Il M5s voterà su Rousseau per decidere se correre in Emilia e Calabria

I grillini si appoggiano agli iscritti per decidere se prendere parte alle Regionali di gennaio. Consultazione al via dalle 12 alle 20 di giovedì 21 novembre.

Un voto su Rousseau per uscire dall’empasse. Il Movimento 5 stelle ha deciso di appoggiarsi alla piattaforma per decidere se correre alle Regionali di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Con un post sul blog delle Stelle è stato annunciato che il 21 novembre, dalle 12 alle 20, gli iscritti potranno sceglere le prossime mosse del Movimento.

«SERVE UN MOMENTO DI RIFLESSIONE»

«Ci siamo confrontati. Abbiamo consultato le persone che portano dalla prima ora sulle spalle questo Movimento, e tutti concordano che serva un momento di riflessione, di standby. Ma decidiamo insieme», si legge nel post in cui si annuncia la consultazione. «È quindi il momento di chiederci se questa grande mobilitazione di crescita e rigenerazione sia compatibile con le attività elettorali».

«TUTTI SI CHIEDANO SE PARTECIPARE AL VOTO»

«Per questo», continua il post, «abbiamo deciso di sottoporre agli iscritti la decisione riguardante la partecipazione alle imminenti elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria». «Partecipare alle elezioni richiede uno sforzo organizzativo, anche nazionale, e di concentrazione altissimo. Ciascuno di noi deve interrogarsi, con la massima responsabilità, sul contributo che sente di dare nei prossimi mesi, su dove sente più giusto che i suoi portavoce dirigano il proprio impegno». «Deve chiedersi», conclude la nota, «se pensa se siamo capaci, tutti insieme, in un grande lavoro di rete di condivisione e divisione degli incarichi, di essere utilmente presenti su diversi fronti. Qualsiasi cosa sceglieremo, la affronteremo come sempre con tutta la dedizione di cui siamo capaci»,

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il sindaco di Biella dice di essere stato un cretino con la Segre

Il leghista Corradino si scusa dopo averle negato la cittadinanza onoraria. Ma aggiunge: «Ha subito quelle sofferenze 70 anni fa, adesso qualcuno se ne approfitta». E intanto anche la Giunta di centrodestra di Sesto San Giovanni dice no al riconoscimento per la senatrice a vita sopravvissuta ai lager.

Il sindaco di Biella Claudio Corradino ci ha pensato su. E sulla vicenda della cittadinanza onoraria negata a Liliana Segre e riconosciuta a Ezio Greggio, che però l’ha rifiutata, ha elaborato questo pensiero autocritico: «Io sono stato un cretino, lo ammetto, e chiedo scusa».

«È STATA FATTA UNA SPECULAZIONE INDEGNA»

Però c’è sempre un però: «Su questa cosa è stata fatta una speculazione indegna da parte di tutti quanti e mi dispiace. Il risultato è stato negativo, ingiustamente. Una grandissima sciocchezza che è diventata una cosa nazionale. La signora Segre non ha bisogno che arrivi il sindaco di Biella a darle la cittadinanza, è un “patrimonio dell’umanità” e le chiedo ancora scusa», ha detto.

LA SENATRICE INVITATA PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA

Infine l’invito: «Le ho chiesto di venire a Biella per la Giornata della Memoria e non c’è nulla contro di lei». Intanto Greggio ha annullato la sua di visita, sabato 23 novembre a Biella: era atteso all’Istituto Eugenio Bona, scuola in cui ha conseguito la maturità nel 1973, nel reparto di pediatria dell’ospedale e al Rotary Club, per un incontro benefico.

«SI MINA LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE»

Il sindaco ha parlato ai microfoni di Stasera Italia – in onda su Retequattro – dopo la polemica scoppiata. Prima però a Radio Capital aveva detto anche altro: «La signora ha subito quelle cose 70 anni fa. Voglio dire che si tira fuori la Segre adesso evidentemente perché c’è un tentativo di minare la libertà espressione. A me fa pensare al peggior maccartismo. C’è gente che vuole approfittare delle sofferenze che la signora ha subito».

Questa vicenda è nata male, per un errore di comunicazione che abbiamo fatto


Il sindaco di Biella

In realtà la “signora” sta subendo minacce anche adesso. E infatti le è stata assegnata la scorta. Il sindaco di Biella ha provato a metterci una pezza dicendo che «questa vicenda è nata male, per un errore di comunicazione che abbiamo fatto» e ribadendo poi di essere dalla parte della Segre.

MA ANCHE SESTO SAN GIOVANNI FA LA STESSA COSA

Fine degli episodi spiacevoli? Non proprio, visto che Sesto San Giovanni, Comune nel Milanese, ha fatto la stessa cosa: niente cittadinanza onoraria per la senatrice a vita internata nei campi di sterminio nazisti. In Consiglio comunale è stata infatti bocciata la “manifestazione di intenti” presentata dal Movimento 5 stelle, accolta da tutta l’opposizione. Il Partito democratico ha spiegato che «le motivazioni del sindaco di centrodestra, Roberto Di Stefano, sono che “Liliana Segre non ha a che fare con la storia della nostra città e darle la cittadinanza sarebbe svilente per lei perché è una strumentalizzazione politica». Ci risiamo, insomma.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché i gattini di Salvini non neutralizzeranno le Sardine

Per arginare il movimento, il leader leghista sguinzaglia i «bambini felini». Cercando di spostare il confronto dalle piazze piene ai social «dove può tornare protagonista», spiega Sara Bencivenga, docente di Comunicazione politica. Più che una vera controffensiva un «gioco per i suoi fan». L'analisi.

In principio furono le Sardine, poi (ri)spuntarono i gattini. Così, sui social, il leader della Lega Matteo Salvini tenta di tener testa e ribaltare il successo di piazza del neonato movimento, e non solo in vista delle prossime Regionali in Emilia-Romagna.

I gattini leghisti in funzione anti-sardina sono spuntati durante la trasmissione Fuori dal coro, padrone di casa Mario Giordano su Rete4. «Alle Sardine preferisco i gattini», ha detto Salvini, «che se le mangiano, quando hanno fame». Poi sul suo profilo Facebook è apparsa la foto di un feroce micetto intento ad azzannare il pesce azzurro. Accompagnato dal messaggio: «Cosa c’è di più dolce e bello dei gattini? Ai vostri bambini felini piacciono sardine e pesciolini? Mettete la foto nei commenti! Miao!». A seguire emoticon, logo e hashtag #gattiniconSalvini. Stessa operazione su Twitter.

Cosa c'è di più dolce e bello dei gattini? 😉P.s. Ai vostri bambini felini piacciono sardine e pesciolini? Mettete la foto nei commenti! Miao! 😸#gattiniconSalvini

Posted by Matteo Salvini on Tuesday, November 19, 2019

FOTI: «I GATTINI NON SARANNO MAI CON SALVINI, LUI È UN GATTOPARDO»

Eppure l’idea non è così originale. Come hanno fatto subito notare gli ideatori di ‘Gattini per Civati‘. Correva l’anno 2013 e i cuccioli apparivano con occhi languidi sulla spalla di Pippo allora in corsa per le primarie Pd incitandolo con miagolii e fusa. «È un atto di accattonaggio», dice a Lettera43.it il creatore della fortunata pagina Franz Foti. «Ma i gattini non saranno mai con lui. Che è più un Gattopardo». E così nella pagina dei gattini civatiani campeggia l’appello a superare le naturali opposizioni tra gattini e sardine.

Noi con Salvini?! Al massimo andiamo a graffiargli tutti i divani! #gattiniANTIsalvini: la controffensiva è appena iniziata!

Posted by Gattini per Civati on Wednesday, November 20, 2019

Nell’immagine di copertina lo sguardo minaccioso di un gatto, quasi da pantera: «Salvini nemmeno immagina in che guaio si è cacciato». «Noi da Salvini andiamo per graffiargli tutti i divani». E nuovo hashtag #gattiniANTIsalvini. L’allergia dei gattini per Salvini non è nuova. Nel maggio 2015, per esempio, venne lanciato il flashmob virtuale Gattini su Salvini: l’obiettivo era intasare la pagina Fb del leader della Lega di micetti contro l’odio. Per non parlare di Salvini Blocker, una estensione con cui è possibile sovrapporre a tutte le foto del segretario in Rete immagini di cuccioli.

LEGGI ANCHE: Sardine nuotate a Sud e liberate la sinistra

BENCIVENGA: «QUELLO DI SALVINI È UN GIOCO POLITICAMENTE IRRILEVANTE»

I gattini «sono un simbolo ormai sdoganato», spiega Sara Bencivenga, docente di Comunicazione politica all’università La Sapienza di Roma. «Ormai da 20 anni si usano per rendere leggero e ironico un messaggio. Basti pensare ai primi video di Youtube in cui i gatti cantavano in varie lingue del mondo». Sull’operazione di Salvini Bencivenga non ha dubbi: «Politicamente è un atto irrilevante, è più un gioco per i suoi», mette in chiaro. «Perché, fin quando le piazze vere continueranno a riempirsi non ci saranno effetti». A meno che non ci siano nuovi sviluppi: «Le stesse sardine potrebbero dare il via a una controffensiva, per fare un esempio il pescecane che mangia i gattini che mangiano…e così via».

IL LEADER DELLA LEGA VUOLE SPOSTARE LA BATTAGLIA SUL WEB

Il tentativo del leader della Lega e del suo staff a livello comunicativo è chiaro: «Tentare di trasformare a suo favore una mobilitazione che è partita dal basso, ha utilizzato sì i social ma come mezzo per raggiungere uno scopo, non come destinazione finale», aggiunge Bencivenga. «Salvini cerca così di creare una distinzione tra luogo reale dove è stato espresso un dissenso pacifico, e i numeri per le due tappe già consumate sono a favore delle Sardine, e quello virtuale, sul web, dove può vincere». È lì, che in modo divertente, vorrebbe ridiventare protagonista. E vincente: «Perché il gattino mangia le sardine, appunto. Chiude il cerchio e fa simpatia».

LEGGI ANCHE: Mattia Santori sulle sfide e il futuro delle Sardine di Bologna

Un furto sui generis «perché lo stile ben si inserisce nella sua produzione, ma sui social è più un prestito, un’inclusione, un innesto. Tra l’altro minimo nella sua enorme produzione che è un flusso continuo». I fan risponderanno con una valanga di immagini di mici – «i bambini felini», li chiama Salvini – e poi il tormentone finirà. «L’espressione “bambini felini”», aggiunge Bencivenga, «è un richiamo strumentale all’infanzia e ai bambini nei discorsi politici. Anche questo è un suo elemento ricorrente». Insomma, niente di nuovo sul fronte online. Resta da monitorare quello delle piazze (reali), dove si stiperanno ancora – stando ai calendari degli organizzatori disponibili in Rete – le Sardine. Sagome di cartone e battage social dietro cui però ci sono persone in carne e ossa. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sardine nuotate a Sud e liberate la sinistra

Il nuovo movimento nato per contrastare Salvini si sporchi le mani. E scenda anche nel Mezzogiorno per rimediare allo scempio che Pd e soci stanno facendo in Puglia e Calabria.

Il dilagare delle Sardine è una buona cosa non solo perché indica una vitalità crescente contro la politica di Matteo Salvini, ma perché dice che la società reagisce agli stimoli, brutti o buoni (in questo caso brutti), della politica.

Non è una novità nella storia recente del Paese veder scendere in piazza auto-organizzati movimenti di protesta. Si può partire dai girotondi, si può indicare un punto di svolta nelle donne di «Se non ora quando». Ancora le donne presero l’iniziativa a Torino e Roma così male amministrate e oggi abbiamo in Emilia-Romagna questo nuovo fervore ribelle che si starebbe estendendo in tutta Italia.

LE PARABOLE DEI MOVIMENTI A-PARTITICI

Il dato saliente è che si tratta di movimenti a-partitici anche se prevalentemente di sinistra. Tranne i girotondi che ebbero riferimenti in area Ds e nel sindacato, tutti gli altri si sono tenuti alla larga dalle formazioni politiche. Questo ha segnato la loro “purezza”, ma anche la loro temporaneità. Il tema che propone lo svilupparsi e il morire di movimenti di questo tipo è che non trovano mai un interlocutore politico che, rispettandone l’autonomia, sappia dialogare con loro e li aiuti a strutturarsi come componenti della società civile.

LEGGI ANCHE: Mattia Santori sulle sfide e il futuro delle Sardine di Bologna

Le Sardine si muovono di fronte alla pretesa di Salvini di «liberare l’Emilia-Romagna». È una stupidaggine troppo grande. Tutto si può capire, anche la eventuale voglia di cambiare da parte dei cittadini (fu così con Giorgio Guazzaloca che, a differenza di Lucia Borgonzoni, era un signore sveglio e preparato), ma la ridicolaggine di rappresentare Bologna e le altre città emiliano-romagnole come sentina di vizi poteva venire in mente solo ai leghisti a giornalisti ex clintoniani che in tivù sparlano di città governate dalla sinistra.

IL DISASTRO DELLA SINISTRA IN CALABRIA E PUGLIA

Le Sardine, però, estendendosi dovranno sporcarsi le mani con le crisi della sinistra. Possono essere indifferenti alla scempio di sé che sta facendo la sinistra in Calabria? Si può accettare che in Puglia si combattano il solito Michele Emiliano, una ex deputata europea ed ex assessora regionale e un consigliere regionale attuale? Siamo ormai al numero chiuso, siamo di fronte al fatto che non deve crescere un pianta. Ecco in queste regioni meridionali le Sardine devono avere un impatto forte nel dibattito nella sinistra. Devono pretendere il cambiamento. E il partito che Nicola Zingaretti vuole rifondare deve chiedere aiuto a queste forze nuove per congedare chi non si rassegna a occupare posti e ne cerca sempre altri. E basta, no?

SERVE PULIZIA E UN AIUTO A QUESTA RIVOLUZIONE

Le Sardine se sapranno nuotare senza paura dei gatti di Salvini devono anche evitare la pesca a strascico dei vecchi marpioni di sinistra. Il tema della democrazia italiana non sta solo nella minaccia che un uomo inadatto arrivi al potere, ma anche nel fatto che chi dovrebbe contrastarlo è altrettanto inadatto, anche se per ragioni  diverse. Mi piacerebbe se qualche vecchio dirigente, un po’ alla Bernie Sanders, decidesse di incoraggiare ragazze e ragazzi a fare un po’ di pulizia nella grande e ormai sbrindellata casa della sinistra. Io insito a pensare, e a scrivere, che la destra salviniana non durerà a lungo: in primo luogo perché sarà insidiata dalla destra tradizionalista di Giorgia Meloni; in seconda battuta perché a furia di madamine e di Sardine alla fine ci sarà un vero grande movimento che spazzerà via tutto. Spero che la sinistra aiuti questa “rivoluzione”.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sì di Bruxelles alla manovra giallorossa, anche se rischia di violare le regole

La Commissione europea ha dato l'ok. Ma restano le preoccupazioni sul debito. In primavera nuovo giudizio su conti e flessibilità, con Gentiloni agli Affari economici. A rischio violazione anche Belgio, Francia e Spagna.

La Commissione europea ha detto alla manovra economica italiana 2020, sebbene sussista il rischio di un mancato rispetto del Patto di stabilità e crescita.

La legge di bilancio del governo giallorosso, infatti, potrebbe portare a una «deviazione significativa» dagli obiettivi di medio termine per la sostenibilità delle finanze pubbiche. La Commissione europea tornerà a valutare i nostri conti in primavera, ma a farlo sarà la nuova squadra guidata da Ursula Von Der Leyen, con Paolo Gentiloni commissario agli Affari economici.

Anche il criterio della progressiva riduzione del debito pubblico rischia di essere disatteso. È quasi una certezza, ma sotto questo profilo l’Italia è in “buona” compagnia. Lo stesso discorso vale infatti anche per Belgio, Spagna, Francia, Portogallo, Finlandia, Slovenia e Slovacchia.

Tanto che il vicepresidente dell’esecutivo comunitario, Valdis Dombrovskis, ha sottolineato che da tali Stati membri «ci si aspetta che non rispettino la regola del debito». I Paesi in questione «non hanno usato a sufficienza le condizioni economiche favorevoli per mettere in ordine i loro conti pubblici e nel 2020 non pianificano alcun significativo aggiustamento». Un elemento che preoccupa l’Unione europea, «perché i debiti molto alti limitano la capacità di rispondere agli choc economici e alle pressioni del mercato».

Per quanto riguarda in particolare l’Italia, la Commissione europea precisa che «la sostenibilità a breve termine delle finanze pubbliche continua ad apparire vulnerabile agli aumenti del costo di emissione del debito». Ma Bruxelles si dice pronta ad analizzare ex post la richiesta di flessibilità motivata dalle emergenze idrogeologiche e quantificata nello 0,2% del Pil, ovvero in 3,6 miliardi di euro.

È probabile che i recenti eventi meteorologici estremi che hanno colpito Venezia e Matera peseranno in modo favorevole. E in ogni caso anche questa analisi spetterà alla nuova Commissione targata Von Der Leyen.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Barillari e il dossier bomba del neofascista Paliani contro Zingaretti

Un sindacalista di Avanguardia nazionale finito agli arresti. Stava raccogliendo informazioni sul segretario Pd e aveva coinvolto il consigliere regionale del M5s.

Un dossieraggio contro Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio e attuale segretario del Partito democratico. Questo stava macchinando, secondo le carte di un’inchiesta della procura di Roma, Andrea Paliani, sindacalista del «sindacato italiano confederazione europea del lavoro» e pure esponente neofascista di Avanguardia nazionale finito agli arresti, secondo quanto riporta il quotidiano Sole 24 Ore. Per il suo obiettivo – attaccare il sistema di clinichhe private accreditate della compagnia Ini spa, Paliani aveva puntanto al presidente della Regione e cercato di coinvolgere e trovato l’apparente sostegno del consigliere regionale M5s Davide Barillari e parlato anche con Mario Borghezio, europarlamentare della Lega. spiegando di avere informazioni sul segretario Pd.

«MO’ DISTRUGGE PURE IL PD»

«Qui tra poco scoppia la bomba contro Nicola Zingaretti», dice Paliani nelle intercettazioni rivelate dal quotidiano salmonato che spiega come il neofascista avesse tentato di arrivare al ministro della Sanità Giulia Grillo attraverso il consigliere M5s. .«Quindi tra poco scoppia la bomba penso…che con questa penso Zingaretti…il Pd…mo distrugge pure il Pd… Questa storia del milione di euro noi la conosciamo perché come danno i soldi questi in giro no! Con la sanità privata, con le porcate loro e questa è la verità», spiega parlando con Barillari che risponde: «Si, si». Il consigliere pentastellato, spiega Il Sole 24 Ore, dichiara di essere intenzionato a mandare gli ispettori all’Ini. E Paliani lo incita: «Li fai male anche a Zingaretti, capito? Che quelli sono gli amici suoi quelli della Asl». Con il sindacalista sono stati arrestati Giuseppe Costantino e Alessandro Tricarico, rispettivamente maresciallo dei carabinieri e consulente del lavoro. de gruppo Ini.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Barillari e il dossier bomba del neofascista Paliani contro Zingaretti

Un sindacalista di Avanguardia nazionale finito agli arresti. Stava raccogliendo informazioni sul segretario Pd e aveva coinvolto il consigliere regionale del M5s.

Un dossieraggio contro Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio e attuale segretario del Partito democratico. Questo stava macchinando, secondo le carte di un’inchiesta della procura di Roma, Andrea Paliani, sindacalista del «sindacato italiano confederazione europea del lavoro» e pure esponente neofascista di Avanguardia nazionale finito agli arresti, secondo quanto riporta il quotidiano Sole 24 Ore. Per il suo obiettivo – attaccare il sistema di clinichhe private accreditate della compagnia Ini spa, Paliani aveva puntanto al presidente della Regione e cercato di coinvolgere e trovato l’apparente sostegno del consigliere regionale M5s Davide Barillari e parlato anche con Mario Borghezio, europarlamentare della Lega. spiegando di avere informazioni sul segretario Pd.

«MO’ DISTRUGGE PURE IL PD»

«Qui tra poco scoppia la bomba contro Nicola Zingaretti», dice Paliani nelle intercettazioni rivelate dal quotidiano salmonato che spiega come il neofascista avesse tentato di arrivare al ministro della Sanità Giulia Grillo attraverso il consigliere M5s. .«Quindi tra poco scoppia la bomba penso…che con questa penso Zingaretti…il Pd…mo distrugge pure il Pd… Questa storia del milione di euro noi la conosciamo perché come danno i soldi questi in giro no! Con la sanità privata, con le porcate loro e questa è la verità», spiega parlando con Barillari che risponde: «Si, si». Il consigliere pentastellato, spiega Il Sole 24 Ore, dichiara di essere intenzionato a mandare gli ispettori all’Ini. E Paliani lo incita: «Li fai male anche a Zingaretti, capito? Che quelli sono gli amici suoi quelli della Asl». Con il sindacalista sono stati arrestati Giuseppe Costantino e Alessandro Tricarico, rispettivamente maresciallo dei carabinieri e consulente del lavoro. de gruppo Ini.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il botta e risposta tra Salvini e Suso sui social network

Il leader della Lega: «Speriamo che Babbo Natale ti porti un po' di grinta». La replica dell'attaccante del Milan: «A te la voglia di amministrare meglio».

Gli auguri di compleanno (polemici) di Matteo Salvini non li ha proprio digeriti. Suso, attaccante spagnolo del Milan che il 19 novembre ha compiuto 26 anni, ha risposto senza peli sulla lingua al leader della Lega, che sull’account Instagram del club rossonero gli aveva scritto: «Auguri! Nella speranza che Babbo Natale ti porti un po’ di velocità, di grinta e di voglia di giocare».

Ecco la replica del giocatore: «Grazie. Nella speranza che Babbo Natale ti porti un po’ di velocità, di grinta e di voglia di amministrare meglio, molto meglio, un Paese che amo».

IL LEGHISTA SI SCONTRÒ ANCHE CON GATTUSO

Non è la prima volta che Salvini, tifoso del Milan, mette becco pubblicamente nelle vicende della sua squadra del cuore, ricavandone ulteriore visibilità. Tutti ricordano il duro scambio di battute con Gennaro Gattuso nel 2018.

VECCHIE FRECCIATINE SUI CAMBI

Il leghista, in tribuna all’Olimpico per assistere a Lazio-Milan, aveva lanciato una frecciatina all’allora tecnico rossonero: «Fossi stato in lui avrei fatto qualche cambio, i giocatori erano stanchi, non capisco per quale motivo non abbia cambiato qualcosa nel secondo tempo. Comunque va bene così».

L’ALLENATORE: «PENSI ALLA POLITICA»

E Gattuso di rimando: «Salvini si lamenta perché non ho fatto cambi? Sentite, io non parlo di politica perché non capisco nulla. A lui dico di pensare alla politica perché con tutti i problemi che abbiamo nel nostro Paese, se il vicepremier parla di calcio significa che siamo messi male».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Lo zampino di Malagò dietro le dimissioni di Micciché

Il presidente della Lega di Serie A ha lasciato per le voci sull'irregolarità della sua elezione del 2018. Sulla quale aveva messo il timbro il n.1 del Coni. Un modo per evitargli conseguenze? Tutte le ombre su una vicenda politica che mina la credibilità dello sport italiano.

Dimissionario causa voci. È una bizzarra motivazione quella accampata da Gaetano Micciché per mollare a razzo la poltrona di presidente della Lega di Serie A, occupata da marzo 2018. Nella tambureggiante dichiarazione con cui ha reso noto l’addio alla presidenza, Micciché ha gridato la sua indignazione per le “indiscrezioni” giornalistiche sul suo conto. Relative alla chiusura delle indagini condotte dalla procura della Figc, capitanata dal dottor Giuseppe Pecoraro, riguardo all’elezione di un anno e mezzo fa.

NON ANCORA ARRIVATO IL DEFERIMENTO

Di fatto, l’ormai ex presidente si è dimesso non perché la sua elezione sia già stata considerata irregolare al termine di un procedimento della giustizia sportiva, e nemmeno perché egli abbia già ricevuto una notizia di deferimento. Nossignori, si è dimesso ancora prima di tutto ciò. Cioè quando “pare che” il documento conclusivo dell’istruttoria, come riferito da un articolo pubblicato nell’edizione del 16 novembre da Il Messaggero e firmato da Emiliano Bernardini, sia prossimo a planare sulla scrivania del presidente federale Gabriele Gravina. E sembra proprio di rivedere Massimo Troisi, nella scena in cui diceva che avrebbe confessato di tutto e di più se soltanto “forse” avessero minacciato di torturarlo.

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’ELEZIONE

Meglio bruciare le tappe e farsi da parte prima che la macchia arrivi. È questo il senso più rilevante di un comunicato altrimenti stilato secondo il mood che potremmo definire “Micciché fa cose”: le misure prese, i dossier portati avanti nel corso di un anno e mezzo, persino il numero delle riunioni tenute dall’Assemblea dei soci e dal Consiglio. Una lista di “realizzazioni” che ognuno potrà valutare come gli pare, ma che comunque in nessun modo scalfisce il problema da cui derivano l’inchiesta della procura federale e le conseguenti dimissioni: il pasticciaccio brutto di un’elezione che, a quel modo, non s’aveva da fare.

Il presidente del Coni, Giovanni Malagò.

UN PROBLEMA DI CONFLITTO DI INTERESSI

Micciché vi arrivava infatti in condizioni di conflitto d’interessi a causa della sua posizione di componente del consiglio d’amministrazione di Rcs. E dunque del suo rapporto col presidente del Torino, Urbano Cairo, che è anche componente dell’assemblea da cui Micciché è stato eletto presidente di Lega. Per consentirne l’ascesa alla presidenza si è approntata una modifica ad personam dello statuto Figc che comanda l’elezione all’unanimità. Ciò che ufficialmente è avvenuto, durante un’assemblea presieduta dal commissario straordinario Giovanni Malagò (presidente del Coni nonché grande sponsor di Micciché), nel corso della quale il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, si sarebbe spinto a chiedere l’elezione per acclamazione.

Urbano Cairo, presidente del Torino.

QUALCUNO HA MESSO SCHEDE BIANCHE NELL’URNA?

Ma nei fatti vi è davvero stata unanimità? O un paio di manine hanno depositato delle schede bianche nell’urna? Da questo interrogativo è partita l’indagine della procura federale. La cui conclusione (per il momento ancora ufficiosa, va ribadito) ha suggerito a Micciché di sposare il principio secondo cui la miglior difesa è la fuga. Ma come mai una decisione repentina al punto da sembrare improvvida?

Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti


Giovanni Malagò

Giovanni Malagò, a poche ore dalle dimissioni dell’ex presidente di Lega, ha detto: «Come sia andata l’elezione di Micciché è sotto gli occhi di tutti». Una frase da interpretarsi attraverso l’uso di diversi registri, cominciando con quello letterale. E giusto il registro letterale spinge a chiedersi: quali sarebbero questi “occhi di tutti”? Il presidente del Coni, nonché commissario di Lega sotto la cui reggenza si è consumato il pasticciaccio, farebbe bene a sciogliere l’interrogativo. I suoi, di occhi, hanno visto di sicuro. E resta da capire se al momento topico non si siano anche chiusi, o abbiano virato altrove.

gaetano micciché dimissioni presidente lega seriea
Gaetano Micciché.

STOPPATO IL RISCHIO DI “EFFETTI COLLATERALI”

Di certo il sempre più malconcio capo dello sport italiano sa di trovarsi sulla linea del fuoco. L’elezione di Micciché nel marzo 2018 porta il suo timbro, e costituisce motivo di pubblico vanto quando si tratta di ricapitolare il senso della sua missione da commissario della “Confindustria calcistica”. Del resto anche lui ha il personalissimo mood “Malagò fa cose”. Peccato che in questo caso la cosa fatta rischi di tornargli addosso tipo boomerang. Perché il presidente del Coni ha messo il marchio su un’elezione che dall’inchiesta della procura federale potrebbe essere etichettata come irregolare. E da lì in poi cosa succederebbe? Soprattutto, ciò che sta al centro del più dirimente fra gli interrogativi che si rincorrono in queste ore: le dimissioni di Gaetano Micciché hanno forse lo scopo di arrestare i possibili effetti collaterali, leggi alla voce “conseguenze per Malagò”?

VOCI SU UN PRANZO PRE-DIMISSIONI A MILANO

Se lo è chiesto Antonello Valentini, che essendo stato segretario generale della Figc è capace di leggere certe dinamiche. In un post scritto su Facebook nell’immediato dell’annuncio fatto da Micciché, Valentini ha dato una sua lettura dei fatti certamente degna di attenzione. A suo giudizio, dietro quelle dimissioni vi sarebbe proprio lo zampino di Malagò. Di più: la decisione sarebbe maturata nel corso del pranzo che i due hanno condiviso a Milano, poco prima che Micciché offrisse sul piatto la testa di se medesimo perché ossessionato dalle “voci”.

MISTERO BUFFO CHE MACCHIA LO SPORT ITALIANO

Un tentativo più o meno disperato, da parte del presidente dello sport italiano, per salvarsi? Non sappiamo, poiché si parla di cose che sotto gli occhi di tutti non sono. E ci auguriamo anche che il mistero buffo intorno alla vicenda non rimanga tale, e che le dimissioni di Micciché non abbiano l’effetto “saldo e stralcio” sull’intera vicenda. Perché le responsabilità di una situazione così grottesca vanno fatte scontare fino in fondo e a chicchessia. Ne va della credibilità dello sport italiano, o di ciò che ne rimane.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Renzi apre a Salvini ma solo se «si sposta al centro»

L'ex segretario dem ospite a Porta a Porta ha scherzato con Vespa sulla possibile alleanza al centro con il leader della Lega: «Mai dire mai...»

Una boutade, ma forse neanche troppo. È quella che Matteo Renzi ha lanciato rispondendo a Bruno Vespa e Paolo Mieli durante Porta a Porta. «Salvini cercherà di spostarsi al centro», ha spiegato l’ex segretario dem. «Iv è una calamita e porterà a una polarizzazione al centro, scommetto che la prossima sfida dei prossimi due-tre anni non sarà degli estremismi ma al centro», poi il colpo: «Un’alleanza con Salvini al centro? Mai dire mai…credo proprio che vedere Vespa con il popcorn vale il prezzo del biglietto».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Un sistema a punti per rimborsare chi paga con carte e bancomat

Per i più "virtuosi" il cashback potrebbe arrivare fino a 2 mila euro. Come cambia il decreto fiscale con la conversione in legge.

Un sistema a punti per rimborsare chi effettua pagamenti digitali, che premierà di più chi paga con carte di credito e bancomat il meccanico o l’idraulico rispetto a chi usa questi metodi per fare la spesa al supermercato.

Con la conversione in legge del decreto fiscale, il governo sta predisponendo una delle misure-chiave per promuovere la moneta elettronica, che potrebbe fruttare ai più “virtuosi” fino a 2 mila euro di cashback.

La riforma partirebbe a luglio, dunque entrerebbe in vigore nella seconda parte del 2020.

LEGGI ANCHE: Dalla plastic tax all’Imu, raffica di emendamenti alla manovra

IL PD CHIEDE DI AZZERARE LE COMMISSIONI BANCARIE PER LE PICCOLE TRANSAZIONI

La spinta passerà anche per «tagli drastici» alle commissioni bancarie, come promesso dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Il Pd, con un apposito emendamento, ha chiesto addirittura di azzerarle entro i 15 euro.

I RITOCCHI SULLE MISURE ANTI-EVASIONE

Tra le modifiche più attese al decreto fiscale ci sono anche quelle che riguardano il carcere per i grandi evasori, ovvero per chi evade più di 100 mila euro. Per il premier Giuseppe Conte si tratta di una «battaglia di giustizia sociale», ma Italia viva ne aveva chiesto l’abolizione. Di sicuro sarà rivista la normativa sulle ritenute negli appalti e qualche ritocco potrebbe arrivare anche sulle indebite compensazioni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Greggio sì, Segre no: la strana concezione di cittadinanza onoraria di Biella

Premiato il popolare conduttore una settimana dopo il rifiuto di dare il riconoscimento alla senatrice a vita sopravissuta ai lager nazisti. Il Pd: «Ridicola provocazione». Il sindaco è Corradino, della Lega.

Una sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti e sentatrice a vita sotto scorta no. Un popolare conduttore televisivo sì. Strane le scelte del Comune di Biella in tema di cittadinanza onoraria. La proposta di darla a Liliana Segre è stata rifiutata, mentre Ezio Greggio dopo una settimana l’ha ottenuta. La decisione è stata presa con l’approvazione di una delibera della Giunta di centrodestra: il sindaco è il leghista Claudio Corradino, eletto a giugno del 2019.

Segre no, Greggio sì dopo una settimana. La tempistica è da brivido. Una ridicola provocazione


Paolo Furia del Pd piemontese

Greggio si unisce così a una cerchia ristretta di personalità del territorio che si sono particolarmente distinte in diversi ambiti, come lo stilista Nino Cerruti e l’artista Michelangelo Pistoletto. Contro l’iniziativa però si è scagliato Paolo Furia, segretario regionale del Partito democratico in Piemonte: «Non c’è nulla di male di per sé», ha scritto su Facebook, «in un titolo di onorificenza a Ezio Greggio; ma la tempistica è da brivido. Farlo esattamente la settimana dopo aver bocciato la richiesta di dare la cittadinanza onoraria a Liliana Segre (ex deportata a Auschwitz, cui sono state date minacce antisemite nelle ultime settimane), è una ridicola provocazione».

RICONOSCIMENTO PER LA CARRIERA E IL SOCIALE

Le motivazioni che hanno indotto il sindaco Corradino a offrire a Greggio il riconoscimento sono legate alla carriera, all’impegno rivolto al sociale e al forte legame mantenuto con la città natale, Cossato. «Si conferisce a Ezio Greggio», è il testo, «il titolo di cittadino onorario per la popolarità televisiva come conduttore, giornalista, attore e regista; per il suo costante impegno attraverso l’associazione “Ezio Greggio per i bambini prematuri“; per aver contribuito a diffondere in Italia e nel mondo il nome di Biella». Il sindaco, dopo l’elezione nel 2019, fece a piedi un percorso fino al Santuario di Oropa a Biella per ringraziare la Madonna. La Segre percorse a piedi la “marcia della morte”, dopo l’evacuazione del lager, da Auschwitz fino a Ravensbrück: circa 600 chilometri. Distanze diverse, storie diverse, spessore umano diverso.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chi sono le Sardine, il movimento dei flash mob contro Salvini

Il gruppo è nato in opposizione all'ex ministro dell'Interno e alla sua candidata alle elezioni regionali dell'Emilia-Romagna, Lucia Borgonzoni. Ma ora il gruppo ha varcato i confini della regione e ha messo in programma decine di manifestazione in altrettante piazze italiane. Tra cui Milano.

Si chiamano Mattia, Andrea, Giulia e Roberto i quattro giovani poco più che trentenni che hanno dato il via al movimento delle sardine, il gruppo di protesta che a Bologna ha portato in piazza Maggiore 14 mila persone e a Modena oltre 6 mila. L’obiettivo iniziale era quello di battere nei numeri l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, radunando in piazza un numero di persone più alto di quello raggiunto nel suo comizio al PalaDozza. Tuttavia, dopo il risultato raggiunto, altre piazze hanno risposto all’appello contro il segretario leghista. La prima è stata Modena, con la manifestazione di lunedì 18 novembre. E sono pronte Reggio Emilia, il 23, Rimini, il 24. E poi Parma, il 25, Genova, il 28, Firenze, il 30, Torino e Milano che si sta organizzando per domenica primo dicembre.

LA PRIMA ORGANIZZAZIONE

Tutto è nato da un’idea del 32enne bolognese Mattia Santori, laureato in Scienze politiche e istruttore di frisbee. Ad aiutarlo i tre amici ed ex coinquilini conosciuti ai tempi dell’università: Andrea Gareffa, guida turistica, Roberto Morotti, ingegnere e Giulia Trappoloni, fisioterapista. La protesta di Bologna, organizzata nell’arco di appena sei giorni, ha coinvolto 14 mila persone. I ragazzi hanno promosso l’iniziativa sia tramite i social, Facebook in particolare, sia personalmente, grazie al volantinaggio e alla distribuzione di piccoli ritagli di cartone a forma di sardina.

LA REGISTRAZIONE DEL MARCHIO

Il nome “sardine”, che è stato in seguito registrato come marchio, è stato scelto per il suo valore simbolico: la sardina è un pesce piccolo e indifeso, ma che spostandosi in gruppo riesce a “fare massa”.

LE SARDINE DI BOLOGNA

A Bologna le sardine erano 14 mila. La protesta è stata pacifica e rispettosa, ma anche fortemente critica, sia nei confronti del segretario leghista Matteo Salvini sia nei confronti della sua candidata alle regionali dell’Emilia-Romagna, Lucia Borgonzoni. Per scelta dei quattro organizzatori non sono state esposte bandiere di partito né simboli di altro genere, tuttavia molti politici di sinistra hanno fatto i complimenti e mostrato solidarietà nei confronti dei manifestanti.

LE SARDINE DI MODENA

Dopo Bologna, è venuta la protesta di Modena, per la quale lunedì 18 novembre si sono raccolte in piazza Grande tra le 6 e le 7 mila persone. Inizialmente il flash mob era previsto in piazza Mazzini, ma a causa dell’alto numero di adesioni il punto di ritrovo è stato modificato. Ad organizzarlo sono stati gli studenti di ingegneria Jamal Hussein e Samar Zaoui.

LE SARDINE DI PARMA

La terza manifestazione in programma per le sardine è quella di Parma, prevista per lunedì 25 novembre in piazza Duomo. L’appuntamento, che è stato rilanciato da molte personalità politiche e dall’Anpi locale, ha ricevuto il plauso anche del sindaco della città, Federico Pizzarotti, che ha così commentato l’iniziativa: «Quattro semplici ragazzi hanno sconfitto la grande macchina del populismo, la “Bestia“, la paura, i numeri, l’organizzazione e gli staff. Hanno spezzato da soli ogni singolo schema».

LE SARDINE DI GENOVA

Il flash mob delle sardine genovesi è in programma per giovedì 28 novembre in piazza De Ferrari e ha già raccolto, sui social, oltre 4 mila adesioni. L’organizzatore, che si chiama Roberto Revelli ed è un educatore impegnato nel sociale, ha stabilito che le modalità di partecipazione saranno esattamente le stesse di Bologna, ossia: «Nessun insulto, nessun simbolo, nessun partito».

LE SARDINE DI FIRENZE

A Firenze le sardine scendono in piazza il 30 novembre, in occasione della visita del leader leghista per l’apertura della campagna elettorale (per le amministrative) in Toscana. A guidare la manifestazione il 21enne Bernard Dika, di origini albanesi con un passato da militante nel Partito democratico.

LE SARDINE DI TORINO

La manifestazione di Torino non ha ancora una data, ma ha già raccolto l’adesione di oltre 20 mila persone. Uno degli organizzatori, Paolo Ranzani, sull’argomento ha dichiarato: «Agite di testa e non di pancia, distinguetevi. Non cercate di ragionarci, vi porterebbe nel campo dell’ignoranza. A tutti gli altri: grazie, siete delle sardine bellissime».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La marcia delle Sardine

Il movimento su Facebook: «Circa 40 piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo». Poi la denuncia: «Veniamo diffamati ogni giorno da alcuni media». I prossimi appuntamenti a Reggio-Emilia, Rimini e Parma. Lavori in corso per Firenze e Milano.

Adesso che anche Matteo Salvini vuole andare in mezzo a loro, magari per provocarle, i prossimi appuntamenti delle Sardine – il movimento nato da Mattia Santori, Andrea Garreffa, Roberto Morotti e Giulia Trappoloni, che ha portato in piazza Maggiore a Bologna 12 mila persone a altre 9 mila in piazza Grande a Modena – si annunciano particolarmente “caldi”.

Le piazze fanno paura.Perché sono piene di gente.Perché sono libere.Perché hanno rovinato il tappeto rosso che la…

Posted by 6000sardine on Tuesday, November 19, 2019

«Oggi ci sono circa 40 piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo con la creatività e il sorriso sulle labbra», scrivono su Facebook i promotori, avvertendo però che sui social network «si moltiplicano gli account falsi che approfittano dell’immagine delle Sardine per seminare odio e sminuire il potente messaggio che le piazze stanno lanciando».

Sabato 23 novembre toccherà a Reggio-Emilia, dove è in programma un flash mob sebbene non sia prevista una visita elettorale del leader della Lega. Nella città emiliana il leader del Carroccio ha già fatto tappa il 9 novembre. L’appuntamento è alle 18.30 in Piazza Prampolini, davanti al Municipio, cuore del centro storico reggiano.

Mentre domenica 24 novembre le Sardine si sposteranno a Rimini, dove Salvini inaugurerà una nuova sede della Lega. «La Vecchia Pescheria si trasformerà in una fucina di creatività e resistenza. Sarà arte e libertà, anarchia e potenza, sarà follia e bellezza. Nessuna bandiera, nessun insulto, nessuna violenza. Perché fa più rumore un mare in silenzio che un pirata che urla. Salvini e la sua macchina del marketing hanno già dichiarato che il capitan Pesce Palla verrà in piazza a “conoscere” le sardine. Quindi oltre alla vostra sardina preparate un bel pesce palla da ragalargli. E poi giù di selfie così è contento. Tutto rigorosamente in silenzio. Lui non capirà, ma non importa».

Il 25 novembre sarà la volta di Parma, ma il movomento sta lavorando anche a un flash mob il 30 novembre a Firenze. Si punta anche all’Umbria e sempre su Facebook è spuntata una pagina «Le sardine di Milano». Una data ufficiale ancora non c’è, ma gli aderenti crescono rapidamente. Come quelli di Torino, che si avviano a superare quota 20mila.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Renzi dice che le elezioni consegnerebbero il Paese alla Lega

Il leader di Italia viva torna a parlare in un'intervista al Corsera e manda un messaggio al Pd: «Non credo vogliano andare contro gli interessi dei loro elettori».

«Andare a votare oggi significa regalare a Salvini il Paese, il Quirinale, i pieni poteri. E come se non bastasse significa lasciargli Emilia, Toscana e Lazio». È il messaggio che Matteo Renzi manda ai dem: «Può darsi» – afferma in un’intervista al Corriere della Sera – «che questa sia la decisione autolesionista di parte del gruppo dirigente del Pd. Ma non credo sia l’interesse degli elettori del Pd, oltre che dei cittadini italiani».

«SERVE UN PIANO CHOC PER SBLOCCARE I CANTIERI»

Renzi dice di non temere le elezioni, «ma faremo di tutto per eleggere un presidente della Repubblica non sovranista. Questa è la nostra sfida. E Italia viva la vincerà». Dopo la manovra il governo avrà bisogno di una verifica? «Verifica, tagliando: mi sembrano espressioni vecchie, da prima repubblica e comunque il tema non mi riguarda» – risponde – «noi di Italia viva pensiamo che dopo la manovra serva il piano Italia choc per sbloccare i cantieri, non il rimpasto».

«LE RISORSE CI SONO»

«La situazione italiana è seria» e «noi» – rilancia Renzi – «proponiamo di sbloccare i 120 miliardi di euro che sono fermi nei cassetti attraverso l’utilizzo di procedure straordinarie come abbiamo fatto a Milano con l’Expo». E a chi rileva che queste risorse non ci sono, replica: «Conosco i numeri. Sono pronto a un duello all’americana in tivù o in un centro studi, con chiunque dica che manchino i soldi». Quindi si rivolge a Conte: «Fossi il premier cercherei di valorizzare le idee di Italia viva». L’appello del premier ai gruppi per evitare l’aumento di tasse? «Ben fatto, bravo. Quando lo dicevamo solo noi, in beata solitudine, ci consideravano i pierini della maggioranza».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Biennale di Venezia, Paolo Baratta spera nella proroga

Il governo non ha ancora trovato un accordo per designare il successore alla presidenza dell'ente. La palla ora è in mano al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che deve fronteggiare pressioni e desiderata. Tra i pretendenti, Evelina Christillin, Stefano Boeri e Roberto Cicutto.

Come per Invitalia, Sace, le autorità per le Tlc e la Privacy, l’Auditorium di Roma e altre numerose società pubbliche, si avvia verso una proroga anche la presidenza della Fondazione Biennale di Venezia, tre le più importanti e internazionali istituzioni culturali del Paese. 

NESSUN ACCORDO PER DESIGNARE UN SUCCESSORE

Il governo, che in questo momento per la verità ha ben altre gatte da pelare, non è stato ancora in grado di trovare all’interno della maggioranza che lo sostiene un accordo per designare il successore di Paolo Baratta, per due mandati presidente dell’ente veneziano e ora per legge non più ricandidabile. Se ne occuperà, come spesso capita, all’ultimo momento? Difficile che ciò accada. Più facile invece ricorrere a una soluzione all’italiana, ovvero quella della prorogatio

PRESSING SU DARIO FRANCESCHINI

Così, salvo sorprese dell’ultima ora, la Biennale resterà almeno per un altro anno sotto la saggia e abile guida di uno dei più stimati commis di Stato, già pluriministro in governi della Prima Repubblica e in terra veneta sostenuto con decisione dal sindaco di Venezia di area forzista Luigi Brugnaro, e dal presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia. Tuttavia sono in molti che scalpitano per la prestigiosa presidenza e premono soprattutto sul ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, affinché inizi una procedura complessa che prevede, dopo la designazione del ministro, il via libera del Consiglio dei ministri e il parere delle competenti commissioni di Camera e Senato.

I PRETENDENTI: DA CHRISTILLIN A BOERI E CICUTTO

In fondo, dicono i pretendenti, il rapporto della Biennale con Baratta (che ha appena compiuto 80 anni) è già durato abbastanza. L’economista che fu tra l’altro vicepresidente del Nuovo banco ambrosiano e dell’Abi, è stato infatti per ben due volte e in periodi diversi alla guida dell’istituzione lagunare. La prima dal 1998 al 2001, su indicazione di Walter Veltroni, all’epoca ministro dei Beni culturali del governo Prodi. La seconda dal 2008 a oggi, nonostante il governo Berlusconi avesse dato indicazione per sostituirlo con Giulio Malgara. Ora la palla è in mano a Franceschini, che deve fronteggiare pressioni e desiderata di quanti ambiscono a quella poltrona a Ca’ Giustinian. Che fa gola, per esempio, a Evelina Christillin, regista delle olimpiadi torinesi poi presidente del Teatro Stabile della città e ora dell’Enit, a Stefano Boeri, il fiammeggiante architetto di area piddina padre del milanese Bosco verticale, e a Roberto Cicutto, presidente dell’Istituto Luce e già fondatore della casa di distribuzione cimematografica Mikado. Più altri esperti di arte, musica e  cinema che al ministero occhi indiscreti in vista della scadenza segnalano agitarsi.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

«Eccoci», quel vecchio titolo dell’Unità che serve al Pd

Dopo la svolta a sinistra di Zingaretti, il partito deve seminare senza avere fretta, rimanendo attento al disagio sociale, al lavoro e ai diritti civili. Solo così riconquisterà il suo popolo.

Vedremo presto se la svolta a sinistra del Pd porterà i suoi frutti nei prossimi sondaggi.

L’assemblea di Bologna ha avuto una buona stampa e univocamente è sembrato a tutti gli osservatori che il Pd di Nicola Zingaretti, ma con alla regia Gianni Cuperlo, abbia voluto lanciare un segnale forte all’Italia che ha votato a sinistra e che tuttora vota a sinistra.

Avrei aggiunto ai punti sui diritti civili – cioè l’ abolizione delle leggi Salvini e l’approvazione di quelle favorevoli agli immigrati – un bel pacchetto di misure per il lavoro, a cominciare da emendamenti che rendano più forte l’iniziativa sullo scudo fiscale. Tuttavia penso che questo accadrà.

MATTEO RENZI PUÒ RAGGIUNGERE UN 4-5% CON ITALIA VIVA

Tutto a posto, dunque? Ovviamente no, il passaggio che aspetta il Pd è quello più difficile ora. Si tratta di tradurre in iniziative sul territorio e in organizzazione di eventi politici tutto quel ben di dio di intenzioni e di ragionamenti operosi. Come si diceva una volta, ora tocca alla prassi. Le polemiche di Matteo Renzi e dei renziani contano poco. È lui che se ne è andato, e con lui che sono andati via gli e le esponenti del Pd che più sono state premiate/i dalla sua gestione, tutti loro vorrebbero fare un rassemblement di destra-sinistra.

Se a Renzi riesce di prendere un po’ di voti a destra è grasso che cola. Non accadrà

Vedo un po’ debole il fianco sinistro, ma se gli riesce di prendere un po’ di voti a destra è grasso che cola. Non accadrà. La destra ha già casa sua, ne ha addirittura tre. Il fascino renziano dovrebbe accecare l’ala più moderata della destra e quella più moderata della sinistra. A occhio e croce stiamo parlando di un 4-5% elettorale, da non buttar via, che tuttavia non cambierà la fisionomia politica del Paese.

A DESTRA SOLO ODIO, IL PD DEVE RICOSTRUIRE SENZA FRETTA

Il Pd, invece, deve radicalizzare in modo netto, senza ricorrere al stigma del fascismo, la propria contrapposizione a una destra che le uniche idee le prende dal mercato dell’usato, che è tornata a tuonare contro neri e migranti, che è piena di giornalisti che nei talk show fanno a gara a dire stronzate. È in atto la più straordinaria operazione di brutalizzazione della politica. Se non ci fossero Maurizio Crozza e altri comici a far sorridere ci sarebbe da preoccuparsi ad ascoltare un mare di menzogne e una quantità belluina di incitamenti all’odio. Credo che arriverà un tempo in cui la destra pagherà questa stagione di follia.

L’intervento del segretario nazionale del Partito democratico Nicola Zingaretti alla convention del Pd a Bologna il 17 novembre.

Il Pd deve essere tutt’altra cosa. Fermo, rigorosamente legato alle istituzioni, movimentista di fronte al disagio sociale e nelle lotte per la difesa delle fabbriche (a cominciare dall’Ilva), deve insomma seminare senza avere fretta. Non sappiamo se il raccolto toccherà al Pd che Zingaretti e Cuperlo hanno riportato a sinistra o a un altro soggetto del tutto nuovo. È fondamentale che l’impressione di questi giorni si consolidi. Vi ricordate il bellissimo titolo che fece il capo-redattore del l’Unità Carlo Ricchini nel numero del quotidiano che accolse gli operai per la grande manifestazione e che Enrico Berlinguer aveva tra le mani? Diceva semplicemente: «Eccoci». Non dimenticatelo, diceva solo «eccoci». Era tanta roba allora, lo è di più oggi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Salvini è indagato per il caso Open Arms

Secondo Repubblica, le ipotesi di reato sono sequestro di persona e omissione d'atti d'ufficio. L'allora ministro si oppose allo sbarco di 164 migranti. Otto mesi fa il caso Diciotti, quando il leader leghista fu salvato dal parlamento (e dal M5s).

Matteo Salvini è indagato per il caso Open Arms. Secondo quanto riporta Repubblica, la procura di Agrigento ha aperto un fascicolo sul leader leghista, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno, con le ipotesi di reato di sequestro di persona e omissione d’atti d’ufficio. I pm hanno passato il fascicolo alla Dda di Palermo, che ha il compito di verificare le ipotesi di reato – può confermarle, riformularle o chiedere l’archiviazione – prima del giudizio del tribunale dei ministri. Parlamento permettendo. La vicenda risale ad agosto, quando 164 migranti salvati in zona Sar libica furono costretti a restare per 20 giorni sulla nave umanitaria in mare, a mezzo miglio da Lampedusa.

A MARZO IL PARLAMENTO NEGÒ L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE

«L’Autorità pubblica aveva consapevolezza della situazione d’urgenza e il dovere di porvi fine ordinando lo sbarco delle persone», scrisse allora la procura di Agrigento. Che prima del caso Open Arms indagò Salvini per una vicenda simile, quella della Diciotti. In quell’occasione, il leader leghista fu salvato dal parlamento, che negò l’autorizzazione a procedere.

Il M5s voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini

Mario Giarrusso (M5s) sul caso Diciotti

Era marzo 2019 e il Carroccio governava col Movimento 5 stelle, che prese le parti del ministro: «Annuncio con orgoglio», disse il Aula il senatore Mario Giarrusso, «che il Movimento 5 stelle, dopo aver condiviso con i cittadini e i propri iscritti questa decisione, voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini». Otto mesi più tardi, gli equilibri a Palazzo Chigi sono cambiati. E non è detto che, se il caso Open Arms dovesse arrivare in parlamento, l’epilogo sarà lo stesso.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Salvini è indagato per il caso Open Arms

Secondo Repubblica, le ipotesi di reato sono sequestro di persona e omissione d'atti d'ufficio. L'allora ministro si oppose allo sbarco di 164 migranti. Otto mesi fa il caso Diciotti, quando il leader leghista fu salvato dal parlamento (e dal M5s).

Matteo Salvini è indagato per il caso Open Arms. Secondo quanto riporta Repubblica, la procura di Agrigento ha aperto un fascicolo sul leader leghista, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno, con le ipotesi di reato di sequestro di persona e omissione d’atti d’ufficio. I pm hanno passato il fascicolo alla Dda di Palermo, che ha il compito di verificare le ipotesi di reato – può confermarle, riformularle o chiedere l’archiviazione – prima del giudizio del tribunale dei ministri. Parlamento permettendo. La vicenda risale ad agosto, quando 164 migranti salvati in zona Sar libica furono costretti a restare per 20 giorni sulla nave umanitaria in mare, a mezzo miglio da Lampedusa.

A MARZO IL PARLAMENTO NEGÒ L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE

«L’Autorità pubblica aveva consapevolezza della situazione d’urgenza e il dovere di porvi fine ordinando lo sbarco delle persone», scrisse allora la procura di Agrigento. Che prima del caso Open Arms indagò Salvini per una vicenda simile, quella della Diciotti. In quell’occasione, il leader leghista fu salvato dal parlamento, che negò l’autorizzazione a procedere.

Il M5s voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini

Mario Giarrusso (M5s) sul caso Diciotti

Era marzo 2019 e il Carroccio governava col Movimento 5 stelle, che prese le parti del ministro: «Annuncio con orgoglio», disse il Aula il senatore Mario Giarrusso, «che il Movimento 5 stelle, dopo aver condiviso con i cittadini e i propri iscritti questa decisione, voterà convintamente affinché il governo non debba rispondere di un’azione compiuta nell’interesse dello Stato e dei cittadini». Otto mesi più tardi, gli equilibri a Palazzo Chigi sono cambiati. E non è detto che, se il caso Open Arms dovesse arrivare in parlamento, l’epilogo sarà lo stesso.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Da Scajola a Fini, fino a Trenta: i guai immobiliari dei politici

Lo scandalo che ha coinvolto l'ex ministra della Difesa è l'ultimo di una lunga serie. Una carrellata.

C’è un filo rosso che lega legislature ed esecutivi dalla Prima alla Seconda Repubblica. E che non è stato spezzato nemmeno dal governo del cambiamento: il filo rosso degli scandali – o presunti tali – nati sulle case dei ministri e di politici. La vicenda portata alla luce dal Corsera che coinvolge l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta è infatti soltanto l’ultima di una lunghissima serie di casi – e di case – imbarazzanti.

LEGGI ANCHE: La procura militare indaga sulla casa di Roma dell’ex ministra Trenta

IN PRINCIPIO FU DE MITA

Questo filo rosso comincia a dipanarsi proprio dalla Prima Repubblica: nella centralissima via in Arcione, a Roma, nel settecentesco Palazzo Gentili del Drago. Agli ultimi piani dell’immobile di proprietà dell’Inpdai, l’istituto di previdenza dei dirigenti d’azienda, abitò in affitto dal 1988 (subito dopo essere divenuto presidente del Consiglio) Ciriaco De Mita. L’appartamento causò al leader democristiano una serie infinita di grane: fu accusato di godere di un canone agevolato, poi nel 1993 scoppiò lo scandalo di lavori miliardari per la messa in sicurezza dell’appartamento che, si disse, furono effettuati con i fondi del Sisde. Nel 2011 la famiglia De Mita acquistò l’immobile e anche in quell’occasione ci fu chi contestò aspramente il prezzo pagato, ben al di sotto – era l’accusa – del valore di mercato.

DA D’ALEMA A VELTRONI FINO A CALDEROLI

Quella di De Mita fu solo l’anticipazione dell’Affittopoli romana scoppiata negli Anni 90 che coinvolse anche Massimo D’Alema. L’allora segretario Pds occupava un immobile dell’Inpdap a Porta Portese, pagando un affitto calmierato di 633 mila lire al mese (in seguito si parlò di canoni più elevati, circa 1 milione di lire). D’Alema, benché sostenne sempre di aver occupato la casa in modo legittimo e senza favoritismi, dovette lasciarla. Durante il Maurizio Costanzo Show dichiarò: «Il segretario di un grande partito popolare non può esporsi al sospetto». D’Alema non fu l’unico politico coinvolto. Walter Veltroni finì nel mirino per un appartamento che suo padre Vittorio aveva affittato nel 1946 dall’Inpdai. Walter Veltroni ci tornò nel 1994 e, quando scoppiò Affittopoli, chiese un adeguamento del canone: 1 milione di lire al mese. Ma i giornali non mollarono l’osso. Nel 2012 Libero scrisse infatti che Veltroni era riuscito ad acquistare l’appartamento a meno di 2 mila euro al metro quadrato, «contro i 5.700 che chiedono oggi nella stessa via».

L’AFFITTO POPOLARE DI RENATA POLVERINI

Partito che vai, affitto agevolato che trovi. Nel 2011 era stata la volta di Renata Polverini, allora governatrice della Regione Lazio. Per 15 anni (dal 1989 al 2004) aveva abitato con l’allora marito Massimo Cavicchioli in una casa popolare dell’Ater a San Saba, poco lontana dal Circo Massimo. Zona di lusso, ma canone irrisorio: 380 euro al mese, poi maggiorato per effetto delle sanzioni elevate agli abusivi. Cavicchioli risultava infatti «occupante abusivo non sanabile» dalla morte nel 1989 della reale titolare del contratto, la nonna, e le sue entrate non gli consentirono di vivere nell’alloggio popolare. Fu sfrattato nel 2013.

CALDEROLI E LA VISTA SUL GIANICOLO

Sollevò un caso nel 2012 anche l’appartamento affittato da Roberto Calderoli al Gianicolo, che risultò pagato con i rimborsi elettorali della Lega Nord.

LA BAT-CASA DI MORATTI JR

Nel 2013 si concluse invece con un patteggiamento (condanna a sei mesi e 4 mila euro di ammenda, convertita in 49 mila euro di multa) la vicenda che i giornali ribattezzarono «casa di Batman». Al centro dello scandalo condotte riconducibili a Gabriele Moratti, figlio della ex sindaca di Milano Letizia. Come accertarono i giudici aveva trasformato un capannone industriale alla periferia di Milano in una lussuosa abitazione ispirata appunto al quartiere generale dell’uomo pipistrello.

FINI E I GUAI DI MONTECARLO

Come non ricordare poi Gianfranco Fini e lo scandalo scoppiato nel 2010 intorno all’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza nazionale dalla contessa Anna Maria Colleoni, morta nel 1999. L’appartamento era stato venduto nel 2008 per 300 mila euro a una offshore, Printemps, che lo rivendette per 330 mila euro a una società anonima dei Caraibi, la Timara Limited. In seguito, venne affittato a Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini. Indagini su paradisi fiscali in cui risultò coinvolto anche il re delle slot Francesco Corallo contribuirono a fermare la carriera politica di Fini.

CON SCAJOLA COMINCIA LA SAGA DELL’«A MIA INSAPUTA»

Poi ci fu la casa «a sua insaputa» di Claudio Scajola. Un appartamento di 210 metri quadri con vista sul Colosseo nel pieno centro di Roma, che era costato all’allora ministro dello Sviluppo economico l’accusa di finanziamento illecito. Secondo i pm, l’imprenditore romano, Diego Anemone  – coinvolto in alcune inchieste sui lavori per il G8 della Maddalena – pagò, attraverso l’architetto Angelo Zampolini, parte della somma versata da Scajola (1,1 milioni di euro su di un totale di 1,7) per l’acquisto dell’immobile, finanziando anche di tasca propria 100 mila euro per la ristrutturazione. Lo scandalo finì per costare al potente rappresentante di Forza Italia (all’epoca tra i papabili per la successione a Silvio Berlusconi) la poltrona da ministro. Scajola venne poi assolto con formula piena per mancanza di dolo: per i giudici era davvero inconsapevole delle donazioni effettuate a suo favore dal costruttore.

NEI GUAI ANCHE I PROFESSORI DEL GOVERNO MONTI

Nemmeno il governo dei tecnici di Mario Monti si è salvato. L’agenzia Bloomberg svelò che nel 2004 l’allora ministro dell’Economia Vittorio Grilli comprò un appartamento ai Parioli a un prezzo che, secondo l’agenzia di stampa, era inferiore al suo valore di mercato: 1.065.000 euro. Dal divorzio di Grilli dalla moglie vennero fuori imbarazzanti notizie su presunti conti offshore. «Tutti conti in chiaro. Dichiarati. Su cui ho pagato tutte le tasse», replicò l’ex ministro al Sole 24 Ore. Anche Filippo Patroni Griffi, titolare del dicastero della Funzione pubblica nell’esecutivo dei tecnici finì nell’occhio del ciclone per un appartamento di proprietà dell’Inps pagato a prezzi ben al di sotto di quelli di mercato: 177 mila euro per una casa di 100 metri quadrati vicina al Colosseo. «Ma era cadente, con l’eternit sui tetti. Ho trovato il mio appartamento col cesso posto sul balconcino. Questo era il grande palazzo», si difese.

COSÌ JOSEFA IDEM PERSE IL MINISTERO

Un’altra casa fu all’origine delle dimissioni di Josefa Idem ministro delle Pari opportunità, Sport e Politiche giovanili del governo Letta. Il 19 giugno 2013 Il Fatto quotidiano pubblicò documenti dai quali si evinceva che sulla Idem pendessero quattro anni di Ici non pagata e presunte ristrutturazioni abusive. Dopo sei giorni di passione, sotto l’attacco soprattutto del Movimento 5 stelle (Beppe Grillo sul proprio blog scrisse: «Portare una canoista al governo, un po’ tedesca, è da scemi più che di sinistra»), la ministra capitolò, rassegnando le dimissioni. Mentre, sul versante erariale, la sportiva si mise in regola versando allo Stato i circa 3 mila euro dovuti.

DI PIETRO E L’INCHIESTA DI REPORT

Un presunto scandalo immobiliare, che si sciolse poi come neve al sole, costò caro ad Antonio Di Pietro, leader di Italia dei Valori. Nel novembre 2012 Report presentò un elenco di 45 proprietà sostenendo che fossero state acquistate con i soldi dei rimborsi elettorali. L’ex magistrato smontò tutte le accuse, alcune a dir poco pretestuose (45 proprietà non erano da intendersi unitarie, ma come beni accatastati facenti parte dello stesso complesso, spesso dal valore irrisorio, che andavano da porcilaie a terreni agricoli).

TAVERNA E DESSÌ: I CASI NEL M5S PRIMA DI TRENTA

Nemmeno i 5 stelle sono stati immuni da casi simili. La prima a inciampare è stata Paola Taverna. Dal 1994 la madre della senatrice pentastellata viveva in un alloggio popolare dell’Ater, a Roma est. Repubblica scoprì che la signora di fatto era abusiva, non essendo in possesso dei requisiti per l’assegnazione. Alla fine il Tar ha rigettato il ricorso presentato dalla famiglia e la donna ha dovuto lasciare la casa. Poi stato il turno di Emanuele Dessì, oggi senatore del Movimento 5 stelle che, in piena campagna elettorale fu travolto non solo dallo scandalo legato a un video in cui lo si vedeva assieme a un membro del clan di Ostia degli Spada, e dall’imbarazzo per un suo post su Facebook in cui si vantava di aver «menato un ragazzo rumeno», ma anche da una vicenda riguardante la casa popolare che occupava dietro locazione mensile di appena 8 euro, come documentò la trasmissione Piazza Pulita. «Ho una casa popolare perché sono una persona povera, perché il mio lavoro non mi porta reddito, non ho conto in banca, non ho auto», spiegò. E proprio Dessì è stato tra i primi grillini a scagliarsi contro Trenta: «Anche io conduco una vita di relazioni ma vivo in 50 metri quadri». Poi ad Adnkronos ha aggiunto: «Mi dispiace essere come al solito tirato in ballo a sproposito, perché io non credo sia la stessa cosa detenere un appartamento popolare con pieno titolo da anni, come ho ampiamente dimostrato, forte della sentenza di un Tribunale».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it