Il commissario dell’Ungheria rimandato dall’europarlamento

Várhelyi, designato per l'Allargamento, non ha superato l'audizione a Bruxelles. Bocciato da socialisti, liberali, Verdi e sinistra. Altro introppo sulla strada dell'insediemento di Von der Leyen.

Rimandato. Il commissario designato dall’Ungheria per l’Allargamento, Olivér Várhelyi, non ha superato l’esame nell’audizione del 14 novembre al parlamento europeo. È mancata la maggioranza a favore dell’esponente del Partito popolare europeo (Ppe) nella riunione dei coordinatori della commissione. Al commissario designato devono essere posti ulteriori quesiti.

SOTTO ESAME ANCHE IL FRANCESE BRETON E LA ROMENA VALEAN

Sono stati socialisti, liberali, Verdi e Gue (Sinistra unitaria europea) ad aver determinato la bocciatura di Várhelyi. Al parlamento europeo sono in programma nella stessa giornata le audizioni di tre commissari designati da Ungheria, Francia e Romania. Oltre a Várhelyi tocca al francese Thierry Breton per il mercato Interno e poi alla romena Adina Valean con il portafoglio ai Trasporti.

IN ATTESA DEL VOTO SULL’INTERA COMMISSIONE

Se i tre commissari fossero stati “promossi” alle audizioni, la plenaria di Strasburgo il 27 novembre si sarebbe espressa con un voto sulla Commissione in toto in modo che Ursula von der Leyen potesse insediarsi a Palazzo Berlaymont a inizio dicembre. Ma sull’ungherese è subito arrivato un intoppo.

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I provvedimenti economici per aiutare Venezia

Slitta di un mese il pagamento della Tari nella Laguna: nuova scadenza il 16 dicembre. Subito i primi indennizzi: 5 mila euro ai privati e 20 mila agli esercenti commerciali. Cdm pronto a dichiarare lo stato di emergenza. Così si prova a risollevare la città.

Mentre si contano i danni e si attende un nuovo picco di acqua alta di 145 centimetri, con raffiche di vento a velocità massima tra i 21 e i 43 chilometri all’ora, arrivano i primi (mini) provvedimenti per Venezia.

QUARTA RATA DELLA TARI RINVIATA

Innanzitutto è stata nominata la super commissaria per il Mose, Elisabetta Spitz. Poi la Giunta comunale della città lagunare, in via straordinaria, si riunisce nel pomeriggio del 14 novembre per adottare un provvedimento, su indicazione del sindaco Luigi Brugnaro e predisposto dall’assessore al Bilancio e Tributi Michele Zuin, che dispone il posticipo dell’imminente scadenza della quarta rata della Tari, prevista per il 16 novembre, per tutti i cittadini e le imprese dell’intero Comune. La nuova scadenza – ha informato l’amministrazione lagunare – è fissata per il 16 dicembre.

PRIMI INDENNIZZI ANNUNCIATI DA CONTE

Non solo. Il premier Giuseppe Conte per quanto riguarda il ristoro dei danni ha parlato di due fasi: «La prima ci consentirà di indennizzare i privati e gli esercenti commerciali sino a un limite per i primi di 5 mila euro e per i secondi di 20 mila euro». Conte ha assicurato che i soldi «potranno arrivare subito». Poi un secondo step: «I danni più consistenti ovviamente li quantificheremo con più calma e dietro istruttoria tecnica potranno essere liquidati».

STATO DI EMERGENZA IN CONSIGLIO DEI MINISTRI

Intanto il Consiglio dei ministri convocato alle ore 16.30 a Palazzo Chigi è pronto a dichiarare lo stato di emergenza «nei territori della Regione Veneto colpiti dagli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati a partire dal giorno 12 novembre 2019», si legge in una nota.

ALTRE RISORSE DOPO LA RICOGNIZIONE

Lo stato di emergenza ha una durata massima di 12 mesi, prorogabile di altri 12. La delibera stanzia l’importo per realizzare i primi interventi. Ulteriori risorse possono essere assegnate a seguito della ricognizione dei fabbisogni realizzata dai commissari delegati.

ORDINANZE IN DEROGA

Agli interventi per affrontare l’emergenza si provvede con ordinanze in deroga alle disposizioni di legge, ma nei limiti e secondo i criteri indicati con la dichiarazione dello stato di emergenza e comunque nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico.

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Chi è Elisabetta Spitz, commissaria del Mose di Venezia

Architetta e dirigente pubblica, è stata direttrice dell'Agenzia del demanio. La sua nomina comunicata dalla ministra dei Trasporti De Micheli. Ora deve occuparsi del sistema di barriere mobili, ancora incompiuto, che avrebbe dovuto proteggere la Laguna dall'acqua alta.

Dopo l’emergenza acqua alta e «l’Apocalisse» sfiorata, è arrivato il nome della nuova super commissaria per il Mose a Venezia: Elisabetta Spitz. L’annuncio è stato dato dalla ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, a Radio Capital, dopo che nella serata del 13 novembre direttamente dalla Laguna aveva detto: «C’è una procedura in corso, quando avremo tutte le firme comunicheremo chi sarà».

UNA CARRIERA TRA PRODI E TREMONTI

Spitz, 66enne nata a Roma e sposata con l’ex del Partito democratico (e non solo) Marco Follini, è una architetta e dirigente pubblica. È stata direttrice dell’Agenzia del demanio a partire dal 2001: ha ricoperto quell’incarico inizialmente per tre anni, prima di due rinnovi, nel 2004 e nel 2007. L’ultima volta fu confermata dal governo Prodi II, prima di terminare il suo lavoro nel 2008. Nel 2002 l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti istituì la Patrimonio S.p.A., di cui Spitz divenne consigliera d’amministrazione.

SISTEMA DI BARRIERE MOBILI ETERNO INCOMPIUTO

Ora si deve occupare del Mose, l’enorme sistema di barriere mobili contro le acque alte che doveva proteggere Venezia e che invece attende ancora di essere completato. Al 2018 per i lavori erano già stati spesi 5,5 miliardi di euro, ma l’insieme delle opere deliberate raggiungerebbe 8 miliardi. Il Mose doveva essere ultimato nel 2016, poi l’inaugurazione è slittata a fine 2021. In mezzo sono capitati diversi guai giudiziari, tra tangenti e inchieste che hanno “decapitato” l’establishment della Regione Veneto. A partire dall’ex governatore di centrodestra Giancarlo Galan, finito agli arresti. Secondo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte il Mose è «al 92-93%» della realizzazione. Alla Spitz il compito di vigilare sul rimanente 7-8% e accelerare le pratiche per salvare la Laguna.

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Lara Comi intercettata e quella «spasmodica ricerca di soldi»

Al telefono con la sua avvocata, l'ex europarlamentare di Forza Italia arrestata per tangenti diceva: «Dirò che non ho mai preso 17 mila euro». Caianiello, figura chiave del sistema corruttivo, ai pm: «Temeva di non essere rieletta». E spiega la presunta truffa a Buxelles.

Dopo che il suo nome emerse nella maxi indagine per tangenti in Lombardia, l’ex europarlamentare di Forza Italia Lara Comi, finita agli arresti, parlava così al telefono: «Oggi io dirò che non ho mai preso 17 mila euro, non ho mai avuto consulenze con Afol né a società a me collegate che non esistono… Se mi chiedono “perché dicono questo?” posso dire che eri tu che facevi loro consulenza».

INTERCETTAZIONE CON L’AVVOCATA BERGAMASCHI

La conversazione intercettata, datata 9 maggio, era con l’avvocata Bergamaschi, sua collaboratrice, e fa riferimento al denaro che la Comi avrebbe ottenuto da Afol. Il dialogo si trova nell’ordinanza cautelare.

PER 10 ANNI AL PARLAMENTO EUROPEO

Comi, 36 anni, tra la sua passione per il Milan e le sempre più frequenti apparizioni tivù era riuscita nella sua scalata politica passando da Saronno a Bruxelles grazie agli sponsor “giusti”. È stata in Europa per 10 anni, dal 2009 al 2019 (in mezzo la rielezione del 2014), ma all’ultima tornata elettorale europea non le sono bastati 32.365 voti: finì solo terza nel Nord-Ovest dietro a Silvio Berlusconi e Massimiliano Salini, risultando la prima dei non eletti.

L’IMBARAZZO DI FORZA ITALIA E L’ESCLUSIONE NEL 2019

Il Cav, imbarazzato per i guai giudiziari che l’hanno colpita, ha scelto di mantenere il proprio seggio nel Nord-Ovest, nonostante fosse stato eletto anche nel Sud e nelle isole, escludendo così la Comi dall’europarlamento.

Nonostante la giovane età, Comi ha mostrato una non comune esperienza nel fare ricorso ai diversi, collaudati schemi criminosi


Un passaggio dell’ordinanza

Nell’ordinanza Comi viene descritta con queste parole: «Nonostante la giovane età, ha mostrato nei fatti una non comune esperienza nel fare ricorso ai diversi, collaudati schemi criminosi volti a fornire una parvenza legale al pagamento di tangenti, alla sottrazione fraudolenta di risorse pubbliche e all’incameramento di finanziamento illeciti».

LUNGHE INDAGINI SU CONTRATTI DI CONSULENZA

I pm di Milano da tempo indagano su contratti di consulenza per un valore di 38 mila euro ottenuti da «una società riconducibile alla Comi». Contratti che sarebbero stati ottenuti attraverso Gioacchino Caianiello, ex coordinatore di Forza Italia nel capoluogo lombardo, ritenuto il “burattinaio”, la figura chiave al centro del presunto sistema corruttivo fatto di mazzette, finanziamenti e nomine pilotate.

Comi temeva fortemente per la sua rielezione al parlamento europeo, ragione per la quale ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche


Nino Caianiello

Caianiello il 2 settembre ha messo a verbale che Lara Comi «a seguito della mancata candidatura alle elezioni politiche nazionali cui lei fortemente aspirava», ha «iniziato a spaventarsi fortemente per la sua rielezione al parlamento europeo, ragione per la quale ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche». Ha raccontato anche che «la Comi voleva che io intercedessi in suo favore nei confronti di Mariastella Gelmini (di cui da giovane fu assistente, ndr)» e ha parlato di un incontro.

IL NODO DEI SOLDI DA GIRARE A CAIANIELLO

Caianiello da tempo sta collaborando coi pm milanesi. Ai quali ha detto: «Più volte avevo espresso alla Comi la necessità di trovare una modalità attraverso cui retrocedere delle somme in favore della mia persona, in ragione dei costi che la quotidiana attività politica mi comportava».

LO STRATAGEMMA: GONFIARE LO STIPENDIO DELL’ADDETTO STAMPA

Il passaggio riguarda la presunta truffa al parlamento europeo – di cui è accusata, tra le altre cose, la Comi – attraverso uno “stratagemma”: gonfiare fino a 3 mila euro al mese lo stipendio dell’addetto stampa dell’epoca dell’eurodeputata, rimborsato dall’europarlamento, per poi girare 2 mila euro a Caianiello. «Comi», ha spiegato il “burattinaio”, «era recalcitrante a retrocedere una parte del suo stipendio per finanziare le strutture del partito di Forza Italia, anche in vista delle imminenti elezioni europee, escogitammo lo stratagemma di far maggiorare lo stipendio del giornalista Aliverti».

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In questo Paese c’è troppo sovranismo e poca italianità

I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato un "italiano medio" indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici.

Comincio a pensare che questo Paese non ce la farà. Ne abbiamo viste e passate tante, ma alla fine l’Italia è stata sempre più forte di ogni sventura. Persino il terrorismo è riuscita a battere con l’energia delle sue forze di sicurezza e la saldezza democratica della sua gente. Anche l’attacco mafioso è stato contenuto e la Cosa nostra ha preso colpi mortali.

L’Italia è diventata una potenza industriale, ha visto una straordinaria e spesso dolorosa immigrazione interna, ha affrontato crisi economiche e soprattutto battagli politiche campali fra democristiani e comunisti. Ma sempre ce l’ha fatta. Sempre c’è stato un momento in cui gli italiani sono stati più forti delle sciagure provocate dalla natura o dall’attività colpevole degli uomini.

Da molti anni non è così. L’Italia si è spezzata, non ha più un suo popolo, le divisioni di classe che prima separavano per poter dare alla politica la possibilità di immaginare combinazioni fantasiose, oggi sono sostituite da clan, appartenenze territoriali e soprattutto da odi comuni. Dimmi chi è il tuo nemico e sarò tuo amico. Destra e sinistra hanno comune responsabilità. I nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena politica fino a dominarla hanno creato questo mostro di “italiano medio” indifferente agli altri e solidale solo con chi ha i suoi stessi nemici. I giornali di oggi, come quelli dei giorni scorsi, sono la prova provata di quel che dico.

UN PAESE INDIFFERENTE AI DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA

I casi di Taranto e di Venezia dimostrano che l’Italia non ha più lacrime, è indifferente a ciò che distrugge parti di sé, pensa solo a come un partito politico, con annessi giornalisti, possa lucrarne. Il caso Ilva è stato usato per contrapporre madri a operai, nessuno si è occupato, nel mondo politico, di una grande città che reagisce attonita alla minaccia finale che incombe. Un buon medico si preoccuperebbe se il suo paziente rivelasse reazioni flebili agli stimoli anche negativi della vita. A una parte di noi, invece, frega niente. Taranto? Al diavolo Taranto, è al Sud.

Non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità

Oggi accade con Venezia. Le foto per fortuna spiegano il dramma meglio delle parole perchè le parole sono generalmente infami. Questa volta sono i giornali di destra a prendere la bandiera della vergogna strumentalizzando il dramma che rischia di diventare finale della città più bella del mondo. Eppure non c’è partito politico, personalità veneziana di destra o di sinistra che non debba andare a nascondersi per incapacità o insipienza o per cecità, e non voglio citare i casi di malaffare.

GLI ITALIANI NON ESISTONO PIÙ

Sono sicuramente più commossi fuori d’Italia che qui da noi. Qui da noi si ragiona su quanto può rendere elettoralmente questa disgrazia, se l’autonomia veneta sarà più vicina o lontana, se Matteo Salvini sarà in grado di cavalcare anche l’onda vera delle acque assassine per vincere a Bologna. E allora perché non alzare bandiera bianca? Dove si trova la volontà di reagire di fronte a una classe dirigente che non ha idee e forza morale, di fronte a un sistema della comunicazione che divide i buoni e i cattivi mentre Venezia affoga e Taranto finirà disperata.

Nessuno dei movimenti che fin qui hanno travolto il sistema politico si è rivelato, al pari dei partiti che sono stati abbattuti, in grado di costruire una nuova sensibilità nazionale. Tanto sovranismo, poca italianità. Dovrebbe essere questo il tempo della rivolta, contro tutte queste figurette dei talk show. Dovrebbe essere questo il tempo di ragazze e ragazzi che scendono in campo, cacciano i mercanti dal tempio e ricostruiscono l’Italia. L’Italia degli italiani veri, non dei sovranisti obbedienti a Vladimir Putin.

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Come si sta muovendo la politica dopo l’emergenza a Venezia

L'acqua alta ha provocato danni per centinaia di milioni. Giovedì Consiglio dei ministri per dare l'ok allo stato d'emergenza. Di Maio annuncia una moratoria per famiglie e imprese. Ma è polemica sul Mose. Che per Conte è «al 92-93%». Il punto.

E adesso, sotto un cielo ancora grigio, come fare a ripartire? Venezia l’ha scampata per un soffio, anche se l’acqua alta peggiore degli ultimi 50 anni ha spinto la città sull’orlo del baratro. La Serenissima si è risvegliata dopo la notte del metro e 87 di marea ed è apparsa una città allo stremo, ferita. E con la politica pronta a intervenire, anche senza avere una soluzione pronta in tasca. Mentre si calcolano i danni al turismo, si fanno i conti coi cambiamenti climatici e con chi – nella maggioranza di centrodestra della Regione Veneto – ancora sottovaluta il problema del surriscaldamento globale.

PRONTI I PRIMI FONDI DA STANZIARE

Per verificare la situazione è arrivato in Laguna anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «Non siamo in grado di quantificare i danni», ha spiegato il premier al termine della riunione. «Domani c’è un Consiglio dei ministri tecnico, molto limitato, che sicuramente prenderà in carico la richiesta di stato di emergenza del governatore Luca Zaia. Allo stato non ci sono ragioni per negarlo e stanziare i primi fondi».

REALIZZAZIONE DEL MOSE AL 92-93%

Per il Mose, il sistema di paratie che dovrebbe salvare la città dalle maree eccezionali, Conte ha detto che siamo alle battute finali. «L’opera è al 92-93% della realizzazione e guardando all’interesse pubblico non c’è che da prendere una direzione nel completamento di questo percorso».

Il Mose.

PROCEDURA PER IL NOME DEL COMMISSARIO

Il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli ha aggiunto che «per il commissario del Mose c’è una procedura in corso, quando avremo tutte le firme lo comunicheremo».

DANNI NELL’ORDINE DELLE CENTINAIA DI MILIONI

I danni, da stimare con certezza, sono nell’ordine delle centinaia di milioni di euro, ha anticipato il sindaco Luigi Brugnaro, che ha passato la notte a far sopralluoghi in ogni dove e ha chiesto la dichiarazione di stato di emergenza. Conte si fermerà a Venezia anche il 14 novembre. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha telefonato al sindaco Brugnaro per informarsi delle condizioni della città.

Il sopralluogo del sindago di Venezia, Luigi Brugnaro. (Ansa)

PERCHÉ SI È ARRIVATI A UN PELO DAL DISASTRO

Grande amarezza nella reazione del procuratore di San Marco, Pierpaolo Campostrini, che un’altra volta ha dovuto assistere impotente alla violenza dell’acqua sui marmi e i mosaici policromi della Basilica. «Siamo stati a un pelo dal disastro. Superato il metro e 65 cm l’acqua è entrata, ha allagato il pavimento e rompendo le finestre è finita nella cripta, allagandola».

ZAIA PARLA DI «DEVASTAZIONE APOCALITTICA»

Sgomento anche il presidente del Veneto, Luca Zaia, che ha parlato di «una devastazione apocalittica e totale. Non esagero con le parole, l’80% delle città è sott’acqua, danni inimmaginabili, paurosi».

Gli imprenditori e le associazioni che fanno grande questa regione ci chiedono che si blocchino mutui e contributi


Luigi Di Maio

Il ministro degli esteri e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, ha annunciato una moratoria per famiglie e imprese. «Venezia è sommersa come mai prima d’ora. Qui è a rischio la vita delle persone, i beni culturali dal valore inestimabile. Gli imprenditori e le associazioni che fanno grande questa regione ci chiedono che si blocchino mutui e contributi. A questa richiesta dobbiamo rispondere subito».

VERIFICHE SUL PATRIMONIO CULTURALE

Dal canto suo il ministro della Cultura Dario Franceschini «ha attivato sin dalle prime ore di allerta a Venezia l’unità di crisi per la verifica e la messa in sicurezza del patrimonio culturale».

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Perché M5s e Italia viva litigano sul carcere agli evasori

Per i grillini è una misura chiave: «Non si gioca su un aspetto così fondamentale». Ma i renziani vogliono togliere l'inasprimento delle pene: «Servono altri strumenti come la fatturazione elettronica». Lo scontro.

Il tintinnio di manette agli evasori sta dividendo la maggioranza, ancora una volta. Da una parte c’è Italia viva di Matteo Renzi, che vuole cancellare l’inasprimento delle pene per i grandi evasori. Tanto che l’ex rottamatore è stato dipinto come “San Matteo patrono degli evasori” in prima pagina su il Fatto Quotidiano, giornale vicino ai cinque stelle. Dall’altra parte infatti c’è proprio il Movimento, che tramite le parole del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha ribadito che «non si possono fare passi indietro» e non si possono trovare «soluzioni di compromesso».

ANCHE LIBERI E UGUALI CON I GRILLINI

Il blog del M5s ha poi confermato: «Italia viva è la stessa forza politica che ha partecipato ai vertici di maggioranza che hanno chiuso l’accordo. Noi non crediamo che si possa “giocare” su un aspetto così fondamentale». Anche Liberi e uguali (Leu) ha difeso le manette agli evasori. Nicola Fratoianni ha attaccato: «Iv dice che spaventano chi vuole investire? No, è l’evasione fiscale che spaventa chi fatica per pagare le tasse».

La tensione è rimasta alta anche fra Partito democratico, che difende la manovra, e Italia viva, che non perde occasione per criticarla. Il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci ha detto: «Il mio obiettivo è battere la destra sovranista. Al contrario di Renzi, io penso e spero che Pd e Iv possano convivere pacificamente».

Non vogliamo che un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata


Luigi Marattin di Italia viva

Luigi Marattin, vicepresidente dei deputati di Iv, ha spiegato che per combattere l’evasione servono nuovi strumenti, come la fatturazione elettronica, la trasmissione telematica dei corrispettivi, l’incrocio di banche dati e non rischiare che «un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata».

GLI ASSORBENTI RESTANO CARI

Intanto fra i 300 emendamenti al decreto legge Fisco finiti sotto la scure della commissione Finanza ce ne sono alcuni che avevano una certa carica simbolica. Come quello presentato da una trentina di deputate di maggioranza e opposizione, prima firmataria Laura Boldrini (Pd), per ridurre l’Iva sugli assorbenti dal 22% al 10%. E quello del M5s che prevedeva agevolazioni per l’acquisto di airbag per motociclisti.

IL NODO DELLA STRETTA SU APPALTI E SUBAPPALTI

Uno dei punti più criticati del dl fisco è l’articolo che introduce una stretta su appalti e subappalti per limitare l’elusione. Il governo starebbe valutando di aggiustare il tiro come proposto da un emendamento del Pd, che prevede una comunicazione alle Entrate con tutti i dati di contratto di appalto e subappalto, controlli mirati e, per alcune violazioni, anche una pena fino a 5 anni.

QUOTA 100 SULLE PENSIONI RIMANE COSÌ

Altro tema di discussione in maggioranza è Quota 100 sulle pensioni, introdotta dal governo gialloverde. Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha ribadito: resta così.

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L’acqua alta a Venezia e chi nega il riscaldamento globale

Mentre la città finisce sommersa, Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno bocciato gli emendamenti in Regione per contrastare i cambiamenti climatici. Poco prima che anche l'aula consiliare si allagasse. Greenpeace e ambientalisti lanciano l'allarme. Ma qualcuno parla di «terrorismo» e «catastrofismo».

È il surriscalmento globale che ci presenta il conto? L’acqua alta che ha stravolto Venezia ha proiettato l’Italia sulle prime pagine di tutti i media internazionali. Che non hanno esitato a dare la colpa al «cambiamento climatico» per la «marea più alta degli ultimi 50 anni», come per esempio ha titolato in apertura il sito della Bbc, citando le parole del sindaco Luigi Brugnaro che ha parlato di un evento destinato a lasciare «segni indelebili» sulla città.

LA MAGGIORANZA “NEGAZIONISTA” FINISCE COI PIEDI A MOLLO

Eppure, forse anche per la simpatia che una parte politica proprio non riesce a sviluppare nei confronti dell’attivista Greta Thunberg e delle sue lotte ecologiste, nella Regione Veneto la maggioranza composta da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ha appena bocciato gli emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici. E da lì a poco, ironia della sorte, l’aula consiliare si è allagata, come ha testimoniato Andrea Zanoni del Partito democratico.

Una parte del post su Facebook di Zanoni.

Anche qualcun altro è scettico. Tipo Arrigo Cipriani, 87enne volto storico di Venezia e da anni alla guida dell’Harry’s bar, locale simbolo della Laguna: «Si fa solo del terrorismo climatico senza senso. Nella storia c’è stato il secolo del Rinascimento, questo è il secolo del rimbecillimento», ha detto, parlando di «catastrofismi» che non fanno bene alla città.

MA PER GREENPEACE «NON È SOLO MALTEMPO»

Eppure secondo il responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, Luca Iacoboni, «l’ondata di eventi climatici estremi che ha interessato da Nord a Sud vaste zone dell’Italia non è maltempo, ma la conseguenza della crisi climatica. E quanto accaduto a Venezia non è, purtroppo, altro che un drammatico esempio dell’emergenza che già viviamo ogni giorno sulla nostra pelle».

Il governo per i decenni a venire prevede un massiccio utilizzo del gas, che è parte del problema e non la soluzione


Greenpeace Italia

Greenpeace ha chiesto quindi al governo italiano di «fornire immediatamente supporto alle persone colpite da questi eventi estremi e di lavorare efficacemente sulle cause dei cambiamenti climatici, partendo da un rapido cambiamento dei piani energetici nazionali. In particolare, il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) che il governo sta portando avanti, e che verrà approvato entro la fine del 2019, prevede un massiccio utilizzo del gas per i decenni a venire. Così facendo si aggraverebbe la crisi climatica, perché il gas è parte del problema e non della soluzione, come cercano di far credere governo e grandi aziende del settore».

GLI AMBIENTALISTI: «DECISIONI UMANE SCELLERATE»

Marco Gasparinetti ha parlato invece a nome del Gruppo 24 Aprile, la piattaforma civica impegnata nella difesa ambientale di Venezia. Dicendo che «restare coi piedi per terra è un lusso che a noi è negato, dal cambiamento climatico in corso e da decisioni umane scellerate, dettate da avidità e corruzione. Venezia ha bisogno di scelte coraggiose, di passione contrapposta al cinismo affaristico, di persone integerrime e competenti». E che magari non negano il global warming.

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Non accettare TikTok dagli sconosciuti

Matteo Salvini si è registrato sul celebre social cinese che sta conquistando sempre più adolescenti. E la sua iscrizione è una mossa politica che strizza l'occhio agli elettori del futuro.

TikTok, le lancette corrono. E i giovanissimi utenti del social prima o poi diventeranno maggiorenni. Ed elettori. Matteo Salvini sembra averlo capito prima dei suoi competitor. E così ha deciso di iscriversi alla comunità virtuale popolata soprattutto dalla Generazione Z, cioè i nati dopo il 2000. L’età media degli iscritti va infatti dai 14 ai 16 anni: un bacino di fan che il leader della Lega non vuole perdere.

MICROVIDEO E SFIDE: LA COMUNICAZIONE SU TIKTOK

Ma facciamo un passo indietro. TikTok è un social network da 1 miliardo di utenti lanciato in Cina nel 2016 e approdato in Italia nel 2018. Con le sue challenge (sfide a colpi di coreografie, karaoke e balli), e i suoi microvideo di 15 secondi massimo, ha inaugurato una comunicazione ancor più rapida e diretta di quella su Instagram e Facebook.

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ORDINE E LOTTA ALL’IMMIGRAZIONE

Sul suo nuovo profilo Salvini – o la “sua” Bestia – ha inserito l’hashtag #primagliitaliani, seguito da un tricolore, se non fosse chiaro il concetto. Al momento conta 2.001 follower e 1.233 Mi piace. Tra i post pubblicati, un video in cui stringe con fierezza la mano alle forze dell’ordine e un intervento a Non è l’arena sull’immigrazione. «In Italia si arriva con i documenti e se si ha il permesso di arrivare altrimenti si arriva da dove si è venuti», sentenzia.

Il profilo di Matteo Salvini su TikTok

GLI UTENTI NON SEMBRANO APPREZZARE

Nonostante lo sforzo, i diretti interessati non sembrano apprezzare. Almeno a giudicare dalla gran parte dei feedback. Sotto il post in cui invitava a guardare la puntata di Di Martedì in cui è stato ospite il 12 novembre, sono piovuti commenti trachant: «Non voglio sprecare minuti preziosi della mia vita», «potevi lasciarmi almeno TikTok libero da te», «che bello poterti insultare anche qui», «vai via da questo social». Nel marasma, c’è anche chi lo ha invitato a esibirsi in un balletto. Ma non è mancato chi si è chiesto se fosse legale «fare propaganda politica su una piattaforma usata principalmente da minori».

Matteo Salvini su TikTok
Alcuni dei commenti ricevuti da Matteo Salvini sul suo profilo di TikTok

COSÌ LA LEGA “COLTIVA” IL SUO ELETTORATO

Un problema che certamente Salvini non si pone, anzi. Come evidenziato da Report (puntata del 28 ottobre), i post del leader della Lega a pagamento hanno tra i target anche gli under18. La sponsorizzazione si rivolge per il 20% (13% al pubblico maschile e 7% al pubblico femminile) agli adolescenti tra i 13 e i 17 anni. Del resto Salvini è stato tra i primi ad aver sostenuto l’allargamento del voto ai 16enni (proposta che a dire il vero è stata appoggiata trasversalmente da quasi tutti i partiti).

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«CON I SOCIAL SI TRASMETTONO I PRIMI ELEMENTI IDEOLOGICI»

Politicizzare i giovani con strumenti che sembrano non aver nulla a che fare con la politica non è una tecnica nuova. Lo spiega Paolo Barcella, docente di Storia contemporanea all’Università di Bergamo e autore del saggio Percorsi leghisti. «Salvini attraverso i social sta cercando di intercettare gli adolescenti e trasmettere i primi elementi ideologici su cui poi costruirà un discorso politico», conferma il professore a Lettera43.it. «Ma stringere un rapporto con i futuri elettori è una strategia che tutte le più grandi forze politiche di massa hanno attuato, molto prima dei social». I leader, è il ragionamento, «hanno sempre trovato dei luoghi in cui formare l’ideologia, un pacchetto di valori, prima di entrare direttamente nel merito del discorso politico». E il capo del Carroccio sta facendo la stessa identica cosa. «Il luogo in cui porta avanti questa strategia è il mondo dei social, perché è il nuovo spazio pubblico. Difficile pronosticare quali saranno i risultati che porterà a casa. Ma, di sicuro, quando i 16enni di oggi andranno a votare, avranno molta più familiarità con il volto di Salvini che con quello di altri leader politici».

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Bonafede accelera sulla riforma della giustizia

Il ministro: «Tempo scaduto, non possiamo più rinviare». Annunciato un vertice di maggioranza. E sul carcere per i grandi evasori nessun compromesso.

Il ministro Alfonso Bonafede accelera sulla riforma della giustizia, annunciando un vertice di maggioranza che si terrà «domani o dopodomani».

Per il Guardasigilli «è giusto che i partiti si siano presi tempo per esaminare i testi con attenzione, ma ora basta: il tempo è esaurito, non possiamo più dire ai cittadini che rinviamo». Quanto al carcere per i grandi evasori previsto dal decreto fiscale, Bonafede tiene il punto: «Non si possono fare passi indietro, né sono possibili soluzioni di compromesso. Se qualcuno ha cambiato idea sono problemi suoi, questa misura è inserita nel programma di governo».

Il riferimento, implicito, è a Italia viva di Matteo Renzi, che il 12 novebre ha proposto un emendamento per cancellare l’articolo che prevede l’inasprimento delle pene con un aumento delle soglie minime e massime degli anni di carcere e la possibilità di sequestro e confisca per sproporzione.

Il disegno di legge di riforma della giustizia è «pronto da un mese», come ha spiegato di recente il ministro Bonafede in una lunga intervista al quotidiano la Repubblica. Ma gli stessi partiti di maggioranza, finora, hanno cercato di frenarla. Il punto più controverso è il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Blocco destinato a entrare in vigore dal primo gennaio 2020, sia in caso di condanna, sia in caso di assoluzione.

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Nel dl Fisco salta il taglio dell’Iva sugli assorbenti

Dichiarato inammissibile l'emendamento che proponeva una riduzione delle tasse dal 22% al 10% sui prodotti igienici femminili. Prima firmataria Boldrini del Pd. Bocciati pure scudo penale per Mittal, canoni delle spiagge e airbag per motociclisti. Gli ultimi aggiornamenti.

Niente taglio delle tasse sugli assorbenti. La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al decreto legge Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui appunti gli assorbenti.

PRIMA FIRMATARIA LAURA BOLDRINI DEL PD

L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini del Partito democratico, era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione.

LO SCUDO PENALE PER MITTAL? ESTRANEITÀ DI MATERIA

La stessa commissione ha respinto anche le proposte di modifica presentate da Italia viva e Forza Italia per reintrodurre lo scudo penale per l’ex Ilva. La motivazione sarebbe l’estraneità di materia.

BOCCIATURE PER CANONI DELLE SPIAGGE E AIRBAG SULLE MOTO

Niente da fare poi per gli emendamenti del Movimento 5 stelle che prevedevano una sospensione nel 2020 del pagamento dei canoni per le concessioni delle spiagge, in attesa di una «revisione complessiva del sistema delle concessioni demaniali marittime», e agevolazioni per l’acquisto di airbag per motociclisti, con un bonus di ammontare fino a 250 euro.

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Mattarella riceve l’Osservatorio permanente giovani – editori

Il presidente della Repubblica ha incontrato una rappresentanza dell'organizzazione nel giorno del suo 20esimo anniversario.

Martedì 12 novembre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale una rappresentanza dell’Osservatorio permanente giovani – editori, guidata dal presidente Andrea Ceccherini. Nel giorno del 20esimo anniversario dell’Osservatorio, il capo dello Stato si è complimentato per l’importante lavoro svolto dall’organizzazione a favore delle giovani generazioni del Paese, nelle scuole e nelle università italiane, riconoscendo in particolare il valore civile e sociale dei progetti di media literacy Il Quotidiano in Classe e di economic and financial literacy Young Factor.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontra una delegazione dell’Osservatorio permanente dei giovani – editori in occasione del ventennale.

COLLABORAZIONE CON APPLE

Nell’ambito della stessa udienza, il capo dello Stato ha espresso la sua soddisfazione per la partnership strategica raggiunta tra l’azienda informatica statunitense Apple e l’Osservatorio: una collaborazione che cambia la statura e la portata dell’organizzazione, elevando a livello internazionale un progetto italiano dedicato a sviluppare il pensiero critico tra i giovani grazie al confronto tra più fonti di informazione di qualità orientate diversamente.

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I problemi del centrodestra con la scelta del candidato in Campania

Per Forza Italia, Salvini, Berlusconi e Meloni sarebbero già d'accordo sul nome di Caldoro. Ma da Lega e Fdi arriva una brusca frenata.

C’è ancora parecchia incertezza sul nome del candidato del centrodestra alle Regionali in Campania. Fonti di Forza Italia hanno confermato che c’è l’accordo sul nome di Stefano Caldoro e che se n’era parlato all’ultimo vertice tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Decisamente più cautela dalle controparti. Per la Lega, in questo momento, si «sta ragionando di programmi e squadra, il dibattito sui candidati governatori verrà dopo».

BERLUSCONI AVEVA DATO L’ACCORDO PER FATTO

Silvio Berlusconi aveva parlato esplicitamente di un accordo con Salvini e Meloni, ma anche per Fratelli d’Italia «sul nome del candidato non ci risulta si sia chiuso alcun accordo. L’intesa che c’è è che in Campania sia Fi a dover individuare il nome, però non c’è nulla di deciso. Così come per la Puglia e le Marche spetta a Fdi indicare il nome».

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Per Forza Italia, Salvini, Berlusconi e Meloni sarebbero già d'accordo sul nome di Caldoro. Ma da Lega e Fdi arriva una brusca frenata.

C’è ancora parecchia incertezza sul nome del candidato del centrodestra alle Regionali in Campania. Fonti di Forza Italia hanno confermato che c’è l’accordo sul nome di Stefano Caldoro e che se n’era parlato all’ultimo vertice tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Decisamente più cautela dalle controparti. Per la Lega, in questo momento, si «sta ragionando di programmi e squadra, il dibattito sui candidati governatori verrà dopo».

BERLUSCONI AVEVA DATO L’ACCORDO PER FATTO

Silvio Berlusconi aveva parlato esplicitamente di un accordo con Salvini e Meloni, ma anche per Fratelli d’Italia «sul nome del candidato non ci risulta si sia chiuso alcun accordo. L’intesa che c’è è che in Campania sia Fi a dover individuare il nome, però non c’è nulla di deciso. Così come per la Puglia e le Marche spetta a Fdi indicare il nome».

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La sentenza su CasaPound: «Non è un’associazione sovversiva»

La Corte di Assise di Napoli ha assolto gli imputati dell'inchiesta sugli scontri con antagonisti nella città partenopea.

Tutti assolti dalle accuse di associazione sovversiva e banda armata, in quanto «il fatto non sussiste»: la seconda Corte di Assise di Napoli (presidente Alfonso Barbarano) non ha condiviso la linea dell’accusa rappresentata dal sostituto procuratore Catello Maresca nell’ambito del maxi processo nei confronti di militanti di CasaPound. Solo una la condanna a tre anni inflitta a Enrico Tarantino, per porto e detenzione in luogo pubblico di ordigni esplosivi, precisamente quattro bottiglie incendiarie.

TRENTACINQUE RICHIESTE DI CONDANNA

Il pm Catello Maresca chiuse con 35 richieste di condanna la requisitoria nei confronti dei militanti del movimento CasaPound e di altre sigle come Blocco studentesco e H.M.O. Le pene più severe furono proposte per quattro imputati, ritenuti capi e organizzatori: 8 anni di reclusione furono chiesti per Tarantino, 6 anni ciascuno per Giuseppe Savuto ed Emmanuela Florino (figlia dell’ex senatore di An Michele) e Andrea Coppola. Il pm Maresca chiese anche pene alternative rispetto all’ipotesi d’accusa secondaria di associazione per delinquere «semplice».

L’OPINIONE CONTRARIA DELLA CASSAZIONE

L’inchiesta partì in seguito a violenti scontri tra gruppi di estrema destra e di antagonisti, a Napoli. Per Maresca erano sussistenti le ipotesi di associazione sovversiva e banda armata perché il gruppo era ispirato da «un’ideologia che cerca lo scontro e si propone di affermare violentemente i propri ideali». Su questi due reati, nella fase delle indagini, si sono registrate decisioni contrastanti: la tesi della Procura è stata accolta dal gip Francesco Cananzi, bocciata dal tribunale del Riesame e riconsiderata invece dalla Cassazione, che aveva ritenuto i fatti al centro dell’inchiesta espressione «di una strategia ideologicamente orientata alla sovversione del fondamento democratico del sistema».

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La sentenza su CasaPound: «Non è un’associazione sovversiva»

La Corte di Assise di Napoli ha assolto gli imputati dell'inchiesta sugli scontri con antagonisti nella città partenopea.

Tutti assolti dalle accuse di associazione sovversiva e banda armata, in quanto «il fatto non sussiste»: la seconda Corte di Assise di Napoli (presidente Alfonso Barbarano) non ha condiviso la linea dell’accusa rappresentata dal sostituto procuratore Catello Maresca nell’ambito del maxi processo nei confronti di militanti di CasaPound. Solo una la condanna a tre anni inflitta a Enrico Tarantino, per porto e detenzione in luogo pubblico di ordigni esplosivi, precisamente quattro bottiglie incendiarie.

TRENTACINQUE RICHIESTE DI CONDANNA

Il pm Catello Maresca chiuse con 35 richieste di condanna la requisitoria nei confronti dei militanti del movimento CasaPound e di altre sigle come Blocco studentesco e H.M.O. Le pene più severe furono proposte per quattro imputati, ritenuti capi e organizzatori: 8 anni di reclusione furono chiesti per Tarantino, 6 anni ciascuno per Giuseppe Savuto ed Emmanuela Florino (figlia dell’ex senatore di An Michele) e Andrea Coppola. Il pm Maresca chiese anche pene alternative rispetto all’ipotesi d’accusa secondaria di associazione per delinquere «semplice».

L’OPINIONE CONTRARIA DELLA CASSAZIONE

L’inchiesta partì in seguito a violenti scontri tra gruppi di estrema destra e di antagonisti, a Napoli. Per Maresca erano sussistenti le ipotesi di associazione sovversiva e banda armata perché il gruppo era ispirato da «un’ideologia che cerca lo scontro e si propone di affermare violentemente i propri ideali». Su questi due reati, nella fase delle indagini, si sono registrate decisioni contrastanti: la tesi della Procura è stata accolta dal gip Francesco Cananzi, bocciata dal tribunale del Riesame e riconsiderata invece dalla Cassazione, che aveva ritenuto i fatti al centro dell’inchiesta espressione «di una strategia ideologicamente orientata alla sovversione del fondamento democratico del sistema».

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Ilva, i senatori del M5s non cedono sullo scudo penale

Approvato un documento in quattro punti. L'immunità non è tema di discussione. E se dovesse riproporsi per ragioni legali, andrà rimessa all'assemblea degli eletti.

I senatori del M5s non cedono sullo scudo penale per l’Ilva. La pattuglia pentastellata a Palazzo Madama, composta da 105 persone, ha infatti approvato con soli cinque voti contrari un documento in quattro punti sul dossier ArcelorMittal, che ribadisce come l’immunità non sia tema di discussione. Il testo è stato inviato ai colleghi deputati.

LEGGI ANCHE: Stop agli emendamenti di Italia viva e Forza Italia sullo scudo penale

Se la questione dovesse riproporsi per ragioni legali durante il contenzioso con l’azienda davanti al Tribunale di Milano, i senatori chiedono che l’argomento venga sottoposto all’assemblea di tutti gli eletti del M5s, alla presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il documento, in ogni caso, dà piena fiducia alle iniziative che il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli vorrà portare avanti e non collega la vicenda dell’acciaieria alla fiducia nei confronti del governo Conte.

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Rai, saltano le nomine e la Lega gode

Il cda del 12 novembre ha deciso di non decidere, posticipando il dossier. Intanto a RaiDue è battaglia tra Di Meo appoggiato da FdI e Marano, decano della tivù pubblica in quota Carroccio. E nel caos Foa rafforza il suo staff.

Ancora giorni di attesa in Rai, dopo che il cda del 12 novembre ha deciso di non decidere, rinviando la palla in avanti. Così, alla vigilia dell’incontro, è stato cambiato in tutta fretta l’ordine del giorno inserendo l’audizione dell’ad di RaiCom Monica Maggioni sulla riorganizzazione della società e il progetto di un canale in inglese e altri temi meno spinosi.

LEGGI ANCHE: La Lega di Salvini è all’opposizione, ma non in Rai

IL GELO TRA DE SANTIS E SALINI

Nel frattempo, dopo che i 5 stelle sono riusciti a far slittare il tormentato capitolo nomine, dopo alcuni giorni di assenza è ricomparsa la direttrice della rete ammiraglia Teresa De Santis (quota Lega) che d’imperio ha bloccato la partecipazione di alcuni ospiti importanti nel programma di Caterina Balivo. I rapporti tra De Santis e l’ad di viale Mazzini Fabrizio Salini restano tesissimi (i due non si parlano) cosa che provoca non pochi intoppi. Come la soluzione della vicenda di Nunzia De Girolamo, l’ex deputata di Forza Italia in predicato per la conduzione di un programma sulla prima rete. La pratica è così passata sulla scrivania del capo delle risorse artistiche Andrea Sassano nel tentativo di sbloccarle il contratto.

LA BATTAGLIA DI RAIDUE TRA DI MEO E MARANO

Guerra aperta anche a RaiDue, contesa tra Ludovico Di Meo, sostenuto dal consigliere di Fratelli d’Italia Giampaolo Rossi, e il decano della tivù pubblica Antonio Marano, leghista della prima ora e in Rai sin dai tempi di Umberto Bossi. Che in alternativa a RaiDue si sta muovendo per ottenere una delle direzioni di genere previste dal piano Salini, ovvero quella del Day Time. Il barometro politico del resto sembra impazzito al punto tale da restringere gli spazi di manovra. Se a questo si aggiunge la crescente irritazione del Pd per la scarsa rappresentanza di cui gode in Rai ora che è diventato partito di governo, il quadro dell’impasse è completo.

FOA RAFFORZA IL SUO STAFF

Intanto, approfittando della caotica situazione, il presidente Marcello Foa sta rafforzando il suo staff. Dal Tg1 è arrivata come addetta stampa la giornalista Fenesia Calluso che si va ad affiancare al portavoce Marco Ventura. Calluso è una seconda scelta, visto che inizialmente Foa aveva puntato sulla giornalista Micaela Palmieri che però ha declinato l’offerta.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Alle Regionali in Emilia-Romagna cresce l’ipotesi desistenza per il M5s

Mentre Salvini prepara la kermesse al PalaDozza,, il Pd corteggia i cinque stelle. Che, però, non escludono più di saltare un giro. La Lega a Bologna attesa dalle contestazioni.

Mentre Matteo Salvini prepara la kermesse al PalaDozza, in vista delle Regionali in Emilia-Romagna del 26 gennaio, prosegue la corte serrata del Partito democratico al Movimento 5 stelle per mettere in piedi un’alleanza che ricalchi la maggioranza di governo. Anche se, in casa cinque stelle, prende sempre più quota l’ipotesi di un giro di riposo, di una sorta di desistenza in chiave anti-Lega, senza il simbolo sulla scheda.

DI MAIO NON ESCLUDE A PRIORI LA DESISTENZA

Dell’ipotesi aveva parlato nei giorni scorsi Max Bugani, capogruppo in Comune a Bologna e membro del direttivo di Rousseau. Il capo politico Luigi Di Maio, che nei giorni scorsi aveva assicurato che il M5s sarebbe stato della partita con un proprio candidato alternativo sia al Pd sia alla Lega, per la prima volta non ha escluso la possibilità. «Dove non saremo pronti non ci presenteremo. Nei prossimi giorni prenderemo decisioni su questo», ha detto. La decisione dovrebbe essere presa il 15 novembre, in un incontro al quale parteciperanno i parlamentari del territorio con il capo politico Luigi Di Maio.

L’APPELLO DEL MINISTRO DE MICHELI

Intanto, dal Pd, agli appelli più volte ripetuti da Bonaccini, si è aggiunto quello di un membro del governo che è anche esponente di spicco del Pd emiliano-romagnolo, la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli. «Mi piacerebbe» – ha detto – «se il ‘primo bacio’ tra Pd e M5s fosse in Emilia, ma capisco che ci sono dei problemi. Con i colleghi dei cinque stelle ho lavorato bene. Ma continuo a rimanere un’emiliano-romagnola che vorrebbe e farà di tutto affinché Bonaccini continui a essere governatore».

PRODI BENEDICE LA CANDIDATURA DI BONACCINI

A Bonaccini è arrivata intanto anche la ‘benedizione’ di Romano Prodi «Questi» – ha detto Prodi riferendosi alla giunta uscente – «hanno governato bene, mentre Salvini porta per mano la candidata. L’elettore riflette non solo sui grandi slogan, ma anche sulle cose e su cosa un’alternativa a questo potrebbe produrre. La disoccupazione cala e tutti vengono a farsi curare qui». La Lega, intanto, Lucia Borgonzoni, puntando a riempire il PalaDozza di Bologna e lanciando le proprie parole d’ordine. Il clima si preannuncia caldissimo: oltre al flashmob delle ‘6 mila sardine’ in piazza Maggiore ci sarà un corteo dei centri sociali e dei collettivi universitari, che cercherà di avvicinarsi il più possibile alla convention del Carroccio, sicuramente ‘blindata’ dalle forze dell’ordine. Nella vicina Porta Lame, prevista anche una biciclettata organizzata dagli anarchici. Appuntamenti che potrebbero rendere molto delicata la gestione dell’ordine pubblico.

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Regionali in Calabria, caos candidati per Pd e M5s

A pochi giorni dalla scelta ufficiale, spunta un sondaggio commissionato dai dem che "affonda" Oliverio: l'86% non ha fiducia in lui. E l'imprenditore Callipo dice no ai pentastellati.

Quando mancano pochi giorni alla scelta del candidato ufficiale per le elezioni regionali in Calabria, in programma il 26 gennaio assieme a quelle in Emilia-Romagna, spunta un sondaggio commissionato dal Pd sull’apprezzamento di cui godrebbe – ma sarebbe meglio dire non godrebbe – il governatore uscente Mario Oliverio, espressione dello stesso Pd.

LEGGI ANCHE: La politica calabrese corteggia Pippo Marra in vista delle Regionali

Alla domanda «negli ultimi cinque anni lei ritiene che la qualità della vita nel suo territorio sia migliorata o peggiorata?», il 64% dei calabresi intervistati ha risposto «peggiorata», solo il 7% «migliorata». Ma il dato più eclatante riguarda proprio Oliverio: l’86% del campione dichiara infatti di non aver fiducia nel governatore uscente, a fronte di un 14% di favorevoli.

OLIVERIO BOCCIATO SU TURISMO E OCCUPAZIONE

Il sondaggio, apparso sul sito del quotidiano la Repubblica, è dell’istituto Swg e prende in considerazione anche altri parametri. Da 1 a 10, per esempio, gli intervistati hanno dato un voto di 3,9 alla promozione turistica della regione e di 3,2 agli interventi per favorire l’occupazione e la creazione di posti di lavoro. Elementi che, secondo i vertici del Pd, dovrebbero spingere Oliverio a farsi da parte. Ma il governatore appare determinato a ripresentarsi anche da solo, con una lista civica, senza l’appoggio del Nazareno.

I POSSIBILI PROFILI ALTERNATIVI

Nella rosa di nomi che il segretario Nicola Zingaretti è chiamato a valutare circolano diversi profili alternativi: dal catanzarese Giuseppe Gualtieri, il super-poliziotto che ha arrestato Bernardo Provenzano, al prefetto Arturo De Felice, ex capo della Dia e originario di Reggio Calabria. Ma ci sarebbero anche il prorettore dell’Università della Calabria, Luigino Filice, e la direttrice generale di Confindustria, Marcella Panucci, nata a Vibo Valentia.

IL PASSO INDIETRO DI CALLIPO

Come se non bastasse l’imprenditore del tonno Pippo Callipo, su cui puntava in particolare il M5s per una candidatura che avrebbe potuto essere sostenuta anche dai dem, ha deciso di non scendere in campo. Pesano i ritardi accumulati dai pentastellati, le indecisioni sulla linea da seguire e le alleanze da stringere. Un quadro pieno di incognite, che ha indotto Callipo a fare un passo indietro.

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