Nella Lega si respira aria di Papeete III. Matteo Salvini, il ‘surfista’ della politica italiana, starebbe per giocarne una delle sue. Provocare un piccolo tsunami per praticare il suo sport preferito, ovvero la navigazione nel caos, la cavalcata dell’onda. Una mossa rischiosa che potrebbe mettere a dura prova la tenuta del Meloni I.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Un vicepremier in versione leader di opposizione
Niente, dicono, potrà succedere prima del 4 settembre, data da mesi cerchiata in rosso su tutti i calendari di governo, perché quel giorno finalmente Giorgia Meloni raggiungerà il record di premier più ‘longevo’ della storia repubblicana. Ma dal 5 – raccontano i ben informati a L43 – tutto è possibile. E chi è vicino al segretario leghista parla di un piano per cominciare a battere sui temi della sicurezza e fare il controcanto quotidiano al governo e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al rientro dalla pausa estiva fino alle elezioni. Una strategia della goccia cinese pianificata, come se Salvini fosse il leader di un partito di opposizione anziché vicepremier e capo di una formazione di maggioranza. Nel mirino ci sarebbe proprio Piantedosi, suo ex capo di gabinetto quando era ministro dell’Interno. Insomma, l’idea di Salvini non sarebbe quella di ‘staccare la spina’ al governo in carica, come fatto nelle estati del 2019 con il Conte I e del 2022 con l’esecutivo guidato da Mario Draghi. Ma il suo piano di pressing sul Viminale, se veramente andrà avanti, potrebbe risultare molto fastidioso per Meloni e per la stabilità dell’esecutivo.
Matteo Piantedosi e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
La fronda lombarda e i malumori in Veneto e Piemonte
Il piano non è nuovo e viene ciclicamente riproposto dai leghisti, a partire dall’assoluzione definitiva del loro capo dalle accuse di sequestro aggravato per aver bloccato lo sbarco dei migranti a bordo della Open Arms nell’agosto del 2019. Finora la premier e gli altri partiti di maggioranza hanno sempre respinto l’ipotesi di un suo ritorno al Viminale. L’ultima volta che le pressioni del partito si sono riaccese, Piantedosi è stato ricevuto da Sergio Mattarella, incontro che molti hanno letto come un evidente segnale di sostegno al ministro da parte del capo dello Stato. Ai tempi, da parte di FdI poi si era esclusa nuovamente qualsiasi ipotesi di cambio della squadra di governo. Ma, con il passare delle settimane, la situazione interna alla Lega è divenuta ormai irrecuperabile. Salvini non solo non controlla più il partito, ma è stato sostanzialmente sfiduciato dalle segreterie provinciali che hanno maggior peso elettorale in Lombardia: Bergamo, Brescia, Varese e Sondrio. Nel direttivo lombardo del 7 agosto gli è stato chiesto di fare un ‘passo di lato’. Forti malumori si registrano anche in Veneto e Piemonte, malgrado siano soffocati nel primo caso dal commissario Andrea Tomaello, e nel secondo dal capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari (che da fervente critico, improvvisamente, si è trasformato in un fedelissimo del capo).
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).
Zaia, Fedriga e Fontana per ora non danno battaglia
Allo stato, però, non vi sono colonnelli pronti a sferrare il ‘colpo finale’ e soprattutto pronti a diventare generali al posto del fu Capitano. I governatori – dall’ex doge Luca Zaia a Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana – continuano a essere riottosi senza però dare vera battaglia.
Attilio Fontana (Ansa).
E quindi Salvini resta dove è, con l’obiettivo di disfarsi di tutti coloro che non sono alle sue dirette dipendenze e completare la trasformazione della Lega in partito personale, con la fidanzata Francesca Verdini sempre in prima fila (come in molti eventi pubblici recenti). Per fare questo, e salvare il salvabile di quella percentuale di voti che gli è rimasta (tra il 5 e il 6 per cento secondo i sondaggi), il segretario leghista deve tornare al Viminale o comunque fare campagna per tornarci. Ormai è una ossessione. E poco conta se, facendolo, scarica i problemi del suo partito sul governo. È diventata una questione di sopravvivenza. Le reazioni degli alleati non sono ancora arrivate. Ma c’è da scommettere che l’amica Giorgia e il collega vicepremier Antonio Tajani non gradiranno.
Nel corso dell’incontro con Jared Kushner a Gerusalemme, Benjamin Netanyahu ha spiegato all’inviato di Donald Trump (nonché genero del tycoon) di non essere intenzionato ad avallare un cessate il fuoco con Hamas nella Striscia di Gaza, spiegando che una tregua con l’organizzazione islamista sarebbe «problematica» in vista delle elezioni che si terranno a ottobre in Israele.
Jared Kushner (Ansa).
Kushner ha appena incontrato Al-Hayya al Cairo
Il faccia a faccia Kushner-Netanyahu, durato oltre quattro ore, si è svolto a due settimane dall’adesione di Hamas all’ultima fase del piano di Trump per la Striscia, rifiutato però da Tel Aviv. E all’indomani dell’incontro al Cairo tra il negoziatore statunitense e Khalil Al-Hayya, leader del gruppo islamista. Kushner, come riporta la Cnn citando una fonte informata sui colloqui, ha sollecitato Netanyahu a procedere con il piano di cessate il fuoco a Gaza sostenuto dal suocero e a «non creare ostacoli». Bibi, che aveva già respinto il piano in 15 punti della Casa Bianca a inizio agosto, ha però risposto picche. Ynet scrive inoltre che Netanyahu, nel corso dell’incontro, ha chiarito che «non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese».
Benjamin Netanyahu (Ansa).
Bibi chiede il disarmo di Hamas per il ritiro delle truppe
Secondo la fonte della Cnn, Netanyahu ha spiegato a Kushner e al direttore del Board of Peace Nickolay Mladenov (presente all’incontro al pari di Tony Blair) che spetta a Hamas compiere i primi passi. Il premier israeliano chiede il disarmo completo del gruppo palestinese e solo in tal caso, ha sottolineato, potrà cominciare un ritiro graduale delle truppe dell’Idf dalla Striscia. Lo stesso concetto è stato espresso dalla fonte di Ynet: «C’era la percezione iniziale che il Board of Peace volesse iniziare con delle “zone pilota”, ma ora non se ne parla più così. O meglio, Netanyahu vuole che Hamas dimostri il suo impegno con l’effettiva consegna di tutte le sue armi». Solamente dopo il disarmo del gruppo palestinese dirà sì a un cessate il fuoco.
Gli Stati Uniti e l’Iran hanno concordato di estendere per altri 60 giorni il cessate il fuoco di due mesi sancito dal memorandum d’intesa siglato a Islamabad il 18 giugno, che scadeva oggi. Lo riferisce Al Arabiya, citando alcune fonti. I 60 giorni di tregua previsti dall’accordo dovevano servire – nei piani – per l’avvio di negoziati per porre fine alla guerra, ma le cose non sono andate come auspicato, dato che i nodi da sciogliere (dal nucleare all’allentamento delle sanzioni Usa) sono rimasti tali. A meno di un mese dalla firma, peraltro, gli attacchi erano ricominiciati, tra reciproche accuse di violazione del cessate il fuoco. Poi i raid si sono interrotti, secondo la stampa americana per il timore da parte dello staff di Donald Trump di rappresaglie della Repubblica Islamica che avrebbero messo a dura prova le difese aeree americane in Medio Oriente, vista la scarsità dell’arsenale a stelle e strisce dopo i ripetuti raid. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita funzionari iraniani e arabi, Teheran avrebbe usato questi due mesi per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni.
Abbiamo scherzato! Il woke non è più la bibbia, né negli Usa, né in Europa e tantomeno in Italia. Il “la” mediaticamente più clamoroso l’ha dato la star dei progressisti democratici americani, Alexandria Ocasio-Cortez, che ha criticato senza mezzi termini gli eccessi del wokismo e della cancel culture.
Alexandria Ocasio-Cortez (Ansa).
Il cambio di passo radicale tra i dem
Il dibattito negli Stati Uniti va avanti da tempo in realtà. Era iniziato in ambienti democratici illuminati, è andato a sbattere contro l’iceberg Trump, si sta dipanando nel confronto alle primarie tra socialdemocratici e liberaldemocratici in vista delle elezioni di midterm. Ora AOC, che non esclude in un futuro di candidarsi alle elezioni presidenziali, ha ammesso in un’intervista televisiva che il woke prima maniera era una «follia». «La nostra priorità è la classe lavoratrice di questo Paese», ha messo in chiaro, «tutti condividiamo l’obiettivo di avere il tasso di criminalità più basso possibile». Commenti ed editoriali hanno invaso la Rete indicando nelle parole di Ocasio-Cortez un cambio di passo radicale per i democratici. Anche in Gran Bretagna i picchi di wokismo sembrano acqua passata sotto la guida del primo ministro Andy Burnham, laburista con sfumature socialiste rosso pallido e cattolico che si ispira alla Rerum novarum. Per non parlare della svolta pragmatico-securitaria della socialdemocratica danese Mette Fredriksen sul tema migranti.
Andy Burnham (Ansa).
Anche il Pd pare seguire la tendenza AOC
Che sia per scelta autonoma o per simbiosi con i democratici d’Oltreoceano, la stessa aria tira anche in Italia. Dove peraltro abbiamo sempre vissuto un woke annacquato, più enunciato da pochi intellettuali e da rari politici che effettivamente attuato, sempre e comunque in ritardo rispetto alle avanguardie d’Oltremanica e del Nord Europa, e mai veramente al passo con gli eccessi di questa o quella università straniera. Ma tant’è. I temi che un tempo erano considerati identitari per il Pd vengono messi in coda a favore di temi molto più d’impatto per le classi sociali più deboli: salari più alti, aiuti ai giovani, assistenza sanitaria veramente universale, più sicurezza. Prova ne è che tra i post social dell’ultimo mese di Elly Schlein, accanto ai temi di politica estera e alla querelle su Delmastro, la parte del leone la fanno i ritardi dei treni nell’era Salvini, lo “smantellamento” della sanità pubblica, le aree interne, il caldo eccezionale di quest’estate, il taglio delle accise troppo timido, l’aumento della pressione fiscale da parte del governo. E le più recenti proposte di legge dem riguardano i giovani e il loro «diritto a restare» in Italia, con aiuti a ricercatori e imprenditori junior, e «Il tempo della scuola», con aumenti agli insegnanti e più tempo pieno ed estivo.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Come cambiare la percezione della sinistra ZTL
I diritti civili non sono spariti, ovviamente, ma sono più defilati rispetto al passato a favore di salari equi, welfare, sostegno alle aree disagiate, sostegno all’imprenditoria diffusa. Forse le chiacchierate di questi mesi con Mario Draghi, Romano Prodi e con il presidente di Confindustria Emanuele Orsini stanno centrando il focus della segretaria su temi più concreti, più da periferie e meno da terrazza radical chic. «Ci sbrigheremo a fare il programma da settembre», ha annunciato Schlein. E forse anche la new wave post-woke lo influenzerà. Nessuna retromarcia, sia chiaro. Anche Ocasio-Cortez ha sottolineato che il dibattito woke pur se eccessivo è stato fruttuoso, ma una maggiore attenzione ai temi che toccano una platea più ampia di elettori, soprattutto tra le fasce economicamente più fragili. Basterà a invertire la percezione di una sinistra interessata solo alle ubbie dei vip della ZTL? In mezzo ci sono le primarie, la scelta del leader del campo largo, la stesura del programma elettorale. Intanto è partito il nuovo posizionamento.
La Commissione europea ha adottato una nota che fornisce agli Stati membri ulteriori orientamenti sulla possibilità di estendere l’ambito di applicazione della clausola di salvaguardia nazionale (Nec) per la difesa, includendovi anche le misure di sicurezza energetica. La comunicazione definisce la procedura per richiedere la flessibilità di bilancio, il relativo trattamento nell’ambito del quadro di sorveglianza di bilancio dell’Ue e le modalità di monitoraggio del suo utilizzo. La possibilità di estendere la Nec alle misure di sicurezza energetica era stata annunciata il 3 giugno 2026 nel pacchetto di primavera del semestre europeo e fa seguito al perdurare del conflitto in Medio Oriente. La flessibilità è intesa a sostenere le misure volte a rafforzare la resilienza strutturale del sistema energetico europeo e ad accelerare la transizione dai combustibili fossili.
Invariato il limite dell’1,5 per cento del pil per lo scostamento
Solo le misure di bilancio adottate dopo il 28 febbraio 2026 potranno beneficiare della flessibilità. Le misure ammissibili dovranno essere finanziate a livello nazionale e avere un impatto diretto sul bilancio. Dovranno inoltre essere concepite in modo da massimizzarne l’impatto, riducendo al minimo i costi di bilancio. La comunicazione contiene un elenco indicativo e non esaustivo delle misure potenzialmente ammissibili. La Commissione valuterà poi l’ammissibilità delle singole misure caso per caso. La flessibilità dovrà inoltre preservare la sostenibilità delle finanze pubbliche. Il limite complessivo esistente dell’1,5 per cento del prodotto interno lordo per lo scostamento consentito dal percorso della spesa netta raccomandato nell’ambito della Nec resterà invariato, con limiti specifici per le misure di sicurezza energetica pari allo 0,3 per cento del Pil all’anno e allo 0,6 per cento del Pil cumulativamente, all’interno del limite complessivo dell’1,5 per cento del Pil. La flessibilità sarà disponibile per il periodo 2026-2028.
Gli Stati membri devono ora presentare le richieste di estensione della Nec
Gli Stati membri sono ora invitati a presentare le loro richieste di estensione dell’ambito di applicazione della Nec. Nelle loro richieste, dovranno fornire un primo elenco delle misure di sicurezza energetica previste per le quali intendono avvalersi della flessibilità, indicando i relativi costi di bilancio stimati. Dopo aver valutato una richiesta, la Commissione potrà raccomandare al Consiglio di approvarla.
L’annuncio dell’Iran di aver raggiunto l’accordo con l’Oman per la riapertura dello stretto di Hormuz non è affatto piaciuto a Donald Trump, che in un’intervista concessa a Fox News ha minacciato il sultanato. «Se si mette di mezzo lo bombarderemo senza pietà», ha affermato il presidente Usa.
.@POTUS on parallel talks between Iran and Oman on the Strait of Hormuz: "If Oman gets in the way, we'll bomb the shit out of them." pic.twitter.com/5dEXDOdAN4
Poco prima, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei aveva dichiarato il raggiungimento di «un accordo in merito alla mappa del percorso di transito», senza fornire ulteriori dettagli, ma spiegando che le parti sono al lavoro per definire i dettagli di una dichiarazione congiunta. Precedenti indiscrezioni suggerivano tuttavia che, in base all’intesa, le unità in entrata utilizzeranno il canale di navigazione più vicino all’Iran, mentre quelle in uscita rotte prossime alle coste dell’Oman. Le imbarcazioni, inoltre, transiterebbero senza pagare tasse o pedaggi durante il periodo transitorio di 60 giorni.
In un manifesto elettorale, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il Likud hanno indicato come nemico di Israele il sindaco di New York Zohran Mamdani insieme con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, il leader iraniano MojtabaKhamenei e il capo di Hezbollah Naim Qassem. Il primo ministro ha anche postato su X l’immagine con lo slogan «vogliono che Netanyahu perda, non lasciate che vincano».
— Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) August 17, 2026
Lo scontro tra Netanyahu e Mamdani
La vicenda fa seguito a uno scontro pubblico tra Netanyahu e Mamdani, che aveva chiesto al governo federale, qualora il premier israeliano si recasse negli Usa, di dare esecuzione al mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nel 2024 a seguito di accuse di crimini di guerra a Gaza. Questo significa che il leader dello Stato ebraico è un sospettato ricercato a livello internazionale e che i 124 Stati membri della Cpi sono obbligati ad arrestarlo qualora dovesse entrare nel loro territorio. Il sindaco di New York a luglio aveva affermato di star valutando le modalità per far arrestare Netanyahu qualora dovesse recarsi nella sua città, ma in seguito ha chiarito che la questione esulava dalla sua giurisdizione e ha invitato il governo federale ad intervenire (anche se gli Usa non sono membri della Cpi). Trump si era affrettato a difendere Netanyahu assicurando, in un post su Truth, che «non verrà arrestato, in alcun modo, forma o maniera, mentre si trova negli Stati Uniti». L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, aveva accusato il sindaco di antisemitismo e di sostegno ad Hamas, mentre Netanyahu aveva definito le parole di Mamdani «incitamento all’odio».
Il governo di Berlino ha aperto alla possibilità di discutere una potenziale vendita a UniCredit del 12,7 per cento detenuto in Commerzbank, se i due istituti di credito riusciranno a concordare una strategia comune. Lo riporta Bloomberg citando la posizione di alcuni alti funzionari tedeschi e sottolineando che non si tratta di una posizione ufficiale dell’esecutivo, finora sempre contrario alla scalata dell’istituto italiano alla quarta più grande banca della Germania.
Le condizioni: prezzo equo e garanzie per il futuro della banca tedesca
I funzionari sentiti da Bloomberg hanno spiegato che alcuni esponenti del governo ritengono un esito accettabile una vendita delle quote al giusto prezzo e con precise garanzie per il futuro di Commerzbank, visto che UniCredit con ogni probabilità otterrà comunque il controllo della banca tedesca. La condizione più importante per avviare le trattative tra Berlino e UniCredit sarebbe il sostegno dell’attuale management di Commerzbank ai piani dell’istituto italiano. All’inizio di agosto la BaFin, ovvero l’autorità di vigilanza bancaria tedesca, ha dato a UniCredit il via libera alla richiesta di poter oltrepassare il 30 per cento delle quote di Commerzbank. Si tratta di un importante passaggio regolamentare: col semaforo verde della Bafin è scattato infatti il conto alla rovescia per la Bce, chiamata a completare la propria valutazione entro 60 giorni lavorativi. La decisione è attesa per la seconda metà di ottobre.
L’attaccante del Cagliari Yael Trepy è in terapia intensiva dopo aver rischiato di annegare nella piscina di una villa nella zona della Costa Smeralda. I fatti si sono verificati nel tardo pomeriggio di domenica 16 agosto 2026. Secondo le prime ricostruzioni, il giocatore sarebbe finito nella parte della piscina nella quale l’acqua è più alta ma, non sapendo nuotare, si è trovato in difficoltà. Estratto dalla vasca, le sue condizioni erano tali da aver reso necessario l’intervento del 118. Dopo averlo intubato, lo hanno trasferito in elisoccorso a Sassari dov’è stato ricoverato nel reparto Rianimazione dell’ospedale Santissima Annunziata. La Tac toracica eseguita sull’attaccante ha rivelato la presenza di grandi quantità di liquido nei polmoni, situazione che rende difficile lo scambio di ossigeno. Per evitare sofferenze al paziente e consentire la somministrazione di una terapia, i medici lo tengono in coma farmacologico sotto costante monitoraggio.
Dopo lo Statuto del partito fantasma condiviso su una vecchia chat leghista, e dopo l’acceso direttivo lombardo del 7 agosto scorso, Attilio Fontana esce allo scoperto sul Corriere della Sera. Per la prima volta nella Lega di matrice salviniana, un governatore parla espressamente e pubblicamente di un passo di lato o indietro di Matteo Salvini e della formazione di un nuovo soggetto politico. «Nessuna soluzione va esclusa a priori. La Lega non teme il rinnovamento. Chiediamo di rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del nostro partito, per valorizzare i suoi stessi asset. Perché ce n’è un gran bisogno ora», spiega il presidente di Regione Lombardia. «Con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34 al 5 per cento dei voti». Per questo «stiamo lavorando a un’associazione per aprire uno spazio di confronto per la ricerca di soluzioni utili a tutti». Fontana parla di «leadership collettiva» e di una «squadra forte» alla guida del partito. Scissione in vista? «Non ho la sfera di cristallo, non posso prevedere il futuro», taglia corto il governatore rompendo definitivamente la tradizione leninista della Lega.
Attilio Fontana (Ansa).
Parole che suonano come un punto di non ritorno. Anche perché arrivano dopo quelle se possibili ancora più tranchant dell’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi: «Non si può dire “abbiamo fatto un congresso” e fingere che tutto vada bene», aveva sottolineato il 12 agosto il leghista parlando all’AdnKronos. «Credo che la cosa migliore sarebbe fermarsi, confrontarsi, capire quale possa essere la soluzione con la disponibilità di tutti all’azzeramento dei ruoli interni al partito partendo dall’alto sino alla sezione più piccola. Se vogliamo salvare la Lega dobbiamo fare questo […]. Azzeramento di tutte le cariche, revisione di statuto e regolamenti e assemblea programmatica per poi ripartire. Se vogliamo salvare la Lega tutti dobbiamo essere disponibili a questo superando i personalismi. Se invece c’è qualcuno che tiene solo al proprio sedere, beh sappia che avanti a far finta di nulla tra un po’ sedie dove sedersi non ce ne saranno più».
Guido Guidesi (Imagoeconomica).
Il dato dunque sembra tratto. Gli occhi ora sono puntati sui vari big nordisti chiamati a decidere da che parte stare. A partire dal ministro Giancarlo Giorgetti e dal piemontesissimo capogruppo alla Camera Riccardo Molinari…
Le ambizioni di Mazzi
Dicono che a Gianmarco Mazzi il ministero del Turismo stia stretto. Nonostante l’upgrade da sottosegretario alla Cultura alla poltrona che fu di Daniela Santanchè, le ambizioni del manager veronese sono appena cominciate. Tanto che in vista di un possibile nuovo governo di centrodestra pare che la richiesta sarà quella di accorpare in un unico dicastero il Turismo e lo Sport, ora guidato da Andrea Abodi. Per i maligni, fa gola il business che si genererebbe dalla fusione delle due strutture…
Jared Kushner, negoziatore statunitense e genero di Donald Trump, incontra oggi – lunedì 17 agosto – a Gerusalemme il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo il colloquio avuto ieri in Egitto con Khalil Al-Hayya, leader ddi Hamas, nel tentativo di trovare una soluzione allo stallo del piano di pace per Gaza. Il faccia a faccia Kushner-Netanyahu arriva a due settimane dall’adesione dell’organizzazione islamista all’ultima fase del piano di Trump per la Striscia, rifiutato però da Tel Aviv.
Hamas chiede agli Usa di obbligare Israele ad accettare il piano
L’incontro avvenuto al Cairo, di notevole rilevanza perché per anni gli Stati Uniti hanno rifiutato qualsiasi contatto con Hamas, classificata come organizzazione terrorista, è stato confermato all’Associated Press da due fonti di entrambe le parti. Il vertice è durato due ore e vi hanno preso parte anche rappresentanti di Egitto, Qatar e Turchia, Paesi che svolgono un ruolo di mediazione. Dopo l’incontro Hamas, tramite un comunicato, ha chiesto agli Stati Uniti di obbligare Israele ad accettare il piano per Gaza. I tre Stati mediatori e altri cinque Paesi musulmani, ovvero Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Indonesia, hanno condannato il rifiuto israeliano.
Tony Blair (Ansa).
All’incontro di Gerusalemme partecipano anche Blair e Mladenov
Netanyahu la scorsa settimana ha annunciato il rifiuto della roadmap americana in 15 punti per Gaza, che prevede il disarmo di Hamas e il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia. Assieme a Kushner sono arrivati a Gerusalemme anche l’ex premier britannico Tony Blair e l’ex diplomatico bulgaro Nikola Mladenov, direttore esecutivo del Board of Peace creato da Trump per la supervisione dell’accordo di pace.
Scade oggi 17 agosto la tregua di 60 giorni prevista dal memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran a Islamabad, lasso di tempo che i due Paesi si erano dati per negoziare un accordo definitivo per porre fine alla guerra. L’intesa, com’è noto, non è arrivata. Nel frattempo si sono invece verificati attacchi reciproci, mentre non è mai terminato il braccio di ferro riguardante lo stretto di Hormuz. Stessa situazione sul tema del nucleare. E adesso il timore è quello di una nuova escalation.
L’Iran avrebbe aumentato la produzione di missili e droni
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita funzionari iraniani e arabi, Teheran avrebbe usato questi due mesi per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni. Dalla firma del memorandum, inoltre, sono arrivate le nomine in posizioni chiave di figure più intransigenti rispetto ai predecessori, come quelle di Ali Abdollahi come capo di Stato maggiore delle Forze armate iraniane, e del generale Ahmad Vahidi come capo dei pasdaran.
Gli avvertimenti e le possibili «sorprese strategiche»
Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha affermato che la scadenza di 60 giorni stabilita il 17 giugno in Pakistan tra Teheran e Washington non ha più alcuna rilevanza, in quanto gli Stati Uniti hanno violato l’accordo poche settimane dopo la sua firma. «La Repubblica Islamica dell’Iran non formula mai le proprie politiche sotto pressione, ultimatum o scadenze temporali. Tutte le decisioni vengono prese esclusivamente sulla base di valutazioni degli interessi nazionali e della sicurezza nazionale. Quello che era previsto nel memorandum era semplicemente una finestra temporale di 60 giorni per i colloqui su due temi – l’allentamento delle sanzioni e la questione nucleare – che avrebbe potuto essere prorogata qualora non fosse stato raggiunto un risultato», ha dichiarato. Nelle stesse ore il generale Yadollah Javani, alto comandante dei Guardiani della rivoluzione islamica, ha affermato che l’assetto difensivo dell’Iran è pronto a trasformarsi in un assetto offensivo, citando anche possibili «sorprese strategiche». Inoltre il comandante in capo dell’esercito iraniano, il generale Amir Hatami, ha promesso 30 mila dollari a chi uccida o catturi un militare americano.
Paramount Skydance ha dichiarato che la fusione in corso con Warner Bros Discovery ha ottenuto tutte le autorizzazioni normative richieste dall’accordo. Il processo di revisione, durato otto mesi, ha coinvolto 68 giurisdizioni tra cui Stati Uniti, Unione Europea e Cina, e le autorità di regolamentazione «non hanno mai riscontrato motivi per impedire che la transazione vada avanti», si legge in una nota. Tuttavia, Paramount deve ancora affrontare una causa antitrust intentata da un gruppo di 12 Stati guidati dal procuratore generale della California, «l’ultimo ostacolo al completamento di una fusione che creerà un concorrente più forte con una maggiore capacità di investire in contenuti di alta qualità», ha dichiarato l’amministratore delegato David Ellison.
La causa intentata in California
La causa intentata sostiene che la fusione da 110 miliardi di dollari tra le due realtà danneggerebbe la distribuzione cinematografica e televisiva e comporterebbe una riduzione dei posti di lavoro nel settore dei media e dell’intrattenimento. Il processo dovrebbe iniziare a marzo. «Pur rimanendo fiduciosi che la legge e i fatti siano dalla nostra parte, abbiamo offerto impegni e concessioni e restiamo aperti a collaborare in modo costruttivo con i procuratori generali dello Stato per trovare una via da seguire nell’interesse dei nostri dipendenti e della comunità creativa in California e in tutto il mondo, proprio come abbiamo fatto con gli enti regolatori di 68 paesi a livello globale», ha spiegato Ellison.
SpaceX ha completato l’acquisizione di Cursor, startup specializzata nella programmazione nel settore dell’intelligenza artificiale, per 60 miliardi di dollari. Secondo un documento depositato presso le autorità di regolamentazione, si legge su Bloomberg, l’accordo è entrato in vigore il 14 agosto, due mesi dopo che l’azienda fondata da Elon Musk ha annunciato formalmente di aver raggiunto l’intesa per rilevare la società. L’operazione, una delle più grandi nel settore tecnologico di sempre, dovrebbe supportare SpaceX nello sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale più avanzati in grado di semplificare diverse attività, tra cui la programmazione. L’assistente di intelligenza artificiale di Cursor, lanciato nel 2023, è stato progettato per aiutare i programmatori a scrivere ed eseguire il debug dei codici in modo più efficiente.
L’indagine è partita dal ricorso di un mancato candidato
Lo scrive La Stampa, spiegando che l’inchiesta è partita dopo il ricorso presentato dall’avvocato Renato Miele, che aveva tentato a sua volta di candidarsi senza però trovare alcun appoggio: da mesi quest’ultimo chiede di sapere se Malagò fosse in regola con il tesseramento. L’articolo 29 comma 1 dello Statuto della Figc, infatti, dice che bisogna essere iscritti per poter fare il presidente della Federcalcio.
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).
La Figc: «Malagò ritenuto candidabile dagli uffici»
Finora i tribunali federali hanno respinto la richiesta di Miele, giudicandola «inammissibile» perché non aveva legittimazione per contestare la candidatura. Dello stesso parere è stato il Collegio di Garanzia dello Sport. Tuttavia la Procura generale dello Sport ha scritto alla Procura federale della Figc invitandola «a iscrivere il fascicolo di un procedimento nel rispetto di quanto disposto ex art. 47, comma 1, del Codice della Giustizia Sportiva, al fine di poterne accertare la veridicità di quanto sostenuto dal ricorrente, acquisendo il tesseramento di cui trattasi con i relativi termini di decorrenza, ai fini delle conseguenti valutazioni». La Figc ha risposto che Malagò «è stato ritenuto candidabile dagli uffici», ma il modulo relativo all’attuale presidente non figurerebbe nell’anagrafe federale S400.
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).
Cosa può succedere in caso di “non tesseramento”
Adesso, spiega La Stampa, il procuratore della Figc Giuseppe Chiné dovrà aprire un fascicolo sulla questione. Se dovesse essere verificato il non tesseramento al momento delle elezioni, la candidatura di Malagò risulterebbe non valida e sfocerebbe in una decadenza, con rischio di annullamento delle elezioni o di commissariamento della Figc. Oltre alla posizione dell’attuale presidente della Federcalcio, sarebbe a rischio anche la nomina di Roberto Mancini come commissario tecnico della Nazionale, decisa proprio da Malagò.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato al Pentagono di ridurre la portata delle prossime esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, che si tengono ogni anno e in cui viene simulato un attacco da parte della Corea del Nord. L’ha annunciato egli stesso su Truth, giustificando la decisione con i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il tycoon ha sostenuto che le esercitazioni sono troppo costose e «mandano un segnale completamente inappropriato e ostile» alla Corea del Nord, definita un Paese «non minaccioso e rispettoso» degli Stati Uniti. Al contrario, ha accusato la Corea del Sud di non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. Le esercitazioni si tengono ogni anno e inizieranno martedì 18 agosto 2026. Troppo tardi per cancellarle del tutto, motivo per cui Trump ha chiesto al dipartimento della Difesa di ridurne la portata. Non è chiaro in che modo avverranno, né se ci saranno effetti a lungo termine sul loro ruolo nell’alleanza fra Stati Uniti e Corea del Sud.
È morta a 36 anni l’attrice statunitense Hayden Panettiere, che aveva raggiunto la fama internazionale interpretando Claire Bennet nella serie Heroes. Nel memoir This Is Me: A Reckoning, pubblicato quest’anno, aveva raccontato le difficoltà vissute durante gli anni in cui era un’attrice bambina a Hollywood, così come della depressione post partum, della dipendenza dagli oppioidi e dall’alcol, di episodi di violenza domestica. Lascia una figlia, Kaya Evdokia, nata nel 2014 dalla relazione con l’ex pugile ucraino Volodymyr Klyčko.
La carriera di Hayden Panettiere
Nata a Palisades il 21 agosto 1989, Panettiere aveva cominciato a lavorare nel mondo dello spettacolo a soli 11 mesi, comparendo in uno spot pubblicitario per un trenino giocattolo. A quattro anni aveva ottenuto il ruolo di Sarah Roberts nella soap opera della ABC Una vita da vivere, interpretato dal 1994 al 1997. A nove anni era arrivato il primo ruolo al cinema con una piccola parte nel film L’oggetto del mio desiderio. La notorietà internazionale era arrivata nel 2006 con Heroes, in cui interpretava una cheerleader dotata del potere della rigenerazione cellulare. Nel 2011 aveva vestito i panni di Amanda Knox nell’omonimo film per la tv. Nello stesso periodo era tornata al cinema nel quarto capitolo della saga Scream nel ruolo di Kirby Reed, personaggio poi ripreso nel sesto. Dal 2012 al 2018 era stata tra i protagonisti di Nashville, serie ambientata nel mondo della musica country. Negli ultimi anni aveva notevolmente ridotto la presenza in film e serie televisive.
A causa dell’attività eruttiva dell’Etna e della contestuale emissione di cenere vulcanica in atmosfera, sono state disposte nuove limitazioni all’aeroporto di Catania. In particolare, sono stati chiusi gli spazi corrispondenti ai settori B1 e B2, con le attività di volo in arrivo ridotte a cinque aerei ogni ora, fino alle 14 di lunedì 17 agosto. Nessuna restrizione è invece prevista per i voli in partenza. La Sac, società di gestione dello scalo catanese, ha invitato i passeggeri a verificare lo stato del proprio volo direttamente con le compagnie aeree prima di recarsi in aeroporto.
Negli Usa c’è qualcosa che sta agitando le piazze di tutto il Paese: i data center. Le mega strutture necessarie ad alimentare il boom dell’intelligenza artificiale sono al centro di grandi contestazioni, tanto da parte del mondo del lavoro quanto dei singoli comitati civici che si oppongono a specifiche costruzioni (in Italia il più grande verrà costruito a Colleferro, in provincia di Roma). Il movimento è più esteso e trasversale di quanto si pensi, perché tocca sia comunità democratiche sia repubblicane. Ma in cosa consiste?
In tre mesi 75 progetti sono stati bloccati
Il 2026 è stato l’anno cruciale del movimento anti-data center, con quattro momenti cardine. La prima fase è stata quella di gennaio e febbraio. Secondo un rapporto dell’osservatorio indipendente Data center watch, «nelle prime sei settimane del 2026 sono stati presentati oltre 300 progetti di legge statali sui data center, con proposte di moratoria a livello statale introdotte in 14 Stati da entrambi gli schieramenti politici. Solo tra gennaio e marzo almeno 75 progetti sono stati bloccati, con un congelamento delle spese dal valore di 130 miliardi di dollari».
Nello stesso periodo si sono formati i primi gruppi di attivisti sui social. Poi, in primavera, il movimento si è rafforzato ed è apparso un sondaggio nazionale di Gallup, che ha certificato come il 70 per cento degli americani sia contrario alla costruzione di queste strutture nella propria area residenziale.
A Memphis proteste contro l’impianto di Musk
A maggio, terza fase, le proteste sono entrate nel momento più concitato, con le prime manifestazioni e addirittura i primi arresti, come avvenuto a Memphis, in Tennessee, dove un picchetto ha cercato di fermare i lavori intorno al mega-impianto “Colossus”, realizzato da xAI di Elon Musk. In generale, nel Paese si sono registrati diversi arresti legati a forme più o meno organizzate di contestazione dei nuovi impianti. A metà luglio l’organizzazione Humans First ha organizzato 142 manifestazioni in 42 Stati e, in almeno 12 eventi, le forze dell’ordine sono intervenute in via preventiva.
Elon Musk (Ansa).
La proposta di una “carta dei diritti” dei residenti
La quarta fase ha coinciso con l’inizio dell’estate: da un lato con l’impennata delle manifestazioni, dall’altro con provvedimenti legislativi più strutturati, come una sospensione ufficiale di un anno per i nuovi data center nello Stato di New York e varie proposte al Congresso, tra cui una legge contro la costruzione su terreni federali o una sorta di “carta dei diritti” dei residenti per vietare costruzioni a meno di 800 metri dalle case.
Data center (foto Unsplash).
In questo momento nel Paese ci sono dei cosiddetti hot spot della resistenza anti-data center. È il caso della già citata Memphis, diventata una specie di centro per l’AI e le criptovalute, in una sorta di esperimento tech, ma anche delle zone rurali e suburbane della Georgia, delle aree tra il Missouri e il Texas e di parti del Midwest, con il Michigan al centro della contesa, in particolare nelle cittadine di Saline, Augusta e Washington Township. Secondo il progetto collaborativo Data center opposition report, oggi oltre mezzo milione di americani è iscritto a uno dei 430 gruppi che popolano Facebook e ogni giorno nel Paese nascono almeno due nuove formazioni. Proprio mentre Meta sta investendo in AI e data center.
In questa battaglia è coinvolta anche l’attivista Erin Brockovich, resa celebre dal film in cui veniva interpretata da Julia Roberts, che ha lanciato un piano di tracciamento open-source per individuare le comunità prese di mira dalla costruzione degli impianti. Il progetto oggi raccoglie informazioni su quasi 9 mila strutture, costruite o in fase di realizzazione, con segnalazioni in tutti i 50 Stati americani.
Per cosa si protesta? Mancanza di trasparenza e impatto ambientale
Ma quali sono le ragioni dietro questa guerra? Diciamo che potrebbero essere definite glocali, perché intrecciano fenomeni globali e territoriali. Da un lato c’è una componente storica dell’Occidente: le proteste Nimby (acronimo di Not in my back yard, «non nel mio cortile»), che indicano la volontà delle persone di non avere grandi opere proprio sotto casa, o comunque nei paraggi. Ma in questo caso si va molto più in là. C’è una contestazione per la mancanza di trasparenza su quello che succede in questi enormi impianti, ma soprattutto per il loro impatto ambientale e i costi per le comunità coinvolte.
Un data center visto dall’alto (foto Unsplash).
I data center occupano superfici enormi e producono rumori e frequenze che in molti casi sono stati associati a cefalee croniche e nausea. Altri hanno impatti inquinanti e spesso vanno a colpire comunità già svantaggiate. L’impianto di Musk a Memphis, per esempio, usa turbine a gas non autorizzate che inquinano soprattutto la vicina area residenziale a maggioranza afroamericana. Ma i data center hanno un impatto devastante anche sui costi dell’energia e sulle bollette, con consumi di elettricità e acqua che spingono le utility ad alzare i costi di fornitura per tutte le aree interessate.
Joe Allen e Steve Bannon, mondo Maga in fermento
Ci sono pure questioni di secondo livello legate alla lotta contro l’AI per il suo impatto sul mondo del lavoro. Ma è interessante notare che una parte di queste battaglie venga animata in ambienti Maga, i trumpiani più invasati, quelli del Make America great again. In particolare Wired ha avuto una lunga conversazione con Joe Allen, commentatore anti-tech ospitato a War Room, podcast dell’ex stratega di Trump Steve Bannon.
In una puntata i data center vengono descritti proprio come «laboratori di armi» che sono «rivolti contro la popolazione». Per l’influencer politica Hannah Cox il fatto che intorno ai data center si muova una macchina di sorveglianza è un dato di fatto: ormai molte bolle social hanno fatto propria questa sensazione, indipendentemente dall’orientamento politico.
L’influenza del complottismo di estrema destra
Il tech-man di Bannon, Allen, si è spinto a dire che i data center sono un’infrastruttura hardware per qualcosa che va oltre, ossia una sostituzione dell’umanità in un delirio di onnipotenza dei tecno-ottimisti dell’AI. Qui è evidente l’influenza del complottismo di estrema destra, che si è fatto sempre più sofisticato e stratificato. Il punto però è che, un po’ per i deliri dei tech bros come Sam Altman, Elon Musk e Peter Thiel, un po’ per la genuina paura di un impatto devastante dell’AI, sempre più americani vogliono limiti stringenti all’intelligenza artificiale. E su questo punto si saldano populismi di destra e ambientalismi di sinistra.
Il ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).
Man mano che il movimento si allarga, crescono anche nuove psicosi. Aziende e gruppi pro-AI da settimane lanciano allarmi su come la Cina, attraverso reti di bot, stia inondando i social di messaggi anti-data center. Una sorta di psyop, di guerra psicologica, che Pechino condurrebbe contro gli Stati Uniti per soffiare sul fuoco della protesta e vincere la gara dell’intelligenza artificiale. Il numero di questi post non è quantificabile, ma profili provenienti da Asia, Africa ed Europa pubblicano con costanza messaggi contro le operazioni immobiliari delle aziende AI.
I data center sono mega strutture che servono a sostenere il boom dell’IA (foto Unsplash).
In tutto questo l’amministrazione Trump cosa fa? Procede spedita. Per il presidente l’AI è un’occasione da non perdere. E infatti non sono mancati momenti di frizione tra i repubblicani del Congresso e i conservatori nei singoli Stati, che spingono per regolamentare il settore. Per la Casa Bianca, al contrario, AI e data center sono questioni di sicurezza nazionale, i blocchi locali vanno superati con il voto di Washington e ogni obiezione viene bollata come anti-americana.
Per la famiglia Trump è anche una questione di affari
I più maliziosi, però, hanno fatto notare che per la famiglia Trump l’accelerazione su AI e impianti è, tanto per cambiare, una questione di affari. Nel portafoglio degli investimenti di Donald e figli ci sono sia aziende che investono nel digitale sia società di costruzioni che stanno materialmente realizzando i data center. Intanto, però, i cittadini sono sempre più arrabbiati e il consenso dei repubblicani scende. Un dato pericoloso per il partito dell’elefantino in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
Elly Schlein ha smentito la veridicità di un filmato, cominciato a circolare sui social, in cui si vede la segretaria del Partito democratico a colloquio (e anche piuttosto divertita) con Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale. «Non è mai accaduto. Non ci siamo nemmeno mai incontrati. E quella cena non è mai esistita. Ora, non mi interessa tanto la smentita in sé di un fatto poco credibile già di suo», ha dichiarato Schlein, mettendo poi in guardia sui pericoli legati all’intelligenza artificiale: «Mi interessa riflettere insieme su dove sta portando le democrazie questo tipo di abuso dell’IA. Su cosa può fare ai diritti di tutte e tutti i cittadini. E voglio rilanciare l’appello che ho rivolto a tutte le forze politiche, già raccolto dalla presidente Giorgia Meloni, a un uso responsabile ed etico dell’intelligenza artificiale». Questa vicenda, ha osservato la segretaria dem, «dà l’idea degli enormi rischi di inquinamento della campagna elettorale attraverso deepfake sempre più raffinati». Tutte le forze politiche, ha chiosato, «dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari politici fatti o parole che non sono reali».
magari nn c'è niente di male (quel video in cui augurava la morte a lei e conte era goliardico, giusto?) ma immaginate gli articolo di polito, iacoboni, vitale mieli, e chi più ne ha più ne metta,se ci fosse stato #conte e nn #shlein a chiacchierare amabilmente con vannacci? > pic.twitter.com/rndQgskvG3