Tensione a Parigi per l’Atto 53 dei Gilet gialli

Qualche migliaio di manifestanti si sono dati appuntamento nella Capitale francese per il primo anniversario della protesta. Tafferugli a Place d'Italie, spaccata la vetrina di una banca. Una quarantina gli arresti. Gli aggiornamenti.

A un anno dall’Atto primo che diede il via ai cortei del sabato, i Gilet gialli tornano a farsi sentire. Sabato 16 novembre, data dell’anniversario dell’inizio della protesta, si sono registrati i primi scontri con la polizia a Parigi.

Tafferugli a Porte de Champerreta Parigi-

TAFFERUGLI A PLACE D’ITALIE

Alcune migliaia di persone si sono date appuntamento per l‘Atto 53 in diversi punti della città, compresa la zona vietata degli Champs-Elysées e dell’Arc de Triomphe – teatri delle violenze dei primi mesi della protesta – e l’area di Pigalle. A Place d’Italie, punto di partenza del corteo autorizzato (l’altro punto di incontro era Porte de Champerre) è andato in scena qualche tafferuglio con la polizia e alcuni cassonetti e barricate sono state date alle fiamme. Una filiale della banca Hsbc è stata presa di mira e la vetrina spaccata a colpi di pietre. Un centinaio di gilet hanno invaso per qualche minuti una parte della périphérique, la tangenziale della Capitale francese, disperdendosi all’arrivo delle forze dell’ordine. Intorno a mezzogiorno, la polizia aveva controllato preventivamente 1.497 persone, 41 i fermi.

MANIFESTAZIONI ANCHE A BORDEAUX, LIONE E MARSIGLIA

Nella Capitale le forze dell’ordine, come riportato da Le Monde, si attendono una forte mobilitazione ma lontana dai numeri dello scorso anno: il 17 novembre 2018 si registrarono bel 282 mila manifestanti. Altri cortei sono attesi in altre città: da Bordeaux a Lille, fino a Lione, Marseille, Nantes e Toulouse.

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Acqua alta a Venezia, il sindaco Brugnaro: «Danni per circa 1 miliardo»

Il primo cittadino ha annunciato un primo stanziamento del governo di 20 milioni. Intanto scatta l'allerta per domenica: l'alta marea toccherà i 160 centimetri intorno a mezzogiorno. Gli aggiornamenti.

Venezia non ha pace. Se la marea alle 11 e 25 di sabato mattina ha toccato una massima di 97 centimetri, un centimetro in più a Chioggia, per domenica 17 novembre si attende un picco, a mezzogiorno, di 160 centimetri. Lo rende noto il Centro maree del Comune.

La previsione è aggravata dal fatto che i modelli di calcolo prefigurano per la laguna un’intera mezza giornata di marea oltre il metro, a partire dalle 3 della notte con 130 centimetri. Da lunedì si passerà a una massima di 105 centimetri nella notte per poi veder scemare il fenomeno.

BRUGNARO: «DANNI PER CIRCA 1 MILIARDO»

Intanto si fanno le stime dei danni calcolati in circa 1 miliardo di euro. «Quando tutto si asciugherà, si potranno capire con precisione i danni arrecati dall’acqua salsa alle abitazioni, alle imprese, ai negozi, al patrimonio culturale e artistico», ha detto il sindaco Luigi Brugnaro al Messaggero e Gazzettino.

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Dal governo «ci sarà un primo stanziamento di 20 milioni di euro per gestire l’emergenza e far ripartire la funzionalità della città. Le cabine elettriche, i pontili, i pontoni. E se non dovessero bastare, sia il premier Giuseppe Conte che il ministro Paola De Micheli e il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli mi hanno promesso ulteriori stanziamenti».

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Il primo cittadino ha ribadito la necessità che il Mose venga completato. «Vogliamo partecipare, sapere, essere informati. Voglio, non dico una data precisa della fine dei lavori, ma almeno un cronoprogramma», ha ribadito, sottolineando però come la mega opera non basti. «È tutto il ‘sistema’ che deve essere completato. Le pompe idrauliche, l’impianto antincendio, lo scavo dei canali», ha ricordato il sindaco. «E va rifinanziata la Legge speciale, si deve poter finanziare l’acquisto di beni strumentali per chi lavora in centro storico».

Lo striscione appeso dagli attivisti sul Ponte di Rialto.

LO STRISCIONE: «BASTA PASSERELLE ELETTORALI»

Non mancano però le critiche e le proteste degli abitanti. «Da Venezia a Matera, basta passerelle elettorali», recita lo striscione posizionato da alcuni attivisti sul ponte di Rialto. «Uniti contro i cambiamenti climatici, è tempo di agire», si legge con riferimento al movimento ‘Fridays for future di Greta Thunberg.

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Una quindicina di persone in tutto hanno invece accolto a Piazzale Roma la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, in città per incontrare la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e le autorità locali. «Vent’anni di Lega, Venezia annega, 20 anni di Lega, basta ipocrisia, andate via», hanno scandito i contestatori, attrezzati con un pala e gli stivali da acqua alta.

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Stupro di Viterbo, condannati i due ex militanti di CasaPound

Erano accusati di aver fatto ubriacare, picchiato e violentato una 36enne in un pub considerato luogo di ritrovo dell'estrema destra. Il giudice ha inflitto 3 anni a Francesco Chiricozzi e 2 anni e 10 mesi a Riccardo Licci, disponendo anche un risarcimento in favore della vittima pari a 40 mila euro.

Erano accusati di aver stuprato lo scorso aprile una donna di 36 anni in un pub di Viterbo riprendendo la violenza con il telefonino. Ora per i due ex militanti di CasaPound è arrivata la condanna. In abbreviato, il giudice ha inflitto 3 anni a Francesco Chiricozzi e 2 anni e 10 mesi a Riccardo Licci, disponendo anche un risarcimento in favore della vittima pari a 40 mila euro.

«VIOLENZA CONTINUA E RIPETUTA»

Dal 13 settembre i due erano agli arresti domiciliari con l’applicazione del braccialetto elettronico. L’accusa era di aver fatto ubriacare la donna, di averla picchiata fino a farle perdere i sensi, di averla violentata per ore, prima l’uno e poi l’altro, riprendendo la scena con i telefonini. Agli atti dell’inchiesta ci sono tre video e quattro foto con l’orrore della violenza. «Le immagini sono agghiaccianti», hanno più volte ripetuto gli investigatori, «una violenza continua e ripetuta».

LA RICOSTRUZIONE DEL GIP

In base alla ricostruzione contenuta nell’ordinanza firmata dal Gip, la donna «intorno alle 23 dell’11 aprile, dopo avere consumato una birra al bancone, si era seduta al tavolo per ordinare una pizza intrattenendosi a conversare con i due ragazzi che nel prosieguo l’avevano invitata a seguirli per continuare a bere gratuitamente nell’altro pub di loro proprietà». Il posto è l’Old Manners tavern, un locale che è registrato come associazione sportiva ma in realtà è considerato uno dei luoghi di ritrovo di Casapound, di cui i due avevano le chiavi. Dopo avere bevuto un superalcolico, la donna aveva subito la violenza dopo essere stata colpita con un pugno al volto sferrato da uno dei due che le ha causato una sorta di ‘black out’, «tale da offuscare ogni ricordo di quanto verificatosi», al punto che la donna non ha saputo spiegare «neppure come fosse tornata nella sua abitazione», dove si era «svegliata il mattino seguente completamente vestita e dolorante». In realtà all’alba i due l’avevano lasciata sotto la sua abitazione, minacciandola di non parlare e poi sono tornati a dormire come se nulla fosse accaduto.

IMMAGINI DIFFUSE IN ALMENO DUE CHAT DI WHATSAPP

Le immagini della violenza nei giorni successivi erano state inviate da Licci ad almeno due chat di whatsapp, così come emerge dall’ordinanza. All’epoca Chirizzozzi, 19 anni, era consigliere comunale di Vallerano, eletto con il movimento di estrema destra alle elezioni del 2018 prese il 21%, circa 300 voti. Ha anche dei precedenti: un‘aggressione a un ragazzo di sinistra, con il suo capogruppo ed ex candidato a sindaco, perché su Facebook aveva fatto ironia su un manifesto del movimento, un Daspo di 3 anni rimediato da ultrà della Viterbese, la ‘cacciata’ dal Blocco studentesco perché «troppo violento». Per Lecci, 21 anni, solo attacchinaggi e banchetti.

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Addio ad Antonello Falqui, il padre del grande varietà all’italiana

Il grande regista è scomparso a 94 anni. In Rai dal 1952, firmò programmi culto come StudioUno, Il Musichiere e Canzonissima.

Studio Uno, il Musichiere, Canzonissima, Milleluci. In una parola la storia della televisione italiana. La Rai di Mina, Walter Chiari, di Paolo Panelli e Bice Valori, di Franca Valeri e delle gemelle Kessler. Artisti e programmi che hanno segnato un’epoca e che portavano tutti la sua firma. Antonello Falqui se ne è andato a 94 anni nella notte tra il 15 e il 16 novembre, con la stessa leggerezza e ironia con cui aveva vissuto e aveva fatto vivere generazioni di italiani. La notizia della scomparsa del regista padre del varietà all’italiana ha fatto il giro del web nel modo più singolare: «Sono partito per un lungo lungo lungo viaggio», recita il post apparso sul profilo Facebook, «potete venire a salutarmi lunedì 18 novembre alle 11 alla chiesa di Sant’Eugenio a viale Belle Arti a Roma».

Sono partito per un Lungo Lungo Lungo Viaggio……potete venire a salutarmi LUNEDI 18 NOVEMBRE alle ore 11 alla…

Posted by Antonello Falqui on Friday, November 15, 2019

IN RAI DAL 1952

In Rai Falqui aveva cominciato a lavorare dal 1952, pioniere di un mondo allora ancora tutto da inventare. Nato a Roma il 6 novembre 1925, figlio del critico e scrittore Enrico Falqui, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza, che lasciò prima della laurea affascinato dal mondo del cinema. Dal 1947 al 1949 frequentò il corso di regia del Centro Sperimentale di Cinematografia. Cominciò la carriera nel mondo dello spettacolo nel 1950 come aiuto regista di Curzio Malaparte nel film Cristo proibito. Due anni dopo l’arrivo in Viale Mazzini, lavorando inizialmente nella sede di Milano.

LA TIVÙ CHE FACEVA SOGNARE L’ITALIA

Era l’alba della televisione: le prime trasmissioni, infatti, vennero inaugurate il 3 gennaio 1954. Si occupò prim dei documentari, ma la celebrità arrivò con i varietà amatissimi dal grande pubblico, che all’epoca si riuniva nelle poche abitazioni o locali pubblici dotati di un televisore per guardare i programmi. Prima il Musichiere condotto da Mario Riva, in onda dal 1957 al 1960. Poi quattro edizioni di Canzonissima (1958, 1959, 1968, 1969), altrettante di Studio Uno (1961, 1962-63, 1965 e 1966), forse il più famoso e celebrato, e Milleluci (1974). Antonello Falqui aveva compiuto lo scorso 6 novembre 94 anni, e il giorno dopo si rammaricava sui social per non aver potuto festeggiare il compleanno in compagnia dei molti suoi amici, dando loro appuntamento per il 2020. Il post successivo è quello che annuncia la sua scomparsa, il suo «lungo viaggio».

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Busta con minacce e un proiettile indirizzata ad Antonio Conte

Minacce e una busta con all’interno un proiettile hanno fatto scattare la ‘vigilanza dinamica‘ (il livello più basso di tutela)..

Minacce e una busta con all’interno un proiettile hanno fatto scattare la ‘vigilanza dinamica‘ (il livello più basso di tutela) per l’allenatore dell’Inter Antonio Conte. Lo riportano sabato 16 novembre il Corriere della Sera e Il Giorno. Dopo la misura decisa dalla Prefettura di Milano, pattuglie di polizia e carabinieri passeranno in strada con più frequenza intorno allo stabile di Milano dove vive l’allenatore salentino, e agli uffici della società nerazzurra. Al momento l’ipotesi prevalente sarebbe «l’azione di un mitomane». Uno squilibrato che avrebbe preso di mira Conte per la sua esposizione mediatica.

REPERTI SOTTOPOSTI AD ACCERTAMENTI SCIENTIFICI

La busta e le minacce, secondo quanto riportato dai due quotidiani, sarebbero giunte qualche giorno fa. Al momento tutti i reperti sono stati sottoposti al vaglio di accertamenti scientifici. A chiamare le forze dell’ordine è stato lo stesso Conte che ha sporto denuncia contro ignoti. Da quanto riportato non esisterebbe alcuna frase, nelle minacce, che faccia pensare «a qualche ambiente di spessore criminale» o a «qualche frangia del tifo organizzato». Il livello di rischio verrebbe per questi motivi ritenuto «molto basso»

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Attacco hacker all’account bancario di Sigfrido Ranucci

L'attività di spionaggio partita da un Paese dell'Est sarebbe stata finalizzata ad acquisire dati personali. La redazione di Report aveva ricevuto minacce dopo le inchieste relative alle multinazionali delle fake news.

Attacco hacker all’account bancario di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. «La banca di Sigfrido Ranucci ha informato il conduttore di Report che il suo account bancario è stato violato da un hacker operante in un Paese dell’Est europeo. L’attività di spionaggio sarebbe stata finalizzata ad acquisire dati personali relativi all’identità, alla residenza, ai familiari. Tra i dati violati anche quelli aziendali, in particolare mail e cellulare». Lo affermano, in una nota, la Federazione nazionale della Stampa italiana (fasi) e l’Usigrai.

"La banca di Sigfrido #Ranucci ha informato il conduttore di #Report che il suo account bancario e' stato violato da un…

Posted by Report on Friday, November 15, 2019

«Elementi preoccupanti», continua la nota, «che appaiono ancora più inquietanti se collegati alle polemiche e alle minacce ricevute dalla redazione di Report dopo le documentate inchieste relative proprio alle fabbriche dell’odio e alle multinazionali delle fake news che, non casualmente, hanno la loro sede anche nei Paesi dell’Est. Siamo certi che gli apparati di sicurezza individueranno mandanti ed esecutori e li segnaleranno alle autorità competenti, chiunque essi siano e ovunque operino. Fnsi ed Usigrai condivideranno e sosterranno tutte le iniziative che Sigfrido Ranucci e la redazione di Report decideranno di promuovere in tutte le sedi, compresa quella giudiziaria».

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Maltempo: la situazione di sabato 16 novembre

Abbondanti nevicate in tutto l'Alto Adige, bloccata la linea del Brennero, quattro valli isolate e 13 mila utenze senza elettricità. Situazione critica anche in Piemonte. A Saturnia una piena ha travolto le cascate termali.

Il maltempo continua a flagellare l’Italia. Mentre a Venezia la marea ha toccato una nuova punta massima di 115 centimetri sul medio mare poco dopo la mezzanotte di venerdì 15 novembre (per sabato il picco di 120 centimetri è atteso per le 11 e 55), in Alto Adige è emergenza neve. Ancora 13 mila utenze sono senza corrente elettrica. A Brunico invece nella notte è tornata la luce.

ALTO ADIGE: INTERROTTA LA FERROVIA DEL BRENNERO

La linea ferroviaria del Brennero è ancora interrotta all’altezza di Bolzano per una frana, è stato istituito un servizio di bus sostitutivi tra la stazione di Bolzano e quella di Bronzolo. Risultano isolate cinque valli: la val Gardena, la val Badia, la val d’Ega, la val Senales, la val Martello. Sono in tutto 70 le strade chiuse per motivi di sicurezza.

IN PIEMONTE DISAGI PER LA NEVE

Situazione simile in Piemonte dove da venerdì si registrano black-out e disagi nella viabilità. La ferrovia ‘Vigezzina’ è ferma nella tratta italiana, fra Domodossola e il confine di ponte Ribellasca; sospesa la circolazione fra Acqui (Alessandria) e San Giuseppe di Cairo (Savona). Alcuni abitanti della frazione Roncaccio di Cravagliana, in Alta Valsesia (Vercelli) sono rimasti isolati per alcune ore a causa di alberi appesantiti e piegati sulla strada. Uncem (Unione dei comuni montani) segnala «migliaia di distacchi»” nell’erogazione di energia elettrica in provincia di Torino, Cuneo, Verbano-Cusio-Ossola. La neve è caduta fino a 400-500 nella provincia di Cuneo, nelle vallate ossolane fino a 70-100 cm. Oltre il mezzo metro lo spessore a Limone Piemonte (Cuneo), 76 a Sauze d’Oulx (Torino).

Un’ondata di piena ha travolto le cascate termali di Saturnia (Grosseto).

PIENA A SATURNIA

Nel Centro Italia, un’ondata di piena venerdì sera ha travolto le cascate termali di Saturnia (Grosseto).

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I Gilet gialli cercano il rilancio nel primo anniversario

Il movimento nato 12 mesi fa promette un fine settimana di proteste a Parigi e in Francia. In un anno 2.400 manifestanti e 1.800 agenti feriti. Ma le concessioni di Macron e il "Grand Debat National" hanno ridimensionato le proteste.

Correva il novembre 2018. Infuriati per l’aumento delle accise sul carburante, migliaia di francesi con indosso i Gilet gialli, simbolo di chi rimane fermo sul ciglio della strada, cominciarono a bloccare arterie e rotatorie di Francia, salendo fino a Parigi per chiedere al presidente Emmanuel Macron il ritiro di quella tassa e invocare maggiore potere d’acquisto. Cominciò così, nell’uggioso autunno d’Oltralpe, un’inedita mobilitazione nata su Facebook e cresciuta grazie al tam tam dei social, al di fuori di ogni quadro politico o sindacale. A un anno dall’inizio delle proteste, con il cosiddetto ‘Atto primo‘ del 17 novembre, i gilet gialli oggi decimati anche per effetto delle concessioni miliardarie fatte da Macron cercano un rilancio.

GLI CHAMPS-ELYSÉES BLINDATI PER IL FINE SETTIMANA AD ALTA TENSIONE

Sperando di essere nuovamente tantissimi a manifestare questo fine settimana, per le mobilitazioni-anniversario indette tra Parigi e la provincia. Il prefetto di Parigi ha firmato un’ordinanza per il divieto di manifestare nel fine settimana sugli Champs-Elysées. Un appello a tornare proprio nella zona dove più danni fecero le prime manifestazioni, la celebre avenue parigina, circola da giorni su Facebook. Per alcuni duri e puri la ricorrenza sarà anche l’occasione di dire che i gialli «non sono morti», anche se forse dovranno trovare altre formule per tornare ad esistere per davvero.

DA MACRON CONCESSIONI PER 17 MILIARDI

Secondo un sondaggio Elabe per Bfm-Tv, oltre metà dei francesi, il 55%, dice di approvare la mobilitazione, ma il 63% si oppone all’eventualità che possa riprendere. Rispetto all’inverno scorso, il movimento si è fortemente ridimensionato. Oltre alle concessioni da 17 miliardi di euro fatte da Macron (sacrificando gli impegni sui conti pubblici assunti con Bruxelles) anche il Grand Débat National che per mesi ha cercato di far dibattere i cittadini su problemi e soluzioni del Paese sembra aver sortito qualche effetto.

L’IPOTESI DELLA CREAZIONE DI UN PARTITO

Privo di un vero leader, il movimento francese potrebbe ora passare dalle piazze alle urne, con la creazione di diverse liste di gilet gialli in vista del voto municipale di marzo. Ex portavoce della frangia moderata, Jacline Mouraud punta addirittura alla corsa all’Eliseo del 2022. Intanto, per scongiurare una nuova rivolta sociale, Macron si è recato oggi nella regione della Marna, per illustrare i meriti delle sue riforme che, giunto a metà mandato, porta avanti con maggior cautela rispetto ai primi anni a tambur battente. In contemporanea, migliaia di camici bianchi hanno protestato a Parigi per la crisi degli ospedali e l’Eliseo teme la manifestazione indetta per il 5 dicembre contro l’annunciata riforma previdenziale. Per l’Atto Primo dei gilet gialli, il 17 novembre 2018, furono 282 mila persone a rispondere all’appello sui social. Un rito che da quel momento in poi è continuato quasi per un anno, ogni sabato, tra Parigi e la Francia profonda.

IL BILANCIO: 2.400 MANIFESTANTI E 1.800 AGENTI FERITI

Dodici mesi vissuti al cardiopalma, talvolta segnati dalle violenze, con 2.400 manifestanti e 1.800 agenti feriti. Tra l’altro, 24 persone hanno perso un occhio a causa dei lanciatori Lbd, l’arma non letale data in dotazione alle forze dell’ordine francesi divenuta il simbolo delle «violenze della polizia» denunciate dai manifestanti. Undici le persone morte per incidenti a margine dei cortei. Nel picco della crisi, l’inverno scorso, si paventò anche il rischio di tenuta democratica del Paese, come quando uno dei leader più agguerriti del movimento, Eric Drouet, annunciò l’intenzione di entrare all’Eliseo. O quando, a dicembre, venne lanciato l’assalto all’Arco di Trionfo, con opere d’arte e vetrine andate in frantumi.

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Dbrs conferma il rating BBB all’Italia ma pesa l’incertezza politica

L'agenzia ha sottolineato i progressi delle nostre banche. Ma ritiene che sia improbabile una durata del governo fino al 2023.

Rating confermato. L’agenzia Dbrs ha ribadito il giudizio BBB (high) dell’Italia con «trend stabile». Una decisione che «riflette i progressi delle banche italiane nel migliorare la qualità del credito e la moderata strategia di bilancio del governo per i mitigare i rischi alla sostenibilità del debito», ha affermato Dbrs in una nota.

DISINCENTIVI ALLA ROTTURA: POST MATTARELLA E LEGA IN SALITA

Il problema è che secondo la stessa agenzia di rating «è improbabile che l’attuale governo» resti in carica per «l’intero mandato fino al 2023, ma le elezioni del presidente della Repubblica nel 2022 e la forza della Lega nei sondaggi potrebbero rappresentare due importanti disincentivi» per i partiti al governo che vorrebbero mandare all’aria l’alleanza giallorossa. Dbrs ha aggiunto che «nonostante il nuovo governo, l’incertezza politica resta una preoccupazione e pesa sul rating».

INVESTITORI SUL CHI VA LÀ

Intanto il debito italiano è tornato a scendere per il secondo mese consecutivo, a fronte di un calo della liquidità nella cassa del Tesoro. Ma l’inflazione è ai minimi di tre anni e lo spread resta vicino ai massimi di tre mesi, pur rientrando dalla fiammata del 14 novembre: segno che l’approssimarsi di fine anno e i segnali d’instabilità politica tengono gli investitori sul chi va là.

LAGARDE NON POTRÀ FARE MOLTO

In più la Banca centrale europea (Bce) di Christine Lagarde non potrà andare molto oltre quanto già fatto dal suo predecessore Mario Draghi. Da qui in poi, la palla passa ai governi. E Berlino, schivata la recessione, ha già fatto sapere che non lancerà uno stimolo di bilancio in grado di fare da “game-changer”.

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Cosa succede dopo il tavolo andato male con ArcelorMittal

Scontro tra azienda e governo. Per l'ad Morselli senza immunità penale «proseguire nel piano di risanamento dell'Ilva è un crimine». Conte: «Pagheranno». I lavoratori pronti all'insubordinazione contro lo spegnimento. E la procura di Milano indaga. Il punto sul futuro di Taranto.

L’Ilva è sempre più un intreccio di questioni giuridiche e politiche. Mentre la soluzione effettiva per il futuro di Taranto resta ancora un rebus. I protagonisti dello scontro sono sempre gli stessi e si sono incontrati a un tavolo al ministero dello Sviluppo economico. In quella sede Lucia Morselli, l’amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia, è stata lapidaria, gelando i sindacati: ha sottolineato la «coerenza» del percorso che porta alla rescissione del contratto e alla “restituire” dell’Ilva dal 4 dicembre 2019. L’argomento su cui fare leva è l’ormai “famigerato” stop allo scudo penale che ora impedirebbe di portare avanti il piano di risanamento ambientale per l’acciaieria senza incappare in «un crimine».

PER I COMMISSARI LO SCUDO PENALE NON È NEL CONTRATTO

Il problema è che nel ricorso cautelare presentato al tribunale di Milano dai legali dei commissari del polo siderurgico si sostiene che non c’è alcuna garanzia della continuità dello “scudo penale” nel contratto di affitto ad ArcelorMittal.

I SINDACATI NON ESCLUDONO L’INSUBORDINAZIONE

I sindacati sono arrivati a non escludere «un’insubordinazione dei lavoratori» per non spegnere gli altiforni, come ha detto il leader della Uilm. Intanto il premier Giuseppe Conte ha attaccato: Mittal pagherà i danni. La procura di Milano, in contemporanea, ha acceso un faro aprendo un fascicolo esplorativo e scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva).

Violazione degli impegni contrattuali e grave danno all’economia nazionale: ne risponderanno in sede giudiziaria


Il premier Conte contro ArcelorMittal

Conte ha commentato così: «Ben venga anche l’iniziativa della procura, il governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni». E ancora: «ArcelorMittal si sta assumendo una grandissima responsabilità», perché lasciare l’ex Ilva «prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria», anche in termini di «risarcimento danni», ha avvertito il presidente del Consiglio.

MORSELLI AGGRAPPATA AL NODO DELL’IMMUNITÀ

ArcelorMittal ovviamente la pensa diversamente. Morselli sostiene che levando l’immunità «non sono stati rispettati i termini del contratto», come è anche per le prescrizioni della magistratura sull’altoforno Afo2: «Non era stato fatto niente» di quanto detto al momento dell’accordo. La sintesi è che se al momento del contratto erano state create le condizioni per una missione impossibile, da «bacchetta magica», oggi per l’azienda quelle condizioni non ci sono più.

ESUBERI E PRODUZIONE RESTANO IN SECONDO PIANO

Lasciando il tavolo il ministro Stefano Patuanelli ha sottolineato come la Morselli abbia puntato tutto sul nodo dell’immunità penale, politicamente il meno gestibile tra le diverse anime del governo, lasciando invece in secondo piano il tema del rallentamento del mercato (e quindi di frenare la produzione e gestire esuberi) su cui «fin da settembre c’era una disponibilità del governo» ad accompagnare un percorso.

SINDACATI NON SODDISFATTI

I toni del dibattito politico restano accesi e i sindacati mantengono la linea. Sostengono che ArcelorMittal non può esercitare un diritto di recesso, che il contratto va rispettato, ma che anche il governo deve rispettare i patti alla base di quell’accordo: «Per nulla soddisfatti» di un confronto «non andato bene» si sono detti i leader della Cgil Maurizio Landini, della Cisl Annamaria Furlan e della Uil Carmelo Barbagallo, che hanno lasciato il ministero chiedendo «l’avvio di un tavolo con la proprietà per trovare soluzioni», ma anche al governo di uscire dall’impasse: deve «ripristinare lo scudo penale per togliere l’alibi ad ArcelorMittal».

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«Intimidisce la teste dell’Ucrainagate»: bufera su Trump

Il presidente ha attaccato su Twitter l'ex ambasciatrice Usa a Kiev proprio mentre lei stava testimoniando alla commissione per l'impeachment.

Un venerdì nero per Donald Trump. Una delle peggiori giornate da quando è arrivato alla Casa Bianca, tradito soprattutto dalla sua arma finora più potente ed efficace: Twitter. Il suo attacco all’ex ambasciatrice Usa a Kiev Marie Yovanovitch («Ha fatto male ovunque è andata») è stato postato mentre la diplomatica stava testimoniando in diretta tv, provocando una bufera che rischia di diventare per il tycoon un vero e proprio boomerang.

«L’INTIMIDAZIONE DI UN TESTIMONE È UN REATO»

«L’intimidazione di un testimone, e per di più in tempo reale, è un reato. Ed è una minaccia rivolta a tutti coloro che vogliono farsi avanti», ha tuonato di fronte alle telecamere Adam Schiff, il presidente della commissione Intelligence della Camera che coordina le indagini sul possibile impeachment, assicurando che il comportamento del presidente sarà preso «in serissima considerazione» quando si dovranno riempire gli articoli per la messa in stato di accusa. Ma ci sono altre due tegole cadute nelle ultime ore sulla testa del tycoon, che sente sempre di più il fiato sul collo. La prima è la notizia che il suo avvocato personale, Rudy Giuliani, è indagato a New York nell’ambito dell’Ucrainagate, con le possibili accuse che vanno dalla violazione delle regole sui finanziamenti elettorali all’azione illegale di lobby in Paesi stranieri, passando per il reato di cospirazione e per quello di corruzione di funzionari, anche stranieri.

LA CONDANNA DELL’EX RESPONSABILE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

La seconda mazzata in poche ore per Trump è la dichiarazione di colpevolezza di Roger Stone, ex responsabile della sua campagna elettorale e amico di vecchia data, in uno dei filoni dell’inchiesta sul Russiagate. Anche in questo caso le accuse sono pesantissime: ostruzione della giustizia nell’ambito delle indagini sulle interferenze russe nel voto del 2016 e aver mentito al Congresso sui contatti con WikiLeaks per ottenere, sempre nel 2016, materiale compromettente contro i rivali di Trump. Insomma, il cerchio si stringe sempre più attorno al presidente Ma ciò che nelle ultime ore lo ha fatto maggiormente infuriare sono proprio le parole in diretta tv dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, che ha raccontato come si sia sentita minacciata da Trump che, parlando con il leader ucraino Voldymyr Zelensky nella famigerata telefonata del 24 luglio scorso, la descrisse come una “bad news”, assicurando che presto sarebbe stata cacciata.

L’AMBASCIATRICE: «NON DAVO LORO QUELLO CHE VOLEVANO»

«Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata, sconcertata, devastata. Fu terribile sentire che il presidente degli Stati Uniti aveva perso la fiducia in me. E non mi fu data alcuna spiegazione sul perché venivo mandata via», ha spiegato la diplomatica in una delle fasi più drammatiche della testimonianza. Ricordando anche la campagna diffamatoria messa in piedi contro di lei da Giuliani e i suoi soci: «Capirono che era facile rimuovere un’ambasciatrice che non dava loro quello che volevano per interessi che ritengo loschi». È proprio durante questo passaggio che Trump ha sparato i due tweet che ora rischiano di comprometterlo. Lo sdegno intanto è bipartisan.

INTERVENTO A GAMBA TESA SENZA PRECEDENTI

Mai si era vista una cosa simile, un presidente che interviene per denigrare e diffamare un alto funzionario dello Stato mentre sta deponendo in Congresso. Un’uscita che potrebbe costare molto cara, sottolinea anche la Fox. Mentre passano in secondo piano le mosse orchestrate nelle ultime ore della Casa Bianca: il ricorso alla Corte Suprema per impedire che le dichiarazioni dei redditi degli ultimi otto anni del tycoon, quelle personali e delle sue aziende, vengano consegnate ai procuratori di Manhattan; la pubblicazione della trascrizione della prima telefonata con Zelensky. In quest’ultima, dello scorso aprile, non emergono pressioni da parte del tycoon che invece, nel complimentarsi per la vittoria elettorale di Zelensky, ricorda quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», scherza, provocando la risata di Zelensky.

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Diminuiscono del 20% le diagnosi di Aids in Italia

Dopo anni di stallo, nel 2018 sono calati decisamente i nuovi casi registrati. La riduzione dovuta all'efficacia delle terapie antiretrovirali.

Dopo diversi anni di stallo nel 2018 sono calate decisamente (-20%) le nuove diagnosi di infezione da Hiv, soprattutto grazie all’efficacia delle nuove terapie che portando quasi a zero la presenza del virus nel sangue di chi è in cura lo rende non infettivo. Alle luci sottolineate dal rapporto pubblicato oggi dall’Istituto Superiore di Sanità fanno da contrappunto alcune ombre evidenziate dagli esperti, prima tra tutte la percentuale in aumento di persone che scoprono la propria sieropositività con anni di ritardo. Nel 2018, scrivono gli esperti del Centro Operativo Aids, sono state segnalate 2.847 nuove diagnosi di infezione da Hiv pari a un’incidenza di 4,7 nuovi casi ogni 100 mila residenti che mette l’Italia lievemente al di sotto della media dei Paesi dell’Unione Europea (5,1 casi per 100 mila residenti).

L’EFFICACIA DELLE TERAPIE ANTIRETROVIRALI

L’incidenza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv, sostanzialmente stabile negli ultimi anni, nel 2018 ha avuto un deciso calo del 20%, osservato in tutte le Regioni. La riduzione interessa tutte le modalità di trasmissione, sia eterosessuali che omosessuali ed è probabilmente da attribuire in modo principale all’efficacia delle terapie antiretrovirali ed alle nuove Linee Guida Terapeutiche che prevedono di iniziare la terapia precocemente dopo la diagnosi. «Purtroppo continua ad aumentare la quota di persone (57% nel 2018) che scoprono di essere sieropositive molti anni dopo essersi infettate», si legge nel rapporto del Centro Operativo Aids (Coa), «e vengono pertanto diagnosticate quando il loro sistema immunitario è già compromesso; questo è evidentemente l’effetto di una scarsa consapevolezza sulla diffusione ancora ampia di Hiv nel nostro Paese e del rischio che si corre di contrarre l’infezione attraverso rapporti sessuali non protetti».

LE MODALITÀ DI TRASMISSIONE

Le persone che hanno scoperto di essere sieropositive nel 2018 erano maschi nell’85,6% dei casi. L’età mediana era di 39 anni per i maschi e di 38 anni per le femmine. L’incidenza più alta è stata osservata tra le persone di 25-29 anni e 30-39. Per quanto riguarda le modalità di trasmissione nel 2018 la maggioranza delle nuove diagnosi era attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituivano l’80,2% di tutte le segnalazioni (eterosessuali 41,2%; maschi che fanno sesso con maschi. 39,0%). I casi attribuibili a trasmissione eterosessuale erano costituiti per il 56,1% da maschi e per il 43,9% da femmine. Sempre nel 2018 il 29,7% delle persone con una nuova diagnosi di Hiv era di nazionalità straniera, e tra questi il 53,5% di casi era costituito da eterosessuali.

NEL 2018 I NUOVI CASI SONO STATI 661

Per quanto riguarda l’Aids, nel 2018 sono stati diagnosticati 661 nuovi casi. Dal 1982, anno della prima diagnosi di Aids in Italia, al 31 dicembre 2018 sono stati notificati 70.567 casi. A disposizione dei cittadini, ricorda l’Istituto, c’è il Telefono Verde Aids 800 861 061 da lunedì a venerdì dalle 13 alle 18. In occasione della Giornata Mondiale dell’Aids, domenica 1 dicembre, il servizio sarà attivo dalle 10 alle 18.

«MAI ABBASSARE LA GUARDIA»

Contro l’Hiv-Aids «non bisogna mai abbassare la guardia: è fondamentale promuoverne l’uso del preservativo in scuole e università. Anche se i nuovi casi di infezione nell’ultimo anno sono diminuiti in tutto il Paese, il fatto che l’incidenza più alta continui a essere registrata tra i giovani adulti, di età compresa tra i 25 e i 29 anni, ci deve preoccupare», ha detto il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, commentando i dati. Sileri per questo ricorda che «c’è già un protocollo d’intesa del 2015 tra il ministero della Salute e il Miur per l’educazione alla salute e alla sessualità in favore degli studenti e dei docenti». Sulla base di questa intesa, ha concluso, «è già pronta una proposta di linee di indirizzo».

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Confermato l’ergastolo per i boss nel processo per la strage di via D’Amelio

La Corte d'Assise d'appello di Caltanissetta ha confermato la sentenza di primo grado. Condannati a 10 anni i «falsi pentiti» Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia.

La Corte d’Assise d’appello di Caltanissetta, confermando la sentenza di primo grado, ha condannato all’ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati della strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque uomini della scorta. Condannati a 10 anni i «falsi pentiti» Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. I giudici hanno dichiarato estinto per prescrizione il reato contestato a Vincenzo Scarantino, pure lui imputato di calunnia.

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I sondaggi politici elettorali del 15 novembre 2019

La rilevazione Emg: nelle città sopra i 60 mila abitanti vincono i giallorossi, in quelle più piccole il centrodestra. Solo per Pd e Forza Italia dati omogenei su tutto il territorio.

I partiti di governo si affermano nei Comuni medio grandi, mentre il centrodestra è consolidato in quelli con meno abitanti. È quello che emerge da una rilevazione effettuata da Noto Sondaggi ed Emg Acqua, commissionata da Asmel, l’Associazione nazionale per la Modernizzazione degli Enti Locali che rappresenta oltre 2.800 Comuni italiani.

I PARTITI DI GOVERNO PIÙ FORTI NEI CENTRI SOPRA I 60 MILA ABITANTI

Secondo il sondaggio, nei Comuni con oltre 60 mila abitanti, la coalizione giallo-rossa raccoglie il 49,9% dei consensi, che crollano di oltre 8 punti, al 41,3%, nei centri sotto questa soglia. In questi ultimi il centrodestra si afferma con il 52,1% delle intenzioni di voto, che scendono al 43,5% nei Comuni più grandi.

PER PD E FORZA ITALIA DATI OMOGENEI SU TUTTO IL TERRITORIO

Unici partiti con percentuali identiche nei Comuni piccoli e grandi sono il Partito Democratico, che può contare sul 18,7% e Fratelli d’Italia con il 6,6%; mentre le differenze più marcate sono quelle della Lega, che perde 7 punti nel confronto tra Comuni piccoli (35,6) e grandi (28,6) e Italia viva, che al contrario raddoppia la percentuale nei grandi (9,0) a paragone con i piccoli (4,7). Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle si riscontrano quasi 8 punti di differenza tra il 21% nelle grandi città e il 13,5% nei Comuni con meno di 10 mila abitanti.

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Perché la piazza di Bologna non è garanzia di vittoria per il centrosinistra alle Regionali

Partita la corsa a mettere il cappello sul flashmob che ha oscurato la kermesse leghista. Ma il capoluogo da sempre fa storia sé. E, da Ferrara a Imola, i campanelli d'allarme per il Pd e Bonaccini non mancano.

Il giorno dopo il successo del flashmob che ha gremito piazza Maggiore nelle ore in cui andava in scena la kermesse di Matteo Salvini al PalaDozza, l’entusiasmo della “resistenza” bolognese è alle stelle. Ma deve fare i conti col realismo di una Regione dove, fatta eccezione proprio per il capoluogo, il vento del centrodestra soffia sempre pù forte, come testimoniano la presa di Ferrara e la crisi del Movimento 5 stelle a Imola.

UN NUOVO BANCO DI PROVA DAL FLASHMOB MODENESE

E un nuovo banco di prova è atteso già lunedì 17 novembre, quando la contro-manifestazione si ripeterà a Modena e chissà se con gli stessi risultati. Nel frattempo, malgrado il Partito democratico abbia tentato di cavalcare i grandi numeri della serata bolognese, giova ricordare come filo conduttore non fosse tanto riconducibile a un’area politica, quanto piuttosto all’affermazione di principi e diritti quotidianamente messi in discussione dalla Lega e dal suo leader.

IN PIAZZA FINO A 15 MILA PERSONE

«Quindici mila è un numero realistico» per quantificare le “sardine” umane che la sera del 16 novembre hanno riempito la piazza in risposta alla convention della Lega per la candidatura di Lucia Borgonzoni alle regionali in Emilia-Romagna. A dirlo è stato Mattia Santori, uno dei quattro ragazzi che ha lanciato il flashmob su Facebook. «Siamo sommersi di reazioni» – ha detto – «volevamo suonare una sveglia collettiva e la sveglia è suonata. Ora dal basso c’è già una risposta libera, il nostro risultato più bello».

«NON CI ASPETTAVAMO UNA PARTECIPAZIONE DEL GENERE»

«Di sicuro fino a due giorni prima non ci aspettavamo una partecipazione così», ha detto Mattia, che da ha il telefono rovente per le notifiche di interazioni social e per le richieste di commento da tutta Italia. «La nostra era un’iniziativa di quattro amici (insieme a lui Giulia Trappoloni, Andrea Garreffa e Roberto Morotti, ndr). Non avevamo nessuna ambizione se non quella di suonare una sveglia collettiva convinti che Bologna fosse il luogo giusto per farla e così siamo partiti». Una «sveglia», ha chiarito, «per la gente di sinistra, dal basso, che ha dormito per troppo tempo». L’aspetto «più incredibile» di ieri sera, ha confessato, è stato coinvolgere «persone di tutte le fasce d’età, bambini, anziani, famiglie. Gente che non scendeva in piazza da una vita». C’è una reazione della piazza che l’ha colpito di più. «Quando ho detto ‘siamo vicini ai nostri politici». Dopo le ovazioni il silenzio, poi ancora acclamazione. Tantissimi mi hanno detto che questa frase è stata potentissima. Noi non siamo assolutamente anti-politici, ma anti-criticoni».

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Il j’accuse del gesuita Sorge: «Ruini con Salvini come la Chiesa ai tempi di Mussolini»

L'ex direttore di Civiltà Cattolica contro l'ex numero uno della Cei: «Sbaglia a benedirlo». E poi lancia l'idea di un Sinodo: «Non possiamo più tacere di fronte a odio e razzismo».

Ruini si comporta con Salvini come già fece la Chiesa con Mussolini. Il j’accuse arriva da Padre Bartolomeo Sorge, autorevole rappresentante dei Gesuiti, lo stesso ordine di Papa Francesco, già direttore della rivista Civiltà Cattolica. «Il cardinale Ruini sbaglia a benedire Salvini. Lo stesso fece il Vaticano con Mussolini», ha affermato il teologo e politologo in un’intervista a Marco Damilano per l’Espresso.

«RUINI, L’ULTIMO EPIGONO DELLA STAGIONE DI PAPA WOJTYLA»

«Nella storia della Chiesa italiana, Ruini è l’ultimo epigono autorevole della stagione di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, dedito totalmente alla sua straordinaria missione evangelizzatrice a livello mondiale, di fatto rimise nelle mani di Ruini le redini della nostra Chiesa, nominandolo per 5 anni segretario generale della Cei, per 16 anni presidente dei vescovi e per 17 anni vicario generale della diocesi di Roma», dice Sorge. «Per quanto riguarda il suo atteggiamento benevolo verso Salvini, dobbiamo dire che è del tutto simile a quello che altri prelati, a suo tempo, ebbero nei confronti di Mussolini. Purtroppo la storia insegna che non basta proclamare alcuni valori umani fondamentali, giustamente cari alla Chiesa, se poi si negano le libertà democratiche e i diritti civili e sociali dei cittadini», ha aggiunto.

«SERVE UN SINODO, LA CHIESA NON PUÒ PIÙ TACERE SUL’ ODIO»

«Credo che nella Chiesa italiana si imponga ormai la convocazione di un Sinodo», dice ancora padre Sorge. «I cinque Convegni nazionali ecclesiali, che si sono tenuti a dieci anni di distanza uno dall’altro, non sono riusciti – per così dire – a tradurre il Concilio in italiano. C’è bisogno di un forte scossone, se si vuole attuare la svolta ecclesiale che troppo tarda a venire», spiega. Secondo il gesuita, ex direttore di Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali, «solo l’intervento autorevole di un Sinodo può avere la capacità di illuminare le coscienze sulla inaccettabilità degli attacchi violenti al papa, sulla natura anti-evangelica dell’antropologia politica, oggi dominante, fondata sull’egoismo, sull’odio e sul razzismo, che chiude i porti ai naufraghi e nega solidarietà alla senatrice Segre, testimone vivente della tragedia nazista della Shoah, sull’assurda strumentalizzazione politica dei simboli religiosi, usati per coprire l’immoralità di leggi che giungono addirittura a punire chi fa il bene e salva vite umane». «La Chiesa non può più tacere. Deve parlare chiaramente. È suo preciso dovere non giudicare o condannare le persone, ma illuminare le coscienze», conclude.

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La Juwelo ha lasciato a casa 48 lavoratori durante un buffet

Specializzata in televendite di gioielli, adesso l'azienda dispone soltanto di 10 dipendenti. Il sindacato preannuncia sciopero. La ricostruzione di cos'è successo.

Li hanno convocati alle 10 del mattino in un ristorante di fronte all’ufficio per avvertirli che sarebbero stati tutti lasciati a casa. È successo a 48 lavoratori (tra dipendenti, liberi professionisti e soci di una cooperativa) della sede romana di Juwelo, una società del gruppo tedesco Elumeo che si occupa di televendite di gioielli. Una fonte interna all’azienda ha rivelato a Open: «Ci siamo ritrovati quasi tutti all’interno di questo locale con davanti a noi solo il capo tedesco, Wolfgang Boye, che ci ha detto di non aver più la disponibilità economica per pagare i nostri stipendi, che il bilancio non era buono e che stavano provando a trovare delle soluzioni».

L’AZIENDA PARLAVA DI «AUTUNNO SCOPPIETTANTE»

Ai dipendenti la comunicazione è arrivata sia tramite sms sia tramite email la mattina di lunedì 11 novembre. Una volta constatato che i badge erano stati disabilitati e le serrature cambiate, i lavoratori si sono diretti verso il ristorante. Ad attenderli c’era un rinfresco con tanto di cornetti, ma, saputa la notizia, nessuno aveva più voglia di mangiare: «Non avevamo il sentore che le cose andassero male. Ci dicevano “autunno scoppiettante, va tutto bene”. E poi che fanno? Ci lasciano a casa?», ha continuato a raccontare la fonte di Open, «siamo disperati, non so quando prenderemo lo stipendio di novembre e cosa ne sarà del nostro futuro».

SONO RIMASTE SOLTANTO 10 PERSONE

Adesso in azienda sono rimaste a lavorare soltanto 10 persone. Quattro producer, un operatore di call center, un magazziniere e tre presentatori freelance costretti, ha puntualizzato la fonte, «a farsi carico del lavoro di tutti quelli messi alla porta, lavorando in condizioni inaccettabili e al limite della legalità». Gli altri 48 per ora sono rimasti a casa retribuiti.

IL SINDACATO PRONTO A UNO SCIOPERO

Alessio Pasqualitti della Slc Cgl ha commentato: «Siamo andati subito sul posto e abbiamo chiamato la polizia denunciando l’azienda per il mancato accesso dei dipendenti ai locali. Intanto a noi non è arrivato nulla, nessuna comunicazione di apertura di licenziamento collettivo per riduzione personale o cessazione attività. Oggi, infatti, faremo un’assemblea e probabilmente opteremo per uno sciopero».

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La pizza gourmet di Saporè sbarca a Milano grazie ad Autogrill

Il nuovo locale dello chef veronese Renato Bosco, sarà presente al Mercato del Duomo, il Flagship Store del Gruppo Autogrill.

Autogrill rinnova ulteriormente la sua offerta e porta nel centro di Milano Saporè, il nuovo concept realizzato da Renato Bosco, lo chef veronese celebre per la sua sperimentazione sulla pizza. Lo store sarà aperto nel Flagship del Gruppo Autogrill al Mercato del Duomo. Bosco, che viene definito “pizzaricercatore”, grazie al suo lavoro di innovazione del “mondo pizza” parte dalla tradizione e arriva ad un concetto di “pizza contemporanea” basato sulla continua evoluzione degli impasti.

Da sempre impegnata a interpretare i principali trend alimentari e ad anticipare i gusti e le esigenze in continua evoluzione dei consumatori moderni, Autogrill vanta numerose collaborazioni con chef internazionali. Tra queste, la partnership con Renato Bosco, attiva dal 2017, focalizzata sull’esperienza artigiana messa al servizio di una grande azienda che trova oggi un’evoluzione con l’apertura del format Saporè al secondo piano del Mercato del Duomo, all’interno della Galleria Vittorio Emanuele II. Il luogo scelto è infatti iconico di una città viva e in movimento che vanta sempre più un primato nazionale anche in tema di varietà e innovazione dell’offerta di ristorazione. Con il lancio di Saporè Milano, Autogrill vuole offrire una scelta gastronomica innovativa e varia che unisce la genuinità alla tradizione nel gusto inconfondibile della pizza, piatto tipico della cucina italiana.

Renato Bosco

E’ proprio l’innovazione il tratto distintivo che ha unito Autogrill a Renato Bosco. Quest’ultimo, inizia il suo percorso di sperimentazione su impasti e lievitati – in particolare sulla PastaMadreViva – scegliendo sempre farine di ottima qualità cui accompagna una meticolosa ricerca sugli ingredienti della farcitura che contemplano diverse eccellenze del mondo del food.

La pizza contemporanea di Bosco

Le caratteristiche principali della “pizza contemporanea” di Renato Bosco sono da ricercarsi nella continua ricerca e innovazione applicate all’impasto che, in primis, deve essere genuino, digeribile, gustoso, senza rinunciare all’attenzione verso i principi nutritivi dei singoli ingredienti e all’equilibrio complessivo.Salubrità e gusto sono le caratteristiche principali dell’offerta di Saporè, composta da diverse tipologie di impasti, poveri di sale e grassi, ma estremamente idratati e quindi più digeribili.

Presso Saporè Milano i clienti potranno gustare la Pizza Crunch® e la Pizza Doppio Crunch®, caratterizzate dalla croccantezza, la Mozzarella di Pane®, un impasto dall’estrema morbidezza nel quale l’incontro con l’Oriente ha portato ad un approfondimento del metodo di cottura a vapore. La Pizza Tonda Classica, caratterizzata da un cornicione voluminoso e realizzata con Pasta Madre Viva e farine meno raffinate. Completano l’offerta il Pane realizzato sempre con PastaMadreViva, i piatti pensati per una pausa pranzo “h12” (avranno sempre un richiamo al mondo dei lievitati) ed infine i dessert, dal dolce lievitato ai biscotti fino alle brioches.

Saporè: il locale

Il primo Saporè è stato inaugurato da Bosco a San Martino Buon Albergo in provincia di Verona. La collaborazione con Autogrill ha permesso a Saporè di crescere e di diventare un vero e proprio concept, in grado di approdare in una location prestigiosa come Il Mercato Del Duomo, presso la Galleria Vittorio Emanuele II, a Milano. Un luogo della città che, in questi anni, ha vissuto una profonda trasformazione attraverso un radicale rinnovamento dell’offerta di ristorazione caratterizzata, oggi, dalla presenza di diversi rinomati chef. Per questo motivo anche il Flagship Store di Autogrill si evolve per soddisfare sempre di più i desideri di cittadini e viaggiatori.

Passione per il cibo, centralità del cliente e grande cura per il layout del locale, sono i tre elementi caratterizzanti il nuovo punto vendita.

Saporè, che è in grado di ospitare più di 100 clienti, è una location dove ogni dettaglio è curato: la sala degustazione ha un sapore familiare e informale che si rispecchia nell’allestimento volto a favorire l’esperienza del consumatore. L’arredamento è caratterizzato dall’utilizzo di materiali naturali.Sono previste ulteriori aperture del concept presso l’Outlet di Vicolungo e all’inizio del 2020 presso l’aeroporto internazionale di Milano Malpensa.

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Cosa (non) cambia nei requisiti per la pensione di vecchiaia

La speranza di vita non cresce e l'età pensionabile resta fissata a 67 anni per il 2021. La comunicazione del ministero dell'Economia.

La speranza di vita non cresce e i requisiti per l’accesso alla pensione di vecchiaia non aumentano e restano fissati per il 2021 a 67 anni. Lo si legge nel decreto del ministero dell’Economia appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficialia. «Dal primo gennaio 2021 i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici non sono ulteriormente incrementati». L’aumento della speranza di vita a 65 anni infatti, è di 0,021 decimi di anno. «Trasformato in 12esimi di anno»- si legge – «equivale a una variazione di 0,025 che, a sua volta arrotondato in mesi, corrisponde a una variazione pari a 0».

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I Pronto soccorso rischiano lo stop: mancano 2 mila medici

Secondo una valutazione del Simeu nei prossimi anni i turni nei reparti di emergenza degli ospedali potrebbero saltare. Sul piatto una maggiore integrazione degli specializzandi nelle attività d'urgenza.

I Pronto soccorso (Ps), dal Nord al Sud, «sono a rischio chiusura: i medici mancanti sono ormai oltre 2.000 e non si riescono più a coprire i turni». A lanciare l’allarme è stato il presidente della Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu), Francesco Rocco Pugliese che, con un documento firmato da 200 direttori di Ps, ha lanciato una proposta «urgente per tamponare i prossimi 5 anni»: assumere medici non specialisti, anche neo-laureati, da iscrivere però contemporaneamente in sovrannumero alle Scuole di specializzazione in Medicina d’urgenza.

IL PIANO PER INTEGRARE GLI SPECIALIZZANDI

Il documento dell’Accademia dei direttori Simeu è indirizzato in primis al capo dello Stato Sergio Mattarella ed al ministro della Salute Roberto Speranza. La prima proposta «per evitare l’esplosione del sistema», si legge nel documento presentato il 15 novembre in un incontro al Senato, è proprio l’introduzione dell’«ospedale d’insegnamento»: ovvero prevedere l’assunzione temporanea nei Pronto Soccorso di medici non specialisti, anche neo-laureati, o con una specializzazione diversa, da iscrivere contestualmente in sovrannumero alle scuole di specializzazione di Medicina di emergenza. La loro formazione avverrebbe per la parte pratica nei dipartimenti d’emergenza, integrata poi dalla formazione teorica nelle sedi universitarie.

In questa maniera, ha sottolineato Pugliese, «si ovvierebbe in tempi rapidi alla drammatica carenza di medici nei Pronto Soccorso, con un provvedimento che consentirebbe nell’arco dei prossimi cinque anni di comporre i futuri organici di Ps con soli specialisti in Medicina d’emergenza urgenza». Tali medici sarebbero destinati nell’immediato, ha chiearito il documento, «alla gestione di pazienti con codice a minore priorità ed eseguirebbero la formazione pratica sul campo sotto la supervisione dei direttori». Non si tratta di «dequalificare i medici d’urgenza ma è necessario tamponare l’emergenza. La nostra è una proposta urgentissima, una misura-tampone temporanea ed eccezionale».

LE ALTRE PROPOSTE: POSTI LETTO, DIFESA DALLE AGGRESSIONI E RISORSE

La Simeu ha chiesto anche di «risolvere le carenze strutturali e organizzative», a partire dalla previsione di un numero congruo di posti letto, e di intervenire sul «grave disagio lavorativo cui sono sottoposti i medici d’urgenza, e che rende poco attrattiva questa professione». Ciò anche intervenendo decisamente contro il fenomeno delle aggressioni sul luogo di lavoro e prevedendo una valorizzazione economica del lavoro in Emergenza. L’obiettivo, ha concluso Pugliese, è pure «arrestare l’attuale fuga dai Ps di professionisti preziosi e difficilmente sostituibili».

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