Davos, le minacce di Trump e la vera partita dell’Europa
Il forum di Davos, che ha aperto i battenti lunedì 19 gennaio e li chiuderà il 23, ha come tema ufficiale A Spirit of Dialogue. Il problema è che il dialogo quest’anno entra in sala con un’arma puntata sul tavolo: la coercizione economica. Donald Trump ha minacciato di applicare dazi del 10 per cento ai Paesi che intendono difendere la Groenlandia dalle mire americane (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia). Il presidente Usa, ancora una volta, tratta una questione di sovranità territoriale alla stregua di un’operazione di mercato.

Il bazooka europeo contro le pressioni economiche
A preoccupare, oltre alla sovranità groenlandese e alle ripercussioni che avrebbe una possibile annessione sulla tenuta della Nato, è il precedente che verrebbe a crearsi. Se passa l’idea che un alleato possa usare il commercio come clava per ottenere concessioni territoriali o politiche, allora il problema non è l’Artico: è il metodo. È la normalizzazione del ricatto. In teoria l’Europa avrebbe già da tempo dovuto vaccinarsi contro questa logica. In pratica lo sta facendo adesso, perché dal 2023 esiste uno strumento fatto apposta per rompere il meccanismo del ricatto: l’Anti-Coercion Instrument (ACI), il cosiddetto bazooka. È un regolamento UE (Reg. 2023/2675) entrato in vigore il 27 dicembre 2023, pensato per proteggere l’Unione e gli Stati membri da pressioni economiche che mirano a forzare scelte sovrane, attraverso minacce o misure su commercio e investimenti. Che oggi a Bruxelles se ne parli come possibile risposta alla mossa di Trump è una forma elementare di autodifesa. Altro che escalation.

La narrazione trumpiana sulla debolezza dell’Europa
Il bisogno di sicurezza con cui Trump giustifica le mire sull’isola artica è solo un alibi. Gli Stati Uniti in Groenlandia ci sono da decenni, con una presenza militare permanente e una base – la Pituffik Space Base – che è un nodo strategico per missile warning, missile defense e sorveglianza spaziale. E soprattutto tra Stati Uniti e Danimarca nel 1951 è stato siglato un accordo di Difesa che consente la costruzione di infrastrutture militari in Groenlandia per la difesa dell’area Nato. A cui vanno aggiunte le intese successive, come l’accordo del 2004 che integra e aggiorna il quadro. Per questo la Groenlandia, così come viene agitata oggi, è un simbolo di potere, di prestigio, di ownership.

E Davos diventa il palcoscenico perfetto: molto rumore, tanta teatralità, una parola-chiave per spostare l’attenzione. Il rumore serve anche a comprimere tutto il resto dell’agenda dentro una narrazione unica: l’America è forte, l’Europa è debole. Mentre si parla di Groenlandia, si possono così lasciare ai margini dossier più scomodi o più divisivi: il rapporto con l’Ucraina, la crisi mediorientale, la gestione del Venezuela, e – soprattutto – le contraddizioni interne americane che la narrazione trumpiana cerca di coprire. Qui entra in gioco la seconda partita, quella culturale, che in Italia trova sempre un pubblico pronto: la tesi secondo cui l’Europa tende a mitizzare la propria superiorità, mentre l’America sarebbe la prova che contano solo crescita e durezza. È un frame comodo, perché maschera da realismo una mera ideologia: la riduzione del benessere a Pil e della politica a rapporto di forza. C’è poi un punto che riguarda noi direttamente, e che rende grottesca l’amata retorica dell’Europa debole. Gli Stati Uniti hanno da decenni una rete di basi e installazioni nel Vecchio Continente, Italia compresa. Eppure nessuno sano di mente sosterrebbe che quelle basi (sette sul nostro territorio nazionale) implicano la “proprietà” del territorio. Il Congressional Research Service, ad esempio, descrive il ruolo di siti come Sigonella e l’homeporting della Sesta Flotta nell’area di Gaeta/Napoli, insieme al quadro più ampio della presenza Usa in Italia e in Europa. È un esempio utile perché traccia la linea rossa: cooperare non significa essere disponibili al ricatto. Oggi tocca alla Groenlandia, domani potrebbe toccare a noi. Ogni Paese europeo rischia di diventare negoziabile come una voce di bilancio.

Quanto vale davvero la sovranità europea?
Ecco perché Davos, per l’Europa, non può essere foto di rito e diplomazia “morbida” che spera di evitare lo scontro cedendo un pezzo alla volta. Davos dovrebbe essere il luogo in cui l’Ue dice una cosa semplice: la Groenlandia è un dossier che si gestisce entro i confini della Nato e del diritto internazionale. E se la minaccia tariffaria viene usata per forzare una scelta sovrana, allora l’Ue invece di fare la parte dell’offesa deve usare gli strumenti che ha a disposizione, a partire dall’ACI, nato proprio per impedire che la coercizione diventi prassi. Ma Davos dovrebbe essere anche l’occasione per ribaltare la narrazione dell’Europa irrilevante. L’Unione è una potenza di mercato e regolatoria, e deve comportarsi come tale. Accesso al mercato unico, servizi, appalti, supply chain sono le leve che contano davvero, soprattutto quando l’altra parte pensa di poter trasformare la politica in un’asta con tariffario. E mentre difende la sovranità, l’Europa deve difendere anche ciò che la rende forte: un modello sociale che riduce la caduta, trasforma ricchezza in protezione, rende la società meno fragile e quindi meno manipolabile. Dentro questo quadro, l’Italia ha una responsabilità doppia. Da un lato perché è una frontiera strategica (Mediterraneo, sicurezza, energia, migrazioni), dall’altro perché è il Paese che più rischia quando scambia la postura sovranista per sovranità reale. L’Italia se si isola diventa un bersaglio. Se resta all’interno dell’Europa è una gamba di un blocco che può negoziare da pari. La vera domanda che Davos pone non è come evitare l’ennesima crisi con Trump. È: quanto vale la sovranità europea, se basta una minaccia di dazi per metterla all’asta? Se questa chiarezza manca, Davos smette di essere un forum e diventa un banco di prova della resa. La scenografia perfetta in cui il rumore copre la sostanza e la sovranità europea viene trattata come una variabile di prezzo. E a quel punto non stiamo più discutendo di Groenlandia: stiamo accettando che Davos diventi una borsa valori del diritto internazionale.



















