, qualcuno forse non era così felice di stappare un Prosecco da quando Roberto Vannacci ha lasciato la Lega. Non che in Lombardia non si brindi ai piani più alti: cambia solo il vino, rigorosamente Franciacorta. E anche dalle parti di Trieste c’è allegria. Forse se ne parlerà al consiglio federale. O forse no. Tutti pancia a terra per la quinta riunione convocata da Salvini sulla manifestazione dei Patrioti prevista in piazza Duomo sabato 18 aprile. Mancano pochi giorni all’evento e il segretario vuole la piazza piena. Il partito ha organizzato i bus gratuiti, i militanti ci saranno. Forse non ci sarà Orbán, a questo punto.

La caduta di Orbán e il silenzio imbarazzato di Salvini
Matteo Salvini a un gazebo della Lega a Milano (Ansa).

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»

Ma come hanno fatto Claudia Conte e Maria Rosaria Boccia a scattare tutte quelle foto a eventi organizzati nei palazzi del potere? Perché i palazzi del potere ormai si sono aperti a un pubblico assai eterogeneo, spesso con la complicità dei deputati e senatori, fino a diventare «centri congressi a basso costo». È infatti questa la battuta che circola sempre più spesso tra i vecchi habitué dei corridoi parlamentari.

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»

L’apertura popolar-populista ai cittadini

All’inizio, negli Anni 90, fu una suggestione popolare, e secondo alcuni un po’ populista, quella di aprire le seriose stanze ai cittadini; vennero organizzati mostre ed eventi di prestigio nelle più storiche sale di Montecitorio, dalla sala della Regina alla sala della Lupa. Anche il Senato, più piccolo, cominciò ad adeguarsi. Piano piano però la voglia di aprirsi al mondo ha un po’ preso la mano ai parlamentari e alcuni di loro hanno approfittato del meccanismo fino a stravolgerlo. I numeri parlano chiaro. Palazzo Montecitorio ha ospitato 524 eventi e soprattutto 787 conferenze stampa, quasi due per ogni deputato, solo nel 2025. Ritmi meno forsennati a Palazzo Madama, dove i parlamentari sono 205, ma se si allarga la ricerca alle sale che ospitano eventi sotto l’egida del Senato, anche qui il numero sale.

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Il transatlantico della Camera (Ansa).

La lievitazione degli appuntamenti e delle conferenze stampa

Gli ingredienti per questa lievitazione degli appuntamenti sono fondamentalmente tre: ogni parlamentare può indire una conferenza stampa su un tema o un evento che ritenga interessante per la stampa; la Presidenza della Camera non ha potere di veto, l’amministrazione può solo compiere le necessarie verifiche di sicurezza sugli ospiti; i costi sono quasi nulli, visto che sala, commessi e riprese tv online sono forniti da Montecitorio. C’è un piccolo contributo spese solo per gli eventi organizzati nei palazzi esterni. Dopo l’appuntamento istituzionale scatta la vera festa per i presenzialisti: terminata la conferenza stampa conferenzieri, giornalisti e invitati (e qui la scelta è quantomai discrezionale) non si negano quasi mai un selfie con il logo della Camera. E il portfolio per il profilo social è assicurato.

Dalla presentazione di libri alle sagre di paese, ce n’è per tutti i gusti

I temi? Vanno dai più seri, come la presentazione di proposte di legge contro la violenza di genere fino ai più territoriali come le sagre del proprio collegio, dalla presentazione di libri all’annuncio di eventi non sempre di rilievo storico o nazionale, dalla promozione di prodotti locali a quella di associazioni più o meno benefiche. Insomma, ce n’è un po’ per tutti i gusti. Porre un freno è difficile ovviamente, come negare il diritto di parola a un parlamentare? Ma è ovvio che il rischio di ritrovare il logo della Camera o del Senato su social media non propriamente istituzionali è alto.

LEGGI ANCHE: Chi è la nuova mina vagante nei Palazzi del potere dopo Claudia Conte?

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere

La legislatura è politicamente finita ed è iniziata la campagna elettorale. Giorgia Meloni è unchained, bastava ascoltare giovedì in Parlamento il suo intervento sullo stato dell’Unione, pardon, dell’Italia. Lei non ha sbagliato niente, le opposizioni non collaborano con l’esecutivo e le sue grandi idee, la bocciatura della riforma Nordio è stata una grande occasione persa per il Paese, nessun altro si dimetterà, non ci saranno rimpasti, Donald Trump è un camerata che sbaglia, e via così. Meloni è tutta schierata in difesa, è tornata in modalità opposizione. Solo che è ancora al governo e si vota fra un anno. Sarà lunga. Sarà dura per lei resistere altri 12 mesi così, ma anche per tutto quello che le sta attorno. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’informativa alla Camera (Ansa).

A Meloni manca la “leggerezza” tipica di Berlusconi

In quasi un’ora di discorso non ha preso atto della situazione post-referendaria, semmai ha rilanciato. Lo faceva anche Silvio Berlusconi, che però non si è mai così imbruttito, nemmeno quando gridava: «Siete ancora oggi, e come sempre, dei poveri comunisti» ai contestatori in piazza o quando spolverava la sedia su cui si era seduto Marco Travaglio prima di lui, ospite di Michele Santoro. Erano momenti di situazionismo, c’era l’allegria del potere divertito e divertente. Meloni invece non ha leggerezza, serve anche quella a un leader di governo che deve, inevitabilmente, anche saper perdere.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Marco Travaglio e Silvio Berlusconi ad Anno zero nel 2013 (Imagoeconomica).

Le purghe (tardive) dopo la sconfitta del Sì

E invece no. È dal referendum che la presidente del Consiglio si accanisce contro il suo esecutivo. Prima con le defenestrazioni tardivamente manettare di chi avrebbe potuto o dovuto essere cacciato da tempo – Andrea Delmastro per l’incompetenza sulle carceri, Giusi Bartolozzi per il caso Almasri, Daniela Santanchè per traffico di borsette (si scherza, signor maresciallo, ma soprattutto si scherza, signora Santanchè). Poi l’ultimo atto è arrivato giovedì in tarda serata, con un comunicato stampa firmato dal Mef, che ha depositato le liste per il rinnovo degli organi sociali di Enel, Enav, Eni e Leonardo. E a leggere l’elenco colpisce, anche se non stupisce, visto che era attesa, la defenestrazione di Roberto Cingolani, fin qui amministratore delegato di Leonardo. Fra le colpe che gli vengono attribuite, quella di aver fatto adontare, diciamo così, il governo americano. Alla faccia dell’indipendenza rivendicata da Meloni nei confronti dell’amministrazione Trump nell’ora di intervento in Parlamento. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Intanto l’opposizione si incarta sulle primarie

Nonostante il momento di rabbia, che rischia di protrarsi per mesi, Meloni continua a mantenere un vantaggio invidiabile, che è garantito dall’opposizione. C’è poco da fare. La presidente del Consiglio s’incrudelisce, sbotta, taglia teste, e loro? Si incartano sulle primarie. Giuseppe Conte dopo un’ora dalla chiusura delle urne era già lì a disegnare traiettorie, le primarie, il programma, la leadership, dopo aver fischiettato allegramente per settimane, prima del referendum. Poi è andata a votare un sacco di gente, più del previsto, e contrariamente a quello che dicevano i sondaggisti, più gente è andata a votare e più il No è cresciuto, sicché Conte s’è convinto che c’è del materiale per il suo ritorno a Palazzo Chigi. Il Pd, dopo una fase iniziale di smarrimento, adesso è entrato in quella della negazione. Primarie chi? Quando? Come? Perché? Un fiorino! Insomma, con questo tipo di dirigenti, direbbe Nanni Moretti aggiornando il suo sfogotto memorabile, Meloni governerà cent’anni.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).

Il gran ritorno di Salvini sulle barricate

Sempre che con questa rabbia atavica la leader di Fratelli d’Italia non trovi il verso di autodistruggersi. E sempre che Matteo Salvini le dia tregua. Perché il capo della Lega ha lasciato passare qualche giorno e ha già riconquistato la sua verve nel corso di un incontro con la stampa estera: «Non c’è allo studio nessun piano sul razionamento di carburante, né sulla chiusura di scuole, uffici, fabbriche e negozi», ha detto a proposito del caro energia. E lo smart working? «Non è da prendere in considerazione». Sarà Meloni a dover però prendere Salvini in considerazione. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Lo scontro Vespa-Provenzano diventa un caso politico e accende la polemica tra sindacati Rai

A campagna elettorale già cominciata non si spreca un colpo. Tantomeno se c’è di mezzo Bruno Vespa. È infatti diventato un caso politico lo scatto d’ira del giornalista, che durante l’ultima puntata di Porta a Porta si è avvicinato minacciosamente al deputato dem Giuseppe Provenzano, reo di aver ironizzato sulla parzialità del padrone di casa, da cui era stato appena ripreso per aver interrotto il senatore meloniano Lucio Malan.

Usigrai contro Unirai sul caso Vespa-Provenzano

Oltre ai partiti politici, su quanto visto a Porta a Porta si sono scontrati pure i sindacati. «Che Vespa da tempo si sia spogliato dei panni del giornalista per indossare quelli del tifoso del governo di turno è pacifico per chiunque. È inaccettabile però che i vertici Rai gli garantiscano uno status di intoccabile»: è quanto si legge in una nota di Usigrai. E poi: «Dalle gaffe sui social, alle arringhe a difesa del governo sul caso Almasri (la Corte Penale internazionale la pensava in modo opposto), agli insulti agli attivisti della Global Sumud Flottilla, solo per citare i casi degli ultimi tempi. Il tutto profumatamente pagato con i soldi degli italiani». Unirai sostiene invece che la reazione di Vespa «è stata provocata da un intervento di un parlamentare Pd che, con una battuta infelice e non corrispondente al vero, ha messo in discussione una professionalità riconosciuta e una firma storica della Rai», che «non ha padroni» e la cui credibilità «passa dalla capacità di offrire un confronto serio, rispettoso e completo».

Montaruli: «L’epoca dei diktat è finita, non siamo a Telekabul»

Tra gli esponenti di Fratelli d’Italia che hanno difeso Vespa c’è Augusta Montaruli, vicecapogruppo alla Camera dei deputati: «Con la risposta alla volgarità di Provenzano, Vespa ha difeso non solo i professionisti ma il pluralismo e lo stesso Servizio pubblico. La sinistra si proclama paladina della libertà di stampa, ma poi usa il manganello mediatico contro chiunque non si pieghi al loro pensiero unico e alla loro arroganza nell’imporsi nel dibattito. L’epoca dei diktat è finita, non siamo ai metodi di Telekabul». Così Raffaele Speranzon, vicepresidente vicario dei senatori di Fratelli d’Italia: «Il comportamento sopra le righe di Provenzano a Porta a Porta è la prova lampante che TeleMeloni non esiste. Ma rappresenta uno strumento di propaganda in mano alla sinistra per avvelenare il dibattito politico e strumentalizzare la comunicazione. L’affronto dell’esponente dem contro un professionista serio come Vespa dimostra tutta la bassezza di una certa parte politica». Parlando di «tentativo di delegittimazione che rischia solo di danneggiare il Servizio pubblico», Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati e commissario in Vigilanza Rai, ha detto che «i dati sulle presenze a Porta a Porta e la storia professionale di Vespa dimostrano un equilibrio che è evidentemente mancato a Provenzano nel corso della puntata».

Lo scontro Vespa-Provenzano diventa un caso politico e accende la polemica tra sindacati Rai
Giuseppe Provenzano (Imagoeconomica).

Il Partito democratico punta il dito contro la Rai

Marco Sarracino, deputato dem e componente della Segreteria del Pd, ha affermato che «qualsiasi telespettatore del servizio pubblico, e tutti coloro che ne pagano il canone, si sono fatti un’idea chiara dell’incredibile episodio avvenuto ieri sera nello studio di Porta a Porta». E poi: «I vertici della più grande azienda culturale del Paese dovrebbero porsi con maggiore forza il tema del rispetto del codice etico interno alla Rai chiedendo a chiunque dei dipendenti e dei collaboratori, incluso Vespa, di attenersi ai criteri di correttezza, imparzialità, trasparenza e responsabilità».

Malan: «I dem hanno un concetto asimmetrico della democrazia»

Ha detto la sua anche Malan, motivo del contendere – per così dire – tra Vespa e Provenzano: «Nel Pd hanno un concetto asimmetrico della democrazia. La realtà è che Vespa aveva redarguito Provenzano che mi stava interrompendo ripetutamente. L’esponente del Pd reagiva dicendogli che doveva sedersi “da quella parte”, cioè dalla parte della destra. A quel punto Vespa si è inevitabilmente alterato e Provenzano ha peraltro ha continuato a interrompermi anche fino all’ultimo minuto della trasmissione, un atteggiamento poco rispettoso, innanzitutto verso il pubblico che ha il diritto di ascoltare entrambe le opinioni».

Lo scontro Vespa-Provenzano diventa un caso politico e accende la polemica tra sindacati Rai
Bruno Vespa (Imagoeconomica).

Vespa: «Il Pd è abituato a non avere controparti in tv»

Infine è arrivata anche una nota di Vespa: «Come sanno bene Agcom e Rai, Porta a Porta ha sempre fatto dalle origini della par condicio costante la sua forse stupida religione (in questa stagione il Pd è da noi numericamente presente più di ogni altro partito). Ma comprendo perfettamente il disagio dei componenti Pd della commissione di Vigilanza Rai. Abituati nella televisione d’oggi a non avere quasi dappertutto controparte se non talvolta in misura simbolica, capisco che trovino normale che l’onorevole Provenzano – che ha avuto un tempo di parola superiore al senatore Malan interrotto costantemente – rivolga la più grave delle offese a un giornalista che già prima che Provenzano nascesse aveva dimostrato quanto doveva in fatto di correttezza professionale».

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere

Dunque, ci siamo. Dopo giorni di attesa, finalmente venerdì, all’ora di pranzo, presumibilmente nella residenza di corso Venezia, Marina Berlusconi e Antonio Tajani, alla presenza di Gianni Letta, discuteranno i nuovi assetti di Forza Italia dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia. E a sorpresa ci sarà anche Pier Silvio Berlusconi, che finora mai si era visto nei summit della sorella col segretario o con gli altri dirigenti forzisti. Un segnale di unità e compattezza della famiglia, con un sotto-testo indirizzato al titolare della Farnesina: i Berlusconi siamo noi e siamo noi che dettiamo la linea al partito. La resa dei conti tra famiglia e segretario pare dunque essere arrivata.

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere
Gianni Letta con Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Il futuro di Barelli, Costa in pole per sostituirlo alla Camera

Marina B. aveva colto al balzo il repulisti messo in pratica da Giorgia Meloni nei confronti di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè, per avviare finalmente qualche cambiamento, come si è visto con la sostituzione di Maurizio Gasparri con Stefania Craxi alla presidenza dei senatori azzurri. Ma alla numero uno di Fininvest non basta. Tocca pure al capogruppo dei deputati, Paolo Barelli, fedelissimo di Tajani nonché suo consuocero, presidente della Federazione nuoto, abile nuotatore pure tra i marosi del Transatlantico. Oggi si deciderà per il cambio a Montecitorio: fuori Barelli, che dovrebbe (o vorrebbe) andare a fare il sottosegretario al Mimit di Adolfo Urso, ma è libera anche una casella alla Cultura, al posto di Gianmarco Mazzi, nominato ministro del Turismo. Per sostituirlo alla Camera si scalda invece Enrico Costa. Indietro e assai lontana l’ipotesi del deputato sardo Pietro Pittalis, considerato troppo vicino a Tajani. Nelle ultime ore è ricomparso anche il nome di Andrea Orsini, colui che scriveva i discorsi per il Cavaliere, ma è stato lui stesso a togliere l’ipotesi dal campo: «È una fervida fantasia».

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere
Enrico Costa (Imagoeconomica).

Le condizioni poste da Tajani a Marina B

All’incontro con Marina e Pier Silvio si arriva dopo una trattativa serrata, dove le parti hanno già interloquito tramite la mediazione di Letta, fiduciario dei Berlusconi nella Capitale, tornato finalmente al centro della scena dopo un periodo in cui era stato un po’ messo da parte. Dunque, Tajani ha accettato il doloroso cambio di Barelli, ma a condizione di non subire una disfatta totale, un’umiliazione difficile da digerire. Due le condizioni poste: Barelli deve entrare nella squadra di governo, promoveatur ut amoveatur, e alla guida dei deputati non dovrà andare un esponente della minoranza. Niente Giorgio Mulè, né Deborah Bergamini, per intenderci. Semaforo verde, invece, per Costa, pasdaran garantista, figlio dell’ex ministro della Sanità Raffaele Costa, nel cui ufficio del Partito Liberale muoveva i primi passi in politica un giovanissimo Tajani. Sembra dunque superata qualche perplessità sul deputato forzista a causa dei suoi passati passaggi nel Ncd di Angelino Alfano e in Azione di Carlo Calenda. Quella sul capogruppo, però, è stata la trattativa più dolorosa ma più semplice.

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere
Giorgio Mulè e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Resta da sciogliere il nodo dei congressi

Più complicato affrontare l’altro tema sul tavolo: i congressi. La minoranza vuole eliminare quelli locali, perché li reputa ostaggio dei signori delle tessere, tutti fedelissimi del segretario. Che così arriverebbe al congresso nazionale con una leadership blindata. Roberto Occhiuto, che avrebbe voluto sfidare Tajani, quando a dicembre ha capito l’antifona s’è subito defilato. Ora, però, la minoranza torna alla carica: niente assise locali e rinvio della kermesse nazionale dopo il voto politico del 2027, mentre il ministro degli Esteri avrebbe voluto tenerlo prima. «Tajani leader fino al voto, poi solo dopo faremo un vero congresso. Non dobbiamo diventare il partito delle tessere, Silvio Berlusconi non lo avrebbe mai voluto», ha dichiarato il governatore della Calabria al Foglio. Sul tema la trattativa sarà serrata: è possibile che Tajani accetti di rinviare il congresso nazionale al 2028, ma almeno qualche congresso locale lo vorrà celebrare. La questione divide anche il territorio: in Sardegna litigano Ugo Cappellacci (contro le assise) e Pittalis (a favore), mentre in Campania, Puglia e Piemonte salgono le voci di chi vorrebbe frenare. Poi c’è il caos in Sicilia, col segretario Marcello Caruso, uomo di Renato Schifani, sulla graticola, ma quell’Isola, visti i guai della Giunta, è un capitolo a parte.

Incontro Tajani-Marina Berlusconi: i nodi ancora da sciogliere
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Da Arcore, però, arriva l’alt: se si rinvia il congresso nazionale, non avrebbe alcun senso tenere le assise locali. E alla fine, forse, anche su questo punto il segretario sarà costretto a cedere. Insomma, serviva la sconfitta al referendum per far partire quel rinnovamento che i figli del Cavaliere chiedono da almeno un anno e mezzo e mai fin qui avevano ottenuto. Segno che non tutti i mali (la sconfitta referendaria) vengono per nuocere. Almeno per gli eredi di B.

Continua la saga di Renzi a tavola: dopo Kyriakou, va a cena addirittura con Macron

Allora ditelo che è un format. Dopo il pranzo con il nuovo editore di Repubblica, l’imprenditore greco Theo Kyriakou, Matteo Renzi non si stanca di attovagliarsi con gente importante. E ora il livello dell’asticella si alza, eccome. A Roma gira voce, insistente e accreditata, che nella serata di giovedì 9 aprile, all’Orient Express La Minerva, dove c’è il ristorante Gigi Rigolatto, il senatore di Rignano avrà a cena nientepopodimenoche… il presidente della Repubblica di Francia, Emmanuel Macron. Tra le mete previste dal tour romano del capo di Stato francese, che è nella Capitale per un incontro privato con papa Leone venerdì in Vaticano, c’è anche la Comunità di Sant’Egidio, per dialogare con Andrea Riccardi.

Continua la saga di Renzi a tavola: dopo Kyriakou, va a cena addirittura con Macron
Sandro Gozi tra Matteo Renzi ed Emmanuel Macron (foto Imagoeconomica).

Altre dimissioni dalla commissione Cinema selettivi del MiC: lascia anche Ginella Vocca

Dopo quelle di Massimo Galimberti e Paolo Mereghetti sono arrivate anche le dimissioni dalla commissione Cinema selettivi del Mic da parte di Ginella Vocca, direttrice e fondatrice del MedFilm Festival. La commissione del ministero della Cultura è al centro delle polemiche per l’esclusione dai finanziamenti pubblici del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo.

La lettera di dimissioni di Vocca

Vocca ha detto all’Ansa di aver spiegato al ministro Alessandro Giuli, nella lettera di dimissioni, di essersi «fermamente opposta alla bocciatura del documentario» e di aver «doverosamente atteso il suo intervento in Parlamento», condiviso «nella forma e nella sostanza, prima di sciogliere la riserva» e fare un passo indietro. «Non è stata l’unica volta in cui mi sono trovata in disaccordo, ma è comprensibile in una pluralità di visioni. E dunque ho ritenuto che fosse possibile continuare e provare a far sentire la mia voce dall’interno, difendendo, anche con successo, altri progetti che rischiavano di essere bocciati per motivi che, almeno a me, apparivano incomprensibili», ha scritto poi Vocca nella lettera a Giuli: «Ho resistito, guidata dal pensiero che mettere in crisi la Commissione, con ancora tutta la Seconda sessione da esaminare, fosse un atto grave e irresponsabile verso le centinaia di operatori del settore in attesa delle nostre delibere».

Altre dimissioni dalla commissione Cinema selettivi del MiC: lascia anche Ginella Vocca
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

La spiegazione di Giuli alla Camera

Chiamato dalle opposizioni in Parlamento a spiegare le ragioni della bocciatura, l’8 aprile Giuli durante il question time alla Camera si è smarcato dalle accuse di aver “censurato” il documentario, spiegando di non condividere «né sul piano ideale né su quello morale» la scelta della Commissione, alla quale il MiC non si è opposto perché «non può intervenire senza violare il principio di terzietà». Il ministro della Cultura ha poi spiegato che il docufilm potrebbe rientrare in corsa per i finanziamenti previsti dal tax credit. Il Collegio Romano ha inoltre fatto sapere di aspettarsi «le dovute dimissioni degli esperti» responsabili della bocciatura.

Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno

«Sì, alla fine può pure lasciare la guida del gruppo, ma almeno un posto da sottosegretario se lo merita». Così dicono di Paolo Barelli, in vista dell’incontro di Antonio Tajani (che poi è il suo consuocero) con Marina Berlusconi. E allora, ecco che si materializza uno spazio ancora vuoto, quello lasciato da Massimo Bitonci, che aveva l’incarico di sottosegretario fino al 13 dicembre 2025, quando è stato indicato dal nuovo governatore del Veneto, Alberto Stefani, per ricoprire il ruolo di assessore allo Sviluppo economico nella giunta regionale. Insomma, Barelli (per il suo posto di capogruppo alla Camera si fa il nome di Enrico Costa) a fare il semplice parlamentare non ci pensa proprio: fatto sta che qualcuno storce il naso, pensando che lui è anche presidente della Fin, che non è una finanziaria ma la Federazione italiana nuoto, e che dal Mimit ci sono contatti diretti con l’Istituto del credito sportivo. Sì, perché si può accedere a mutui a tasso zero per la costruzione e l’ammodernamento di campi, oltre a contributi a fondo perduto e bandi regionali per l’impiantistica e l’imprenditoria sportiva. Già, le imprese…

Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno

Schillaci tentato da Forza Italia. Con Bassetti…

Orazio Schillaci tentato da Forza Italia. Domani ne ha parlato, inserendo anche una prospettiva professionale nel gruppo San Donato: fatto sta che i forzisti vogliono aumentare la quota dei medici eletti. In Liguria è tanta la voglia di schierare nelle liste l’infettivologo Matteo Bassetti, diventato un volto noto ai tempi del Covid-19. Poi c’è la famiglia Zangrillo, con quello che è stato il medico preferito da Silvio Berlusconi, Alberto, e il fratello ministro, Paolo. E va ricordato che Mario Pepe, medico endocrinologo e parlamentare di Forza Italia, è diventato il presidente della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, meglio nota come Covip. «Più che il corridoio del Transatlantico, quelli di Forza Italia lo hanno trasformato nel corridoio di un ospedale», scherza un leghista.

Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno

Schlein e Conte, sfida a Meloni sul voto per i 16enni

«Il voto dei giovani ha deciso il risultato del referendum sulla giustizia», dicono alcuni parlamentari del Partito democratico e del Movimento 5 stelle. E allora, ecco la sfida a Giorgia Meloni, che vedrebbe uniti Elly Schlein e Giuseppe Conte: far votare anche i sedicenni alle elezioni politiche, già dal 2027. L’iniziativa “Voto16“, per chiedere una modifica dell’articolo 48 della Costituzione, è stata lanciata da +Europa. E ora una campagna mediatica per consentire di partecipare alle scelte nazionali anche coloro che ancora vanno a scuola «farebbe molti danni alla destra, che mettendosi contro si allontanerebbe molto dalla popolazione studentesca», sussurra qualcuno. Una sfida astuta, che punta ad aumentare la platea degli elettori spingendo sulla voglia di protestare di molti giovani. Anche se qualche centrista, sotto sotto, è d’accordo per far votare i sedicenni.

Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Giuseppe Conte con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Avvistato Grilli da Pomellato per una gioia

Improvvisamente, Vittorio Grilli è apparso nella romana via Condotti. Il banchiere, con la solita grisaglia d’ordinanza, è arrivato a piedi e a un certo punto della strada è entrato in un negozio. La meta? Pomellato. Alla fine, è uscito dallo store di lusso con una vistosa busta griffata, andandosene sempre a piedi con il prezioso acquisto. Grilli, classe 1957, ora è presidente di Mediobanca, con un compenso che viene indicato in 1,3 milioni di euro. Un suo “collega” ha notato la scena e ha detto: «Certo che nella stessa strada ci sono griffe ben più costose di quella che ha scelto lui, ma lì ci entrano i miliardari».

Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).

Sechi e Ghisleri, da via Condotti alla televisione

Una coppia a passeggio nel centro storico di Roma. No, niente paura, non si tratta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e di Claudia Conte, i due impegnati in dotte conversazioni erano Mario Sechi e Alessandra Ghisleri, protagonisti di una lunga “vasca” in via Condotti, passando davanti a griffe del lusso come Bulgari e Louis Vuitton. Poi, in serata, il direttore di Libero e la regina dei sondaggi si sono ritrovati in televisione, nella stessa trasmissione, da Tommaso Labate su Rete4.

Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno

Riecco Bonaccini, al Vinitaly

Chi ha visto negli ultimi tempi l’eurodeputato ed ex presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini? Dopo qualche comparsata televisiva, soprattutto su La7, lunedì 13 aprile riapparirà a Verona, al Vinitaly, nella sala Salieri, all’evento intitolato “Il vino in un mondo che cambia: il valore del modello italiano oltre i dazi e lo scenario geopolitico”. Accanto avrà una vecchia conoscenza, l’ex ministro Paolo De Castro, oggi presidente di Nomisma.

Ecco la lista del Bilderberg Meeting

Volete sapere chi c’è a Washington DC al Bilderberg Meeting? Ecco la lista dei partecipanti, per l’Italia spicca il nome di Marco Alverà, ex Snam. E poi ci sono i capi di Amundi, Spotify, Engie, Deutsche Bank, Lazard…

Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno
Il futuro di Barelli, la carica dei medici in Forza Italia e le altre pillole del giorno

Crosetto su Cingolani: «Sono i mercati a giudicare l’operato di un ceo, non la politica»

«La politica non giudica l’operato di un amministratore delegato. Sono i numeri, sono i mercati». Lo ha detto Guido Crosetto intervistato da il Foglio, rispondendo a una domanda sulla valutazione sull’operato del ceo di Leonardo, Roberto Cingolani, dato in uscita nel giro di ‌nomine delle società controllate dallo Stato. Con tale affermazione, di fatto, Crosetto prende le distanze dalla decisione di Giorgia Meloni (e del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari) di rimuovere l’ex ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica – lo fu nel governo Draghi – dalla guida del colosso della difesa.

Crosetto su Cingolani: «Sono i mercati a giudicare l’operato di un ceo, non la politica»
Roberto Cingolani e Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Cingolani ha da poco annunciato un piano strategico quinquennale

Le azioni di Leonardo sono salite del 780 per cento dall’invasione russa dell’Ucraina: il mercato sta dunque premiando le scelte di Cingolani, in sella da maggio del 2023. Solo poche settimane fa il manager ha annunciato peraltro un piano strategico quinquennale che include investimenti in calcolo, intelligenza artificiale e cybersicurezza, oltre a un sistema ‌di difesa aerea multilivello noto come Michelangelo Dome.

I nomi in lizza per sostituire Cingolani alla guida di Leonardo

Per la sostituzione di Cingolani circolano quattro nomi: Lorenzo Mariani, ex condirettore generale di Leonardo e oggi numero uno di MDBA Italia; Gianpiero Cutillo, managing director della Divisione Elicotteri di Leonardo; Alessandro Ercolani, capo di Rheinmetall Italia; e Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri. A proposito degli sviluppi sui nuovi vertici di Leonardo, Crosetto si è limitato a dire: «Mi occupo di difesa, non sono azionista di nulla. Sapete più voi di me». Il governo italiano, che detiene poco più del 30 per cento di Leonardo tramite il ‌ministero dell’Economia, deve presentare una lista ⁠di candidati per il cda entro il 13 aprile.

Documentario su Regeni, Giuli fa un passo indietro

Nuovo capitolo nel caso dei mancati fondi statali al documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, pellicola che dopo essersi aggiudicato il Nastro d’argento per la legalità, verrà anche proiettata al Parlamento europeo. Respinto per ben due volte dalla commissione “selettivi” del ministero della Cultura, il docufilm potrebbe ora rientrare in corsa per i finanziamenti previsti dal tax credit (su cui pesa, va detto, il drastico taglio dei fondi a disposizione). Lo ha reso noto il titolare del MiC Alessandro Giuli.

Giuli: «Nessuna censura, rappresentazione priva di fondamento»

Chiamato dalle opposizioni in Parlamento a spiegare le ragioni della bocciatura – a favore di altri progetti oggettivamente meno meritevoli dell’attenzione del pubblico – Giuli si è smarcato dalle accuse di aver “censurato” il documentario: «È una rappresentazione priva di fondamento: il tragico caso di Regeni ha una rilevanza politica, sociale e culturale che prescinde da qualsiasi prodotto audiovisivo lo riguardi». Giuli ha poi spiegato di non condividere «né sul piano ideale né su quello morale» la scelta della Commissione, aggiungendo che tuttavia il ministero «non può intervenire senza violare il principio di terzietà».

Il MiC si aspetta «le dovute dimissioni degli esperti» responsabili della bocciatura

Non è finita qui: come ha spiegato la sottosegretaria Lucia Borgonzoni, che ha la delega sul cinema ed è l’unica rimasta al ministero dopo l’uscita di Gianmarco Mazzi e Vittorio Sgarbi, il Collegio Romano è al lavoro per una proposta di revisione complessiva del sistema delle commissioni. Inoltre, ha aggiunto, il MiC si aspetta «le dovute dimissioni degli esperti responsabili di tali valutazioni». In risposta alla decisione di escludere l’opera dai finanziamenti, il docufilm – uscito come evento al cinema il 2, 3 e 4 febbraio – verrà riproposto al pubblico in oltre 60 sale in tutta Italia.

Informativa di Meloni sull’azione di governo: le parole della premier

Durante l’informativa tenuta alla Camera dei deputati sull’azione di governo, Giorgia Meloni ha ancora escluso le dimissioni e anche un eventuale rimpasto dell’esecutivo, a seguito della batosta del referendum sulla giustizia. «Non servono nuove linee programmatiche, perché le nostre sono da sempre scritte nel programma. Governeremo per cinque anni, come ci siamo impegnati a fare», ha assicurato la presidente del Consiglio: «Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini i soliti giochi di palazzo». La maggioranza, ha affermato Meloni, è «solida e coesa». Quanto alle dimissioni di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, la premier ha detto di aver «chiesto un passo indietro ad alcuni esponenti del governo» che «avevano lavorato bene», anteponendo «di nuovo l’interesse della nazione a quella del partito».

Meloni: «Sul referendum abbiamo la coscienza a posto»

Così sulla fallita riforma della giustizia «L’auspicio che formulo è che il cantiere di questa riforma non venga abbandonato come probabilmente qualcuno si augura, perché i problemi sul tappeto rimangono e abbiamo il dovere di trovare soluzioni concrete, coraggiose ed efficaci, possibilmente in un clima di collaborazione non certo contro la magistratura ma a favore di una magistratura libera da condizionamenti politici e ideologici». E poi: «Sul referendum la nostra coscienza è a posto, perché la riforma costituzionale della giustizia era uno degli impegni presi con gli italiani quando ci siamo presentati al loro cospetto».

La premier ha smentito la sua «subalternità» a Trump

Per quanto riguarda il conflitto in Medio Oriente, smentendo la sua «subalternità al presidente americano Donald Trump», Meloni ha detto che «la collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo governo, ma è la stessa da circa 80 anni a questa parte». Poi, rivolgendosi alle opposizioni: «Lo scenario internazionale non consente più a nessuno di cavarsela dicendo è tutta colpa della Meloni, finanche l’aumento del costo mondiale del petrolio». Inoltre al premier ha detto che, in caso di una recrudescenza del conflitto in Iran «dovremo porci seriamente il tema di una risposta europea non dissimile per approccio e strumenti da quella messa in campo per la pandemia». In quel caso, ha spiegato, «non dovrebbe e essere un tabù ragionare sulla possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita: non una deroga per singolo Stato membro ma un provvedimento generalizzato».

Le parole sul caso del selfie col pentito del clan Senese

Meloni ha poi parlato del caso politico causato dal selfie (del 2019) con Gioacchino Amico, pentito del clan Senese: «Mentre alcuni usano il tema per propaganda, a me interessa costruire gli anticorpi su un tema che ci riguarda tutti. E non accetto che i miei sacrifici possano essere usati per interessi di quelli che combatto dal 19 luglio del 1992 senza se e senza ma e non accetto lezioni su questo tema». E poi: «Mi permetto di chiedere alla Commissione parlamentare antimafia di occuparsi dei tentativi di infiltrazioni della criminalità organizzata nei partiti, compreso FdI». Infine: «Vogliamo andare avanti sulla proposta di legge della presidente della commissione Antimafia Colosimo per togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi. Tanto per rispondere ancora una volta con il sorriso e i fatti all’ultima palata di fango infilata nel ventilatore da un’opposizione disperata che costruisce surreali teoremi su una mia presunta vicinanza con la criminalità organizzata, tirando in ballo un padre, morto per altro, che non vedo da quando avevo 11 anni». La premier terrà l’informativa anche al Senato alle 13.

Approvato il decreto bollette, ora è legge: cosa prevede

Il Senato ha dato il via libera, con 102 sì, 64 no e due astenuti, al decreto bollette, che ora è diventato legge. Tra le misure contenute nel provvedimento, in seconda lettura a Palazzo Madama, un contributo straordinario di 115 euro per chi percepisce il bonus sociale per l’energia, la proroga della dismissione delle centrali a carbone italiane, una stretta sul telemarketing e sostegno ai trasporti meno inquinanti.

Bonus di 115 euro e teleriscaldamento

Come anticipato, il testo prevede un contributo straordinario del valore di 115 euro ai titolari del bonus sociale per la fornitura di energia elettrica. Previsto inoltre un contributo che i venditori di energia elettrica possono volontariamente riconoscere per il 2026 e il 2027, in cambio di un’attestazione, a favore dei clienti domestici non titolari di bonus sociale e con Isee annuale non superiore a 25 mila euro. Dal 1° gennaio 2026, poi, viene riconosciuto, alle famiglie economicamente svantaggiate che hanno diritto all’applicazione delle tariffe agevolate per la fornitura di energia elettrica (bonus elettrico), anche il diritto alla compensazione della spesa per la fornitura del teleriscaldamento.

Sostegno alle utenze non domestiche

Il decreto introduce un meccanismo per ridurre il costo delle bollette elettriche delle utenze non domestiche attraverso una ristrutturazione degli incentivi del Conto energia per gli impianti fotovoltaici con potenza superiore ai 20kW. In particolare, i titolari di impianti fotovoltaici con potenza superiore a 20 kW che beneficiano di incentivi dei quattro meccanismi del Conto energia con scadenza dal 2029 possono scegliere volontariamente di ridurre del 15 o 30 per cento i premi tariffari previsti tra il 2026 e il 2027, in cambio di un’estensione della convenzione rispettivamente di tre o sei mesi. Viene prevista la possibilità, per questi soggetti, di optare per l’uscita anticipata dal sistema di incentivazione del Conto energia, a partire dal 2028, in cambio di un corrispettivo. L’erogazione del corrispettivo è subordinata all’obbligo di rifacimento integrale degli impianti fotovoltaici. Servirà un decreto del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica per definire le modalità di attuazione della fuoriuscita dal Conto energia.

Prorogata la dismissione delle centrali a carbone

Viene prorogata al 2038 la graduale dismissione delle centrali a carbone utilizzate per la produzione di energia elettrica. Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, trasmesso alla Commissione europea nel luglio 2024, prevede la cessazione della produzione elettrica da carbone entro il 2025 per le centrali del continente ed entro il 2028 per quelle ubicate in Sardegna, subordinatamente al completamento delle necessarie infrastrutture di interconnessione. La disposizione fissa dunque un termine più ampio rispetto alla tempistica programmata, senza distinguere tra le centrali ubicate sul continente e quelle ubicate in Sardegna.

Stretta sul telemarketing

Prevista infine una stretta sul telemarketing, che si sostanzia nel divieto di effettuare sollecitazioni commerciali per telefono, anche attraverso l’invio di messaggi a consumatori, finalizzate alla proposta e conclusione di contratti di fornitura di energia elettrica e gas. Il professionista potrà contattare il consumatore per telefono, anche attraverso l’invio di messaggi, qualora vi sia stata una richiesta effettuata direttamente al professionista attraverso interfacce informatiche di quest’ultimo oppure nel caso in cui il contatto sia stato effettuato nei confronti dei propri clienti di energia elettrica e gas che abbiano espresso specifico consenso per ricevere proposte commerciali. I contratti stipulati a seguito di contatto effettuato in violazione di quanto previsto da queste disposizioni saranno considerati nulli.

La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole

«Ma guarda, Fuksas è entrato nella corte di Giuli»: lo spiffero romano, dalle parti di piazza Farnese, luogo amato e frequentatissimo dall’archistar, domina la scena. Nel Partito democratico capitolino storcono il naso appena si accenna alla nomina governativa dedicata a Fuksas. Cosa è successo? Sul sito della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea è apparso il nuovo consiglio d’amministrazione. Un elenco che ancora non è stato comunicato ufficialmente dal ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli. Ed ecco i nuovi nomi: Massimiliano Fuksas, Pio Baldi, Renata Codello e Stefano Laporta. Nel collegio dei revisori dei conti appare Biagio Mazzotta, già ragioniere generale dello Stato e presidente di Fincantieri. Codello è stata dirigente del dicastero di via del Collegio Romano e ora è segretaria generale della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Baldi, nato nel 1945, è stato presidente del Maxxi, ma anche presidente della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, e amministratore dell’Accademia nazionale di San Luca. È però il nome di Fuksas, classe 1944, che fa rumore nella sinistra romana: è stato designato dal Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. E subito ci si ricorda che nel 2016 Giorgia Meloni criticò aspramente i costi di costruzione della Nuvola all’Eur, opera progettata dallo studio Fuksas, definendoli soldi «buttati». Con tanto di manifestazione di Fratelli d’Italia davanti al cantiere, e Meloni pronta a dire che la spesa, «sommata alle vele di Calatrava, fa un miliardo di euro. Soldi dei romani che potevano essere spesi per risolvere il problema della manutenzione stradale». Comunque sono passati 10 anni. E recentemente Fuksas ha un po’ ricalibrato i suoi giudizi sulla premier. A proposito dell’immagine del volto di Meloni riprodotta su un angelo nel dipinto nella chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma, per esempio ha detto: «Meglio lasciarla così, tutto fa parte della storia». Tutte dichiarazioni rilasciate durante un’intervista alla trasmissione Un giorno da pecora su Rai Radio1, in cui Fuksas ha spiegato: «Altro che angioletto, lei ha carattere forte e decisionista, è una delle poche in Italia. E poi quel volto ha un’altra impostazione. Secondo me è solo il frutto di un ammiratore segreto che si è lasciato andare». Ora la nomina di Fuksas nel cda dell’istituzione museale statale è destinata a far discutere. Non sarà stato lui quell’ammiratore segreto, vero?

La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole

Montecitorio a tutta birra

Si chiama “Know Your Beer”, è la nuova piattaforma digitale promossa dalla European Beer Consumers’ Union, ora disponibile anche in lingua italiana e pensata per «rafforzare la consapevolezza nel consumo e la trasparenza nel settore brassicolo». Dove verrà presentata ufficialmente? Il 9 aprile, alla Camera dei deputati presieduta da Lorenzo Fontana, nel corso dell’incontro dal titolo “Know Your Beer: Ebcu e Unionbirrai, la nuova frontiera della trasparenza”, che mette al centro anche l’impatto delle recenti riforme della normativa italiana sulla birra. E l’appuntamento a Montecitorio «aprirà la due giorni di lavori dell’Ebcu 73rd Delegates Meeting, in programma a Roma il 10 e 11 aprile e ospitata da Unionbirrai, l’associazione di categoria dei piccoli birrifici artigianali indipendenti, dedicata al confronto sulle politiche europee della birra, al lancio di nuove campagne rivolte ai consumatori e a momenti di approfondimento strategico».

Zanda sui piedi per Conte

Che ne sarà della leadership del campo largo? È arrivata una stroncatura di peso firmata da Luigi Zanda, 83enne ex senatore, già tesoriere dem e padre fondatore del Pd, in un’intervista a Il Foglio: «Saggezza vorrebbe che il presidente del Consiglio fosse il segretario del partito più grande», ma «se Giuseppe Conte non lo accetta perché vuol fare lui il premier è un segno politico negativo». Di certo Zanda non si nasconde: «Non voterei mai per Conte. Perché non ha governato bene e ancor di più perché pencola verso destra». Insomma l’Avvocato del popolo «non è né di destra né di sinistra, ma va verso destra dal momento che ha sempre rifiutato di definirsi “uomo di sinistra”». Le Primarie? Per carità: «Oggi non sarebbero uno scontro tra alleati, ma tra nemici, un bel regalo a Giorgia Meloni». Ed Elly Schlein? «Non ha un profilo da statista, è evidente. Ha trasformato il Pd in un movimento leaderistico. E governare l’Italia è cosa diversa dall’essere volto di un partito. Tuttavia la voterei se dicesse in anticipo i suoi ministri dell’Economia, dell’Interno, degli Esteri e della Difesa».

La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
Elly Schlein e Luigi Zanda (foto Imagoeconomica).

Il caso dei mancati contributi pubblici al documentario su Regeni approda alla Camera

La decisione del Ministero della Cultura di escludere l’opera dai finanziamenti per le opere cinematografiche il documentario Giulio Regeni: Tutto il male del mondo, che racconta la storia del ricercatore ucciso in Egitto nel 2016, è diventato un caso politico: la questione è infatti arrivata alla Camera dei deputati, con tre interrogazioni presentate ad Alessandro Giuli da Pd, +Europa e Avs. Domani, mercoledì 8 aprile, il ministro della Cultura sarà in Aula per rendere conto dei mancati contributi pubblici per la pellicola, che è già uscita nella sale e ha vinto il Nastro della Legalità.

Il docufilm ha vinto il premio Nastro della Legalità

Il film, diretto da Simone Manetti e prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Domenico Procacci per Fandango, racconta gli eventi relativi alla morte di Regeni, dal rapimento alle torture fino appunto all’uccisione, con la ricostruzione della sua famiglia e dell’avvocata Alessandra Ballerini. Per l’omicidio di Regeni è ancora in corso (tra ostacoli giuridici di ogni tipo) il processo a quattro militari dei servizi segreti egiziani. Come detto, il documentario ha vinto il premio Nastro della Legalità. Ma, a differenza di altri progetti cinematografici oggettivamente meno rilevanti dal punto di vista civile e sociale, non ha ricevuto alcun contributo dal MiC.

I genitori: «Forse tutto questo dà fastidio o fa paura»

Procacci, uno dei produttori del documentario, ha dichiarato che la “bocciatura” di Giulio Regeni: Tutto il male del mondo «non è una scelta artistica», ma «solo politica», spiegando: «Posso anche capire se vengano commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza. Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro. Ma il documentario è stato fatto, è uscito, ha già vinto premi». Il Coordinamento delle associazioni di autori e autrici (100autori, ANAC, WGI, AIR3, AIDAC, ACMF) ha espresso sorpresa per l’esclusione dal finanziamento «di alcuni titoli che apparivano, per qualità e rilevanza, tra i più meritevoli di sostegno pubblico», chiedendo un confronto urgente con il Ministero sulle commissioni esaminatrici. «Forse tutto questo a qualcuno dà fastidio o fa paura», hanno dichiarato Paola e Claudio Regeni, genitori di Giulio. Il documentario, a conferma del suo valore, verrà proiettato il 5 maggio al Parlamento europeo.

Il caso dei mancati contributi pubblici al documentario su Regeni approda alla Camera
Claudio e Paola Regeni, genitori di Giulio (Imagoeconomica).

Le dimissioni di due componenti della commissione

Dopo le polemiche sul mancato finanziamento del docufilm su Regeni si sono dimessi due dei componenti della commissione che assegna i contributi selettivi al cinema del MiC: il noto critico cinematografico Paolo Mereghetti e lo story editor Massimo Galimberti. Contattato dall’Ansa, Mereghetti ha spiegato che, pur non facendo parte della Commissione che aveva esaminato il film su Regeni, ha ritenuto necessario «per coerenza» prendere le distanze dall’organo che non ha considerato il documentario meritevole dei finanziamenti. Galimberti, raggiunto da Adnkronos, ha spiegato di aver inviato «una semplice lettera di dimissioni, dopo molti anni di lavoro nella commissione» per «una difformità di vedute sui criteri di valutazione delle opere», che «non riguarda solo un caso».

Il caso dei mancati contributi pubblici al documentario su Regeni approda alla Camera
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

Giuli risponderà durante il question time alla Camera

Come detto, sono tre le interrogazioni presentate dall’opposizione al ministro Giuli, che l’8 aprile risponderà nel corso del question time alla Camera. L’atto del Pd, a prima firma della segretaria Elly Schlein, sostiene che la decisione «appare difficilmente comprensibile e priva di adeguata motivazione» e che dunque sia «soltanto politica». Secondo il Pd, le nuove regole avrebbero «ridotto i meccanismi automatici e trasparenti», orientando di fatto anche le scelte artistiche. Nel mirino anche la «composizione della commissione incaricata della selezione», con «dubbi circa la piena imparzialità delle scelte».

Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai

Quanto costano le “moderazioni” di Claudia Conte, la donna al centro del caso politico che ha coinvolto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che in molti atti ufficiali risulta con il nome Anna Claudia Conte? Spulciando un po’, si trova un esempio molto interessante del suo “cachet”. E riguarda Andrea Covotta, storico giornalista Rai che da sempre si occupa di politica: il suo nome non è tra quelli più famosi, ma comunque ricopre il ruolo di direttore di Rai Quirinale. Ebbene, nel Comune di Colleferro, Città metropolitana di Roma Capitale, «l’Amministrazione comunale il giorno 30 ottobre 2024, alle ore 17.30, ha organizzato presso la Biblioteca Riccardo Morandi la presentazione del libro di Andrea Covotta, giornalista, responsabile della Struttura Rai Quirinale, dal titolo Politica e pensiero – Storie e personaggi dei partiti del Novecento». E indovinate chi c’era? Nella determinazione dirigenziale 985 del 30 ottobre 2024 del Comune l’oggetto è «incarico professionale di moderatrice alla dott.ssa Anna Claudia Conte».

LEGGI ANCHE

Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Andrea Covotta (foto Imagoeconomica).

L’opera di Covotta viene sintetizzata così: «Il libro è una sorta di viaggio nelle culture politiche italiane (cattolica, comunista, socialista e della destra) attraverso un ritratto dei suoi principali protagonisti, ripercorre la storia del pensiero politico italiano dagli inizi del Novecento fino al 1978, anno emblematico con la morte tragica di Moro, l’elezione di Pertini al Quirinale e la particolarità dei tre “papi”: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II». E ancora, si legge: «Interverranno alla presentazione il senatore Luigi Zanda e Claudio Sordo, giornalista parlamentare dal 1987» (che poi si chiama Sardo, ma tant’è).

Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai

Compenso di 1.500 euro, anche perché aveva già condotto «egregiamente»…

Quindi ecco la parte sul compenso: «Considerato che: – occorre affidare l’incarico di moderatore dell’iniziativa de quo; – per tale motivo è stata contattata la dott.ssa Anna Claudia Conte che ha già condotto egregiamente incarichi simili per il Comune di Colleferro; Preso atto del preventivo della dott.ssa Claudia Conte che, per lo svolgimento della performance, ha richiesto un compenso di €. 1.442,30 + oneri 4 per cento (€.57,70) per un totale di €. 1.500,00; Considerata la validità sociale e culturale dell’iniziativa; Dato atto che l’attività di moderatrice di cui trattasi è da considerarsi come prestazione artistica occasionale e rappresentazione artistica unica che, ai sensi dell’art. 50 del D. Lgs 36/2023, prevede l’affidamento diretto a specifici operatori economici specializzati nel campo delle arti dello spettacolo e della musica».

Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai

Quindi viene «dato atto che il presente affidamento diretto è motivato da: a) specificità della fornitura e tipo di servizio trattato; b) congruità dell’offerta, economicità della fornitura proposta; c) possesso, da parte dell’operatore economico, dei requisiti di serietà, professionalità e competenza nel settore richiesti dal contratto, nonché dei requisiti di legge».

Claudia Conte e quella presentazione a peso d’oro del libro di un giornalista Rai
Il compenso destinato dal Comune di Colleferro a Claudia Conte.

Un cachet a peso d’oro probabilmente per il suo ruolo di attrice?

Cosa si deduce da questo atto pubblico? Innanzitutto che Conte è laureata, o almeno viene dichiarata tale: è «un operatore economico», vanta su carta bollata «requisiti di serietà, professionalità e competenza», e soprattutto che moderare la presentazione di un libro è una «prestazione artistica occasionale», anzi, peggio, «una performance», e che «ha già condotto egregiamente incarichi simili per il Comune di Colleferro». Quindi non nei panni della giornalista, ma dell’attrice, evidentemente, e con un compenso a peso d’oro. Alla faccia dell’Ordine dei giornalisti, del quale fa parte Covotta, fratello di Domenico, già sindaco di Ariano Irpino. Andrea Covotta è presidente dell’Avellino Club Roma, sodalizio che annovera i tifosi vip irpini che abitano nella Capitale. Da rilevare che l’evento vedeva protagonisti esponenti del Partito democratico

Meloni, la foto col pentito del clan Senese è un caso: «Il mio impegno contro le mafie è cristallino»

«Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento». Così Giorgia Meloni ha risposto – via social – alla “redazione unica”, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report», che ha mostrato una foto del 2019 dell’attuale premier assieme a Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardi diventato poi collaboratore di giustizia nel processo Hydra a Milano nel tentativo (spiega la presidente del Consiglio) di «sostenere la bizzarra tesi» di una sua «vicinanza ad ambienti malavitosi».

L’anticipazione di Report col selfie scattato il 2 febbraio 2019 a Milano

Tutto nasce da un’anticipazione di Report, che dopo il caso dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro in società con la figlia di Mauro Caroccia, prestanome dei Senese, è tornato a indagare (il servizio verrà trasmesso il 12 aprile) sui rapporti tra esponenti di Fratelli d’Italia e ambienti legati al clan malavitoso, partendo da un selfie scattato il 2 febbraio 2019 all’Hotel Marriott di Milano, dove si era riuniti i vertici del partito. Amico, all’epoca non ancora indagato per associazione mafiosa ma con la fedina penale tutt’altro che immacolata, nei mesi successivi all’evento – spiega Report – aveva fatto circolare la foto tra le sue conoscenze, «dicendo di avere agganci importanti dentro Fratelli d’Italia», presentendosi inoltre «come referente territoriale del partito e molto vicino» al deputato Carlo Fidanza.

Il presunto tesserino per Montecitorio e la smentita della Camera

Secondo il racconto di un ex parlamentare che aveva ricevuto il selfie con Meloni, nella seconda metà del 2018 Amico avrebbe portato negli uffici di FdI alla Camera, «come se avesse un tesserino o un accredito speciale», per un incontro informale con Giovanni Donzelli. Quest’ultimo, interpellato da Report, ha però negato. «In riferimento alle notizie apparse su alcuni organi di informazione, la Camera dei deputati rende noto che non è mai stato rilasciato alcun tesserino permanente intestato al soggetto citato dalle fonti di stampa», si legge in una nota di Montecitorio.

Meloni: «Ai “professionisti dell’informazione” importa solo gettare fango»

Meloni, sempre sui social ha aggiunto: «Questi signori fanno inoltre un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie». E poi: «A questi “professionisti dell’informazione” non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica».