Iran, la Spagna chiude lo spazio aereo ai velivoli che partecipano alla guerra

La Spagna ha deciso di chiudere il suo spazio aereo ai voli dei mezzi che partecipano alla guerra in Iran. Lo riporta El País, spiegando che il divieto riguarda non solo i velivoli direttamente impegnati nei bombardamenti, ma anche quelli di supporto, come aerei cisterna per il rifornimento in volo. Il provvedimento coinvolge non solo i decolli dal territorio nazionale, ma anche il sorvolo di aerei militari provenienti da basi nel Regno Unito o in Francia.

Convocata a Madrid l’incaricata di affari in Israele

La Spagna ha inoltre convocato a Madrid l’incaricato di affari di Israele (il più alto grado della rappresentanza diplomatica attualmente presente nel Paese, dopo il ritiro dell’ambasciatore) per protestare contro il divieto di accesso al Santo Sepolcro al cardinale Pierbattista Pizzaballa. «Questa mattina abbiamo convocato l’incaricato di affari di Israele al ministero degli Esteri per trasmettergli la nostra protesta e chiarire che non può accadere di nuovo», ha annunciato il ministro degli Esteri José Manuel Albares.

Ucciso un casco blu indonesiano nel sud del Libano

Nella notte un casco blu della missione Unifil nel sud del Libano è stato colpito e ucciso da un proiettile all’interno di una postazione della Forza Onu nei pressi di Adchit Al Qusayr, dove sono in corso scontri tra Hezbollah e l’esercito di Israele. Il soldato morto era indonesiano. Un secondo casco blu è rimasto gravemente ferito. Nella zona sono impegnati anche i militari della Brigata Sassari, nessuno dei quali è stato coinvolto nell’attacco.

Avviata un’indagine per chiarire le circostanze dell’accaduto

«Siamo profondamente addolorati per questa perdita. La sicurezza dei caschi blu delle Nazioni Unite deve essere sempre rispettata in conformità al diritto internazionale. Qualsiasi attacco contro i peacekeeper è inaccettabile e compromette gli sforzi collettivi per la pace e la stabilità», ha dichiarato il ministero degli Esteri dell’Indonesia. L’Agenzia nazionale del Libano sostiene che il quartier generale dei caschi blu indonesiani nel Paese sia stato bersagliato dal fuoco d’artiglieria dell’IDF. Unifil ha precisato di non conoscere per il momento l’origine del proiettile e di avere avviato un’indagine per chiarire tutte le circostanze dell’accaduto.

Trump: «A breve possibile accordo con Iran»

Donald Trump ha detto di intravedere un possibile accordo con l’Iran, sostenendo che la guerra avviata da Stati Uniti e Israele abbia prodotto di fatto un «cambio di regime» a Teheran. Lo riferisce l’agenzia di stampa France Presse.Il presidente statunitense ha dichiarato ai giornalisti che, dopo l’eliminazione dei principali vertici della Repubblica islamica, a partire dalla guida suprema Ali Khamenei, uccisa nel primo giorno del conflitto, gli interlocutori iraniani sarebbero ora «persone diverse da quelle con cui chiunque abbia avuto a che fare in precedenza», definite da Trump «molto più ragionevoli» dei predecessori. Per questo, ha aggiunto, vede la possibilità di un’intesa «forse presto».Trump ha inoltre affermato che l’Iran sarebbe sul punto di autorizzare nei prossimi giorni il passaggio di 20 petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, snodo strategico da cui transita normalmente circa un quinto degli idrocarburi mondiali e il cui blocco ha alimentato l’impennata dei prezzi energetici

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco

La crisi energetica che sta sconquassando i mercati mondiali, con grandi interrogativi sull’approvvigionamento e i costi futuri, soprattutto per Europa e Asia, è la seconda nel giro di pochi anni: se nel 2022 l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte di Mosca aveva dato il via al disaccoppiamento tra i Paesi dell’Ue e la Russia, il conflitto in Medio Oriente sta nuovamente rimescolando le carte ovunque, evidenziando la vulnerabilità delle vie per le forniture dagli Stati del Golfo. In questo contesto, da un lato Mosca è riemersa come produttrice ed esportatrice di gas e petrolio, pronta a supplire ai deficit in Cina e in India, dall’altro è cresciuta l’importanza strategica dei Paesi dell’Asia centrale, come Turkmenistan e Kazakistan, che già da tempo hanno avviato una politica energetica multivettoriale, con un occhio all’Europa e uno all’Asia. I due Stan più ricchi di idrocarburi, insieme all’Uzbekistan, sono ormai al centro del Grande Gioco, non solo energetico, cominciato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Una raffineria in Germania (Ansa).

Il Kazakistan e le relazioni con la Russia

Da oltre tre decenni, le autocrazie centroasiatiche hanno sviluppato stabili rapporti a Est e a Ovest, mantenendo comunque buone relazioni con la Russia, e il loro ruolo per i rifornimenti energetici su tutte le direttrici è progressivamente aumentato. Il Kazakistan, insieme con i più poveri Kirghizistan e Tagikistan, è tra le ex repubbliche sovietiche più vicine a Mosca, a cui è legata attraverso la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), l’Unione Economica Eurasiatica (Uee) e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), dove è presente anche la Cina. Con circa 30 miliardi di barili è al 12esimo posto per le riserve di petrolio a livello mondiale.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Da sinistra, il bielorusso Lukashenko, il kazako Tokaev, il kirghizo Sadyr Japarov, Vladimir Putin, il tagiko Rahmon e il segretario generale del CSTO Imangali Tasmagambetov (Ansa).

Buona parte dell’export turkmeno è indirizzato a Pechino

Il Turkmenistan, più isolato, rigido e orientato a una politica estera di neutralità permanente, detiene invece circa 19.500 miliardi di metri cubi di riserve accertate di gas naturale, principalmente nel giacimento di Galkinish, ed è tra i primi Paesi produttori al mondo dopo Russia, Iran e Qatar. Attualmente la maggior parte dell’export turkmeno è destinata a Pechino, mentre quantità minori finiscono agli Emirati Arabi Uniti, all’Oman e alla Turchia.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov e Xi Jinping a Pechino, settembre 2025 (Ansa).

La regione ex sovietica dell’Asia centrale è entrata nella sfera di interesse dell’Unione europea e dell’Occidente proprio perché ricca di risorse e lo scorso anno si è tenuto il primo vertice tra Asia centrale e Ue a Samarcanda, in Uzbekistan, che ha segnato l’avvio di un partenariato strategico. Bruxelles ha promesso investimenti per 12 miliardi di euro per accelerare la cooperazione in vari settori, dall’energia alle infrastrutture.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov (Ansa).

Il ruolo centrale degli Stan nel Corridoio medio

Gli Stan sono fondamentali anche per il cosiddetto Corridoio medio, la rotta di trasporto internazionale transcaspica che collega la Cina e l’Europa aggirando la Russia. Rilevanti per l’Ue, in particolare per le questioni di gas e petrolio, sono tra il Caspio e il Mediterraneo altre due ex repubbliche sovietiche, la Georgia e l’Azerbaigian, dove già passano pipeline come la Btc (Baku-Tbilisi-Cheyan), e anche la Turchia. Negli ultimi anni si è assistito a un’intensificazione della cooperazione fra Azerbaigian e i Paesi dell’Asia centrale su progetti energetici, con il rafforzamento della regione come snodo di transito tra Asia ed Europa.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il terminal turco della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Ansa).

L’Asia centrale torna al centro del Great Game

La guerra nel Golfo ha insomma ha rilanciato il Great Game di kiplinghiana memoria in versione Terzo millennio, con Russia, Cina ed Europa a contendersi l’influenza e le risorse di un’area che è, relativamente, periferica rispetto agli accadimenti sulla scacchiera mondiale, ma che racchiude il potenziale per nuovi conflitti, militari ed economici. Gli stessi Stan sono regimi autocratici destinati a trasformarsi, seguendo esempi anche non propriamente pacifici, come già accaduto nei decenni passati tra rivoluzioni e guerre civili: i cambiamenti degli equilibri interni potranno riflettersi quindi anche su quelli internazionali, condizionandoli a favore e sfavore degli attori esterni. Resta quindi da capire chi sul lungo periodo avrà la meglio: al momento sono Cina e Russia a stare davanti all’Europa, poi si vedrà.

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede

La Costa Rica si unisce a un numero crescente di Paesi in Africa e nelle Americhe che hanno firmato accordi controversi (e spesso segreti) con gli Stati Uniti di Donald Trump sul tema migranti. Il governo di San José ha infatti reso noto di aver accettato di ricevere ogni settimana 25 persone espulse dagli Usa.

Cosa prevede l’intesa siglata da Washington e San Josè

In base all’accordo, la Costa Rica potrà accettare o rifiutare i trasferimenti proposti. Una volta arrivati nel Paese, i migranti espulsi dagli Stati Uniti riceveranno un permesso di soggiorno temporaneo: il loro status sarà poi stabilito secondo le leggi che regolano l’immigrazione. San José ha assicurato che eviterà di rimpatriare i migranti che rischiano di essere perseguitati nei Paesi d’origine. Per quanto riguarda i costi, Washington si farà carico delle spese di trasferimento, mentre vitto e alloggio in Costa Rica saranno coperti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ovvero l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata a promuovere la giustizia sociale e i diritti lavorativi internazionalmente riconosciuti.

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede
Rodrigo Chaves Robles, presidente della Costa Rica (Ansa).

I Paesi che hanno già stretto accordi simili con gli Usa

Come detto, la Costa Rica si aggiunge a una serie di Stati che hanno firmato accordi simili con gli Usa, nel tentativo di rafforzare i rapporti diplomatici con l’Amministrazione Trump, a seguito di forti pressioni della Casa Bianca. Tra essi il Sud Sudan, l’Honduras, il Ruanda, la Guyana e diversi Stati insulari caraibici, come la Dominica e Saint Kitts e Nevis.

La Russia ha designato come agente straniero il co-regista di ‘Mr Nobody Against Putin’

Il ministero della Giustizia di Mosca ha designato come agente straniero il russo Pavel Talankin, co-regista assieme all’americano David Borenstein del documentario Mr Nobody Against Putin, di recente vincitore del premio Oscar. La pellicola racconta di come lo Stato russo indottrini gli scolari in tempo di guerra, tra assemblee, riunioni, serate di gala e lezioni. La pellicola è basata su filmati girati da Talankin in una scuola elementare della città uralica di Karabash (dalla quale proviene) dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel 2024 Talankin, che insegnava proprio in quell’istituto, ha lasciato la Russia, portando con sé il materiale video. Da allora vive in Repubblica Ceca. Il 26 marzo un tribunale russo ha vietato la distribuzione del film in tutto il Paese.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano

Secondo cinque fonti vicine all’intelligence americana, citate da Reuters gli Stati Uniti possono affermare con certezza di aver distrutto solo circa un terzo del vasto arsenale missilistico iraniano, in un mese di attacchi contro la Repubblica Islamica. Lo stato di circa un altro terzo dei missili è meno chiaro, ma è probabile che i bombardamenti statunitensi e israeliani abbiano danneggiato, distrutto o seppellito in tunnel e bunker sotterranei altrettanti missili.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Donald Trump (Ansa).

L’Iran ha ancora una scorta significativa di missili e droni

Una delle fonti ha affermato che le informazioni di intelligence sono simili anche per quanto riguarda i droni. Tale stima dimostra che, nonostante i proclami di Donald Trump, l’Iran possiede ancora una scorta significativa di missili e droni da utilizzare subito. E che potrebbe essere in grado di recuperarne altrettanti, una volta cessati i combattimenti.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Il Pentagono (Imagoeconomica).

Gli attacchi Usa avrebbero colpito 10 mila obiettivi militari

L’Amministrazione Trump ha dichiarato di voler indebolire l’esercito iraniano affondando le navi della Marina, distruggendo le sue capacità missilistiche e di droni e assicurandosi che la Repubblica Islamica non possieda mai un’arma nucleare. Gli attacchi statunitensi, secondo il Comando Centrale, hanno colpito oltre 10 mila obiettivi militari iraniani e hanno affondato il 92 per cento delle grandi navi militari di Teheran. Tuttavia, il Pentagono si è rifiutato di specificare con precisione quanta parte delle capacità missilistiche o di droni dell’Iran sia stata effettivamente distrutta.

L’Iran minaccia di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo dove alloggiano soldati Usa

L’Iran ha minacciato di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo che stanno ospitando personale militare degli Stati Uniti. Lo ha detto Abolfazl Shekarchi, portavoce delle forze armate di Teheran, parlando sulla tv statale: «Quando gli americani vanno in un albergo, allora dal nostro punto di vista quell’albergo diventa americano». Molti soldati americani sono stati trasferiti in hotel e altre strutture edifici dei Paesi del Golfo, dopo che le basi militari in cui erano di stanza sono state attaccate dalla Repubblica Islamica. Secondo i media, il Pentagono si prepara a inviare in zona altri 10 mila soldati, cosa che garantirebbe a Donald Trump ulteriore flessibilità nei negoziati con l’Iran. Secondo Axios, una decisione definitiva sarà presa la prossima settimana. Intanto il presidente Usa ha posticipato ancora i paventati raid contro il settore energetico iraniano.

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Gaza, cosa prevede il piano che il Board of Peace di Trump ha presentato ad Hamas

Secondo il piano che sarebbe stato presentato ad Hamas la scorsa settimana dal Board of Peace di Donald Trump, l’organizzazione islamista dovrà consentire la distruzione della sua vasta rete di tunnel nella Striscia di Gaza. E non opporsi al disarmo. Lo riporta Reuters, che ha visionato il documento e parlato con due funzionari palestinesi.

Gaza, cosa prevede il piano che il Board of Peace di Trump ha presentato ad Hamas
Donald Trump (Imagoeconomica).

La timeline di otto mesi illustrata nel documento

Il documento presentato a Hamas è sostanzialmente diviso in due parti: un testo in 12 punti intitolato “Passaggi per completare l’attuazione del piano di pace globale di Trump per Gaza” e l’indicazione di una timeline di otto mesi, che dovrebbe iniziare con l’assunzione del controllo della sicurezza nella Striscia da parte di un comitato di tecnocrati palestinesi sostenuto dagli Stati Uniti, e concludersi con il ritiro completo delle forze israeliane una volta «verificata l’assenza di armi a Gaza».

Il disarmo di Hamas è un punto cruciale del piano di Trump

Il disarmo di Hamas è un punto critico nei negoziati per attuare il piano di Trump per Gaza e consolidare il cessate il fuoco iniziato a ottobre 2025, che ha posto (più o meno) fine a due anni di operazioni militari da parte dell’IDF. Hamas è però reticente a deporre le armi, che si ritiene siano state in gran parte trasportate e immagazzinate nei tunnel sotto Gaza. Il documento sottolinea che tutte le fazioni armate della Striscia, compresa la Jihad islamica, dovranno partecipare al processo di disarmo, che sarà supervisionato dai tecnocrati palestinesi del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza.

Anthropic, giudice federale blocca le restrizioni imposte da Trump

Un tribunale federale della California ha bloccato temporaneamente le restrizioni imposte da Trump alla società di intelligenza artificiale Anthropic, nota per il chatbot Claude. Dopo aver ottenuto contratti da centinaia di migliaia di dollari con il dipartimento della Difesa statunitense, nelle ultime settimane è stata protagonista di un acceso scontro con il governo americano, dal momento che il segretario alla Difesa Pete Hegseth voleva la massima libertà nell’impiego delle sue tecnologie, minacciando di revocare i contratti, mentre Antrhopic era contraria a certi utilizzi, per esempio per la sorveglianza di massa o in guerra. Come conseguenza, Trump aveva ordinato a tutte le agenzie governative federali di smettere di usare i suoi prodotti e l’aveva esclusa dalle forniture per il dipartimento della Difesa, indicandola come rischio per la catena di approvvigionamento. La società aveva dunque presentato ricorso e la giudice Rita Lin l’ha accolto.

Congelate le decisioni dell’amministrazione Usa

In particolare, Lin si è espressa contro il provvedimento con cui l’amministrazione Usa aveva indicato Anthropic come «supply-chain risk», ovvero come un fornitore del governo che, con le sue attività, comporta possibili rischi per la sicurezza nazionale. Per la giudice, gli organi governativi non possano usare il potere dello Stato «per punire o reprimere pareri sgraditi». Con la sua decisione ha quindi sospeso la designazione di «rischio per la catena di approvvigionamento» e anche il provvedimento che vietava alle agenzie federali di usare le tecnologie dell’azienda. La decisione comunque non è definitiva e il caso può andare avanti.

La guerra in Ucraina sta svuotando le casse di Mosca: Putin chiede soldi agli oligarchi

Durante un incontro a porte chiuse con alcuni oligarchi russi, Vladimir Putin ha proposto loro di contribuire al sempre più esiguo bilancio della Difesa per poter proseguire l’invasione dell’Ucraina. Lo riporta The Bell, citando fonti informate. Nel corso dell’incontro, andato in scena al Cremlino, Putin ha assicurato che Mosca intende continuare il conflitto fino a quanto l’esercito russo non prenderà il controllo delle aree della regione orientale ucraina del Donbass non ancora occupate.

La guerra in Ucraina sta svuotando le casse di Mosca: Putin chiede soldi agli oligarchi
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

Kerimov ha promesso di contribuire con un miliardo di euro

Alcuni oligarchi hanno risposto alla richiesta di Putin direttamente durante l’incontro. Secondo una fonte di The Bell Suleiman Kerimov, uno degli uomini d’affari (e politici) più ricchi della Federazione Russa, ha promesso di contribuire con 100 miliardi di rubli (circa un miliardo di euro). Almeno un altro importante magnate presente all’incontro ha appoggiato l’idea, pur non rivelando l’ammontare del suo contributo. L’idea di «dare una scossa al mondo degli affari in questo momento difficile per il Paese» sarebbe partita da Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, che l’avrebbe illustrata in una lettera a Putin il giorno precedente. La missiva proponeva l’emissione di obbligazioni militari come meccanismo per raccogliere fondi.

Trump prolunga fino al 6 aprile lo stop agli attacchi all’Iran

Il presidente americano Donald Trump ha esteso di 10 giorni la sospensione degli attacchi contro il settore energetico iraniano, fino alle 20.00 del 6 aprile 2026, ora di Washington. «Su richiesta del governo iraniano, la presente dichiarazione serve a comunicare che sospendo il periodo di distruzione degli impianti energetici per 10 giorni, fino a lunedì 6 aprile 2026, alle ore 20.00 (ora della Costa Orientale). I colloqui sono in corso e, nonostante le erronee dichiarazioni contrarie diffuse dai media delle Fake News e da altri soggetti, stanno procedendo molto bene», ha scritto il tycoon in un post su Truth.

Zelensky in Arabia Saudita: il motivo della visita a sorpresa

Visita a sorpresa di Volodymyr Zelensky a Riad. «Arrivati in Arabia Saudita. In programma importanti incontri. Apprezziamo il supporto e sosteniamo coloro che sono disposti a collaborare con noi per la sicurezza», ha scritto il presidente ucraino sui social.

Il motivo del viaggio di Zelensky in Arabia Saudita

Nei giorni scorsi, Zelensky ha annunciato l’invio da parte dell’Ucraina di specialisti militari in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, per condividere l’esperienza maturata in quattro anni di guerra con la Russia e aiutare le forze armate locali a intercettare i droni iraniani Shaed. Secondo Zelensky, Mosca avrebbe iniziato a fornire velivoli a pilotaggio remoto a Teheran e ne starebbe potenziando le difese aeree. Proprio oggi, giovedì 26 marzo, Zelensky ha confermato l’invio di 200 specialisti anti-drone in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Kuwait.

Zelensky era stato in Arabia Saudita anche a marzo 2025

Zelensky era stato in Arabia Saudita anche un anno fa, in quell’occasione non a Riad ma a Gedda, in occasione dei colloqui tra funzionari ucraini e statunitensi su un’eventuale tregua nella guerra con la Russia. Il capo della Bankova non aveva preso parte ai colloqui, ma aveva incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

L’idea del Pentagono: dirottare in Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina

Il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti sta valutando la possibilità di dirottare verso il Medio Oriente armamenti destinati all’Ucraina. Lo scrive il Washington Post, citando tre fonti vicine al Pentagono secondo cui la guerra in Iran sta riducendo le scorte di munizioni più cruciali delle forze armate americane.

Quali armi potrebbero finire in Medio Oriente

Tra le munizioni più richieste nel conflitto in Medio Oriente ci sono gli intercettori ad alta tecnologia per la difesa aerea, compresi i sistemi Patriot e Thaad, ordinati da Kyiv tramite un programma Nato avviato nel 2025, in base al quale sono i Paesi partner a pagare le armi Usa per l’esercito ucraino. Separatamente, il Pentagono ha notificato al Congresso l’intenzione di dirottare circa 750 milioni di dollari di fondi forniti dai Paesi Nato attraverso il programma Purl (Prioritized Ukraine requirements list) per ricostituire le scorte militari nazionali, anziché destinarli a Kyiv.

Gli Usa hanno già speso più di 30 miliardi di dollari

Anche se non è stata ancora presa una decisione definitiva, il solo fatto che gli Usa stiano valutando una mossa del genere non fa che mettere in luce i crescenti compromessi necessari per sostenere la guerra contro l’Iran, dove il Comando Centrale degli Stati Uniti ha colpito oltre 9 mila obiettivi in poco meno di quattro settimane di combattimenti, con un enorme esborso economico, già superiore (secondo le stime) a 30 miliardi di dollari. Secondo Axios, che cita due funzionari statunitensi, Washington sta lavorando a opzioni militari contro Teheran che potrebbero includere l’uso delle forze di terra e una massiccia campagna di bombardamenti.

Via libera dell’Eurocamera alla direttiva anticorruzione: tra gli italiani solo Vannacci vota contro

Il Parlamento europeo, con 581 voti a favore 21 contrari e 42 astenuti, ha dato semaforo verde alla direttiva che stabilisce a livello comunitario le fattispecie dei casi di corruzione che devono essere qualificate come reati dai Paesi Ue. Tra esse, oltre alla corruzione nel settore pubblico e in quello privato, figurano l’appropriazione indebita, l’ostruzione della giustizia, il traffico di influenze. Presente nella lista anche un articolo dedicato all’abuso d’ufficio, definito «esercizio illecito di funzioni pubbliche», reato che dunque l’Italia dovrà reintrodurre.

L’obiettivo della direttiva anticorruzione

Il nuovo quadro adottato dall’Ue mira a colmare le lacune nell’applicazione delle norme, in particolare nei casi transfrontalieri, modernizzando le regole, allineando le definizioni giuridiche e introducendo livelli comuni di sanzioni.

Via libera dell’Eurocamera alla direttiva anticorruzione: tra gli italiani solo Vannacci vota contro
Bandiere dell’Ue all’esterno di Palazzo Berlaymont (Ansa).

Tra gli italiani solo Vannacci ha votato contro

La direttiva anticorruzione approvata dal Parlamento di Strasburgo ha ottenuto il voto favorevole di tutti gli eurodeputati italiani, tranne uno: Roberto Vannacci. In generale, gli unici a schierarsi contro sono state alcune delegazioni del gruppo dei Patrioti e in particolare quelle spagnole, belghe, portoghesi e polacche.

Parlamento europeo, via libera con condizioni all’accordo Ue-Usa sui dazi

Via libera dell’Eurocamera all’accordo Ue-Usa sui dazi, ma con delle condizioni. I deputati di Strasburgo, riuniti in sessione plenaria, hanno adottato a larga maggioranza la loro posizione su due proposte legislative che attuano gli aspetti tariffari dell’accordo commerciale Ue-Usa stretto nell’estate del 2025 al golf resort di Turnberry, in Scozia, da Ursula von der Leyen e Donald Trump. In vista delle trattative con i Paesi Ue sono stati introdotti tre paletti: una clausola di sospensione in caso di introduzione da parte degli Stati Uniti di nuove tariffe; una clausola “sunrise” che ne subordina l’entrata in vigore al rispetto degli impegni da parte di Washington; una clausola “sunset” che fissa le scadenze al 31 marzo 2028, salvo rinnovo.

Parlamento europeo, via libera con condizioni all’accordo Ue-Usa sui dazi
Ursula von der Leyen e Donald Trump (Ansa).

Cosa cambierà con l’adozione dei due atti legislativi

I due atti legislativi sono stati adottati con 417 voti a favore e 154 contrari, con 71 astensioni (adeguamento dei dazi doganali e apertura di contingenti tariffari per l’importazione di alcuni beni originari degli Stati Uniti); e con 437 voti a favore e 144 contrari, con 60 astensioni (non applicazione dei dazi doganali sulle importazioni di alcuni beni). Se concordati con i governi dell’Ue, i due testi elimineranno la maggior parte dei dazi sui beni industriali Usa e garantiranno un accesso preferenziale al mercato per un’ampia gamma di prodotti ittici e agricoli statunitensi, in linea con gli impegni assunti nell’estate 2025 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. La missione diplomatica degli Stati Uniti presso l’Ue, si legge in una nota, ha accolto «con favore il voto odierno del Parlamento europeo», che «garantisce la stabilità e la prevedibilità richieste dalle parti interessate americane ed europee, favorendo la crescita economica e la competitività» di entrambe le economie.

Israele annuncia l’uccisione del comandante della Marina dei Pasdaran

Fonti israeliane hanno annunciato uccisione dell’ammiraglio iraniano Alireza Tangsiri, dal 2018 comandante della Marina del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e, pertanto, tra i principali responsabili della chiusura da parte dei pasdaran del transito internazionale nello Stretto di Hormuz. L’uccisione di Tangsiri sarebbe avvenuta durante un attacco condotto dall’IDF sulla città costiera di Bandar Abbas, affacciata sul Golfo Persico. Tangsiri nel 2019 era stato sanzionato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti come terrorista globale. Nel 2024 gli Usa avevano poi disposto misure secondarie nei suoi confronti a causa della presenza nel cda della Paravar Pars Company, società militare iraniana che sviluppa droni, a sua volta sanzionata dagli Stati Uniti. La morte di Tangsiri è stata poi confermata da Israel Katz. «Le nostre forze armate vi daranno la caccia e vi elimineranno uno per uno», ha detto il ministro della Difesa israeliano rivolgendosi ai pasdaran: «Continueremo a operare in Iran con tutte le nostre forze per raggiungere gli obiettivi della guerra».

Una petroliera turca è stata attaccata nel Mar Nero: cosa sappiamo

Una petroliera battente bandiera turca, che «aveva caricato petrolio greggio dalla Russia», è stata attaccata nel Mar Nero, probabilmente da «un veicolo di superficie senza equipaggio a livello dell’acqua». Lo ha reso noto Abdulkadir Uraloglu, ministro dei Trasporti turco. Segnalata un’esplosione nella sala macchine, «presa di mira specificamente». Illesi i 27 membri dell’equipaggio.

Una petroliera turca è stata attaccata nel Mar Nero: cosa sappiamo
Abdulkadir Uraloglu (Ansa).

L’attacco è avvenuto a 24 chilometri dall’entrata settentrionale del Bosforo

Secondo l’emittente turca Ntv, al momento dell’attacco la petroliera partita dalla Russia trasportava 140 mila tonnellate di petrolio e si trovava a circa 24 chilometri dall’entrata settentrionale del Bosforo: il raid è avvenuto dunque non troppo lontano da Istanbul.

La petroliera è stata sanzionata da Unione europea, Svizzera, Ucraina e Regno Unito

Il portale turco Haber Denizde scrive che la petroliera è stata sanzionata tra ottobre 2025 e febbraio 2024, nell’ordine, da Unione europea, Svizzera, Ucraina e Regno Unito. La nave, che in precedenza operava nella flotta della Besiktas Maritime con il nome di ‘Besiktas Dardanelles’, è stata acquisita a maggio del 2024 dalla Kayseri Shipping (con sede a Panama) e ribattezzata ‘Kayseri’. A novembre del 2025 la nave è stata comprata dalla Pergamon Maritime, con sede a Istanbul: da allora si chiama ‘Altura‘.

Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè

Giovanni Malagò, già presidente del Coni e patron delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, apprezzato al’estero e con agganci importanti non solo nel mondo dello sport, sarebbe perfetto come ministro del Turismo dopo l’addio di Daniela Santanchè, che si è dimessa cedendo al pressing di Giorgia Meloni. Malagò però non è l’unico candidato. E nemmeno il favorito. Ecco chi c’è il pole e gli altri nomi in lizza.

LEGGI ANCHE: La mano dietro le dimissioni di Santanchè e la guerra tra bande in FdI

Il favorito è il deputato meloniano Caramanna

Più che Malagò, al momento è in pole Gianluca Caramanna, deputato di Fratelli d’Italia, considerato una figura di riferimento del partito proprio sulle politiche turistiche e culturali. Classe 1975, nato in Germania e laureato in Economia del Turismo, Caramanna ha lavorato nel settore alberghiero ricoprendo importanti incarichi manageriali, anche nel gruppo Hotel Domus. Eletto alla Camera nel 2022, è attualmente capogruppo di FdI in Commissione X e membro della Commissione di Vigilanza Rai. Finora ha anche ricoperto il ruolo di consigliere di Santanché per i rapporti istituzionali. L’ipotesi forte è quella di interim del Turismo a Meloni, con successivo passaggio del timone del dicastero a Caramanna, nel frattempo promosso sottosegretario.

Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè
Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè
Non solo Malagò: i nomi per il dopo Santanchè
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Gli altri nomi in lizza, da Nembrini a Sallemi

Come riporta Adnkronos, per il ministero del Turismo circola poi il nome di Elena Nembrini, attuale direttrice generale dell’Enit, ovvero l’Agenzia Nazionale del Turismo. Nembrini è componente di organi di controllo e organismi di vigilanza di istituti bancari e società, anche quotate, e di fondazioni. Un altro candidato -seppur con minori possibilità di investitura – è Sandro Pappalardo, che da gennaio 2025 è presidente di ITA Airways. Girano poi altri due nomi, entrambi pescati da Palazzo Madama: Lucio Malan, attuale presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, e Salvo Sallemi.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa

Il rapporto di Donald Trump con la Borsa è da sempre borderline, visti i numerosi interessi finanziati dell’inquilino della Casa Bianca, uomo d’affari prima che presidente degli Stati Uniti, e le possibili ripercussioni a Wall Street (e non solo) di ogni sua singola decisione. Come ha evidenziato il Financial Times, poco prima dell’annuncio da parte di Trump del rinvio degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane – in virtù di «discussioni costruttive», poi smentite da Teheran – investitori non identificati hanno venduto contratti sul petrolio per un controvalore di 580 milioni di dollari, per poi ricomprarli a un prezzo inferiore dopo che la notizia aveva causato un crollo delle quotazioni del greggio. Insomma: o qualcuno ha fatto soldi grazie a un incredibile colpo di fortuna, oppure era in possesso di informazioni privilegiate.

I movimenti del 23 marzo sono stati anomali per volume e tempistica

Aleggia così il sospetto di insider trading, cioè la compravendita di titoli da parte di soggetti che, grazie alla loro posizione lavorativa o societaria, sono venuti in possesso di informazioni riservate, non ancora pubbliche. Si tratta di una pratica illegale, perché altera la trasparenza del mercato, consentendo un profitto sleale a danno degli altri investitori. Quanto accaduto la mattina del 23 marzo appare sicuramente anomalo, se non altro per la tempistica. Tra le 6.49 e le 6.50, ora di New York, sono stati scambiati 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un valore di 580 milioni di dollari. Movimenti insoliti per l’orario e anche per il volume. Il fatto è che alle 7.04 è arrivato, puntualissimo, il post di Trump via Truth sulle presunte negoziazioni positive con l’Iran, che ha innescato un flusso di vendite sul greggio, con conseguente calo del prezzo.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Barili di petrolio (Ansa).

Il petrolio Wti, prima dell’annuncio, era quotato a circa 99 dollari al barile e dopo ha pesantemente ritracciato, attestandosi attorno agli 86. Stesso movimento per il Brent che, partito da 112 dollari, è crollato in pochi minuti a 99. La speculazione non si è limitata al greggio: anche i future sull’indice S&P 500 hanno registrato movimenti inconsueti per l’orario, pre-mercato.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Operatori di Borsa (Ansa).

C’erano già stati scambi sospetti in concomitanza con gli annunci di Trump

A questo è seguito il riacquisto a un prezzo più basso. La sensazione è che qualcuno fosse in possesso di questa notizia market sensitive, come si definiscono le indiscrezioni capaci di far schizzare o deprimere i corsi azionari. Il fatto è che non è la prima volta che si verificano scambi sospetti in concomitanza con importanti decisioni o dichiarazioni di The Donald. Che non sempre corrispondono a realtà: da qui le passate accuse di aggiotaggio, cioè la manipolazione dei prezzi di titoli tramite notizie false. Era già accaduto ad aprile 2025 quando il presidente, commentando lo stop ai dazi precedentemente imposti a tutto il mondo, aveva candidamente parlato di «momento giusto per comprare».

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Wall Street (Ansa).

Ma, come ha evidenziato il Financial Times, lo schema si era già verificato il 10 marzo, giorno che ha visto un rimbalzo dei mercati dopo la dichiarazione di Trump sul conflitto iraniano «praticamente finito» e la successiva smentita del segretario alla Guerra Pete Hegseth. Il 20 marzo, Wall Street aveva perso l’1,8 per cento durante la giornata, appesantito dalle indiscrezioni su un possibile intervento di terra in Iran. Poi, poco prima della chiusura degli scambi, sono arrivate la parole del presidente americano sulla riduzione graduale degli attacchi: perdite appianate in pochi minuti. E non si può non citare la scommessa da 32 mila dollari su Polymarket sulla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro: effettuata in un momento in cui era considerata improbabile, ne ha fruttati circa 400 mila.

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Donald Trump (Ansa).

La Casa Bianca ha ovviamente smentito: «Accuse infondate»

Sembra esserci un pattern. Ma è difficile, anzi praticamente impossibile, provare il nesso tra il comportamento di Trump e quanto accaduto il 23 marzo nelle compravendite del petrolio. Da parte sua, la Casa Bianca ha – ovviamente – negato l’uso improprio di informazioni privilegiate, parlando di «accuse infondate». Eppure in questo caso specifico, insistono gli analisti, la massiccia vendita dei future sul greggio si è verificata nelle prime ore di una giornata che non prevedeva né la pubblicazione di dati economici importanti, né discorsi da parte di esponenti della Federal Reserve. Mercoledì 25 marzo, dopo l’annuncio da parte dell’Iran della riapertura dello Stretto di Hormuz alle navi ritenute «non ostili» e la trasmissione di un piano di pace Usa all’Iran, i prezzi del petrolio sono continuati a scendere. Nessun sospetto di insider trading. Quanto a due giorni fa, come diceva qualcuno (cioè Giulio Andreotti), a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.