Prorogato di tre settimane il cessate il fuoco tra Israele e Libano

Il cessate il fuoco tra Israele e Libano, in vigore da dieci giorni e in scadenza, è stato esteso di tre settimane. Lo ha annunciato Donald Trump dopo l’incontro alla Casa Bianca tra gli ambasciatori di Tel Aviv e Beirut, al secondo ciclo di negoziati. Esprimendo fiducia sulla possibilità di definire un accordo di pace permanente entro la fine del 2026 («Ci sono ottime probabilità. Penso che sia un obiettivo facile da centrare»), il tycoon ha poi dichiarato di aspettarsi che i leader dei due Paesi, dunque il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun, lo incontrino nel corso delle prossime due settimane.

Un soldato Usa è stato arrestato per aver scommesso sulla cattura di Maduro

Gannon Ken Van Dyke, un soldato Usa coinvolto nell’operazione per catturare e destituire il presidente venezuelano Nicolas Maduro, è stato arrestato con l’accusa di aver utilizzato informazioni riservate a scopo di lucro, in particolare per scommettere sulla piattaforma Polymarket proprio sulla cattura del dittatore. Il sito permette agli utenti di scommettere in criptovalute sulla previsione che un certo evento accadrà o non accadrà o sulla sua data. Van Dyke, che era impegnato nell’operazione da un mese e aveva firmato accordi di riservatezza in cui si impegnava a non divulgare informazioni riservate o sensibili relative ad essa, avrebbe scommesso 32.500 dollari (circa 28 mila euro) sul fatto che Maduro sarebbe stato destituito entro il 31 gennaio del 2026. Il soldato avrebbe effettuato la maggior parte delle scommesse (13 in totale) nella notte del 2 gennaio, il giorno dell’operazione, vincendo più di 400 mila dollari (più di 340 mila euro). Subito dopo, avrebbe trasferito la maggior parte del denaro vinto in un portafoglio di criptovalute all’estero e chiesto a Polymarket di cancellare il suo account. Il militare è ora accusato di frode finanziaria e telematica e dell’utilizzo di informazioni riservate a scopo di lucro. Rischia fino a 60 anni di carcere.

Trump ordina di distruggere le navi posamine nello Stretto di Hormuz

«Ho ordinato alla Marina degli Stati Uniti di sparare e distruggere qualsiasi imbarcazione, anche piccola (tutte le loro navi da guerra, ben 159, sono sul fondo del mare!), che stia posando mine nelle acque dello Stretto di Hormuz». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, riferendosi alle navi dell’Iran, sottolineando che «non ci deve essere alcuna esitazione». Il presidente Usa ha poi aggiunto: «I nostri dragamine stanno bonificando lo stretto proprio ora. Ordino pertanto che tale attività continui, ma a un livello triplicato!».

Trump, rivendicando il pieno controllo di Hormuz, ha poi affermato che l’Iran non sa chi è il proprio leader: «La lotta intestina tra i “falchi”, che stanno perdendo molto sul campo di battaglia, e i “moderati”, che non sono affatto moderati (ma stanno guadagnando rispetto!), è pazzesca! Abbiamo il controllo totale». E poi: «Nessuna nave può entrare o uscire senza l’approvazione della Marina degli Stati Uniti. È ‘sigillato ermeticamente‘ fino a quando l’Iran non sarà in grado di concludere un accordo» .

Il piano dell’Iran per il «controllo sovrano» su Hormuz

I proclami di Trump sono una replica alle parole di Fadahossein Maleki, membro della commissione per la Sicurezza nazionale e la Politica estera del parlamento, il quale ha dichiarato che il parlamento di Teheran e il consiglio supremo di Sicurezza nazionale stanno intanto esaminando congiuntamente un piano per «il controllo sovrano» sullo Stretto di Hormuz. Teheran ha inoltre fatto sapere di aver depositato presso la Banca centrale iraniana i primi proventi del pedaggio imposto nello stretto.

Trump ha appena licenziato il segretario alla Marina

L’annuncio di Trump sulle posamine è arrivato peraltro nel giorno del siluramento del più alto funzionario civile della Marina statunitense, John Phelan, rimosso dal suo incarico a causa di contrasti col segretario alla Difesa Pete Hegseth. E anche dell’annuncio, da parte del capo di Stato Maggiore della Marina militare Giuseppe Berutti Bergotto, dell’invio di quattro navi per contribuire allo sminamento di Hormuz, nell’ambito di una missione internazionale che vede anche il coinvolgimento di Francia e Regno Unito.

Ue, via libera finale al prestito all’Ucraina e alle nuove sanzioni alla Russia

Via libera finale al prestito da 90 miliardi dell’Ue all’Ucraina e al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. La procedura scritta, ha annunciato la presidenza cipriota, si è conclusa positivamente con l’approvazione all’unanimità delle due misure, rimaste bloccate nelle settimane precedenti a causa del veto dell’Ungheria. «L’erogazione del prestito inizierà il prima possibile, fornendo un sostegno vitale alle esigenze di bilancio più urgenti di Kyiv. L’Ue rimane salda nel suo sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina», ha dichiarato il ministro delle Finanze cipriota Makis Keravnos.

Von Der Leyen: «Ora attuazione rapida delle sanzioni e del prestito»

«Accolgo con favore l’accordo raggiunto dagli Stati membri sul prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina per il periodo 2026-2027 e sul ventesimo pacchetto di sanzioni. Mentre la Russia intensifica la sua aggressione, noi rafforziamo il nostro sostegno alla coraggiosa nazione ucraina, consentendo all’Ucraina di difendersi ed esercitando pressione sull’economia di guerra russa. Ora passeremo a un’attuazione rapida su entrambi i fronti», ha scritto X la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen.

Ue verso l’ok ai centri in Albania, Meloni esulta e poi attacca: «Due anni persi»

«Notizia importante, che conferma la validità della strada che abbiamo indicato e quanto siano costati all’Italia due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate. Noi, intanto, andiamo avanti. Perché sul contrasto all’immigrazione illegale servono serietà, coraggio e soluzioni concrete». Lo ha scritto Giorgia Meloni sui social commentando il parere non vincolante di Nicholas Emiliou, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, che anticipa la futura sentenza dei giudici di Lussemburgo sul protocollo Italia-Albania. A corredo una foto con Edi Rama, omologo albanese.

Secondo Emiliou, il protocollo Italia-Albania sui cpr «è in linea di principio compatibile» con la normativa Ue in materia di rimpatrio e l’asilo. Il diritto dell’Unione europea, infatti, non impedisce a uno Stato membro di istituire un centro di detenzione per le procedure di rimpatrio al di fuori del proprio territorio. Tuttavia, lo Stato in questione deve assicurare che «i diritti dei migranti siano pienamente tutelati», inclusi quelli all’assistenza legale, all’assistenza linguistica e ai contatti con la famiglia e le autorità competenti.

L’ex presidente filippino Duterte sarà processato dalla Cpi: di cosa è accusato

La Corte penale internazionale ha confermato la propria giurisdizione nel caso contro Rodrigo Roa Duterte, aprendo la strada al processo per crimini contro l’umanità avvenuti durante la violenta campagna per combattere il narcotraffico intrapresa dal 2016 al 2022 dall’ex presidente delle Filippine. La Camera d’appello, a maggioranza, ha infatti respinto integralmente il ricorso presentato dalla difesa di Duterte, confermando la decisione della Camera preliminare del 23 ottobre 2025.

L’ex presidente filippino Duterte sarà processato dalla Cpi: di cosa è accusato
Protesta contro Duterte all’Aia (Ansa).

Ci sono stime che parlano addirittura di 30 mila morti

Secondo fonti ufficiali, almeno 6 mila persone sospettate di reati legati alla droga sono state uccise dalla polizia nel corso del suo mandato, ma gli attivisti parlano di numeri molto più alti: ci sono stime che parlano addirittura di 30 mila morti. Un rapporto delle Nazioni Unite ha evidenziato che le vittime erano per lo più giovani uomini poveri e che la polizia faceva uso di torture per ottenere confessioni. Duterte è sospettato di omicidio e tentato omicidio, configurati come crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto di Roma. Secondo i giudici dell’Aia, la Cpi può esercitare la propria giurisdizione sui presunti crimini commessi dall’ex presidente filippino nel periodo in cui il Paese era parte dello Statuto, terminato nel 2019. A marzo del 2025 era stato emesso il mandato di arresto: Duterte è stato poi fermato all’aeroporto di Manila subito dopo essere atterrato da Hong Kong.

L’ex presidente filippino Duterte sarà processato dalla Cpi: di cosa è accusato
Sostentori di Duterte (Ansa).

L’allarme dell’intelligence olandese: la Russia si sta preparando a un conflitto con la Nato

La Russia si sta preparando a un possibile conflitto con la Nato entro un anno dalla fine della guerra in Ucraina. È quanto emerge da un rapporto del Mivd, ovvero il servizio di intelligence militare dei Paesi Bassi, che definisce Mosca «la minaccia più grande e diretta» per l’Europa, anche in virtù (o meglio per colpa) dei legami sempre più stretti con Pechino.

Preoccupano i rapporti tra Russia e Cina, sempre più stretti

Negli ultimi tempi la Russia – che non aprirà un nuovo fronte finché sarà impegnata in Ucraina – si è avvicinata molto alla Cina e la crescente cooperazione militare tra i due Paesi sta rafforzando la percezione del Cremlino di poter colpire obiettivi militari e civili in Occidente. Mosca, spiega il dossier, punta a sfruttare le esportazioni di Pechino per sostenere la propria industria bellica. Non solo. Alla Russia fanno gola anche le capacità di cyber-spionaggio sviluppate dalla Cina, ormai paragonabili a quelle degli Stati Uniti: Peter Reesink, direttore del Mivd, le ha definite come «molto avanzate e organizzate in modo complesso». La Repubblica Popolare, invece, è interessata a trarre insegnamenti dall’esperienza maturata dalle forze russe sul campo di battaglia in Ucraina.

Secondo la Difesa svedese la Russia potrebbe occupare un’isola nel Baltico

In un’intervista al Times il generale Michael Claesson, capo di Stato maggiore della Difesa della Svezia, ha avvertito che la Russia, al fine di testare la solidità della Nato, è pronta a occupare un’isola nel Mar Baltico «in qualsiasi momento», dove le forze armate di Mosca hanno iniziato a scortare regolarmente le navi commerciali della flotta ombra. Le forze dell’Alleanza atlantica hanno condotto frequenti esercitazioni relative a sbarchi russi su alcune delle isole più grandi e strategicamente utili del Mar Baltico, come Gotland in Svezia, Bornholm in Danimarca, Hiiumaa e Saaremaa in Estonia.

Italia pronta a inviare quattro navi nello Stretto di Hormuz

L’Italia è pronta a inviare quattro navi a Hormuz per contribuire allo sminamento dello Stretto. L’ha affermato il Capo di Stato Maggiore della Marina militare, ammiraglio di squadra Giuseppe Berutti Bergotto, in audizione davanti alla Commissione Difesa della Camera. «La Marina è pronta a effettuare un’operazione di sminamento. Ovviamente queste operazioni devono essere fatte in una situazione non conflittuale perché sono molto delicate e, come tutte le operazioni in aree delicate, comportano dei rischi. Il nostro compito è mantenere i rischi al minimo possibile, questo lo facciamo tramite la tecnologia molto avanzata», ha spiegato. «Abbiamo visto che la chiusura di Hormuz si fa rapidamente, anche con poche lire, perché le mine che gli iraniani hanno messo in Hormuz costano veramente poco e sono anche datate. Ma questo fa sì che ci sia un’area di incertezza e soprattutto un crescente decadimento della sicurezza di navigazione».

L’azione italiana si inserisce nell’ambito di una coalizione internazionale

La pianificazione prudenziale prevede un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che permette di aumentare il periodo. In tutto 4 navi. «Ovviamente non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale, anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio».

Il segretario della Marina Usa John Phelan è stato licenziato

Il segretario della Marina Usa John Phelan è stato rimosso dal suo incarico, in un clima di tensione con il segretario alla Difesa Pete Hegseth in merito all’attuazione della riforma della costruzione navale. Ad alimentare gli attriti sarebbero anche stati gli stretti rapporti di Phelan con il presidente Donald Trump. Ad assumere la leadership della Marina sarà, ad interim, il sottosegretario Hung Cao.

Le tensioni con Hegseth e la decisione di Trump

Diverse fonti hanno riferito alla Cnn che da mesi serpeggiava tensione tra Phelan e Hegseth, il quale riteneva che Phelan stesse procedendo troppo lentamente nell’attuazione delle riforme della cantieristica navale. Hegseth era inoltre infastidito dalla sua comunicazione diretta con Trump, che interpretava come un tentativo di scavalcarlo. Secondo un alto funzionario della Casa Bianca, la questione è giunta al culmine durante un incontro tra Trump e Hegseth alla Casa Bianca, mercoledì 22 aprile 2026, incentrato sulla costruzione navale. Il presidente, frustrato dalla lentezza dei progressi, si sarebbe convinto durante il colloquio che Phelan dovesse essere sostituito e avrebbe detto a Hegseth di nominare qualcuno di più efficiente (il segretario della Marina è subordinato al segretario alla Difesa). Hegseth ha così inviato un messaggio a Phelan informandolo che doveva dimettersi o sarebbe stato licenziato. Quest’ultimo, non credendo che Trump fosse a conoscenza del messaggio, si è recato alla Casa Bianca chiedendo di incontrare il tycoon, che gli ha confermato tutto.

Trump “fissa” la nuova data dei colloqui con l’Iran

Il secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, finito in standby, potrebbe avere luogo venerdì 24 aprile. Lo scrive il New York Post, che cita fonti pakistane anonime e Donald Trump. «È possibile!», ha risposto il presidente Usa in un messaggio di testo al quotidiano, che gli aveva chiesto di commentare quanto riferito da fonti in Pakistan (Paese mediatore del primo round di colloqui), secondo cui un nuovo incontro «è previsto a Islamabad entro le prossime 36-72 ore». Trump ha esteso la tregua di due settimane nel conflitto contro l’Iran, proprio mentre il cessate il fuoco stava per scadere e dopo aver escluso a lungo tale possibilità.

Il Libano chiederà a Israele una proroga di un mese della tregua

In occasione dei colloqui diretti previsti domani a Washington, il Libano «chiederà la proroga di un mese della tregua e la cessazione da parte di Israele delle operazioni di demolizione e distruzione nelle zone in cui è presente». Lo riporta Afp, citando una fonte vicina al governo di Beirut. Si tratterebbe di un prolungamento ben più consistente di quello auspicato, almeno ufficialmente, dal presidente Joseph Aoun, il quale ha invece detto che «sono in corso contatti per prorogare di 10 giorni il cessate il fuoco», in scadenza domenica 26 aprile. Durante una riunione di alto livello sulla sicurezza, il capo di Stato libanese – chiedendo una più rigorosa applicazione delle misure governative – ha anche affermato che «a nessuna parte sarà consentito ostacolare l’attuazione delle misure di sicurezza o minare la stabilità» e che «mantenere la pace civile in questa fase della storia del Paese è una linea rossa invalicabile». Un messaggio a Hezbollah, oltre che a Israele?

Ue, approvato prestito da 90 miliardi all’Ucraina

Il Coreper, Comitato dei rappresentanti permanenti presso l’Ue, ha approvato l’ultima tessera legislativa mancante per procedere con il prestito da 90 miliardi all’Ucraina, bloccato sinora dal veto dell’Ungheria. Ora il provvedimento sarà sottoposto alla procedura scritta, che dovrebbe concludersi nel pomeriggio di giovedì 23 aprile, in vista dell’adozione definitiva da parte del Consiglio. «La presidenza cipriota si è adoperata senza sosta affinché l’Ue continui a sostenere con determinazione l’Ucraina e a esercitare pressioni sulla Russia», ha detto il portavoce. Nella medesima seduta, il Coreper ha anche dato il via libera al ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, anch’esso rimasto bloccato per il veto di Budapest.

Byd, nell’incendio al deposito in Cina non c’entrano le batterie: cos’è successo

Non sono state le batterie dei veicoli elettrici a causare l’incendio divampato in un parcheggio multipiano Byd a Shenzhen, in Cina, il 14 aprile 2026. Le analisi tecniche hanno infatti individuato l’origine del rogo in un’area interessata da lavori di ristrutturazione. Un contesto ad alto rischio operativo, dove l’incendio è partito durante le attività di cantiere. Una dinamica già vista in episodi analoghi, come quello di Notre Dame nel 2019. Le auto elettriche sono state coinvolte solo in un secondo momento. Anche le esplosioni visibili nei video sono da considerare conseguenze del fuoco, non il punto di partenza.

Con i veicoli termici il quadro sarebbe stato probabilmente più critico

Il dato più rilevante riguarda però il comportamento delle batterie. Le Blade battery al litio-ferro-fosfato sviluppate da Byd hanno contribuito a evitare un’escalation. Si tratta di una tecnologia consolidata, testata in condizioni estreme come il nail penetration test, perforazione diretta senza sviluppo di fiamme o fumo e con temperature sotto controllo. A questo si aggiungono test superati con successo in scenari di schiacciamento, deformazione, esposizione a 300°C e sovraccarichi.

Byd, nell’incendio al deposito in Cina non c’entrano le batterie: cos’è successo
Blade battery (Byd).

Guardando allo scenario alternativo, con veicoli termici, a gas o con batterie agli ioni di litio tradizionali, il quadro sarebbe stato probabilmente più critico – reazioni più violente, maggiore propagazione e rischi concreti per le persone. In questo caso, invece, non c’è stata alcuna vittima e l’impatto è stato contenuto. Va inoltre considerata la minore emissione di sostanze nocive durante la combustione, un aspetto particolarmente rilevante in contesti urbani o ad alta densità.

L’agente del Mossad morto sul Lago Maggiore stava conducendo un’operazione contro l’Iran

L’agente del Mossad morto nel naufragio di un battello sul Lago Maggiore del 28 maggio 2023, nel quale persero la vita anche i due funzionari dell’Aise Claudio Alonzi e Tiziana Barnobi, oltre che la moglie dello skipper, non era un ex 007 a riposo. Tutt’altro: era impegnato in un’operazione contro l’Iran. Lo ha rivelato il direttore dell’agenzia di intelligence israeliana David Barnea, durante la cerimonia dello Yom HaZikaron.

L’agente del Mossad morto sul Lago Maggiore stava conducendo un’operazione contro l’Iran
David Barnea (Ansa).

Cosa ha detto Barnea a tre anni dal naufragio

A quasi tre anni di distanza dal naufragio del battello Gooduria, Barnea nel suo discorso ha onorato la memoria di un agente ‘M‘, morto all’estero, spiegando che aveva guidato «operazioni rilevanti e significative» per la sicurezza dello Stato ebraico con «un impatto notevole sulla campagna contro l’Iran». Jerusalem Post e Channel 12 hanno identificato ‘M’ come lo 007 che ha perso la vita sul Lago Maggiore, «mentre collaborava con i servizi segreti italiani per impedire a Teheran di ottenere armi avanzate». Il sospetto, a questo punto, è che ‘M’, Alonzi e Barnobi siano stati uccisi dagli iraniani.

L’agente del Mossad morto sul Lago Maggiore stava conducendo un’operazione contro l’Iran
Le operazioni di recupero del battello naufragato nel Lago Maggiore (Ansa).

L’agente ‘M’ faceva parte del Mossad da 30 anni

Al funerale della spia israeliana morta in Italia, nota con l’identità di copertura di Shimoni Erez, avevano partecipato i vertici del Mossad. All’epoca, Barnea aveva descritto lo 007 come «un uomo dai modi raffinati, un amante dell’umanità, di buon cuore, calmo e tranquillo», che «sapeva stare in mezzo alla gente». Secondo quanto riferito da persone a lui vicine, l’agente ‘M’ faceva parte del Mossad da circa tre decenni.

L’incidente sospetto, il processo e la condanna per lo skipper

L’incidente, decisamente sospetto viste le persone coinvolte, era stato ufficialmente attribuito a una tempesta che aveva colpito il Lago Maggiore quel giorno e agli errori dello skipper Claudio Carminati, che ha patteggiato quattro anni di pena per naufragio colposo. Durante il processo gli era stato contestato di aver fatto salire a bordo 23 persone (22 erano agenti segreti), quando l’imbarcazione aveva una capienza massima di 15, così come di aver sottovalutato l’allerta meteo e il fenomeno del “downburst”. Tuttavia, che gli agenti italiani morti non fossero in vacanza ma in servizio era già stato implicitamente confermato nel 2024, quando nella sede del Dis erano apparse due lapidi in ricordo di Alonzi e Barnobi, con un riferimento alle morte dei due agenti «nel corso dello svolgimento di una delicata attività operativa con Servizi Collegati Esteri».

Iran: stop ai negoziati, Trump estende la tregua

Dopo giorni di proclami in senso contrario, Donald Trump ha esteso il cessate il fuoco con l’Iran, in scadenza oggi, fino al momento in cui arriverà una proposta dalla Repubblica Islamica e «le discussioni saranno concluse, in un senso o nell’altro». In questo contesto, il viaggio del vice JD Vance a Islamabad – inizialmente dato solo come sospeso – è stato «rinviato a tempo indeterminato», scrive Axios citando fonti di Washington. Resta intanto in vigore il blocco navale Usa.

Iran: stop ai negoziati, Trump estende la tregua
JD Vance (Ansa).

Il consigliere di Ghalibaf: «La proroga della tregua è una trappola»

«La proroga del cessate il fuoco è certamente uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», ha dichiarato Mahdi Mohammadi, consigliere di Mohammad Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore. Quest’ultimo, però, ha fatto sapere di non condividere questa osservazione. «In qualità di presidente dell’Assemblea Consultiva Islamica, il signor Ghalibaf si avvale della consulenza di stimati esperti in ambito culturale, economico, sociale, politico e in altri settori, dalle cui opinioni trae sempre beneficio. Tuttavia, le opinioni espresse da questi consulenti, che è loro naturale diritto, non rappresentano necessariamente la posizione ufficiale del signor Ghalibaf», ha dichiarato un alto funzionario del parlamento all’agenzia Tasnim.

Trump: «Senza blocco navale non ci sarebbe mai un accordo»

Dopo la proroga della tregua, Trump ha scritto di Truth di non aver intenzione di togliere il blocco navale nello Stretto di Hormuz, perché questo impedirebbe un accordo: «L’Iran lo vuole aperto per poter guadagnare 500 milioni di dollari al giorno (che è, quindi, la cifra che perde se viene chiuso!) […] Quattro giorni fa alcune persone mi hanno avvicinato dicendomi: “Signore, l’Iran vuole aprire lo Stretto, immediatamente”. Ma se lo facessimo, non ci sarebbe mai un accordo con l’Iran, a meno che non facessimo saltare in aria il resto del loro Paese, compresi i loro leader!». Teheran ha chiarito che i negoziati potranno iniziare dopo la revoca del blocco navale, aggiungendo che, in ogni caso, non intende trattare con gli Stati Uniti dei suoi programmi nucleare e missilistico. Secondo Axios, uno dei motivi che hanno spinto Trump a prorogare la tregua è che Stati Uniti e il mediatore Pakistan si aspettano che il leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, risponda oggi all’ultima proposta di Washington.

Iran: stop ai negoziati, Trump estende la tregua
Un murale anti-Usa a Teheran (Ansa).

Per le Nazioni Unite è un «passo importante verso la de-escalation»

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha accolto con favore la decisione di Trump di estendere il cessate il fuoco con Teheran. «Questo è un passo importante verso la de-escalation e la creazione di uno spazio cruciale per la diplomazia e la costruzione della fiducia tra Iran e Stati Uniti». L’ambasciata di Teheran presso l’Onu ha però condannato gli Usa per una condotta che presenta «i tratti distintivi della pirateria», dopo che le forze americane hanno attaccato nel Mar d’Oman una nave mercantile iraniana.

I pasdaran tornano a minacciare i Paesi del Golfo Persico

Intanto, però, i Guardiani della rivoluzione hanno aggiornato la lista dei possibili obiettivi nel Golfo Persico, nel caso dovesse riprendere la guerra: non più siti militari Usa, ma impianti di produzione energetica. Tra essi giacimenti petroliferi e raffinerie in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar. «Se i Paesi confinanti a sud consentiranno ai nemici di utilizzare il loro territorio e le loro strutture per attaccare il popolo iraniano, dovranno dire addio alla produzione petrolifera in Medio Oriente», ha avvertito il generale Seyyed Majid Mousavi, comandante della forza aerospaziale dei pasdaran.

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali

Il Wall Street Journal lo ha confermato domenica 20 aprile: il governatore della Banca centrale degli Emirati Arabi, Khaled Mohamed Balama, ha chiesto al segretario al Tesoro Scott Bessent e a funzionari della Federal Reserve l’apertura di una swap line valutaria — una linea di credito d’emergenza in dollari — durante gli Spring Meetings del FMI a Washington. La notizia conferma ciò che Lettera43 scriveva già a marzo: la narrazione di stabilità emiratina è una costruzione fragile, e i numeri la stanno demolendo. Gli emiratini hanno argomentato che è stata la decisione di Donald Trump ad attaccare l’Iran a coinvolgerli nel conflitto. E hanno aggiunto un dettaglio che suona come una minaccia: se gli UAE finiscono i dollari, potrebbero usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Per un Paese il cui dirham è agganciato al dollaro, minacciare il passaggio allo yuan è l’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio. Ma è il segnale che la situazione è più grave di quanto Abu Dhabi voglia ammettere. 

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
MBZ con Donald Trump (Ansa).

Perché la crescita del 3 per cento è un miraggio

A gennaio, prima della guerra, l’FMI proiettava una crescita del 5 per cento. L’ultimo World Economic Outlook del 14 aprile l’ha ridotta al 3,1 per cento, e quello è lo scenario ottimistico. Nello scenario avverso la crescita del MENA (Middle East and North Africa) scende all’1,1 per cento. Ma quel 3,1 per cento è un numero sulla carta. Per trasformarsi in Pil reale servono liquidità, infrastrutture funzionanti e fiducia degli investitori. Gli UAE non hanno nessuna delle tre. Un Paese che chiede swap line d’emergenza non cresce del 3 per cento. Un Paese le cui banche hanno rilasciato simultaneamente il buffer anticiclico e quello di conservazione del capitale — come ha fatto la Banca centrale il 18 marzo — non è un Paese i cui fondamentali sono «solidi». 

Il crollo della «Little Sparta» del Golfo

Secondo la comunicazione ufficiale di Abu Dhabi, pressoché tutti i danni subiti dal Paese sono stati causati da «detriti caduti a seguito di intercettazioni riuscite». Detriti prodigiosi, bisogna ammetterlo: hanno incendiato lo Shah gas field (20 per cento del gas domestico emiratino), devastato il petrolchimico Borouge, distrutto oil tank e raffineria a Fujairah, colpito il porto di Khor Fakkan, danneggiato l’oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e costretto al fermo precauzionale la raffineria di Ruwais. Se i detriti delle intercettazioni fanno tutto questo, viene da chiedersi cosa farebbero i missili se arrivassero a destinazione. In realtà, il ministero della Difesa ha dichiarato di aver affrontato 537 missili balistici, 2.256 droni e 26 missili cruise, 2.819 vettori d’attacco in cinque settimane. La matematica della propaganda emiratina funziona così: ogni colpo è intercettato, ogni danno è un detrito, e l’infrastruttura energetica si è autodistrutta per cause accidentali.

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
Il porto di Fujairah (Ansa).

L’Iran non voleva conquistare gli Emirati. Voleva dare un esempio. E l’esempio è stato devastante. In cinque settimane Teheran ha dimostrato quanto valesse la punta di lancia dell’asse Usa-Israele nel Golfo, quella «Little Sparta» di cui Mohammed bin Zayed andava tanto fiero, ripetuta con reverenza nei think tank di Washington e nei corridoi del Pentagono. La risposta, ora, è sotto gli occhi di tutti: niente. Al primo contatto con la realtà, la punta di lancia si è afflosciata, appiattita, disintegrata. Una definizione sulla carta, buona per i convegni e le foto con i generali americani. Gli UAE avevano proxy paramilitari in Yemen, Somalia, Libia e Sudan. Avevano i sistemi antimissile più avanzati del mercato. Avevano un budget della difesa da potenza media europea. Non avevano la capacità di proteggere i propri impianti petroliferi da sciami di droni da poche migliaia di dollari l’uno. A fine marzo, UAE e Kuwait avevano consumato il 75 per cento delle scorte di intercettori Patriot, il Bahrain l’87 per cento. La lezione iraniana è stata limpida: il prezzo dell’allineamento con Washington e Tel Aviv si paga in infrastrutture bruciate, e chi si vende come punta di lancia finisce per essere il primo bersaglio. 

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
Il principe ereditario Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).

Il viaggio a Pechino del principe ereditario…

Il 12 aprile il principe ereditario Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed è atterrato a Pechino. Il 14 è stato ricevuto da Xi Jinping. Ventiquattro accordi firmati. La visita avviene nel contesto in cui i funzionari emiratini dicono agli americani che senza dollari passeranno allo yuan. Il sistema cinese CIPS ha processato a marzo 135 miliardi di dollari giornalieri, +50 per cento. Il Project mBridgepiattaforma blockchain di cui gli UAE sono cofondatori — ha già processato 55 miliardi in scambi, con lo yuan al 95 per cento del volume. Ogni volta che il bluff viene esposto — e il WSJ lo ha appena fatto — la credibilità del bluffatore diminuisce. 

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
La delegazione cinese guidata da Xi Jinping e quella emiratina guidata da Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).

… E lo shopping londinese dello zio

Mentre Balama mendica dollari a Washington e il figlio di MBZ cerca alternative a Pechino, il fratello di MBZ — Sheikh Tahnoon bin Zayed, vicepresidente, capo dell’intelligence, chairman di IHC — fa shopping a Londra. L’11 aprile, DIAFA (affiliata IHC) ha acquisito una quota di maggioranza nell’impero di Richard Caring per 1,4 miliardi di sterline: The Ivy Collection, Annabel’s, Scott’s, Sexy Fish, Harry’s Bar, George, Mark’s Club. Il CEO di IHC ha dichiarato al Financial Times di voler spendere «36 miliardi di dollari ogni 18 mesi». A febbraio ha lanciato Judan Financial con 237 miliardi di dollari di asset in gestione. La contraddizione è irrisolvibile. O la crisi di liquidità è reale — e allora Tahnoon sta distraendo risorse mentre il Paese chiede l’elemosina — oppure è gonfiata per ottenere aiuti americani, e gli UAE stanno mentendo ai propri alleati. Tertium non datur

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
Da sinistra il primo ministro britannico Keir Starmer, Mohamed bin Zayed con accanto il fratello Tahnoon bin Zayed (Ansa).

La trappola in cui si sono infilati gli Emirati

L’emirato ha raccolto 4,5 miliardi di dollari in debito d’emergenza, pagando un premio pur di avere i soldi subito. Il Bahrain ha aperto una swap line da 5 miliardi con gli UAE: due naufraghi che si prestano il salvagente. L’IEA (l’International Energy Agency) ha definito la situazione «lo shock petrolifero più grave della storia». La World Bank ha tagliato la crescita del GCC (Gulf Cooperation Council) dal 4,4 all’1,3 per cento. Un consulente di wealth management a Singapore ha riferito che più della metà dei suoi 13 clienti emiratini stava valutando di spostare tutto. Un avvocato di patrimoni privati ha riportato che tre dei suoi venti clienti — con asset medi di 50 milioni — pianificavano trasferimenti urgenti. Dubai ha ridotto il limite di oscillazione in Borsa dal 10 al 5 per cento. Le autorità hanno dovuto smentire notizie su blocchi ai prelievi degli investitori stranieri. Il fatto stesso di doverlo fare dice tutto. Mohammed bin Zayed ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura. Quella scommessa assumeva un Iran rapidamente sconfitto e gli UAE come nodo indispensabile del nuovo ordine. Nessuno di quegli scenari si è materializzato. Gli UAE assorbono le ripercussioni senza poter uscire dall’alleanza, per paura di perdere la copertura americana. Una trappola perfetta, costruita con le proprie mani. Chi apre un conto a Singapore non torna facilmente a Dubai. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita. La parola del beduino di Abu Dhabi ora porta un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano cari.

L’IDF ha rimosso il soldato che in Libano aveva profanato una statua di Gesù

Le Forze di Difesa israeliane hanno annunciato la rimozione dal servizio operativo del soldato che aveva vandalizzato una statua di Gesù nel sud del Libano, colpendone la testa con una mazza, e dell’altro militare che ha filmato la profanazione. Entrambi saranno inoltre sottoposti a 30 giorni di detenzione militare, ha aggiunto l’IDF. «Le truppe rimaste sul posto sono state convocate per un colloquio di chiarimento che si terrà in seguito, dopo il quale verranno prese ulteriori misure a livello di comando», si legge in un comunicato dell’esercito di Tel Aviv.

Tucker Carlson volta le spalle a Trump: «Pentito di averlo sostenuto»

Non bastavano gli indici di gradimento in picchiata. Adesso Donald Trump comincia anche a perdere il sostegno dei sostenitori più accesi. Come il noto podcaster MAGA ed ex presentatore di Fox News Tucker Carlson, che ha preso definitivamente le distanze dal presidente Usa, assumendosi con tono affranto la responsabilità del suo ritorno al potere. Il mea culpa di Carlson è arrivato nel corso di una conversazione col fratello Buckley, ex speechwriter del tycoon.

Tucker Carlson volta le spalle a Trump: «Pentito di averlo sostenuto»
Donald Trump e Tucker Carlson (Ansa).

Carlson fu licenziato da Fox News per le teorie complottiste sulla vittoria rubata di Biden

«Tu hai scritto discorsi per lui, io ho fatto campagna elettorale per lui. Insomma, siamo sicuramente implicati in questa vicenda», ha detto rivolgendosi al fratello durante una puntata del The Tucker Carlson Show: «Penso che sia il momento di fare i conti con la nostra coscienza. Ne saremo tormentati a lungo. Io lo sarò. E voglio dire che mi dispiace aver tratto in inganno tante persone, non era mia intenzione». Sebbene nel 1999 lo avesse definito «la persona più ripugnante del pianeta», Carlson fu tra i primi a chiedere che The Donald venisse preso sul serio quando si candidò alle primarie repubblicane nel 2016. Licenziato da Fox News per le teorie complottiste sulla vittoria rubata di Joe Biden nel 2020 (e il sostegno a Vladimir Putin), quando poi Trump si è riproposto per un secondo mandato quattro anni dopo, Carlson gli ha tirato la volata per tutta la campagna elettorale, intervenendo anche un suo comizio a pochi giorni dal voto. Ora la rottura.

Tucker Carlson volta le spalle a Trump: «Pentito di averlo sostenuto»
Tucker Carlson (Ansa).

Trump lo aveva definito «una persona con un QI basso e molto sopravvalutata»

Carlson si è detto in disaccordo con Trump sul sostegno degli Stati Uniti a Israele e sulla guerra che i due Paesi hanno intrapreso contro l’Iran, definendo «vile sotto ogni punto di vista» il linguaggio usato dal tycoon nei confronti della Repubblica Islamica. Il mea culpa di Carlson arriva a stretto giro da un duro attacco di Trump ad alcune rilevanti figure MAGA – tra cui Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones e lo stesso podcaster, definito «una persona con un QI basso, sempre facile da battere e molto sopravvalutata». Prima di questo strappo definitivo, già a inizio aprile Carlson aveva detto a Newsmax: «Ho sempre apprezzato Trump e ora provo pena per lui, come per tutti gli schiavi. È messo alle strette da altre forze. Non è in grado di prendere le proprie decisioni. È terribile da vedere».

Meloni: «Trump? Gli amici ti danno una mano soprattutto quando ti dicono che non sono d’accordo»

«Non ci sono rimasta male. Penso che non si debba fare rinunciare le persone dal dire quello che pensano, anche quando non sono d’accordo. L’amicizia è fatta di questo, il coraggio è fatto di questo. E, chiaramente, non vuol dire mettere in discussione i nostri storici rapporti con gli Stati Uniti». Lo ha detto Giorgia Meloni, durante la sua visita al Salone del Mobile, rispondendo a una domanda sui rapporti con Donald Trump che, dopo lo strappo nato con il no all’uso di Sigonella e proseguito sulle accuse a papa Leone XIV, per stessa ammissione del tycoon non sono più quelli di una volta. «Gli amici ti danno una mano anche, e forse soprattutto, quando ti dicono che non sono d’accordo», ha chiosato la presidente del Consiglio.

Il Pakistan conferma l’arrivo di Vance e Ghalibaf a Islamabad

Le delegazioni di Stati Uniti e Iran hanno confermato ai mediatori pakistani che parteciperanno ai nuovi negoziati di pace a Islamabad, in vista della scadenza di domani sera (ora americana) della tregua di due settimane. Il vicepresidente statunitense JD Vance e il presidente del parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf, a capo delle rispettive delegazioni, arriveranno in Pakistan nelle prime ore di mercoledì 22 aprile per guidare le rispettive squadre nei colloqui. Lo scrive l’Afp. Al momento né gli Stati Uniti né l’Iran hanno confermato ufficialmente.

Il Pakistan conferma l’arrivo di Vance e Ghalibaf a Islamabad
Mohammad Bagher Ghalibaf (Imagoeconomica).

Tasnim: «Teheran pronta a creare un altro inferno»

La delegazione iraniana attendeva il via libera dalla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, per partire per Islamabad: l’autorizzazione sarebbe arrivata lunedì sera. Lo riporta Axios. Mentre continua l’attesa per l’arrivo a Islamabad delle delegazioni di Iran e Stati Uniti per un nuovo round negoziale, l’agenzia Tasnim – vicina ai Guardiani della Rivoluzione – scrive che la Repubblica Islamica, «alla luce delle richieste americane e della dichiarazione di un blocco navale che hanno impedito la ripresa dei negoziati», è pronta a «creare un altro inferno per americani e israeliani fin dal primo secondo di un possibile conflitto».

Trump: «Non hanno altra scelta che fare un accordo»

In un’intervista telefonica con Cnbc News Donald Trump, confermando di non voler prolungare la tregua, ha detto intanto che «l’Iran non ha altra scelta che fare un accordo», aggiungendo di essere sempre stato certo che Teheran avrebbe mandato una delegazione in Pakistan. ll presidente Usa quindi ha criticato i media e detto: «Avrei vinto in Vietnam e in Iraq rapidamente. Guardate al Venezuela». Su Truth, inoltre il tycoon ha accusato l’Iran di aver «violato il cessate il fuoco numerose volte».