Oggi, mercoledì 15 aprile, è in programma a Parigi un vertice militare per la pianificazione dello sminamento dello stretto di Hormuz, a cui parteciperanno diversi Paesi, tra cui l’Italia (con uno staff della Marina militare). Da quanto filtra al momento non c’è nulla di stabilito e un’eventuale missione potrebbe partire solo dopo la cessazione delle ostilità tra Iran e Stati Uniti (e Israele) e dopo aver verificato le condizioni per un intervento. Lo sminamento di Hormuz costituisce la parte centrale di un piano più ampio dei Paesi europei (promosso da Regno Unito e Francia) per riaprire lo stretto senza coinvolgere gli Stati Uniti, che prevede anche l’evacuazione delle navi bloccate e il successivo pattugliamento con scorte militari. Lo scrive il Wall Street Journal.
Donald Trump continua a fare pressione sull’Iran: il presidente Usa ha affermato di ritenere che la guerra sia «molto vicina alla fine» e ha confermato la possibilità di nuovi colloqui in Pakistan, escludendo una proroga del cessate il fuoco, in scadenza il 21 aprile. Per convincere Teheran, il capo della Casa Bianca si prepara inoltre a un’altra mossa: l’invio di migliaia di soldati in Medio Oriente. Lo scrive il Washington Post, citando funzionari Usa.
Donald Trump (Ansa).
Il Pentagono è pronto a inviare 10.200 soldati entro fine mese
Il Pentagono è pronto a inviare nella regione, già nei prossimi giorni, 6 mila soldati a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e di diverse navi da guerra di scorta. A fine mese si dovrebbero poi aggiungere altri 4.200 soldati, appartenenti al Boxer Amphibious Ready Group e alla task force dei Marines imbarcata, l’11th Marine Expeditionary Unit. Totale 10.200 militari, che andranno ad aggiungersi ai circa 50 mila già impegnati, secondo il Dipartimento della Difesa, nelle operazioni contro l’Iran.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita diverse fonti, in Europa si sono intensificate le discussioni su un piano informale per garantire la possibilità di difendersi utilizzando le strutture militari esistenti della Nato in caso di ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza atlantica, paventato a più riprese da Donald Trump. Il piano, sottolinea il Wsj, non punta a sostituire la Nato, ma a rafforzarla in chiave più europea.
Simbolo della Nato (Ansa).
L’accelerata dopo il cambiamento di posizione della Germania
Il fattore chiave che ha innescato le discussioni è stato il cambiamento di posizione di Berlino. La Germania, contraria a un approccio unilaterale e all’idea, promossa dalla Francia, di una maggiore autonomia europea in materia di difesa, sotto la guida di Friedrich Merz ha iniziato a dubitare dell’affidabilità degli Stati Uniti come alleato. In particolare dopo certe affermazioni di Trump su Ucraina e Russia, in cui il tycoon sembrava confondere la vittima con l’aggressore.
Cosa prevederebbe il piano di riserva per la Nato senza gli Usa
I funzionari che stanno lavorando al piano di riserva, spiega il Wsj, mirano a coinvolgere un maggior numero di europei nei ruoli di comando e controllo della Nato e a integrare le risorse militari statunitensi con quelle del Vecchio Continente. Tra le questioni pratiche figurano la gestione dei sistemi di difesa aerea e missilistica della Nato, i corridoi di trasporto delle forze verso la Polonia e i Paesi baltici, la logistica e le grandi esercitazioni regionali in caso di ritiro delle truppe Usa. I funzionari sono inoltre determinati a mantenere l’affidabilità dello scudo nucleare.
Esercitazione Nato (Ansa).
L’attuazione sarà difficile: l’intera architettura Nato dipende dagli Usa
Preservando al contempo la deterrenza verso la Russia e la continuità operativa dell’alleanza. Questo l’obiettivo del piano “di riserva”: tra le misure in discussione ci sono anche il rafforzamento della produzione militare, lo sviluppo di nuove tecnologie e, per alcuni Paesi, il ritorno alla leva obbligatoria. Il Wall Street Journal osserva che l’attuazione del piano sarà difficile, visto che l’intera architettura Nato dipende dagli Usa. La carica di Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, ad esempio, è tradizionalmente ricoperta da un rappresentante degli Stati Uniti. E Washington non ha alcuna intenzione di rinunciarvi.
Nuovo attacco di Trump al Papa. Dopo averlo definito debole sul piano della politica estera, accusandolo di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», il tycoon torna a tuonare contro Leone XIV: «Qualcuno può per favore dirgli che l’Iran ha ucciso almeno 42 mila manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi, e che per l’Iran possedere una bomba nucleare è assolutamente inaccettabile? Grazie per l’attenzione. L’America è tornata», ha scritto in un post su Truth. Il pontefice non ha ancora replicato.
Intervistato dalla conduttrice di Fox News Maria Bartiromo, Donald Trump ha detto che il conflitto con l’Iran è «molto vicino alla fine», anticipando la possibilità di un nuovo round di colloqui tra Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, questa settimana o all’inizio della prossima. In tale ottica, il presidente Usa ha aggiunto che, in questo momento, non sta pensando a una proroga del cessate il fuoco con l’Iran, in scadenza il 21 aprile.
Trump: «Se attaccassimo ora ci metterebbero 20 anni a ricostruire»
Trump ha inoltre detto che un eventuale attacco diretto contro l’Iran avrebbe avuto conseguenze devastanti per la Repubblica Islamica: «Se partissimo in questo momento esatto, ci metterebbero 20 anni a ricostruire il loro Paese». Così sui nuovi colloqui che si dovrebbero tenere a Islamabad: «Potrebbe finire bene o male, ma penso che un accordo sia meglio perché poi potranno ricostruire». Teheran, ha aggiunto, adesso è «determinata a raggiungere un’intesa». Quanto agli attacchi già avvenuti, Trump ha dichiarato: «Ho dovuto cambiare direzione perché se non lo avessi fatto oggi avremmo un Iran con l’arma atomica e se l’avessero avuta oggi chiameremmo tutti in quel Paese ‘signori’ e non credo che lo vogliamo».
JD Vance (Ansa).
Il vicepresidente Vance: «Trump vuole un grande accordo con l’Iran»
Dovrebbe essere di nuovo il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, a guidare la delegazione Usa se ci sarà un secondo round di colloqui con l’Iran dopo quelli dello scorso fine settimana a Islamabad. Lo anticipa la Cnn, citando fonti stando alle quali a un eventuale secondo incontro dovrebbero essere presenti anche l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e Jared Kushner, genero del tycoon. «Il motivo per cui l’accordo non è stata ancora raggiunto sta nel fatto che il presidente vuole davvero un’intesa per cui l’Iran non abbia armi nucleari», ha dichiarato Vance. Trump, ha sottolineato, «non vuole con Teheran un “piccolo accordo”, ma “il grande accordo”».
Pochi gruppi demografici sono stati più importanti dei cattolici per il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che nel 2024 ha ottenuto tra il 55 e il 59 per cento dei loro voti, quando di solito i candidati alla presidenza si spartiscono equamente le preferenze di questa porzione di elettorato. Eppure, con le durissime accuse lanciate a Papa Leone XIV, The Donald sta facendo di tutto per alienarsi i favori dei cattolici, che già nel 2016 gli avevano perdonato un battibecco con Francesco. Ma questa volta lo scontro tra Casa Bianca e Vaticano rischia di far sbandare il presidente Usa. Anche perché Prevost è il primo pontefice statunitense della storia e, anche per questo, al di là dell’Atlantico gode di grande popolarità e non solo tra i cattolici.
Cristiani repubblicani sostenitori di Trump (Ansa).
L’attacco a Leone XIV e la replica del pontefice
Questo non ha impedito a Trump di attaccare duramente Leone XIV. Prima lo ha accusato di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», poi lo ha definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», infine ha chiarito che senza di lui alla Casa Bianca non sarebbe mai stato eletto sul soglio di Pietro. «Dovrebbe darsi una regolata e smettere di essere un politico, sta danneggiando la Chiesa cattolica», ha tuonato il presidente. Sull’aereo che lo stava portando in Algeria, il Papa ha detto di non temere l’Amministrazione Trump né di aver intenzione di «fare un dibattito» con il capo della Casa Bianca. Successivamente The Donald, raggiunto dal Corriere della Sera, ha rincarato la dose, affermando che Prevost «non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo» e che l’Iran rappresenta una minaccia nucleare.
Leone XIV (Ansa).
Per Vance il Vaticano «deve attenersi alle questioni morali»
Parole dure che sono state duramente criticate dal vescovo Robert Barron, membro della Commissione per la libertà religiosa. Barron ha definito il post di Trump «del tutto inappropriato e irrispettoso», aggiungendo che «il presidente deve delle scuse al Papa».
The statements made by President Trump on Truth Social regarding the Pope were entirely inappropriate and disrespectful. They don’t contribute at all to a constructive conversation. It is the Pope’s prerogative to articulate Catholic doctrine and the principles that govern the…
Il duro attacco di The Donald al pontefice è stato condannato persino dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ma non da JD Vance – convertitosi al cattolicesimo in età adulta – il quale parlando a Fox News ha detto che il Vaticano «si dovrebbe attenere alle questioni morali». E Giorgia Meloni, donna, madre, cristiana e grande amica di Trump? Dopo un silenzio prolungato, è arrivato anche il commento della premier italiana: «Trovo inaccettabili le parole del presidente Usa. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica, è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». Una presa di posizione che Trump non ha gradito, come ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera: «Mi sbagliavo su di lei».
Nel 2016 l’attrito con Bergoglio
Non è la prima volta che Trump sfida Oltretevere. All’inizio del 2016, durante la corsa alla nomination repubblicana, ebbe un breve scontro con Francesco che aveva criticato la stretta migratoria Usa poco prima di visitare il confine col Messico. Trump definì Bergoglio «una persona molto politicizzata». Il pontefice argentino a quel punto ricordò a Trump che non era cristiano «concentrarsi sulla costruzione di muri anziché di ponti». Parole che il tycoon definì «vergognose», dicendosi certo che, in caso di un attacco dell’Isis al Vaticano, Bergoglio avrebbe desiderato che Trump fosse alla Casa Bianca. Tra lo stupore degli analisti, The Donald uscì indenne – se non rafforzato – da quella disputa e qualche mese dopo riuscì a ottenere la presidenza degli Stati Uniti.
Donald Trump (Ansa).
Come sottolinea la Cnn, lo scontro di 10 anni fa non fece molto scalpore e si concluse con la stessa rapidità con cui era iniziato. Trump successivamente cercò di appianare le divergenze: definì il pontefice «un uomo meraviglioso», suggerendo che il commento del Papa su muri e ponti non fosse poi così critico nei suoi confronti. Un raro passo indietro da parte di The Donald, che notoriamente ama lo scontro con i suoi detrattori.
Da Francesco a Leone: perché questa volta è diverso
Lo scontro con Leone XIV potrebbe invece avere strascichi più pesanti. Nessuno dei due capi di Stato sembra intenzionato a fare marcia indietro. «Io parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra», ha sottolineato Prevost. Se Francesco aveva criticato indirettamente le politiche migratorie di Trump, il suo successore è stato molto più diretto, facendo nomi e cognomi, sia su questo tema (a ottobre 2025, poco dopo l’elezione, il pontefice aveva definito «disumana» la politica Usa sui migranti) sia sulla guerra e sull’operazione in Venezuela che ha rimosso Nicolas Maduro. Lo scontro tra i due poi è sottotraccia in atto da mesi. Sui rapporti già ai minimi termini ha poi pesato l’immagine blasfema postata da Trump su Truth, che lo ritraeva come un Messia in grado di guarire i mali del mondo. Dopo averla rimossa, il presidente americano ha provato a salvarsi in corner sostenendo che l’immagine in realtà lo rappresentava «come un medico che fa del bene agli altri».
Il paragone tra Trump e Cristo salvatore è ricorrente nella narrativa MAGA. Il commander in chief era già stato paragonato a Gesù dalla sua consigliera spirituale, la telepredicatrice Paula White-Cain, nominata a capo dell’Ufficio della Fede alla Casa Bianca, istituito per promuovere i valori cristiani e la libertà religiosa. La firma del relativo ordine esecutivo fu celebrato con una foto da “Ultima Cena” nello Studio Ovale, con Trump nella posizione – tanto per cambiare – di Gesù.
Sempre a proposito di protagonismo a tinte religiose, in vista del conclave che ha eletto Prevost, dopo aver scherzato (chissà…) sul fatto di vedere se stesso come «prima scelta», Trump sui social si era ritratto come Papa. Novello Messia o aspirante pontefice, ma in ogni caso benedetto dal Signore. Un dio che, sempre secondo la vulgata MAGA, lo ha salvato pure dalla pallottola a Butler.
Paula White compares Trump to Jesus during event with faith leaders: "You were betrayed and arrested and falsely accused. It's a familiar pattern that our Lord and Savior showed us. Because of His resurrection, you rose up." pic.twitter.com/Ddc8hflU34
Tornando alla diatriba col Vaticano c’è infine un altro “piccolo” particolare, ovvero il fatto che Leone XIV è il primo Papa statunitense: è logico supporre che negli Usa la figura di Prevost sia più influente rispetto a quella dei pontefici del passato e non solo per i cattolici. Gli ultimi sondaggi suggeriscono che il Papa gode di un’enorme popolarità tra i suoi connazionali, mentre Trump si trova in un momento di crisi politica, con indici di gradimento che in alcune rilevazioni recenti sono scesi sotto il 30 per cento. È probabile che la maggior parte dell’elettorato MAGA non si farà influenzare dalla “faida” Trump-Leone. Tuttavia, The Donald non può rischiare di perdere altri elettori in questo momento, con una guerra in corso e in vista delle midterm.
«Non vuole aiutarci nella guerra, sono scioccato». Lo ha detto Donald Trump raggiunto telefonicamente dal Corriere della Sera, riferendosi a Giorgia Meloni. Che, dopo qualche tentennamento, ha condannato l’attacco rivolto dal presidente Usa a papa Leone XIV. Poi il tycoon ha rincarato la dose: «Piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».
Leone XIV e Giorgia Meloni (Imagoeconomica/Vatican Media).
Meloni ha definito «inaccettabili» le parole di Trump contro Leone XIV
«Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra», aveva detto Meloni stigmatizzando le affermazioni del tycoon, che aveva definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera» il pontefice, il quale gli aveva risposto a tono. Successivamente la premier ha aggiunto: «Quando non si è d’accordo con un alleato bisogna dirlo. Non mi sentirei a mio agio in una società dove i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Le parole di Trump sono inaccettabili, ho espresso la mia solidarietà al papa». Inoltre il governo italiano, come ha fatto sapere la presidente del Consiglio, «in considerazione della situazione attuale», ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele. Un’altra mossa che certo non deve essere piaciuta a The Donald.
«In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele». Lo ha annunciato Giorgia Meloni: il Memorandum non è stato dunque rinnovato per altri cinque anni a partire dal 13 aprile: ecco cosa prevede.
Quando è stato siglato e l’entrata in vigore dell’accordo
Il Memorandum sulla Difesa tra Italia e Israele, siglato il 16 giugno 2003 a Parigi e entrato in vigore l’8 giugno 2005 dopo la ratifica del Parlamento, è un accordo bilaterale quinquennale che prevede la cooperazione appunto tra i rispettivi ministeri della Difesa, inclusi accordi di sicurezza tra l’Esercito italiano e quello israeliano (IDF).
Tra gli aspetti più rilevanti c’è la cooperazione industriale
Il Memorandum di intesa in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa tra Italia e Israele è composto di 11 articoli. Tra gli aspetti più rilevanti c’è quello della cooperazione industriale: che prevede la collaborazione tra aziende dei due Paesi nell’ambito della sicurezza informatica, dell’aeronautica e dei sistemi elettronici.
Soldati israeliani (Imagoeconomica).
L’accordo è stato rinnovato tacitamente ogni cinque anni
L’accordo bilaterale si rinnova tacitamente ogni cinque anni, salvo il recesso di una delle parti. In tal caso cessa di avere efficacia al sesto mese successivo alla sua notifica. Il rinnovo saltato sarebbe stato il quarto: avrebbe esteso gli effetti fino al 2031.
Le critiche al Memorandum sulla Difesa tra Italia e Israele
Da sempre viene contestata la segretezza con cui il Memorandum copre le attività e gli scambi di informazioni tra Italia e Israele, mentre comporta oneri per il bilancio dello Stato. Negli anni più recenti l’accordo è stato oggetto di ulteriori critiche riguardanti la questione etica, visti i bombardamenti di Israele sulla Striscia di Gaza e gli attacchi contro l’Iran. Lo stop al rinnovo del Memorandum arriva nella fase in cui i rapporti tra Roma e Tel Aviv sono al livello più basso per i ripetuti incidenti in cui l’IDF ha attaccato o ostacolato i caschi blu dell’Unifil, di cui l’Italia ha il comando.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha nominato Erin Browne, dirigente senior di Pimco, come sottosegretario al Tesoro per gli Affari internazionali. Lo riporta il Financial Times. Browne guida le strategie di asset allocation di Pimco dal 2018. Se la sua nomina fosse confermata dal Congresso, sarebbe responsabile delle politiche economiche legate al G7 e al G20 – che quest’anno sarà ospitato dagli Stati Uniti – nonché di quelle sulla finanza internazionale, sul debito e sul commercio in generale. Il sottosegretario gestisce anche la partecipazione del Paese al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale. Pimco ha affermato in una nota interna visionata dal Financial Times che Browne «rimarrà pienamente impegnata e collaborerà sia con i clienti che con i colleghi fino al completamento del processo di conferma». Il chief investment officer Daniel Ivascyn e il ceo Manny Roman si sono detti «onorati che continui l’orgoglioso record di Pimco di vedere colleghi selezionati per ricoprire ruoli chiave in cariche pubbliche».
Donald Trump ha respinto la proposta dell’Iran di una sospensione massima di cinque anni dei suoi piani di arricchimento dell’uranio, a fronte dei 20 anni richiesti dalla delegazione Usa nei negoziati che si sono tenuti in Pakistan nel fine settimana, definiti dal tycoon «un fallimento». Lo riporta il New York Times, citando due alti funzionari di Teheran e da uno di Washington.
La conferenza stampa di JD Vance sulla tv pachistana dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).
JD Vance: «La palla è davvero nel loro campo»
Il funzionario americano ha spiegato che gli Stati Uniti hanno anche chiesto all’Iran di rimuovere dal Paese l’uranio altamente arricchito. Teheran, tuttavia, insiste affinché il materiale fissile resti nella Repubblica Islamica e ha controproposto di diluirlo in modo significativo in modo che non possa essere usato per la produzione di un’arma nucleare. Il vicepresidente Usa JD Vance, intervistato da Fox News, ha detto che «la palla è davvero nel loro campo» e che «la grande incognita, d’ora in avanti, è se gli iraniani dimostreranno sufficiente flessibilità».
Donald Trump (Ansa).
Possibili nuovi colloqui in Pakistan prima della fine della tregua
Dopo il no di Trump alla proposta dell’Iran sullo stop all’arricchimento dell’uranio sono comunque iniziate discussioni sull’opportunità di tenere un nuovo ciclo di negoziati in presenza, sempre a Islamabad e prima della fine del cessate il fuoco, anche se non è ancora stato tracciato alcun piano definitivo. «Il Pakistan si è offerto di ospitare un secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad nei prossimi giorni», scrive Associated Press citando due funzionari di Islamabad. La proposta, hanno sottolineato, dipenderà dalla richiesta, da parte di Washington e Teheran, di una sede diversa.
Ventuno ore di negoziati, una sala sfarzosa a Islamabad, un vicepresidente americano che sale sul podio e annuncia il fallimento. JD Vance lascia il Pakistan con un’«offerta finale e migliore» che gli iraniani non avrebbero mai potuto accettare. Non perché siano irragionevoli, ma perché non era un’offerta: era un diktat. Una «classic walk-out move» dal manuale di Trump, come l’ha definita Kamran Bokhari del Middle East Policy Council. Un copione già scritto.
La conferenza stampa di JD Vance dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).
Perché quello tra Usa e Iran non è stato un negoziato
Chiunque abbia dimestichezza con la diplomazia sa come funziona un negoziato reale. Settimane prima del tavolo, gli sherpa delle delegazioni si scambiano documenti, posizioni, linee rosse. Viene costruita una mappa dei punti negoziabili e di quelli inderogabili. A Islamabad non è successo nulla di tutto questo. Washington ha presentato una lista di richieste massimaliste – rinuncia totale al nucleare, smantellamento degli impianti, apertura incondizionata di Hormuz, abbandono dei proxy, restituzione niente – sapendo che Teheran non le avrebbe mai accettate. La delegazione iraniana contava 70 esperti; quella americana si reggeva su Vance e pochi collaboratori. Non è un tavolo, è un’asimmetria progettuale. Trump lo ha detto con la consueta brutalità: «Voglio tutto. Non il 90 per cento, non il 95. Voglio tutto». Non è una posizione negoziale. È la voce del più inaffidabile interlocutore che la comunità internazionale ricordi, un uomo che usa le trattative come copertura logistica mentre i suoi C-17 scaricano marines e armamenti nel Golfo.
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).
Il sospetto di un’invasione di terra imminente
Perché il punto è esattamente questo. La trattativa non è mai stata una trattativa. È diplomazia coercitiva allo stato puro: costruisci un’apparenza di negoziato per guadagnare tempo, riposizioni le forze sul terreno, poi chiudi il teatrino e colpisci. L’analista Claudio Verzola, su Difesa Online, lo ha scritto il 30 marzo scorso con una precisione che oggi suona profetica: incrociando la deadline politica, le fasi lunari, le maree sizigiali e le condizioni meteo, la finestra ottimale per un raid anfibio su Kharg Island – il nodo da cui transita il 90 per cento dell’export petrolifero iraniano – cade nella notte tra il 16 e il 17 aprile. Luna nuova, oscurità totale, alta marea che favorisce i mezzi da sbarco. La USS Tripoli è in teatro con 3.500 marines, la 82ª Aviotrasportata è dispiegata, un secondo gruppo anfibio è in avvicinamento.
Un’immagine satellitare di Kharg island in Iran (Ansa).
Lunedì il CENTCOM ha reso operativo il blocco navaledei porti iraniani e ha chiuso lo Stretto di Hormuz. La luna non mente, le maree non negoziano, e i movimenti di truppe parlano più di qualsiasi conferenza stampa. Quello che Trump non capisce – o finge di non capire, troppo impegnato a trattare le relazioni internazionali come un racket immobiliare – è un principio elementare che il politologo Ted Robert Gurr ha codificato mezzo secolo fa: le popolazioni possono sopportare la privazione più estrema, la miseria, la guerra, ma ciò che le fa rivoltare è la percezione dell’ingiustizia. Non è la sofferenza assoluta a generare resistenza, è lo scarto tra ciò che un popolo crede di meritare e ciò che gli viene imposto. Bombardi per 40 giorni, poi chiedi la resa incondizionata: non stai negoziando, stai cementando il consenso attorno al regime avversario.
Donald Trump (Ansa).
L’arsenale ancora intatto di Teheran
E difatti la maggior parte del mondo islamico – con la parziale eccezione delle monarchie del Golfo, che hanno le loro ragioni per stare zitte – è compatto dietro l’Iran. Anche perché con cosa pretende di negoziare, Washington? L’Iran, nonostante cinque settimane di bombardamenti, dispone ancora di un arsenale che l’intelligence americana stessa, secondo il Wall Street Journal, definisce composto da migliaia di missili balistici nascosti in basi sotterranee a 500 metri di profondità, impenetrabili persino al GBU-57, la bomba anti-bunker più potente dell’arsenale Usa. Il rapporto JINSA del 6 marzo stima che Teheran sia entrata in guerra con circa 2.000 missili a medio raggio e tra 6.000 e 8.000 a corto raggio, cui vanno sommati razzi d’artiglieria, missili cruise e anti-nave, droni per un arsenale complessivo che supera ampiamente le diecimila unità. Israele calcola ancora oltre 1.000 MRBM operativi. E la Cina, secondo indiscrezioni, si preparerebbe a inviare sistemi di difesa aerea. Non è il profilo di un avversario prossimo alla resa.
Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).
L’Europa resta alla finestra nonostante i venti di recessione
E l’Europa? L’Europa sta a guardare mentre la sua economia va in pezzi. Il Brent è schizzato il 13 aprile a 102 dollari con un balzo dell’8 per cento, il WTI ha superato i 104, il gas europeo è salito del 17 per cento. Goldman Sachs avverte che se Hormuz resta chiuso un altro mese, il Brent medierà sopra i 100 dollari per tutto il 2026. La Bce ha già congelato i tagli dei tassi e rivisto al rialzo le stime d’inflazione. La Germania va verso la recessione tecnica, l’Italia la segue. Shell ha avvertito che l’Europa potrebbe restare a corto di carburante già in aprile. Intanto Giorgia Meloni telefona ad Al Sisi per esprimere «sostegno ai negoziati». Pigola. L’Italia avrebbe bisogno di una voce che pesi sui tavoli che contano, non di comunicati stampa da Palazzo Chigi che sembrano esercizi di calligrafia diplomatica.
Lo scontro con Papa Leone XIV
L’unico che ruggisce davvero è il Papa, che di nome fa Leone e di fatto lo dimostra. Ha definito «inaccettabile» la minaccia di Trump di cancellare una civiltà intera. Ha denunciato il «delirio di onnipotenza» durante la veglia per la pace in San Pietro. Ha detto ai fedeli americani di alzare il telefono e chiamare i loro congressisti per chiedere la fine della guerra. E così Trump lo ha attaccato, definendolo «debole e pessimo in politica estera», preferendogli il fratello Louis perché «totalmente MAGA». ». La risposta più bruciante non è arrivata dal Vaticano, ma da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che insultare Papa Leone «non è solo anticristiano, ma è un attacco sfacciato a un responsabile impegno per la pace, la giustizia e l’umanità», citando le Beatitudini del Vangelo.
In an era when the thunder of bombs and the clamor of warlords and aggressors weigh heavily on the world’s conscience, the words of Pope Leo XIV echo the profound call of the Gospel: “Blessed are the peacemakers.”
Siamo al paradosso finale: la Repubblica islamica difende il Papa dalle aggressioni del presidente degli Stati Uniti. Ecco il livello: il presidente degli Stati Uniti insulta il Papa perché osa chiedere la pace.
Papa Leone XIV (Ansa).
Gli scenari possibili
E chi gli dà retta? La matrice degli scenari è nera in ogni declinazione. Raid su Kharg a mercati chiusi: Brent verso 130-140 dollari, recessione europea entro il terzo trimestre. Blocco prolungato: inflazione al 5 per cento in Europa, recessione in Germania e Italia. Accordo parziale: Brent a 85-90, ma rischio geopolitico strutturale. Escalation verticale: Brent oltre 150, crisi alimentare nel Golfo, contagio ai mercati emergenti asiatici. Come scrive Verzola, questa non è la fine della crisi: è un «momento transitorio e cinetico». Tradotto: la pausa prima dell’impatto.
Il post di Donald Trump in versione Gesù pubblicato su Truth e poi cancellato.
La guerra del Golfo sta dimostrando quanto in materia energetica l’Europa sia un po’ schizofrenica: se Bruxelles aveva deciso nel 2025 l’abbandono definitivo dell’import di gas dalla Russia entro la fine del 2027, i primi mesi del 2026 hanno segnato al contrario un’accelerazione delle importazioni, soprattutto di Gnl (gas naturale liquefatto) attraverso le navi cisterna, ma anche di quelle tramite gasdotti, come Turkstream.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan con Vladimir Putin (foto Ansa).
Nel 2026 già aumentate del 17 per cento le importazioni di Gnl
Il nuovo conflitto ha rilanciato ulteriormente le forniture russe, tanto che nel primo trimestre del 2026 i Paesi europei hanno aumentato del 17 per cento le importazioni di Gnl rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo quota 5 milioni di tonnellate. E 1,5 milioni di queste sono state acquistate a marzo, periodo in cui Stati Uniti e Israele hanno iniziato ad attaccare l’Iran, che ha risposto con la chiusura dello Stretto di Hormuz, provocando la crisi che sta allarmando mezzo mondo.
È stato calcolato che gli Stati dell’Unione europea hanno speso circa 2,88 miliardi di dollari per il Gnl russo nei primi tre mesi dell’anno. E alla luce degli sviluppi in corso c’è da aspettarsi che le casse del Cremlino continueranno a ricevere quei soldi, nonostante i vecchi propositi che però davanti al rischio di shock energetico stanno andando a farsi benedire.
Bruxelles aveva previsto delle clausole di salvaguardia
In realtà la decisione presa a Bruxelles nel 2025 ha lasciato anche la porta aperta per le retromarce in momenti di difficoltà, con il regolamento europeo sul blocco dell’import che contiene una sorta di clausola di salvaguardia nel caso in cui la sicurezza dell’approvvigionamento di uno o più Stati membri dovesse essere seriamente minacciata. In tali circostanze, la Commissione europea potrebbe consentire infatti ai Paesi interessati di sospendere i divieti di importazione di gas.
Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).
L’Ue nel 2025 ha importato comunque da Mosca Gnl per un valore di circa 7,4 miliardi di euro, circa il 3 per cento in meno del 2024. In compenso è cresciuto l’import dagli Stati Uniti, per un valore di circa 24,2 miliardi di euro nel 2025, oltre la metà di quello complessivo di 46 miliardi.
Il cambio di rotta era stato deciso per emanciparsi da Mosca
Il cambiamento di rotta dei Paesi Ue, iniziato nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, è stato motivato appunto con la necessità di emanciparsi da Mosca, diventando teoricamente meno vulnerabili, e di mettere quindi i bastoni tra le ruote alla Russia, rendendo difficoltoso il finanziamento della guerra attraverso la riduzione dell’esportazione di idrocarburi.
Putin ha subito ridiretto i flussi verso Oriente
Alla prova dei fatti, il piano di Bruxelles non sta funzionando granché, sia perché il Cremlino dopo il blocco europeo, cominciato con il sabotaggio del gasdotto Nord Stream nel 2022 a opera di un commando ucraino, ha ridiretto i flussi verso Oriente e ha accresciuto la quota di export di Gnl verso l’Europa; sia perché la crisi del Golfo, non proprio imprevedibile dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca che poi si è unito in tandem bellico con Israele, ha messo in evidenza quanto il mercato conti in realtà più della geopolitica: e non è un caso, con mezza Europa adesso alla canna del gas, che si moltiplichino le voci di chi vuole riaprire all’import russo.
Sabotaggio ai gasdotti Nord Stream.
Se da un lato la posizione dogmatica dell’Ue è controproducente, dall’altro è altrettanto evidente che la soluzione di sostituire il gas russo, per così dire “sporco di sangue”, con quello non certo lindo di altri Paesi non proprio conosciuti per essere modelli di democrazia e diritti civili, dal Qatar all’Azerbaigian, passando per l’Algeria, è frutto di doppi standard discutibili.
In Germania aumentano le voci pro apertura, non solo a destra
Ecco dunque che in Germania, il Paese che con le bombe ucraine nel Baltico ha subito un attacco senza precedenti proprio da un alleato, non solo l’opposizione di estrema destra dell’Alternative für Deutschland chiede la fine delle sanzioni contro Mosca, ma vogliono la riapertura di Nord Stream a guerra finita anche alcuni alleati del cancelliere Friedrich Merz, come il governatore della Sassonia e compagno di partito Michael Kretschmer.
Friedrich Merz (Ansa).
In Italia si è fatto sentire anche Descalzi di Eni
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con Claudio Descalzi (foto Imagoeconomica).
Rimangono ancora le resistenze di Commissione e governi volenterosi
Paesi come Belgio e Spagna, con governi conservatori e progressisti, rimangono i maggiori importatori di Gnl russo, insieme a quelli della Mitteleuropa, tipo Ungheria (anche se da ora in poi non ci sarà più Viktor Orbán) e Slovacchia. La rimessa in sesto di Nordstream, con la parallela riattivazione dei gasdotti che attraversano Polonia e Ucraina, consentirebbe all’Unione europea una maggiore diversificazione e potrebbe favorire la stabilizzazione dei prezzi in un mercato internazionale condizionato comunque dai conflitti in corso. Facile più a dirsi che a farsi, viste le resistenze di Commissione e governi volenterosi, in primis Berlino e Parigi. Almeno fino a contrordine.
Donald Trump è tornato a minacciare di affondare le navi iraniane che tentano di violare il blocco navale nello Stretto di Hormuz, imposto dagli Stati Uniti a partire dalle 16 del 13 aprile. «La Marina iraniana giace sul fondo del mare, completamente annientata: 158 navi. Non abbiamo colpito il loro piccolo numero di quelle che chiamano “navi d’attacco veloci”, perché non le consideravamo una grande minaccia», ha scritto il presidente americano su Truth. «Attenzione: se una qualsiasi di queste navi si avvicina al nostro blocco, verrà immediatamente eliminata, usando lo stesso sistema di sterminio che usiamo contro i narcotrafficanti sulle imbarcazioni in mare. È rapido e brutale». Poi il post scriptum: «Il 98,2 per cento del traffico di droga verso gli Stati Uniti via mare è stato fermato».
Il giudice istruttore Juan Carlos Peinado ha chiuso l’istruttoria e chiesto il rinvio a giudizio di Begona Gomez, moglie del premier spagnolo Pedro Sanchez, per i presunti reati di traffico di influenze, corruzione negli affari, malversazione e appropriazione indebita. Nell’ordinanza, il magistrato sostiene di aver riscontrato indizi sufficienti e sottolinea l’eccezionalità del caso.
Tutte le accuse a Begona Gomez
Secondo l’accusa, Gomez avrebbe “influenzato” autorità accademiche e funzionari avvalendosi della relazione personale con il presidente del governo, ottenendo «interlocuzioni istituzionalmente eccezionali» anche attraverso incontri al Palazzo della Moncloa, sede del governo. In dettaglio, il gip sostiene che, dall’arrivo di Pedro Sanchez alla segretaria generale del Psoe – e, soprattutto, alla presidenza nel 2018 – «si presero determinate decisione pubbliche» favorevoli alla cattedra del master ricoperta da Begona Gomez all’Università Complutense di Madrid e al suo progetto, che «potrebbero essere state ottenute attraverso un singolare sfruttamento della sua posizione relazionale». Per il presunto reato di corruzione, il gip segnala che l’indagata avrebbe «dato impulso alla ricerca di fondi privati e, a livello indiziario, non per la cattedra universitaria pubblica (che lo era solo in apparenza), ma per integrarli nel proprio patrimonio personale» per poi offrire in “controprestazione” un vantaggio competitivo alle imprese coinvolte in appalti pubblici». Rispetto all’accusa di malversazione, il gip ritiene che Cristina Alvarez, assistente di Gomez (anch’ella indagata) retribuita con fondi pubblici, abbia svolto attività privata per la moglie del premier. Infine, per ciò che riguarda l’appropriazione indebita, l’accusa riguarda la registrazione a proprio nome di un software sviluppato in ambito accademico.
La Commissione europea prevede di adottare il 22 aprile una comunicazione sul caro energia dovuto alla crisi in Medio Oriente. È quanto emerge dall’ultimo ordine del giorno del collegio dei commissari Ue, pubblicato il 12 aprile. La “toolbox” con le misure per sostenere i Ventisette nel proteggere famiglie e imprese dai rincari energetici era stata annunciata Ursula von der Leyen al Vertice Ue di marzo. Non si esclude che la comunicazione, di natura non legislativa, possa essere accompagnata anche da proposte legislative.
Le facilitazioni su cui sta lavorando Bruxelles
Nella nota preparata per la riunione dell’Eurogruppo del 27 marzo, la Commissione europea ha evidenziato che la sospensione del Patto di stabilità con l’attivazione della clausola generale di salvaguardia o di quelle nazionali per derogare dalle regole comuni di bilancio «non sarebbe appropriata in questa fase». Bruxelles starebbe lavorando a facilitazioni sia sul fronte degli aiuti di Stato che su quello dei contratti di lungo periodo nell’acquisto di elettricità all’ingrosso. «La nostra Unione ha già superato una crisi energetica, grazie all’unità e alla determinazione», ha detto Von der Leyen il 7 aprile nel discorso pronunciato in occasione del conferimento della Medaglia del Territorio della Bassa Sassonia, riferendosi all’aumento del costo dell’energia causato dall’invasione russa dell’Ucraina.
L’aereo con a bordo Leone XIV è atterrato in Algeria, prima tappa del terzo viaggio apostolico del papa, atteso anche in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Durante il volo per Algeri, il pontefice parlando con i giornalisti ha replicato al connazionale Donald Trump, che lo ha definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», aggiungendo che Prevost non sarebbe in Vaticano senza di lui alla Casa Bianca.
L’arrivo di Leone XIV in Algeria (Ansa).
Le parole di Leone XIV sul volo per Algeri
«Non ho paura dell’Amministrazione Trump», ha detto Leone XIV. «Io parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra. Non sono un politico. Non ho intenzione di fare un dibattito con lui», ha rimarcato poi il pontefice. «Il messaggio è sempre lo stesso: la pace. E lo dico per tutti i leader del mondo. Cerchiamo di finire questa guerra», ha aggiunto riferendosi al conflitto intrapreso dagli Stati Uniti contro l’Iran, che aveva condannato dopo aver criticato il blitz in Venezuela: «Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo».
Gli Stati Uniti bloccheranno le navi in entrata o in uscita dai porti iraniani a partire dalle 16 di questo pomeriggio ora italiana. Lo ha scritto su Truth il presidente Donald Trump. Il blocco, spiegano le forze del Comando centrale Usa, sarà applicato in modo imparziale nei confronti delle navi di tutte le nazioni che entrano o escono dai porti e dalle zone costiere iraniane, compresi tutti i porti iraniani sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman. Non verrà invece ostacolata la libertà di navigazione delle navi che transitano nello Stretto di Hormuz da e verso porti non iraniani.
Wsj: «Trump valuta attacchi militari oltre al blocco»
Secondo il Wall Street Journal, Trump e i suoi consiglieri stanno valutando la possibilità di riprendere attacchi militari limitati contro l’Iran, in aggiunta al blocco navale. Secondo le fonti citate dal quotidiano, i raid avrebbero lo scopo di sbloccare la situazione di stallo nei colloqui di pace. Il tycoon potrebbe anche riprendere una vera e propria campagna di bombardamenti, sebbene i funzionari abbiano affermato che questa ipotesi sia meno probabile, data la prospettiva di un’ulteriore destabilizzazione della regione.
Dopo 16 anni è finito il regno di Viktor Orban: l’Ungheria ha un nuovo primo ministro: Péter Magyar. Ex fedelissimo dell’ormai ex premier, ha 45 anni ed è il leader di Tisza, finora il principale partito di opposizione, sempre di centrodestra ma più europeista di Fidesz. Ecco il profilo dell’uomo che ha sconfitto Orban.
Viktor Orban (Ansa).
Magyar è nato in una famiglia conservatrice di alto profilo
Magyar è nato il 16 marzo 1981 a Budapest, in una famiglia conservatrice dell’élite urbana di cui Orban ha sempre rimarcato di non far parte: il nonno era un noto avvocato e conduttore tv e la madre una giurista dell’Alta corte, mentre il fratello di sua nonna – nonché suo padrino di battesimo – era l’ex presidente della Repubblica Ferenc Mádl.
Entrato in Fidesz nel 2022, è stato sposato con l’ex ministra Varga
Di professione avvocato, Magyar è entrato in Fidesz nel 2002: quattro anni dopo, da praticante, partecipò alla rappresentanza legale gratuita dei manifestanti che erano stati picchiati dalla polizia durante il governo di sinistra di Ferenc Gyurcsany. Nel 2006 ha sposato la collega di partito Judit Varga, con cui poi si è trasferito per diversi anni a Bruxelles, lui con un incarico diplomatico e lei come assistente dell’eurodeputato János Áder. Nel 2015 ha ricevuto anche l’incarico di gestire i rapporti tra il Governo Orbán e il Parlamento europeo. La coppia, che intanto aveva avuto tre figli, era poi rientrata in Ungheria nel 2018: Magyar sarebbe entrato nel cda di diverse aziende di Stato, mentre Varga sarebbe arrivata nel 2019 ad assumere la carica di ministra della Giustizia.
Judit Varga (Ansa).
Lo strappo del 2024 e il dito puntato contro il governo di Orban
Tutto cambia a febbraio del 2024, quando esplode lo scandalo della grazia presidenziale concessa da Katalin Novák (alleata strettissima di Orbán) a un ex funzionario coinvolto in una vicenda di pedofilia. Varga, all’epoca ancora ministra della Giustizia (e già separata da Magyar) aveva controfirmato la grazia come previsto dalla procedura. Risultato? Dimissioni di Novak e ritiro di Varga dalla politica. Magyar, ancora formalmente dentro il sistema, colse la palla al balzo e in un durissimo post su Facebook accusò il governo di «nascondersi dietro le gonne delle donne» (dell’ex presidente e della sua ex moglie). Pochi giorni dopo annunciò le dimissioni da tutti gli incarichi pubblici, iniziando una campagna di denuncia contro la deriva del “sistema Orbán”. «Ho vissuto dentro la macchina per 20 anni e ora la racconto dall’interno», disse.
L’adesione a Tisza e l’exploit delle elezioni europee del 2024
A metà marzo 2024 Magyar annunciò l’intenzione di fondare un nuovo partito di opposizione. Alla fine decise alla fine di aderire al Partito del Rispetto e della Libertà (Tisza), già esistente, assumendone la leadership in vista delle Europee di quell’anno, in cui la formazione politica ottenne quasi il 30 per cento. Da allora eurodeputato, Magyar è infine riuscito a spodestare Orban. E in modo netto: Tisza ha infatti ottenuto la maggioranza dei due terzi in Parlamento, necessaria per abrogare le leggi dell’era Orbán.
Peter Magyar all’Europarlamento (Ansa).
Cosa aspettarsi da Magyar, più europeista di Orban ma pur sempre conservatore
Magyar si definisce un conservatore “anti-sistema”, nato e cresciuto all’interno di esso. In campagna elettorale ha promesso il ripristino dello stato di diritto, di combattere la corruzione, lo sblocco immediato dei fondi Ue congelati da Bruxelles e l’ingresso nell’eurozona entro il 2030, oltre alla riduzione della dipendenza energetica dalla Russia entro il 2035. Ma sul tema caldo dei migranti, Magyar intende essere ancor più duro del suo predecessore, con l’abolizione del programma dei lavoratori stranieri extra-UE. Sull’Ucraina la sua posizione è cauta: no alle armi a Kyiv e niente ingresso rapido nell’Ue.
Donald Trump spara a zero su Papa Leone, primo pontefice americano, definendolo «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera». In un post su Truth, il presidente Usa ha duramente attaccato il Santo Padre, affermando in primis che «parla della paura nei confronti dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno provato durante il Covid quando venivano arrestati sacerdoti, ministri di culto e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose». Il riferimento è alle dichiarazioni del pontefice che ha condannato la guerra durante una veglia di preghiera a San Pietro nelle stesse ore in cui Stati Uniti e Iran stavano tenendo colloqui di pace, poi falliti, in Pakistan.
On Orthodox Easter, President Trump attacked the Pope because the Pope is rightly against Trump’s war in Iran and then he posted this picture of himself as if he is replacing Jesus. This comes after last week’s post of his evil tirade on Easter and then threatening to kill an… pic.twitter.com/mq27jxJEnt
— Former Congresswoman Marjorie Taylor Greene (@FmrRepMTG) April 13, 2026
«Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe stato eletto Papa»
«Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente Maga, lui ha capito tutto», ha insistito Trump, accusando Papa Leone di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare». E ancora: «Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e che, ancor peggio, stava svuotando le proprie carceri riversando nel nostro Paese assassini, spacciatori e criminali violenti. E non voglio un Papa che critichi il presidente americano poiché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia». Il tycoon ha perfino rivendicato il merito dell’elezione di Prevost a pontefice: «Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano. Si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano».
«Non faccia il politico, sta danneggiando la Chiesa»
«Purtroppo», ha proseguito Trump, «l’atteggiamento di Leone, troppo debole sul fronte della criminalità e su quello delle armi nucleari, non mi va affatto a genio. Né mi piace il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un fallito della sinistra, uno di coloro che avrebbero voluto vedere arrestati fedeli e membri del clero». «Leone», ha concluso, «dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica».
Dopo aver confermato l’esclusione dei rappresentanti spagnoli dal Centro di Coordinamento Civile-Militare (CMCC) di Kiryat Gat, istituito per monitorare il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato Madrid di «ipocrisia» e «ostilità» nei confronti dello Stato ebraico. «La Spagna ha ripetutamente scelto di schierarsi contro Israele. Chi ci attacca invece di contrastare i regimi terroristici non sarà nostro partner nel plasmare il futuro della regione», ha dichiarato Bibi in un videomessaggio.
Pedro Sanchez (Imagoeconomica).
Sa’ar: «Ossessione anti-israeliana del governo Sanchez»
Ad annunciare l’esclusione della Spagna dal centro multinazionale che sovrintende al cessate il fuoco a Gaza era stato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. «Il governo Sanchez ha un pregiudizio anti-israeliano così palese da aver perso ogni capacità di essere un attore utile nell’attuazione del piano di pace del presidente Trump e nel centro CMCC che opera nell’ambito di tale piano», aveva spiegato Sa’ar, riferendosi al rifiuto da parte del premier spagnolo di concedere agli Stati Uniti l’uso delle basi militari di Rota e Morón de la Frontera per operazioni di attacco contro l’Iran. Il ministro del governo di Tel Aviv, parlando di «ossessione anti-israeliana», aveva inoltre sottolineato che Washington era già a conoscenza della decisione. Una decisione, questa, che Donald Trump aveva messo in chiaro di non aver gradito.