Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avvieranno, a partire da lunedì 4 maggio 2026, l’operazione Project Freedom per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz. «Si tratta di un gesto umanitario compiuto per conto degli Stati Uniti, dei Paesi mediorientali e, in particolare, dell’Iran», ha scritto su Truth, ricordano che «molte di queste navi stanno esaurendo le scorte di cibo e di tutti gli altri beni essenziali per garantire agli equipaggi una permanenza a bordo in condizioni di salute e igiene adeguate». Il tycoon ha spiegato che «Paesi di tutto il mondo, che non sono in alcun modo coinvolti nel conflitto in Iran, ci hanno chiesto di aiutare a liberare le loro navi, rimaste bloccate nello Stretto di Hormuz a causa di una vicenda con la quale non hanno assolutamente nulla a che fare». Di qui l’iniziativa per mettere in salvo i mezzi e i loro equipaggi fuori dallo Stretto.
La Marina Usa fornirà informazioni sulle migliori rotte per attraversare lo Stretto
In dettaglio, la Marina statunitense fornirà alle imbarcazioni mercantili informazioni sulle migliori rotte marittime dello stretto di Hormuz, in particolare per quanto riguarda le vie non minate dall’esercito iraniano. L’ha scritto Axios, citando due funzionari americani. Secondo il quotidiano statunitense, le navi non verranno necessariamente scortate dalla Marina Usa, che starà nelle vicinanze nel caso in cui fosse necessario impedire all’esercito iraniano di attaccare i mercantili che attraversano lo stretto. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (Imo), fino a 20 mila marittimi sono rimasti bloccati su circa 2 mila navi nello stretto di Hormuz dall’inizio della guerra. Il Centcom ha precisato che si tratta di una missione difensiva e che il supporto militare includerà cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli terrestri e navali, piattaforme senza pilota multidominio e 15 mila militari.
L’Iran minaccia ritorsioni
L’Iran ha avvisato che «qualsiasi interferenza americana nello Stretto di Hormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco». L’ha detto Ebrahim Azizi, capo della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano. «Avvertiamo che qualsiasi forza armata straniera, in particolare l’esercito americano invasore, se intende avvicinarsi e entrare nello stretto di Hormuz, sarà soggetta ad attacco», ha aggiunto il comandante del quartier generale centrale iraniano di Hazrat Khatam al-Anbiya, riportato dall’agenzia Tasnim.
Alta tensione sull’asse Washington-Berlino. Dopo aver minacciato di ridurre la presenza militare americana in Germaniaa seguito delle dichiarazioni di Friedrich Merz, che aveva parlato di un’Europa in sofferenza per il blocco dello stretto di Hormuz e di un Donald Trump «umiliato dalla leadership iraniana» nei negoziati, nonché di una totale mancanza di strategia nel conflitto, il tycoon ha attaccato pesantemente il cancelliere tedesco su Truth.
Il post di Trump contro Merz.
Trump contro Merz: cosa ha scritto su Truth
«Dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione e energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro!». Questo il post di Trump su Truth.
Il baricentro politico tedesco si sta spostando sempre più a destra. Alternative für Deutschland (Afd) è ormai diventata il primo partito a livello nazionale. I sondaggi più recenti confermano l’aumento del distacco dalla Cdu del cancelliere Friedrich Merz: secondo l’Istituto Forsa, l’estrema destra è al 27 per cento, davanti ai conservatori al 22 per cento. Merz è ai minimi storici, con la fiducia di solo il 15 per cento. E la discesa potrebbe ancora proseguire, visto l’andamento del governo: la Große Koalition con i socialdemocratici della Spd è una palla al piede per una Germania che sta sempre più sprofondando nella crisi economica. C’è poco da stupirsi dunque se l’AfD è in pole position in vista delle elezioni regionali che in autunno si terranno in tre Länder orientali. Ad attestarlo non solo solo i numeri dei centri di ricerca, che decretano impietosamente e progressivamente il disastro di Merz, ma anche quelli dei finanziamenti privati ai partiti, le donazioni che già a partire dallo scorso anno sono cresciute in maniera enorme a favore dell’AfD.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).
Nel 2025 l’AfD ha ricevuto donazioni per oltre 5 milioni
Secondo Lobbycontrol, organizzazione che monitora le attività delle formazioni in parlamento, il partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla nel 2025 ha aumentato le entrate derivanti da donazioni da quasi zero a oltre 5 milioni di euro, ma ci sono forti indizi che fanno sospettare l’esistenza di versamenti effettuati da prestanome. La donazione più consistente dovrebbe provenire in realtà dal miliardario tedesco-svizzero Henning Conle, che da tempo compare come finanziatore dell’AfD anche – stando a quanto denunciato da Lobbycontrol – ricorrendo a meccanismi di occultamento in parte illeciti.
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).
Sospetti di irregolarità su alcuni finanziamenti
La donazione di Conle del 2025 è stata temporaneamente confiscata dall’amministrazione del Bundestag, mentre l’AfD ha intrapreso un’azione legale per rovesciare la decisione. Ma non è l’unica ad aver sollevato sospetti di irregolarità. In un altro caso, il donatore indicato dal partito, Horst Jan Winter, aveva a sua volta ricevuto una donazione milionaria dall’imprenditore Udo Böttcher, noto volto in Turingia, uno dei Länder della vecchia Germania Est dove la destra radicale è in forte ascesa. Resta da spiegare il boom di entrate dell’AfD: se tra il 2020 e il 2024, il partito aveva incassato in piccole donazioni private solo 500 mila euro, improvvisamente nel 2025 le donazioni sopra i 35 mila euro – e quindi da dichiarare al Bundestag – hanno superato i 5 milioni, con il 95 per cento del totale proveniente da un pugno di sostenitori.
Per Lobbycontrol, se fino a qualche tempo fa un sostegno aperto a un partito con ombre antidemocratiche non solo era strategicamente poco attraente, ma comportava anche un notevole stigma sociale, adesso si sta assistendo a un ribaltamento. E sebbene la Cdu nel 2025 abbia ricevuto complessivamente un numero maggiore di donazioni, nessun altro partito ha registrato un boom come quello di Alternative für Deutschland. Il flusso di denaro verso gli estremisti dimostra chiaramente che un sostegno più aperto al partito di estrema destra è diventato socialmente accettabile, con parte dell’élite economica e industriale che si sta preparando a una possibile partecipazione dell’AfD ai governi a livello regionale.
La co-leader dell’AfD Alice Weidel a Budapest (Ansa).
L’ultima bufera mediatica riguarda il miliardario berlinese Kurt Krieger. Nel 2024 aveva sovvenzionato il partito di Weidel e Chrupalla con solo 18 mila euro, ma è entrato nell’occhio del ciclone per aver sostenuto con convinzione le posizioni dell’AfD. La questione si inserisce nel dibattito più ampio sul rapporto tra il mondo economico tedesco e l’AfD, caratterizzato da un avvicinamento progressivo e sempre meno critico. Per Lobbycontrol il problema delle donazioni elevate, indipendentemente dal partito a cui sono destinate, è che rappresentano una porta d’accesso per influenzare la politica, erodendo la fiducia nelle istituzioni democratiche. Una tendenza che deve essere corretta.
L’Amministrazione Trump sta invitando altri Paesi ad aderire a una nuova coalizione internazionale che – nei piani – consentirà il transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita alcune fonti vicine alla Casa Bianca. L’iniziativa, chiamata Maritime Freedom Construct (Mfc) e messa a punto congiuntamente dal Dipartimento di Stato e dal Pentagono, è stata delineata in una circolare interna inviata alle ambasciate statunitensi, che incarica i diplomatici Usa di persuadere i governi stranieri.
Cosa c’è scritto nella circolare interna del Dipartimento di Stato
Il Maritime Freedom Construct «costituisce un primo passo fondamentale per la creazione di un’architettura di sicurezza marittima post-conflitto per il Medio Oriente», si legge nel documento, che parla della necessità di «garantire la sicurezza energetica a lungo termine, proteggere le infrastrutture marittime critiche e mantenere i diritti e le libertà di navigazione nelle rotte marittime vitali». Secondo quanto riportato nella circolare, la componente dell’iniziativa guidata dal Dipartimento di Stato fungerebbe da centro diplomatico tra i Paesi partner e l’industria marittima, mentre quella del Pentagono, operante dal quartier generale del Centcom in Florida, coordinerebbe il traffico marittimo in tempo reale e comunicherebbe direttamente con le navi che transitano nello Stretto di Hormuz.
«Il Maritime Freedom Construct integrerà altre task force per la sicurezza marittima, comprese le iniziative guidate da Regno Unito e Francia», si legge poi nella circolare. La nuova coalizione prevede che i partecipanti si scambino informazioni, coordinino gli sforzi diplomatici e applichino le sanzioni nei confronti dell’Iran. Nel documento c’è inoltre l’invito ai partecipanti a specificare se desiderano diventare «partner diplomatico e/o militare», anche se l’iniziativa non è stata concepita come una coalizione militare: «Accogliamo con favore ogni livello di coinvolgimento e non ci aspettiamo che il vostro Paese sposti risorse e mezzi navali dalle strutture e organizzazioni marittime regionali esistenti». Il Maritime Freedom Construct, precisa infine il documento, è distinto dalla campagna di massima pressione del presidente e dai negoziati in corso». Un alto funzionario dell’Amministrazione Trump ha confermato il piano, spiegando che si tratta di «una delle tante risorse diplomatiche e politiche a disposizione del presidente».
Stephen Hickey è stato nominato ambasciatorebritannico presso la Repubblica italiana e ambasciatore non residente presso la Repubblica di San Marino. Lo ha reso noto il Foreign, commonwealth and development office. Hickey, che assumerà l’incarico da giugno 2026, succede a Lord Llewellyn, che ricoprirà il ruolo di direttore politico dell’Ufficio degli Esteri, del Commonwealth e dello Sviluppo (Fcdo) e direttore generale per gli Affari politici. In passato Hickey è stato ambasciatore britannico a Baghdad dal 2019 al 2021, ambasciatore e coordinatore politico presso la missione del Regno Unito alle Nazioni Unite a New York, vice capo missione al Cairo, consigliere politico a Pretoria, capo della missione britannica a Bengasi e vice capo missione a Damasco. Nel corso della carriera ha inoltre ricoperto incarichi al Foreign Office su Iran, Medio Oriente e rapporti con l’Unione europea.
L’ex direttore dell’Fbi James Comey, nei confronti del quale è stato emesso un mandato di arresto per aver «minacciato di morte» Donald Trump, si è costituito alle forze dell’ordine in Virginia. Il funzionario, che è stato rapidamente rilasciato su cauzione, era stato nominato da Barack Obama a capo dell’Fbi e confermato dal tycoon durante il suo primo mandato. Le accuse si riferiscono a una foto da lui postata su Instagram in cui si vede una serie di conchiglie a formare i numeri «86 47», accompagnata dalla scritta «una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia». Un gesto che è stato interpretato come una minaccia contro il tycoon, dato che il numero 86 indica l’atto di eliminare o sbarazzarsi definitivamente di qualcuno mentre il 47 farebbe riferimento al 47esimo presidente degli Stati Uniti (Donald Trump, appunto). «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale», aveva detto l’ex capo del Bureau prima di costituirsi.
La Global Sumud Flotilla, diretta verso la Striscia di Gaza per portare aiuti umanitari, è stata intercettata nella notte dalle motovedette israeliane a ovest di Creta in acque internazionali. La Marina di Tel Aviv afferma di aver sequestrato circa 50 imbarcazioni con a bordo 400 attivisti. Ma i dati sono discordanti: secondo quanto riferito a RaiNews24 dalla portavoce Maria Elena Delia (e poi dal Ministero degli Esteri israeliano), sarebbero state bloccate 22 imbarcazioni.
Approximately 175 activists from more than 20 boats of the condom flotilla are now making their way peacefully to Israel.
«Circa 175 attivisti, provenienti da oltre 20 navi della “flottiglia dei preservativi”, stanno ora raggiungendo pacificamente Israele». Lo ha scritto su X il ministero degli Esteri di Tel Aviv condividendo un video su X, in cui si vedono anche alcuni attivisti che «si divertono a bordo di navi israeliane». In un’altra clip vengono mostrati preservativi e «droghe» rinvenuti su un’imbarcazione.
This is the “medical aid” found aboard the PR stunt flotilla: condoms and drugs pic.twitter.com/RKiHrGLWfw
Le imbarcazioni italiane erano partite domenica da Augusta
«Prima sono arrivate due navi militari che si sono presentate come navi della Marina israeliana e hanno chiesto agli attivisti di fermarsi e tornare indietro. Dopo aver chiesto a tutti di mettersi a prua e in ginocchio alcuni militari sono saliti a bordo con le armi d’assalto, come si vede anche da alcuni video, dopo di che da quelle barche non abbiamo avuto più comunicazioni», spiega Delia. Secondo Freedom Flotilla Italia, l’azione si configura come «un intervento armato in acque internazionali ai danni di un’imbarcazione civile», e pertanto è «un episodio di estrema gravità che rappresenta una violazione del diritto internazionale». Tra i natanti coinvolti diverse battono bandiera italiana: erano partite dal porto di Augusta, in Sicilia, ed erano al quarto giorno di navigazione. La Farnesina ha chiesto informazioni a Tel Aviv.
TIMELINE – Global Sumud Flotilla near Crete
April 29, 2026 Around 58 vessels sail in international waters, hundreds of miles from Gaza
Gli attivisti: «Rapimento di civili nel Mediterraneo, è pirateria»
L’inviato israeliano presso le Nazioni unite, Danny Danon, ha scritto su X che «è stata intercettata un’altra flottiglia provocatoria». Così gli attivisti: «Escalation pericolosa e senza precedenti il rapimento di civili nel mezzo del Mediterraneo, a oltre 960 chilometri da Gaza, sotto gli occhi del mondo intero. Si tratta di pirateria. I governi devono agire ora per proteggere la Flotilla e ritenere Israele responsabile di queste flagranti violazioni del diritto».
Ferma condanna da parte della Turchia. Il ministero degli Esteri di Ankara, in un comunicato, ha scritto che l’azione della Marina di Tel Aviv «costituisce un atto di pirateria», aggiungendo che Israele col suo intervento «ha violato anche i principi umanitari e il diritto internazionale».
Video footage of Israeli Navy storming one of the 7 intercepted flotilla boats.
The Israelis have ventured 500 nautical miles, to international waters off of the Greek coast – waters they have no jurisdiction in according to international law – to attempt to stop the Global… pic.twitter.com/VW72Ojm047
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di ridurre la presenza militare americana in Germania, nell’ambito della polemica con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra tra Usa e Iran. Nei giorni scorsi, quest’ultimo aveva affermato che Washington è stata «umiliata» dalla leadership iraniana, criticando la mancanza di strategia nel conflitto. «Gli Stati Uniti stanno studiando e rivedendo la possibile riduzione delle truppe in Germania, con una decisione che sarà presa prossimamente», ha scritto Trump in un post social. Gli Usa hanno diverse importanti strutture militari nel Paese, tra cui il quartier generale dello United States European Command e dello United States Africa Command, la base aerea di Ramstein e il Landstuhl Regional Medical Center.
In 40 giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto liquidità di salvataggio alle proprie banche, una linea di emergenza in dollari al Tesoro americano agitando la minaccia dello yuan, e ora abbandonano l’OPEC dopo sei decenni. Tre atti dello stesso copione: una potenza che non sa più dove sbattere la testa, mentre il fratello del presidente fa shopping a Londra e la propaganda di Abu Dhabi confeziona il tutto come «riallineamento strategico».
La ritirata degli Emirati in tre atti
C’è un modo elegante di raccontare la decisione annunciata via WAM, l’agenzia di Stato emiratina: «Evoluzione policy-driven allineata ai fondamentali di mercato di lungo periodo». Parole del ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei. È la grammatica con cui le petromonarchie del Golfo confezionano qualunque cosa, comprese le ritirate. E poi c’è il modo onesto: gli UAE escono dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio perché la guerra in Iran li ha devastati, perché i sauditi non li hanno protetti, perché Donald Trump li ha trascinati nel conflitto e ora li usa come ariete contro Riad, e perché Mohammed bin Zayed ha bisogno di optionality — qualunque optionality — su una scacchiera dove ha perso quasi tutte le caselle.
Il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).
Primo atto: il pacchetto di emergenza della Banca centrale
Il primo atto è andato in scena il 18 marzo, quando la Banca centrale (CBUAE) ha convocato una riunione straordinaria approvando un pacchetto d’emergenza: accesso al 30 per cento delle riserve obbligatorie, rilascio simultaneo del Countercyclical e del Capital Conservation Buffer, allentamento dei ratio di liquidità, flessibilità sui crediti deteriorati. La CBUAE ha esibito come scudo riserve valutarie sopra il trilione di dirham e un cover ratio della monetary base al 119 per cento. Ma rilasciare contemporaneamente entrambi i buffer di capitale non è una misura precauzionale: è ciò che si fa quando il sistema mostra crepe. Era il giorno dopo gli attacchi a Fujairah e a 23 miglia nautiche dal porto, due giorni dopo il drone sullo Shah gas field di Abu Dhabi.
Il porto di Fujairah (Ansa).
Secondo atto: l’aiuto degli Usa e l’attivazione dell’Exchange Stabilization Fund
Il secondo atto è andato in onda il 20 aprile, sul Wall Street Journal. Il governatore Khaled Mohamed Balama, durante gli Spring Meetings del FMI a Washington, ha avvicinato il segretario al Tesoro Scott Bessent e funzionari della Federal Reserve per chiedere l’apertura di una swap line valutaria in dollari, il meccanismo con cui due banche centrali si scambiano valuta e si impegnano a riconvertire alla scadenza. Richiesta «preliminare e precauzionale», dicono i diplomatici emiratini quando la situazione è già fuori controllo.
H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).
Ma il dettaglio politicamente esplosivo è un altro: le fonti del WSJ riferiscono che Abu Dhabi ha argomentato che è stato Trump a coinvolgerli nel conflitto attaccando l’Iran, e che qualora i dollari dovessero scarseggiare, gli Emirati potrebbero essere costretti a usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Una minaccia esplicita, formulata da un Paese il cui dirham è ancorato al dollaro a 3,6725 dal 1997. L’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio, recapitato come messaggio diplomatico a Washington. Il 22 aprile Trump ha risposto in diretta su CNBC Squawk Box: «Se avessero un problema, ci sarei per loro». Lo stesso giorno Bessent al Senato ha confermato che «molti» alleati del Golfo hanno chiesto swap lines e che lo strumento «benefit both the UAE and the US». Il 24 aprile, su X, Bessent ha alzato il tiro parlando esplicitamente di «creare nuovi centri di funding del dollaro nel Golfo e in Asia». La traduzione: il Tesoro Usa si prepara a salvare gli UAE attraverso l’Exchange Stabilization Fund — non la Fed — la stessa scatola con cui Bessent ha dato i 20 miliardi all’Argentina di Milei a ottobre 2025. Veicolo che bypassa Federal Reserve e Congresso, e che lega gli UAE a un guinzaglio di sei mesi rinnovabili, richiamabili dal Tesoro in qualsiasi momento.
Discussions with countries, including our Gulf and Asian allies, about U.S. dollar swap lines are part of ongoing, routine conversations that @USTreasury has been having with our partners over a number of years. They are a testament to the U.S. dollar’s primacy and the strength…
— Treasury Secretary Scott Bessent (@SecScottBessent) April 24, 2026
Terzo atto: Abu Dhabi via dall’OPEC e dall’OPEC+
Il 28 aprile scatta il terzo atto: l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+. Gli Emirati erano membri fondatori dal 1967, quattro anni prima dell’esistenza stessa della federazione. Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, padre di MBZ e architetto del Paese, portò Abu Dhabi nel cartello come strumento di sovranità araba sul petrolio. Sessant’anni dopo, suo figlio baratta quella membership per una swap line americana. Già si parla di «petrodollaro che muore». Tecnicamente però l’OPEC non impone in alcuno statuto la fatturazione del greggio in dollari. Il petrodollaro è un accordo bilateraleStati Uniti-Arabia Saudita del 1974, non una clausola del cartello. L’Iran è dentro l’OPEC e accetta yuan, rubli, euro da anni. Quindi uscire dall’OPEC non “libera” gli UAE dal dollaro. Ciò che invece libera è la disciplina monetaria saudita, la coordinazione che all’interno dell’OPEC vincolava ogni mossa di diversificazione valutaria a Riad. Fuori dall’OPEC, gli Emirati possono stringere bilaterali in yuan con Pechino, tenere il dollaro con Washington, costruire optionality di fatturazione senza dover allineare con i sauditi. Si tratta dell’erosione della disciplina interna del petrodollaro, non di rottura legale.
Il logo dell’OPEC (Ansa).
A chi conviene l’uscita degli UAE?
A chi conviene tutto questo? A Trump, prima di tutto. Da mesi accusa l’OPEC di «ripping off» l’America con prezzi gonfiati. L’uscita degli UAE è il primo trofeo concreto della sua pressione, e arriva mentre il Brent torna sopra i 112 dollari per la chiusura di fatto di Hormuz e la benzina americana pesa sulle midterm di novembre. APechino, che ottiene un piede nel Golfo senza dover convincere nessuno: gli emiratini glielo offrono spontaneamente, anche se — come vedremo — è un finto regalo. E paradossalmente anche a Riad, che si libera di un alleato sempre più scomodo, sempre più filo-americano e sempre più tossico. A chi non conviene è agli Emirati stessi. Perché restano materialmente devastati. La promessa di «pompare a 5 milioni di barili al giorno» con cui Abu Dhabi giustifica l’uscita è solo propaganda: le fonti indipendenti — EIA, Energy Intelligence, Rystad — stimano la capacità reale dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) tra i 4,3 e i 4,5 milioni di barili, contro una produzione pre-guerra di 3,4. La spare capacity effettivamente attivabile è di 600-800 mila barili giornalieri, non i 1,5-2 milioni necessari per fare crollare i prezzi che Trump promette ai propri elettori. Senza contare che Habshan, Fujairah Oil Industry Zone, Ruwais, Khor Fakkan, Borouge e l’oleodotto ADCOP sono tutti stati colpiti. Le infrastrutture di processamento ed export sono in convalescenza, non a piena capacità.
Il campo petrolifero di HabshanFujairah (Ansa).
La lancia Usa nel Golfo si è spuntata in 40 giorni
Gli Emirati restano con un PIL 2026 stimato dal FMI al 3,1 per cento — rivisto da 5,0 per cento di gennaio — che è ottimismo da brochure. Restano con i capitali in fuga, una swap line da 20-30 miliardi di dollari (la dimensione Argentina) che copre meno di un mese di burn rate sotto stress, e una Banca centrale che nasconde la fuga sotto pacchetti chiamati «di resilienza». La maschera è caduta: dopo essersi venduti al mondo per 20 anni come hub neutro, oggi sono il Paese che chiede liquidità in dollari a Washington minacciando di usare lo yuan, ed esce dall’OPEC nel mezzo di una crisi energetica storica, senza nemmeno consultare Riad. Mentre tutto questo accade, Tahnoon bin Zayed continua a fare shopping a Londra: 1,4 miliardi di sterline tramite IHC per un portafoglio di ristoranti di lusso. È l’immagine perfetta di una élite che non ha capito — o ha capito troppo bene — che il gioco è finito. La punta di lancia americana e israeliana nel Golfo si è spuntata in 40 giorni. E il beduino che voleva fare il padrone di casa del mondo arabo si ritrova a chiedere l’elemosina — prima alle proprie banche, poi al Tesoro americano, ora all’OPEC. Tre porte, tre richieste, tre atti. Il quarto atto sarà il prezzo da pagare. E quello arriverà dai sauditi.
Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).
La commissione bancaria del Senato degli Stati Uniti ha approvato la candidatura di Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve, indicata direttamente da Donald Trump. Il voto ha seguito le linee di partito: favorevoli i repubblicani (13), contrari i democratici (11). La nomina di Warsh passa ora all’esame dell’intero Senato, dove il Partito repubblicano gode della maggioranza con 53 seggi su 100. Il voto con ogni probabilità avverrà nei prossimi giorni, consentendo così a Warsh di assumere l’incarico per il 15 maggio, quando scade il mandato di Jerome Powell, finito più volte nel mirino di Trump.
Durante la cena di Stato alla Casa Bianca, ospite di Donald Trump il sovrano britannico Carlo III ha strappato risate e applausi con una battuta che ha evocato una delle recenti “uscite spericolate” del tycoon: «Signor presidente, lei ha recentemente affermato che, se non fosse per gli Stati Uniti, i Paesi europei parlerebbero tedesco. Oserei dire che se non fosse per noiparlereste francese».
La battuta di Carlo richiama le origini degli Stati Uniti
Trump aveva fatto quella affermazione stizzito dal mancato sostegno dell’Europa nel conflitto contro l’Iran, sottolineando (a suo modo di vedere) l’irriconoscenza del Vecchio Continente, che durante la Seconda guerra mondiale era in buona parte sotto il giogo nazista prima dell’intervento degli Stati Uniti. La battuta di Carlo III, invece, richiama le origini degli Usa. La Francia aveva infatti colonizzato vaste aree del Nord America, arrivando a controllare un territorio immenso – la Louisiana francese – che andava dai Grandi Laghi al Golfo del Messico, poi ceduto nel 1803 da Napoleone agli Stati Uniti, nati dalle 13 colonie britanniche situate lungo la costa atlantica.
La battuta di re Carlo III non è passata inosservata in Francia e in particolare all’Eliseo. Il presidente transalpino Emmanuel Macron ha infatti condiviso su X quella parte del discorso del sovrano britannico, commentando: «Sarebbe chic».
Le altre battute di re Carlo III alla Casa Bianca
Quella sul francese non è stata l’unica battuta di un re Carlo in grande spolvero alla Casa Bianca. Accennando al progetto di Trump per la sala da ballo nell’ala est della White House, Carlo III ha detto che i britannici avevano già fatto un «piccolo tentativo di riqualificazione immobiliare»: nel 1814 le truppe britanniche invasero Washington e dettero fuoco a gran parte degli edifici pubblici, compresi la Casa Bianca e il Campidoglio. Il monarca ha poi concluso il suo discorso con una battuta sul Boston Tea Party, definendo la cena un miglioramento significativo.
Due persone sono state accoltellate a Golders Green, nella zona Nord di Londra, abitata da diversi ebrei. Shomrim, l’organizzazione di sicurezza della comunità ebraica, ha dichiarato di essere intervenuta immediatamente e di aver fermato un sospetto. Ha dichiarato che successivamente è arrivata la polizia e ha usato il taser per fermarlo. La Bbc ha confermato che due uomini ebrei, uno di circa 70 anni e l’altro di circa 30, sono rimasti gravemente feriti nell’attacco e sono stati ricoverati in ospedale. In Parlamento, il primo ministro Keir Starmer ha dichiarato che il fatto è «profondamente preoccupante», spiegando che è in corso un’indagine. Il sospettato, che ha 45 anni, ha anche tentato di accoltellare gli agenti di polizia ed è stato immobilizzato prima di essere arrestato. Nessun agente è rimasto ferito.
Il Ministero della Difesa russo ha annunciato che non ci sarà alcun corteo di veicoli militari alla parata del Giorno della Vittoria, in programma il 9 maggio sulla Piazza Rossa di Mosca: non succedeva dal 2007. La decisione di svolgere la parata in «formato ridotto» è stata presa a causa della «situazione operativa», ha spiegato ai giornalisti il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov: «Il regime di Kyiv, che sta perdendo terreno sul campo di battaglia giorno dopo giorno, ha ora lanciato un attacco terroristico su vasta scala. Pertanto, di fronte a questa minaccia, stiamo adottando tutte le misure necessarie per minimizzare il pericolo». Alla parata del Giorno della Vittoria, che celebra la fine della Seconda guerra mondiale, non parteciperanno nemmeno i cadetti delle scuole militari Suvorov e Nakhimov.
Nessy Guerra, cittadina italiana originaria di Sanremo, madre di una bambina di tre anni, è stata condannata in Appello da un tribunale egiziano a sei mesi di carcere con l’accusa di adulterio. A denunciarla era stato l’ex marito, Tamer Hamouda, italo-egiziano. «Sono sconvolta, non me l’aspettavo. Ho paura di finire in carcere qui e temo di perdere la mia bambina. Sto solo cercando di proteggerla e di scappare da un uomo violento. Aiutatemi», ha detto Guerra in un’intervista al Corriere. «Nel luglio del 2024 ho divorziato da Tamer e lui non l’ha accettato. Mi ha denunciato per rapimento di minore, poi per avergli svuotato la casa e i conti in banca, accuse tutte archiviate». L’ultima è quella di adulterio, reato che in Egitto comporta il carcere. «Uno di questi presunti amanti ha negato tutto e ha detto di aver ricevuto minacce morali e psicologiche da parte del mio ex marito, eppure sono stata condannata lo stesso». Nella sentenza di primo grado, i giudici avevano richiamato una dichiarazione acquisita agli atti e ritenuta attendibile, nella quale un uomo ammetteva di aver avuto rapporti sessuali con lei nel marzo 2024. Elemento che il tribunale ha considerato decisivo per la condanna. Fra due settimane arriveranno anche le motivazioni della conferma in Appello, mentre lei vive con la paura di essere arrestata.
L’uomo è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti
«Ho interrotto la relazione anche per lei perché lui era violento, aveva manie di persecuzione e grazie alla mia avvocata ho scoperto che Hamouda è stato condannato in Italia per stalking, lesioni e maltrattamenti nei confronti di una precedente compagna. Il nostro Paese per tre volte ha chiesto l’estradizione, l’ultima volta a settembre scorso, ma non gli è stata concessa», ha aggiunto Nessy, che per paura è costretta a vivere in luoghi segreti e a cambiare spesso appartamento. La Farnesina ha reso noto che sta seguendo il caso: «È stato ripetutamente posto all’attenzione delle autorità egiziane dall’ambasciatore d’Italia al Cairo e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ne ha discusso con il collega egiziano Badr Abdelatty».
Durante la cena di Stato per re Carlo III, Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti hanno «sconfitto militarmente» l’Iran, aggiungendo: «Non permetteremo mai a quell’avversario di dotarsi di un’arma nucleare». La replica di Teheran non si è fatta attendere. «Per noi la guerra finita non è finita con il cessate il fuoco», ha detto il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia: «Non ci fidiamo degli Stati Uniti e dei nostri nemici. Abbiamo continuato ad aggiornare la nostra lista di bersagli come quando gli attacchi erano in corso. Abbiamo continuato l’addestramento e usato l’esperienza della guerra e abbiamo sia prodotto che aggiornato i nostri equipaggiamenti. Per noi la situazione è ancora di conflitto».
Trump vuole continuare a oltranza il blocco navale dei porti iraniani
Tutto lascia pensare che, in fondo, sia Trump a voler la fine dei combattimenti, più che Teheran: la guerra in Medio Oriente è infatti costata tantissimo agli Stati Uniti (circa un miliardo di dollari al giorno) e, secondo più fonti, il conflitto ha prosciugato le scorte di missili americani. Il Wall Street Journal scrive che, in recenti incontri nella Situation Room, è stato deciso di continuare a comprimere l’economia e le esportazioni di petrolio di Teheran con un blocco navale a oltranza dei porti iraniani, anziché riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto, opzioni che comporterebbero rischi maggiori. L’Iran, intanto, ha inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite denunciando la «pirateria statunitense».
Trump col mitra in un’immagine postata si Truth.
Trump risponde all’Iran pubblicando un’immagine in cui imbraccia un mitra
Dopo la risposta di Teheran, Trump ha replicato postando un’immagine su Truth in cui lo si vede imbracciare una mitragliatrice, mentre sullo sfondo è in corso un bombardamento – evidentemente – sulla Repubblia Islamica: «L’Iran non riesce a darsi una regolata. Non sanno come firmare un accordo sul nucleare. Farebbero meglio a darsi una svegliata in fretta! Basta fare il bravo ragazzo».
Per l’ex direttore dell’Fbi James Comey è stato emesso un mandato d’arresto con l’accusa di «minaccia alla vita e all’integrità fisica del presidente degli Stati Uniti» Donald Trump. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia ad interim Todd Blanche. Comey, nominato da Barack Obama e confermato dal tycoon durante il suo primo mandato, è stato accusato per un post sul Instagram di un anno fa in cui si vedeva una serie di conchiglie a formare i numeri “86 47“, accompagnata dal commento «una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia». Nel gergo della ristorazione, il numero “86” indica l’atto di eliminare o rimuovere definitivamente una voce dal menu, mentre il “47” farebbe riferimento, secondo le accuse, al 47° presidente Usa, Trump.
Il post Instagram.
I capi di imputazione
Il post, poi cancellato da Comey con la giustificazione di «non essersi reso conto che alcune persone associano quei numeri alla violenza» e di essere «contrario alla violenza di qualsiasi tipo», fu subito interpretato dai repubblicani come una minaccia contro The Donald. Di qui la mossa di un gran giurì del Distretto orientale della North Carolina che, martedì 28 aprile 2026, ha emesso un atto d’accusa per due capi d’imputazione. Il primo è di aver minacciato con consapevolezza e volontà «di uccidere e di infliggere lesioni fisiche» al presidente americano, mentre il secondo è di «aver trasmesso consapevolmente e volontariamente una comunicazione interstatale contenente una minaccia di morte» a Trump.
Comey: «Non finirà qui, sono innocente»
Dal canto suo, Comey ha ribadito la sua innocenza e si è detto fiducioso che sarà scagionato in tribunale in un video pubblicato su Substack: «Non finirà qui. Tuttavia, per quanto mi riguarda, nulla è cambiato. Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura federale. È però fondamentale che tutti noi ricordiamo una cosa, che questo non è il modo in cui il dipartimento di Giustizia dovrebbe operare. La buona notizia è che, giorno dopo giorno, ci avviciniamo sempre più al ripristino di quei valori. Non perdete la speranza».
Nuova dichiarazione di Donald Trump sull’Iran e lo stretto di Hormuz. Affidandosi come di consueto alla sua piattaforma social Truth, il presidente Usa ha affermato che Teheran ha «appena informato» Washington di trovarsi in uno «stato di collasso», chiedendo che gli Stati Uniti di «aprire il prima possibile» il braccio di mare, «in attesa di definire la leadership» del Paese.
Trump è scettico sulla proposta per riaprire Hormuz e rinviare sul nucleare
The Donald intanto incassa la “vittoria” dell’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec
L’ultima dichiarazione di The Donald, peraltro, arriva in un giorno segnato dall’addio degli Emirati Arabi Uniti all’Opec, che di fatto può essere considerata una vittoria per il tycoon, il quale in passato ha accusato l’organizzazione di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) e da Opec+ a partire dal primo maggio, infliggendo un duro colpo ai gruppi di esportatori di greggio e al loro leader de facto, l’Arabia Saudita. La mossa, clamorosa, arriva nel bel mezzo di discussioni in corso e considerazioni strategiche all’interno del mercato globale, in difficoltà a causa di quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra Iran e Oman attraverso il quale normalmente transita un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali.
L’uscita degli Emirati Arabi è una vittoria per Trump
Gli Emirati Arabi Uniti sono il primo Paese del Golfo a lasciare l’alleanza in decenni. L’uscita di questo membro storico dell’Opec potrebbe creare disordine e indebolire l’organizzazione, che ha sempre tentato di mostrare unità nonostante i disaccordi interni su una serie di questioni, dalla geopolitica alle quote di produzione. L’uscita degli Emirati rappresenta una vittoria per Donald Trump, che ha accusato l’Opec di «derubare il resto del mondo» gonfiando i prezzi del petrolio.
Donald Trump (Ansa).
Le critiche al Consiglio di Cooperazione del Golfo
La decisione è arrivata dopo che gli Emirati Arabi Uniti, centro nevralgico per gli affari regionali e uno dei più importanti alleati degli Usa, hanno criticato gli altri Stati arabi per non aver fatto abbastanza per proteggerli dai numerosi attacchi iraniani. «I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono supportati a livello logistico, ma politicamente e militarmente, credo che la loro posizione sia stata storicamente la più debole», ha affermato Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan. «Mi aspettavo questa posizione debole dalla Lega Araba e non ne sono sorpreso, ma non dal Consiglio di Cooperazione del Golfo», ha aggiunto, puntando il dito contro Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Kuwait e Qatar.
Una moschea di Abu Dhabi (Ansa).
Quali sono i Paesi che fanno parte dell’Opec
L’Opec, fondata nel 1960, comprende 12 Paesi (presto 11, a questo punto), che assieme negoziano con le compagnie aspetti riguardanti produzione di petrolio, prezzi e concessioni: Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Venezuela, Guinea Equatoriale, Repubblica del Congo e Gabon.
«Sono d’accordo sul fatto che la retorica d’odio e violenta sia qualcosa da rifiutare, e penso che un bel modo di iniziare ad abbassare i toni sarebbe avviare una conversazione a riguardo con suo marito». Così Jimmy Kimmel, durante il suo talk show in onda su ABC, ha replicato a Melania Trump che l’aveva attaccato per averla definita «vedova in attesa» in un discorso-parodia, tre giorni prima del fallito attentato durante la cena dei giornalisti all’hotel Hilton di Washington.
Melania e Donald Trump alla cena dei giornalisti (Ansa).
La battuta su Melania Trump nel discorso-parodia
La battuta sulla «vedova in attesa» faceva parte di una parodia del discorso che, per tradizione, viene fatto da un comico alla cena di gala e in cui solitamente vengono presi ironicamente di mira i presenti, compreso il presidente degli Stati Uniti. Per non urtare la sensibilità di Trump, tornato a partecipare dopo 11 anni all’evento, il discorso era stato cancellato. E così Kimmel ne aveva realizzato una parodia, in cui diceva: «La nostra first lady, Melania, è qui. Guardate Melania, così bella, signora Trump, avete un bagliore come una vedova in attesa».
Jimmy Kimmel: "Our First Lady is here. Mrs. Trump… you have a glow like an expectant widow." pic.twitter.com/LdloPzMyXr
La first lady aveva auspicato il licenziamento di Kimmel
Dopo gli spari all’Hilton, Melania Trump aveva “ripescato” la battuta, definendo il conduttore «codardo» su X: «La retorica violenta e piena d’odio di Kimmel è pensata per dividere il nostro Paese. Il suo monologo sulla mia famiglia non è comicità: le sue parole sono corrosive e approfondiscono la malattia politica che affligge l’America». Scrivendo poi «quando è troppo è troppo», la moglie del presidente Usa aveva poi chiesto a ABC di rimuovere Kimmel.
Kimmel’s hateful and violent rhetoric is intended to divide our country. His monologue about my family isn’t comedy- his words are corrosive and deepens the political sickness within America.
People like Kimmel shouldn’t have the opportunity to enter our homes each evening to…
«Kimmel dovrebbe essere licenziato immediatamente da Disney e ABC», aveva scritto da parte sua Donald Trump su Truth. Successivamente la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva definito «disgustose» le parole del comico e conduttore.
Kimmel ha parlato di «sensazione di deja vu»
«Mi dispiace che lei e il presidente e tutti quelli che erano in quella sala sabato avete dovuto affrontare quella esperienza, anche se nessuno è stato ucciso non vuol dire che non sia stato traumatico e dobbiamo essere uniti, ma volete farci credere che una battuta che ho fatto tre giorni prima abbia avuto un qualche effetto su quello che è successo?», ha replicato Kimmel, sottolineando che quanto detto «non era in nessun modo un’incitazione all’assassinio e loro lo sanno». Quanto alle richieste di un suo siluramento da parte di ABC, Kimmel ha affermato di avere una «sensazione di deja vu»: il suo show era stato infatti lo scorso autunno dopo alcune battute sull’assassinio di Charlie Kirk.
In colloqui privati con Donald Trump e non solo, JD Vance ha espresso forte preoccupazione per il modo in cui il Dipartimento della Difesa guidato da Pete Hegseth sta gestendo il conflitto in Medio Oriente. Lo scrive The Atlantic in un articolo intitolato “Il Pentagono potrebbe non star dicendo a Trump tutto quello che c’è da sapere sulla guerra”, citando fonti vicine all’Amministrazione Usa. Vance, in particolare, avrebbe messo in discussione le smentite di Hegseth e del generale Dan Caine (presidente del Joint Chiefs of Staff) sull’esaurimento delle scorte missilistiche statunitensi e anche i loro resoconti sui danni subiti dalle forze iraniane.
JD Vance e Pete Hegseth (Ansa).
Hegseth sembre sempre dire ciò che Trump vuole sentire
Alcuni dei più stretti collaboratori di Vance, scrive The Atlantic, ritengono che i resoconti di guerra eccessivamente ottimistici di Hegseth e il suo approccio a tratti combattivo con la stampa sembrano studiati per dire a Trump ciò che vuole sentirsi dire. Solo per fare un esempio, secondo fonti di intelligence la Repubblica Islamica conserva ancora due terzi della sua aviazione e la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico, mentre Hegseth ha esplicitamente parlato di «completo controllo dei cieli» iraniani. Inoltre il capo del Pentagono tiene spesso conferenze stampa alle 8 del mattino, molto presto, quando però è risaputo che Trump guarda Fox News. «La sua esperienza televisiva lo ha reso davvero abile nel sapere come parlare con Trump, come pensa Trump», ha detto a The Atlantic un ex funzionario dell’attuale Amministrazione Usa. Prima di diventare segretario alla Difesa, Hegseth è stato conduttore di Fox News per otto anni.
JD Vance e Pete Hegseth, alle loro spalle Donald Trump (Ansa).
Vance in pubblico continua a elogiare l’operato di Hegseth
Da qui la preoccupazione del vicepresidente Usa – scettico fin dall’inizio sull’opportunità di attaccare l’Iran – che per evitare creare divisioni nel gabinetto di guerra di Trump ha preferito non accusare esplicitamente Hegseth (elogiato in pubblico) o Caine di aver ingannato il capo della Casa Bianca. Intervistato dal Daily Beast, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha già smentito l’esistenza di contrasti interni, sottolineando che Hegseth e Vance «hanno un rapporto di lavoro eccellente, basato su un profondo rispetto reciproco e allineamento».
Il malcontento cresce anche tra i senatori repubblicani
Vance, peraltro, non sarebbe affatto solo nel suo crescente scetticismo nei confronti dell’operato del segretario alla Difesa. Vari senatori repubblicani hanno infatti confidato a The Hill che, se si votasse oggi, non confermerebbero Hegseth – già nel mirino dei democratici della Camera – a capo del Pentagono. Un esponente del Grand Old Party, esprimendo malcontento per le purghe che hanno investito i vertici delle forze armate americane, ha detto che da tempo all’interno del gruppo repubblicano al Senato ci sono perplessità riguardanti l’inesperienza di Hegseth, ritenuto inoltre eccessivamente arrogante.