Dopo aver confermato l’esclusione dei rappresentanti spagnoli dal Centro di Coordinamento Civile-Militare (CMCC) di Kiryat Gat, istituito per monitorare il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato Madrid di «ipocrisia» e «ostilità» nei confronti dello Stato ebraico. «La Spagna ha ripetutamente scelto di schierarsi contro Israele. Chi ci attacca invece di contrastare i regimi terroristici non sarà nostro partner nel plasmare il futuro della regione», ha dichiarato Bibi in un videomessaggio.
Pedro Sanchez (Imagoeconomica).
Sa’ar: «Ossessione anti-israeliana del governo Sanchez»
Ad annunciare l’esclusione della Spagna dal centro multinazionale che sovrintende al cessate il fuoco a Gaza era stato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. «Il governo Sanchez ha un pregiudizio anti-israeliano così palese da aver perso ogni capacità di essere un attore utile nell’attuazione del piano di pace del presidente Trump e nel centro CMCC che opera nell’ambito di tale piano», aveva spiegato Sa’ar, riferendosi al rifiuto da parte del premier spagnolo di concedere agli Stati Uniti l’uso delle basi militari di Rota e Morón de la Frontera per operazioni di attacco contro l’Iran. Il ministro del governo di Tel Aviv, parlando di «ossessione anti-israeliana», aveva inoltre sottolineato che Washington era già a conoscenza della decisione. Una decisione, questa, che Donald Trump aveva messo in chiaro di non aver gradito.
L’Fbi di Miami ha offerto una ricompensa fino a 25 mila dollari per chi possa fornire informazioni che portino al ritrovamento dei resti umani di Ana Maria Henao Knezevic, l’ereditiera quarantenne statunitense di origini colombiane scomparsa a Madrid il 2 febbraio 2024, le cui ricerche si svolsero anche nel Vicentino, nei pressi di Cogollo del Cengio. Sospettato della morte della donna era stato l’ex marito, David Knezevich, 37 anni, imprenditore americano di origini serbe trovato morto in carcere ad aprile 2025.
Le ricerche non hanno mai portato a nulla
Ana Maria Henao era arrivata a Madrid a dicembre 2023, in fuga dopo la separazione da Knezevich dopo 13 anni di matrimonio, e di lei si erano perse le tracce dal 2 febbraio successivo. L’ex marito fu arrestato all’aeroporto di Miami all’arrivo di un volo da Belgrado, per il presunto coinvolgimento nel sequestro di persona e nella sparizione della moglie, in un tragitto tra Madrid e la Serbia. Il 10 giugno 2024 era comparso davanti al giudice dello stato della Florida per la lettura formale delle accuse a suo carico. Dagli Usa era arrivato un input alle polizie spagnole e italiane di dare il via alle ricerche della 40enne in un’area boschiva lungo la “strada del Costo”, a Cogollo del Cengio. Le ricerche erano state avviate anche dopo alcune testimonianze sulla presenza di un uomo nella zona in quel periodo, ma non hanno mai portato a nulla. A gennaio 2025 erano state trovate alcune ossa, che si sono però rivelate di origine animale.
«Se il transito attraverso lo Stretto di Hormuz non riprenderà in modo significativo e stabile entro le prossime tre settimane, la carenza sistemica di carburante per aerei è destinata a diventare una realtà per l’Ue». È quanto si legge in una lettera inviata dall’associazione Aci Europe (che rappresenta gli aeroporti dell’Ue) al commissario europeo ai trasporti Apostolos Tzitzikostas, visionata dal Financial Times. Le riserve di carburante per aerei si stanno esaurendo, spiega Aci Europe, mentre «l’impatto delle attività militari» sta mettendo a dura prova le forniture.
Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi dell’alta stagione turistica
L’Europa finora non ha registrato carenze diffuse, anche se i prezzi del carburante siano raddoppiati e le compagnie aeree hanno avvertito della possibilità di cancellazioni. Aci Europe, nella lettera a Tzitzikostas, sottolinea che l’avvicinarsi dell’alta stagione estiva, «quando il trasporto aereo alimenta l’intero ecosistema turistico su cui fanno affidamento molte economie» ha intensificato preoccupazioni in tal senso.
Benjamin Netanyahu ha annunciato a sorpresa di aver «incaricato il governo di avviare al più presto negoziati diretti con il Libano». I colloqui, ha spiegato il premier israeliano, «si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche» tra Tel Aviv e Beirut. Netanyahu ha dunque accettato la richiesta ricevuta dal governo libanese, che il suo esecutivo aveva invece respinto a marzo. Il primo incontro, a livello di ambasciatori, dovrebbe avere luogo la prossima settimana a Washington, al Dipartimento di Stato. Bibi ha messo in chiaro che, nel frattempo, «non ci sarà alcuna tregua» con Hezbollah.
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa).
Trump aveva chiesto a Netanyahu una de-escalation in Libano
Dopo i violenti raid dell’IDF su Beirut con centinaia di vittime, oltre alle varie cancellerie europee e ai governi di Mosca, Ankara e Islamabad, anche Donald Trump aveva chiesto a Netanyahu una de-escalation in Libano di ridurre gli attacchi in Libano per garantire il successo dei negoziati in Pakistan tra Usa e Iran. In vista dei colloqui, Teheran ha condannato gli attacchi israeliani su Beirut, chiedendo di confermare l’inclusione del Libano nell’accordo di cessate il fuoco. «Continueremo a colpire Hezbollah con forza e determinazione, ovunque sarà necessario», aveva scritto Bibi. Resta da capire quale accordo possa essere raggiunto tra Israele e il Libano. Tel Aviv non ha mai mostrato interesse per colloqui con Beirut che non coinvolgessero anche Hezbollah. E l’organizzazione antisionista ha sempre affermato di non voler negoziare con lo Stato ebraico, soprattutto se sotto attacco.
All’indomani dei bombardamenti dell’IDF che hanno provocato oltre 200 morti e più di mille feriti in Libano, il governo di Beirut ha richiesto colloqui diretti con Israele. Lo riportano corrispondenti di Al Jazeera nel Paese dei cedri. Tel Aviv, da parte sua, non ha mai mostrato interesse per colloqui con Beirut che non coinvolgessero anche Hezbollah. E l’organizzazione antisionistaha sempre affermato di non voler negoziare con Israele, soprattutto se sotto attacco. Difficile, dunque, che la richiesta venga accolta. Resta tuttavia da vedere cosa diranno gli Stati Uniti al riguardo e se, eventualmente, sosterranno un qualsiasi tipo di dialogo in tal senso.
Benjamin Netanyahu (Imagoeconomica).
Trump ha chiesto a Netanyahu di ridurre gli attacchi
Intanto, Nbc riporta che Donald Trump ha chiesto a Benjamin Netanyahu di ridurre gli attacchi in Libano per garantire il successo dei negoziati in Pakistan. Il primo ministro israeliano aveva dichiarato che Israele «continuerà a colpire Hezbollah ovunque sarà necessario». In vista dei negoziati di Islamabad, il primo ministro libanese Nawaf Salam ha chiesto al suo omologo pakistano Shehbaz Sharif di confermare l’inclusione del Libano nel cessate il fuoco della guerra con l’Iran. Da parte sua, Sharif ha già dichiarato che lo stop agli attacchi contro il Paese dei cedri fa parte degli accordi. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha detto che i raid di Israele contro il Libano sono una violazione del cessate il fuoco e rendono i negoziati senza senso. Più dure le parole del presidente del Parlamento, Mohamad Bagher Ghalibaf, atteso a Islamabad: «Le violazioni del cessate il fuoco porteranno a forti risposte».
L’incontro tra Donald Trump e Mark Rutte non è andato benissimo, a giudicare dal post pubblicato dal presidente Usa su Truth dopo il faccia a faccia andato in scena alla Casa Bianca: «La Nato non c’era quando avevamo bisogno di lei e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito male». Il tycoon minaccia da tempo di ritirare gli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica. «Sono stati messi alla prova e hanno fallito», aveva dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt prima dell’arrivo del segretario generale della Nato, citando direttamente Trump.
Rutte, parlando con la Cnn, ha detto di aver avuto con Trump un «colloquio franco e aperto tra due buoni amici», aggiungendo poi: «È deluso, chiaramente, ma allo stesso tempo ha anche ascoltato con attenzione le mie argomentazioni su quello che sta succedendo». Alla domanda se il mondo sia più sicuro oggi rispetto a prima dell’inizio della guerra, Rutte ha risposto: «Assolutamente, e questo grazie alla leadership del presidente Trump: è molto, molto importante indebolire le capacità militari dell’Iran». Il segretario generale della Nato, dopo aver difeso la «grande maggioranza dei Paesi europei», che «ha fatto ciò che aveva promesso», ha glissato alla domanda se Trump fosse tornato a parlare o meno della sua minaccia di ritirare gli Usa dalla Nato.
Due sono le certezze: la prima è che il cessate il fuoco è ufficialmente entrato in vigore. La seconda è che nessuno crede davvero che la tregua possa reggere a lungo. Per il resto Stati Uniti, Israele e Iran non concordano su nulla. E questo fa capire quanto saranno complicati i negoziati che cominceranno venerdì a Islamabad.
Il caos sulla riapertura dello Stretto di Hormuz
Per Donald Trump la condizione base per la tregua era la riapertura dello Stretto di Hormuz. Non è però chiaro quanto rimarrà navigabile né se Teheran farà pagare un pedaggio. Il ministero degli Esteri iraniano ha posto condizioni chiare: le navi che vogliono attraversarlo dovranno coordinarsi con le forze armate iraniane e saranno contingentate. Il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth però ha smentito Teheran confermando che sì, Hormuz è stato riaperto ed è navigabile. Poi ci si è messo pure Trump che ad Abc ha avanzato l’ipotesi di una gestione congiunta iraniana e americana dello Stretto. Il primo (non) risultato della guerra è lampante: quelle che erano acque internazionali rischiano di diventare a pagamento.
Donald Trump (Ansa).
La tregua si estende anche al Libano. Anzi no
Ma i misunderstanding non finiscono qui. Per i mediatori pakistani il cessate il fuoco doveva riguardare anche il Libano. Ma, come si è visto, Israele ha intensificato gli attacchi, liquidati dal presidente Usa come «scaramucce» di cui ci si occuperà in un secondo momento. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti smentito l’estensione della tregua al Paese dei cedri. Teheran dal canto suo ha continuato a bombardare con missili e droni Israele e alcuni impianti petroliferi negli Emirati, in Kuwait e in Arabia Saudita per «rappresaglia» dopo gli attacchi Usa e israeliani. Hegseth ha messo le mani avanti dichiarando che gli attacchi sono continuati a causa di problemi di comando e di comunicazione.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
Il balletto di Trump sulle condizioni del cessate il fuoco
Trump annunciando la tregua aveva dichiarato che le 10 condizioni poste dall’Iran erano una «base praticabile su cui negoziare». Ma anche in questo caso regna l’incertezza. Secondo il Consiglio di sicurezza iraniano, l’elenco include: il controllo dello Stretto, il mantenimento del diritto di arricchire l’uranio, la revoca di tutte le sanzioni e un risarcimento per la guerra. A questo punto è intervenuto il vicepresidente J.D. Vance che mercoledì ha accusato alcuni membri del regime iraniano di mentire su quanto concordato. Sempre mercoledì Trump ha cambiato nuovamente idea. Su Truth ha messo in chiaro che non si riferiva ai famosi 10 punti iraniani ma alla proposta made in Usa in 15 punti, precedentemente respinta da Teheran. Secondo il tycoon l’arricchimento dell’uranio è escluso. «Gli Stati Uniti, lavorando con l’Iran, dissotterreranno e rimuoveranno tutta la ‘polvere’ nucleare profondamente sepolta», ha scritto The Donald. Aggiungendo che al tavolo dei negoziati si discuterà di riduzione dei dazi e delle sanzioni.
JD Vance (Ansa).
I combattimenti possono riprendere in qualsiasi momento
Insomma la tregua è appesa a un filo. Gli Usa hanno messo in chiaro di essere pronti a riprendere i combattimenti. «Resteremo nei paraggi per assicurarci che l’Iran rispetti gli accordi… siamo pronti a ripartire in qualsiasi momento», ha confermato Hegseth. «Abbiamo il dito sul grilletto, pronti a rispondere a qualsiasi attacco con maggiore forza», hanno ribattuto i pasdaran. Non proprio basi solide da cui partire per un negoziato. Anche perché alcuni ‘dettagli’ non sono proprio stati toccati: i fondi per la ricostruzione dell’Iran, l’eliminazione del programma nucleare e la fine della guerra tra Israele e Hezbollah.
Un veicolo facente parte di una colonna italiana dell’Unifil, la Forza di interposizione in Libano dell’Onu, è stato colpito e danneggiato da Israele. Il convoglio stava entrando a Beirut quando l’Idf ha lanciato colpi di avvertimento che hanno centrato il mezzo. Si tratta di un Lince, veicolo tattico leggero multiruolo in dotazione all’Esercito italiano. Stava andando a fare rifornimento quando pneumatici e paraurti sono stati colpiti. Nessuno è rimasto ferito, ma la colonna è dovuta rientrare. L’episodio si inserisce all’interno di un massiccio attacco dello Stato ebraico in Libano che ha causato decine di vittime tra i civili – il cessate il fuoco stipulato tra Stati Uniti e Iran non include infatti il territorio libanese. «I soldati italiani in Libano non si toccano. Le forze armate israeliane non hanno alcuna autorità per toccare i militari italiani», ha detto il vicepremier Antonio Tajani durante un question time alla Camera, riferendo poi su X di aver convocato al ministero degli Esteri l’ambasciatore di Israele in Italia per chiarire quanto accaduto.
Ho appena dato indicazioni di convocare al Ministero degli Esteri l'ambasciatore di Israele in Italia, per chiarire quanto accaduto oggi in Libano. I militari italiani non si toccano. pic.twitter.com/x6FPCfwBDB
Tajani: «Hezbollah cessi le ostilità ma Israele rispetti il diritto internazionale»
«Abbiamo richiesto più volte a Israele di astenersi da reazioni sproporzionate alle inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il paese in un nuovo devastante conflitto», ha proseguito Tajani. «Hezbollah deve cessare immediatamente tutte le azioni ostili. Israele è obbligata a rispettare pienamente il diritto internazionale umanitario. Dobbiamo evitare che il prezzo più alto venga pagato dalla popolazione civile. Quella della diplomazia è l’unica via percorribile. Continueremo a lavorare con determinazione per rafforzare il dialogo e porre le basi per una de-escalation duratura in tutta la regione».
Crosetto chiede l’intervento dell’Onu
Sull’episodio è intervenuto anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, che in una nota ha espresso la sua «più ferma e indignata protesta per quanto accaduto nel settore di responsabilità di Unifil in Libano meridionale». «Solo lievi danni ai veicoli non si registrano feriti, ma fino a quando? È inaccettabile che militari italiani impegnati sotto bandiera delle Nazioni Unite, con compiti esclusivamente di garanzia della pace e della stabilità, vengano esposti a situazioni di rischio da parte dell’esercito israeliano», ha aggiunto il ministro. «La messa in pericolo di convogli chiaramente identificati con la bandiera dell’Onu non può essere tollerata. Si tratta di un comportamento grave che rischia di compromettere la sicurezza dei peacekeeper e la credibilità stessa della missione». Di qui la richiesta all’Onu di «intervenire presso le autorità Israeliane con la massima urgenza per chiarire l’accaduto, adottare tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza del contingente italiano e di tutto il personale Unifil e ribadire con fermezza il rispetto del mandato e della protezione dovuta ai caschi blu».
Tregua di due settimane in Medio Oriente tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il cessate il fuoco, però, non riguarda i raid dell’IDF in Libano: a poche ora dall’annuncio di Donald Trump, le Forze di Difesa israeliane hanno reso noto di aver condotto nel giro di pochi minuti, una decina, «la più grande ondata di attacchi contro Hezbollah dall’inizio dell’Operazione “Leone Nascente”».
URGENTE ISRAEL NO QUIERE ALTO AL FUEGO!
Israel ha lanzado 100 ataques aéreos sobre Líbano en 10 minutos solo a zonas residenciales Atacando simultáneamente el sur de Líbano, Beirut y el valle de Bekaa. Escenas apocalípticas en el Líbano en este momento pic.twitter.com/KYpxDexTrt
L’attacco, spiega l’IDF, era stato «pianificato meticolosamente nel corso di settimane» e ha incluso tra i suoi obiettivi anche il quartier generale di Hezbollah. La maggior parte degli obiettivi colpiti si trovava «nel cuore delle aree abitate», nella parte meridionale di Beirut: Israele ha assicurato che di aver «adottato misure per mitigare i danni», che però dalle immagini sembrano molto elevati. Diverse testimonianze parlano di «scene apocalittiche», con edifici danneggiati o distrutti e colonne di fumo visibili in più punti della città. Fonti mediche riferiscono della presenza di decine di morti in strada e di centinaia di feriti.
Dopo il massiccio attacco di Israele, il ministero della Salute libanese ha lanciato un appello alla popolazione: «Lasciate libere le strade per il passaggio dei mezzi di soccorso. Gli ingorghi stradali a seguito dei raid, senza precedenti per numero e intensità, stanno ostacolando i soccorsi». Su X intanto il presidente Joseph Aoun ha auspicato che ci siano «sforzi affinché la pace nella regione includa il Libano».
Chaos in Beirut as Israel carries out a wave of airstrikes across the country hitting what it said were more than 100 targets in ten minutes. pic.twitter.com/t0If72xogY
Il cessate il fuoco in Iran è «fragile» e Trump è «desideroso di fare progressi». Lo ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance a poche ore dall’accordo tra Washington e Teheran per una tregua di due settimane. «Gli iraniani hanno accettato di riaprire Hormuz, gli Usa hanno accettato di fermare gli attacchi. Questa è la base della tregua fragile che abbiamo ora», ha spiegato al Mathias Corvinus Collegium (Mcc) di Budapest, think tank vicino al governo di Viktor Orban. «Come mi ha detto il presidente ieri sera, gli iraniani sono negoziatori migliori di quanto siano combattenti. So che non gradiranno sentirlo, ma è vero», ha aggiunto. Trump, ha concluso, «è impaziente di ottenere risultati e ci ha chiesto di negoziare in buona fede». Le trattative inizieranno venerdì 10 aprile a Islamabad, in Pakistan. A capo della delegazione americana ci sarà lo stesso Vance, mentre il capo negoziatore per l’Iran sarà il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.
JD Vance (Ansa).
Vance: «Delusi dall’Ue sull’Ucraina, Meloni e Orban ci hanno aiutati»
Vance è anche intervenuto sulla guerra in Ucraina, dicendo che gli Stati Uniti amano «l’Europa e le sue culture, visto che sono in fondo una nazione figlia del continente europeo», ma che sono «delusi da molta leadership politica europea, che non sembra davvero interessata a risolvere il conflitto». «Abbiamo avuto aiuto da alcuni partner. Giorgia Meloni è stata molto utile, così come alcune capitali europee, almeno dietro le quinte. Ma il più utile è stato Viktor Orban, perché ci ha spinto a comprendere entrambe le parti», ha evidenziato.
Per la serie “un ultimatum dopo l’altro”, dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana Donald Trumpha rinviato di due settimane il paventato attacco definitivo contro la Repubblica Islamica, in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz. Una tregua siglata grazie alla mediazione del Pakistan, che aveva chiesto alla Casa Bianca un cessate il fuoco di due settimane e all’Iran lo sblocco del budello crocevia mondiale del petrolio via nave «come gesto di buona volontà». Il 10 aprile partiranno i negoziati a Islamabad. Nella speranza che la tregua regga, resta però un dubbio: Trump (che parla di «vittoria totale e completa, al 100 per cento») e gli Stati Uniti quanto possono – davvero – fidarsi del Pakistan?
La parabola del Pakistan, che ora è nelle grazie del tycoon
Un tempo alleato nella Guerra Fredda, poi Stato terrorista da trattare come paria, ora tra i migliori amici degli Usa o, quantomeno, partner regionale privilegiato: curiosa la parabola del Paese mediatore per la fine di questo conflitto, tornato nelle grazie della Casa Bianca, come d’altra parte già aveva testimoniato l’incontro andato in scena il 25 settembre nello Studio Ovale a cui avevano partecipato Trump, il vice JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir. Trump, che nel suo primo mandato aveva pubblicamente criticato Islamabad per aver rifilato a Washington «nient’altro che menzogne e inganni», cancellando gli aiuti militari al Pakistan, al termine dell’incontro aveva definito i suoi ospiti «very great guys». Un cambio di prospettiva che, spiega Asia Times, non è fondato su una ritrovata convergenza di valori o su un grande progetto strategico, bensì su una serie di mosse da parte del Pakistan per ingraziarsi Trump.
Shehbaz Sharif e Donald Trump (Imagoeconomica).
Le mosse con cui Islamabad ha gonfiato l’ego di Trump
Innanzitutto, a marzo del 2025 le forze pakistane – sulla base di informazioni della Cia – hanno arrestato Mohammad Sharifullah, membro dell’Isis- Khorasan presunto ideatore dell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto 2021, in cui persero la vita 13 militari statunitensi: una vittoria chiara e inequivocabile da presentare al popolo americano per Trump, in contrasto con i fallimenti del caotico ritiro dall’Afghanistan deciso dall’Amministrazione Biden. A maggio 2025, quando terminò il breve conflitto armato tra Pakistan e India, Islamabad attribuì buona parte del merito del cessate il fuoco proprio alla mediazione di Trump, arrivando a raccomandarlo formalmente per il Nobel. Tutto questo mentre il governo indiano negava il coinvolgimento Usa, attribuendo il successo ai negoziati tra le diplomazie dei due Paesi. Insomma, se da una parte il Pakistan pensava a gonfiare l’ego di Trump, dall’altra la nemica India si alienava i suoi favori.
Il sostegno americano fornisce ampie garanzie al Pakistan
Risultato? Quando è arrivato il momento dei dazi, Washington ha “ricompensato” Islamabad con tariffe (relativamente favorevoli) del 19 per cento, a fronte dell’aliquota del 50 per cento imposta all‘India. Questo in cambio dell’accesso privilegiato alle «enormi riserve petrolifere» del Paese, anche se le trivelle non hanno scovato alcun nuovo giacimento: secondo gli esperti, le parole del presidente Usa volevano certificare, più che un reale accordo sul greggio, l’inizio di una nuova era dei rapporti tra i due Paesi. Per Asia Times, per il Pakistan il sostegno americano rappresenta la «copertura diplomatica definitiva», che permetterà a Islamabad di «perseguire la propria agenda geoeconomica assertiva» senza il timore di inimicarsi Washington. In quest’ottica va ad esempio visto il patto di mutua sicurezza siglato il 18 settembre con l’Arabia Saudita.
Per Eisenhower era «l’alleato più fedele tra gli alleati»
Usa e Pakistan amici come prima, insomma. Dwight Eisenhower, che considerava il Paese un baluardo nella politica di contenimento del comunismo durante la Guerra Fredda, nella seconda metà degli Anni 50 definì il Pakistan – che aveva aderito a patti di difesa anti-sovietici promossi dagli Usa – «l’alleato più fedele tra gli alleati». Già allora la Casa Bianca, alla ricerca di amici vicino ai confini sovietici e cinesi, dimostrò di preferire il Pakistan all’India di Jawaharlal Nehru, vista con sospetto a causa della sua politica neutrale. Archiviato lo spauracchio dell’Urss, i rapporti tra i due Paesi si raffreddarono. Poi nell’era post-11 settembre il Pakistan tornò a essere un alleato chiave nell’invasione dell’Afghanistan (2001). Tuttavia il rapporto tra Washington e Islamabad subì un colpo durissimo quando nel 2011 Osama bin Laden fu individuato e ucciso all’interno di un complesso residenziale ad Abbottabad. Possibile che i servizi pachistani non sapessero nulla?
Il compund di Abbottabad dove si rifugiava Osama Bin Laden (Ansa).
Le accuse di doppiogiochismo, ormai archiviate da Trump
Da allora il Pakistan, accusato di aver dato supporto ai talebani e dunque di doppiogiochismo nella lotta al terrorismo, si è avvicinato progressivamente alla Cina. Allontanandosi, almeno ufficialmente, dagli Stati Uniti: nel 2018 la prima Amministrazione Trump certificò il deterioramento dei rapporti con la cancellazione degli aiuti militari, complice anche la preoccupazione per il nucleare pakistano. Ma, anche quando i rapporti politici erano in una fase di profonda crisi, la relazione a livello militare è rimasta in realtà piuttosto solida: aggirando l’autorità spesso frammentata e instabile dei governi di Islamabad, il Pentagono ha continuato a rapportarsi col quartier generale dell’esercito pakistano a Rawalpindi. Da qui la presenza a settembre nello Studio Ovale di Munir. I rapporti altalenanti e i sospetti incrociati tra i due Paesi suggeriscono che forse gli Stati Uniti non dovrebbero fare completo affidamento sul Pakistan: Trump avrà anche i suoi «ragazzi grandiosi» a Islamabad, tanto da aver coinvolto Sharif nel suo Board of Peace, ma una ripidissima discesa può essere sempre dietro l’angolo.
Negli Stati Uniti si torna a parlare del 25esimo emendamento della Costituzione dopo che alcuni esponenti dem hanno chiesto che si esplori la procedura per rimuovere il presidente Donald Trump. Si tratta di una modalità che prevede che il vicepresidente (in questo caso JD Vance) prenda i poteri del commander in chief come facente funzioni nel caso il cui quest’ultimo muoia, si dimetta o sia rimosso dal suo incarico per incapacità manifesta o malattia. A differenza dell’impeachment, dunque, il 25esimo emendamento consente di rimuovere il presidente senza che sia necessario elevare accuse precise.
Come si attiva
Per attivare il 25esimo emendamento, è sufficiente che il vicepresidente e la maggioranza del governo trasmettano una lettera al Congresso,sostenendo che il presidente non è più in grado di esercitare i poteri e i doveri legati al suo incarico. Se poi il presidente si oppone alla sua rimozione, la decisione spetta alla Camera dei rappresentanti del Congresso, che deve esprimersi con una maggioranza dei due terzi dei voti.
Chi l’ha invocato per Trump
A invocare la procedura per rimuovere Trump sono stati diversi democratici dopo che il tycoon, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum concesso all’Iran, aveva minacciato di «far morire un’intera civiltà» se non si fosse trovato un accordo. «Questa non è politica estera, è un pazzo squilibrato che minaccia di annientare un intero paese. È giunto il momento. Bisogna invocare il 25esimo emendamento», ha detto JB Pritzker, governatore dell’Illinois.
This is not foreign policy, it’s a deranged mad man threatening to wipe out an entire country.
«Questa è una persona estremamente malata. Ogni repubblicano che si rifiuta di unirsi a noi nel votare contro questa guerra insensata basata sulla libera scelta si assume la piena responsabilità di tutte le conseguenze, qualunque cosa sia», ha aggiunto il senatore democratico Chuck Schumer.
This is an extremely sick person.
Each Republican who refuses to join us in voting against this wanton war of choice owns every consequence of whatever the hell this is. https://t.co/o6lMRWareJ
Sulla stessa linea Robert Garcia, membro della Camera: «Donald Trump ha perso la testa e le sue minacce di annientare il popolo iraniano dovrebbero essere prese sul serio. È fuori controllo e il suo gabinetto e coloro che lo circondano devono essere fedeli alla Costituzione e invocare il 25° emendamento. Deve essere rimosso».
Donald Trump has lost his mind and his threats to wipe out the Iranian people should be taken seriously. He’s out of control and his cabinet and those around him must be loyal to the constitution and invoke the 25th amendment. He must be removed.
— Congressman Robert Garcia (@RepRobertGarcia) April 7, 2026
Anche per il collega Ro Khanna è necessario «invocare il 25esimo emendamento e rimuovere Trump. La minaccia di commettere crimini di guerra costituisce una palese violazione della nostra costituzione e delle Convenzioni di Ginevra».
Il precedente del 1974 con Ford e Nixon
Il caso più noto in cui si è fatto ricorso al 25esimo emendamento è quando il vicepresidente Gerald Ford,nel 1974, prese il posto di Richard Nixon, dimessosi dopo essere stato travolto dallo scandalo del Watergate. La procedura può essere applicata anche per un breve periodo di tempo, come successe per il vicepresidente George H. Bush che, nel 1985, fu presidente per alcune ore quando Ronald Reagan fu operato con anestesia generale. Simile situazione avvenne nel 2002, quando il vicepresidente Dick Cheney rimpiazzò sempre per alcune ore il presidente George W. Bush, sottoposto a operazione chirurgica.
Dopo il cessate il fuoco con l’Iran, Kyiv ha esortato gli Stati Uniti a riportare l’attenzione sulla guerra in Ucraina. «Accogliamo con favore l’accordo tra il presidente Trump e il regime iraniano per sbloccare lo Stretto di Hormuz e cessare il fuoco, così come gli sforzi di mediazione del Pakistan. La fermezza americana sta dando i suoi frutti. Crediamo sia giunto il momento di dimostrare sufficiente fermezza per costringere Mosca a un cessate il fuoco e a porre fine alla guerra contro l’Ucraina», ha scritto su X il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga.
We welcome the agreement between President Trump and the Iranian regime to unblock the Hormuz strait and cease fire, as well as Pakistan’s mediation efforts. American decisiveness works. We believe it is time for sufficient decisiveness to force Moscow to cease fire and end its…
Intanto le autorità locali ucraine segnalano che «i russi hanno colpito il distretto di Zaporizhia con bombe guidate» causando una vittima. A riferirlo è stato il governatore Ivan Fedorov. Nel villaggio di Balabyne, ha spiegato, edifici residenziali e non sono stati distrutti o danneggiati a seguito dell’attacco, e sono scoppiati degli incendi. Il corpo della persona deceduta è stato ritrovato sotto le macerie di una delle case coinvolte.
Gli Stati Uniti hanno ottenuto una «vittoria totale e completa, al 100 per cento», arrivando a un cessate il fuoco di due settimane con l’Iran. Donald Trump non ha dubbi. Dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana, allo scadere dell’ultimatum il presidente degli Stati Uniti ha fatto l’ennesimo dietrofront: basta bombe su Teheran per 14 giorni in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz.
L’Iran pretende di controllare lo Stretto di Hormuz
Da parte iraniana si frena l’entusiasmo. Nel piano di 10 punti redatto dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale del Paese, Teheran pretende di coordinare il traffico attraverso lo Stretto per garantirsi una «posizione economica e geopolitica unica» su un cruciale punto di passaggio del petrolio. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha poi messo in chiaro su X che durante le due settimane di tregua, «il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz sarà possibile tramite coordinamento con le Forze Armate iraniane e tenendo conto dei limiti tecnici». Mentre secondo quanto riferito dall’agenzia Tasnim, nel periodo in questione Iran e Oman intendono imporre tariffe di transito alle navi.
La mediazione del Pakistan e il ruolo di Khamenei
Un ruolo centrale nel raggiungimento dell’accordo lo ha avuto il Pakistan – in contatto telefonico con JD Vance che si trovava in Ungheria – che ha mediato per avviare colloqui tra Washington e Teheran a partire da venerdì. La delegazione statunitense potrebbe essere guidata proprio dal vicepresidente. Sempre che la tregua regga. A sbloccare la situazione, secondo Axios, sarebbe stata la guida suprema – data da alcune fonti in coma – Mojtaba Khamenei che avrebbe detto ai suoi negoziatori, per la prima volta dall’inizio della guerra, di cercare un accordo. Nel frattempo le forze Usa in Medio Oriente e il Pentagono stavano preparando la campagna di bombardamenti contro infrastrutture iraniane cercando di intuire cosa avrebbe deciso Trump. «Non avevamo idea di cosa sarebbe successo. È stato folle», ha commentato un funzionario della Difesa ad Axios. Gli alleati nella regione a loro volta si stavano attrezzando per una eventuale ritorsione iraniana. Nel frattempo i mediatori pakistani con l’aiuto dei ministri degli Esteri di Egitto e Turchia facevano circolare tra Iran e Usa bozze di un accordo. A fine serata è arrivato l’ok di Washington alla proposta di due settimane di tregua. Teheran ha accettato, si dice dietro consiglio della Cina. Ma senza il via libera di Khamenei, precisano le fonti, «non ci sarebbe stato alcun accordo». Da parte israeliana, Benjamin Netanyahu era in costante contatto con Trump il quale ha ottenuto da Tel Aviv la promessa del cessate il fuoco. Ora bisognerà vedere quanto questo impegno sarà rispettato o meno.
La vittoria annunciata da Trump in realtà è una resa
Che si tratti di una «vittoria completa» come sostiene Trump però è tutto da vedere. Soprattutto se l’unico risultato dell’offensiva sarà aver concesso a Teheran il controllo di Hormuz, Stretto che prima era aperto alla libera navigazione. Non solo. L’ennesima mossa TACO solleva dubbi sulla credibilità stessa del presidente e rafforza la convinzione che la situazione in Medio Oriente gli sia sfuggita completamente di mano tanto da essere stato costretto a far passare per vittoria quella che pare a tutti gli effetti una resa.
Torna in scena il 25esimo emendamento
Con l’ultima minaccia diffusa sui social prima dello scadere dell’ultimatum – «un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita» – Trump ha oltrepassato ogni limite. Tanto da riportare al centro del dibattito lo stato della sua salute mentale. Sotto il secondo mandato del 79enne, gli Stati Uniti da pilastro della stabilità globale sono diventati una forza tanto letale quanto imprevedibile. È per questo che nelle ore concitate prima dell’ultimatum è stata avanzata la richiesta di attivare il 25esimo emendamento per rimuoverlo dall’incarico. L’atteggiamento di The Donald pesa poi come un macigno sulla democrazia americana e sul sistema di pesi e contrappesi. Il presidente avrebbe potuto sterminare milioni di civili iraniani senza l’autorizzazione del Congresso, con motivazioni contraddittorie e senza una vera exit strategy. Per rimuovere Trump dal suo incarico attivando il 25esimo emendamento sarebbe necessario il voto della maggioranza del suo gabinetto e del vicepresidente. Un’ipotesi al momento lunare. A invocarlo non sono stati però solo i democratici ma anche repubblicani e figure di spicco della destra Usa come il complottista Alex Jones, l’ex funzionario della Casa Bianca Anthony Scaramucci, l’ex deputata Marjorie Taylor Greene, la commentatrice di destra Candace Owens, fino al columnist del New York Times David French. Ci sono poi trumpiani delusi che pur non spingendosi fino all’attivazione del 25esimo emendamento hanno criticato il presidente. Tra questi Tucker Carlson. L’ex conduttore di Fox News ha definito un eventuale attacco alle infrastrutture iraniane un «crimine di guerra e di morale», degno di un «anticristo».
A meno di un’ora e mezza dalla scadenza temporale deciso da Donald Trump, il presidente Usa e il regime di Teheran hanno concordato una tregua di due settimane, per dare tempo alle diplomazie di trovare un accordo definitivo per la fine del conflitto in Medio Oriente. L’annuncio è arrivato direttamente dal tycoon, via Truth. Di fatto, Trump e l’Iran hanno accettato la richiesta presentata al Pakistan, che aveva chiesto appunto alla Casa Bianca un cessate il fuoco di due settimane e all’Iran la riapertura dello Stretto di Hormuz «come gesto di buona volontà», cosa che avverrà – fa sapere Teheran – «sotto il controllo» delle sue forze armate. Anche Israele ha accettato di fermare i raid per 14 giorni.
L’annuncio di Trump
Questo l’annuncio di Trump su Truth: «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, durante le quali mi hanno chiesto di sospendere la forza distruttiva prevista per stanotte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti la completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e l’attacco all’Iran per un periodo di due settimane». Trump ha inoltre spiegato di aver accettato la proposta del Pakistan perché gli Stati Uniti hanno «già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari» e sono «molto avanti nella definizione di un accordo definitivo per una pace di lungo periodo con l’Iran e per la pace in Medio Oriente». Il tycoon ha inoltre parlato della proposta in 10 puntipresentata da Teheran, definendola «una base praticabile su cui negoziare» e spiegando che «quasi tutti sono stati concordati tra Stati Uniti e Iran». In una breve intervista telefonica all’Afp, il tycoon ha poi parlato di «vittoria totale e completa».
This is a victory for the United States that President Trump and our incredible military made happen.
From the very beginning of Operation Epic Fury, President Trump estimated this would be a 4-6 week operation.
Thanks to the unbelievable capabilities of our warriors, we have…
«Se gli attacchi contro l’Iran cesseranno, le nostre potenti forze armate interromperanno le loro operazioni difensive», ha scritto su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: «Per un periodo di due settimane, sarà possibile il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz tramite il coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto dei limiti tecnici».
Statement on behalf of the Supreme National Security Council of the Islamic Republic of Iran: pic.twitter.com/cEtBNCLnWT
Il primo round di negoziati tra Washington e Teheran si svolgerà a Islamabad venerdì 10 aprile. Secondo quanto riporta Axios della delegazione Usa dovrebbero far parte il vicepresidente JD Vance, l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Trump.
Donald Trump (Ansa).
Netanyahu: «La tregua non riguarda il Libano»
L’accordo sul cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran «non include il Libano». Lo ha sottolineato in un comunicato l’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, spiegando che Tel Aviv «sostiene l’impegno degli Stati Uniti volto a garantire che l’Iran non rappresenti più una minaccia nucleare, missilistica e terroristica per l’America, Israele, i vicini arabi dell’Iran e il mondo».
Le reazioni internazionali alla tregua
Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres «ha accolto con favore la tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran», esortando «tutte le parti coinvolte nell’attuale conflitto in Medio Oriente a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale e ad attenersi ai termini del cessate il fuoco, al fine di spianare la strada verso una pace duratura e globale nella regione». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che «il governo tedesco accoglie con favore il cessate il fuoco di due settimane concordato tra Stati Uniti e Iran». Messaggi analoghi sono arrivati dai governi di Giappone, Australia, Nuova Zelanda e tanti altri Paesi. «La risolutezza americana funziona. Crediamo che sia giunto il momento di una determinazione sufficiente per costringere Mosca a cessare il fuoco e porre fine alla sua guerra contro l’Ucraina», ha dichiarato il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha.
In un messaggio dal linguaggio colorito pubblicato su X dal proprio account RapidResponse47, la Casa Bianca ha smentito con forza l’ipotesi del ricorso a un’arma nucleare in Iran. «Nulla di ciò che dice il vicepresidente qui lascia intendere questo, branco di enormi buffoni», si legge nel messaggio, di fatto una replica a quanto scritto dall’account Headquarters, legato a Kamala Harris.
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) April 7, 2026
«JD Vance insiste e ribadisce dopo il nuovo messaggio di Donald Trump in cui afferma che “un’intera civiltà morirà stasera” e lascia intendere che potrebbe ricorrere alle armi nucleari», aveva scritto Headquarters, commentando una parte del discorso che il vicepresidente americano ha tenuto in Ungheria, ospite di Viktor Orban.
Mentre si rincorrono conti alla rovescia e ultimatum lanciati da Donald Trump a Teheran – che martedì 7 aprile su Truth è tornato a minacciare: «Un’intera civiltà morirà, per non essere mai più riportata indietro. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà» – e i prezzi del petrolio e del gas stanno schizzando alle stelle, la Casa Bianca pare avere altre priorità. In piena guerra, il vicepresidente JD Vance ha pensato bene di andare a Budapest per tirare la volata elettorale all’amico Viktor Orbán. Anche se, vista la tempistica, il numero due di Washington potrebbe dirigersi in Medio Oriente, dopo la tappa ungherese, con l’obiettivo di incontrare funzionari iraniani in vista di una trattativa vis-à-vis.
L’arrivo di JD Vance e della Second Lady Usha Vance a Budapest (Ansa).
La crescita di Péter Magyar nei sondaggi
Perdere un alleato come Orbán è un lusso che gli Stati Uniti ora non possono permettersi. Il campione dei Patrioti continentali, al potere dal 2010, domenica 12 aprile potrebbe infatti subire la prima sconfitta alle urne. I sondaggi danno favorito Péter Magyar, leader di Tisza, il principale partito di opposizione, sempre di centrodestra (Magyar fino al 2024 militava nel partito di Orbán), ma liberale e tendenzialmente più filoeuropeista di Fidesz. In quest’ottica le elezioni ungheresi hanno un peso che va ben oltre i confini del Vecchio Continente: possono ridisegnare gli equilibri tra Stati Uniti e Bruxelles (e Mosca), in un momento in cui il presidente americano sta perdendo presa sugli alleati europei, compresa l’amica Giorgia Meloni.
Il leader di Tisza, Péter Magyar (Ansa).
Il senso di Vance per l’«interferenza elettorale straniera»
Che in ballo ci sia più del futuro politico dell’Ungheria è dimostrato dall’attacco diretto di Vance ai «burocrati europei»: «Ciò che è accaduto in questo Paese, ciò che è accaduto nel bel mezzo di questa campagna elettorale, è uno dei peggiori esempi di interferenza elettorale straniera che io abbia mai visto o di cui abbia mai letto», ha tuonato in conferenza stampa il vicepresidente Usa, evidentemente considerando quella americana una interferenza “domestica”. «Sovranità e democrazia riguardano fondamentalmente la scelta del popolo. E parte della ragione per cui siamo qui, per cui il presidente degli Stati Uniti mi ha mandato qui, è perché riteniamo che la quantità di interferenze provenienti dalla burocrazia di Bruxelles sia stata davvero vergognosa». E ha aggiunto: «Non dirò al popolo ungherese come votare. Incoraggerei i burocrati di Bruxelles a fare esattamente lo stesso». Peccato che poco prima Vance avesse definito ancora una volta il primo ministro ungherese «il leader più importante d’Europa» dal punto di vista della sicurezza energetica.
JD Vance con Viktor Orbán a Budapest (Ansa).
Orbán campione ammaccato del movimento MAGA
Ecco dunque spiegata la missione magiara di Vance dopo quella del segretario di Stato Marco Rubio a febbraio. «L’Ungheria è il loro Eldorado», ha spiegato senza giri di parole al Guardian Jacob Heilbrunn, direttore di National Interest. «Vance è sempre stato affascinato dall’Ungheria per motivi politici e religiosi». Orbán è un esempio anche per l’ex consigliere trumpiano Steve Bannon che lo ha definito un proto-Trump, mentre per Kevin Roberts, a capo del think tank Heritage Foundation che ha redatto il Project 2025 – una guida per rimodellare (o smantellare) il governo Usa e implementare politiche di destra, con una svolta autoritaria – «l’Ungheria moderna non è solo “un” modello per la governance conservatrice, ma “il” modello».
Viktor Orban (Imagoeconomica).
Gli attacchi del falco Vance all’Europa
Vance, tra l’altro, nell’amministrazione Usa è tra i più critici nei confronti degli alleati europei. Resta agli annali il suo discorso-comizio alla Conferenza di Monaco del 2025, quando accusò i leader Ue di censurare la libertà di espressione, di non controllare l’immigrazione e di non collaborare con i partiti di estrema destra. Tanto che si rifiutò di incontrare l’allora cancelliere tedesco uscente Olaf Scholz, preferendogli Alice Weidel, leader, insieme con Tino Chrupalla, di Alternative für Deutschland (Afd). Da allora, tra le due sponde dell’Atlantico le tensioni sono persino aumentate, come dimostra l’ultima sparata di Trump su un eventuale disimpegno americano dalla Nato dopo il rifiuto dei Paesi membri di inviare navi nello Stretto di Hormuz.
JD Vance (Ansa).
Gli endorsement dei Patrioti: da Marine Le Pen a Salvini
Vedremo se Vance riuscirà dove Trump pare aver fallito: cioè far risalire i consensi di Orbán. «Il vicepresidente non vede l’ora di visitare l’Ungheria, un alleato stretto degli Stati Uniti, per consolidare i progressi compiuti dal presidente Trump e dal primo ministro Orbán su molte questioni chiave, tra cui energia, tecnologia e difesa», ha puntualizzato un portavoce di Vance alla vigilia della partenza. Dal canto suo a inizio anno Trump si era spinto a definire sui social il primo ministro ungherese un «leader davvero forte e potente, con una comprovata capacità di ottenere risultati straordinari». Endorsement poco efficace, vista la crescita di Tisza e di Magyar. Come poco efficace sembra essere stata la kermesse dei Patrioti che si è tenuta a Budapest il 23 marzo a cui, oltre alla francese Marine Le Pen e all’olandese Geert Wilders, ha partecipato pure Matteo Salvini, che dal palco ha scandito in ungherese: «Viktor Orbán è un vero eroe».
Trump non si vuole sporcare le mani
La guerra in Iran ha però cambiato le carte in tavola. E il vento che tira non è favorevole ai sovranisti. Forse questa volta Trump ha annusato la possibile sconfitta elettorale. Per questo, sempre secondo Heilbrunn, ha spedito Vance a Budapest: per non passare da perdente e scaricare il flop di Orbán sul suo vice, in modo da non “sporcarsi” le mani. La débâcle del patriota sarebbe uno schiaffo per l’intero movimento MAGA, che ha «puntato sull’Ungheria come avamposto per erodere e indebolire l’Ue e rafforzare Putin». Con Viktor cadrebbe così l’ultimo cavallo di Troia all’interno della vecchia e marginale Europa.
Il Regno Unito ha revocato il permesso d’ingresso al rapper americano Kanye West, che in estate avrebbe dovuto esibirsi al Wireless Festival di Londra. Il provvedimento era stato preceduto dalle critiche del premier Keir Starmer, che aveva definito «profondamente inquetante» la partecipazione dell’artista all’evento londinese a causa delle sue posizioni antisemite – in passato West aveva dichiarato di «amare i nazisti» e aveva pubblicato una canzone intitolata Heil Hitler. Alle dichiarazioni del premier era seguito l’annuncio del governo di una revisione del visto.
Inutile la difesa degli organizzatori del festival e l’apertura al dialogo di West
A nulla è valsa la difesa degli organizzatori del festival, che avevano invocato una seconda chance per West, né la sua disponibilità a incontrare di persona esponenti della sdegnata comunità ebraica britannica per scusarsi. In un comunicato, il rapper noto come Ye aveva infatti dichiarato di volersi esibire a luglio nella capitale britannica e presentando «uno spettacolo all’insegna del cambiamento, portando unità, pace e amore attraverso la musica». Aveva anche aggiunto di essere pronto all’incontro «per ascoltare», precisando: «So che le parole non bastano e che dovrò dimostrare il cambiamento attraverso le mie azioni». Ma Downing Street non ne ha voluto sentire.
A luglio è atteso in Italia
Rimane invece confermata la presenza di West in Italia. L’artista è atteso alla Rcf Arena di Campovolo (Reggio Emilia) il 18 luglio 2026 come headliner dell’Hellwatt Festival, format crossover che unirà musica, visioni e performance. Sarà il primo live europeo di Ye negli ultimi 10 anni e il primo in Italia se si escludono i listening party in playback a inizio 2024 fra i Forum di Assago e Casalecchio di Reno per l’album Vultures.
A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum concesso all’Iran per trovare un accordo, fissato alle 20 di martedì 7 aprile 2026, Trump torna a minacciare Teheran. «Stasera un’intera civiltà morirà, per non tornare mai più. Non voglio che ciò accada, ma probabilmente accadrà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambiamento di regime completo e totale, in cui prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse potrà accadere qualcosa di rivoluzionalmente meraviglioso, CHI LO SA? Lo scopriremo stasera, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte finiranno finalmente. Dio benedica il grande popolo iraniano!», ha scritto in un post su Truth.
Da Truth.
Attacchi a Qom e sull’isola di Kharg
Intanto continuano gli attacchi da parte di Usa e Israele sul suolo iraniano. La televisione di Stato iraniana ha riferito, citando il vice governatore della provincia, che è stato colpito un ponte vicino alla città di Qom, a sud di Teheran. Due persone sono inoltre state uccise in un attacco al ponte ferroviario Yahya Abad nella città di Kashan. L’agenzia di stampa Mehr ha infine riferito che aerei da guerra statunitensi e israeliani hanno effettuato diversi raid aerei sull’isola di Kharg, causando molteplici esplosioni.
Secondo quanto riferito dall’emittente turca Ntv, fuori dal consolato israeliano a Istanbul, chiuso da tempo, si è verificata una sparatoria a opera di tre assalitori. Lo scontro, iniziato intorno alle 12 ora locale, è durato circa 10 minuti. Gli aggressori sono arrivati sul posto con armi a canna lunga, abiti mimetici e uno zaino e hanno aperto il fuoco contro gli agenti che si trovavano nei pressi dell’edificio, situato nel quartiere di Levent sulla sponda europea della città. Due poliziotti sono rimasti feriti. I tre assalitori sono stati neutralizzati – due uccisi e uno catturato dopo essere rimasto ferito.
Istanbul attack update:
– Target: Reportedly Israeli Consulate – Three gunmen attacked the police station outside the building – Gunmen neutralised, two of them dead, one heavily wounded – Two police officers wounded – ISIS style, trained attackerspic.twitter.com/PrrvSXA8Ui
Il ministro della Giustizia Akin Gurlek ha affermato che è stata aperta un’inchiesta sull’accaduto. Il ministro dell’Interno, Mustafa Ciftci, ha definito «terroristi» gli assalitori spiegando che la loro identità è stata accertata. Provenivano da Izmit, località a circa un centinaio di chilometri a est di Istanbul, ed erano arrivati in città a bordo di un veicolo a noleggio. Uno degli individui risultava avere legami con un’organizzazione che strumentalizza la religione mentre un altro ha precedenti penali legati al traffico di droga. Al momento della sparatoria, non vi era personale al consolato israeliano.
İstanbul’da Yapı Kredi Plaza Blokları önünde görev yapan polislerimizle silahlı çatışmaya giren 3 kişi etkisiz hale getirilmiştir. Çatışmada iki kahraman polisimiz hafif yaralanmıştır. Teröristlerin, kimlikleri tespit edilmiştir. İzmit’ten kiralık araçla İstanbul’a geldikleri…
Il ministero degli Esteri israeliano: «Il terrore non ci fermerà»
Sulla vicenda è intervenuto il ministero degli Esteri israeliano, che su X ha commentato: «Condanniamo fermamente l’attacco terroristico odierno al consolato israeliano di Istanbul. Apprezziamo la tempestiva azione delle forze di sicurezza turche che hanno sventato questo attacco. Le missioni israeliane in tutto il mondo sono state oggetto di innumerevoli minacce e attacchi terroristici. Il terrore non ci fermerà».
We strongly condemn the terrorist attack on the Israeli Consulate in Istanbul today. We appreciate the Turkish security forces’ swift action in thwarting this attack. Israeli missions around the world have been subjected to countless threats and terrorist attacks. Terror will…
— Israel Foreign Ministry (@IsraelMFA) April 7, 2026