Anche il M5s scarica l’ex ministra Trenta sulla casa tenuta

La titolare della Difesa del governo gialloverde soggiorna ancora nell'appartamento "di servizio" ottenuto quando faceva parte dell'esecutivo. Il motivo? La riassegnazione al marito militare, che ne ha diritto. Ma Di Maio: «Inopportuno, lasci l'alloggio».

Politicamente Elisabetta Trenta è “tornata a casa” con la caduta del governo gialloverde formato da Movimento 5 stelle e Lega, quando l’ex ministra della Difesa ha lasciato il suo posto a Lorenzo Guerini del Partito democratico. Il problema è che non ha lasciato l’appartamento dove soggiornava: quello “di servizio” che le era stato assegnato in quanto la grillina – si era candidata coi cinque stelle in Senato nella parte proporzionale senza riuscire a essere eletta – faceva parte dell’esecutivo. E subito sul caso si è aperta una polemica politica.

IL MARITO MILITARE NE HA PIENO DIRITTO

La questione è stata sollevata dal Corriere della sera, con tanto di richiamo in prima pagina. E tutti, anche il suo partito, le hanno chiesto di lasciare l’abitazione. Ma la Trenta ha tenuto il punto, spiegando che la casa è stata riassegnata al marito, militare, che ne ha pieno diritto, in osservanza di ogni regola.

CENTRODESTRA CONTRO LA «DOPPIA MORALE» GRILLINA

Gli attacchi più duri sono arrivati ovviamente dall’opposizione di centrodestra. Maurizio Gasparri ha definito i pentastellati «moralisti “un tanto al chilo”, bugiardi e ipocriti». Anche un’altra esponente azzurra, Licia Ronzulli, ha parlato di «doppia morale dei grillini», che «urlano “onestà” ma pensano solo a occupare le poltrone e, a quanto pare, gli appartamenti di servizio». Da Fratelli d’Italia è arrivato un commento sarcastico: «I privilegi sono “di casa” per i grillini».

casa Elisabetta Trenta marito
La casa dell’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta a Roma. (Ansa)

INTERROGAZIONE URGENTE ANNUNCIATA DAL PD

Irritato anche il Partito democratico: il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci, ha chiesto all’ex ministra di chiarire «velocemente» annunciando una interrogazione urgente.

Trenta lasci la casa. Poi il marito farà la richiesta per ottenere un alloggio come tutti gli ufficiali dell’esercito seguendo la normale graduatoria


Luigi Di Maio

Infine la presa di distanza che ha fatto più rumore, quella del M5s. Il capo politico Luigi Di Maio è stato chiaro: «Penso che sicuramente il marito avrà diritto a quell’alloggio. Ma è opportuno che in questo momento l’ex ministra, dopo aver avuto tre mesi di tempo per lasciarlo, abbandoni l’appartamento. Poi il marito farà la richiesta per ottenere la casa come tutti gli ufficiali dell’esercito seguendo la normale graduatoria. È la cosa più corretta da fare».

PER BUFFAGNI È UN COMPORTAMENTO «NON DA CINQUE STELLE»

Un altro pentastellato, il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni, aveva espresso la stessa richiesta: «Ho letto stamattina la notizia dell’ex ministro Trenta sull’immobile di pregio assegnato al marito, in cui vive. Ho altresì letto la risposta dell’ex ministra Trenta: formalmente pare anche ineccepibile, ma non è da cinque stelle! Noi siamo nati con un’altra missione, stare nei palazzi rischia sempre di contaminarci, di cambiarci ed è contro questa “droga” che dobbiamo tenere alta l’attenzione».

Se fosse stato uno del Pd o uno della Lega a comportarsi alla stessa maniera cosa avremmo detto?


Stefano Buffagni

Buffagni poi ha concluso: «Non sono mai stato un giustizialista e capisco che durante il mandato possano nascere esigenze funzionali. Ma se fosse stato uno del Pd o uno della Lega ad assegnare al marito una casa di quel genere da tenere anche dopo il mandato cosa avremmo detto?».

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La polemica meteo su Venezia coccolata e Matera discriminata

Attacchi via social alla Serenissima sotto i riflettori della destra e della stampa. Mentre il Sud colpito dal maltempo viene considerato «una Cenerentola di cui prende le difese la sinistra». E pure Di Maio si schiera: «No a regioni di serie B».

Neanche sotto il “flagello” del maltempo l’Italia riesce a trovare unità. Anzi: ne approfitta per rimarcare le differenze, in questo caso tra Nord e Sud. Venezia è travolta dall’acqua alta? E allora Matera? E allora il Mezzogiorno? Una polemica che il Paese dei campanili ha cavalcato anche e soprattutto sui social.

DISPUTA FRA MALTEMPO “DI DESTRA” E “DI SINISTRA”

Non soltanto una questione puramente geografica: si tratta di una disputa tra una sorta di “maltempo di sinistra“, cioè quello di Matera, contro il meteo avverso a Venezia che, considerando la Regione da anni governata dai leghisti, diventa di “destra” nello scontro sul web.

IN DIFESA DELLA CAPITALE DELLA CULTURA

Tra post e commenti su Twitter e Facebook molti utenti hanno ribadito la convinzione che Venezia sia una città «coccolata dalla destra», ma anche dalla stampa mainstream, con raccolta di fondi e continui appelli «a non abbandonarla», mentre Matera, nonostante sia capitale della cultura, resta la Cenerentola di cui «prende le difese la sinistra».

Tutti si mobilitano per Venezia: soldi alle aziende, soldi ai cittadini, Iban per raccolta fondi. E Matera?


Un utente sui social

Qualche esempio: «Danni ingenti a tutto il Sud, ma pare non importi a nessuno», ha scritto un account. E un tale Mike ha postato: «Non me ne frega un c… di #Venezia, tutti si mobilitano: soldi alle aziende, soldi ai cittadini, Iban per raccolta fondi in tutti i telegiornali. In questa foto non è ritratta Venezia, bensì #Matera! Non se ne è preoccupato nessuno! Il #Maltempo al Sud non fa rumore!».

ATTACCHI CONTRO MATTEO SALVINI E MARA VENIER

Gli strali dei pro Matera se la sono presa con i politici, anche con Matteo Salvini che, secondo Luisa, «preferisce farsi fotografare nell’acqua alta di Piazza San Marco. Perché del Sud non gliene frega nulla, lo ribadisco ai meridionali che lo osannano». Qualcuno ha azzardato persino previsioni nefaste come «tanto Venezia è destinata a essere sommersa, meglio salvare Matera». Altri hanno attaccato Mara Venier che a Domenica In «parla di Venezia perché è veneziana».

ARRIVA PURE DI MAIO A FARE L’INDIGNATO

In mezzo a questa “indignazione” è arrivato anche il post del ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Venezia è nel dramma, ma non solo Venezia. Altre città e Regioni sono state travolte dal maltempo. Penso alla Basilicata con Matera, la capitale europea della cultura, penso alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia. E nessuno ne parla. Nessuno», ha scritto su Facebook puntando il dito contro quello che considera una sorta di black out mediatico a sfavore del maltempo al Sud.

Non esistono regioni di serie B, dobbiamo occuparci di ogni singolo italiano


Luigi Di Maio

Poi il capo politico del Movimento 5 stelle ha concluso così: «Non esistono regioni di serie B, dobbiamo occuparci di ogni singolo italiano, di ogni singola famiglia, di ogni singolo lavoratore, di ogni singolo commerciante. L’Italia sia unita, perché unita trova la sua forza». Anche se sui social è riuscita a dividersi pure per questioni di meteo.

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Il Pd rilancia sullo ius soli ma il M5s fa il benaltrista

Zingaretti promette battaglia per la cittadinanza ai "nuovi italiani". Ma i grillini lo gelano: «Sconcertante, preoccupiamoci di famiglie, imprese e del Paese sott'acqua». Orlando: «Noi pensiamo a più cose insieme».

La questione dei diritti civili ha ridato animo alle fibrillazioni tra i giallorossi. Tutta “colpa” dell’Assemblea nazionale del Partito democratico, dalla quale il segretario dem Nicola Zingaretti ha rilanciato: «Ci battiamo perché al più presto si rivedano i decreti Salvini, dentro questo governo come scelta di campo. Ci batteremo con i gruppi parlamentari per far approvare lo ius culturae e lo ius soli, certo che lo faremo». Poi ha aggiunto: «Faremo una legge per parità salariale tra donne e uomini, ma per raggiungere l’obiettivo e non per mettere bandierine e avere un’intervista sui giornali. Ci vuole serietà, non comizi».

I GRILLINI: «PENSIAMO AL PAESE SOTT’ACQUA»

Dal Movimento 5 stelle – che sul tema ha cambiato idea – non hanno digerito gli annunci zingarettiani. E fonti grilline hanno risposto sfoggiando dosi di benaltrismo: «C’è mezzo Paese sott’acqua e uno pensa allo ius soli? Siamo sconcertati. Preoccupiamoci delle famiglie in difficoltà, del lavoro, delle imprese. Pensiamo all’Italia, già abbiamo avuto uno (Matteo Salvini, ndr) che per un anno e mezzo ha fatto solo campagna elettorale. Noi vogliamo pensare a lavorare».

ANCHE DI MAIO SPOSTA L’ATTENZIONE SU ALTRO

Il capo politico del M5s Luigi Di Maio ha usato più o meno le stesse parole da Salerno, dove si trovava per l’ultima tappa del suo tour in Campania: «Col maltempo che flagella l’Italia, il futuro di 11 mila lavoratori a Taranto in discussione, qui si parla di ius soli: io sono sconcertato. Siamo al governo per governare e non per lanciare slogan o fare campagna elettorale».

A molti dei cinque stelle sembrerà impossibile. Ma noi riusciamo a pensare anche due cose nello stessa giornata


Andrea Orlando del Pd

Dal Pd ha replicato il vicesegretario Andrea Orlando: «A molti esponenti dei cinque stelle sembrerà impossibile. Ma noi riusciamo a pensare anche due cose nello stessa giornata».

Lavoriamo per una nuova agenda di Governo che rispetti gli accordi di programma e vicino ai bisogni delle persone….

Posted by Nicola Zingaretti on Sunday, November 17, 2019

LA “SPERIMENTAZIONE” DI GOVERNO REGGERÀ?

Segnali di alleanza di governo che scricchiola? E pensare che Zingaretti, poco prima, aveva comunque confermato il “laboratorio” giallorosso: «Stiamo vivendo una difficile esperienza di governo, ma ribadiamo la scelta di sperimentare le alleanze. Qualcuno dice “Non vogliamo un accordo storico con il M5s”. Ma cosa vuol dire? Non si governa tra avversari politici, ma solo se si condividono almeno i fondamenti di una prospettiva politica e si calano nei territori. Ci vuole tempo, certo». Ora bisogna vedere se si riuscirà anche a condividere una visione in tema di diritti civili.

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Le aziende dell’indotto minacciano ritiro operai dall’ArcelorMittal

Le ditte appaltatrici pronte a incrociare le braccia. Gli autotrasportatori invece hanno intenzione di bloccare le portinerie di ingresso e uscita delle merci. E Di Maio invita i vertici dell'ex Ilva al tavolo della trattativa.

Anche le aziende dell’indotto-appalto contro ArcelorMittal. Nel caso in cui il colosso siderurgico non dovesse pagare le fatture arretrate si potrebbe procedere a un ritiro degli operai dai cantieri. A Taranto è sempre più spinoso il caso dell’ex Ilva. Tanto che, oltre alle aziende dell’indotto, anche gli autotrasportatori tarantini a minacciare l’azienda di bloccare le portinerie d’ingresso ed uscita merci dello stabilimento siderurgico nel caso in cui ArcelorMittal non dovesse saldare a stretto giro di posta le fatture di trasporti effettuati da agosto a oggi. A lanciare il guanto di sfida sono stati i sindacati che hanno anche spiegato come le imprese abbiano maturato un credito complessivo intorno ai 60 milioni.

DI MAIO INVITA MITTAL A RISEDERSI AL TAVOLO DELLE TRATTATIVE

Intanto Luigi Di Maio ha invitato ArcelorMittal a sedersi nuovamente al tavolo delle trattative. «Tutte le scelte che verranno fatte su Ilva derivano dal fatto che Mittal si risieda al tavolo. Qui stiamo parlando di una multinazionale che se ne va. Noi speriamo ci possa essere un incontro a Palazzo Chigi», ha spiegato il capo politico del M5s intervenuto a un incontro con gli attivisti di Acerra a Napoli. «La strada su cui stiamo puntando come governo è far desistere Mittal dall’andare via da Taranto per via giudiziarie. Abbiamo presentato un ricorso ed è su quello che in questo momento aspettiamo una risposta dai giudici», ha aggiunto. Sostenendo che l’esecutivo non possa «permettere a una multinazionale indiana di venire in Italia, firmare un contratto e un anno dopo dire che se ne va perché non gli sta più bene. Perché se lo permettiamo a questa multinazionale lo permettiamo a chiunque».

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Ecco quali sono le città dove si vive meglio in Italia

Trento è la provincia con la miglior qualità dei servizi. Male il Sud dove la prima città, Potenza, è al 69esimo posto. Chiude la classifica Agrigento.

Trento si aggiudica il podio 2019 per la città in cui si vive meglio. Lo dice la classifica annuale stilata da ItaliaOggi e Università La Sapienza con la collaborazione di Cattolica Assicurazioni. La provincia autonoma risulta al primo posto per gli affari, il lavoro, l’ambiente, l’istruzione, il tempo
libero e il turismo. Un amplein che fa da contraltare all’ultima posizione di Agrigento. Secondo quanto scrive ItaliaOggi la città siciliana è risultata carente quasi sotto tutti gli aspetti ad eccezione della dimensione demografica.

AL NORD SI VIVE MEGLIO CHE AL CENTRO E AL SUD

Le città del Nord su quelle in cui si vive meglio. Poi viene il Centro Italia e infine il Sud. Basti pensare che nelle prime 68 città della classifica non se ne trova nessuna del Mezzogiorno. Una classifica sintomatica di una Nazione che ancora una volta sembra spaccata in due. Va detto inoltre che nelle piccole province si vive meglio che in quelle grandi e le città minori risultano più vivibili di quelle grandi seppur con una flessione in positivo di queste ultime. Va comunque detto che nel 2019 la qualità della vita in Italia è complessivamente migliorata. Oggi sono 65 su 107 le province italiane in cui la qualità di vita è buona o accettabile, il miglior dato degli ultimi cinque anni.

LE PRIME DIECI POSIZIONI

Le prime dieci province in testa alla classifica per qualità della vita sono ancora una volta tutte al Nord. Dopo Trento seguono Pordenone, Sondrio, Verbano-Cusio-Ossola, Belluno, Aosta, Treviso, Cuneo, Udine e Bolzano, che scende dal primo al decimo posto rispetto al 2018. Per incontrare le prime province del Sud bisogna scorrere la classifica fino ad arrivare alla 69esima e 70esima posizione dove si trovano le lucane Potenza e Matera. Nel Mezzogiorno e nelle Isole 35 delle 38 province la qualità della vita è risultata scarsa o insufficiente.

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È morto Terry O’Neill, il fotografo che raccontò la Swinging London

L'artista aveva lavorato con i più grandi artisti britannici degli Anni 60: dai Beatles sino ai Rolling Stones. Ma ha anche avuto l'onore di ritrarre la regina Elisabetta II.

Aveva raccontato negli Anni ’60 la Londra della musica diventando famoso grazie a celebri scatti fatti ai Beatles, ai Rolling Stones e a David Bowie. È morto all’età di 81 anni, dopo una lunga lotta contro il cancro alla prostata, il fotografo Terry O’Neill, celebre fotografo che raccontò la Swinging London. Negli ultimi anni aveva lavorato con per ritrarre Amy Winehouse, Nicole Kidman, Nelson Mandela e la regina Elisabetta II.

LA CARRIERA DI TERRY O’NEILL

Nato il 30 luglio 1938 a Romford, una città a Est di Londra, O’Neill ha iniziato a lavorare sin dagli Anni 50 come fotografo. Il suo primo lavoro fu in una unità fotografica dell’aeroporto londinese di Heathtrow. Il suo primo lavoro professionale lo ottenne a partire dagli Anni 60. Il primo soggetto a finire davanti al suo obbiettivo fu Laurence Oliver. Da lì in poi una grande escalation che lo portò a fotografare i più importanti gruppi londinesi del periodo. Dai Beatles sino ai Rolling Stones, passando per figure di spicco del panorama musicale come Elton John.

FOTOGRAFO PER IL CINEMA

Terry O’Neill è stato direttore della fotografia per il film del 1981 Mommie Dearest e per quello del 1987 Aria. Si tratta degli unici due lavori fatti per il grande schermo. Nel 2004 è diventato membro onorario della Royal Photographic Society mentre nel 2008 è anche uscito un libro che raccoglie i suoi scatti più belli. Una sorta di antologia del suo lungo lavoro fatto con molte star. I suoi lavori più belli sono invece custoditi presso il National Portrait Gallery di Londra. O’Neill è stato sposato tre volte e ha avuto tre figli.

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È morto Terry O’Neill, il fotografo che raccontò la Swinging London

L'artista aveva lavorato con i più grandi artisti britannici degli Anni 60: dai Beatles sino ai Rolling Stones. Ma ha anche avuto l'onore di ritrarre la regina Elisabetta II.

Aveva raccontato negli Anni ’60 la Londra della musica diventando famoso grazie a celebri scatti fatti ai Beatles, ai Rolling Stones e a David Bowie. È morto all’età di 81 anni, dopo una lunga lotta contro il cancro alla prostata, il fotografo Terry O’Neill, celebre fotografo che raccontò la Swinging London. Negli ultimi anni aveva lavorato con per ritrarre Amy Winehouse, Nicole Kidman, Nelson Mandela e la regina Elisabetta II.

LA CARRIERA DI TERRY O’NEILL

Nato il 30 luglio 1938 a Romford, una città a Est di Londra, O’Neill ha iniziato a lavorare sin dagli Anni 50 come fotografo. Il suo primo lavoro fu in una unità fotografica dell’aeroporto londinese di Heathtrow. Il suo primo lavoro professionale lo ottenne a partire dagli Anni 60. Il primo soggetto a finire davanti al suo obbiettivo fu Laurence Oliver. Da lì in poi una grande escalation che lo portò a fotografare i più importanti gruppi londinesi del periodo. Dai Beatles sino ai Rolling Stones, passando per figure di spicco del panorama musicale come Elton John.

FOTOGRAFO PER IL CINEMA

Terry O’Neill è stato direttore della fotografia per il film del 1981 Mommie Dearest e per quello del 1987 Aria. Si tratta degli unici due lavori fatti per il grande schermo. Nel 2004 è diventato membro onorario della Royal Photographic Society mentre nel 2008 è anche uscito un libro che raccoglie i suoi scatti più belli. Una sorta di antologia del suo lungo lavoro fatto con molte star. I suoi lavori più belli sono invece custoditi presso il National Portrait Gallery di Londra. O’Neill è stato sposato tre volte e ha avuto tre figli.

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Nuova giornata di scontri e proteste a Hong Kong

Gli studenti si sono asserragliati nel Politecnico di Kowloon. Ferito un agente colpito da una freccia al polpaccio. Lunedì scuole chiuse per motivi di sicurezza.

Ancora un giorno di scontri e proteste a Hong Kong. Anche domenica 17 novembre, come ormai avviene da mesi, i manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro la governatrice Carrie Lam e la Cina.

Gli scontri più accesi sono avvenuti sulla penisola di Kowloon dove gli studenti del Politecnico hanno scagliato frecce e usato catapulte artigianali per lanciare oggetti contro la polizia. In questi tafferugli in agente è stato colpito a un polpaccio ed è stato trasportato d’urgenza in ospedale. L’uomo non sarebbe comunque in pericolo di vita. Per tutta risposta gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni e idranti con liquido chimico blu. La polizia ha inoltre chiesto «a tutti i cittadini di non dirigersi verso l’area del PolyU, il Politecnico, perchè la situazione si sta rapidamente deteriorando» dato che la situazione sta sempre più degenerando.

A HONG KONG SCUOLE CHIUSE LUNEDÌ

A causa dei disordini l’Ufficio per l’Istruzione ha annunciato che è prevista la chiusura straordinaria delle scuole per la giornata di lunedì 18 novembre. Tutte le lezioni, spiegano ancora i portavoce dell’istituzione scolastica, dalla scuola materna fino alla scuola superiore sono state sospese per motivi che riguardano la sicurezza. Del resto molti studenti si sono uniti alla protesta. Molti sono anche degli adolescenti come testimoniano gli arresti fatti nelle settimane scorse e che riguardavano anche alcuni ragazzini di appena 12 anni.

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Smacco a Trump in Louisiana: rieletto governatore dem

Gli elettori hanno dato nuovamente fiducia all'uscente John Edwards. Un chiaro segnale per The Donald e i Repubblicani a meno di un anno dalle presidenziali.

La Louisiana ha preferito i democratici ai repubblicani scegliendo di confermare John Edwards come governatore dello Stato. Il Edwards ha battuto la concorrenza del candidato repubblicano Eddie Rispone confermandosi inoltre come unica guida dem alla guida di uno Stato del profondo Sud americano.

SCHIAFFO A DONALD TRUMP

Sicuramente la rielezione di John Edwards alla guida della Louisiana è un duro schiaffo a Donald Trump. Il tycoon si era infatti speso molto per sostenere la candidatura di Rispone. Tanto che nei dieci giorni prima delle elezioni aveva tenuto due comizi elettorali nello Stato. Una sconfitta che mette in dubbio anche una possibile rielezione di Trump come presidente il 3 novembre 2020 quando gli americani saranno chiamati a scegliere se confermare o chiamare qualcun altro a guidare il Paese. L’elezione del governatore in Louisiana era infatti considerato dai media statunitensi un test chiave in vista delle presidenziali.

IN LOUISIANA VITTORIA DEM DI MISURA

Va tuttavia detto che Edwards ha battuto Rispone di misura. Questo non sminuisce il fatto che, nonostante la scesa in campo dello stesso Trump, i Repubblicani hanno subito un duro colpo psicologico. Molti, infatti, ritenevano che Edwards non ce l’avrebbe fatta a strappare il secondo mandato. Anche i sondaggi davano Rispone avanti al candidato dem. Secondo i media Usa l’errore dei Repubblicani sarebbe da rintracciare nella campagna elettorale fatta da Rispone e interamente basata su Trump. Tanto da affidare a The Donald tutte le sue fortune politiche. Un errore fatale visto il diminuito consenso nei confronti del presidente degli ultimi periodi.

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L’Iran scende in piazza contro il caro-benzina

Le proteste sono iniziate venerdì 15 novembre e non accennano a diminuire. Questo nonostante le minacce della polizia e il placet al rincaro della Guida suprema iraniana Ali Khamenei.

Continua la rivolta della benzina in Iran per protestare contro l’aumento dei prezzi del carburante annunciato dalla Repubblica islamica iraniana dopo le sanzioni economiche inflitte dagli Usa. Decine le città che da venerdì 15 novembre sono in rivolta dopo la decisione presa dal governo. Gli scontri più duri a Teheran dove negli scontri sono morte almeno due persone, anche se fonti non ufficiali e vicine ai manifestanti parlano di oltre una decina di vittime.

LA POLIZIA AMMONISCE I MANIFESTANTI

Intanto la polizia iraniana ha lanciato un monito a coloro che «creano insicurezza e disordine». Il riferimento è alle manifestazioni degli ultimi due giorni che ha provocato diversi disordini in tutto il Paese. Le forze dell’ordine hanno annunciato che identificheranno e affronteranno «con decisione i provocatori e i capi che hanno creato le tensioni». Una minaccia concreta portata avanti dal portavoce della polizia, il generale Ahmad Nourian.

KHAMENEI SOSTIENE L’AUMENTO DELLA BENZINA

In questo clima di forti tensioni spicca la voce di Ali Khamenei. La Guida suprema iraniana ha infatti manifestato il suo appoggio alla decisione governativa di razionare e aumentare i prezzi della benzina. Lo ha fatto attraverso un discorso riportato dalla televisione di Stato. Khamenei ha anche additato i manifestanti come banditi poiché responsabili degli incidenti avvenuti durante le proteste di piazza. «Io non sono un esperto, ma poiché la scelta è stata fatta dai capi dei tre rami istituzionali, la sostengo», ha detto. Per poi aggiungere: «Le proteste violente non risolveranno niente, ma porteranno solo insicurezza nel Paese»

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L’Italia stretta nella morsa del maltempo

Da Nord a Sud sono tante le criticità. A Venezia l'acqua è tornata a salire con il picco massimo in mattinata mentre sulle Alpi è caduta la neve. Diverse le esondazioni in Toscana. La situazione.

Neve, acqua alta, mareggiate, piogge torrenziali e venti forti. Non si ferma nemmeno domenica 17 novembre l’ondata di maltempo che sta imperversando sull’Italia. Sono 11 le regioni in allerta per rischio idrogeologico con le situazioni più critiche in Trentino Alto Adige e in Toscana

PERICOLO ALLUVIONI IN TOSCANA

A destare preoccupazioni in Toscana sono le condizioni dell’Arno. A Firenze la protezione civile sta monitoriando le sponde e ha invitato i cittadini a non sostare nelle vicinanze del fiume. Che al momento ha superato anche la seconda soglia di allerta. Il picco di piena è atteso intorno alle 12 con un livello di criticità intorno ai 5,5 metri. A Pontassieve è invece esondato il Sieve. Allerta massima anche a Pisa dove sui lungarni sono state montate delle paratie protettive e contenitive. Nel Livornese sono state evacuate 500 persone a causa della piena del Cecina.

LA NEVE BLOCCA L’ALTO ADIGE

Sin dalla notte tra sabato 16 e domenica 17 novembre i problemi maggiori si sono verificati in Alto Adige dove 11 mila famiglie sono rimaste corrente elettrica e una quarantina le strade sono state chiuse al traffico a causa delle abbondanti nevicate. È stata invece riaperta, dopo una momentanea chiusura, la linea ferroviaria del Brennero. Al contrario risulta chiusa sin dalla tarda mattinata di domenica l’autostrada del Brennero tra Bressanone e Vipiteno. Difficoltà anche nelle comunicazioni con Tim che ha parlato di situazione critica in particolare in Val Pusteria, Val Aurina e Val Badia. Alle 8.50 di domenica, in Val Martello, una valanga si è abbattuta su una zona abitata senza creare fortunatamente vittime.

LA SITUAZIONE IN VENETO

In Veneto non è la sola Venezia a essere stata messa in ginocchio dal maltempo. Le zone del litorale, dal Polesine al Trevigiano, stanno infatti combattendo con forti mareggiate. Lo stesso governatore Luca Zaia ha lanciato l’allarme. «Ricordiamoci che c’è tutta una regione che è martoriata, è in ginocchio. Il pensiero va alle località del litorale veneziano. Pensate a Chioggia, Caorle e Jesolo. Ma anche alla montagna dove ci sono problemi di viabilità e di isolamento di alcuni centri», ha spiegato aggiornando i veneti delle situazioni più critiche sul proprio profilo Facebook.

🔴 Notevoli i danni, che ho constatato questa mattina insieme ai titolari, a quel patrimonio artistico, culturale e identitaria che è l’antico Caffè Florian di piazza San Marco.

Posted by Luca Zaia on Saturday, November 16, 2019

DANNI AL CENTRO-SUD

La pioggia non hanno risparmiato nemmeno il Centro-Sud con Roma spazzata da forti raffiche di vento che ha costretto a oltre 200 interventi dei Vigili del Fuoco per alberi e rami caduti, danni ai tetti e infiltrazioni di acqua. Sempre nella Capitale, in via dei Cappuccini, una pianta si è abbattuta su una vettura al cui interno si trovava un uomo. L’automobilista è stato trasportato in codice rosso, ma non in pericolo di vita, all’ospedale. A causa della piena dell’Arno i lungarni di Pisa sono stati chiusi al traffico per montare delle paratie. Allagamenti anche a Napoli e in particolare nel Rione Sanità, mentre nel Casertano un cacciatore 74enne è stato salvato dalla piena del fiume Volturno straripato a causa delle forti piogge.

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Il vergognoso post di un consigliere laziale contro Ilaria Cucchi

Adriano Palozzi di Cambiamo!, con un passato in Forza Italia, ha scritto su Facebook: «Sfrutta il fratello tossico per avere successo». Dopo le critiche sono arrivate la rimozione del messaggio e le scuse.

Ilaria Cucchi «sfrutta il fratello tossico per il proprio successo». Questo era il messaggio contenuto nel vergognoso post di un consigliere regionale del Lazio di Cambiamo!, Adriano Palozzi, già Forza Italia, poi cancellato con tanto di scuse. Il post però è rimasto su Facebook abbastanza per circolare e indignare il web. Anche per i toni usati. Nel post Palozzi sosteneva che Cucchi «è stato maltrattato» e lo definiva «tossico». gettando un velo anche sulle condanne dei due carabinieri commentando: «Giuste? Bah».

L’OFFESA ALLA MEMORIA DI STEFANO: «ERA UN TOSSICO E PURE SPOCCHIOSO»

«Stefano Cucchi ha avuto finalmente giustizia (Bah)!» – aveva scritto Palozzi – «la sorella finalmente è soddisfatta e si lancia in una nuova e brillante carriera politica o nello spettacolo (insomma cerca un modo per guadagnare). Stefano Cucchi sarà anche stato maltrattato e per questo ci sono state delle condanne (giuste? Bah)! Va però ricordato che non parliamo di uno studente modello o di un bravo ragazzo di città, bensì di un tossico preso con 20 grammi di hashish e con alcune dosi di cocaina destinate evidentemente allo spaccio e pure abbastanza spocchioso».

LE SCUSE IN SERATA: «IMPOSSIBILE NON ESSERE FRAINTESI»

Il post, intitolato ‘Io non sto con Ilaria Cucchi’, si concludeva con l’attacco a Ilaria: «Per carità nessuno può morire e deve morire di botte, ma neanche può passare per vittima o per eroi lui e tanto meno la sorella che sta sfruttando il fratello tossico per il proprio successo!». In serata le parole sono state cancellate e sono arrivate le scuse: «Tolgo il post sulla vicenda Cucchi perché ormai su Facebook non è più possibile esprimere una opinione senza essere fraintesi o giudicati. Mi scuso con chi si è sentito offeso non era questo lo scopo!”. Ilaria Cucchi da sempre è oggetto di episodi di odio online. Anche dopo la sentenza di condanna dei due carabinieri. Un’altra esponente di Cambiamo! dopo la sentenza aveva sempre su Fb: «I carabinieri avranno anche sbagliato!!!!…. ma tuo fratello rimarrà sempre un drogato e spacciatore che uccideva altre persone …. Non c’è nulla da festeggiare!!!!! #ILARIACUCCHI Vergognati». «Parole vergognose», è stato il commento del segretario del Pd Lazio, senatore Bruno Astorre, sul post di Palozzi. «Non varrebbe la pena replicare né fare polemica con chi immagino sia in cerca di visibilità sfruttando il dramma di una famiglia. Voglio, tuttavia, ringraziare Ilaria Cucchi per aver combattuto una battaglia di civiltà, sui diritti che ha aiutato tutto il Paese a compiere passi avanti nelle coscienze di ciascuno perché lo Stato di diritto vale per tutti, anche per chi specula sui drammi».

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L’ultimo disperato tentativo del governo per strappare un accordo sull’Ilva

A inizio settimana nuovo vertice di Conte con i Mittal. Ma tra Pd e M5s le distanze sullo scudo restano abissali. E l'ipotesi di un piano B si fa strada. Mentre indaga la procura di Taranto e i lavoratori preparano lo sciopero "al contrario".

È un «fate presto» corale quello che giunge al governo da sindacati e imprenditori. Ora che lo spegnimento dell’ex Ilva di Taranto è una realtà scandita da un cronoprogramma cresce la richiesta al governo di trovare una soluzione. Anche i magistrati tarantini, dopo un ricorso dei commissari, indagano su ArcelorMittal. Ma tutti gli occhi sono puntati su Palazzo Chigi: a Giuseppe Conte è affidata la trattativa ai più alti livelli e un nuovo incontro del premier e del ministro Stefano Patuanelli con i Mittal dovrebbe esserci a inizio settimana.

ULTIMO TENTATIVO PRIMO DI UN PIANO B

Sarà l’ultimo tentativo, prima di lavorare a un piano B. Ma a complicare l’estrema trattativa ci sono le divisioni della maggioranza sulle soluzioni da proporre. Il Pd, con Andrea Marcucci, invoca un decreto che ripristini lo scudo penale. Luigi Di Maio frena: «Lo scudo è solo un pretesto». Il presidente del Consiglio, raccontano dal governo, lavora in queste ore attraverso ogni canale, anche diplomatico, per una soluzione che eviti lo spegnimento degli altiforni e la perdita di oltre 10 mila posti di lavoro. Il ministro Stefano Patuanelli tiene i contatti con i commissari e con i dirigenti italiani dell’azienda.

IL GOVERNO NON CEDE SUI 5 MILA ESUBERI

I Mittal potrebbero tornare a Palazzo Chigi a inizio settimana (ma manca ancora ogni ufficialità), poi mercoledì o giovedì il Consiglio dei ministri si riunirà con all’ordine del giorno proprio il dossier Taranto. Tra le armi di cui l’esecutivo dispone per trattare ci sarebbero ammortizzatori sociali per i lavoratori (ma di certo non i 5 mila esuberi chiesti da Mittal), sconti sull’affitto degli impianti, defiscalizzazione delle bonifiche, una soluzione per l’altoforno 2 su cui devono pronunciarsi i giudizi, una partecipazione di Cdp. E lo scudo penale su eventuali inchieste per danno ambientale. Ma quando si tocca il tema arrivano le divisioni. Tanto che Michele Emiliano denuncia un allarme creato ad arte da Mittal per «mettere in crisi il governo». Di Maio è convinto che prima si debba «trascinare in tribunale» l’azienda e attendere il risultato del ricorso d’urgenza presentato dai commissari a Milano: lo scudo è solo un «pretesto», ininfluente, e di piani B per ora non si deve neanche parlare, sostiene.

IL PD TIRA DRITTO SULLO SCUDO

Dal Pd, invece, Nicola Zingaretti dà ragione agli operai quando chiedono al governo di «accelerare» il confronto con l’azienda. Non aspettare. «Non si accettano ricatti», dice Peppe Provenzano. Ma se l’azienda accetta di sedersi al tavolo e tratta per restare, dichiara Andrea Marcucci, l’esecutivo deve varare subito un decreto con uno scudo per tutte le aziende «in contesti di forte criticità ambientale, a partire dall’ex Ilva». Anche Iv, con Teresa Bellanova, invoca lo scudo. Ma il M5s spiega che ad ora non se ne parla e spera non si renda necessario, perché se è vero che Patuanelli e Conte sono pronti a spiegare ai gruppi pentastellati le ragioni per reintrodurre la tutela, al Senato rischierebbe di aprirsi una faglia con una pattuglia di pentastellati irremovibili (e decisivi per il governo). Ma, mentre partono iniziative individuali come quella dell’ex ministro Carlo Calenda per «parlare con i Mittal», lo scudo lo invocano tanto i sindacati, con Annamaria Furlan della Cisl, quanto Vincenzo Boccia per Confindustria («Servono soluzioni, non prove muscolari»).

IL LAVORATORI PRONTI ALLO SCIOPERO “AL CONTRARIO”

«Resisteremo alla chiusura degli impianti», annuncia Francesco Brigati della Fiom: lunedì si terrò un consiglio di fabbrica, si pensa a uno «sciopero al contrario» per tenere accesi gli altoforni. «Sarebbe barbarie», osserva Maurizio Landini della Cgil, se l’azienda vincesse. I commissari, intanto, a Taranto presentano una denuncia per «fatti e comportamenti lesivi dell’economia nazionale»: i magistrati indagano per distruzione dei mezzi di produzione. E il ministro Patuanelli li ringrazia. Sul fronte legale il governo è pronto a usare ogni arma. Nell’attesa di capire se ci siano davvero i margini per un’estrema trattativa, prima di lavorare a un piano B con una «nazionalizzazione» transitoria e la ricerca di nuovi azionisti.

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L’ultimo disperato tentativo del governo per strappare un accordo sull’Ilva

A inizio settimana nuovo vertice di Conte con i Mittal. Ma tra Pd e M5s le distanze sullo scudo restano abissali. E l'ipotesi di un piano B si fa strada. Mentre indaga la procura di Taranto e i lavoratori preparano lo sciopero "al contrario".

È un «fate presto» corale quello che giunge al governo da sindacati e imprenditori. Ora che lo spegnimento dell’ex Ilva di Taranto è una realtà scandita da un cronoprogramma cresce la richiesta al governo di trovare una soluzione. Anche i magistrati tarantini, dopo un ricorso dei commissari, indagano su ArcelorMittal. Ma tutti gli occhi sono puntati su Palazzo Chigi: a Giuseppe Conte è affidata la trattativa ai più alti livelli e un nuovo incontro del premier e del ministro Stefano Patuanelli con i Mittal dovrebbe esserci a inizio settimana.

ULTIMO TENTATIVO PRIMO DI UN PIANO B

Sarà l’ultimo tentativo, prima di lavorare a un piano B. Ma a complicare l’estrema trattativa ci sono le divisioni della maggioranza sulle soluzioni da proporre. Il Pd, con Andrea Marcucci, invoca un decreto che ripristini lo scudo penale. Luigi Di Maio frena: «Lo scudo è solo un pretesto». Il presidente del Consiglio, raccontano dal governo, lavora in queste ore attraverso ogni canale, anche diplomatico, per una soluzione che eviti lo spegnimento degli altiforni e la perdita di oltre 10 mila posti di lavoro. Il ministro Stefano Patuanelli tiene i contatti con i commissari e con i dirigenti italiani dell’azienda.

IL GOVERNO NON CEDE SUI 5 MILA ESUBERI

I Mittal potrebbero tornare a Palazzo Chigi a inizio settimana (ma manca ancora ogni ufficialità), poi mercoledì o giovedì il Consiglio dei ministri si riunirà con all’ordine del giorno proprio il dossier Taranto. Tra le armi di cui l’esecutivo dispone per trattare ci sarebbero ammortizzatori sociali per i lavoratori (ma di certo non i 5 mila esuberi chiesti da Mittal), sconti sull’affitto degli impianti, defiscalizzazione delle bonifiche, una soluzione per l’altoforno 2 su cui devono pronunciarsi i giudizi, una partecipazione di Cdp. E lo scudo penale su eventuali inchieste per danno ambientale. Ma quando si tocca il tema arrivano le divisioni. Tanto che Michele Emiliano denuncia un allarme creato ad arte da Mittal per «mettere in crisi il governo». Di Maio è convinto che prima si debba «trascinare in tribunale» l’azienda e attendere il risultato del ricorso d’urgenza presentato dai commissari a Milano: lo scudo è solo un «pretesto», ininfluente, e di piani B per ora non si deve neanche parlare, sostiene.

IL PD TIRA DRITTO SULLO SCUDO

Dal Pd, invece, Nicola Zingaretti dà ragione agli operai quando chiedono al governo di «accelerare» il confronto con l’azienda. Non aspettare. «Non si accettano ricatti», dice Peppe Provenzano. Ma se l’azienda accetta di sedersi al tavolo e tratta per restare, dichiara Andrea Marcucci, l’esecutivo deve varare subito un decreto con uno scudo per tutte le aziende «in contesti di forte criticità ambientale, a partire dall’ex Ilva». Anche Iv, con Teresa Bellanova, invoca lo scudo. Ma il M5s spiega che ad ora non se ne parla e spera non si renda necessario, perché se è vero che Patuanelli e Conte sono pronti a spiegare ai gruppi pentastellati le ragioni per reintrodurre la tutela, al Senato rischierebbe di aprirsi una faglia con una pattuglia di pentastellati irremovibili (e decisivi per il governo). Ma, mentre partono iniziative individuali come quella dell’ex ministro Carlo Calenda per «parlare con i Mittal», lo scudo lo invocano tanto i sindacati, con Annamaria Furlan della Cisl, quanto Vincenzo Boccia per Confindustria («Servono soluzioni, non prove muscolari»).

IL LAVORATORI PRONTI ALLO SCIOPERO “AL CONTRARIO”

«Resisteremo alla chiusura degli impianti», annuncia Francesco Brigati della Fiom: lunedì si terrò un consiglio di fabbrica, si pensa a uno «sciopero al contrario» per tenere accesi gli altoforni. «Sarebbe barbarie», osserva Maurizio Landini della Cgil, se l’azienda vincesse. I commissari, intanto, a Taranto presentano una denuncia per «fatti e comportamenti lesivi dell’economia nazionale»: i magistrati indagano per distruzione dei mezzi di produzione. E il ministro Patuanelli li ringrazia. Sul fronte legale il governo è pronto a usare ogni arma. Nell’attesa di capire se ci siano davvero i margini per un’estrema trattativa, prima di lavorare a un piano B con una «nazionalizzazione» transitoria e la ricerca di nuovi azionisti.

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I lavoratori dell’Ilva pronti allo sciopero “al contrario” per salvare la fabbrica

Conto alla rovescia verso il 4 dicembre. Crescono le adesioni alla proposta d'insubordinazione lanciata dalla Uilm per non spegnere gli impianti. Mentre rischia di deflagrare la vertenza dell'indotto.

Il 4 dicembre è sempre più vicino e la soluzione sembra drammaticamente lontana, ma gli operai dell’ex Ilva non vogliono rendersi complici della morte della fabbrica. Due settimane per resistere, con il cronoprogramma di sospensione degli impianti consegnato da ArcelorMittal che ha fatto scattare il conto alla rovescia. E l’idea dell’insubordinazione annunciata il 15 novembre dal leader della Uilm Rocco Palombella per non spegnere gli impianti è stata rilanciata anche da Francesco Brigati, coordinatore delle Rsu Fiom dell’ex Ilva e componente della segreteria provinciale della Fiom, che ha parlato dell’ipotesi di «una sorta di sciopero al contrario». Anche se, ha precisato, «ogni decisione comunque andrà condivisa con le altre sigle e i lavoratori».

ATTESA PER IL CONSIGLIO DI FABBRICA

Le rappresentanze sindacali unitarie dei sindacati metalmeccanici hanno convocato per lunedì 18, alle ore 11, il consiglio di fabbrica dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto, allargato ai delegati sindacali delle imprese dell’indotto, per decidere eventuali iniziative di mobilitazione. Brigati ha detto che si stanno «prendendo in considerazione anche modalità che sarebbero diverse dalle forme solite, come manifestazioni classiche o scioperi». Il problema, ha fatto notare l’esponente della Fiom, è che «anche se gli altiforni restano in marcia, il governo deve chiedere di garantire le materie prime per consentire il proseguimento delle attività e della loro funzione. Senza materie prime la produzione si ferma».

IL SETTORE ELETTRICO GIÀ PRONTO ALL’INSUBORDINAZIONE

A favore dell’insubordinazione si sono già espressi i sindacati del settore elettrico, annunciando che «i lavoratori delle centrali non procederanno ad alcuna fermata degli impianti e di conseguenza rigettano al mittente la improvvida comunicazione aziendale». Le segreterie Filctem-Cgil, Flaei-Cisl Reti, Uiltec-Uil e Ugl-Chimici hanno spiegato che «anche il settore elettrico rischia di subire una notevole ripercussione occupazionale dalla parziale e/o totale chiusura degli impianti produttivi dello stabilimento Ilva. Sono 100 i dipendenti diretti, al netto dell’indotto, più nove lavoratori già in Cigs, allocati nelle due centrali elettriche (Cet 2 e Cet 3)». Rischia di deflagrare anche la vertenza dell’indotto. Le imprese che attendono il saldo delle fatture da parte di ArcelorMittal aspetteranno fino a lunedì. «Se questi soldi non arriveranno» – è il timore di Vincenzo Castronuovo della Fim Cisl – «è molto probabile che le aziende metteranno in libertà i dipendenti. Siamo già stati convocati da Confindustria Taranto per martedì prossimo. Bisogna fare di tutto per disinnescare quella che sta già diventando una vera bomba sociale».

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Bill Gates scavalca Bezos e torna il più ricco del mondo

Il fondatore si riprende lo scettro della classifica stilata da Bloomberg con un patrimonio stimato di 110 miliardi di dollari. Il numero uno di Amazon fermo a 108,7. Al terzo posto si piazza Bernard Arnault.

Bill Gates si riprende il titolo di paperone mondiale, strappandolo a Jeff Bezos. Secondo l’indice dei miliardari di Bloomberg, il fondatore di Microsoft vale 110 miliardi di dollari contro i 108,7 miliardi di Bezos. Al terzo posto Bernard Arnault con 102,7 miliardi. Nelle scorse settimane Gates aveva superato per un breve lasso di tempo Bezos che, comunque, si era poi ripreso lo scettro.

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Bill Gates scavalca Bezos e torna il più ricco del mondo

Il fondatore si riprende lo scettro della classifica stilata da Bloomberg con un patrimonio stimato di 110 miliardi di dollari. Il numero uno di Amazon fermo a 108,7. Al terzo posto si piazza Bernard Arnault.

Bill Gates si riprende il titolo di paperone mondiale, strappandolo a Jeff Bezos. Secondo l’indice dei miliardari di Bloomberg, il fondatore di Microsoft vale 110 miliardi di dollari contro i 108,7 miliardi di Bezos. Al terzo posto Bernard Arnault con 102,7 miliardi. Nelle scorse settimane Gates aveva superato per un breve lasso di tempo Bezos che, comunque, si era poi ripreso lo scettro.

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Morti e feriti negli scontri in Bolivia tra pro Morales e polizia

Otto vittime e almeno 75 feriti nei disordini scoppiati vicino a Cochabamba. Il presidente dimissionario chiede una riunione nazionale per pacificare il Paese.

Otto persone sono state uccise e almeno 75 sono rimaste ferite negli scontri tra manifestanti pro-Evo Morales e soldati e polizia nella città boliviana di Sacaba, vicino a Cochabamba, nel Centro del Paese. Lo ha riferito il direttore dell’ospedale cittadino, Guadalberto Lara. La maggior parte delle vittime – ha aggiunto – sono è stata raggiunta da colpi di arma da fuoco. Migliaia di manifestanti, in gran parte indigeni, si erano radunati a Sacaba fin dal mattino, protestando pacificamente. Gli scontri sono scoppiati quando un folto gruppo di manifestanti ha tentato di attraversare un checkpoint militare vicino a Cochabamba, dove sostenitori e avversari di Morales si sono affrontati per settimane.

IL NUOVO APPELLO DI MORALES

Da parte sua, Morales ha rivolto un nuovo appello a una «grande riunione nazionale» per pacificare la Bolivia anche se, ritiene, al punto a cui è giunta la situazione, le proteste in corso non si fermeranno fino a espellere «la dittatura» dal palazzo di governo. Intervistato dalla Cnn in spagnolo, Morales ha ricordato che «martedì ho proposto una grande riunione nazionale con autorità del massimo livello». E ora, ha aggiunto, “ripeto che il modo migliore per pacificare il Paese è rendere possibile una riunione con Carlos Mesa, (Luis Fernando) Camacho, Evo, i movimenti sociali e anche il governo ‘de facto’ di Jeanine Anez».

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Ilva, depositata la denuncia contro ArcerlorMittal: la procura di Taranto apre un fascicolo

L'esposto è stato presentato daI commissari straordinari. Si ipotizzano danni all'economia nazionale.

Il dossier Ilva ormai si gioca sui tavoli delle procure. Dopo l’apertura il 15 novembre di un fascicolo esplorativo a Milano scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva) ora è il turno di Taranto. La procura pugliese, infatti, il 16 novembre ha aperto un fascicolo d’indagine contro ignoti (modello 44) dopo l’esposto denuncia presentato dai commissari straordinari dell’Ilva per «fatti e comportamenti inerenti al rapporto contrattuale con ArcelorMittal, lesivi dell’economia nazionale». Finora il procuratore Carlo Maria Capristo non ipotizza reati, ma è quasi certo che saranno quelli citati nell’esposto. Nei prossimi giorni saranno programmate le audizioni di alcuni testimoni che saranno ascoltati o dai pm o dalla polizia giudiziaria.

IPOTIZZATA LA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 449 DEL CODICE PENALE

L’esposto denuncia ipotizzava nei confronti di Arcelor Mittal la violazione dell’articolo 499 del Codice penale che punisce con la reclusione da 3 a 12 anni o con una multa non inferiore circa 2.000 euro «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale» e quindi all’economia del nostro Paese, «o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo». Per sostenere tale ipotesi di reato nella denuncia si fa riferimento al fatto che il processo messo in atto da parte del gruppo anglo-indiano di abbassamento della produzione degli impianti e di riduzione del loro calore li può danneggiare e si sottolinea che lo stabilimento di Taranto è strategico dal punto di vista nazionale “ex lege”.

LEGGI ANCHE: Chi è Lucia Morselli, amministratore delegato di ArcelorMittal Italia

CATALFO: «INACCETTABILI 5 MILA ESUBERI»

La ministra del Lavoro Nunzia Catalfo a Sky Tg24 ha ribadito che sull’Ilva sono «allo studio delle norme che vadano a tutela dei lavoratori e garantiscano i livelli occupazionali». La ministra ha bollato come inaccettabile la proposta dell’azienda di tagliare 5.000 posti, così come inaccettabile era la richiesta di «andare in deroga delle norme sulla sicurezza sul lavoro». «Stiamo studiando», ha aggiunto l’esponente pentastellata, «anche delle norme che consentano una riqualificazione del personale nel caso in cui ci sia una possibile riconversione dell’azienda». Si tratta, ha concluso Catalfo, di «un progetto a lungo termine, però si può investire in nuove tecnologie e riqualificare nel frattempo i lavoratori. Ovviamente non si può fare subito, ora in emergenza bisogna tutelare quello che c’è già».

VINCENZO BOCCIA: «LA PRIMA COSA DA FARE È RIMETTERE LO SCUDO»

Per il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, «la dimensione muscolare non serve a nessuno. Per l’Ilva occorrono soluzioni». Per Boccia «la prima cosa da fare è rimettere lo scudo, e occorre ammettere l’errore che si è fatto, da cui si determinata questa situazione». Della stessa opinione anche il presidente dei senatori Pd Andrea Marcucci. «Se Mittal assicurasse il rispetto del contratto con lo Stato», ha detto, «il governo dovrebbe valutare velocemente un decreto che preveda uno scudo penale di carattere generale. Tale provvedimento dovrebbe essere valido per tutte le aziende che si muovono in contesti di forte criticità ambientale, a partire dall’ex Ilva».

LANDINI (CGIL): «SPEGNERE GLI IMPIANTI È INACCETTABILE»

Toni opposti per il segretario generale della CgilMaurizio Landini, secondo il quale «quello che ArcelorMittal sta facendo è illegittimo, perché c’è un accordo che va applicato e anche l’idea di spegnere gli impianti è per noi inaccettabile. Non saremo complici di una scelta di questo genere, troveremo tutti i modi e tutte le forme possibili, perché lì la gente vuole produrre acciaio senza inquinare, non vuole chiudere impianti». 

LEGGI ANCHE: Quanto pesa la possibile chiusura dall’ex Ilva sull’indotto

CONSIGLIO DI FABBRICA FISSATO PER LUNEDÌ

Lunedì mattina le Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie) dei sindacati metalmeccanici hanno convocato il consiglio di fabbrica dello stabilimento allargato ai delegati sindacali delle imprese dell’indotto, per fare il punto della situazione. I sindacati decideranno eventuali iniziative di mobilitazione considerando anche il fatto che ArcelorMittal ha comunicato il cronopogramma di sospensione degli impianti, con la fermata degli altiforni, delle cokerie e dell’agglomerazione entro il 15 gennaio 2020. La multinazionale ha scritto nella lettera inviata al governo e agli organi tecnici che andrà via il 4 dicembre, in concomitanza con la scadenza della procedura di retrocessione dei rami d’azienda e la restituzione degli impianti e dei lavoratori all’amministrazione straordinaria.

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Ilva, depositata la denuncia contro ArcerlorMittal: la procura di Taranto apre un fascicolo

L'esposto è stato presentato daI commissari straordinari. Si ipotizzano danni all'economia nazionale.

Il dossier Ilva ormai si gioca sui tavoli delle procure. Dopo l’apertura il 15 novembre di un fascicolo esplorativo a Milano scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva) ora è il turno di Taranto. La procura pugliese, infatti, il 16 novembre ha aperto un fascicolo d’indagine contro ignoti (modello 44) dopo l’esposto denuncia presentato dai commissari straordinari dell’Ilva per «fatti e comportamenti inerenti al rapporto contrattuale con ArcelorMittal, lesivi dell’economia nazionale». Finora il procuratore Carlo Maria Capristo non ipotizza reati, ma è quasi certo che saranno quelli citati nell’esposto. Nei prossimi giorni saranno programmate le audizioni di alcuni testimoni che saranno ascoltati o dai pm o dalla polizia giudiziaria.

IPOTIZZATA LA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 449 DEL CODICE PENALE

L’esposto denuncia ipotizzava nei confronti di Arcelor Mittal la violazione dell’articolo 499 del Codice penale che punisce con la reclusione da 3 a 12 anni o con una multa non inferiore circa 2.000 euro «chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale» e quindi all’economia del nostro Paese, «o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo». Per sostenere tale ipotesi di reato nella denuncia si fa riferimento al fatto che il processo messo in atto da parte del gruppo anglo-indiano di abbassamento della produzione degli impianti e di riduzione del loro calore li può danneggiare e si sottolinea che lo stabilimento di Taranto è strategico dal punto di vista nazionale “ex lege”.

LEGGI ANCHE: Chi è Lucia Morselli, amministratore delegato di ArcelorMittal Italia

CATALFO: «INACCETTABILI 5 MILA ESUBERI»

La ministra del Lavoro Nunzia Catalfo a Sky Tg24 ha ribadito che sull’Ilva sono «allo studio delle norme che vadano a tutela dei lavoratori e garantiscano i livelli occupazionali». La ministra ha bollato come inaccettabile la proposta dell’azienda di tagliare 5.000 posti, così come inaccettabile era la richiesta di «andare in deroga delle norme sulla sicurezza sul lavoro». «Stiamo studiando», ha aggiunto l’esponente pentastellata, «anche delle norme che consentano una riqualificazione del personale nel caso in cui ci sia una possibile riconversione dell’azienda». Si tratta, ha concluso Catalfo, di «un progetto a lungo termine, però si può investire in nuove tecnologie e riqualificare nel frattempo i lavoratori. Ovviamente non si può fare subito, ora in emergenza bisogna tutelare quello che c’è già».

VINCENZO BOCCIA: «LA PRIMA COSA DA FARE È RIMETTERE LO SCUDO»

Per il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, «la dimensione muscolare non serve a nessuno. Per l’Ilva occorrono soluzioni». Per Boccia «la prima cosa da fare è rimettere lo scudo, e occorre ammettere l’errore che si è fatto, da cui si determinata questa situazione». Della stessa opinione anche il presidente dei senatori Pd Andrea Marcucci. «Se Mittal assicurasse il rispetto del contratto con lo Stato», ha detto, «il governo dovrebbe valutare velocemente un decreto che preveda uno scudo penale di carattere generale. Tale provvedimento dovrebbe essere valido per tutte le aziende che si muovono in contesti di forte criticità ambientale, a partire dall’ex Ilva».

LANDINI (CGIL): «SPEGNERE GLI IMPIANTI È INACCETTABILE»

Toni opposti per il segretario generale della CgilMaurizio Landini, secondo il quale «quello che ArcelorMittal sta facendo è illegittimo, perché c’è un accordo che va applicato e anche l’idea di spegnere gli impianti è per noi inaccettabile. Non saremo complici di una scelta di questo genere, troveremo tutti i modi e tutte le forme possibili, perché lì la gente vuole produrre acciaio senza inquinare, non vuole chiudere impianti». 

LEGGI ANCHE: Quanto pesa la possibile chiusura dall’ex Ilva sull’indotto

CONSIGLIO DI FABBRICA FISSATO PER LUNEDÌ

Lunedì mattina le Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie) dei sindacati metalmeccanici hanno convocato il consiglio di fabbrica dello stabilimento allargato ai delegati sindacali delle imprese dell’indotto, per fare il punto della situazione. I sindacati decideranno eventuali iniziative di mobilitazione considerando anche il fatto che ArcelorMittal ha comunicato il cronopogramma di sospensione degli impianti, con la fermata degli altiforni, delle cokerie e dell’agglomerazione entro il 15 gennaio 2020. La multinazionale ha scritto nella lettera inviata al governo e agli organi tecnici che andrà via il 4 dicembre, in concomitanza con la scadenza della procedura di retrocessione dei rami d’azienda e la restituzione degli impianti e dei lavoratori all’amministrazione straordinaria.

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