Teheran annuncia la riapertura dello Stretto di Hormuz

A seguito della tregua di 10 giorni tra Israele e Libano (e in vista dei nuovi colloqui tra Stati Uniti e Iran in Pakistan), la navigazione nello Stretto di Hormuz torna alla normalità. Il braccio di mare, da cui passa circa il 20 per cento dei flussi mondiali di petrolio e gnl, è stato infatti riaperto. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, seguito poi a stretto giro da Donald Trump.

Trump: «Per l’Iran il blocco navale resta in vigore»

«In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione portuale e marittima della Repubblica islamica dell’Iran», ha dichiarato Araghchi. Trump, poco dopo, ha confermato la riapertura dello stretto. Tuttavia, ha sottolineato il presidente Usa, «il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la transazione non sarà completata al 100 per cento».

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Usa-Iran, nuovi colloqui in Pakistan il 19 aprile: la proposta di Washington sull’uranio

Il nuovo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran dovrebbe tenersi a Islamabad domenica 19 aprile. Lo scrive Axios, citando funzionari americani. La priorità assoluta per l’Amministrazione Trump è garantire che l’Iran non possa accedere alle scorte di quasi due tonnellate di uranio arricchito sepolto nei suoi impianti nucleari sotterranei, in particolare i 450 chilogrammi arricchiti al 60 per cento. Secondo le fonti di Axios, gli Stati Uniti sono pronti a scongelare 20 miliardi di dollari di fondi iraniani se Teheran rinuncerà alle sue scorte. Ma si tratterebbe solo di una delle tante proposte sul tavolo.

Scivolone di Hegseth: cita Pulp Fiction invece della Bibbia

Nella deriva delirante di Donald Trump e soci sul cristianesimo, Pete Hegseth si è reso protagonista di una clamorosa gaffe. Parlando della missione di soccorso Sandy 1, che a inizio aprile ha riportato in patria due piloti abbattuti e bloccati in Iran, il segretario alla Difesa ha pronunciato una rilettura militare del versetto biblico Ezechiele 25:17: peccato che abbia scelto di modificare la versione fittizia di Pulp Fiction e non quella autentica della Bibbia.

Il versetto recitato dal personaggio di Samuel L. Jackson in Pulp Fiction

Nel film di Quentin Tarantino il sicario Jules Winnfield, interpretato da Samuel L. Jackson, un attimo prima di uccidere qualcuna delle sue vittime declama il versetto Ezechiele 25:17: «Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che, nel nome della carità e della buona volontà, conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è, in verità, il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare, e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore, quando farò calare la mia vendetta sopra di te». In realtà, il vero versetto Ezechiele 25:17 dice soltanto: «Farò su di loro terribili vendette con castighi furiosi, e sapranno che io sono il Signore, quando eseguirò su di loro la vendetta».

…e quella di Hegseth con i riferimenti alla missione di salvataggio in Iran

Hegseth, pensando evidentemente di citare il vero versetto Ezechiele 25:17 e non la versione molto più lunga di Pulp Fiction, ha detto: «Il cammino dell’aviatore abbattuto è assediato da ogni parte dalle iniquità degli egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto colui che, in nome della fratellanza e del dovere, guida i perduti attraverso la valle delle tenebre, perché egli è veramente il custode di suo fratello e colui che ritrova i figli perduti. E io mi abbatterò su di voi con grande vendetta e furia cieca, su coloro che tentano di catturare e distruggere mio fratello, e saprete che il mio nominativo è Sandy 1 quando riverserò la mia vendetta su di voi. Amen». Ovviamente, la clamorosa gaffe di Hegseth Il momento è diventato rapidamente virale online.

Il direttore dell’Ice rassegna le dimissioni

Todd Lyons, direttore ad interim dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) da marzo del 2025, lascerà l’incarico il 31 maggio maggio. Lo ha annunciato Markwayne Mullin, segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna: non sono state comunicate le motivazioni delle dimissioni, né chi prenderà il suo posto. Com’è noto, l’agenzia federale Usa che si occupa del controllo dell’immigrazione negli ultimi mesi è stata al centro dell’attenzione (e delle critiche) per i metodi brutali dei suoi agenti.

Il direttore dell’Ice rassegna le dimissioni
Todd Lyons (Ansa).

Lyons era entrato nell’Ice nel 2007

Entrato nell’Ice nel 2007 come agente in Texas dopo un passato nell’aeronautica militare degli Stati Uniti d’America, Lyons aveva assunto la direzione ad interim dell’agenzia il 9 marzo 2025. Sotto la sua guida l’Ice ha condotto retate e arresti di massa senza mandato, ordinati dall’allora segretaria alla Sicurezza Interna, Kristi Noem. Durante un’operazione a Minneapolis era stata uccisa Renee Good, che aveva avuto un alterco con degli agenti. Poi, nella stessa città, era stato ammazzato – dalla Border Patrol Alex Pretti. Lyons, finito sotto pressione, aveva appena testimoniato davanti a una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti, rispondendo (tra le altre cose) alle domande dei legislatori sul numero senza precedenti di morti sotto la custodia dell’Ice, una cinquantina da inizio anno. Una settimana fa, durante il Border Security Expo 2-25 a Phoenix, parlando dei piani futuri dell’Ice Lyons aveva parlato degli immigrati come di pacchi da spedire, annunciando la volontà di trasformare il sistema delle espulsioni in qualcosa di «simile ad Amazon Prime», con camion che raccolgono i clandestini. Dopo l’addio all’agenzia, Lyons passerà al settore privato.

Trump attacca ancora l’Italia, questa volta per Sigonella

«L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro!». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, commentando un articolo del Guardian intitolato “L’Italia nega l’uso della base area in Sicilia agli aerei americani che trasportano armi per la guerra in Iran“. La vicenda com’è noto, risale a fine marzo, e anche l’articolo il pezzo del quotidiano britannico: post a scoppio ritardato per Trump.

Gli altri attacchi di Trump all’Italia (e a Meloni)

Fatto sta che Trump è tornato ad attaccare l’Italia e il suo governo. Nell’ultimo post sul Truth, il presidente Usa di fatto se la prende col ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha negato l’uso di Sigonella. Nei giorni scorsi, il tycoon ha puntato a più riprese il dito contro Giorgia Meloni, che aveva preso le parti di papa Leone XIV dopo le accuse di The Donald al pontefice. «Non vuole aiutarci nella guerra, mi sbagliavo su di lei», ha detto Trump riferendosi a Meloni, in passato riempita di complimenti. Poi il nuovo affondo: «Non c’è più lo stesso rapporto con chi nega aiuto».

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Trump attacca ancora l’Italia, questa volta per Sigonella
Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa).

Iniziata la tregua di 10 giorni tra Israele e Libano

Alla mezzanotte di venerdì 17 aprile 2026, ora locale, in Libano è entrato in vigore una tregua di 10 giorni che sospende temporaneamente i combattimenti tra Israele e i miliziani di Hezbollah. Spari in aria hanno festeggiato l’entrata in vigore del cessate il fuoco a Beirut. Secondo il Dipartimento di Stato Usa, durante questo periodo lo Stato ebraico manterrà il diritto di «adottare tutte le misure necessarie per l’autodifesa», ma non condurrà operazioni offensive contro obiettivi libanesi via terra, aria o mare.

Meloni: «Eccellente notizia»

«L’annuncio di un cessate il fuoco tra Libano e Israele è un’eccellente notizia e mi congratulo con i governi libanese e israeliano per aver raggiunto questo importante risultato grazie alla mediazione degli Stati Uniti», ha scritto la premier Giorgia Meloni. «È ora fondamentale che il cessate il fuoco sia pienamente rispettato. Hezbollah, che ha la responsabilità di aver dato il via a questo conflitto, deve cessare ogni azione contro Israele e rispettare le decisioni assunte dal Governo libanese. Auspico inoltre che il cessate il fuoco possa creare le condizioni per il successo dei negoziati tra Israele e Libano portando ad una pace piena e duratura. In questo quadro l’Italia continuerà a fare la sua parte contribuendo al mantenimento della pace lungo la Linea Blu attraverso il suo contingente militare in Unifil, missione Onu di cui detiene il comando, e a sostenere la sovranità libanese anche attraverso il rafforzamento delle forze armate libanesi».

Frecciata di Leone XIV a Trump: «Mondo devastato da una manciata di tiranni»

Dal Camerun, seconda tappa del suo viaggio apostolico in Africa, papa Leone XIV ha lanciato (senza citarlo) una frecciata a Donald Trump, criticando i «leader che spendono miliardi in guerre» e denunciando inoltre che il mondo «è devastato da una manciata di tiranni». Il pontefice ha anche detto: «Guai a coloro che manipolano la religione nel nome stesso di Dio per il loro guadagno militare, economico o politico, trascinando ciò che è sacro nell’oscurità e nella sporcizia». Insomma, il pontefice non ha fatto “quel” nome, ma è come se l’avesse fatto.

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Frecciata di Leone XIV a Trump: «Mondo devastato da una manciata di tiranni»
JD Vance e Donald Trump (Imagoeconomica).

Gli attacchi rivolti al papa da Trump e Vance

Indispettito dalla parole di Prevost contro la guerra all’Iran, Trump lo aveva definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», aggiungendo che non sarebbe in Vaticano senza di lui alla Casa Bianca. Il pontefice aveva replicato di non aver paura dell’Amministrazione Trump, aggiungendo che avrebbe continuato a «parlare del Vangelo e quindi ad alta voce contro la guerra». Il presidente Usa a quel punto aveva rincarato la dose: «Qualcuno può per favore dire a papa Leone che l’Iran ha ucciso almeno 42 mila manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi, e che per l’Iran possedere una bomba nucleare è assolutamente inaccettabile?». Al fianco del capo della Casa Bianca si è schierato il vicepresidente JD Vance, cattolico convertito (e pure ricevuto dal papa in Vaticano), il quale è arrivato a dire che «il papa dovrebbe essere cauto quando parla di teologia», aggiungendo poi: «Come si può dire che Dio non sia mai dalla parte di chi impugna la spada? Non era forse dalla parte degli americani che liberarono i campi di concentramento?».

Usa: «Pronti a combattere se l’Iran rifiuta l’accordo»

Gli Stati Uniti sono pronti a riprendere le operazioni militari nel caso in cui l’Iran rifiuti un accordo. Lo ha affermato il capo del Pentagono Pete Hegseth a pochi giorni da un possibile secondo round di negoziati. Hegseth ha inoltre sostenuto che gli Usa stiano controllando il traffico nello Stretto di Hormuz, affermando che Teheran «non ha più una marina militare», aggiungendo che Washington manterrà il blocco navale «per tutto il tempo necessario», a meno che gli iraniani «non scelgano saggiamente». «Se sceglieranno male, allora si troveranno di fronte a un blocco e a bombardamenti contro infrastrutture, energia e settore energetico». Quindi la minaccia diretta: «Prego che scegliate un accordo alla vostra portata, per il bene del vostro popolo e del mondo».

Il Pentagono ora chiede alle case automobilistiche Usa di produrre armi

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, funzionari del Pentagono hanno avuto colloqui con alti dirigenti del settore automobilistico, tra cui l’amministratore delegato di Ford, Jim Farley, e la presidente e ceo di General Motors, Mary Barra, nel croso dei quali hanno chiesto la disponibilità a passare rapidamente alla produzione militare.

Il Pentagono ora chiede alle case automobilistiche Usa di produrre armi
Logo di General Motors a Wall Street (Ansa).

Sta aumentando la preoccupazione per l’esaurimento delle scorte di armi

I colloqui del Dipartimento della Difesa con aziende come Ford e General Motors si inseriscono in un contesto di crescente preoccupazione per l’esaurimento delle scorte di armi americane, che ha spinto i funzionari statunitensi a cercare alternative ai tradizionali appaltatori per incrementare la produzione di armi e altre forniture militari. Le fonti del Wsj hanno spiegato che i colloqui sono iniziati prima dell’inizio della guerra con l’Iran, alla fine di febbraio, e che al momento hanno carattere preliminare.

La “chiamata alle armi” del settore automotive sarebbe qualcosa di già visto

Un funzionario del Pentagono ha spiegato al Wsj che il Dipartimento della Difesa «si sta impegnando a espandere rapidamente la sua base industriale, sfruttando tutte le soluzioni e tecnologie commerciali disponibili per garantire che i militari mantengano un vantaggio decisivo». La “chiamata alle armi” del settore automotive sarebbe qualcosa di già visto: durante la Seconda guerra mondiale, infatti, le case automobilistiche statunitensi interruppero la produzione di veicoli civili per realizzare bombardieri, motori per aerei e camion.

Il Pentagono ora chiede alle case automobilistiche Usa di produrre armi
Donald Trump e Pete Hegseth, capo del Pentagono (Ansa).

Trump aveva chiesto aiuto alle case automobilistiche già durante la pandemia

Non è la prima volta che Donald Trump si rivolge direttamente alle case automobilistiche americane. Durante le prime fasi della pandemia di Covid, infatti, GM e Ford avevano collaborato col settore sanitario per produrre decine di migliaia di ventilatori.

Hormuz, la proposta iraniana: libero transito per le navi dal lato omanita

Nell’ambito dei colloqui con gli Stati Uniti, l’Iran potrebbe valutare la possibilità di consentire alle navi di attraversare liberamente lo Stretto di Hormuz dal lato omanita senza rischio di attacchi, a condizione che i negoziati con Washington producano un’intesa capace di scongiurare una nuova escalation. Lo riporta Reuters, citando un funzionario di Teheran. La fonte non ha specificato se la Repubblica Islamica è intenzionata o meno a consentire l’attività di bonifica dalle mine navali posizionate nel tratto di mare e nemmeno se il libero transito verrebbe consentito a tutte le imbarcazioni, comprese quelle collegate a Israele.

Da Hormuz passa un quinto dei flussi di greggio e gnl

La guerra intrapresa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha causato la più grande interruzione di sempre delle forniture globali di petrolio e gas a causa del blocco del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20 per cento dei flussi mondiali di greggio e gnl, oltre un’enorme quantità di altre merci strategiche, tra cui i fertilizzanti. La proposta di libero passaggio dal lato omanita – l’architettura dei transiti nello stretto si fonda sul sistema di separazione del traffico a doppio senso adottato nel 1968 – rappresenterebbe il primo passo indietro di Teheran rispetto alle idee più aggressive emerse nelle scorse settimane. Tre esse l’imposizione di pedaggi alle navi per il transito attraverso la via navigabile internazionale e l’affermazione della sovranità su Hormuz, considerate dall’industria navale globale misure unilaterali senza precedenti e in violazione delle convenzioni marittime.

Intanto prosegue il blocco navale imposto dagli Stati Uniti

A complicare ulteriormente la situazione, dal 13 aprile le forze armate statunitensi stanno mettendo in atto un blocco navale nei confronti delle imbarcazioni di tutte le nazioni che (adeguandosi alle richieste di pedaggio) entrano o escono dai porti iraniani, compresi quelli affacciati sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman. L’esercito di Teheran ha avvertito di essere pronto a bloccare il traffico commerciale nel Mar Rosso, se tale azione da parte degli Usa dovesse proseguire.

Ucraina, almeno 16 morti in attacchi russi nella notte

Nella notte tra il 15 e il 16 aprile 2026 la Russia ha lanciato una nuova ondata di attacchi su larga scala contro l’Ucraina, colpendo diverse città con centinaia di droni e decine di missili. Il bilancio provvisorio è di almeno 16 morti e circa 100 feriti. Tra le vittime anche un ragazzo di 12 anni, ucciso a Kyiv. Proprio nella capitale sono scoppiati numerosi incendi e diversi edifici sono stati danneggiati, per un totale di quattro vittime: Squadre di emergenza hanno lavorato per ore tra le macerie e diversi paramedici sono rimasti feriti, come reso noto dal sindaco Vitali Klitschko. Tra le altre città colpite figurano Odessa, dove sono morte nove persone e sono state danneggiate infrastrutture portuali e civili, e Dnipro, dove si sono registrate due vittime. Secondo l’aeronautica ucraina, gran parte dei droni e dei missili è stata intercettata, ma una quota degli ordigni ha raggiunto i bersagli.

Mosca pubblica un elenco di produttori europei di droni per Kyiv: ci sono anche aziende italiane

Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato sul suo canale Telegram un elenco di aziende europee che, secondo Mosca, sarebbero coinvolte nella produzione di droni d’attacco per Kyiv. Le liste sono in realtà due: quella delle “filiali di aziende ucraine in Europa” comprende 11 aziende, mentre sono 10 le “aziende straniere produttrici di componenti”. Degli elenchi fanno parte anche alcune ditte italiane.

Medvedev: «Sono potenziali obiettivi per le forze armate russe»

Mosca ha giustificato la pubblicazione delle due liste spiegando che «l’opinione pubblica europea non solo deve comprendere chiaramente le vere cause delle minacce alla propria sicurezza», ma anche «conoscere gli indirizzi e le sedi delle imprese ‘ucraine’ e ‘congiunte’ che producono droni e componenti per Kyiv sul territorio dei loro Paesi». Dmitry Medvedev, ex presidente e primo ministro, oggi il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, ha scritto su X: «L’elenco degli stabilimenti europei che producono droni e altre attrezzature rappresenta un elenco di potenziali obiettivi per le forze armate russe. Quando gli attacchi diventeranno realtà dipenderà da cosa accadrà in seguito. Dormite sonni tranquilli, partner europei!».

Per l’Italia citati prodotti in quattro stabilimenti, uno a Venezia

Secondo il Ministero della Difesa russo, componenti per i droni ucraini sono prodotti da aziende in Germania, Turchia, Israele, Spagna, Italia e Repubblica Ceca. In Germania, i motori a pistoni verrebbero prodotti nella città di Hanau. In Spagna, a Madrid verrebbero realizzati i ricevitori di segnali di radionavigazione satellitare. In Repubblica Ceca, la produzione si concentrerebbe a Praga; in Israele a Haifa e Or Yehuda; in Turchia, a Ankara e Yalova. Per quanto riguarda l’Italia, Mosca sostiene che i componenti per i droni ucraini vengono prodotti in quattro stabilimenti, uno dei quali si trova a Venezia. L’elenco comprende poi società di Londra, Monaco di Baviera, Riga e Vilnius.

Trump ha annunciato un colloquio tra i leader di Israele e Libano

Dopo l’incontro a livello di ambasciatori tenutosi a Washington, Donald Trump ha annunciato su Truth che Israele e il Libano terranno colloqui oggi, giovedì 16 aprile, a distanza di 34 anni dall’ultima volta. Sebbene il tycoon non abbia esplicitamente nominato i partecipanti alla conversazione prevista, tutto lascia pensare che si riferisse al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e al presidente libanese Joseph Aoun. Nessuno dei due, però, ha ufficialmente confermato l’imminente colloquio.

Gila Gamliel, membro del Gabinetto di Sicurezza e ministra della Scienza e della Tecnologia, ha dichiarato alla radio dell’IDF che Netanyahu e Aoun avranno un colloquio diretto nel corso della giornata. Tuttavia, sia Agence France-Presse che Reuters citano una fonte ufficiale libanese che, commentando l’annuncio di Trump, ha affermato di non essere a conoscenza di alcuna conversazione imminente tra i due leader.

Trump ha annunciato un colloquio tra i leader di Israele e Libano
Benjamin Netanyahu (Imagoeconomica).

Gli ultimi colloqui diretti risalgono all’inizio degli Anni 90

Un colloquio diretto tra Netanyahu e Aoun sarebbe in effetti una circostanza peculiare, anche se fosse solo una telefonata. Vero, il 14 aprile a Washington si sono incontrati l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter e l’ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Mouawad: le parti, dopo decenni di silenzio diplomatico, hanno concordato di avviare negoziati diretti, i primi dal 1993. Ma l’incontro è stato mediato dal segretario di Stato Usa Marco Rubio.

Trump ha annunciato un colloquio tra i leader di Israele e Libano
Joseph Aoun (Ansa).

Beirut chiede un cessate il fuoco prima di avviare negoziati

L’ultimo precedente di colloqui diretti risale alla Conferenza di Madrid del 1991, che aprì a negoziati bilaterali proseguiti per due anni, i quaali non sfociarono però in un accordo di pace. Da allora, i contatti sono avvenuti solo in forma indiretta, anche a causa della legislazione libanese che vieta rapporti con lo Stato ebraico. E poi c’è il fattore-Hezbollah, che ha un enorme peso politico (e non solo) nel Paese dei cedri. La notizia di possibili colloqui diretti arriva in un momento in cui l’IDF ha intensificato le operazioni contro il gruppo islamista nel Libano meridionale. Beirut esige un cessate il fuoco come precondizione per qualsiasi colloquio pubblico e diretto a un livello così elevato, mentre Tel Aviv, in questa fase, rimane riluttante a impegnarsi per una tregua, adducendo la necessità di proseguire gli attacchi contro Hezbollah.

Una giuria Usa ha giudicato Live Nation colpevole di monopolio

Una giuria di Manhattan ha stabilito che Live Nation, il colosso dei concerti che possiede anche Ticketmaster, ha agito in un regime di monopolio. Il giudice che presiede il caso, Arun Subramanian, stabilirà in un procedimento separato le sanzioni che potrebbero includere disinvestimenti significativi da parte di Live Nation o persino lo smembramento di Live Nation e Ticketmaster, un esito che il governo federale aveva invocato al momento della presentazione del caso, quasi due anni fa, sotto la presidenza di Joe Biden. Il gigante dovrà inoltre far fronte a risarcimenti economici nei 34 Stati americani che hanno intentato la causa. La giuria ha stabilito, infatti, che Ticketmaster ha applicato ai consumatori un sovrapprezzo di 1,72 dollari per ogni biglietto.

Stati Uniti-Iran, colloqui indiretti per estendere di due settimane il cessate il fuoco

Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, il 15 aprile ha negato che gli Stati Uniti siano «formalmente» al lavoro per un’estensione del cessate il fuoco con l’Iran, aggiungendo tuttavia che Washington rimane «molto impegnata in questi negoziati». Secondo quanto filtra dal Pakistan, però, i due Paesi sono già impegnati in colloqui indiretti volti a estendere di due settimane la tregua, in scadenza il 22 aprile. L’Iran, da parte sua, ha ribadito la propria disponibilità a proseguire i negoziati.

Islamabad è pronta a ospitare un nuovo round di colloqui

Un secondo round di colloqui si terrà «molto probabilmente» a Islamabad, ha affermato Leavitt, sottolineando che la Casa Bianca è «fiduciosa sulle prospettive di un accordo» dopo il fallimento dei negoziati per raggiungere la pace. Fonti di Teheran hanno riferito che l’Iran ha chiesto la fine degli attacchi israeliani contro il Libano come precondizione per un nuovo ciclo di negoziati con gli Stati Uniti. Tel Aviv, da parte sua, ha descritto i suoi colloqui col governo libanese a Washington come «un’opportunità storica» per porre fine al controllo sul Paese dei cedri da parte di Hezbollah, proxy dell’Iran.

Meloni dopo l’incontro con Zelensky: «L’Occidente diviso sarebbe un regalo alla Russia»

Nel corso del bilaterale andato in scena a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky hanno fatto «un punto della situazione sullo stato di avanzamento del processo negoziale, i prossimi passi da compiere per arrivare alla fine della guerra in Ucraina e su come continuare il sostegno» alla nazione invasa dalla Russia nel 2022. Lo ha detto la presidente del Consiglio nelle dichiarazioni congiunte dopo l’incontro, sottolineando che «in questi quattro anni la posizione dell’Europa e dell’Italia è stata sempre la stessa al fianco di Kyiv, del suo popolo e delle sue istituzioni».

Meloni: «In gioco c’è anche la sicurezza dell’Europa»

Sostenere l’Ucraina, ha detto Meloni, «non è solo un dovere morale, ma una necessità strategica» perché «è in gioco anche la sicurezza dell’Europa». Un Occidente diviso o un’Unione europea spaccata, ha aggiunto la premier, «sarebbe un regalo a Mosca». La presidente del Consiglio ha poi spiegato che l’Italia è interessata alla produzione dei droni con l’Ucraina.

Le parole di Zelensky dopo l’incontro con Meloni

«La guerra è cambiata e ora senza una difesa veramente solida e sicura da tutti i tipi di droni e nessuno può sentirsi al sicuro. L’Ucraina ha sviluppato un formato speciale di accordo sulla sicurezza, lo chiamiamo formato “Drone deal” ed è importante che ci sia interesse da parte dell’Italia in merito», ha detto Zelensky confermando le parole di Meloni. E poi: «Possiamo lavorare insieme per la produzione di sistemi di contraerea, perché dobbiamo assolutamente evitare la normalizzazione di queste azioni della Russia».

Vance al Papa: «Dio con gli americani quando hanno liberato la Francia dai nazisti»

Continua lo scontro tra la Casa Bianca e la Santa Sede, con JD Vance che ha invocato la Seconda Guerra mondiale per difendere i bombardamenti contro l’Iran dalle critiche del Papa. Il vicepresidente americano, secondo quanto riportato dal New York Times, sostiene che il pontefice abbia sbagliato nel dire che i discepoli di Cristo non sono «mai dalla parte di chi un tempo brandiva la spada e oggi sgancia bombe». Questa la tesi di Vance: «Dio era dalla parte degli americani quando hanno liberato la Francia dai nazisti? Credo certamente che la risposta sia sì». Il vice di Trump ha poi detto di apprezzare quando il Santo Padre interviene su temi come l’aborto, l’immigrazione o «questioni di guerra e di pace», ammettendo però di non essere sempre d’accordo con lui: «Ci sono certamente cose che il Papa ha detto negli ultimi mesi con cui non sono d’accordo». E ancora: «Come il vicepresidente americano è cauto sulle questioni di politica, anche il Papa dovrebbe essere cauto quando parla di teologia».

Teheran minaccia di bloccare il traffico commerciale nel Mar Rosso

L’esercito del’Iran ha avvertito che bloccherà il traffico commerciale nel Mar Rosso, se dovesse continuare il blocco navale degli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz. «Le potenti forze armate della Repubblica islamica non permetteranno alcuna esportazione o importazione nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman o nel Mar Rosso», ha minacciato il generale Ali Abdollahi, comandante del quartier generale centrale Khatam al-Anbiya. Il militare ha poi aggiunto che «il mantenimento delle restrizioni e dell’insicurezza per le navi mercantili e le petroliere iraniane» potrebbe portare a un’interruzione del cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile.

Trump attacca ancora Meloni: «Non c’è più lo stesso rapporto con chi nega aiuto»

Donald Trump di nuovo all’attacco di Giorgia Meloni. All’indomani delle dichiarazioni rilasciate al Corriere, in cui si era detto «scioccato dalla mancanza di coraggio» della premier sull’Iran, il presidente l’ha definita «negativa» in un’intervista a Fox News, aggiungendo che «con chiunque ci abbia rifiutato l’aiuto in questa situazione iraniana non abbiamo più lo stesso rapporto». E ancora: «Giusto per essere chiari, l’Italia prende un sacco di petrolio dallo Stretto di Hormuz. Perché spendiamo centinaia di miliardi di dollari per la Nato, se poi non stanno dalla nostra parte? Se non sono con noi sull’Iran, non lo saranno neanche su temi molto più grandi».

«Il piano europeo per riaprire Hormuz è molto triste»

Nella stessa intervista, Trump ha anche definito «molto triste» il presunto piano europeo per riaprire lo Stretto di Hormuz senza il coinvolgimento degli Stati Uniti, rivelato in anteprima dal Wall Street Journal. «Lo Stretto di Hormuz si sta già riaprendo, ci sono navi che entrano ed escono. Ma come si fa a stare con un gruppo di Paesi con quest’atteggiamento?», ha continuato. Il presidente francese Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer presiederanno venerdì 17 aprile a Parigi una conferenza dei paesi «non belligeranti» desiderosi di «ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz».

Usa, i democratici presentano una risoluzione d’impeachment contro Hegseth

I democratici della Camera Usa presenteranno cinque articoli di impeachment contro il segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusandolo di abuso di potere, crimini di guerra e altri gravi illeciti. Lo riporta Axios, sottolineando che la misura non ha praticamente alcuna possibilità di essere approvata al Congresso, ma è l’ultimo segnale che i dem si sono compattati attorno a Hegseth come loro nuovo principale bersaglio nel governo Trump. In precedenza, avevano spinto per l’impeachment dell’ex segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e dell’ex procuratrice generale Pam Bondi, entrambe rimosse da Trump negli ultimi mesi. La risoluzione di impeachment di sette pagine, una copia della quale è stata ottenuta da Axios, si concentra principalmente sulle operazioni statunitensi in Iran, sullo scandalo Signalgate e sulla presunta cattiva condotta personale di Hegseth. A presentarla è stato il deputato dell’Arizona Yassamin Ansari, primo democratico iraniano-americano eletto al Congresso. Il testo è stato sottoscritto da altri otto dem – Steve Cohen, Jasmine Crockett, Nikema Williams, Dina Titus, David Min, Shri Thanedar, Brittany Pettersen e Sarah McBride – ed è sostenuto da diversi gruppi progressisti e pacifisti.

I cinque articoli dell’impeachment in dettaglio

  • Il primo articolo, dal titolo «Guerra non autorizzata contro l’Iran e messa in pericolo sconsiderata dei militari degli Stati Uniti», si concentra sulla mancata richiesta dell’approvazione del Congresso per attaccare il Paese del Golfo e sui «rischi estremi e inutili per il personale e gli interessi degli Usa», con riferimento alle operazioni di terra.
  • Il secondo articolo, intitolato «Violazioni della legge sui conflitti armati e attacchi contro i civili», accusa Hegseth di aver autorizzato, o non aver impedito, operazioni in Iran che hanno provocato un gran numero di vittime civili (si cita il bombardamento statunitense di una scuola femminile a Minab) e la distruzione di infrastrutture civili, sollevando dubbi sul rispetto della Convenzione di Ginevra.
  • Il terzo articolo, «Negligenza e trattamento sconsiderato di informazioni militari sensibili», si concentra sul Signalgate, uno scandalo dello scorso anno in cui il redattore di Atlantic Jeff Goldberg è stato accidentalmente aggiunto a una chat di Signal in cui Hegseth e altri alti funzionari statunitensi discutevano degli attacchi nello Yemen. Hegseth viene accusato di «grave negligenza nel trattamento di informazioni militari sensibili e classificate e di condotta imprudente e impropria che ha messo a rischio il personale degli Stati Uniti».
  • Il quarto articolo, recante il titolo «Ostacolo alla supervisione del Congresso», accusa il segretario alla Difesa di non aver fornito al Congresso informazioni tempestive e complete sulle operazioni militari e aver nascosto fatti relativi alle vittime civili e alla condotta operativa in Iran, Venezuela e altri teatri militari.
  • Il quinto articolo, intitolato «Condotta che discredita gli Stati Uniti e le sue forze armate», accusa infine Hegseth di aver agito in modo contrario alla fiducia del pubblico e di aver minato la fiducia del pubblico nell’integrità e nella capacità del Pentagono. L’articolo cita diverse politiche militari socialmente conservatrici dell’amministrazione Trump, tra cui la critica alla Nato, il ritiro del Dei, programmi di azione affermativa e restrizioni contro i membri del servizio transgender.

La reazione del Pentagono: «Solo un dem che cerca visibilità»

«È solo un altro democratico che cerca di fare notizia mentre il Dipartimento della Guerra ha raggiunto in modo decisivo e schiacciante gli obiettivi dei presidenti in Iran», ha commentato il portavoce del Pentagono Kingsley Wilson in una dichiarazione ad Axios, aggiungendo che «Hegseth continuerà a proteggere la patria e a proiettare la pace».