Le delegazioni di Stati Uniti e Iran hanno confermato ai mediatori pakistani che parteciperanno ai nuovi negoziati di pace a Islamabad, in vista della scadenza di domani sera (ora americana) della tregua di due settimane. Il vicepresidente statunitense JD Vance e il presidente del parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf, a capo delle rispettive delegazioni, arriveranno in Pakistan nelle prime ore di mercoledì 22 aprile per guidare le rispettive squadre nei colloqui. Lo scrive l’Afp. Al momento né gli Stati Uniti né l’Iran hanno confermato ufficialmente.
Mohammad Bagher Ghalibaf (Imagoeconomica).
Tasnim: «Teheran pronta a creare un altro inferno»
La delegazione iraniana attendeva il via libera dalla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, per partire per Islamabad: l’autorizzazione sarebbe arrivata lunedì sera. Lo riporta Axios. Mentre continua l’attesa per l’arrivo a Islamabad delle delegazioni di Iran e Stati Uniti per un nuovo round negoziale, l’agenzia Tasnim – vicina ai Guardiani della Rivoluzione – scrive che la Repubblica Islamica, «alla luce delle richieste americane e della dichiarazione di un blocco navale che hanno impedito la ripresa dei negoziati», è pronta a «creare un altro inferno per americani e israeliani fin dal primo secondo di un possibile conflitto».
Trump: «Non hanno altra scelta che fare un accordo»
In un’intervista telefonica con Cnbc NewsDonald Trump, confermando di non voler prolungare la tregua, ha detto intanto che «l’Iran non ha altra scelta che fare un accordo», aggiungendo di essere sempre stato certo che Teheran avrebbe mandato una delegazione in Pakistan. ll presidente Usa quindi ha criticato i media e detto: «Avrei vinto in Vietnam e in Iraq rapidamente. Guardate al Venezuela». Su Truth, inoltre il tycoon ha accusato l’Iran di aver «violato il cessate il fuoco numerose volte».
La Polonia vieterà all’aereo del primo ministro slovacco, Robert Fico, di sorvolare il suo territorio durante il viaggio verso Mosca per la parata del 9 maggio, Giorno della vittoria. Lo hanno riferito all’agenzia russa Ria Novosti fonti negli ambienti diplomatici polacchi. «La richiesta di autorizzazione al sorvolo dell’aereo del primo ministro slovacco è in fase di valutazione formale e continuerà ad esserlo per un certo periodo, ma nessuno intende concederla. È certo al 100 per cento», ha affermato la fonte dell’agenzia. Il 15 marzo, Fico aveva annunciato la sua disponibilità a partecipare alle celebrazioni del 9 maggio nella capitale russa. L’ambasciatore russo in Slovacchia, Sergey Andreyev, aveva a sua volta dichiarato che la Russia aveva confermato la propria disponibilità ad ospitarlo.
Le posizioni opposte di Fico e Tusk sulla questione ucraina
Una mossa che sottolinea la spaccatura interna all’Ue sulla questione ucraina. Fico, insieme al premier ungherese uscente Viktor Orbán, è stato il leader europeo che più si è opposto a nuove sanzioni nei confronti della Federazione, allo stop agli approvvigionamenti di gas e petrolio russo e al sostegno militare all’esercito di Kyiv. Posizione opposta a quella del governo polacco, guidato da Donald Tusk, che sostiene invece la necessità di mantenere una posizione ferma nei confronti del Cremlino.
In occasione del vertice dei 27 ministri degli Esteri, in corso in Lussemburgo, Spagna, Irlanda e Slovenia hanno chiesto di sospendere immediatamente l’accordo di associazione Ue-Israele, siglato nel 1995, a causa delle violazioni da parte dello Stato ebraico dei diritti umani nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Libano. Tra i Ventisette c’è però chi fa muro, come la Germania e l’Italia, mentre altri Paesi propongono soluzioni più soft. In ogni caso, difficilmente sarà questa la sede in cui adottare una decisione del genere.
Madrid contro Tel Aviv: «Cos’altro deve fare?»
«Che altro deve accadere perché l’Unione europea sia scossa dal modo in cui Israele gestisce le sue relazioni con gli altri Stati mediorientali?», ha chiesto il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares Bueno, spiegando che Madrid, assieme a Dublino e Lubiana, ha chiesto che si discuta della sospensione dell’accordo Ue-Israele «in base all’articolo 2», che prescrive il rispetto dei diritti umani. Lo Stato ebraico, ha detto Albares Bueno, «non ha fatto altro che avanzare nella spirale della guerra, tutto è peggiorato». Nel sud del Libano, ha osservato, siamo di fronte a un «ordine illegale di espulsione» della popolazione e a un «altrettanto illegale ordine di non tornare» nelle proprie case, oltre a «bombardamenti indiscriminati» su obiettivi civili.
Johann Wadephul (Ansa).
Per Berlino la sospensione sarebbe «inappropriata»
A frenare è soprattutto la Germania. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, all’arrivo a Lussemburgo, ha affermato che Berlino ritiene «inappropriata» la sospensione dell’accordo Ue-Israele: «Tuttavia è necessario discutere le questioni cruciali. Abbiamo espresso la nostra critica alla reintroduzione della pena di morte e abbiamo una posizione molto chiara sulla violenza dei coloni. Inoltre non ci dev’essere alcuna annessione in Cisgiordania». Anche l’Italia esprime dubbi, sebbene con meno nettezza rispetto al recente passato.
Le soluzioni alternative proposte da Bruxelles, Parigi e Stoccolma
«Consapevole che una sospensione totale è probabilmente fuori portata viste le posizioni di ciascuno dei Paesi europei», il Belgio tramite il ministro Maxime Prevot «da diversi mesi chiede almeno una sospensione parziale». La Francia, assieme alla Svezia, ha invece formulato una proposta per circoscrivere gli scambi commerciali senza bloccarli.
Helen McEntee (Ansa).
La sospensione dovrà essere esaminata dai capi di Stato e di governo
«Non sono sicura che raggiungeremo un accordo su temi specifici, ma spero che nella prossima agenda del Consiglio ci possano essere temi sui quali poter agire” nei confronti di Israele», ha detto la ministra degli Esteri irlandese Helen McEntee. Nonostante la richiesta specifica di tre Paesi, l’ipotesi di una sospensione dell’accordo dovrà essere come minimo esaminata dai capi di Stato e di governo, che si riuniranno il 23 aprile a Cipro.
Certo non con l’obiettivo di stemperare la tensione in vista del nuovo round di negoziati in Pakistan, ma al contrario per aumentare la pressione sull’Iran, Donald Trump ha rivendicato la distruzione dei siti nucleari di Teheran e minaccia di nuovo conseguenze catastrofiche per la Repubblica Islamica se i colloqui non porteranno a un accordo definitivo. L’arrivo a Islamabaddelle delegazioni ufficiali è previsto per oggi, martedì 21 aprile. Ma Teheran non ha confermato la partecipazione: di fatto i negoziati sono appesi a un filo.
La minaccia di Trump e le parole di Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano
Sulla falsariga di quanto affermato ieri, in un breve intervento al The John Fredericks Show Trump ha detto che gli iraniani «negozieranno e se non lo faranno vedranno problemi come non ne hanno mai visti prima». Nelle stesse ore Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ha dichiarato: «Con l’imposizione del blocco navale e la violazione del cessate il fuoco, Trump vuole trasformare questo tavolo di negoziato in un tavolo di resa o giustificare una nuova ondata di provocazioni belliche. Non accettiamo negoziati all’ombra della minaccia e nelle ultime due settimane ci siamo preparati per rivelare nuove carte sul campo di battaglia».
Trump rivendica il successo dell’operazione “Martello di mezzanotte”
«L’operazione Midnight Hammer ha comportato la completa e totale distruzione dei siti contaminati da polveri nucleari in Iran. Pertanto, riesumarli sarà un processo lungo e difficile», ha scritto inoltre Trump su Truth riferendosi ai raid del 22 giugno 2025. E poi: «La Cnn, con le sue notizie false, e altre reti e piattaforme mediatiche corrotte, non rendono giustizia ai nostri grandi aviatori, cercando sempre di sminuirli e umiliarli. Perdenti».
«Ci troviamo di fronte alla possibilità, e sottolineo la parola possibilità, di una carenza di carburante per i trasporti». L’ha indicato il ministro dei Trasporti cipriota Alexis Vafeades, della presidenza di turno Ue, che guiderà la riunione dei responsabili dei trasporti Ue. «L’evolversi della crisi geopolitica in Medio Oriente ha evidenziato che l’Europa potrebbe trovarsi ad affrontare un problema di approvvigionamento di carburante a breve termine e di questo dobbiamo discutere, dobbiamo esserne consapevoli», ha spiegato Vafeades. «Ma abbiamo anche un problema di domanda a medio e lungo termine e questo deve essere neutralizzato. Per il ministro si deve «essere pronti a evitare le code ai distributori di carburante» ed eliminare la possibilità che si formino code. Se ci fosse una carenza di jet fuel, questo «influenzerà le connessioni, influenzerà ogni cittadino nell’Ue». «Quindi dobbiamo essere pronti».
Dopo Kristi Noeme Pam Bondi, salta un’altra ministra dell’Amministrazione Trump: la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer. Il capo della comunicazione della Casa Bianca, Steve Cheung, ha dichiarato che «assumerà una posizione nel settore privato», formula già usata per congedare la procuratrice generale Bondi. In realtà l’ormai ex segretaria al Lavoro è stata travolta da un’indagine interna.
Donald Trump (Ansa).
Le accuse rivolte a Chavez-DeRemer
«Ha svolto un lavoro fenomenale nel suo ruolo, proteggendo i lavoratori americani, attuando pratiche di lavoro eque e aiutando gli americani ad acquisire competenze aggiuntive per migliorare le loro vite», ha aggiunto Cheung. Il caso di Chavez-DeRemer è diverso da quelli di Noem e Bondi, perché almeno ufficialmente è stata lei a dimettersi e non Donald Trump a rimuoverla dall’incarico. In realtà da tempo c’erano forti pressioni su di lei affinché facesse un passo indietro, visto che era finita nell’occhio del ciclone per spese non consentite e comportamenti inappropriati sul lavoro. In particolare avrebbe avuto una relazione extraconiugale con un membro della sua scorta, bevuto alcolici durante l’orario di lavoro e usato risorse pubbliche per organizzare viaggi personali spacciati per impegni istituzionali. Non solo: secondo diverse ricostruzioni, il marito e il padre di Chavez-DeRemer avrebbero inviato messaggi inappropriati e richieste personali a giovani collaboratrici del suo staff.
Lori Chavez-DeRemer (Imagoeconomica).
Avrebbe dovuto affrontare un interrogatorio formale
L’ispettore generale, figura indipendente incaricata di sorvegliare l’etica e la legalità nei singoli ministeri, aveva aperto un’indagine a gennaio: a giorni Chavez-DeRemer avrebbe dovuto affrontare un interrogatorio formale, anticipato però dalle dimissioni. Il comando del Dipartimento del Lavoro passa ora temporaneamente nelle mani del vice Keith Sonderling.
L’ospedale di Sion ha inviato a tre famiglie di feriti italiani le fatture relative alle spese sanitarie sostenute per la cura dei ragazzi nei giorni immediatamente successivi al rogo di Crans Montana. Si tratta di cifre cospicue: gli importi indicati sono compresi tra 15 mila e 60 mila franchi svizzeri, che all’incirca è la stessa somma in euro. L’avvocato Domenico Radice, che assiste alcune vittime dell’incendio, ha definito «inopportuni» i documenti inviati dall’ospedale svizzero.
L’ambasciatore italiano vedrà il presidente del governo cantonale
«In linea generale riteniamo che le spese debbano essere a carico delle autorità svizzere, anche considerate le presunte responsabilità pubbliche finora emerse, e proprio per questo l’invio delle fatture poteva essere evitato», ha spiegato Radice. Della questione si sta occupando l’ambasciata italiana nella capitale elvetica Berna. «Le autorità del Canton Vallese hanno sempre detto che nulla è dovuto dalle famiglie italiane e quindi le spese di cura dei feriti sono a carico delle autorità locali», ha dichiarato l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, aggiungendo che chiederà chiarimenti durante un incontro col presidente del governo cantonale Mathias Reynhard, in programma il 24 aprile.
Nel giorno segnato dalla cattura di una nave iraniana nello Stretto di Hormuz, sembra essersi sbloccata l’impasse sui nuovi colloqui Usa-Iran in Pakistan. Donald Trump ha infatti detto al New York Post che la delegazione americana – guidata dal suo vice JD Vance – è in volo verso Islamabad. «È molto potente, molto forte. Perdono 500 milioni di dollari al giorno», ha dichiarato sempre Trump parlando con The Hill, riferendosi al blocco marittimo americano sulle navi iraniane, su cui Washington ha fatto leva per spingere Teheran ad accettare nuovi colloqui. Secondo fonti riservate, Trump starebbe pianificando di recarsi personalmente in Pakistan entro giovedì 24 aprile per firmare un accordo con la Repubblica Islamica. La Cnn, intanto, riporta – citando fonti a conoscenza dei piani – che Vance in realtà dovrebbe partire da Washington domani, mentre i negoziati si terrebbero mercoledì.
JD Vance (Ansa).
Trump allontana l’ipotesi di una revoca del blocco navale
Trump ha inoltre affermato che l’accordo con l’Iran «sarà firmato oggi» in Pakistan. Ondivago come al solito, intervistato da Pbs ha dichiarato: «Vedremo se ci saranno o meno. Se non ci saranno, va bene lo stesso». Poi ha aggiunto che, in caso di scadenza del cessate il fuoco martedì «allora inizieranno a esplodere molte bombe». Trump ha tra l’altro smentito la notizia, pubblicata da Reuters, che su consiglio del capo dell’esercito pakistano Asim Munir lo vedeva in qualche modo intenzionato a rimuovere il blocco navale, di ostacolo per i negoziati: «Non mi ha detto nulla». L’annuncio di Vance in volo per Islamabad è arrivato a stretto giro dalle dichiarazioni all’Afp di due funzionari pakistani, che avevano mostrato ottimismo sul nuovo incontro tra le delegazioni iraniana e statunitense. L’Iran sta riconsiderando il suo ritiro da un proposto secondo round di colloqui di pace diretti con gli Stati Uniti, ha dichiarato a Reuters un alto funzionario di Teheran.
L’Iran denuncia il «comportamento irragionevole» di Trump
Teheran, in giornata, aveva ribadito che non avrebbe partecipato a un secondo round di negoziati in presenza, a meno di una revoca del blocco navale. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, durante un colloquio col primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, ha denunciato le «continue mancanze» di Washington, che si sommano al «comportamento intimidatorio e irragionevole» di Trump, il quale continua a parlare di accordo imminente, minacciando però attacchi alla Repubblica Islamica, senza nessuna intenzione di porre fine al blocco navale.
Il secondo incontro diretto tra Israele e Libano si terrà giovedì 23 aprile a Washington, con la partecipazione dell’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter e dell’ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Moawad. Lo ha rivelato il Jerusalem Post. Il presidente libanese Joseph Aoun, da parte sua, ha dichiarato che i negoziati bilaterali con Israele saranno gestiti da una delegazione libanese guidata da Simon Karam, l’ex ambasciatore negli Stati Uniti.
Hezbollah: «Nessuno sarà in grado di disarmarci»
La notizia della data dei nuovi colloqui non è stata accolta con favore da Hezbollah. Il deputato del movimento sciita libanese Hassan Fadlallah ha dichiarato che «nessuno, né in Libano né all’estero, sarà in grado di disarmare» il gruppo, foraggiato dall’Iran. «Il tentativo dell’esercito israeliano di stabilire una zona cuscinetto, con il pretesto di una linea difensiva, una linea gialla, una linea verde e una linea rossa… tutte queste linee saranno infrante e non ne accetteremo nessuna», ha aggiunto. Fadlallah ha anche detto che Aoun «dovrebbe abbandonare i negoziati diretti con Israele».
Secondo fonti riservate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe pianificando di recarsi personalmente a Islamabad entro giovedì 24 aprile per firmare un accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran. L’intesa, che sarebbe già stata negoziata nelle sue linee fondamentali attraverso canali riservati, prevedrebbe due pilastri: uno stop decennaleal programma nucleare iraniano e un meccanismo di divisione dei proventi del transito commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran. Se confermato, si tratterebbe del colpo di scena più clamoroso dall’inizio della guerra Iran-Usa, il 28 febbraio scorso. Le stesse fonti indicano che Trump intenderebbe intestarsi personalmente il merito dell’accordo prima che la notizia trapeli attraverso altri canali. Questa sarebbe la sequenza prevista: lunedì sera Steve Witkoff e Jared Kushner partecipano al secondo round negoziale; tra martedì sera e mercoledì – allo scadere dell’ultimatum del 22 aprile – ci dovrebbe essere l’annuncio della Casa Bianca; giovedì Trump volerà in Pakistan per la firma.
JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner (Ansa).
A Islamabad la sicurezza è stata raddoppiata
A supportare questa indiscrezione intervengono elementi oggettivi e verificabili. Il più eloquente è il dispositivo di sicurezza, drasticamente superiore a quello approntato per la visita del vicepresidente JD Vance dell’11-12 aprile. Per il primo round — 21 ore di negoziato, 300 membri nella delegazione americana — il Pakistan aveva dispiegato circa 10 mila unità tra polizia e forze paramilitari. Per il secondo round la scala di grandezza è diversa: oltre 18 mila unità nella sola Islamabad, con 7 mila rinforzi dal Punjab, per un totale che, secondo l’agenzia statale cinese Xinhua, raggiunge le 20 mila unità nelle twin cities. A questi si aggiungono 400 commandos d’élite, un centinaio di cecchini sui tetti con coordinamento radio in tempo reale e 600 posti di blocco su tutti i punti di accesso. Le misure aggiuntive sono senza precedenti: sospensione totale del trasporto pubblico, privato e merci; chiusura di ristoranti, banche, palestre, ostelli; requisizione del Serena e del Marriott Hotel; università chiuse con lezioni online. L’aumento di uomini rispetto alla visita di Vance è dell’ordine del 100-150 per cento. Non si prepara un dispositivo simile per un inviato speciale: lo si prepara per un Capo di Stato.
L’Hotel Serena a Islamabad (Ansa).
Tre C-17 Globemaster III atterrati a Rawalpindi
L’altro segnale materiale è il tipo di aerei militari americani atterrati alla Nur Khan Airbase di Rawalpindi. Per il primo round era arrivato un singolo C-130 Hercules con il team avanzato di sicurezza, inclusi agenti del Secret Service e della CIA. Sabato 19 aprile, i dati di flight tracking documentano tre C-17 Globemaster III dell’USAF — il primo alle 8.30, il secondo alle 11.03, il terzo alle 14.40 — con un quarto in rotta. Un C-17 trasporta fino a 77 tonnellate: tre significano oltre 230 tonnellate di capacità, contro le 20 del singolo Hercules della settimana precedente. Nella prassi delle visite presidenziali all’estero, i C-17 trasportano i veicoli blindati della scorta, le apparecchiature di comunicazione sicura e il materiale logistico necessario a replicare un perimetro di sicurezza equivalente a quello della Casa Bianca. A questi si aggiungono, secondo un funzionario pakistano intervistato da MSNBC, quattro ulteriori voli con i nominativi del team avanzato del vicepresidente.
Le bandiere degli Stati Uniti e dell’Iran (Ansa).
Il rebus Vance e il protocollo di continuità
L’indizio più pesante però è il balletto sulla partecipazione di JD Vance. Domenica, in poche ore, la Casa Bianca ha prodotto quattro versioni incompatibili. Al mattino, l’ambasciatore statunitense all’Onu Michael Waltz e il segretario all’Energia Chris Wright confermano la partenza. Mezz’ora dopo, Trump telefona a Jonathan Karl di ABC: Vance non va, il Secret Service non riesce a organizzare la sicurezza con 24 ore di preavviso. Novanta minuti più tardi, la portavoce rettifica: Vance andrà con Witkoff e Kushner. La spiegazione delle «24 ore insufficienti» è fragile: la stessa operazione era stata realizzata una settimana prima. La confusione trova invece una lettura coerente in un protocollo fondamentale della sicurezza americana: nella prassi consolidata dalla Guerra Fredda, fondata sulla National Security Presidential Directive 51, presidente e vicepresidente non devono trovarsi contemporaneamente nello stesso luogo all’estero. Il principio è la continuity of government: la dispersione geografica della leadership garantisce che la catena di comando resti intatta in caso di evento catastrofico. Se Trump vola a Islamabad, Vance deve rientrare. La danza delle dichiarazioni potrebbe riflettere una decisione presidenziale ancora in fieri.
JD Vance (Ansa).
Sul piatto la divisione dei proventi di Hormuz e lo stop decennale al nucleare
Lo stop decennale al nucleare rappresenterebbe un compromesso tra la proposta americana di 20 anni — respinta da Teheran e sgradita dallo stesso Trump — e la posizione iraniana, che rivendica il diritto sovrano all’arricchimento. Il revenue sharing su Hormuz sarebbe l’innovazione più radicale: durante il primo round lo Stretto era rimasto un nodo irrisolto. Trump venerdì scorso aveva ribadito dall’Air Force One che «non ci saranno pedaggi». Un accordo di divisione dei proventi, però, potrebbe consentire a entrambi di dichiarare vittoria. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato domenica della volontà di Teheran di porre fine al conflitto «con dignità». La delegazione negoziale, tuttavia, è guidata dal presidente del Parlamento Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Le agenzie iraniane hanno formalmente rigettato il secondo round, ma fonti di Teheran hanno contemporaneamente riferito alla CNN l’arrivo di una delegazione a Islamabad per martedì. Il cessate il fuoco scade mercoledì 22: senza accordo o proroga, le ostilità riprenderebbero. Il sequestro della nave Touskada parte della USS Spruance e la minaccia di ritorsione dell’IRGC aggiungono volatilità. Al momento della pubblicazione, nessuna fonte ufficiale ha confermato una visita presidenziale a Islamabad. Lo scenario resta condizionale e la fluidità della situazione — testimoniata dal caos comunicativo della stessa Casa Bianca — lascia aperta la possibilità che i piani cambino nelle prossime ore. Ma ciò che appare difficilmente contestabile è che il dispositivo in fase di dispiegamento nella Capitale pakistana non è proporzionato alla visita di un inviato. Qualcuno, a Washington, si sta preparando per qualcosa di molto più grande.
Elon Musk è stato convocato a Parigi, dove gli inquirenti stanno indagando su presunte irregolarità legate a X, tra cui la diffusione di materiale pedopornografico e contenuti deepfake. Assieme a Musk è stata convocata per «coloqui volontari» anche Linda Yaccarino, ex amministratrice delegata di X (ha ricoperto tale ruolo da maggio 2023 a luglio 2025). Altri dipendenti della piattaforma saranno ascoltati come testimoni nel corso di questa settimana, fa sapere la procura di Parigi.
Linda Yaccarino (Ansa).
A febbraio è stata perquisita la sede francese di X
Musk è stato convocato a seguito di una perquisizione avvenuta a febbraio presso la sede francese di X, nell’ambito di un’indagine avviata a gennaio del 2025. «Questi colloqui volontari con i dirigenti hanno lo scopo di consentire loro di presentare la propria posizione in merito ai fatti e, ove opportuno, alle misure di conformità che intendono attuare», hanno dichiarato i procuratori: «In questa fase, lo svolgimento dell’indagine si inserisce in un approccio costruttivo, con l’obiettivo finale di garantire che la piattaforma X rispetti la legge francese, nella misura in cui opera sul territorio nazionale». Non è ancora chiaro se Musk e Yaccarino si recheranno a Parigi.
La app e il sito di Grok (Ansa).
Quali sono i reati ipotizzati dagli inquirenti
Le autorità francesi hanno avviato un’indagine in seguito alle segnalazioni di un parlamentare, secondo cui algoritmi distorti sulla piattaforma X avrebbero probabilmente alterato il funzionamento di un sistema automatizzato di elaborazione dati. L’inchiesta si è poi ampliata dopo che il sistema di intelligenza artificiale della piattaforma, Grok, ha generato post negazionisti sull’Olocausto, reato punibile con la reclusione in Francia, e diffuso deepfake a sfondo sessuale. Gli inquirenti hanno ipotizzato i reati di “complicità” nel possesso e nella diffusione di immagini pornografiche di minori, deepfake a sfondo sessuale, negazionismo di crimini contro l’umanità e manipolazione di un sistema automatizzato di elaborazione dati nell’ambito di un’organizzazione criminale.
L’esercito di Israele è stato costretto a scusarsi dopo la diffusione sui social media della foto di un soldato dell’IDF intento a colpire con una mazza la testa una statua di Gesù, caduta da una croce nel sud del Libano.
L’IDF, dopo aver appurato l’autenticità della fotografia (scattata nel villaggio cristiano di Debl), ha affermato che «la condotta del soldato è totalmente incompatibile con i valori» delle forze armate di Tel Aviv, aggiungendo che «saranno presi provvedimenti adeguati nei confronti dei responsabili, in base agli esiti dell’indagine». L’esercito israeliano «sta collaborando con la comunità per il ricollocamento della statua al suo posto», si legge inoltre nel post. E poi: «Le IDF operano per smantellare l’infrastruttura terroristica creata da Hezbollah nel Libano meridionale e non hanno alcuna intenzione di danneggiare infrastrutture civili, inclusi edifici religiosi o simboli religiosi».
Following the completion of an initial examination regarding a photograph published earlier today of an IDF soldier harming a Christian symbol, it was determined that the photograph depicts an IDF soldier operating in southern Lebanon.
Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri di Israele, si è detto «fiducioso che verranno presi i necessari provvedimenti severi contro chiunque abbia compiuto questo vile gesto», che va contro i valori dello Stato ebraico, «che rispetta le diverse religioni e i loro simboli sacri e promuove la tolleranza e il rispetto reciproco tra le fedi».
Bene il ministro degli Esteri israeliano Saar che ha condannato con grande fermezza, annunciando provvedimenti disciplinari, il grave atto compiuto da un soldato dell’Idf che distrugge a martellate una statua di Gesù in un villaggio cristiano nel Sud del Libano. Un violento… pic.twitter.com/mVNJtNBD88
«Il danneggiamento di un simbolo religioso cristiano da parte di un soldato dell’Idf nel sud del Libano è un atto grave e vergognoso. Mi congratulo con l’Idf per la loro dichiarazione, per aver condannato l’accaduto e per aver avviato un’indagine», ha scritto Antonio Tajani su X. E poi: «Un violento accanimento contro i cristiani che in Medio Oriente rappresentano uno strumento di pace. Un episodio inaccettabile che auspichiamo non si ripeta mai più. Profanare i simboli del cristianesimo, dell’ebraismo e dell’Islam non è una manifestazione di forza ma solo di debolezza, contraria a tutti i principi in favore della libertà e del dialogo interreligioso».
Le elezioni bulgare (le ottave in cinque anni) hanno visto il trionfo dell’ex presidente Rumen Radev, euroscettico e filorusso, che col suo partito Bulgaria Progressista ha ottenuto la maggioranza assoluta dei 240 seggi in Parlamento: questo gli permetterà di governare senza allearsi con nessuno, contrariamente a quanto facevano presumere prima i sondaggi e poi gli exit poll.
Rumen Radev (Ansa).
Radev è stato presidente della Bulgaria dal 2017 all’inizio del 2026
Nato a Dimitrovgrad nel 1963, Radev ha un passato nell’Aeronautica Militare bulgara: è stato infatti un pilota di caccia, raggiungendo il grado di generale. Nel 2016, scelto dal Partito Socialista Bulgaro e da Alternativa per la Rinascita Bulgara come candidato indipendente per le elezioni presidenziali, vinse al ballottaggio contro Tsetska Tsacheva. Confermato nel 2021 (vince contro Anastas Gerdzhikov), non potendo riproporsi alla presidenza a causa del limite costituzionale di due mandati consecutivi, si è dimesso da capo di Stato a gennaio 2026, in modo da potersi candidare a primo ministro.
Rumen Radev (Ansa).
La figura di Radev è molto simile a quella di Orban: un assist per Putin
Radev ha vinto dopo una campagna elettorale all’insegna della promessa di una dura lotta alla corruzione e allo smantellamento delle oligarchie che controllano la Bulgaria, messaggi che hanno attecchito soprattutto tra gli elettori più anziani e nelle aree rurali. L’elezione di Radev solleva però interrogativi a livello Ue: critico nei confronti dell’Unione europea (e anche dell’euro, entrato in vigore nel Paese quest’anno), il nuovo primo ministro bulgaro è contrario agli aiuti militari all’Ucraina e favorevole alla riapertura di un dialogo con la Russia. Si tratta, insomma, di una figura molto simile a quella di Viktor Orban: dopo la sconfitta politica dell’alleato ungherese, Vladimir Putin potrebbe aver trovato nel bulgaro Radev una nuova opportunità di influenza all’interno dell’Ue. «Credetemi, una Bulgaria forte e un’Europa forte hanno bisogno di pensiero critico e pragmatismo. L’Europa è caduta vittima della propria ambizione di essere un leader morale in un mondo con nuove regole», ha dichiarato Radev dopo la vittoria.
Donald Trump ha annunciato la ripresa – lunedì – dei negoziati a Islamabad, tornando a minacciare l’Iran: «Offriamo un accordo equo, accettino o distruggeremo ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran», ha tuonato il presidente Usa. «Nessun colloquio finché rimarrà in vigore il blocco navale statunitense», aveva messo in chiaro Teheran. Anche resta aperto uno spiraglio: se dagli Usa arriveranno «segnali positivi», l’Iran potrebbe inviare una delegazione di negoziatori in Pakistan, ha dichiarato ad Al Jazeera il presidente della Commissione Parlamentare iraniana sulla Sicurezza Nazionale, Ebrahim Azizi. CENTCOM intanto ha diffuso sui social un video della nave iraniana catturata dagli Usa dopo il tentativo di forzare il blocco dello Stretto di Hormuz.
U.S. Marines depart amphibious assault ship USS Tripoli (LHA 7) by helicopter and transit over the Arabian Sea to board and seize M/V Touska. The Marines rappelled onto the Iranian-flagged vessel, April 19, after guided-missile destroyer USS Spruance (DDG 111) disabled Touska’s… pic.twitter.com/mFxI5RzYCS
La nave mercantile iraniana Touska è stata catturata dalla Marina statunitense mentre stava tentando di forzare il blocco navale imposto da Washington ai porti iraniani. «Ha cercato di violare il nostro blocco marittimo e ne ha pagato il prezzo», ha scritto Trump sul social Truth. Intercettata da un cacciatorpediniere statunitense nel Golfo dell’Oman, alla Touska è stato intimato di fermarsi, ma al rifiuto dell’equipaggio, la nave da guerra l’ha disabilitata aprendo il fuoco sulla sala macchine. In risposta, come riporta l’agenzia Tasnim vicina ai pasdaran, l’Iran ha lanciato droni contro alcune navi statunitensi.
U.S. Central Command (CENTCOM) has released video of the interdiction of the motor vessel Touska in the Northern Arabian Sea by the U.S. Navy Arleigh Burke-class guided missile destroyer USS Spruance (DDG-111). The video contains audio of the USS Spruance giving warnings to the… pic.twitter.com/bAoxgUFpgB
Teheran ha definito l’accaduto un atto di «pirateria armata». Il portavoce dello Stato Maggiore iraniano ha affidato a Telegram una nota ufficiale in cui assicura che «le forze armate della Repubblica islamica dell’Iran reagiranno presto e adotteranno misure di rappresaglia contro questo atto e contro l’esercito americano». L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di aver «violato il cessate il fuoco di due settimane» in vigore dall’8 aprile.
Se la Germania sta progressivamente affondando – fra recessione economica, immobilità politica interna e insignificanza sul palcoscenico internazionale – il colpevole, almeno per i tedeschi, è uno solo: il cancelliere conservatore Friedrich Merz. Secondo i sondaggi nazionali e non solo, è praticamente impossibile trovare in circolazione un leader di governo peggiore. Persino la tanto bistrattata Coalizione Semaforo guidata dal suo predecessore socialdemocratico Olaf Scholz appare, a distanza, migliore di quello che sembrasse.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).
Merz sarebbe meno apprezzato anche di Trump
Stando a una recente indagine dell’istituto statunitense Morning Consult, Merz è tra i capi di governo meno popolari al mondo, dietro anche a presidenti come Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan: il 75 per cento degli intervistati tedeschi si è detto scontento del lavoro del cancelliere che da un anno guida la Große Koalition fra CDU e SPD, mentre solo il 20 per cento si considera soddisfatto. Dati simili, anzi peggiori, sono emersi dall’ultima ricerca tedesca, quella dell’istituto Forsa per conto della rete tv RTL, secondo cui il 78 per cento dei cittadini ha bocciato l’operato di Merz e solo meno di un quinto (il 18 per cento), ha espresso un giudizio positivo, tre punti in meno rispetto al sondaggio precedente.
Friedrich Merz e Donald Trump alla Casa Bianca, a marzo 2026 (Ansa).
L’AfD ha virtualmente superato la CDU
Merz è in caduta libera anche tra i suoi sostenitori e compagni di partito – la CDU che fu di Helmut Kohl e Angela Merkel, rimasti entrambi in carica per 16 anni – se è vero che la maggioranza ormai è contro di lui, come dimostrano sempre le percentuali del Trendbarometer di RTL. Il 52 per cento degli elettori conservatori lo critica, mentre per chi si è già allontanato dal partito il quadro è ancora più netto: l’86 per cento si è detto insoddisfatto dell’operato del decimo cancelliere della Repubblica Federale. Non è un caso che la CDU, ora data al 24 per cento, sia virtualmente la seconda forza a livello nazionale, superata dall’estrema destra dell’Alternative für Deutschland che tocca il 26 per cento. Paradossalmente il tanto temuto spostamento a destra di chi votava CDU è inferiore alle aspettative, dato che solo il 20 per cento di coloro che hanno abbandonato il partito voterebbe attualmente per l’AfD. La maggioranza si sta orientando verso altri lidi, dai Liberali della FDP alla sinistra, oltre ad allargare il bacino degli astensionisti.
La co-leader dell’AfD Alice Weidel a Budapest (Ansa).
I motivi della delusione degli elettori conservatori
I motivi per cui la stragrande maggioranza dei tedeschi mal sopporta l’attuale cancelliere sono stati rilevati proprio dai ricercatori di Forsa, secondo i quali un’ampia fetta dell’elettorato continua ad accusare Merz di parlare molto e fare poco, di non mantenere le promesse elettorali e di agire in modo incoerente: queste tre spiegazioni insieme rappresentano il 59 per cento delle risposte degli intervistati. Tra i sostenitori della CDU, la delusione su alcuni punti è significativamente maggiore rispetto all’elettorato generale: il 34 per cento è deluso dagli annunci grandiosi che poco hanno corrisposto alla realtà; il 18 per cento considera le sue azioni contraddittorie e il 24 per cento lo accusa di mancanza di leadership, rispetto al 13 per cento complessivo. Al netto della cornice interna e internazionale molto problematica, con il governo di Berlino che deve gestire varie crisi in contemporanea e le conseguenze delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, è chiaro però che Merz è per i tedeschi l’uomo sbagliato per risollevare la Germania.
Friedrich Merz (Ansa).
La GroKo si è rivelata un freno per le riforme
Finora le scelte in politica interna sono state dettate dai compromessi obbligati tra CDU e SPD, come per altro ci si aspettava, e la nuova riedizione della Große Koalition si è dimostrata più un freno che un acceleratore per le riforme necessarie (fisco, pensioni, riconversione industriale, ridefinizione dei mercati e via dicendo). Inoltre la tattica in politica estera è stata segnata per lo più dall’appiattimento alla linea di Israele sullo scacchiere mediorientale e dalla continuazione di quella finora infruttuosa portata avanti con l’Unione Europea e i Paesi volenterosi come Francia e Gran Bretagna per quel che riguarda la Russia. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti e che i sondaggi hanno tradotto in numeri. Resta da vedere quindi se agli ultimi proclami di Merz relativi alla primavera delle riforme seguiranno davvero cambiamenti radicali o se già il prossimo autunno il tandem fra conservatori e socialdemocratici crollerà, quando le tre elezioni regionali nell’Est del Paese (il 13 settembre si terranno le Comunali in Bassa Sassonia, il 20 le doppie elezioni nel in Meclemburgo-Pomerania e nella città-Stato di Berlino) confermeranno l’AfD come prima forza facendo saltare anche la cancelleria.
Questa guerra chiamata come la caption di un meme – Epic Fury, nientemeno – sta facendo saltare in aria tutto: interi quartieri di città, la fiducia dei mercati, l’economia globale, alleanze che sembravano indistruttibili, le speranze dei giovani, il diritto internazionale. Ma c’è una vittima collaterale di ben poca importanza, la cui scomparsa può essere pianta, o anche solo notata, solo da pochi anziani nostalgici: l’idea che la satira fosse l’arma dei buoni, la spada laser, nonviolenta ma micidiale, della ragione, il pungente gas della resistenza umana, che fa aprire gli occhi, anziché accecarli. Difficile non accorgersi chei video e i contenuti satirici più graffianti e aggiornati contro Trump e Netanyahu e il loro cinismo avidoe sanguinario non vengono dalle patrie del libero pensiero, ma sono prodotti dall’Iran, che malgrado lo status di Paese aggredito resta una teocrazia liberticida, assassina e misogina, e dalla Cina, un’autocrazia a tutti gli effetti.
La metamorfosi della satira da contropotere a stampella del potere
Che la satira fosse intrinsecamente illuminista e illuminata, più che un’idea era un mito, almeno in certa misura: c’è stata satira fascista, razzista, antidemocratica, anche se la propaganda ideologica prevaleva decisamente sull’arguzia e oggi quelle vignette e quei frizzi possono interessare i cultori della materia. Ma dagli Anni 70 in poi, alla satira è stato attribuito lo status di linguaggionaturalitereversivo e rivoluzionario, un vero e proprio contropotere, così efficace nel mobilitare pensieri, emozioni e consenso che a un certo punto il mainstream – e, in ultima analisi, il potere – ha dovuto venire a patti, con vantaggi da ambo le parti: ammessi nelle prime pagine dei giornaloni o essi stessi creatori di giornali, ospitati in programmi televisivi di successo, a volte perfino in prima serata, vignettisti e cabarettisti si sono affrancati dalla precarietà bohemien e hanno potuto comprarsi casa e metter su famiglia; i media hanno svecchiato la propria immagine; i politici, seppur a denti stretti, hanno imparato ad abbozzare di fronte a un “diritto di satira” sempre più riconosciuto, e che tuttavia ne ha ridimensionato il ruolo a quello del clown della classe, il fool che aiuta i compagni a sopportare la routine di una scuola noiosa e opprimente. Non più una sfida al potere, ma una sua stampella, anche se decisamente più spiritosa e fantasiosa delle altre.
Il politicamente corretto ha stanato gli autori boomer: il nuovo gioco è l’IA
La strage di Charlie Hebdo è stata un brusco risveglio per tutti, rivelando brutalmente che quando l’uomo con la penna o la matita incontra l’uomo col fucile, l’uomo con la penna e la matita è un uomo morto. L’affermarsi del “politicamente corretto” ha poi costretto satiri e umoristi a svuotare i loro arsenali dalle arguzie basate su cliché sessisti, xenofobi, omofobi e ageisti. Disgraziatamente, spesso non rimaneva molto altro, e in parecchi l’hanno presa male («non si può più dire niente!»). Aggiornare meccanismi comici millenari, o addirittura inventarne di alternativi, non è impresa per autori per lo più boomer. Cane vecchio non impara gioco nuovo. Il gioco nuovo si chiama intelligenza artificiale e richiede competenze tecnologiche, velocità, rabbia, furbizia e fame, pochissimo romanticismo e zero fame di visibilità personale. Qualità che sono appannaggio di cani giovani, alle quali, nel caso dei video iraniani e cinesi, si aggiunge una singolare capacità di ignorare la trave nell’occhio del proprio regime.
Trump is one of the reasons that proves the existence of the Satan in the world. pic.twitter.com/Jp2z5FEEVh
Il risultato è la “slopaganda”, guerra mediatica digitale basata su contenuti IA anonimi, sferrata dall’Iran, spesso attraverso le sue ambasciate.
New MAGA Toy Story just dropped… “America First”… but it looks more like Israel comes first. pic.twitter.com/8cxcCoGQIl
— ☫ Iran Embassy in The Hague, The Netherlands (@IRAN_in_NL) April 14, 2026
Su Instagram dilagano le strepitose clip made in Teheran, con Trump e i suoi accoliti ridicolizzati in stile Lego Movie, sulle note di una canzone hip-hop che rinfaccia al Caligola a stelle e strisce la strage della scuola a Minab e le scorribande pedofile sull’isola di Epstein.
L’ultima uscita dei troll diplomatici iraniani è il post dall’ambasciata degli ayatollah in Ghana, in cui Teheran si propone come partner alternativo all’Italia piantata in asso dall’amico americano: «Possiamo offrire una civiltà antica di 7.000 anni, amore per l’arte, per la poesia e per il cibo. L’unica cosa su cui ci siamo mai combattuti è l’invenzione del gelato» (a quanto pare, è apparso nella Persia del V secolo a. C. e si chiamava faloodeh).
Dear Italy, Your PM just defended Pope and lost an ally in Washington — the Commander in Grief, yet the most 'powerfool'man on earth.
We'd like to apply for the vacancy.
Our qualifications: 7,000 years of civilization, a shared love of poetry, architecture, and food that…
Di pregevole fattura satirica anche la guerra fantasy wuxia-style, trasmessa dalla televisione di Stato cinese e diventata virale, fra l’Aquila Bianca (gli Usa) e il Gatto Persiano (l’Iran). Le due creature si combattono per il controllo della Valle del Flusso Dorato, una strettoia da cui dipende il passaggio dell’Essenza del Ferro Nero, necessaria per la sopravvivenza del mondo. Gli spettatori, a loro volta, hanno prodotto spin-off generati dall’IA in cui il Panda (la Cina) interviene fra i contendenti per mettere pace, o il dominio dell’Aquila Bianca viene sostituito da una coalizione di membri con pari dignità, per una gestione condivisa del Ferro Nero.
E noi, in Occidente? Siamo ancora alla «spassosa vignetta di…» (nome di Venerato Maestro a scelta). Ormai fa la figura del graffito rupestre.
Nel giorno dellariapertura di Hormuz e del vertice di Parigi durante il quale è stata messa a punto una «missione difensiva» per lo stretto, Donald Trump torna ad attaccare la Nato, definita nuovamente dal tycoon una «tigre di carta». Su Truth, il presidente Usa ha scritto: «Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno».
Trump: «Nato inutile, stia alla larga»
Trump, in una giornata particolarmente ricca di post su Truth, ha affermato: «L’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz, che non verrà più utilizzato come arma contro il mondo». Quetso mentre Teheran ha precisato che la riapertura durerà (al momento) per il tempo della tregua in Libano. Poi, come detto, ha puntato ancora il dito contro l’Alleanza atlantica: «Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, la Nato mi ha telefonato per chiedermi mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Gli ho detto di stare alla larga».
Meloni: «Italia pronta a fornire navi»
Tutto questo nelle ore in cui a Parigi si è tenuta la Conferenza sulla navigazione marittima nello Stretto di Hormuz, alla quale – oltre al padrone di casa Emmanuel Macron – hanno partecipato in presenza il primo ministro britannico Keir Starmer, la premier italiana Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Inclusi quelli in videocollegamento, erano però presenti i rappresentanti di una cinquantina tra Paesi (tra cui la Russia) e organizzazioni internazionali. «Lo stretto deve essere riaperto e senza pedaggi. Il mondo intero ha bisogno di una soluzione. La missione che abbiamo predisposto è difensiva e segue il cessate il fuoco», ha detto Starmer nelle dichiarazioni alla stampa al termine del vertice. Meloni ha affermato che «aprire Hormuz significa far fronte alle criticità e costruire un elemento essenziale per qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale». La presidente del Consiglio ha poi affermato che l’Italia è disponibile a fornire navi per la missione difensiva.
Giorgia Meloni, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz (Ansa).
La Commissione europea ha stilato una serie di raccomandazioni ai Paesi membri nella bozza del piano Accelerate Eu, atteso il 22 aprile, per fronteggiare la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente. Il pacchetto punta alla riduzione volontaria dei consumi, soprattutto in riscaldamento e trasporti. Tra le indicazioni: limitare l’uso di energia in casa, evitare sprechi e spostare i consumi fuori dalle ore di punta, insieme a incentivi per la mobilità sostenibile. Alle amministrazioni si chiede di dare l’esempio su consumi e illuminazione, mentre per imprese e edifici si punta su maggiore efficienza.
L’elenco delle misure proposte da Bruxelles
Le misure comprendono l’invito, per le aziende che possono farlo, a stabilire almeno un giorno di smart working a settimana. Si spinge poi per ridurre i costi del trasporto pubblico o renderlo gratuito per le categorie più fragili. Bruxelles raccomanda inoltre di adeguare le impostazioni di caldaie a condensazione e sistemi di climatizzazione negli edifici pubblici per aumentarne l’efficienza e ridurre i consumi di riscaldamento e raffrescamento, invitando anche i proprietari di edifici commerciali a intervenire sugli impianti centralizzati e le famiglie a mantenere la temperatura delle caldaie a condensazione sotto i 50 gradi. Sul fronte sociale, proposti voucher energetici mirati per le fasce più vulnerabili e, in via temporanea, l’introduzione di prezzi regolati. Tra le altre misure, anche schemi di leasing agevolato per favorire la diffusione di tecnologie efficienti – dalle pompe di calore ai pannelli fotovoltaici – e incentivi fiscali per sostituire elettrodomestici obsoleti e apparecchi a gas. Nelle città, infine, si punta su zone a traffico limitato e giornate senz’auto, insieme a maggiori incentivi per la mobilità elettrica. Alle amministrazioni e alle imprese viene anche raccomandato di limitare i viaggi aerei, privilegiando soluzioni alternative quando possibile.
A seguito della tregua di 10 giorni tra Israele e Libano(e in vista dei nuovi colloqui tra Stati Uniti e Iranin Pakistan), la navigazione nello Stretto di Hormuz torna alla normalità. Il braccio di mare, da cui passa circa il 20 per cento dei flussi mondiali di petrolio e gnl, è stato infatti riaperto. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, seguito poi a stretto giro da Donald Trump.
In line with the ceasefire in Lebanon, the passage for all commercial vessels through Strait of Hormuz is declared completely open for the remaining period of ceasefire, on the coordinated route as already announced by Ports and Maritime Organisation of the Islamic Rep. of Iran.
Trump: «Per l’Iran il blocco navale resta in vigore»
«In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione portuale e marittima della Repubblica islamica dell’Iran», ha dichiarato Araghchi. Trump, poco dopo, ha confermato la riapertura dello stretto. Tuttavia, ha sottolineato il presidente Usa, «il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la transazione non sarà completata al 100 per cento».
Il nuovo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran dovrebbe tenersi a Islamabad domenica 19 aprile. Lo scrive Axios, citando funzionari americani. La priorità assoluta per l’Amministrazione Trump è garantire che l’Iran non possa accedere alle scorte di quasi due tonnellate di uranio arricchito sepolto nei suoi impianti nucleari sotterranei, in particolare i 450 chilogrammi arricchiti al 60 per cento. Secondo le fonti di Axios, gli Stati Uniti sono pronti a scongelare 20 miliardi di dollari di fondi iraniani se Teheran rinuncerà alle sue scorte. Ma si tratterebbe solo di una delle tante proposte sul tavolo.