Da Scajola a Fini, fino a Trenta: i guai immobiliari dei politici

Lo scandalo che ha coinvolto l'ex ministra della Difesa è l'ultimo di una lunga serie. Una carrellata.

C’è un filo rosso che lega legislature ed esecutivi dalla Prima alla Seconda Repubblica. E che non è stato spezzato nemmeno dal governo del cambiamento: il filo rosso degli scandali – o presunti tali – nati sulle case dei ministri e di politici. La vicenda portata alla luce dal Corsera che coinvolge l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta è infatti soltanto l’ultima di una lunghissima serie di casi – e di case – imbarazzanti.

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IN PRINCIPIO FU DE MITA

Questo filo rosso comincia a dipanarsi proprio dalla Prima Repubblica: nella centralissima via in Arcione, a Roma, nel settecentesco Palazzo Gentili del Drago. Agli ultimi piani dell’immobile di proprietà dell’Inpdai, l’istituto di previdenza dei dirigenti d’azienda, abitò in affitto dal 1988 (subito dopo essere divenuto presidente del Consiglio) Ciriaco De Mita. L’appartamento causò al leader democristiano una serie infinita di grane: fu accusato di godere di un canone agevolato, poi nel 1993 scoppiò lo scandalo di lavori miliardari per la messa in sicurezza dell’appartamento che, si disse, furono effettuati con i fondi del Sisde. Nel 2011 la famiglia De Mita acquistò l’immobile e anche in quell’occasione ci fu chi contestò aspramente il prezzo pagato, ben al di sotto – era l’accusa – del valore di mercato.

DA D’ALEMA A VELTRONI FINO A CALDEROLI

Quella di De Mita fu solo l’anticipazione dell’Affittopoli romana scoppiata negli Anni 90 che coinvolse anche Massimo D’Alema. L’allora segretario Pds occupava un immobile dell’Inpdap a Porta Portese, pagando un affitto calmierato di 633 mila lire al mese (in seguito si parlò di canoni più elevati, circa 1 milione di lire). D’Alema, benché sostenne sempre di aver occupato la casa in modo legittimo e senza favoritismi, dovette lasciarla. Durante il Maurizio Costanzo Show dichiarò: «Il segretario di un grande partito popolare non può esporsi al sospetto». D’Alema non fu l’unico politico coinvolto. Walter Veltroni finì nel mirino per un appartamento che suo padre Vittorio aveva affittato nel 1946 dall’Inpdai. Walter Veltroni ci tornò nel 1994 e, quando scoppiò Affittopoli, chiese un adeguamento del canone: 1 milione di lire al mese. Ma i giornali non mollarono l’osso. Nel 2012 Libero scrisse infatti che Veltroni era riuscito ad acquistare l’appartamento a meno di 2 mila euro al metro quadrato, «contro i 5.700 che chiedono oggi nella stessa via».

L’AFFITTO POPOLARE DI RENATA POLVERINI

Partito che vai, affitto agevolato che trovi. Nel 2011 era stata la volta di Renata Polverini, allora governatrice della Regione Lazio. Per 15 anni (dal 1989 al 2004) aveva abitato con l’allora marito Massimo Cavicchioli in una casa popolare dell’Ater a San Saba, poco lontana dal Circo Massimo. Zona di lusso, ma canone irrisorio: 380 euro al mese, poi maggiorato per effetto delle sanzioni elevate agli abusivi. Cavicchioli risultava infatti «occupante abusivo non sanabile» dalla morte nel 1989 della reale titolare del contratto, la nonna, e le sue entrate non gli consentirono di vivere nell’alloggio popolare. Fu sfrattato nel 2013.

CALDEROLI E LA VISTA SUL GIANICOLO

Sollevò un caso nel 2012 anche l’appartamento affittato da Roberto Calderoli al Gianicolo, che risultò pagato con i rimborsi elettorali della Lega Nord.

LA BAT-CASA DI MORATTI JR

Nel 2013 si concluse invece con un patteggiamento (condanna a sei mesi e 4 mila euro di ammenda, convertita in 49 mila euro di multa) la vicenda che i giornali ribattezzarono «casa di Batman». Al centro dello scandalo condotte riconducibili a Gabriele Moratti, figlio della ex sindaca di Milano Letizia. Come accertarono i giudici aveva trasformato un capannone industriale alla periferia di Milano in una lussuosa abitazione ispirata appunto al quartiere generale dell’uomo pipistrello.

FINI E I GUAI DI MONTECARLO

Come non ricordare poi Gianfranco Fini e lo scandalo scoppiato nel 2010 intorno all’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza nazionale dalla contessa Anna Maria Colleoni, morta nel 1999. L’appartamento era stato venduto nel 2008 per 300 mila euro a una offshore, Printemps, che lo rivendette per 330 mila euro a una società anonima dei Caraibi, la Timara Limited. In seguito, venne affittato a Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini. Indagini su paradisi fiscali in cui risultò coinvolto anche il re delle slot Francesco Corallo contribuirono a fermare la carriera politica di Fini.

CON SCAJOLA COMINCIA LA SAGA DELL’«A MIA INSAPUTA»

Poi ci fu la casa «a sua insaputa» di Claudio Scajola. Un appartamento di 210 metri quadri con vista sul Colosseo nel pieno centro di Roma, che era costato all’allora ministro dello Sviluppo economico l’accusa di finanziamento illecito. Secondo i pm, l’imprenditore romano, Diego Anemone  – coinvolto in alcune inchieste sui lavori per il G8 della Maddalena – pagò, attraverso l’architetto Angelo Zampolini, parte della somma versata da Scajola (1,1 milioni di euro su di un totale di 1,7) per l’acquisto dell’immobile, finanziando anche di tasca propria 100 mila euro per la ristrutturazione. Lo scandalo finì per costare al potente rappresentante di Forza Italia (all’epoca tra i papabili per la successione a Silvio Berlusconi) la poltrona da ministro. Scajola venne poi assolto con formula piena per mancanza di dolo: per i giudici era davvero inconsapevole delle donazioni effettuate a suo favore dal costruttore.

NEI GUAI ANCHE I PROFESSORI DEL GOVERNO MONTI

Nemmeno il governo dei tecnici di Mario Monti si è salvato. L’agenzia Bloomberg svelò che nel 2004 l’allora ministro dell’Economia Vittorio Grilli comprò un appartamento ai Parioli a un prezzo che, secondo l’agenzia di stampa, era inferiore al suo valore di mercato: 1.065.000 euro. Dal divorzio di Grilli dalla moglie vennero fuori imbarazzanti notizie su presunti conti offshore. «Tutti conti in chiaro. Dichiarati. Su cui ho pagato tutte le tasse», replicò l’ex ministro al Sole 24 Ore. Anche Filippo Patroni Griffi, titolare del dicastero della Funzione pubblica nell’esecutivo dei tecnici finì nell’occhio del ciclone per un appartamento di proprietà dell’Inps pagato a prezzi ben al di sotto di quelli di mercato: 177 mila euro per una casa di 100 metri quadrati vicina al Colosseo. «Ma era cadente, con l’eternit sui tetti. Ho trovato il mio appartamento col cesso posto sul balconcino. Questo era il grande palazzo», si difese.

COSÌ JOSEFA IDEM PERSE IL MINISTERO

Un’altra casa fu all’origine delle dimissioni di Josefa Idem ministro delle Pari opportunità, Sport e Politiche giovanili del governo Letta. Il 19 giugno 2013 Il Fatto quotidiano pubblicò documenti dai quali si evinceva che sulla Idem pendessero quattro anni di Ici non pagata e presunte ristrutturazioni abusive. Dopo sei giorni di passione, sotto l’attacco soprattutto del Movimento 5 stelle (Beppe Grillo sul proprio blog scrisse: «Portare una canoista al governo, un po’ tedesca, è da scemi più che di sinistra»), la ministra capitolò, rassegnando le dimissioni. Mentre, sul versante erariale, la sportiva si mise in regola versando allo Stato i circa 3 mila euro dovuti.

DI PIETRO E L’INCHIESTA DI REPORT

Un presunto scandalo immobiliare, che si sciolse poi come neve al sole, costò caro ad Antonio Di Pietro, leader di Italia dei Valori. Nel novembre 2012 Report presentò un elenco di 45 proprietà sostenendo che fossero state acquistate con i soldi dei rimborsi elettorali. L’ex magistrato smontò tutte le accuse, alcune a dir poco pretestuose (45 proprietà non erano da intendersi unitarie, ma come beni accatastati facenti parte dello stesso complesso, spesso dal valore irrisorio, che andavano da porcilaie a terreni agricoli).

TAVERNA E DESSÌ: I CASI NEL M5S PRIMA DI TRENTA

Nemmeno i 5 stelle sono stati immuni da casi simili. La prima a inciampare è stata Paola Taverna. Dal 1994 la madre della senatrice pentastellata viveva in un alloggio popolare dell’Ater, a Roma est. Repubblica scoprì che la signora di fatto era abusiva, non essendo in possesso dei requisiti per l’assegnazione. Alla fine il Tar ha rigettato il ricorso presentato dalla famiglia e la donna ha dovuto lasciare la casa. Poi stato il turno di Emanuele Dessì, oggi senatore del Movimento 5 stelle che, in piena campagna elettorale fu travolto non solo dallo scandalo legato a un video in cui lo si vedeva assieme a un membro del clan di Ostia degli Spada, e dall’imbarazzo per un suo post su Facebook in cui si vantava di aver «menato un ragazzo rumeno», ma anche da una vicenda riguardante la casa popolare che occupava dietro locazione mensile di appena 8 euro, come documentò la trasmissione Piazza Pulita. «Ho una casa popolare perché sono una persona povera, perché il mio lavoro non mi porta reddito, non ho conto in banca, non ho auto», spiegò. E proprio Dessì è stato tra i primi grillini a scagliarsi contro Trenta: «Anche io conduco una vita di relazioni ma vivo in 50 metri quadri». Poi ad Adnkronos ha aggiunto: «Mi dispiace essere come al solito tirato in ballo a sproposito, perché io non credo sia la stessa cosa detenere un appartamento popolare con pieno titolo da anni, come ho ampiamente dimostrato, forte della sentenza di un Tribunale».

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Il commissario ungherese passa il test all’europarlamento

Varhelyi, designato da Budapest all'Allargamento, promosso nel nuovo "esame" a Bruxelles dopo la bocciatura del 14 novembre.

E alla fine il candidato ungherese passò. Il commissario designato all’Allargamento, Oliver Varhelyi, è stato promosso nel suo nuovo “esame” al parlamento europeo dopo essere stato rimandato giovedì 14 novembre. È stato sostenuto dal gruppo dei Socialisti e democratici (S&D) e dai Liberali di Renew Europe, oltre che dal Partito popolare europeo (Ppe).

CHIESTA UNA PRESA DI DISTANZA DAL SOVRANISMO DI ORBAN

Nelle risposte – questa volta evidentemente ritenute convincenti – ai quesiti che gli sono stati posti ha scritto: «Non sarò vincolato né influenzato da alcuna dichiarazione o posizione di alcun primo ministro di qualsivoglia Paese o rappresentante di alcun governo». I membri della commissione per gli Affari esteri del parlamento europeo gli chiedevano in particolare una presa di distanza dalle politiche sovraniste del premier magiaro Viktor Orban.

L’UNGHERESE PROMETTE «SPIRITO EUROPEO»

Varhelyi ha aggiunto che in qualità di commissario il suo «unico obiettivo è attuare le priorità politiche dell’Ue verso tutti i partner dell’allargamento e del vicinato, elaborare e attuare politiche nei Balcani occidentali e nel vicinato orientale e meridionale, sotto la guida dell’Alto rappresentante Ue e in piena collegialità in uno spirito europeo».

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Lo scontro Salvini-Conte sul fondo salva Stati (Mes)

Il leader della Lega accusa il premier di «alto tradimento» per aver dato il via libera al nuovo meccanismo europeo di stabilità. Ma al momento della firma il Carroccio era al governo. E manca ancora l'ok del parlamento.

«Pare che Conte abbia firmato un accordo per cambiare il fondo salva-Stati (Mes), di notte, di nascosto, un fondo ‘ammazza-Stati’. I giornalisti chiedano a Conte e Tria, se, senza l’autorizzazione del parlamento, hanno dato l’ok dell’Italia, perché in quel caso sarebbe alto tradimento» Matteo Salvini, via Facebook, parte all’attacco sul nuovo accordo che il governo Conte avrebbe firmato in Ue «senza chiedere il via libera del parlamento». A dare la notizia della firma è stato per primo LaVerità.

Piovono tasse…….Nonostante tutto, buona settimana Amici.

Posted by Matteo Salvini on Monday, November 18, 2019

«Se qualcuno ci infila in questa gabbia del Mes, i titoli di Stato rischiano di valere sempre meno», aggiunge Salvini: «Se qualcuno ha firmato all’oscuro del popolo e del parlamento lo dica adesso, altrimenti sarà alto tradimento e per i traditori in pace e guerra il posto giusto è la galera».

LA FIRMA DURANTE IL GOVERNO M5S-LEGA

Salta subito all’occhio che l’accusa di Salvini è diretta anche all’ex ministro Tria, titolare dell’Economia quando anche la Lega era al governo. Il “tradimento” sarebbe stato fatto, secondo l’accusa del leader del Carroccio, proprio sotto al naso del partito di Salvini. Il quale, tra l’altro, si indigna lasciando pensare che il via libera del governo sia definitivo, mentre il parlamento deve comunque ratificare l’eventuale decisione presa.

COSA PREVEDE LA RIFORMA DEL FONDO SALVA STATI

«La riforma del Fondo salvastati», spiega Federico Giuliani su InsideOver, «intende trasformare il Mes in una sorta di meccanismo di stabilizzazione dei rischi sui debiti sovrani, facendo in modo che le procedure e le condizioni per ricorrere agli aiuti dello stesso siano automatiche. Tutto questo contribuisce ad acuire le diseguaglianze tra i vari Paesi dell’Eurozona, con paletti molto duri per gli Stati che devono fare i conti con le finanze pubbliche più disastrate, come ad esempio l’Italia. A proposito del nostro Paese, se Roma dovesse perdere l’accesso al mercato e chiedere aiuto, dovrebbe essere sottoposta alla Dsa, cioè a un’analisi di sostenibilità del debito: alcuni tecnici stileranno una pagella sul debito italiano. A seconda del voto, potrebbe scattare la ristrutturazione e un conseguente massacro per banche e sottoscrittori». 

MELONI: «IL MES SARÀ UNA SUPER TROIKA»

A Salvini si sono subito aggiunti gli altri partiti di opposizione, a partire da Fratelli d’Italia. «All’Eurosummit dello scorso giugno il presidente Conte ha dato l’ok alla riforma del Fondo salva-Stati senza coinvolgere il parlamento, che entro il mese di dicembre sarà chiamato a ratificare questa nuova eurofollia», ha dichiarato la presidente Giorgia Meloni, «la riforma del Mes impone in sintesi una maxi patrimoniale per gli Stati che non rispettano i parametri stabiliti, e ovviamente l’Italia è fuori da questi. Il Mes si trasformerà in un super troika onnipotente che avrà come unico scopo quello di agire nell’esclusivo interesse della speculazione finanziaria. Fratelli d’Italia annuncia sin da ora le barricate in parlamento contro l’ennesimo atto di tradimento nei confronti del nostro popolo».

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Anche Di Maio “sfratta” la Trenta

L'ex ministra della Difesa si difende sulla vicenda della casa di Roma assegnata al marito militare: «Ho spiegato a Luigi che è tutto regolare». Ma il leader del M5s insiste: «Inaccettabile, è bene che ora la lasci. Questa storia fa arrabbiare i cittadini».

L’ex ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, si difende sulla vicenda della casa a Roma ottenuta quando faceva parte del governo e riassegnata al marito militare, il capitano maggiore dell’esercito Claudio Passarelli.

Secondo il Corriere della Sera, che per primo ha dato la notizia, il grado di Passarelli non giustificherebbe l’assegnazione di un appartamento di primo livello come quello in questione.

E il 18 novembre anche il leader del M5s, Luigi Di Maio, ha attaccato pubblicamente l’ex ministra ai microfoni di Rtl: «Questa cosa dal mio punto di vista non è accettabile. Ha smesso di fare la ministra due mesi fa e ha avuto il tempo per lasciare la casa, è bene che ora la lasci. Se il marito in quanto militare ha diritto a un alloggio, può fare domanda e lo otterrà. Ma questa cosa fa arrabbiare i cittadini e anche noi, perché siamo quelli che si tagliano gli stipendi».

Intervistata sempre dal Corriere della Sera, l’ex ministra non sembra però intenzionata a mollare: «Sono molto arrabbiata. Questa storia mi porterà dei danni. È evidente che ormai sono sotto attacco». A suo giudizio la casa al centro delle polemiche «ormai è stata assegnata a mio marito e in maniera regolare, per quale motivo dovrebbe lasciarla?».

«Non credo proprio che si tratti di un privilegio perché io l’appartamento lo pago, e lo pago pure abbastanza», ha ggiunto Trenta. Quanto alla grandezza della casa, il prestigio sarebbe in qualche modo “giustificato” dal fatto che oggi la famiglia Trenta fa una vita «completamente diversa», una vita «di relazioni, di incontri».

Quanto a Di Maio, «gli ho spiegato che tutto è stato fatto correttamente, quando l’incarico di mio marito sarà terminato lasceremo la casa come dicono le regole». Resterà nel M5s? Anche su questo punto, Trenta è sicura: «Ho chiesto di essere una dei 12 facilitatori. Ci rimarrò di sicuro».

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Gualtieri, come buttare il ministero dell’Economia in Vacca

Il titolare di via XX Settembre è in ambasce a causa del suo staff. Il principale "imputato" è il capo segreteria che la fa da padrone. Seguono il capo di gabinetto Luigi Carbone, rimasto su pressione di Tria e del Nazareno, e il portavoce ombra Roberto Basso che coordina il consiglio di comunicazione.

«A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio». La formula attribuita a Oscar Wilde sembra una seconda pelle per lo staff di Roberto Gualtieri. Il ministro dell’Economia è un po’ in ambasce. E non soltanto perché – come ama dire – «ho recuperato in 23 giorni i 23 miliardi di aumento dell’Iva». Ma anche perché si sta rendendo conto che alcune scelte di staff stanno mostrando la corda. Il principale indagato è Ignazio Vacca, il suo capo della segreteria, figlio del filosofo comunista Giuseppe Vacca, che in via XX Settembre la fa da padrone, tanto da essere considerato una sorta di ministro ombra. Forse perché abituato all’ufficio del personale delle Poste dove ha lavorato, una delle prime mosse che ha fatto è stata quella di sostituire le segretarie. E pensare che sedevano al loro posto da una ventina d’anni, indifferentemente dal colore politico del ministro. 

LEGGI ANCHE: Luisa Pannone, il sergente di ferro da Tria a Dadone

I NODI DI CARBONE E BASSO

Al secondo posto, pari merito, ci sono il suo capo di gabinetto, Luigi Carbone, e il suo portavoce “ombra” Roberto Basso. Il primo, Gualtieri lo voleva sostituire con il dalemiano Roberto Garofoli, ma non c’è riuscito: un po’ per le pressioni ricevute anche dal Nazareno (Carbone è arrivato pure lì, senza usare il monopattino), un po’ per le pressanti richieste di Giovanni Tria per confermarlo. Più articolata la situazione per il portavoce. Formalmente, il Mef non ha un portavoce. Ha un consigliere per la comunicazione. Si racconta che con questa formula Basso sia riuscito a confermare le consulenze che ha accumulato come professionista, anche nel pianeta del ministero dell’Economia. Per salvare capra e cavoli (incarico istituzionale e contratti privatistici), Vacca si è inventato una specie di consiglio della comunicazione, coordinato da Basso e animato dal capo ufficio stampa, Michele Baccinelli, e da altri due giovani professionisti piovuti dal Nazareno piddino.

I CONSULENTI DEM BLOCCATI DA DAL VERME

In realtà, proprio dal Pd erano attesi una trentina di consulenti di vario genere per supportare il ministro nelle scelte strategiche. In realtà non se n’è visto nessuno. A stopparli, si racconta, sarebbe stato l’atteggiamento disincentivante di Alessandra Dal Verme. La ruvida dirigente della Ragioneria generale dello Stato sembra abbia operato una resistenza passiva all’ingresso di questi esperti dem. Tale da indurre il ministro, da una parte, e i potenziali candidati dall’altra, tutti presi per stanchezza, a soprassedere all’operazione. D’altra parte, Dal Verme è molto ascoltata al Nazareno: è pur sempre la cognata dell’ex premier Paolo Gentiloni, e nessuno ha il coraggio di mandarla a quel paese. Tuttavia, dopo la fallita scalata alla poltrona di Ragioniere generale dello Stato, Dal Verme avrebbe puntato quella di direttore del Demanio. Ma l’uscita dai radar romani di Gentiloni (trasferito a Bruxelles) e la titubanza nelle nomine dello staff di Gualtieri, rischiano di rovinarle l’operazione.  

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere


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Al potere Salvini e i sovranisti dureranno come il Conte 1

Dopo aver abolito temi come “costruire”, “fare” “dialogare”, questa destra arriverà impreparata al governo senza neppure l’alibi dei cinque stelle. Sogna e vuole solo lo scontro frontale.

Non c’è dubbio che la destra abbia intercettato una maggioranza di italiani. È una destra divisa in tre che vede la Lega dominare, nelle singolari sembianze non più secessioniste ma sovraniste.

Al suo inseguimento, che si farà via via più asfissiante, la destra di tradizione di Giorgia Meloni che attrae gli elettori scappati dopo Gianfranco Fini. Poi si sono i resti di Silvio Berlusconi, un personaggio che si è buttato via poco dignitosamente in questo squallido suo finale d’opera.

Questa destra dice di rappresentare il popolo perché la sua campagna anti-immigrati ha sfondato nei sondaggi e nel voto reale e ha conquistato le periferie urbane. Tanti soloni di sinistra sono convinti che tutto ciò sia vero e cioè che la forza della destra, e parallelamente la debolezza della sinistra, sia rappresentata da questa identità popolare fondata su una paura da comprendere.

LA BORGHESIA RICCA E IMPRENDITORIALE HA MOLLATO LA SINISTRA

A me sembra che il dato rilevante della destra italiana sia il fatto che pezzi fondamentali di borghesia imprenditoriale e degli affari abbiano deciso di chiudere con la sinistra e soprattutto con i suoi sogni industrialisti. Antipolitica e sovranismo sono stati la miscela di un movimento, partito dall’alto e sceso verso il basso, cementato dall’idea che bisognasse rassegnarsi a Paese più piccolo (più disinvolto nelle alleanze internazionali) e fuori dal circuito dei grandi Stati industrializzati.

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

Il popolo, quello che vota nelle periferie, conta poco: bisogna guardare alla sala di comando. Scriveva in modo geniale Alessandro Leogrande, analizzando il popolo infuriato che seguiva Giancarlo Cito a Taranto, che il cuore del malcontento era nella borghesia ricca della città dei due mari, la rivolta era partita da lì. La destra ha un popolo, ma non è il popolo a spiegare il successo della destra. È storia, questa.

QUESTA DESTRA NON HA IDEE PER L’ITALIA

Ho scritto più volte che trovo stupefacente le tesi di quei commentatori annunciano la vigilia di una importante vittoria elettorale della destra (molto probabile), ma soprattutto immaginano che stia per iniziare un’epoca. Stavo per scrivere un ventennio, ma vorrei evitare polemichette.
Personalmente credo che la destra che vincerà le elezioni durerà poco al governo come è accaduto con il Conte 1.

Fino a che si tratta di scassare, vanno bene Meloni, Matteo Salvini e i direttori di Libero e della Verità

C’è più di una malattia nel sangue della destra. La prima è la fragilità umana e culturale della sua leadership. Fino a che si tratta di scassare, vanno bene Meloni, Matteo Salvini e i direttori di Libero e della Verità, quando si tratterà di governare vedremo lo stesso spettacolo che conosciamo dai tempi della nipote di Mubarak.

Il segretario federale della Lega, Matteo Salvini, e la candidata a governatore dell’Emilia Romagna per la Lega Lucia Bergonzoni.

La malattia più grave della destra non è però solo la sua leadership (la sinistra ne è immune perché ha soppresso il problema). La malattia più grave è che la destra (a differenza di tutte le destre di tutti i Paesi del mondo e anche delle esperienze conservatrici italiane), non ha la minima idea di quel che deve fare con l’Italia.

CON I SOVRANISTI AL POTERE SCOPPIERANNO NUOVE PROTESTE

Mi colpiscono queste cose: ogni volta che la sinistra all’opposizione si imbatte nel tema del governo altrui, soprattutto in caso di calamità nazionali, è tutto un discutere di quel che bisogna fare, di come essere sinistra “per” e non sinistra “contro”. Poi spesso le cose restano uguali al passato, ma il dibattuto ferve e investe anche tanti intellettuali e politici di rango. La destra non si pone questo problema, non c’è un solo intellettuale di destra che sa uscire dal “diciannovismo”, parlo anche dei migliori, di quelli i cui testi commentano le vicende politiche spesso con acume.

Questa destra arriverà impreparata al governo senza neppure l’alibi dei cinque stelle

La destra ha abolito il tema “costruire”, “fare” “dialogare”. Ritiene probabilmente che il tempo del dialogo sia finito e che si avvicinino tempi cupi. È una destra che sogna e vuole solo lo scontro frontale. C’è l’illusione dei pieni poteri, frase di Salvini non sfuggitagli dal cuore perché è essa stessa il cuore di un disegno. Del resto è inquietante questo riferimento costante dello stesso Matteo Salvini al fatto di essere pronto a donare la vita per l’Italia: a cosa pensa, alla guerra civile? Credo che la sua cultura sia in quell’orizzonte spaventoso.

Questa destra arriverà impreparata al governo senza neppure l’alibi dei cinque stelle. E quel che è più grave è che quella borghesia degli affari che l’appoggia, al Nord come al Sud, non ha alcuna voglia di elaborare progetti, di fare squadra. Vuole sopravvivere nel declino, questo il filo che unisce destra e poteri forti. In mezzo c’è il popolo che li vota, che ha creduto al sogno berlusconiano, che sarà felice di cacciare un po’ di migranti ma che alla fine scoprirà che da questa Versailles sovranista e populista non verranno neppure brioches. Non so guidato da chi, ma vedremo presto sollevarsi un altro popolo infuriato contro tutto questo. Fra molto meno di vent’anni.

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La polemica meteo su Venezia coccolata e Matera discriminata

Attacchi via social alla Serenissima sotto i riflettori della destra e della stampa. Mentre il Sud colpito dal maltempo viene considerato «una Cenerentola di cui prende le difese la sinistra». E pure Di Maio si schiera: «No a regioni di serie B».

Neanche sotto il “flagello” del maltempo l’Italia riesce a trovare unità. Anzi: ne approfitta per rimarcare le differenze, in questo caso tra Nord e Sud. Venezia è travolta dall’acqua alta? E allora Matera? E allora il Mezzogiorno? Una polemica che il Paese dei campanili ha cavalcato anche e soprattutto sui social.

DISPUTA FRA MALTEMPO “DI DESTRA” E “DI SINISTRA”

Non soltanto una questione puramente geografica: si tratta di una disputa tra una sorta di “maltempo di sinistra“, cioè quello di Matera, contro il meteo avverso a Venezia che, considerando la Regione da anni governata dai leghisti, diventa di “destra” nello scontro sul web.

IN DIFESA DELLA CAPITALE DELLA CULTURA

Tra post e commenti su Twitter e Facebook molti utenti hanno ribadito la convinzione che Venezia sia una città «coccolata dalla destra», ma anche dalla stampa mainstream, con raccolta di fondi e continui appelli «a non abbandonarla», mentre Matera, nonostante sia capitale della cultura, resta la Cenerentola di cui «prende le difese la sinistra».

Tutti si mobilitano per Venezia: soldi alle aziende, soldi ai cittadini, Iban per raccolta fondi. E Matera?


Un utente sui social

Qualche esempio: «Danni ingenti a tutto il Sud, ma pare non importi a nessuno», ha scritto un account. E un tale Mike ha postato: «Non me ne frega un c… di #Venezia, tutti si mobilitano: soldi alle aziende, soldi ai cittadini, Iban per raccolta fondi in tutti i telegiornali. In questa foto non è ritratta Venezia, bensì #Matera! Non se ne è preoccupato nessuno! Il #Maltempo al Sud non fa rumore!».

ATTACCHI CONTRO MATTEO SALVINI E MARA VENIER

Gli strali dei pro Matera se la sono presa con i politici, anche con Matteo Salvini che, secondo Luisa, «preferisce farsi fotografare nell’acqua alta di Piazza San Marco. Perché del Sud non gliene frega nulla, lo ribadisco ai meridionali che lo osannano». Qualcuno ha azzardato persino previsioni nefaste come «tanto Venezia è destinata a essere sommersa, meglio salvare Matera». Altri hanno attaccato Mara Venier che a Domenica In «parla di Venezia perché è veneziana».

ARRIVA PURE DI MAIO A FARE L’INDIGNATO

In mezzo a questa “indignazione” è arrivato anche il post del ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Venezia è nel dramma, ma non solo Venezia. Altre città e Regioni sono state travolte dal maltempo. Penso alla Basilicata con Matera, la capitale europea della cultura, penso alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia. E nessuno ne parla. Nessuno», ha scritto su Facebook puntando il dito contro quello che considera una sorta di black out mediatico a sfavore del maltempo al Sud.

Non esistono regioni di serie B, dobbiamo occuparci di ogni singolo italiano


Luigi Di Maio

Poi il capo politico del Movimento 5 stelle ha concluso così: «Non esistono regioni di serie B, dobbiamo occuparci di ogni singolo italiano, di ogni singola famiglia, di ogni singolo lavoratore, di ogni singolo commerciante. L’Italia sia unita, perché unita trova la sua forza». Anche se sui social è riuscita a dividersi pure per questioni di meteo.

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Il Pd rilancia sullo ius soli ma il M5s fa il benaltrista

Zingaretti promette battaglia per la cittadinanza ai "nuovi italiani". Ma i grillini lo gelano: «Sconcertante, preoccupiamoci di famiglie, imprese e del Paese sott'acqua». Orlando: «Noi pensiamo a più cose insieme».

La questione dei diritti civili ha ridato animo alle fibrillazioni tra i giallorossi. Tutta “colpa” dell’Assemblea nazionale del Partito democratico, dalla quale il segretario dem Nicola Zingaretti ha rilanciato: «Ci battiamo perché al più presto si rivedano i decreti Salvini, dentro questo governo come scelta di campo. Ci batteremo con i gruppi parlamentari per far approvare lo ius culturae e lo ius soli, certo che lo faremo». Poi ha aggiunto: «Faremo una legge per parità salariale tra donne e uomini, ma per raggiungere l’obiettivo e non per mettere bandierine e avere un’intervista sui giornali. Ci vuole serietà, non comizi».

I GRILLINI: «PENSIAMO AL PAESE SOTT’ACQUA»

Dal Movimento 5 stelle – che sul tema ha cambiato idea – non hanno digerito gli annunci zingarettiani. E fonti grilline hanno risposto sfoggiando dosi di benaltrismo: «C’è mezzo Paese sott’acqua e uno pensa allo ius soli? Siamo sconcertati. Preoccupiamoci delle famiglie in difficoltà, del lavoro, delle imprese. Pensiamo all’Italia, già abbiamo avuto uno (Matteo Salvini, ndr) che per un anno e mezzo ha fatto solo campagna elettorale. Noi vogliamo pensare a lavorare».

ANCHE DI MAIO SPOSTA L’ATTENZIONE SU ALTRO

Il capo politico del M5s Luigi Di Maio ha usato più o meno le stesse parole da Salerno, dove si trovava per l’ultima tappa del suo tour in Campania: «Col maltempo che flagella l’Italia, il futuro di 11 mila lavoratori a Taranto in discussione, qui si parla di ius soli: io sono sconcertato. Siamo al governo per governare e non per lanciare slogan o fare campagna elettorale».

A molti dei cinque stelle sembrerà impossibile. Ma noi riusciamo a pensare anche due cose nello stessa giornata


Andrea Orlando del Pd

Dal Pd ha replicato il vicesegretario Andrea Orlando: «A molti esponenti dei cinque stelle sembrerà impossibile. Ma noi riusciamo a pensare anche due cose nello stessa giornata».

Lavoriamo per una nuova agenda di Governo che rispetti gli accordi di programma e vicino ai bisogni delle persone….

Posted by Nicola Zingaretti on Sunday, November 17, 2019

LA “SPERIMENTAZIONE” DI GOVERNO REGGERÀ?

Segnali di alleanza di governo che scricchiola? E pensare che Zingaretti, poco prima, aveva comunque confermato il “laboratorio” giallorosso: «Stiamo vivendo una difficile esperienza di governo, ma ribadiamo la scelta di sperimentare le alleanze. Qualcuno dice “Non vogliamo un accordo storico con il M5s”. Ma cosa vuol dire? Non si governa tra avversari politici, ma solo se si condividono almeno i fondamenti di una prospettiva politica e si calano nei territori. Ci vuole tempo, certo». Ora bisogna vedere se si riuscirà anche a condividere una visione in tema di diritti civili.

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Mattia Santori sulle sfide e il futuro delle Sardine di Bologna

Dopo il successo di Piazza Maggiore a Bologna, il flashmob trasloca nelle altre città emiliano-romagnole in vista delle elezioni di gennaio. «Se Salvini prende la nostra Regione», spiega uno degli organizzatori a L43, «vorrà dire che non ci sono più argini. E la gente deve rendersene conto».

Sono riusciti a portare in piazza Maggiore a Bologna 14 mila persone contro Matteo Salvini. E ora Mattia Santori, Andrea Garreffa, Giulia Trappoloni e Roberto Morotti, gli organizzatori di 6 mila Sardine, sono pronti a replicare il flashmob in tutte le città dell’Emilia-Romagna in vista delle Regionali del 26 gennaio. A partire, lunedì 18 novembre, da Modena. Manifestazioni senza bandiere e simboli di partito, ma aperte a tutti. «Per dimostrare», dice Santori a Lettera43.it, «che esiste un’alternativa. E per chiedere alle persone se sono davvero disposte a lasciare che le cose accadano senza fare niente».

Un’immagine tratta dal profilo Facebook di Mattia Santori.



DOMANDA: Intanto siete riusciti a battere Matteo Salvini: al Paladozza c’erano poco più di 5 mila simpatizzanti.
RISPOSTA. Matteo Salvini è il primo rappresentante di una politica populista fatta di slogan, che parla alla pancia delle persone. E, per quanto si sforzi di mostrarsi vicino alla gente, la sua è finzione. Costruisce un teatro al quale ci hanno già abituati sia Berlusconi sia Renzi. Riempie il PalaDozza, ma lo fa con trentini, lombardi e veneti. Quella non è politica, è marketing. Noi abbiamo voluto lanciare un modello diverso, fatto di partecipazione e di relazioni umane. 

Avete detto che non vi definite anti-politici né criticoni. Cosa significa?
La nostra piazza non è contro la politica, ma a favore della politica buona. Crediamo nel ritorno di una politica seria, articolata e complessa. Fatta di testa, non di pancia. Non a caso, l’inno delle sardine è Come è profondo il mare di Lucio Dalla. Una canzone bellissima, quasi poetica, ma che al contempo ha un testo lungo e non immediato. 

Crediamo nel ritorno di una politica seria, articolata e complessa. Fatta di testa, non di pancia. Non a caso, l’inno delle Sardine è Come è profondo il mare di Dalla

Molti politici, dal Pd al M5s, hanno messo il cappello sul vostro successo. Vi siete sentiti strumentalizzati?
Sinceramente non abbiamo percepito nulla del genere, né da parte dei partiti di centrosinistra né dal Movimento 5 stelle. A parte la Lega, che come al solito ha un modo di comunicare abbastanza bieco, abbiamo avuto l’impressione che il nostro messaggio sia passato in maniera netta. 

Il centrodestra e la Lega però alle urne sembrano inarrestabili. Cosa si aspetta in Emilia-Romagna?
Non lo so. Ci siamo limitati a lanciare un messaggio. Però vi sembra normale che contro anni di buon governo che parte da un radicamento sul territorio e da proposte concrete ci sia una candidata famosa soltanto per aver indossato in parlamento una maglietta con su scritto “Parlateci di Bibbiano”? Questo messaggio è arrivato così forte e chiaro che anche tanti nostri amici di destra, dopo aver visto ciò che abbiamo fatto, ci hanno detto: «Mai con la Lega». 

Qual è il futuro delle Sardine?
Questo dipenderà dalle Sardine. Dobbiamo capire che i primi responsabili della deriva populista siamo noi, in quanto cittadini. Se la risposta delle piazze sarà numerosa come quella di Bologna sicuramente andremo lontano. Ma dobbiamo mettere in conto che, essendo un movimento spontaneo, c’è il rischio che chi lo porta avanti commetta degli errori. 

Possiamo definire le Sardine un movimento di resistenza?
In qualche modo sì. Perché quella che stiamo subendo in Emilia-Romagna è un’invasione. Un’invasione dei messaggi di Salvini e della Lega. E sappiamo benissimo che se la nostra regione, che è una terra fatta di confronto, di volontariato e di associazionismo, capitola allora daremo un messaggio preciso a tutta Italia e anche a tutta Europa. Cioè che non c’è più un argine. E la gente deve rendersene conto. 

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Lilli Gruber su machismo, politica, Salvini e Südtirol

La conduttrice di Otto e mezzo, autrice di Basta!, punta il dito contro l'Internazionale del testosterone. E sul leader della Lega dice: «Chi non è in grado di passare dallo stile sbracato a quello istituzionale ha un problema nel gestire certi ruoli». L'intervista.

La «recrudescenza del machismo è la spia di una paura diffusa, quella di perdere il controllo e il potere». Così Lilli Gruber spiega Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone (Solferino), l’ultimo libro scritto per rispondere a quella che la giornalista definisce «l’Internazionale del testosterone». 

Lilli Gruber alla presentazione del suo libro ‘Basta’.

DOMANDA. L’ondata di leader “testosteronici” è una sorta di autodifesa del potere maschile davanti alla richiesta sempre più insistente di politiche femminili?
RISPOSTA. Attenzione, il problema non è il potere maschile ma il potere machista che si perpetua per cooptazione. Che trova nell’insulto, nella legge del branco e nella violenza il collante per generare lealtà. E che è pericoloso perché è privo di ideali, persino di ideologie: ha solo lo scopo distruggere le strutture della convivenza democratica, che tutelano la libertà dei cittadini.

L’opinionista francese Éric Zemmour sostiene che il vero problema sta nella femminilizzazione eccessiva della società. Cosa ne pensa?
Zemmour ha diritto alle sue opinioni, io sono andata a cercare i fatti. Mi sembra difficile definire “femminilizzata” una società in cui parlamenti, governi, palazzi presidenziali, consigli d’amministrazione, redazioni di grandi media sono ancora in larghissima maggioranza gestiti da dirigenti uomini. I numeri parlano, il resto sono appunto opinioni che non ci portano granché lontano.

Se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi

Non sono esistite e non esistono anche leader donne “testoteroniche”?
Il punto non sta nell’opporre femminile e maschile: discussioni come quella sull’essenza della leadership saranno interessanti per la filosofia ma sono piuttosto sterili. Più interessante, invece, analizzare la struttura del potere e le regole su cui si basa. Si vede che questa struttura è stata creata da maschi e oggi è gestita da maschi. Lo dicono i dati e lo dicono millenni di storia. A quante condottiere, cape di stato, scienziate e artiste riusciamo a ricordare? Ebbene, se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi. Non hanno ancora avuto il potere di cambiare le regole. Ma se al potere ci fosse un numero di donne pari a quello degli uomini, questa struttura cambierebbe. 

Dai cda alla strada: qualche esempio nella vita quotidiana?
I farmaci verrebbero sperimentati anche sul corpo femminile invece che quasi esclusivamente su quello maschile e avremmo un diverso sistema sanitario. Le città verrebbero riprogettate per le esigenze di chi da sempre deve muoversi per commissioni multiple nel corso della giornata – scuole, genitori anziani – e avremmo un diverso sistema di mobilità urbana. Il lavoro domestico e di cura, oggi svolto al 75% dalle donne, verrebbe redistribuito generando un diverso modello di lavoro e di convivenza. E così via. Io desidero vedere questo cambiamento strutturale. Perché sarà un mondo più giusto.

Lei si è occupata del machismo di leader come Donald Trump, Matteo Salvini, Recep Tayyp Erdoğan, Vladimir Putin. Perché non ha approfondito anche casi che coinvolgono personaggi più vicini alla sinistra come Strauss-Kahn, Assange, Chávez?
Perché non sono più al potere, e Julian Assange non lo è mai stato. In un pamphlet che si occupa dell’attualità avrebbero avuto un interesse piuttosto limitato. Per ragioni di spazio, se è per quello, non ho parlato nemmeno di Viktor Orbán o del primo ministro indiano Nanendra Modi, che pure sono al potere e piuttosto pericolosi. Ma soprattutto, nulla lega fra loro tutti gli uomini citati: è un semplice elenco. Invece a fare da collante alla lega l’internazionale machista è una rete tessuta con interessi ben precisi e che minaccia la tenuta delle nostre democrazie. È molto evidente se guardiamo in modo sistemico alla loro azione politica e alle forze che li finanziano. È questo che trovo pericoloso e che dovrebbe spaventare tutti noi.

I toni delle paginate di critiche che mi hanno riservato i quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa

Lei ha raccontato che l’idea del libro è nata dopo la polemica con Salvini. Più recentemente ha battibeccato anche con Vittorio Feltri a causa di un articolo che la riguardava…
L’articolo polemico è del tutto legittimo. Quella che io notavo, con interesse, era la levata di scudi di tutta la stampa di destra il giorno dopo l’uscita del mio libro. Paginate di critiche su quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, i cui toni sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa. Ma fa piacere vedere che quando assumono una dose della loro medicina sessista il livore di questi opinionisti si trasforma in un singhiozzo politicamente corretto: forse possono essere redenti.

Restando alla comunicazione: come è cambiata in questi decenni quella dei politici?
La comunicazione è cambiata per tutti, è diventata più veloce, molti dicono che ormai non ci sono più contenuti ma solo slogan. In realtà non credo che la comunicazione del passato mancasse di slogan: quante parole d’ordine democristiane o comuniste abbiamo sentito ripetere a pappagallo? Però noto che la comunicazione tra politico ed elettore oggi tende a rifugiarsi in un’idea di mimesi: votami perché io sono come te. Ma io non voglio che chi mi rappresenta sia “come me”, voglio che sappia fare cose che io non so fare, per esempio gestire l’economia di un sistema complesso come l’Italia. Voglio la competenza. Ecco, il difetto della comunicazione politica oggi è la pigrizia di sostituire all’idea della competenza l’ideologia dell’identificazione.

La peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale

Salvini è “campione” nella comunicazione, sovraesposto sia sui social sia sui media tradizionali.
La sovraesposizione è di tutti, i social hanno sdoganato un certo modo di autorappresentarsi, di mettere in piazza la propria vita privata. È evidente che tutti abbiamo spazi di relax, di déshabillé e di relazione, ma oggi questi spazi sono diventati strumento di azione politica. Non si può tornare indietro ed è stupido ripetere: «Si stava meglio quando si stava peggio», ormai è così. Però la forma è sostanza: la peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale.

E quali sono i problemi della comunicazione della sinistra, visto che continua a perdere?
La sinistra non perde per mancanza di comunicazione, ma per mancanza di coraggio. E perché non ha saputo valorizzare i talenti femminili al proprio interno, lasciandosi incredibilmente superare a destra nella corsa alla parità dato che oggi il partito che guadagna più consensi è guidato da una donna: Giorgia Meloni.

Ma esistono poi ancora destra e sinistra, o sono categorie superate?Come molte altre categorie, nel postmoderno destra e sinistra sono diventate più liquide, per dirla nei termini di Zygmunt Bauman. Ma destra e sinistra esistono ed esisteranno sempre: guardiamo la campagna elettorale negli Stati Uniti dove una delle candidate al top, Elizabeth Warren, è portatrice di una proposta politica che viene definita “socialista”. Se capiamo ancora cosa significa questo aggettivo, è perché la distinzione tra destra e sinistra è ancora chiara e pregnante.

Lei è probabilmente la sudtirolese più famosa d’Italia, e alla sua terra ha dedicato una intensa trilogia. Che pensa dell’ultima polemica sul nome Südtirol/Alto Adige?
Ho scritto tre libri per cercare di far capire meglio anche a chi non conosce la storia del Sud Tirolo quali ferite storiche si porti addosso quel fazzoletto di terra. Dalle reazioni e dalle lettere dei lettori, credo di esserci in parte riuscita. Le polemiche sulla toponomastica sono un portato di quella storia, la storia di un popolo che ha visto il fascismo cancellare i nomi dei propri padri dalle tombe di famiglia e non è ancora riuscito a dimenticare. Per superare questi traumi è stato fatto molto, ma una parte e dall’altra occorrono ancora buonsenso e generosità.

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Lilli Gruber su machismo, politica, Salvini e Südtirol

La conduttrice di Otto e mezzo, autrice di Basta!, punta il dito contro l'Internazionale del testosterone. E sul leader della Lega dice: «Chi non è in grado di passare dallo stile sbracato a quello istituzionale ha un problema nel gestire certi ruoli». L'intervista.

La «recrudescenza del machismo è la spia di una paura diffusa, quella di perdere il controllo e il potere». Così Lilli Gruber spiega Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone (Solferino), l’ultimo libro scritto per rispondere a quella che la giornalista definisce «l’Internazionale del testosterone». 

Lilli Gruber alla presentazione del suo libro ‘Basta’.

DOMANDA. L’ondata di leader “testosteronici” è una sorta di autodifesa del potere maschile davanti alla richiesta sempre più insistente di politiche femminili?
RISPOSTA. Attenzione, il problema non è il potere maschile ma il potere machista che si perpetua per cooptazione. Che trova nell’insulto, nella legge del branco e nella violenza il collante per generare lealtà. E che è pericoloso perché è privo di ideali, persino di ideologie: ha solo lo scopo distruggere le strutture della convivenza democratica, che tutelano la libertà dei cittadini.

L’opinionista francese Éric Zemmour sostiene che il vero problema sta nella femminilizzazione eccessiva della società. Cosa ne pensa?
Zemmour ha diritto alle sue opinioni, io sono andata a cercare i fatti. Mi sembra difficile definire “femminilizzata” una società in cui parlamenti, governi, palazzi presidenziali, consigli d’amministrazione, redazioni di grandi media sono ancora in larghissima maggioranza gestiti da dirigenti uomini. I numeri parlano, il resto sono appunto opinioni che non ci portano granché lontano.

Se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi

Non sono esistite e non esistono anche leader donne “testoteroniche”?
Il punto non sta nell’opporre femminile e maschile: discussioni come quella sull’essenza della leadership saranno interessanti per la filosofia ma sono piuttosto sterili. Più interessante, invece, analizzare la struttura del potere e le regole su cui si basa. Si vede che questa struttura è stata creata da maschi e oggi è gestita da maschi. Lo dicono i dati e lo dicono millenni di storia. A quante condottiere, cape di stato, scienziate e artiste riusciamo a ricordare? Ebbene, se la struttura politica e sociale in cui viviamo è strutturata per promuovere uomini, è chiaro che le poche donne arrivate ai vertici hanno dovuto adattarsi. Non hanno ancora avuto il potere di cambiare le regole. Ma se al potere ci fosse un numero di donne pari a quello degli uomini, questa struttura cambierebbe. 

Dai cda alla strada: qualche esempio nella vita quotidiana?
I farmaci verrebbero sperimentati anche sul corpo femminile invece che quasi esclusivamente su quello maschile e avremmo un diverso sistema sanitario. Le città verrebbero riprogettate per le esigenze di chi da sempre deve muoversi per commissioni multiple nel corso della giornata – scuole, genitori anziani – e avremmo un diverso sistema di mobilità urbana. Il lavoro domestico e di cura, oggi svolto al 75% dalle donne, verrebbe redistribuito generando un diverso modello di lavoro e di convivenza. E così via. Io desidero vedere questo cambiamento strutturale. Perché sarà un mondo più giusto.

Lei si è occupata del machismo di leader come Donald Trump, Matteo Salvini, Recep Tayyp Erdoğan, Vladimir Putin. Perché non ha approfondito anche casi che coinvolgono personaggi più vicini alla sinistra come Strauss-Kahn, Assange, Chávez?
Perché non sono più al potere, e Julian Assange non lo è mai stato. In un pamphlet che si occupa dell’attualità avrebbero avuto un interesse piuttosto limitato. Per ragioni di spazio, se è per quello, non ho parlato nemmeno di Viktor Orbán o del primo ministro indiano Nanendra Modi, che pure sono al potere e piuttosto pericolosi. Ma soprattutto, nulla lega fra loro tutti gli uomini citati: è un semplice elenco. Invece a fare da collante alla lega l’internazionale machista è una rete tessuta con interessi ben precisi e che minaccia la tenuta delle nostre democrazie. È molto evidente se guardiamo in modo sistemico alla loro azione politica e alle forze che li finanziano. È questo che trovo pericoloso e che dovrebbe spaventare tutti noi.

I toni delle paginate di critiche che mi hanno riservato i quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa

Lei ha raccontato che l’idea del libro è nata dopo la polemica con Salvini. Più recentemente ha battibeccato anche con Vittorio Feltri a causa di un articolo che la riguardava…
L’articolo polemico è del tutto legittimo. Quella che io notavo, con interesse, era la levata di scudi di tutta la stampa di destra il giorno dopo l’uscita del mio libro. Paginate di critiche su quotidiani diretti da maschi, tra cui Feltri, i cui toni sono un perfetto esempio della deriva del linguaggio e del comportamento che trovo pericolosa. Ma fa piacere vedere che quando assumono una dose della loro medicina sessista il livore di questi opinionisti si trasforma in un singhiozzo politicamente corretto: forse possono essere redenti.

Restando alla comunicazione: come è cambiata in questi decenni quella dei politici?
La comunicazione è cambiata per tutti, è diventata più veloce, molti dicono che ormai non ci sono più contenuti ma solo slogan. In realtà non credo che la comunicazione del passato mancasse di slogan: quante parole d’ordine democristiane o comuniste abbiamo sentito ripetere a pappagallo? Però noto che la comunicazione tra politico ed elettore oggi tende a rifugiarsi in un’idea di mimesi: votami perché io sono come te. Ma io non voglio che chi mi rappresenta sia “come me”, voglio che sappia fare cose che io non so fare, per esempio gestire l’economia di un sistema complesso come l’Italia. Voglio la competenza. Ecco, il difetto della comunicazione politica oggi è la pigrizia di sostituire all’idea della competenza l’ideologia dell’identificazione.

La peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale

Salvini è “campione” nella comunicazione, sovraesposto sia sui social sia sui media tradizionali.
La sovraesposizione è di tutti, i social hanno sdoganato un certo modo di autorappresentarsi, di mettere in piazza la propria vita privata. È evidente che tutti abbiamo spazi di relax, di déshabillé e di relazione, ma oggi questi spazi sono diventati strumento di azione politica. Non si può tornare indietro ed è stupido ripetere: «Si stava meglio quando si stava peggio», ormai è così. Però la forma è sostanza: la peculiarità di Salvini è l’incapacità di passare dalla forma sbracata a quella istituzionale. Chi non è in grado di fare questo ha un problema nel gestire un ruolo istituzionale.

E quali sono i problemi della comunicazione della sinistra, visto che continua a perdere?
La sinistra non perde per mancanza di comunicazione, ma per mancanza di coraggio. E perché non ha saputo valorizzare i talenti femminili al proprio interno, lasciandosi incredibilmente superare a destra nella corsa alla parità dato che oggi il partito che guadagna più consensi è guidato da una donna: Giorgia Meloni.

Ma esistono poi ancora destra e sinistra, o sono categorie superate?Come molte altre categorie, nel postmoderno destra e sinistra sono diventate più liquide, per dirla nei termini di Zygmunt Bauman. Ma destra e sinistra esistono ed esisteranno sempre: guardiamo la campagna elettorale negli Stati Uniti dove una delle candidate al top, Elizabeth Warren, è portatrice di una proposta politica che viene definita “socialista”. Se capiamo ancora cosa significa questo aggettivo, è perché la distinzione tra destra e sinistra è ancora chiara e pregnante.

Lei è probabilmente la sudtirolese più famosa d’Italia, e alla sua terra ha dedicato una intensa trilogia. Che pensa dell’ultima polemica sul nome Südtirol/Alto Adige?
Ho scritto tre libri per cercare di far capire meglio anche a chi non conosce la storia del Sud Tirolo quali ferite storiche si porti addosso quel fazzoletto di terra. Dalle reazioni e dalle lettere dei lettori, credo di esserci in parte riuscita. Le polemiche sulla toponomastica sono un portato di quella storia, la storia di un popolo che ha visto il fascismo cancellare i nomi dei propri padri dalle tombe di famiglia e non è ancora riuscito a dimenticare. Per superare questi traumi è stato fatto molto, ma una parte e dall’altra occorrono ancora buonsenso e generosità.

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Cosa succede dopo il tavolo andato male con ArcelorMittal

Scontro tra azienda e governo. Per l'ad Morselli senza immunità penale «proseguire nel piano di risanamento dell'Ilva è un crimine». Conte: «Pagheranno». I lavoratori pronti all'insubordinazione contro lo spegnimento. E la procura di Milano indaga. Il punto sul futuro di Taranto.

L’Ilva è sempre più un intreccio di questioni giuridiche e politiche. Mentre la soluzione effettiva per il futuro di Taranto resta ancora un rebus. I protagonisti dello scontro sono sempre gli stessi e si sono incontrati a un tavolo al ministero dello Sviluppo economico. In quella sede Lucia Morselli, l’amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia, è stata lapidaria, gelando i sindacati: ha sottolineato la «coerenza» del percorso che porta alla rescissione del contratto e alla “restituire” dell’Ilva dal 4 dicembre 2019. L’argomento su cui fare leva è l’ormai “famigerato” stop allo scudo penale che ora impedirebbe di portare avanti il piano di risanamento ambientale per l’acciaieria senza incappare in «un crimine».

PER I COMMISSARI LO SCUDO PENALE NON È NEL CONTRATTO

Il problema è che nel ricorso cautelare presentato al tribunale di Milano dai legali dei commissari del polo siderurgico si sostiene che non c’è alcuna garanzia della continuità dello “scudo penale” nel contratto di affitto ad ArcelorMittal.

I SINDACATI NON ESCLUDONO L’INSUBORDINAZIONE

I sindacati sono arrivati a non escludere «un’insubordinazione dei lavoratori» per non spegnere gli altiforni, come ha detto il leader della Uilm. Intanto il premier Giuseppe Conte ha attaccato: Mittal pagherà i danni. La procura di Milano, in contemporanea, ha acceso un faro aprendo un fascicolo esplorativo e scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva).

Violazione degli impegni contrattuali e grave danno all’economia nazionale: ne risponderanno in sede giudiziaria


Il premier Conte contro ArcelorMittal

Conte ha commentato così: «Ben venga anche l’iniziativa della procura, il governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni». E ancora: «ArcelorMittal si sta assumendo una grandissima responsabilità», perché lasciare l’ex Ilva «prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria», anche in termini di «risarcimento danni», ha avvertito il presidente del Consiglio.

MORSELLI AGGRAPPATA AL NODO DELL’IMMUNITÀ

ArcelorMittal ovviamente la pensa diversamente. Morselli sostiene che levando l’immunità «non sono stati rispettati i termini del contratto», come è anche per le prescrizioni della magistratura sull’altoforno Afo2: «Non era stato fatto niente» di quanto detto al momento dell’accordo. La sintesi è che se al momento del contratto erano state create le condizioni per una missione impossibile, da «bacchetta magica», oggi per l’azienda quelle condizioni non ci sono più.

ESUBERI E PRODUZIONE RESTANO IN SECONDO PIANO

Lasciando il tavolo il ministro Stefano Patuanelli ha sottolineato come la Morselli abbia puntato tutto sul nodo dell’immunità penale, politicamente il meno gestibile tra le diverse anime del governo, lasciando invece in secondo piano il tema del rallentamento del mercato (e quindi di frenare la produzione e gestire esuberi) su cui «fin da settembre c’era una disponibilità del governo» ad accompagnare un percorso.

SINDACATI NON SODDISFATTI

I toni del dibattito politico restano accesi e i sindacati mantengono la linea. Sostengono che ArcelorMittal non può esercitare un diritto di recesso, che il contratto va rispettato, ma che anche il governo deve rispettare i patti alla base di quell’accordo: «Per nulla soddisfatti» di un confronto «non andato bene» si sono detti i leader della Cgil Maurizio Landini, della Cisl Annamaria Furlan e della Uil Carmelo Barbagallo, che hanno lasciato il ministero chiedendo «l’avvio di un tavolo con la proprietà per trovare soluzioni», ma anche al governo di uscire dall’impasse: deve «ripristinare lo scudo penale per togliere l’alibi ad ArcelorMittal».

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Nella prima telefonata Trump e Zelensky parlarono di… Miss Universo

La Casa Bianca ha diffuso il contenuto della conversazione del 21 aprile. Battute sulla bellezza delle ucraine e ironia per l'inglese del presidente di Kiev. Ma nessun riferimento all'indagine contro i Biden. E intanto al Congresso proseguono le audizioni nell'inchiesta sull'impeachment.

Anche l’altra telefonata ora è pubblica. E di politica o intrecci oscuri qui non si parla. La Casa Bianca, come annunciato, ha diffuso la trascrizione della prima chiamata tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. La conversazione risale al 21 aprile 2019, subito dopo l’elezione di Zelensky, quattro mesi prima della seconda telefonata tra i due leader al centro dell’indagine per impeachment. Quella cioè in cui The Donald chiese al suo omologo ucraino di lavorare col segretario della Giustizia William Barr per l’apertura di un’indagine a carico di Joe Biden e del figlio.

CHIAMATA DALL’AIR FORCE ONE

Trump chiamò Zelensky dall’Air Force One nel pomeriggio del 21 aprile per congratularsi per la vittoria dell’ucraino alle Politiche. La controversa conversazione del 24 luglio, quella denunciata dalla talpa e che ha innescato l’indagine che potrebbe portare all’impeachment di Trump, avvenne mentre il tycoon era nello Studio Ovale. La trascrizione desecretata e rilasciata dalla Casa Bianca consta di tre pagine.

L’INVITO ALLA CASA BIANCA: «COSÌ PRATICO L’INGLESE»

Trump il 21 aprile chiamò Zelensky mentre era in volo e non fece alcun cenno a possibili indagini di Kiev sui Biden o sui democratici Usa. Ma, rivolgendosi al neo presidente, il tycoon si complimentò con l’Ucraina ricordando quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», affermò Trump provocando la risata di Zelensky. Altre battute poi quando quest’ultimo fu invitato alla Casa Bianca e rispose: «Bene, così pratico l’inglese».

Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace

Trump a Zelensky

Nel corso della conversazione, durata 16 minuti, non si accennò ad alcun contenuto di natura politica. Trump disse: «Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace. Abbiamo molte cose di cui parlare». Zelensky da parte sua ringraziò The Donald decine di volte. «Cercheremo di fare il nostro meglio e abbiamo lei come un grande esempio», affermò il leader ucraino, invitando a sua volta Trump a Kiev per l’inaugurazione della nuova presidenza: «So quanto è impegnato, ma se per lei è possibile venire alla cerimonia inaugurale sarebbe grande». Per poi aggiungere: «Non ci sono parole per descrivere quanto bello è il nostro Paese, quanto gentile, calorosa, amichevole è la nostra gente, quanto saporito e delizioso è il nostro cibo. Ma il modo migliore per scoprirlo è venire qui».

THE DONALD SEGUE IN TIVÙ L’INCHIESTA

Intanto al Congresso americano ha continuato a occuoparsi dell’indagine che potrebbe portare Trump all’incriminazione. Il presidente ha guardato in tivù le battute iniziali dell’audizione, dicendosi pronto a seguire solo l’intervento di apertura di Devin Nunes, il repubblicano della commissione di intelligence della Camera, dove sono avvenute le audizioni pubbliche. Secondo il portavoce della Casa Bianca, Stephanie Grisham, «il presidente dopo aver visto Nunes trascorrerà il resto della giornata a lavorare duramente per gli americani».

L’ex ambasciatrice Marie Yovanovitch. (Ansa)

L’EX AMBASCIATRICE ALL’ATTACCO

Evidentemente però poi The Donald si è intrattenuto ancora. Ascoltando anche la testimonianza dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, Marie Yovanovitch. Che ha detto: «La strategia politica degli Usa sull’Ucraina è stata gettata nel caos». Yovanovitch, che fu silurata nell’aprile del 2019 perché ritenuta un ostacolo alla linea della Casa Bianca, ha spiegato di essersi sentita «minacciata» dalle parole di Trump che, parlando co Zelensky, la descrisse come una «bad news», una cattiva notizia, e assicurò che presto se ne sarebbe andata. «Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata e devastata», ha confidato.

Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole

Trump sull’ex ambasciatrice Yovanovitch

E The Donald, che probabilmente dunque la stava guardando, ha risposto alla sua maniera, su Twitter: «Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole».

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Perché la piazza di Bologna non è garanzia di vittoria per il centrosinistra alle Regionali

Partita la corsa a mettere il cappello sul flashmob che ha oscurato la kermesse leghista. Ma il capoluogo da sempre fa storia sé. E, da Ferrara a Imola, i campanelli d'allarme per il Pd e Bonaccini non mancano.

Il giorno dopo il successo del flashmob che ha gremito piazza Maggiore nelle ore in cui andava in scena la kermesse di Matteo Salvini al PalaDozza, l’entusiasmo della “resistenza” bolognese è alle stelle. Ma deve fare i conti col realismo di una Regione dove, fatta eccezione proprio per il capoluogo, il vento del centrodestra soffia sempre pù forte, come testimoniano la presa di Ferrara e la crisi del Movimento 5 stelle a Imola.

UN NUOVO BANCO DI PROVA DAL FLASHMOB MODENESE

E un nuovo banco di prova è atteso già lunedì 17 novembre, quando la contro-manifestazione si ripeterà a Modena e chissà se con gli stessi risultati. Nel frattempo, malgrado il Partito democratico abbia tentato di cavalcare i grandi numeri della serata bolognese, giova ricordare come filo conduttore non fosse tanto riconducibile a un’area politica, quanto piuttosto all’affermazione di principi e diritti quotidianamente messi in discussione dalla Lega e dal suo leader.

IN PIAZZA FINO A 15 MILA PERSONE

«Quindici mila è un numero realistico» per quantificare le “sardine” umane che la sera del 16 novembre hanno riempito la piazza in risposta alla convention della Lega per la candidatura di Lucia Borgonzoni alle regionali in Emilia-Romagna. A dirlo è stato Mattia Santori, uno dei quattro ragazzi che ha lanciato il flashmob su Facebook. «Siamo sommersi di reazioni» – ha detto – «volevamo suonare una sveglia collettiva e la sveglia è suonata. Ora dal basso c’è già una risposta libera, il nostro risultato più bello».

«NON CI ASPETTAVAMO UNA PARTECIPAZIONE DEL GENERE»

«Di sicuro fino a due giorni prima non ci aspettavamo una partecipazione così», ha detto Mattia, che da ha il telefono rovente per le notifiche di interazioni social e per le richieste di commento da tutta Italia. «La nostra era un’iniziativa di quattro amici (insieme a lui Giulia Trappoloni, Andrea Garreffa e Roberto Morotti, ndr). Non avevamo nessuna ambizione se non quella di suonare una sveglia collettiva convinti che Bologna fosse il luogo giusto per farla e così siamo partiti». Una «sveglia», ha chiarito, «per la gente di sinistra, dal basso, che ha dormito per troppo tempo». L’aspetto «più incredibile» di ieri sera, ha confessato, è stato coinvolgere «persone di tutte le fasce d’età, bambini, anziani, famiglie. Gente che non scendeva in piazza da una vita». C’è una reazione della piazza che l’ha colpito di più. «Quando ho detto ‘siamo vicini ai nostri politici». Dopo le ovazioni il silenzio, poi ancora acclamazione. Tantissimi mi hanno detto che questa frase è stata potentissima. Noi non siamo assolutamente anti-politici, ma anti-criticoni».

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Il j’accuse del gesuita Sorge: «Ruini con Salvini come la Chiesa ai tempi di Mussolini»

L'ex direttore di Civiltà Cattolica contro l'ex numero uno della Cei: «Sbaglia a benedirlo». E poi lancia l'idea di un Sinodo: «Non possiamo più tacere di fronte a odio e razzismo».

Ruini si comporta con Salvini come già fece la Chiesa con Mussolini. Il j’accuse arriva da Padre Bartolomeo Sorge, autorevole rappresentante dei Gesuiti, lo stesso ordine di Papa Francesco, già direttore della rivista Civiltà Cattolica. «Il cardinale Ruini sbaglia a benedire Salvini. Lo stesso fece il Vaticano con Mussolini», ha affermato il teologo e politologo in un’intervista a Marco Damilano per l’Espresso.

«RUINI, L’ULTIMO EPIGONO DELLA STAGIONE DI PAPA WOJTYLA»

«Nella storia della Chiesa italiana, Ruini è l’ultimo epigono autorevole della stagione di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, dedito totalmente alla sua straordinaria missione evangelizzatrice a livello mondiale, di fatto rimise nelle mani di Ruini le redini della nostra Chiesa, nominandolo per 5 anni segretario generale della Cei, per 16 anni presidente dei vescovi e per 17 anni vicario generale della diocesi di Roma», dice Sorge. «Per quanto riguarda il suo atteggiamento benevolo verso Salvini, dobbiamo dire che è del tutto simile a quello che altri prelati, a suo tempo, ebbero nei confronti di Mussolini. Purtroppo la storia insegna che non basta proclamare alcuni valori umani fondamentali, giustamente cari alla Chiesa, se poi si negano le libertà democratiche e i diritti civili e sociali dei cittadini», ha aggiunto.

«SERVE UN SINODO, LA CHIESA NON PUÒ PIÙ TACERE SUL’ ODIO»

«Credo che nella Chiesa italiana si imponga ormai la convocazione di un Sinodo», dice ancora padre Sorge. «I cinque Convegni nazionali ecclesiali, che si sono tenuti a dieci anni di distanza uno dall’altro, non sono riusciti – per così dire – a tradurre il Concilio in italiano. C’è bisogno di un forte scossone, se si vuole attuare la svolta ecclesiale che troppo tarda a venire», spiega. Secondo il gesuita, ex direttore di Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali, «solo l’intervento autorevole di un Sinodo può avere la capacità di illuminare le coscienze sulla inaccettabilità degli attacchi violenti al papa, sulla natura anti-evangelica dell’antropologia politica, oggi dominante, fondata sull’egoismo, sull’odio e sul razzismo, che chiude i porti ai naufraghi e nega solidarietà alla senatrice Segre, testimone vivente della tragedia nazista della Shoah, sull’assurda strumentalizzazione politica dei simboli religiosi, usati per coprire l’immoralità di leggi che giungono addirittura a punire chi fa il bene e salva vite umane». «La Chiesa non può più tacere. Deve parlare chiaramente. È suo preciso dovere non giudicare o condannare le persone, ma illuminare le coscienze», conclude.

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Bufera su Zaia per la partecipazione alla convention leghista di Bologna

Il governatore del Veneto sotto attacco per la comparsata al PalaDozza al fianco di Salvini per sostenere la candidatura di Borgonzoni. Attacchi da M5s e Pd. Di Maio: «Presenza inopportuna».

La presenza di Luca Zaia sul palco del PalaDozza in occasione dell’evento col quale Matteo Salvini ha lanciato la candidatura di Lucia Borgonzoni alla presidenza della Regione Emilia Romagna ha dato al stura a un mare di polemiche. A molti non è andato giù lo spot inscenato dal governatore del Veneto nel bel mezzo dell’emergenza che ha colpito Venezia, alle prese il 15 novembre con una nuova ondata di acqua alta. E a farsi portavoce delle critiche a Zaia sono stati anche diversi rappresentanti della forze di governo.

PER DI MAIO UNA PRESENZA INOPPORTUNA

Per Luigi Di Maio, «non è stato bello vedere il governatore del Veneto andare ieri a un comizio elettorale a Bologna e dire ‘sarei arrivato anche a nuoto‘». Il capo politico del M5s ha giudicato «inopportuna» la presenza di Zaia, così come diversi esponenti del Partito democratico. «Zaia a Bologna mentre si discute il bilancio e di come dare sicurezza al nostro territorio è un’offesa per tutti i veneti», ha detto il capogruppo in Regione Veneto del Partito democratico Stefano Fracasso. «Zaia che alza il cartello della Borgonzoni mentre il Consiglio è impegnato a discutere il bilancio per dare risorse per la sicurezza del territorio di Venezia è un’offesa per tutti veneti prima ancora che al Consiglio regionale». E ancora: «Altro che ‘prima i veneti!’ Con la comparsata di ieri a Bologna il governatore svela la maschera: prima viene Salvini e, in questo caso, la campagna elettorale dell’Emilia Romagna».

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Calenda annuncia il lancio di un nuovo movimento politico

Sulla scia della grande manifestazione di Bologna, l'ex ministro e attuale europarlamentare ci riprova. E prepara una nuova iniziativa per il 21 novembre assieme a Matteo Richetti.

Carlo Calenda ci riprova. Dopo aver fallito nell’unire i partiti di centrosinistra dietro alla bandiera del suo Siamo Europei alle elezioni di maggio, sulla scia della grande manifestazione contro la Lega di Bologna rilancia una nuova iniziativa politica.

. «Questa mobilitazione va onorata. Il 21 lanceremo il nuovo movimento politico. Nonostante il poco tempo siamo pronti a lavorare con Stefano Bonaccini ed il Pd per combattere insieme. Ovviamente se i 5s non saranno alleati», ha scritto su twitter Carlo Calenda postando una foto della manifestazione di ieri a piazza Maggiore a Bologna. Nel tweet compare il nome di Matteo Richetti, parlamentare emiliano ed ex Pd che ha seguito Calenda nella strada di Siamo Europei e si è schierato contro il governo con il M5s.

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L’antipolitica è finita, ora si combatta la destra anti italiana

Salvini e Meloni, vecchi rottami di governo, si sconfiggono solo con una vera svolta a sinistra radicale e riformista. Lasciamo loro il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.

Il lento e inesorabile declino del Movimento 5 stelle testimonia che la lunga stagione dell’antipolitica e del populismo, né di destra né di sinistra, è finita.

Forse per qualche anno ancora ci sarà una pattuglia di deputati grillini, è probabile che una parte di cittadini incazzatissimi resti con i suoi capi attuali o con quelli che manderanno via Luigi Di Maio, ma la ricreazione è finita.

Arrivati al governo, cioè nel cuore della politica, i pentastellati si sono spenti e le loro idee, trasformate in proposte dell’esecutivo, si sono rivelate inquietanti dalla Tav all’Italsider.

L’ANTIPOLITICA HA CREATO UNA DESTRA ESTREMISTA

La fine dell’antipolitica restituisce la scena allo scontro fra destra e sinistra, come era prevedibile. Sono entrambe cambiate. La destra è quella che è mutata di più perdendo definitivamente ogni traccia di moderatismo e rivelandosi la componente più avventurosa ed estremista della scena italiana. È anche quella componente che ha radunato la classe dirigente più chiassosa, più indifferente di fronte ai dati della realtà, più propensa alla bugia soprattutto se clamorosa.

La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio

Dimentichiamo tutte le destre italiane che abbiamo combattuto noi di sinistra. La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio. Meloni, che è più intelligente di Salvini, lo sa e per questo dichiara di avere crisi d’ansia quando pensa a un governo fatto da loro.

MELONI E SALVINI SONO DUE ROTTAMI DELL’ANCIEN RÉGIME

Questa destra rifiuta la sua storia e usa il fascismo come un take away, prende quando e quel che serve. Stiamo parlando di una destra anti-italiana che è diventata sovranista, di una destra antimeridionale che ha i suoi dirigenti al Sud, stiamo parando di una destra che predica moralità ma è fin dal suo vertice impelagata in contese giudiziarie senza precedenti, stiamo parlando di una destra che ha governato male l’Italia per decenni e in particolare ha ucciso Venezia.

Da sinistra, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (foto Roberto Monaldo / LaPresse).

Gli stessi leader, Salvini e Meloni, sono vecchi rottami di governo. Eppure una grandissima parte di italiani che fu indifferente al conflitto di interesse e alla questione morale sollevata contro Silvio Berlusconi, oggi si schiera a protezione di Salvini e Meloni dimenticando i danni che la tragica coppia ha già provocato. È, per l’appunto, il prevalere della logica destra-sinistra, che fa scegliere l’avversario del tuo avversario anche se un pò fa schifo anche a te.

QUESTA DESTRA RAPPRESENTA L’AREA RICCA E PANCIUTA DEL PAESE

Molte tesi sociologiche attorno al successo della destra sono culturalmente fragili. Per esempio non è vero che la destra è popolo ed è il popolo sconfitto dalla crisi. La destra è soprattutto quell’area ricca e panciuta della borghesia italiana che vuole lucrare sulla crisi utilizzando la plebe come propria massa di manovra. Tutte le destre sono così. Queste destre hanno bisogno di una vera prova di governo. La sinistra che intende rinviare questo appuntamento attraverso giochetti parlamentari danneggia se stessa e il Paese, soprattutto quando il giochetto fallisce, come il governo Conte 2.

Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata

Contrastateli, cercate persino di batterli, conteneteli ma se una maggioranza di italiani li vuole, se li prenda. Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata. L’esistenza della destra, e di questa destra, non può spingere la sinistra al richiamo della nostalgia sotto la voce “antifascismo”. È troppo ed è troppo poco. Né, a differenza di quel che si pensava alcuni mesi fa, incoraggia grandi schieramenti con tutti dentro.

LA SINISTRA DEVE CAMBIARE RADICALMENTE

La sinistra ha perso gravemente per ragioni che ormai è inutile indagare perché sono chiare: a) si è ubriacata di blairismo e di clintonismo, b) ha dimenticato che si può convivere col capitalismo ma facendo a cazzotti con esso, c) che occorre una visione, cioè quella roba per cui una sinistra si fa nazionale in quanto incarna una vocazione del Paese, ad esempio un nuovo industrialismo tecnologico e sostenibile, e) che deve tornare fra le persone, costruendo e aiutando l’associazionismo, f) che deve mutare tutta, dicasi tutta, la propria classe dirigente.

La manifestazione pacifica di Piazza Maggiore a Bologna contro la Lega di Salvini.

Credo che anche voi quando vedete i “:” e subito dopo le virgolette aperte prima del nome di un ministro di sinistra, abbiate la certezza che state per leggere la dichiarazione più stupida della giornata. Questa sinistra deve essere radicale e riformista, non ha paura del proprio passato, non lo vuole far tornare in vita ma non saranno Salvini secessionista e Meloni con quei bubboni alle spalle a rimproverare le tragedie della sinistra.

NESSUNA IDEA PER RISOLVERE I DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA

Questa sinistra non ha bisogno di Matteo Renzi con cui non deve neppure più litigare. Renzi provi a fare quello che sogna senza più i voti di quelli che prima votavano il Pci. Renzi si faccia un suo bel partito di centro e decida se mettersi accanto alla sinistra che aborrisce o a Savini che non gli sta antipatico. L’unica possibilità che la sinistra ha è di rifondarsi dopo aver buttato giù quello che c’è e poi, armata da un trattino gigantesco, affiancarsi a una forza di centro e così tentare l’impresa.

Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra

Tutto ciò non deve avvenire in laboratorio. Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra, vedo che il dramma di Taranto non commuove perché l’anima ambientalista recalcitra di fronte al sogno della fabbrica sostenibile, non vedo nulla che non sia una raccolta di denari che dica come concretamente aiutare Venezia. Senza questo nuovo spirito fra gli italiani, senza questa italianità vera non si va avanti. Loro si tengono il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.

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Bologna scende in piazza per dire “no” a Salvini

Oltre 10 mila persone riunite in piazza Maggiore, mentre al Paladozza il leader leghista lanciava la candidatura per le Regionali di Borgonzoni. Davanti a più di un seggiolino vuoto.

A Bologna migliaia di persone sono scese in piazza contro Matteo Salvini nel giorno della convention leghista al Paladozza. Il 14 novembre collettivi e centri sociali hanno sfilato cgià dal tardo pomeriggio. In strada oltre 2 mila persone e attimi di tensione. Per allontanare il corteo che si stava avvicinando ai blindati schierati per proteggere il Paladozza la polizia ha usato gli idranti. Dal corteo, in via Riva Reno, poco distante dal palazzetto, sono partite bottiglie, fumogeni e palloncini pieni di vernice. A protezione della zona circostante il Paladozza, un ingente schieramento di uomini e mezzi. Ma l'”accoglienza” di Bologna a Salvini non è finita qui. In piazza Maggiore alcune migliaia di persone hanno fatto un flash mob pacifico nel segno delle sardine, il simbolo scelto per l’occasione per ingaggiare con la Lega una guerra di numeri su chi avesse più partecipazione, rispetto all’iniziativa del Paladozza. Gli organizzatori avevano annunciato di voler riempire il ‘Crescentone’ della piazza con migliaia persone strette, appunto, come sardine: obiettivo abbondantemente raggiunto, visto che la piazza era gremita. Circa 11 mila i presenti.

SALVINI LANCIA LA CANDIDATURA DI BORGONZONI

Dalla convention leghista, parlando delle proteste, Salvini ha detto: «Se sono pacifiche, sono le benvenute». Il leader del Carroccio ha poi parlato di temi nazionali: «Prima gli italiani potranno liberamente e democraticamente andar a votare, meglio sarà per tutti». E sulla condanna di due carabinieri per l’omicidio di Stefano Cucchi: «Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà. Questo testimonia che la droga fa male sempre e, comunque, io combatto la droga in ogni piazza». Passando al tema Regionali, Salvini ha lanciato la candidatura di Lucia Borgonzoni e l’assalto alla Regione fortino del centrosinistra, dove si vota il 26 gennaio : «È la candidata di tutto il centrodestra ma non solo, anche di tanti emiliani e bolognesi che si candideranno nelle liste civiche a sostegno di Lucia».

NIENTE SOLD-OUT AL PALADOZZA

Ad ascoltare Borgonzoni un palazzo dello sport con qualche seggiola vuota: circa 5 mila i presenti, ma il sold-out annunciato nei giorni scorsi non c’è stato. Nei numeri, la piazza ha più che doppiato la Lega. La fedelissima di Salvini (per lei sono arrivati sotto le Due Torri anche i governatori di Veneto, Lombardia, Sardegna, Umbria e Friuli-Venezia Giulia) ha indicato tra le priorità lo snellimento della burocrazia per aziende e famiglie, oltre alla sanità: «Quando dico che ci sono problemi, la gente mi guarda come una marziana, ma ci sono». Inevitabili i riferimenti ai cavalli di battaglia di Bibbiano («Mi criticano per quella maglietta, ma si dovrebbe vergognare chi non ha controllato») e all’assegnazione delle case popolari: «Dire che devono andare a chi è qui da più tempo, non è razzismo, ma giustizia».

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Chi è Giovanni Salvi, il nuovo procuratore generale della Cassazione

Si tratta di un "papa straniero": per la prima volta il Consiglio superiore della magistratura non ha optato per una soluzione interna. A Roma da pm si è occupato di Ustica, Nar, Br e non solo. Poi togato di sinistra nel Csm e la nomina a Catania. Da n.2 dell'Anm si scontrò con Berlusconi.

La Cassazione ha un nuovo procuratore generale: è Giovanni Salvi, il “papa straniero” scelto dal Consiglio superiore della magistratura che per la prima volta non ha optato per una soluzione interna.

UNA LUNGA CARRIERA A ROMA

Salvi è in magistratura da 40 anni. Una lunga carriera segnata da due costanti: il legame con Roma, sua città di adozione, e con le funzioni di pubblico ministero, che non ha mai smesso se non per brevissimi periodi. Nato a Lecce, 67 anni fa, Salvi è arrivato alla procura della Capitale nel 1984 e ci è rimasto per 20 anni. Un lunghissimo arco di tempo in cui si è occupato di indagini delicate, come quelle sulla strage di Ustica, gli omicidi di Mino Pecorelli e Roberto Calvi e di inchieste sui Nar e le Brigate rosse.

NEL CSM CON MAGISTRATURA DEMOCRATICA

Esperienza interrotta nel 2002, quando Salvi è stato eletto componente togato del Csm, nella lista di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe confluita negli ultimi anni in Area, senza però sciogliersi.

A CATANIA FRA TRAFFICO DI MIGRANTI E MAFIA

A Roma è poi tornato da procuratore generale nel 2015, nominato all’unanimità dal Csm. Quattro anni prima invece era passata sul filo di lana la sua nomina a procuratore di Catania. E da quell’ufficio, che ha guidato dal 2011 al 2015, ha coordinato numerose inchieste sul traffico dei migranti e sulla mafia. Indagini che con la collaborazione dei capi di Cosa nostra catanese hanno consentito di individuare i responsabili di delitti centrali per la ricostruzione delle vicende nazionali dell’organizzazione mafiosa, come l’omicidio di Luigi Lardo.

GLI SCONTI ALL’ANM CON BERLUSCONI

Salvi in realtà non è del tutto estraneo all’ufficio che dovrà guidare: vi ha lavorato per quattro anni, dal 2007 al 2011, con le funzioni di sostituto pg. È stato anche vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati negli anni dello scontro tra le toghe e il governo Berlusconi. A cercare negli archivi non sono tante le sue esternazioni. L’ultima l’ha fatta per invocare rispetto per il lavoro della procura di Roma, dopo che la Cassazione ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa per i condannati dell’inchiesta sul Mondo di mezzo.

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