Trump scettico sulla proposta iraniana per riaprire Hormuz e rinviare il nucleare

Donald Trump e i suoi consiglieri alla sicurezza nazionale sono scettici sull’offerta dell’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz e sospendere le trattative sul nucleare. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti. La Casa Bianca continuerà a negoziare con Teheran e probabilmente presenterà la sua risposta e le sue controproposte nei prossimi giorni. Anche se l’offerta iraniana non è stata respinta categoricamente, Trump e i suoi consiglieri sono dubbiosi sull’azione in buona fede dell’Iran e sull’intenzione di Teheran di mettere fine all’arricchimento dell’uranio e impegnarsi a non sviluppare l’arma nucleare.

Usa: «Accordo solo se impediamo all’Iran di dotarsi di armi nucleari»

La proposta iraniana, affidata ai mediatori pachistani, riaprirebbe il transito al petrolio e ai fertilizzanti facendo rifiatare i mercati internazionali, ma priverebbe Trump di una leva importante nei futuri colloqui per la rimozione delle scorte di uranio arricchito iraniano e la sospensione dell’arricchimento, due obiettivi di guerra primari per il lui. «Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e raggiungeranno solo un accordo che metta al primo posto il popolo americano, impedendo all’Iran di dotarsi di armi nucleari», ha ribadito ad Axios la portavoce della Casa Bianca Olivia Wales.

Putin ad Araghchi: «Faremo il possibile per la pace in Medio Oriente»

Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato a San Pietroburgo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Durante il colloquio, il leader del Cremlino ha detto che Mosca farà tutto il possibile, nell’interesse dell’Iran e degli altri Paesi della regione, «per portare la pace in Medio Oriente il più rapidamente possibile». Putin ha inoltre affermato di aver ricevuto la scorsa settimana un messaggio dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei. «Vorrei chiederle di trasmetterle la mia sincera gratitudine e di confermare che la Russia, come l’Iran, intende proseguire le nostre relazioni strategiche», ha detto ad Araghchi, aggiungendo: «Naturalmente ci auguriamo vivamente che, confidando nel coraggio e nel desiderio di indipendenza, sotto la guida di un nuovo leader il popolo iraniano superi questo difficile periodo di prove e che arrivi la pace». Da parte sua, il ministro degli Esteri di Teheran ha evidenziato che i rapporti tra Russia e Iran rappresentano una partnership strategica e saranno rafforzati. L’incontro si è svolto nella Sala Petrovsky della Biblioteca presidenziale Boris Yeltsin. Per la delegazione russa hanno partecipato il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e il capo dell’Intelligence militare Igor Kostyukov. Oltre ad Araghchi, la delegazione iraniana comprendeva il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi e l’ambasciatore iraniano a Mosca Kazem Jalali.

Libano: nuovi attacchi dell’Idf, scambio di accuse tra Hezbollah e il governo di Beirut

L’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi nella parte orientale del Libano, sia nella valle della Beqaa che nella zona vicino alla città di Nabi Chit, vicina al confine con la Siria; e sud del Paese dei cedri, ampliando la portata della sua campagna di bombardamenti durante un cessate il fuocoappena prorogato per altre tre settimane – che non è riuscito a porre fine alle ostilità con Hezbollah. Tutto questo mentre si stanno facendo sempre più forti le tensioni tra l’organizzazione sciita e il governo di Beirut.

Libano: nuovi attacchi dell’Idf, scambio di accuse tra Hezbollah e il governo di Beirut
Naïm Qassem (Ansa).

Qassem: «Continueremo la nostra resistenza»

Naïm Qassem, leader di Hezbollah, ha infatti puntato il dito contro il presidente libanese Joseph Aoun, accusandolo di aver fatto precipitare il Paese in un «ciclo di instabilità» con i negoziati diretti con Israele: «Questi colloqui e il loro esito non esistono e non ci riguardano minimamente. Non ci ritireremo, non ci piegheremo, non saremo sconfitti. Continueremo la nostra resistenza per difendere il Libano». Qassem, in una dichiarazione letta dall’emittente televisiva al-Manar, ha elencato inoltre cinque condizioni che devono essere soddisfatte prima di eventuali colloqui diretti: «Cessare l’aggressione via terra, mare e aria, il ritiro di Israele dai territori occupati, il rilascio dei prigionieri, il ritorno della popolazione in tutti i propri villaggi e città e la ricostruzione».

Libano: nuovi attacchi dell’Idf, scambio di accuse tra Hezbollah e il governo di Beirut
Joseph Aoun (Ansa).

Aoun: «Quello che stiamo facendo non è tradimento»

Aoun, assicurando che respingerà qualsiasi «accordo umiliante» al termine dei colloqui con Tel Aviv, ha risposto così alle dichiarazioni del segretario generale di Hezbollah. «Coloro che ci hanno trascinato in guerra in Libano ora ci ritengono responsabili perché abbiamo preso la decisione di avviare i negoziati. Quello che stiamo facendo non è un tradimento. Piuttosto, il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per perseguire interessi stranieri», ha detto riferendosi a Hezbollah e ai suoi legami con l’Iran.

Tensioni tra Mosca e Berlino, il ministero degli Esteri russo convoca l’ambasciatore tedesco

Il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore tedesco a Mosca, Alexander Graf Lambsdorff, per presentare una nota di protesta in merito al recente incontro a Kyv tra Roderich Kiesewetter, membro della commissione parlamentare per gli affari internazionali del Bundestag, e Achmed Zakayev, leader dell’organizzazione cecena Repubblica di Ichkeria (bandita in Russia). «Il parlamentare tedesco ha accolto con favore le attività anti-russe dei terroristi di questa organizzazione, che hanno partecipato attivamente ad operazioni di sabotaggio nelle regioni di Belgorod e Kursk, e li ha esortati a collaborare attivamente con la Germania, anche reclutando cittadini russi residenti in Germania per condurre operazioni volte a destabilizzare la situazione socio-politica nella Federazione russa», ha accusato il ministero degli Esteri russo. E ancora: «Mosca considera questo incontro tra un membro del parlamento tedesco e noti criminali come prova inconfutabile dell’intento delle autorità tedesche di interferire negli affari interni della Russia e di minacciarne la sicurezza nazionale, anche attraverso la cooperazione con organizzazioni terroristiche sotto l’egida del regime criminale di Kyiv».

Berlino: «Accuse ingiustificate»

Pronta la replica del governo tedesco, che ha rispedito le accuse al mittente definendole «completamente ingiustificate». A parlare è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Kathrin Deschauer, rispondendo a una domanda ad una conferenza stampa.

Biennale, il ministero degli Esteri di Israele: «Spazio di indottrinamento politico»

Israele all’attacco della Biennale arte di Venezia dopo che la giuria ha deciso di escludere dalla premiazione i Paesi accusati di «crimini contro l’umanità», pur non citando esplicitamente lo Stato ebraico. «Il boicottaggio dell’artista israeliano Belu-Simion Fainaru da parte della Giuria internazionale della Biennale di Venezia è una contaminazione del mondo dell’arte», ha accusato in un post su X il ministero degli Esteri israeliano. «La giuria politica ha trasformato la Biennale da uno spazio artistico aperto di idee libere e sconfinate in uno spettacolo di falso indottrinamento politico anti-israeliano». L’artista Belu-Simion Fainaru, nato a Bucarest nel 1959 ed emigrato in Israele nel 1973, era stato scelto per rappresentare Israele alla prossima Biennale.

Israele, gli ex premier Bennett e Lapid si alleano per sfidare Netanyahu

Gli ex premier israeliani Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato di aver fuso i rispettivi partiti – Bennet 2026 e Yesh Atid– in un’unica formazione politica chiamata Yachad (Insieme), con l’obiettivo di sfidare e spodestare Benjamin Netanyahu. Già nel 2021 lo mandarono all’opposizione rompendo una presa sul Paese che durava ininterrotta dal 2009 guidando congiuntamente – alternandosi alla carica di premier secondo un accordo di rotazione – una coalizione con all’interno otto formazioni politicamente diverse, compreso il partito arabo Ra’am guidato da Mansour Abbas. L’operazione non durò molto, tanto che l’anno successivo la maggioranza saltò e Bibi tornò alla guida dello Stato ebraico. Da allora, il centrista Lapid ha ricoperto il ruolo di leader dell’opposizione, Bennett si è preso una pausa dalla politica.

Una mossa che «riunisce il blocco riformista»

L’alleanza fra i due leader è stata firmata nella serata di sabato 25 aprile. «Una mossa che riunisce il blocco riformista, ponendo fine alle lotte interne e consentendo di concentrare gli sforzi su una vittoria decisiva alle prossime elezioni, per poi guidare Israele verso le riforme necessarie», hanno affermato i due politici durante la conferenza stampa organizzata per lanciare l’iniziativa. Il tentativo evidente è quello di unire un’opposizione frammentata che sembra comunque avere poco in comune oltre la comune ostilità verso Netanyahu.

La proposta dell’Iran agli Usa per riaprire Hormuz

L’Iran avrebbe presentato agli Stati Uniti una nuova proposta per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per l’avvio di colloqui sul programma nucleare di Teheran in una fase successiva. Lo riporta Axios. Secondo le fonti, la nuova proposta sarebbe stata presentata agli Usa tramite i mediatori pakistani. «La diplomazia è in una fase di stallo e la leadership iraniana è divisa su quali concessioni sul nucleare debbano essere messe sul tavolo. La proposta iraniana aggirerebbe questo problema, puntando a un accordo più rapido», osserva Axios. La proposta «si concentra sulla risoluzione della crisi relativa allo Stretto e al blocco statunitense. Come parte di questo accordo, il cessate il fuoco verrebbe esteso per un lungo periodo oppure le parti si accorderebbero su una fine definitiva della guerra». Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe tenere lunedì un incontro sull’Iran con i suoi principali collaboratori per la sicurezza nazionale e la politica estera per discutere dello stallo nei negoziati e dei possibili prossimi passi.

Almeno 2.400 i marittimi bloccati nello Stretto di Hormuz

Secondo un’associazione di categoria delle compagnie di navigazione petrolifera, ripresa dalla Bbc, sono circa 2.400 i marittimi che sono rimasti bloccati su oltre 105 petroliere nello Stretto di Hormuz, chiuso al traffico marittimo. Tim Wilkins, direttore generale dell’associazione di categoria dei trasportatori di petroliere Intertanko, ha spiegato che a bordo si registrano «un’enorme quantità di ansia, stress e stanchezza, poiché gli equipaggi devono gestire le provviste di base, tra cui cibo e acqua, e svolgere compiti pratici come la rimozione dei rifiuti». Senza contare l’incertezza in merito a quando potranno tornare a casa.

Delegazione iraniana con Araghchi verso il Pakistan

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è atteso a Islamabad in serata con una piccola delegazione di Teheran. Lo riferiscono fonti governative pachistane, che danno ormai come vicino un secondo round di negoziati di pace a tra Stati Uniti e Iran, a seguito di colloqui con la squadra di mediazione. L’agenzia di stampa iraniana Irna ha intanto confermato che Araghchi si recherà in visita a Islamabad e poi anche a Muscat e Mosca, senza però specificare se in occasione della tappa in Pakistan incontrerà anche rappresentanti americani: «L’obiettivo di questo viaggio sono consultazioni bilaterali, discussioni e colloqui sulle trasformazioni in corso nella regione, nonché sull’ultima situazione della guerra imposta dagli Stati Uniti e dal regime israeliano contro l’Iran».

Delegazione iraniana con Araghchi verso il Pakistan
Mohammad Bagher Ghalibaf (Ansa).

Ghalibaf avrebbe lasciato la guida della squadra negoziale

Intanto, Iran International riporta che il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf si sarebbe dimesso da capo della squadra negoziale, a causa di disaccordi interni. A Ghalibaf, costretto a fare un passo indietro, sarebbe stato recriminato di aver tentato di includere la questione nucleare nei colloqui con Washington. Al suo posto potrebbe subentrare Saeed Jalili, rappresentante ultraintegralista della Guida Suprema Mojtaba Khamenei presso il Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Ma c’è chi ritiene che a sostituire Ghalibaf sarà Araghchi.

Delegazione iraniana con Araghchi verso il Pakistan
L’Hotel Serena a Islamabad (Ansa).

Islamabad è blindata da giorni in attesa dei nuovi colloqui

Islamabad, dove è già presente un team logistico e di sicurezza statunitense, è blindata da diversi giorni in attesa della ripresa dei negoziati: come evidenzia la Bbc, è il sesto giorno con chiusure di strade, mercati e banche, come una sorta di lockdown, e non ci sono notizie di ritorno alla normalità. Al Jazeera parla di «alta probabilità di svolta», vista la partenza della delegazione dell’Iran. Le Forze armate americane, in questa fase di stallo, starebbero però mettendo a punto piani che prevedono di colpire le capacità iraniane nello Stretto di Hormuz, nel caso in cui dovesse saltare il cessate il fuoco. Lo riporta la Cnn.

Netanyahu ha rivelato di essere guarito da un tumore alla prostata

Benjamin Netanyahu ha annunciato di essere guarito da un tumore alla prostata. L’annuncio è arrivato tramite un post su X nel giorno in cui è stata pubblicata la valutazione annuale del suo stato di salute. Il primo ministro israeliano ha ricostruito personalmente le fasi della malattia, raccontando di essere stato operato un anno e mezzo fa per un ingrossamento benigno della prostata. Poi, nell’ultimo controllo, la scoperta di «un minuscolo alone di meno di un centimetro che, dagli esami, è emerso che si trattava di uno stadio iniziale molto precoce di tumore maligno, senza alcuna diffusione o metastasi». Davanti alla scelta se «convivere con esso, come fanno molti» o sottoporsi a cure per «eliminare il problema” ha optato per la seconda strada».

«Grazie a Dio ho sconfitto anche questo»

«Ho subito un trattamento mirato che ha eliminato il problema senza lasciarne traccia», ha evidenziato Netanyahu spiegando di essersi sottoposto a sedute di radioterapia mentre continuava a lavorare. «L’alone è scomparso completamente. Grazie a Dio, ho sconfitto anche questo». Il premier ha altresì aggiunto di aver chiesto che la pubblicazione del rapporto sulle sue condizioni di salute fosse posticipata di due mesi «affinché non venisse diffusa al culmine della guerra, per non consentire al regime terroristico iraniano di diffondere altra propaganda menzognera contro Israele».

La guerra in Iran ha prosciugato le scorte Usa di missili: le stime

Le scorte di missili e armi statunitensi si sono notevolmente ridotte a causa della guerra con l’Iran. Lo scrive il New York Times, che cita valutazioni interne del Dipartimento della Difesa e fonti del Congresso. Gli Stati Uniti avrebbero utilizzato 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio (progettati per un eventuale conflitto con la Cina); 1.000 missili da crociera Tomahawk (il Pentagono ne acquista 100 ogni anno); 1.200 missili intercettori Patriot (ognuno costato più di 4 milioni di dollari); e 1.000 missili di precisione e missili terrestri. Secondo le stime, gli Stati Uniti hanno speso tra 28 e 35 miliardi di dollari durante la guerra, quasi uno al giorno. Costi enormi e scorte prosciugate: il Nyt afferma che il conflitto in Medio Oriente ha reso gli Usa meno preparati ad affrontare potenziali nemici come Russia e la già citata Cina.

Gli Stati Uniti starebbero pianificando attacchi all’Iran nello Stretto di Hormuz

L’articolo del New York Times, su un tema di cui si è già scritto in passato, è arrivato nel giorno in cui la Cnn, ha riferito che le forze armate americane stanno preparando piani di emergenza per colpire le difese iraniane nello Stretto di Hormuz, qualora saltasse la tregua con l’Iran. Rivendicando il «controllo totale» del braccio di mare, Donald Trump – che ha «ordinato di distruggere qualsiasi imbarcazione posizioni mine» – ha perlomeno dichiarato che non ci sarà bisogno di usare l’arma nucleare in Medio Oriente. Dove intanto è arrivata la portaerei USS George H.W. Bush.

Meta effettuerà 8 mila licenziamenti a maggio

A maggio 2026 Meta Platforms effettuerà 8 mila licenziamenti, pari al 10 per cento del personale, per snellire le proprie operazioni e finanziare ingenti investimenti nell’intelligenza artificiale. Lo ha riferito l’azienda in una nota interna, visionata dal Wall Street Journal. Nel promemoria inviato ai dipendenti, la chief people officer Janelle Gale ha rilevato che i tagli si sono resi necessari per consentire all’azienda di operare in modo più efficiente e per compensare i propri investimenti. «Non si tratta di una scelta facile e comporterà il dover far andare via persone che hanno fornito contributi significativi a Meta durante la loro permanenza qui», ha scritto Gale. L’azienda ha inoltre fatto sapere che annullerà i piani di assunzione per 6 mila posizioni aperte, come indicato nella nota.

La mail del Pentagono che ipotizza punizioni contro i Paesi Nato che non hanno aiutato gli Usa in Iran

Gli Stati Uniti starebbero valutando opzioni per punire i paesi Nato che non li hanno aiutati nella guerra contro l’Iran. Lo ha dichiarato un funzionario americano all’agenzia di stampa Reuters, secondo cui un’e-mail interna del Pentagono descrive le possibilità che gli Usa stanno vagliando in tal senso. Tra le opzioni sul tavolo ci sarebbero la sospensione della Spagna dall’alleanza e la revisione della posizione americana sulla rivendicazione britannica delle Isole Falkland. Altre opzioni sono dettagliate in un rapporto che esprime frustrazione per la percepita riluttanza o il rifiuto di diversi alleati degli Stati Uniti di concedere loro l’accesso, ad esempio, a basi o voli attraverso il loro spazio aereo in base al trattato Nato.

Sanchez: «Valgono solo gli atti formali»

Interpellato sulla vicenda, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha così dichiarato a margine del vertice Ue informale di Cipro: «Non ci basiamo sulle e-mail. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative, in questo caso degli Stati Uniti».

Prorogato di tre settimane il cessate il fuoco tra Israele e Libano

Il cessate il fuoco tra Israele e Libano, in vigore da dieci giorni e in scadenza, è stato esteso di tre settimane. Lo ha annunciato Donald Trump dopo l’incontro alla Casa Bianca tra gli ambasciatori di Tel Aviv e Beirut, al secondo ciclo di negoziati. Esprimendo fiducia sulla possibilità di definire un accordo di pace permanente entro la fine del 2026 («Ci sono ottime probabilità. Penso che sia un obiettivo facile da centrare»), il tycoon ha poi dichiarato di aspettarsi che i leader dei due Paesi, dunque il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun, lo incontrino nel corso delle prossime due settimane.

Un soldato Usa è stato arrestato per aver scommesso sulla cattura di Maduro

Gannon Ken Van Dyke, un soldato Usa coinvolto nell’operazione per catturare e destituire il presidente venezuelano Nicolas Maduro, è stato arrestato con l’accusa di aver utilizzato informazioni riservate a scopo di lucro, in particolare per scommettere sulla piattaforma Polymarket proprio sulla cattura del dittatore. Il sito permette agli utenti di scommettere in criptovalute sulla previsione che un certo evento accadrà o non accadrà o sulla sua data. Van Dyke, che era impegnato nell’operazione da un mese e aveva firmato accordi di riservatezza in cui si impegnava a non divulgare informazioni riservate o sensibili relative ad essa, avrebbe scommesso 32.500 dollari (circa 28 mila euro) sul fatto che Maduro sarebbe stato destituito entro il 31 gennaio del 2026. Il soldato avrebbe effettuato la maggior parte delle scommesse (13 in totale) nella notte del 2 gennaio, il giorno dell’operazione, vincendo più di 400 mila dollari (più di 340 mila euro). Subito dopo, avrebbe trasferito la maggior parte del denaro vinto in un portafoglio di criptovalute all’estero e chiesto a Polymarket di cancellare il suo account. Il militare è ora accusato di frode finanziaria e telematica e dell’utilizzo di informazioni riservate a scopo di lucro. Rischia fino a 60 anni di carcere.

Trump ordina di distruggere le navi posamine nello Stretto di Hormuz

«Ho ordinato alla Marina degli Stati Uniti di sparare e distruggere qualsiasi imbarcazione, anche piccola (tutte le loro navi da guerra, ben 159, sono sul fondo del mare!), che stia posando mine nelle acque dello Stretto di Hormuz». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, riferendosi alle navi dell’Iran, sottolineando che «non ci deve essere alcuna esitazione». Il presidente Usa ha poi aggiunto: «I nostri dragamine stanno bonificando lo stretto proprio ora. Ordino pertanto che tale attività continui, ma a un livello triplicato!».

Trump, rivendicando il pieno controllo di Hormuz, ha poi affermato che l’Iran non sa chi è il proprio leader: «La lotta intestina tra i “falchi”, che stanno perdendo molto sul campo di battaglia, e i “moderati”, che non sono affatto moderati (ma stanno guadagnando rispetto!), è pazzesca! Abbiamo il controllo totale». E poi: «Nessuna nave può entrare o uscire senza l’approvazione della Marina degli Stati Uniti. È ‘sigillato ermeticamente‘ fino a quando l’Iran non sarà in grado di concludere un accordo» .

Il piano dell’Iran per il «controllo sovrano» su Hormuz

I proclami di Trump sono una replica alle parole di Fadahossein Maleki, membro della commissione per la Sicurezza nazionale e la Politica estera del parlamento, il quale ha dichiarato che il parlamento di Teheran e il consiglio supremo di Sicurezza nazionale stanno intanto esaminando congiuntamente un piano per «il controllo sovrano» sullo Stretto di Hormuz. Teheran ha inoltre fatto sapere di aver depositato presso la Banca centrale iraniana i primi proventi del pedaggio imposto nello stretto.

Trump ha appena licenziato il segretario alla Marina

L’annuncio di Trump sulle posamine è arrivato peraltro nel giorno del siluramento del più alto funzionario civile della Marina statunitense, John Phelan, rimosso dal suo incarico a causa di contrasti col segretario alla Difesa Pete Hegseth. E anche dell’annuncio, da parte del capo di Stato Maggiore della Marina militare Giuseppe Berutti Bergotto, dell’invio di quattro navi per contribuire allo sminamento di Hormuz, nell’ambito di una missione internazionale che vede anche il coinvolgimento di Francia e Regno Unito.

Ue, via libera finale al prestito all’Ucraina e alle nuove sanzioni alla Russia

Via libera finale al prestito da 90 miliardi dell’Ue all’Ucraina e al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. La procedura scritta, ha annunciato la presidenza cipriota, si è conclusa positivamente con l’approvazione all’unanimità delle due misure, rimaste bloccate nelle settimane precedenti a causa del veto dell’Ungheria. «L’erogazione del prestito inizierà il prima possibile, fornendo un sostegno vitale alle esigenze di bilancio più urgenti di Kyiv. L’Ue rimane salda nel suo sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina», ha dichiarato il ministro delle Finanze cipriota Makis Keravnos.

Von Der Leyen: «Ora attuazione rapida delle sanzioni e del prestito»

«Accolgo con favore l’accordo raggiunto dagli Stati membri sul prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina per il periodo 2026-2027 e sul ventesimo pacchetto di sanzioni. Mentre la Russia intensifica la sua aggressione, noi rafforziamo il nostro sostegno alla coraggiosa nazione ucraina, consentendo all’Ucraina di difendersi ed esercitando pressione sull’economia di guerra russa. Ora passeremo a un’attuazione rapida su entrambi i fronti», ha scritto X la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen.

Ue verso l’ok ai centri in Albania, Meloni esulta e poi attacca: «Due anni persi»

«Notizia importante, che conferma la validità della strada che abbiamo indicato e quanto siano costati all’Italia due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate. Noi, intanto, andiamo avanti. Perché sul contrasto all’immigrazione illegale servono serietà, coraggio e soluzioni concrete». Lo ha scritto Giorgia Meloni sui social commentando il parere non vincolante di Nicholas Emiliou, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, che anticipa la futura sentenza dei giudici di Lussemburgo sul protocollo Italia-Albania. A corredo una foto con Edi Rama, omologo albanese.

Secondo Emiliou, il protocollo Italia-Albania sui cpr «è in linea di principio compatibile» con la normativa Ue in materia di rimpatrio e l’asilo. Il diritto dell’Unione europea, infatti, non impedisce a uno Stato membro di istituire un centro di detenzione per le procedure di rimpatrio al di fuori del proprio territorio. Tuttavia, lo Stato in questione deve assicurare che «i diritti dei migranti siano pienamente tutelati», inclusi quelli all’assistenza legale, all’assistenza linguistica e ai contatti con la famiglia e le autorità competenti.

L’ex presidente filippino Duterte sarà processato dalla Cpi: di cosa è accusato

La Corte penale internazionale ha confermato la propria giurisdizione nel caso contro Rodrigo Roa Duterte, aprendo la strada al processo per crimini contro l’umanità avvenuti durante la violenta campagna per combattere il narcotraffico intrapresa dal 2016 al 2022 dall’ex presidente delle Filippine. La Camera d’appello, a maggioranza, ha infatti respinto integralmente il ricorso presentato dalla difesa di Duterte, confermando la decisione della Camera preliminare del 23 ottobre 2025.

L’ex presidente filippino Duterte sarà processato dalla Cpi: di cosa è accusato
Protesta contro Duterte all’Aia (Ansa).

Ci sono stime che parlano addirittura di 30 mila morti

Secondo fonti ufficiali, almeno 6 mila persone sospettate di reati legati alla droga sono state uccise dalla polizia nel corso del suo mandato, ma gli attivisti parlano di numeri molto più alti: ci sono stime che parlano addirittura di 30 mila morti. Un rapporto delle Nazioni Unite ha evidenziato che le vittime erano per lo più giovani uomini poveri e che la polizia faceva uso di torture per ottenere confessioni. Duterte è sospettato di omicidio e tentato omicidio, configurati come crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto di Roma. Secondo i giudici dell’Aia, la Cpi può esercitare la propria giurisdizione sui presunti crimini commessi dall’ex presidente filippino nel periodo in cui il Paese era parte dello Statuto, terminato nel 2019. A marzo del 2025 era stato emesso il mandato di arresto: Duterte è stato poi fermato all’aeroporto di Manila subito dopo essere atterrato da Hong Kong.

L’ex presidente filippino Duterte sarà processato dalla Cpi: di cosa è accusato
Sostentori di Duterte (Ansa).

L’allarme dell’intelligence olandese: la Russia si sta preparando a un conflitto con la Nato

La Russia si sta preparando a un possibile conflitto con la Nato entro un anno dalla fine della guerra in Ucraina. È quanto emerge da un rapporto del Mivd, ovvero il servizio di intelligence militare dei Paesi Bassi, che definisce Mosca «la minaccia più grande e diretta» per l’Europa, anche in virtù (o meglio per colpa) dei legami sempre più stretti con Pechino.

Preoccupano i rapporti tra Russia e Cina, sempre più stretti

Negli ultimi tempi la Russia – che non aprirà un nuovo fronte finché sarà impegnata in Ucraina – si è avvicinata molto alla Cina e la crescente cooperazione militare tra i due Paesi sta rafforzando la percezione del Cremlino di poter colpire obiettivi militari e civili in Occidente. Mosca, spiega il dossier, punta a sfruttare le esportazioni di Pechino per sostenere la propria industria bellica. Non solo. Alla Russia fanno gola anche le capacità di cyber-spionaggio sviluppate dalla Cina, ormai paragonabili a quelle degli Stati Uniti: Peter Reesink, direttore del Mivd, le ha definite come «molto avanzate e organizzate in modo complesso». La Repubblica Popolare, invece, è interessata a trarre insegnamenti dall’esperienza maturata dalle forze russe sul campo di battaglia in Ucraina.

Secondo la Difesa svedese la Russia potrebbe occupare un’isola nel Baltico

In un’intervista al Times il generale Michael Claesson, capo di Stato maggiore della Difesa della Svezia, ha avvertito che la Russia, al fine di testare la solidità della Nato, è pronta a occupare un’isola nel Mar Baltico «in qualsiasi momento», dove le forze armate di Mosca hanno iniziato a scortare regolarmente le navi commerciali della flotta ombra. Le forze dell’Alleanza atlantica hanno condotto frequenti esercitazioni relative a sbarchi russi su alcune delle isole più grandi e strategicamente utili del Mar Baltico, come Gotland in Svezia, Bornholm in Danimarca, Hiiumaa e Saaremaa in Estonia.

Italia pronta a inviare quattro navi nello Stretto di Hormuz

L’Italia è pronta a inviare quattro navi a Hormuz per contribuire allo sminamento dello Stretto. L’ha affermato il Capo di Stato Maggiore della Marina militare, ammiraglio di squadra Giuseppe Berutti Bergotto, in audizione davanti alla Commissione Difesa della Camera. «La Marina è pronta a effettuare un’operazione di sminamento. Ovviamente queste operazioni devono essere fatte in una situazione non conflittuale perché sono molto delicate e, come tutte le operazioni in aree delicate, comportano dei rischi. Il nostro compito è mantenere i rischi al minimo possibile, questo lo facciamo tramite la tecnologia molto avanzata», ha spiegato. «Abbiamo visto che la chiusura di Hormuz si fa rapidamente, anche con poche lire, perché le mine che gli iraniani hanno messo in Hormuz costano veramente poco e sono anche datate. Ma questo fa sì che ci sia un’area di incertezza e soprattutto un crescente decadimento della sicurezza di navigazione».

L’azione italiana si inserisce nell’ambito di una coalizione internazionale

La pianificazione prudenziale prevede un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che permette di aumentare il periodo. In tutto 4 navi. «Ovviamente non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale, anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio».