Chi è De Michele, il giornalista vittima dell’agguato ad Aversa

Il direttore di CampaniaNotizie.com, già minacciato più volte in passato, preso di mira da un gruppo di ignoti che hanno sparato 10 colpi contro di lui.

Il giornalista casertano Mario De Michele, direttore di Campanianotizie.com, ha denunciato ai carabinieri di essere stato vittima di un agguato a colpi di arma da fuoco a Gricignano d’Aversa; ignoti hanno sparato contro di lui dieci proiettili ad altezza d’uomo, sei dei quali hanno centrato la sua macchina. «Si tratta di un episodio di una gravità inaudita che dimostra come il Casertano sia una zona ad altissima densità criminale» scrivono in una nota i vertici di Fnsi, Sugc e il presidente dell’Unci Campania, Sandro Ruotolo. Lo stesso De Michele ha scritto un articolo all’indomani dell’agguato spiegando l’accaduto e ribadendo la sua voglia di continuare a lavorare.

http://www.campanianotizie.com/editoriali/96-editoriali/152883-agguato-cado-avanti-ma-ho-paura-fiducia-nello-stato.html

Posted by Mario De Michele on Friday, November 15, 2019

Il fatto è avvenuto, secondo quanto riferito dal giornalista, ieri sera nei pressi di un’area oggetto di speculazione edilizia, nella zona della Nato. A sparare – ha denunciato De Michele – sarebbero stati due uomini a bordo di un’auto. «Sono stati dieci i proiettili esplosi ad altezza d’uomo, quindi per uccidere», scrivono in una nota i vertici di Fnsi, Sugc e il presidente dell’Unci Campania, Sandro Ruotolo.

«CREIAMO UNA SCORTA MEDIATICA»

«Chiediamo alla magistratura», proseguono, «che si indaghi in ogni direzione per chiarire quanto accaduto. Al collega, al quale siamo vicini in questo momento difficile, va garantita la massima tutela per l’incolumità sua e di chi gli è vicino. Sappiamo che la Prefettura di Caserta si è già attivata. Il dovere dei giornalisti adesso è quello di non lasciarlo solo e di andare ad illuminare le storie che stava raccontando. Dobbiamo essere la sua scorta mediatica. Tra l’altro, l’agguato è l’ultima e più grave aggressione subita dal direttore di Campanianotizie. Solo lunedì scorso il cronista fu fermato a Sant’Arpino da due persone che lo hanno minacciato e schiaffeggiato per quello che aveva scritto su Orta di Atella, la sua auto fu colpita ripetutamente con una mazza ferrata».

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Bufera su Zaia per la partecipazione alla convention leghista di Bologna

Il governatore del Veneto sotto attacco per la comparsata al PalaDozza al fianco di Salvini per sostenere la candidatura di Borgonzoni. Attacchi da M5s e Pd. Di Maio: «Presenza inopportuna».

La presenza di Luca Zaia sul palco del PalaDozza in occasione dell’evento col quale Matteo Salvini ha lanciato la candidatura di Lucia Borgonzoni alla presidenza della Regione Emilia Romagna ha dato al stura a un mare di polemiche. A molti non è andato giù lo spot inscenato dal governatore del Veneto nel bel mezzo dell’emergenza che ha colpito Venezia, alle prese il 15 novembre con una nuova ondata di acqua alta. E a farsi portavoce delle critiche a Zaia sono stati anche diversi rappresentanti della forze di governo.

PER DI MAIO UNA PRESENZA INOPPORTUNA

Per Luigi Di Maio, «non è stato bello vedere il governatore del Veneto andare ieri a un comizio elettorale a Bologna e dire ‘sarei arrivato anche a nuoto‘». Il capo politico del M5s ha giudicato «inopportuna» la presenza di Zaia, così come diversi esponenti del Partito democratico. «Zaia a Bologna mentre si discute il bilancio e di come dare sicurezza al nostro territorio è un’offesa per tutti i veneti», ha detto il capogruppo in Regione Veneto del Partito democratico Stefano Fracasso. «Zaia che alza il cartello della Borgonzoni mentre il Consiglio è impegnato a discutere il bilancio per dare risorse per la sicurezza del territorio di Venezia è un’offesa per tutti veneti prima ancora che al Consiglio regionale». E ancora: «Altro che ‘prima i veneti!’ Con la comparsata di ieri a Bologna il governatore svela la maschera: prima viene Salvini e, in questo caso, la campagna elettorale dell’Emilia Romagna».

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Chi è Vincenzo Vecchi, il black bloc rilasciato dalla Francia

Il ruolo nelle devastazioni del G8 di Genova. La condanna. La latitanza. L'arresto, ora definito «irregolare». Profilo del 46enne di cui l'Italia aveva chiesto l'estradizione.

La giustizia francese ha rimesso in libertà Vincenzo Vecchi, esponente dell’area anarco-autonoma milanese condannato definitivamente a 11 anni e mezzo di carcere, di cui l’Italia aveva chiesto l’estradizione. È stata la Corte d’Appello di Rennes, nella Francia occidentale, a stabilire «l’irregolarità» del mandato d’arresto europeo di Vecchi per i fatti del G8 di Genova, ordinandone il rilascio nonostante le richieste delle autorità italiane.

L’ULTIMO LATITANTE DEL G8 TORNA IN LIBERTÀ

Condannato nel 2009 dalla Corte d’Appello di Genova per i fatti del G8, Vecchi, 46 anni, era stato arrestato lo scorso 8 agosto in Francia, dove viveva in clandestinità da diversi anni dopo una latitanza cominciata nel luglio del 2012, ovvero da quando era scattato l’ordine di esecuzione della pena emesso dalla Procura generale della Corte d’Appello nei suoi confronti. Vecchi è ritenuto tra i protagonisti delle devastazioni al G8 di Genova del 2001. Gli investigatori avevano dimostrato come il 46enne avesse fatto parte di un gruppo di facinorosi che tra il 20 e il 21 luglio 2001, a volto coperto, devastò la città di Genova durante il G8. Gli edifici presi di mira erano istituti di credito, auto e anche un supermercato. Vecchi venne identificato all’epoca come uno dei promotori delle devastazioni, uno «che spingeva gli altri ad agire». Ma l’uomo fu anche sorpreso nell’atto di lanciare bottiglie, sassi e bombe molotov contrapponendosi in modo violento alle forze dell’ordine. Prima dell’arresto in Francia, Vecchi era l’ultimo condannato per i fatti del G8 di Genova ancora irreperibile. Ora, però, tornerà in libertà.

Negando l’estradizione, la giustizia francese ha dato un altro schiaffo, l’ennesimo, all’Italia

Anna Maria Bernini, Forza Italia

Duro il commento di Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia: «Secondo una pessima tradizione iniziata negli anni del terrorismo rosso, la Francia si è confermata un autentico paradiso per i latitanti dell’eversione rimettendo oggi in libertà Vincenzo Vecchi, il black bloc che da anni viveva in clandestinità e che deve scontare una pesante condanna per le devastazioni al G8 di Genova. Negando l’estradizione, la giustizia francese ha dato un altro schiaffo, l’ennesimo, all’Italia».

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A Taranto ArcelorMittal chiude le porte in faccia agli ispettori

Il ministro Patuanelli denuncia che l'azienda ha impedito ai commissari di entrare nello stabilimento. Intanto ha confermato a prefetto e governo il piano di spegnimento della fabbrica. Attesa per l'incontro al Mise.

Gli ispettori non passano all’Ilva di Taranto. ArcelorMittal, secondo il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, l’azienda ha proibito ai commissari le ispezioni. E così la tensione sullo stabilimento di Taranto è destinata ad alzarsi ancora nel giorno in cui è fissato l’incontro tra l’azienda, il governo e i sindacati e in cui la multinazionale ha anche comunicato lo stop delle attività a prefetto ed esecutivo.

L’cciaio prodotto nello stabilimento dell’Ilva fermo in banchina del porto di Taranto, 15 novembre 2019. ANSA/DONATO FASANO

Il 15 novembre ArcelorMittal Italia e ArcelorMittal Energy hanno comunicato al Governo e alla prefettura di Taranto, il piano di “sospensione” dell’esercizio dello stabilimento di Taranto e delle centrali elettriche. La sospensione sarà fatta «con le modalità atte a preservare l’integrità degli impianti». La comunicazione inviata anche agli enti locali è firmata dal Gestore dello stabilimento Stefan Michel R. Van Campe. Il 14 novembre l’azienda aveva anticipato il piano ai sindacati, dettagliando le date di spegnimento degli altiforni. L’azienda è tecnicamente tenuta a partecipare all’incontro al Mise dove ci saranno anche i leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo; per ArcelorMittal dovrebbe esserci l’amministratrice delegata Lucia Morselli. Lo stesso giorno ha riferito il ministro dello Sviluppo Patuanelli l’azienda ha vietato le ispezioni ai commissari, credo che sia un atto gravissimo che dovrà avere un’adeguata risposta.

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La mappa del maltempo in Italia del 15 novembre 2019

Tutto il Paese nella morsa di pioggia e neve. In Trentino varie valli isolate. Smottamenti e frane in Liguria. E una tromba d'aria colpisce Marina di Carrara.

Il maltempo non flagella solo Venezia, finita sott’acqua per la seconda volta in meno di una settimana. Abbondanti nevicate, mareggiate e trobe d’aria hanno colpito tutta la penisola. Ecco la mappa del maltempo.

ISOLATE NUMEROSE VALLI IN ALTO ADIGE

Le piogge in corso nell’intero territorio della provincia di Trento hanno assunto carattere nevoso a tra gli 800 ed i 1200 metri. Al momento si registra la chiusura per neve, per pericolo valanghe o per alberi instabili vicino alla sede stradale, di alcune tratte stradali nelle zone di alta montagna o in prossimità dei passi. Trafoi attualmente risulta isolata, come anche la Val Martello da Ganda, la Val Senales da Certosa, la val Ridanna da Stanghe e la Val Casies da Tesido. Risulta bloccata la statale della Pusteria tra Versciaco e Prato alla Drava e l’Alemagna tra Dobbiaco e Cima Banche. In Val d’Ega, a causa del rischio troppo elevato, sono stati interrotti i lavori di recupero di alberi caduti. Sul Bondone, a Vason, si registrano circa 40 centimetri di neve fresca e sono chiuse, per pericolo di caduta piante, la Sp 25 di Garniga da Garniga Vecchia alle Viote, e, sulla Paganella, la Sp 64 di Fai da Santel ad Andalo. La nevicata sta interessando quasi tutta la val di Sole e parte della val di Non, sopra gli 800 metri e da questa mattina è chiusa la Sp 141 nel tratto tra le frazioni di Bolentina e Montes per pericolo valanghe.

È consentito il transito solo in determinate fasce orarie e sotto la sorveglianza dei vigili del fuoco volontari. Nei boschi, tra 900 e 1200 metri, sono in corso verifiche ed interventi per la messa in sicurezza di alcuni alberi ad alto fusto carichi di neve vicini alla strada. Dalla tarda serata di ieri sono caduti infatti 50 centimetri di neve fresca a Passo del Tonale, circa 40 a Passo Campo Carlo Magno e 15 a Passo Mendola. In val Giudicarie, ed in particolare in val Rendena, sta nevicando intensamente: nella notte e fino ad ora sono caduti fino a circa 40 centimetri di neve a Madonna di Campiglio. In valle di Ledro e val di Gresta, valle di Cavedine si misurano fino a 50 centimetri di neve fresca. Strade di montagna percorribili con attrezzatura da neve.

FRANE E SMOTTAMENTI IN LIGURIA

A Genova, due persone sono state fatte sfollare dalla propria abitazione a causa di un muraglione pericolante reso instabile da una importante infiltrazione di acqua per l’abbondante pioggia. Chiusa la statale 13 a Creto per una frana. Numerosi smottamenti si registrano nella zona del Tigullio, dove si è verificata una forte mareggiata. Una tempesta di fulmini su Genova ha causato numerosi blackout: anche il faro della Lanterna, simbolo di Genova, è stato colpito ed è al buio dal 14 novembre. Disagi alla circolazione dei treni per un guasto agli impianti tra Campo Ligure e Mele sulla linea Genova-Ovada-Acqui Terme. Frane, alberi caduti e allagamenti anche in provincia di Imperia. In via Goethe, a Sanremo, è franata la strada dov’erano parcheggiati alcuni veicoli: un’auto e un furgone sono rimasti in bilico sul cratere mentre gli altri mezzi sono stati spostati dai proprietari allertati dalle forze dell’ordine. In via Bandette, a Ventimiglia, la strada è stata sommersa da una ondata di fango e di terra, in seguito allo smottamento dalla sovrastante collina.

TOSCANA: TROMBA D’ARIA A MARINA DI CARRARA

Tromba d’aria prima delle 5 a Marina di Carrara (Massa Carrara): devastato il ristorante di un hotel sul lungomare, attualmente chiuso, e danneggiati anche alcuni stabilimenti balneari. Nessuno è rimasto ferito. In particolare la tromba d’aria ha fatto volare via la copertura sulla strada del ristorante dell’albergo, finito in strada. La zona del lungomare è tutt’ora bloccato perché i vigili del fuoco stanno bonificando l’area dai detriti sospinti dalle fortissime raffiche di vento.

NEVE IN PIEMONTE: MIGLIAIA DI UTENZE SENZA ELETTRICITÀ

Tecnici E-Distribuzione, la società del Gruppo Enel che gestisce le reti di media e bassa tensione, al lavoro per il ripristino del servizio elettrico interrotto in numerose zone del Piemonte a causa del maltempo. La Provincia più colpita è quella di Cuneo, con 15 mila utenze senza luce. Disservizi anche nel Torinese (8.000 clienti disalimentati) e Verbano-Cusio-Ossola (5.000 clienti disalimentati). Tutti gli interventi, informa la società, sono realizzati in costante coordinamento con istituzioni locali, prefettura e protezione civile, con le quali si stanno concordando gli interventi nelle aree di difficile accessibilità a causa della neve. Il lavoro di E-Distribuzione sul territorio proseguirà fino al pieno ripristino del servizio elettrico, nel rispetto delle procedure di sicurezza che questi delicati interventi richiedono.

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Lega al 34% nei sondaggi politici del 15 novembre 2019

Lontani Pd (19,5%) e M5s (16,8%). La coalizione di centrodestra al 49,4%, sei punti in più di quella giallorossa.

Se si andasse al voto la Lega otterrebbe il 34% dei consensi, il Pd il 19,5% mentre il Movimento 5 Stelle 16,8%. Sono i dati che emergono dal sondaggio Index Research effettuato per la trasmissione per Piazza Pulita, su La7. Per quanto riguarda gli altri partiti del centrodestra: Fratelli d’Italia conferma il secondo posto con il 9% di consensi mentre Forza Italia è al 6.4%. Italia Viva di Matteo Renzi è 4,8% mentre Più Europa all’1,8%, i Verdi sono all’1,9%. Gli indecisi al 38,3%. Il sondaggio Index si concentra poi sui consensi che otterrebbero le coalizioni. Quella “giallorossa” (Pd, Iv, M5s, Sinistra) è data al 43,4% mentre il centrodestra (Lega, Fdi e Fi) si attesta al 49,4% dei consensi.

LISTA CALENDA ALL’1% (IN ATTESA DEL 21 NOVEMBRE)

Questi dati sono simili – almeno per le forze di testa – a quelli usciti da un’altra rilevazione, pubblicata il 14 novembre da Emg, secondo cui la Lega è primo partito con il 33% dei consensi seguita dal Pd con il 19,5% e il Movimento 5 Stelle dato al 16,1%. Tra gli altri partiti, Fratelli d’Italia è al 9,8%, Forza Italia al 7,4%. Italia Viva è al 5,7%, Più Europa al 1,8%, La Sinistra 1,7%, Europa Verde al 1,0% e Lista Calenda 1,0%. Proprio Calenda il 15 novembre ha annunciato su Twitter: «Il 21 lanceremo il nuovo movimento politico. Nonostante il poco tempo siamo pronti a lavorare con Stefano Bonaccini ed il Pd per combattere insieme. Ovviamente se i 5s non saranno alleati».

OLTRE IL 50% CONTRO IL GOVERNO PD-M5S

A proposito del governo giallorosso, il sondaggio Emg ha rilevato che la maggioranza degli intervistati è contro l’esecutivo attualmente in carica. Alla domanda «Lei pensa che sia stato un bene far nascere questo Governo?”» il 54% degli intervistati ha risposto “no”, il 28% ha risposto “sì”. Il 18% ha preferito non rispondere.

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La crisi politica diventa economica: il Pil di Hong Kong a -1,3%

La produzione di ricchezza al ribasso per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2009.

Hong Kong vede un 2019 con stime al ribasso del Pil a -1,3%, negative per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2009: sono le previsioni aggiornate dal governo alla luce delle proteste pro-democrazia in corso nell’ex colonia da giugno e diventate sempre più violente nelle ultime settimane. Il governo ha rilasciato anche la lettura finale del Pil del terzo trimestre, in contrazione del 3,2% congiunturale e del 2,9% annuo, in linea con i dati preliminari.

IN RECESSIONE PER LA PRIMA VOLTA DAL 2009

La revisione al ribasso del Pil di oggi è la seconda del suo genere fatta quest’anno: dal 2-3% di crescita iniziale, ad agosto c’è stata la prima limatura allo 0-1%, in gran parte per il contesto economico generale diventato più difficile con lo scontro commerciale tra Usa e Cina. Con i dati definitivi sul terzo trimestre (-3,2% congiunturale e -2,9% annuale) Hong Kong è ufficialmente finita in recessione tecnica. A inizio mese, il segretario alle Finanze Paul Chan ha messo in guardia che ulteriori tagli alla crescita potevano essere “inevitabili” per il 2019 in scia alle turbolenze vissute dall’ex colonia da oltre 5 mesi, con “la grande possibilità” che per l’intero anno la città sarebbe finita in recessione, per la prima volta dal 2009.

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La Russia ha preso possesso di altre due basi Usa in Siria

Le forze di Mosca sono entrate in due ex avamposti americani nell'area: nella città di Metras e vicino a Kobane. E a Qamishli inizia la costruzione di un'altra base.

Gli elicotteri militari russi sono arrivati in una ex base statunitense vicino alla città siriana di Metras. Lo riportano i filmati trasmessi dal canale televisivo Zvezda del ministero della Difesa russo.

Il filmato mostra i militari russi che sbarcano da elicotteri Mil Mi-8 dopo che diversi mezzi, tra cui anche un Mi-35, sono atterrati. I soldati hanno poi issato la bandiera russa. La polizia militare ha poi fatto sapere di aver preso «sotto la sua protezione» un’altra ex base Usa, nei pressi di Kobane.

«La nostra unità ha preso l’aerodromo e la base sotto la sua protezione», ha dichiarato la polizia militare per quanto riguarda la struttura di Kobane, «e sta pattugliando il perimetro dell’area, sorvegliando le posizioni di tiro». «I genieri stanno verificando la presenza di esplosivi o mine nella struttura: non sappiamo quali trappole e sorprese gli ex proprietari potrebbero essersi lasciati alle spalle», ha affermato un ispettore militare, citato da Interfax.

INIZIATA LA COSTRUZIONE DI UN’ALTRA BASE A QAMISHLI

L’aerodromo era stato precedentemente occupato dalle forze governative siriane. Gli elicotteri dell’esercito russo sono stati poi schierati nella struttura per impedire alle forze statunitensi di danneggiare la pista. Il 14 novembre Mosca aveva annunciato di aver iniziato a costruire una base per elicotteri nell’aeroporto civile nella città di Qamishli, precedentemente usato dalle forze americane.

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Calenda annuncia il lancio di un nuovo movimento politico

Sulla scia della grande manifestazione di Bologna, l'ex ministro e attuale europarlamentare ci riprova. E prepara una nuova iniziativa per il 21 novembre assieme a Matteo Richetti.

Carlo Calenda ci riprova. Dopo aver fallito nell’unire i partiti di centrosinistra dietro alla bandiera del suo Siamo Europei alle elezioni di maggio, sulla scia della grande manifestazione contro la Lega di Bologna rilancia una nuova iniziativa politica.

. «Questa mobilitazione va onorata. Il 21 lanceremo il nuovo movimento politico. Nonostante il poco tempo siamo pronti a lavorare con Stefano Bonaccini ed il Pd per combattere insieme. Ovviamente se i 5s non saranno alleati», ha scritto su twitter Carlo Calenda postando una foto della manifestazione di ieri a piazza Maggiore a Bologna. Nel tweet compare il nome di Matteo Richetti, parlamentare emiliano ed ex Pd che ha seguito Calenda nella strada di Siamo Europei e si è schierato contro il governo con il M5s.

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Ilaria Cucchi ha detto che potrebbe querelare Salvini

La sorella del geometra romano ha annunciato che la famiglia potrebbe citare in giudizio l'ex ministro per le sue parole dopo la sentenza di condanna dei carabinieri.

«Che c’entra la droga? Salvini perde sempre l’occasione per stare zitto». È stato il commento di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, in diretta a Circo Massimo, su Radio Capital, dopo che commentando la sentenza di condanna per i carabinieri ritenuti responsabili della morte di Stefano Cucchi, il leader leghista Matteo Salvini aveva detto che rispetta la famiglia ma il caso «dimostra che la droga fa male».

«CI BATTEREMO CONTRO QUESTI PREGIUDIZI»

«Anch’io», ha aggiunto Ilaria, «da madre sono contro la droga, ma Stefano non è morto di droga. Contro questo pregiudizio e contro questi personaggi ci siamo dovuti battere per anni. Tanti di questi personaggi sono stati chiamati a rispondere in un’aula di giustizia, e non escludo che il prossimo possa essere proprio Salvini».

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Mediobanca, sarà Cimbri il cavaliere bianco di Nagel

L'argine costruito con Doris e in parte Bolloré in funzione anti-Del Vecchio non può reggere a lungo. E non sarebbe sufficiente in caso il patron di Luxottica ottenesse l'ok per arrivare al 20%. E così l'ad di Piazzetta Cuccia ha chiamato in suo soccorso il numero 1 di Unipol.

Si chiama Carlo Cimbri la carta segreta di Alberto Nagel nella guerra che lo vede contrapposto a Leonardo Del Vecchio per il controllo di Mediobanca e, suo tramite, di Generali. Complici gli errori che il patron di Luxottica sta commettendo nella gestione strategica dell’operazione, che gli stanno costando i tempi lunghi e la molta circospezione, per non dire diffidenza, con cui la Bce esamina la richiesta di poter superare la quota del 10% in Mediobanca, l’amministratore delegato della banca che fu di Enrico Cuccia sta organizzando la difesa e la controffensiva sapendo di avere del tempo davanti. Inizialmente Nagel ha cercato di serrare le fila degli attuali azionisti, trovando soprattutto in Ennio Doris il più disponibile. E anche Vincent Bollorè tutto sommato gli ha dato retta, avendo per ora venduto a Del Vecchio solo poche azioni. 

CIMBRI, CAVALIERE BIANCO IN AIUTO ALL’AD DI MEDIOBANCA

Ma Nagel ha capito che quell’argine non può reggere a lungo, e che comunque non sarebbe sufficiente se e quando l’uomo di Agordo dovesse ottenere luce verde per arrivare al 20%. Allora ha scorso la sua agendina alla voce “amici del cuore”, e ha subito capito che l’uomo di Unipol, ormai anche banchiere con Bper, sarebbe perfetto nella veste di cavaliere bianco gradito. Il rapporto tra i due è antico e solido, cementato dall’operazione Sai-Fondiaria e dalla vicenda giudiziaria, poi archiviata, relativa al famoso “papello” sottoscritto da Mediobanca con Salvatore Ligresti. A quanto è dato sapere, Cimbri avrebbe risposto «eccomi» alla chiamata dell’amico, anche se resta ancora non del tutto definita la modalità con cui Unipol-Bper potrebbe intervenire in soccorso di Nagel.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Oltre 50 arresti per mafia tra Puglia, Basilicata e Lazio

Carabinieri in azione in tre regioni. In manette capi e affiliati del clan D'Abramo-Sforza di Altamura.

Dall’alba i carabinieri stanno eseguendo oltre 50 arresti ad Altamura (Bari), Foggia, Cerignola (Foggia), Matera, Lecce e Roma. Le ordinanze di custodia vengono notificate a presunti capi e affiliati del clan D’Abramo-Sforza di Altamura (Bari) ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso armata, detenzione e porto di armi anche da guerra, traffico di sostanze stupefacenti, omicidio, tentato omicidio, estorsione, turbativa d’asta.

OPERAZIONE ESEGUITA DAI CARABINIERI DI BARI

L’operazione è eseguita dai Carabinieri del Comando Provinciale di Bari, supportati dai reparti speciali “Cacciatori di Puglia“, Nucleo Cinofili e VI Elinucleo Cc di Bari. Le misure restrittive sono state emesse dal gip di Bari su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, a seguito di attività d’indagine condotta dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Bari. I particolari dell’operazione verranno resi noti alle 11 nel corso di una conferenza stampa, presieduta dal procuratore di Bari Giuseppe Volpe, negli uffici della Procura della Repubblica a Bari.

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Venezia, peggiorano le previsioni: oggi attesi 160 cm

Peggiorano le previsioni per la marea. Nella città lagunare ci si aspetta un nuovo picco di 160 centimetri. E Piazza San Marco resta allagata.

Peggiora la previsione di marea per il 15 novembre a Venezia. La stima di acqua alta è stata rivista al rialzo dai 150 centimetri precedenti a 160 cm sul medio mare, alle 11.20. Lo comunica il centro maree del Comune, che poco fa ha attivato le sirene di allarme in città. Attualmente il livello di marea è di 115 centimetri, con piazza San Marco già abbondantemente allagata.

CHIUSA PIAZZA SAN MARCO

Il sindaco, Luigi Brugnaro, ha quindi deciso la chiusura della piazza. Questo in considerazione dei gravi problemi causati dall’acqua alta che anche oggi sta allagando l’area Marciana.

«Sono le 9.20», ha detto Brugnaro in un video pubblicato sul proprio profilo di Twitter, «e sono ora costretto a far chiudere la piazza per ogni evenienza, in maniera tale di non mettere a rischio l’incolumità delle persone». Poco prima, in un altro post Brugnaro scriveva: «Un’altra giornata di allerta per Venezia. Il vento di scirocco continua a soffiare. Vi invito a evitare gli spostamenti e a tenervi aggiornati sul livello dell’acqua con il @ICPSMVenezia».

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Altro colpo per Trump: indagato il suo avvocato Giuliani

L'ex sindaco di New York è finito al centro di un'inchiesta su operazioni finanziarie sospette. E, come nel caso dell'impeachment, i fari sono puntati sull'Ucraina.

L’avvocato personale di Donald Trump, Rudolph Giuliani, figura centrale nella vicenda dell’Ucrainagate, è indagato dalla giustizia federale nell’ambito di un’inchiesta su alcune sue operazioni finanziarie. Il sospetto è quello di possibili violazioni delle regole sui finanziamenti elettorali e di azioni illegali di lobby all’estero. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando alcuni funzionari dell’amministrazione Usa. Uno di loro ipotizza da parte della procura federale di Manhattan anche le accuse per corruzione di funzionari stranieri e cospirazione.

LA LENTE SULLE ATTIVITÀ DI GIULIANI IN UCRAINA

A indagare su Giuliani è l’ufficio del procuratore federale di Manhattan una volta da lui guidato, prima di diventare sindaco di New York. Le indagini – riporta sempre l’agenzia Bloomberg – si starebbero concentrando proprio sulle sue attività in Ucraina. Attività per le quali erano già finiti nel mirino degli inquirenti due soci di Giuliani arrestati alcune settimane fa, Lev Parnas e Igor Fruman, accusati di aver fatto illegalmente confluire centinaia di migliaia di dollari verso funzionari statunitensi e comitati politici che sostenevano Trump. Se i capi di accusa ipotizzati per Giuliani dovessero materializzarsi rappresenterebbero una vera tegola per il presidente Trump, soprattutto se venisse provato che l’ex sindaco di New York ha agito dietro le direttive del tycoon.

La politica estera degli Usa era minata dagli sforzi irregolari guidati da Giuliani

Bill Taylor, ex ambasciatore Usa a Kiev

Giuliani è stata una delle figure più chiacchierate della prima giornata di testimonianze pubbliche nell’ambito del procedimento che potrebbe portare all’impeachment di Trump. Uno dei testimoni, l’ex ambasciatore Usa a Kiev Bill Taylor, ha detto che Giuliani mise in piedi un canale politico «irregolare» che minò le relazioni con Kiev mentre cercava di aiutare il presidente Usa politicamente. Fare pressioni sul presidente ucraino Volodymir Zelensky per indagare il figlio del candidato presidenziale dem Joe Biden «mostra che la politica estera degli Usa era minata dagli sforzi irregolari guidati da Giuliani», ha detto Taylor.

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Bologna scende in piazza per dire “no” a Salvini

Oltre 10 mila persone riunite in piazza Maggiore, mentre al Paladozza il leader leghista lanciava la candidatura per le Regionali di Borgonzoni. Davanti a più di un seggiolino vuoto.

A Bologna migliaia di persone sono scese in piazza contro Matteo Salvini nel giorno della convention leghista al Paladozza. Il 14 novembre collettivi e centri sociali hanno sfilato cgià dal tardo pomeriggio. In strada oltre 2 mila persone e attimi di tensione. Per allontanare il corteo che si stava avvicinando ai blindati schierati per proteggere il Paladozza la polizia ha usato gli idranti. Dal corteo, in via Riva Reno, poco distante dal palazzetto, sono partite bottiglie, fumogeni e palloncini pieni di vernice. A protezione della zona circostante il Paladozza, un ingente schieramento di uomini e mezzi. Ma l'”accoglienza” di Bologna a Salvini non è finita qui. In piazza Maggiore alcune migliaia di persone hanno fatto un flash mob pacifico nel segno delle sardine, il simbolo scelto per l’occasione per ingaggiare con la Lega una guerra di numeri su chi avesse più partecipazione, rispetto all’iniziativa del Paladozza. Gli organizzatori avevano annunciato di voler riempire il ‘Crescentone’ della piazza con migliaia persone strette, appunto, come sardine: obiettivo abbondantemente raggiunto, visto che la piazza era gremita. Circa 11 mila i presenti.

SALVINI LANCIA LA CANDIDATURA DI BORGONZONI

Dalla convention leghista, parlando delle proteste, Salvini ha detto: «Se sono pacifiche, sono le benvenute». Il leader del Carroccio ha poi parlato di temi nazionali: «Prima gli italiani potranno liberamente e democraticamente andar a votare, meglio sarà per tutti». E sulla condanna di due carabinieri per l’omicidio di Stefano Cucchi: «Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà. Questo testimonia che la droga fa male sempre e, comunque, io combatto la droga in ogni piazza». Passando al tema Regionali, Salvini ha lanciato la candidatura di Lucia Borgonzoni e l’assalto alla Regione fortino del centrosinistra, dove si vota il 26 gennaio : «È la candidata di tutto il centrodestra ma non solo, anche di tanti emiliani e bolognesi che si candideranno nelle liste civiche a sostegno di Lucia».

NIENTE SOLD-OUT AL PALADOZZA

Ad ascoltare Borgonzoni un palazzo dello sport con qualche seggiola vuota: circa 5 mila i presenti, ma il sold-out annunciato nei giorni scorsi non c’è stato. Nei numeri, la piazza ha più che doppiato la Lega. La fedelissima di Salvini (per lei sono arrivati sotto le Due Torri anche i governatori di Veneto, Lombardia, Sardegna, Umbria e Friuli-Venezia Giulia) ha indicato tra le priorità lo snellimento della burocrazia per aziende e famiglie, oltre alla sanità: «Quando dico che ci sono problemi, la gente mi guarda come una marziana, ma ci sono». Inevitabili i riferimenti ai cavalli di battaglia di Bibbiano («Mi criticano per quella maglietta, ma si dovrebbe vergognare chi non ha controllato») e all’assegnazione delle case popolari: «Dire che devono andare a chi è qui da più tempo, non è razzismo, ma giustizia».

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Chi è Giovanni Salvi, il nuovo procuratore generale della Cassazione

Si tratta di un "papa straniero": per la prima volta il Consiglio superiore della magistratura non ha optato per una soluzione interna. A Roma da pm si è occupato di Ustica, Nar, Br e non solo. Poi togato di sinistra nel Csm e la nomina a Catania. Da n.2 dell'Anm si scontrò con Berlusconi.

La Cassazione ha un nuovo procuratore generale: è Giovanni Salvi, il “papa straniero” scelto dal Consiglio superiore della magistratura che per la prima volta non ha optato per una soluzione interna.

UNA LUNGA CARRIERA A ROMA

Salvi è in magistratura da 40 anni. Una lunga carriera segnata da due costanti: il legame con Roma, sua città di adozione, e con le funzioni di pubblico ministero, che non ha mai smesso se non per brevissimi periodi. Nato a Lecce, 67 anni fa, Salvi è arrivato alla procura della Capitale nel 1984 e ci è rimasto per 20 anni. Un lunghissimo arco di tempo in cui si è occupato di indagini delicate, come quelle sulla strage di Ustica, gli omicidi di Mino Pecorelli e Roberto Calvi e di inchieste sui Nar e le Brigate rosse.

NEL CSM CON MAGISTRATURA DEMOCRATICA

Esperienza interrotta nel 2002, quando Salvi è stato eletto componente togato del Csm, nella lista di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe confluita negli ultimi anni in Area, senza però sciogliersi.

A CATANIA FRA TRAFFICO DI MIGRANTI E MAFIA

A Roma è poi tornato da procuratore generale nel 2015, nominato all’unanimità dal Csm. Quattro anni prima invece era passata sul filo di lana la sua nomina a procuratore di Catania. E da quell’ufficio, che ha guidato dal 2011 al 2015, ha coordinato numerose inchieste sul traffico dei migranti e sulla mafia. Indagini che con la collaborazione dei capi di Cosa nostra catanese hanno consentito di individuare i responsabili di delitti centrali per la ricostruzione delle vicende nazionali dell’organizzazione mafiosa, come l’omicidio di Luigi Lardo.

GLI SCONTI ALL’ANM CON BERLUSCONI

Salvi in realtà non è del tutto estraneo all’ufficio che dovrà guidare: vi ha lavorato per quattro anni, dal 2007 al 2011, con le funzioni di sostituto pg. È stato anche vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati negli anni dello scontro tra le toghe e il governo Berlusconi. A cercare negli archivi non sono tante le sue esternazioni. L’ultima l’ha fatta per invocare rispetto per il lavoro della procura di Roma, dopo che la Cassazione ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa per i condannati dell’inchiesta sul Mondo di mezzo.

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Cosa sappiamo sulla sparatoria nel liceo di Santa Clarita in California

Almeno sei feriti in uno scontro a fuoco, di cui due gravi. La polizia è intervenuta immediatamente.

Sparatoria in un liceo di Santa Clarita, in California. La polizia è immediatamente intervenuta e ci sarebbero almeno sei feriti, di cui due gravi. La situazione alla Saugus High School di Santa Clarita, nella contea di Los Angeles, sarebbe ancora in evoluzione. Gli agenti sarebbero impegnati in una caccia all’uomo, una persona vestita di nero che avrebbe aperto il fuoco. Tutte le scuole della zona sono in ‘lockdown‘.

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Berrettini è il primo italiano a vincere un match alle Atp Finals

Il tennista romano batte in due set l'austriaco Thiem. Prima di lui, Panatta (1975) e Barazzutti (1978) erano riusciti a portare a casa solo un set.

Matteo Berrettini si congeda dalle Atp Finals di Londra con una vittoria, che non ne evita l’eliminazione ma lo fa entrare nella storia del tennis italiano. Il 23enne romano, nel terzo e ultimo incontro del gruppo B, ha battuto l’austriaco Dominic Thiem con il punteggio di 7-6 6-3, diventando così il primo tennista italiano vincere un match di singolare nelle Atp Finals. Prima di lui, Adriano Panatta nel 1975 a Stoccolma e Corrado Barazzutti nel 1978 a New York erano riusciti a conquistare solo un set nelle tre partite giocate: rispettivamente, contro Ilie Nastase e Raul Ramirez.

Le Atp Finals riuniscono gli otto giocatori che hano fatto più punti nell’anno solare. Berrettini si presentava a Londra da ottava e ultima testa di serie, Thiem da quinta. I due, prima dell’incontro odierno, avevano avuto un percorso opposto nel girone: Berrettini aveva perso entrambe le partite contro Novak Djokovic (testa di serie numero 2) e Roger Federer (3) e arrivava al match con l’austriaco già eliminato; Thiem, al contrario, aveva vinto sia con il serbo, sia con lo svizzero, strappando in anticipo il pass per le semifinali. La vittoria di Berrettini arriva a una settimana dal trionfo del 18enne altoatesino Jannik Sinner alle Atp Next Gen Finals di Milano, ulteriore conferma di un momento estremamente positivo per il tennis italiano.

È una stagione incredibile, spero di tornare il prossimo anno. Sono felice di chiudere con una vittoria

Matteo Berrettini

Al termine della partita, Berrettini ha commentato: «Sono molto fiero per il mio team, la mia famiglia e i miei amici. È una stagione incredibile, spero di tornare il prossimo anno. Senza questi ragazzi non sarebbe stato possibile. Sono felice di chiudere con una vittoria». «Con Thiem ho giocato sempre partite molto combattute (i precedenti erano 2-1 a favore dell’austriaco, ndr)», ha proseguito il tennista classe 1996. «Sono stato bravo a tenere mentalmente nel primo set, sono molto contento della mia prestazione nonostante non sia al 100% fisicamente». «Ho vissuto diversi momenti difficili in questa stagione, sono stato insopportabile nei giorni brutti ma il mio team è stato incredibile», ha detto Berrettini, che ora è atteso dall’incontro di Coppa Davis contro il Canada. «Mi devo riposare in vista del prossimo grande evento e poi ci saranno le vacanze».

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La polemica su Di Maio e gli stipendi degli otto fedelissimi alla Farnesina

Secondo un'inchiesta del Giornale, il leader M5s avrebbe portato con sé agli Esteri un gruppo di affezionati: «Un cerchio magico da 700 mila euro».

Luigi Di Maio, il ministro dei viaggi in economy, è finito al centro di una polemica sugli stipendi al Ministero degli Esteri. Secondo un’inchiesta del Giornale, il leader del M5s avrebbe fatto assumere alla Farnesina otto fedelissimi con stipendi variabili, alcuni dei quali decisamente alti. Si tratta – scrive il quotidiano – di otto persone equiparate a dirigenti e funzionari, fatti assumere agli Esteri a partire dal 6 settembre scorso con scadenza fissata al “termine del mandato governativo”.

I collaboratori sono:

Augusto Rubei, inquadrato come “consigliere del ministro per gli aspetti legati alla comunicazione”, stipendio lordo di 140 mila euro l’anno;

Pietro Dettori, “consigliere del ministro per la cura delle relazioni con le forze politiche inerenti le attività istituzionali”, stipendio 120 mila euro;

Cristina Belotti, “capo segretaria e segretario particolare del ministro”, 120 mila euro;

Sara Mangieri, “consigliere per i rapporti con la stampa”, 90 mila euro;

Daniele Caporale, “consigliere del ministro per le comunicazioni digitali”, 80 mila euro;

Carmine America, “esperto in questioni internazionali di sicurezza e difesa”, 80 mila euro;

Giuseppe Marici, “consigliere per le informazioni diffuse attraverso i media”, 70 mila euro;

Alessio Festa, “consigliere per le relazioni istituzionali”, 11.580 euro.

Il totale dei compensi lordi è di 711 mila euro. «Finché Di Maio resta ministro, restano lì pure loro», scrive il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, «non è solo la quantità di fedelissimi imposti da Di Maio ma anche l’entità dei loro compensi a creare fastidio alla Farnesina, dove una gola profonda ci racconta che “all’ufficio del personale sono inorriditi, dicono di non avere mai visto prima degli stipendi così alti, forse l’ultimo che aveva fatto qualcosa del genere era stato De Michelis (ministro Psi, ndr) ma erano altri tempi e comunque non queste cifre”».

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Le due sentenze sul caso di Stefano Cucchi

Entrambe sono attese il 14 novembre. La prima, che riguarda il pestaggio, vede imputati cinque carabinieri. La seconda i medici dell'ospedale Pertini, dove il geometra romano morì 10 anni fa. I genitori: «Ci aspettiamo una svolta».

Il 14 novembre è atteso come il giorno della possibile svolta sul caso di Stefano Cucchi. Da una parte, la sentenza della Corte d’Assise di Roma su cinque carabinieri imputati a vario titolo per omicidio preterintenzionale, abuso d’autorità, calunnia e falso. Dall’altra, quella della Corte d’Assise d’Appello di Roma su cinque medici dell’ospedale Pertini di Roma, dove nell’ottobre del 2009 il geometra romano morì una settimana dopo essere stato arrestato per droga. «Ilaria [Cucchi, sorella di Stefano, ndr] ci ha dato la forza per andare avanti e cercare la verità», hanno commentato i genitori di Stefano, Giovanni Cucchi e Rita Calore, in mattinata. «Quello che abbiamo giurato davanti a quel corpo massacrato è che non ci saremmo mai fermati e così faremo, andremo sempre avanti. Oggi ci auguriamo una svolta, i dati sono tutti a favore di una sentenza positiva, però ci sono dei segnali».

CHIESTI 18 ANNI PER DUE CARABINIERI

Partiamo dal processo che riguarda il pestaggio. Per l’accusa di omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità sono finiti sotto processo i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro; per loro il pm ha chiesto la condanna a 18 anni di reclusione. Per il carabiniere Francesco Tedesco, l’imputato-accusatore che con le sue dichiarazioni ha fatto luce sul presunto pestaggio subito da Cucchi in caserma la notte del suo arresto, il rappresentante dell’accusa ha chiesto l’assoluzione dall’omicidio preterintenzionale e tre anni e mezzo di reclusione per l’accusa di falso. Otto anni di reclusione per falso sono stati richiesti per il maresciallo Roberto Mandolini; mentre per l’ulteriore imputazione di calunnia, contestata al carabiniere Vincenzo Nicolardi e ai colleghi Tedesco e Mandolini, il pm ha sollecitato una sentenza di non procedibilità per prescrizione del reato.

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, con i genitori Giovanni e Rita durante l’udienza per la sentenza in Corte d’Assise nei confronti di cinque carabinieri.

I CINQUE MEDICI IMPUTATI NELL’ALTRO PROCESSO

Per quanto concerne il processo ai medici, gli imputati sono il primario del Reparto di medicina protetta dell’ospedale Pertini, dove fu ricoverato il geometra romano, Aldo Fierro, e altri quattro medici, Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Nei loro confronti il pg Mario Remus ha chiesto di non doversi procedere per prescrizione del reato di omicidio colposo. Un terzo processo, per presunti depistaggi, deve ancora entrare nel vivo e vede coinvolti otto carabinieri.

LE TAPPE PRINCIPALI DEL CASO CUCCHI

15 ottobre 2009: Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri al Parco degli Acquedotti a Roma perché trovato in possesso alcuni grammi di droga. Viene portato nelle celle di sicurezza di una caserma dei carabinieri.

16 ottobre 2009: Cucchi appare all’udienza di convalida del fermo con ematomi e difficoltà a camminare. Parla a stento: una registrazione diffusa successivamente testimonierà dello stato di Cucchi all’udienza. L’arresto è convalidato e Cucchi viene portato a Regina Coeli.

22 ottobre 2009: Cucchi, dopo una settimana di detenzione, muore nel reparto protetto dell’ospedale Pertini. Inizia la battaglia giudiziaria della famiglia che una settimana dopo diffonde alcune foto del cadavere in obitorio che mostrano ematomi e segni ‘sospetti’.

25 gennaio 2011: vanno a processo sei medici e tre infermieri del Pertini e tre guardie carcerarie.

5 giugno 2013: vengono condannati quattro medici del Pertini. Assolti gli infermieri e le guardie carcerarie.

31 ottobre 2014: in Appello tutti i medici vengono assolti.

Gennaio 2015: viene aperta l’inchiesta bis dopo che la Corte d’appello trasmette gli atti in procura per nuove indagini.

Settembre 2015: i carabinieri entrano per la prima volta nell’inchiesta: cinque vengono indagati.

Dicembre 2015: la Cassazione annulla con rinvio l’assoluzione dei cinque medici. Vengono nuovamente assolti nel 2016 ma la procura ricorre in Cassazione che dispone un nuovo processo d’Appello.

Gennaio 2017: la procura chiude l’inchiesta bis (quella sui cinque carabinieri). Nel luglio 2017 vengono rinviati a giudizio Di Bernardo, D’Alessandro e Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità. Tedesco è accusato anche di falso e calunnia insieme con il maresciallo Mandolini, mentre della sola calunnia risponde Nicolardi.

11 ottobre 2018: il pm Giovanni Musarò rivela che Tedesco per la prima volta parla di un pestaggio subito da Cucchi da parte di Di Bernardo e D’Alessandro. Le indagini sul pestaggio erano state riaperte grazie alle parole di un altro carabiniere, Riccardo Casamassima. Nel corso del processo emergono anche presunti depistaggi con la sparizione o l’alterazione di documenti di servizio. Si apre l’inchiesta.

16 luglio 2019: nell’ambito dell’inchiesta sui depistaggi vengono rinviati a giudizio il generale Alessandro Casarsa e altri sette carabinieri tra cui Lorenzo Sabatino, all’epoca dei fatti comandante del reparto operativo di Roma.

3 ottobre 2019: il pm chiede la condanna a 18 anni per Di Bernardo e D’Alessandro accusati del pestaggio che viene, per la prima volta, associato alla morte di Cucchi.

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