L’Iran ha respinto la proposta degli Stati Uniti in 15 punti definendola «eccessiva», rilanciando le sue cinque condizioni per un eventuale cessate il fuoco. Lo ha riferito la televisione iraniana, citando un alto funzionario del regime di Teheran. La prima condizione è «uno stop completo ad aggressione e uccisioni» da parte di Usa e Israele. La seconda è «l’istituzione di meccanismi concreti per garantire che una guerra non sia nuovamente imposta alla Repubblica Islamica». Seguono «il pagamento garantito e chiaramente definito dei danni e delle riparazioni di guerra» e «la fine dei combattimenti su tutti i fronti che coinvolgono gruppi alleati». Quinta e ultima condizione il «riconoscimento internazionale e garanzie in merito al diritto sovrano dell’Iran di esercitare l’autorità sullo Stretto di Hormuz». L’Iran «porrà fine alla guerra quando lo deciderà e quando saranno soddisfatte le sue condizioni». Prima, fa sapere Teheran, «non si terranno negoziati».
Donald Trump ha annunciato i primi 13 membri del nuovo President’s Council of Advisors on Science and Technology (PCAST), comitato consultivo composto da esperti esterni che forniscono consulenza diretta al presidente degli Stati Uniti su questioni cruciali di scienza, tecnologia, istruzione e innovazione. Deciso a spingere sull’intelligenza artificiale, Trump ha reclutato alcuni tra i nomi più influenti dell’industria tecnologica e della finanza a stelle e strisce. Nelle prossime settimane saranno annunciati altri membri del PCAST, fino a un massimo di 24, assieme alla data della prima riunione del consiglio. Da Sergey Brin a Mark Zuckerberg, fino a Jensen Huang, ecco le prime 13 figure scelte da The Donald.
Teheran ha comunicato di aver stabilito un «piano amministrativo» in base al quale le «navi non ostili» ora possono attraversare lo Stretto di Hormuz: occorre però coordinare il passaggio in anticipo con le autorità iraniane e in alcuni casi il via libera prevederà un pagamento. Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, tramite il comandante della Marina dei pasdaran Alireza Tangsiri, ha precisato che resta proibito il passaggio a imbarcazioni associate a Israele, agli Stati Uniti e ad altre parti legate al conflitto.
Una petroliera thailandese è passata, semaforo rosso per una portacontainer di Saint Kitts and Nevis
Una petroliera thailandese ha già attraversato senza incidenti lo Stretto di Hormuz dopo un coordinamento diplomatico tra Bangkok e Teheran. I Guardiani della rivoluzione, nella serata del 24 marzo, avevano esercitato in senso contrario l’atto amministrativo, rifiutando il passaggio alla portacontainer Selen, battente bandiera di Saint Kitts and Nevis e di proprietà dell’armatore emiratino Exceed 2 Oceanic Co, a causa del mancato rispetto dei protocolli legali e della mancanza di autorizzazione al transito. L’imbarcazione, che trasporta derrate alimentari, intendeva transitare dal Golfo Arabico al Golfo di Oman, per raggiungere Karachi, in Pakistan. Dopo essersi avvicinata alla corsia di separazione del traffico controllata dall’Iran vicino a Qeshm ha però invertito la rotta, ancorandosi al largo della costa sud-occidentale dell’isola.
In Danimarca la prima ministra Mette Frederiksen ha rassegnato le dimissioni durante l’incontro con re Federico X. La premier, però, non lascerà l’incarico: è solo la prassi dopo le elezioni parlamentari che si sono tenute nel Paese. La socialdemocratica Frederiksen, infatti, è destinata a rimanere in sella anche dopo il deludente risultato ottenuto dal blocco di sinistra, che si è fermato a 84 seggi in parlamento su 179: senza maggioranza, servirà però un governo di coalizione.
Mette Frederiksen (Ansa).
I Socialdemocratici si sono fermati al 21,85 per cento
Frederiksen, che è in carica dal 2019 ed è vicina al terzo mandato consecutivo, aveva deciso di ricorrere a elezioni anticipate per capitalizzare il consenso guadagnato grazie alla decisa opposizione alle rivendicazioni di Donald Trump sulla Groenlandia. Non è andata come auspicato: i Socialdemocratici con il 21,85 per cento (38 seggi al Folketing) hanno infatti registrato i risultati peggiori dal 1903 e, come detto, la coalizione di sinistra non ha ottenuto la maggioranza parlamentare. «Sono sempre pronta ad assumermi le responsabilità di prima ministra della Danimarca per i prossimi quattro anni. Ci aspettavamo un calo, perché è normale quando ci si presenta per la terza volta», ha dichiarato Frederiksen.
Mette Frederiksen (Ansa).
Per la maggioranza servirà un’allenza coi Moderati
Le elezioni parlamentari del 24 marzo hanno anche visto il calo dello schieramento di destra, che si è fermato a 77 seggi: i liberali di Venstre non sono andati oltre il 10,14 per cento (18 seggi). In generale, all’interno di entrambi i blocchi sono riusciti ad avanzare solo i partiti più estremi. L’ago della bilancia nella formazione di un nuovo governo di coalizione sarà rappresentato dai Moderati del ministro degli Esteri uscente nonché ex premier Lars Lokke Rasmussen, che hanno ottenuto 14 seggi.
Un drone proveniente da territorio russo è entrato nello spazio aereo della Lettonia. A individuarlo è stata l’aeronautica militare. Un altro drone, sempre proveniente dalla Russia, è entrato in Estonia, colpendo una ciminiera della centrale elettrica di Auvere a Ida-Viru. Il governo estone ha annunciato una riunione straordinaria per discutere della sicurezza nazionale. L’azienda elettrica Enefit Power ha affermato che la centrale non ha subito danni e che l’incidente non avrà un impatto significativo sul sistema elettrico estone. «Questi sono gli effetti della guerra di aggressione su vasta scala condotta dalla Russia. Possiamo presumere che assisteremo ad altri incidenti di questo tipo», ha affermato Margo Palloson, direttore generale dell’Iss, il servizio di Sicurezza Interna dell’Estonia.
«Gli Stati Uniti stanno negoziando con se stessi». Così un portavoce militare iraniano, citato dai media statali, ha commentato le parole di Donald Trump secondo cui Teheran vorrebbe raggiungere un’intesa per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Di fatto, sono stati derisi i tentativi della Casa Bianca di raggiungere un accordo per il cessate il fuoco: l’Amministrazione Trump ha appena inviato all’Iran, tramite il Pakistan, un piano in 15 punti. Secondo il tycoon l’intesa sarebbe stata trovata. Ma, appunto, l’Iran smentisce.
Donald Trump (Ansa).
Il messaggio del portavoce militare iraniano
«Chi si autoproclama superpotenza globale si sarebbe già tirato fuori da questo pasticcio se avesse potuto. Non mascherate la vostra sconfitta come un accordo», ha dichiarato il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari in un video preregistrato trasmesso dalla televisione di Stato: «I vostri conflitti interni sono arrivati al punto in cui state negoziando con voi stessi? La nostra prima e ultima parola è stata la stessa fin dal primo giorno, e tale rimarrà: qualcuno come noi non scenderà mai a compromessi con qualcuno come voi. Né ora, né mai».
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che il suo Paese è disposto a ospitare colloqui tra Stati Uniti, Israele e Iran per porre fine alla guerra che dalla Repubblica Islamica si è allargata a tutto il Golfo Persico. Il Pakistan, ha spiegato Sharif su X, «accoglie con favore e sostiene pienamente gli sforzi in corso per perseguire il dialogo al fine di porre fine al conflitto in Medio Oriente».
Pakistan welcomes and fully supports ongoing efforts to pursue dialogue to end the WAR in Middle East, in the interest of peace and stability in region and beyond. Subject to concurrence by the US and Iran, Pakistan stands ready and honoured to be the host to facilitate…
I colloqui citati da Trump e la smentita di Teheran
Donald Trump il 23 marzo ha riferito di «colloqui produttivi» tra Washington e Teheran, con il coinvolgimento dell’inviato speciale Steve Witkoff e di suo genero Jared Kushner, annunciando poi il rinvio (di cinque giorni) degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniani, paventati in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz. Poco dopo, però, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha smentito che questi colloqui ci siano effettivamente stati.
Il Pakistan è da fine febbraio in guerra con l’Afghanistan
La proposta di Islamabad arriva in un periodo estremamente delicato per il Pakistan, che poco prima che scoppiasse la nuova guerra del Golfo ha di fatto iniziato un nuovo conflitto con l’Afghanistan. I raid aerei pakistani, che hanno interessato anche Kabul e Kandahar, hanno fatto centinaia di morti in Afghanistan. Ma sono molti anche i pakistani che hanno perso di vita negli attacchi afghani condotti lungo il confine.
L’Unione europea e l’Australia hanno concluso i negoziati per un accordo di libero scambio. L’annuncio è arrivato in occasione della missione a Canberra della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che ha incontrato il primo ministro australiano Anthony Albanese. Lo storico accordo registra un importante risultato per l’Australia, i cui produttori potranno usare nomi come prosecco, feta e halloumi, nonostante le pressioni dell’Europa per restringere l’uso dei cosiddetti indicatori geografici. Con l’intesa commerciale si prevede che che le esportazioni dell’Ue cresceranno fino al 33 per cento nel prossimo decennio, con un valore che raggiungerà fino a 17,7 miliardi di euro all’anno. Tra i settori più coinvolti quello caseario, l’automotive e il comparto chimico. Il maggiore punto di contesa ha riguardato la libertà, per i produttori australiani, di vendere carne di manzo e agnello, zucchero e formaggi ai 450 milioni di consumatori europei senza punitive tariffe e quote. Secondo fonti citate dal Sydney Morning Herald, gli esportatori australiani potranno ora vendere all’Europafra 30 e 35 mila tonnellate di manzo l’anno, contro la quota annuale corrente di 3.389 tonnellate.
Ursula Von Der Leyen e Anthony Albanese (Ansa).
Sottoscritta anche una nuova partnership di difesa e sicurezza
Le due realtà hanno anche sottoscritto una nuova partnership di difesa e sicurezza e assicurato l’accesso di università e compagnie australiane al programma europeo di ricerca e innovazione. Tra i punti del parteneriato figurano il rafforzamento della cooperazione sulla sicurezza marittima, la sicurezza informatica, il contrasto alle minacce ibride e alla manipolazione e interferenza di informazioni straniere, riflettendo la natura in evoluzione delle sfide di sicurezza contemporanee e il rafforzamento della cooperazione nella gestione delle crisi e nelle missioni e operazioni della politica di sicurezza e difesa comune, comprese esercitazioni, formazione e istruzione. Von der Leyen e Albanese hanno anche concordato di avviare negoziati formali per l’associazione dell’Australia a Horizon Europe, il più grande programma di finanziamento al mondo per la ricerca e l’innovazione.
È stato scelto in Iran il nuovo segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale: il successore di Ali Larijani, ucciso in un raid israeliano il 17 marzo, è Mohammad Bagher Zolghadr. Lo ha annunciato Mehdi Tabatabaei, vice di Masoud Pezeshkian, spiegando che la nomina è stata approvata dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei e formalizzata dal presidente.
Chi è Mohammad Zolghadr
Nato nel 1954, Mohammad Bagher Zolghadr ha fatto parte dei pasdaran dal 1979 al 2010. Ex comandante del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, da settembre del 2021 ricopre la carica di segretario del Consiglio per il Discernimento dell’Interesse del Sistema, assemblea che fornisce consulenza alla Guida Suprema sulle politiche generali dello Stato e su questioni di interesse nazionale, in particolare in caso di conflitti tra diverse istituzioni. Nel corso della sua carriera Zolghadr ha ricoperto ruoli politici di alto livello, tra cui quello di viceministro degli Interni per gli affari di sicurezza. Qualsiasi nuova figura di alto livello, avevano fatto sapere Tel Aviv e Washington, diventerà immediatamente un bersaglio di Israele e Stati Uniti.
Parlando di «colloqui costruttivi» di un cambio di regime in corso in Iran (entrambi smentiti da Teheran), Donald Trump ha annunciato di aver rinviato di cinque giorni gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Ma, nel corso della mattinata del 24 febbraio, due stabilimenti di gas e un gasdotto sarebbero stati presi di mira da raid statunitensi e israeliani. Lo riporta l’agenzia di stampa Fars.
Donald Trump (Ansa).
«Nell’ambito dei continui attacchi perpetrati dal nemico sionista e americano, l’edificio dell’amministrazione del gas e la stazione di regolazione della pressione del gas in via Kaveh a Isfahan sono stati presi di mira», spiega Fars, aggiungendo che gli impianti nell’Iran centrale «sono stati parzialmente danneggiati». L’agenzia ha inoltre riferito di un raid contro il gasdotto della centrale elettrica di Khorramshahr, nel sud-ovest del Paese, vicino al confine con l’Iraq.
Il cambio di rotta di Trump era arrivato poche ore prima della scadenza dell’ultimatum al termine del quale aveva minacciato di attaccare le centrali elettriche iraniane in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz. Il ministro dell’Energia iraniano, Abbas Aliabadi, ha minimizzato le minacce del presidente Usa riguardo a possibili attacchi contro le centrali elettriche di Teheran, affermando che la Repubblica Islamica ha decentralizzato la sua produzione elettrica e che pianifica di ricostruire gli stabilimenti se verranno colpiti.
È salito ad almeno 66 morti il bilancio dello schianto di un aereo militare colombiano con a bordo 125 tra soldati e membri dell’equipaggio, precipitato il 23 marzo nella Foresta Amazzonica poco dopo il decollo da Puerto Leguizamo, vicino al confine meridionale con Ecuador e Perù. L’aereo precipitato era un Hercules C-130, velivolo utilizzato spesso in Colombia per il trasporto di militari. A febbraio, un altro incidente aveva coinvolto un aereo dello stesso tipo: il velivolo si era schiantato nella città di El Alto, causando la morte di 20 persone. Non sono ancora note le cause dell’incidente, ma è stato escluso che il disastro sia dovuto a un’azione dei tanti gruppi armati che operano nel Paese sudamericano.
Il Senato americano ha confermato Markwayne Mullin come nuovo capo del dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs) dopo il licenziamento di Kristi Noem avvenuto all’inizio del marzo 2026. La votazione di conferma ha visto 54 voti favorevoli e 45 contrari. 48 anni, ex wrestler e combattente di arti marziali, Mullin è stato senatore per l’Oklahoma. Durante l’audizione di conferma davanti al Senato tenutasi la settimana prima, ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi sarebbe stato quello di allontanare il Dhs e la sua controversa agenzia per l’Immigrazione e le dogane (Ice) dai riflettori: «Il mio obiettivo, tra sei mesi, è che non siamo la notizia principale ogni singolo giorno. Voglio proteggere la patria. Voglio portare tranquillità. Voglio restituire fiducia all’agenzia». Mullin ha poi aperto all’ipotesi di richiedere mandati per l’applicazione delle norme sull’immigrazione. Un potenziale cambio di passo rispetto all’attuale politica e una richiesta dei Democratici nell’ambito delle trattative in corso sui finanziamenti, scaduti il 14 febbraio.
Un «cambio di regime» è in corso in Iran. Lo ha annunciato Donald Trump parlando con la stampa a Mar-a-Lago. Il presidente Usa ha aggiunto che sono in corso colloqui con Teheran che non coinvolgono la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei – che Trump ha detto di non riconoscere – ma con persone definite «molto ragionevoli». «Sono molto rispettate», ha continuato, «forse una di loro sarà esattamente ciò che stiamo cercando». Se però i colloqui falliranno, ha avvertito il tycoon, «continueremo a bombardare». Trump ha anche accennato a «importanti punti di accordo», dopo aver posticipato di cinque giorni la minaccia di distruggere le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane se Teheran non consentirà il transito dallo Stretto di Hormuz. Il presidente Usa ha spiegato che il passaggio potrebbe essere controllato «in modo congiunto». Il presidente Usa ha precisato che l’accordo si articola in 15 punti. «Vogliamo l’uranio arricchito» della Repubblica islamica, ha aggiunto, che Teheran non riprenda il processo di arricchimento e non si doti di armi nucleari.
Donald Trump ha annunciato il rinvio di cinque giorni degli attacchi contro impianti e infrastrutture energetiche dell’Iran, minacciati in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz allo scadere delle 48 ore “concesse” a Teheran per agire in tal senso. Il presidente Usa su Truth ha spiegato che negli ultimi due giorni ci sono state «discussioni produttive» con l’Iran.
Il messaggio di Trump su Truth
«Basandomi sul tenore e il tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che continueranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al dipartimento per la Guerra di rinviare ogni attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso». Il messaggio di Trump arriva a stretto giro da un altro annuncio: quello del Consiglio di Difesa iraniano, che ha minacciato di minare l’intero Golfo Persicoin risposta a eventuali attacchi contro le coste o le isole della Repubblica Islamica.
Il Consiglio di Difesa iraniano ha minacciato di dispiegare mine navali in tutto il Golfo Persico in caso di attacchi contro le coste o le isole della Repubblica Islamica, spiegando che verrebbero colpite tutte le vie di accesso e le linee di comunicazione marittime con diversi tipi di ordigni. Secondo la dichiarazione del Consiglio di Difesa, che è stato creato dopo la guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025 e opera sotto l’autorità del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, «l’area potrebbe diventare simile allo Stretto di Hormuz, con gravi conseguenze per il traffico energetico globale». Quella di Teheran è una risposta all’ultimatum lanciato da Donald Trump, che ha “concesso” 48 ore per la riapertura di Hormuz, minacciando altrimenti di colpire le centrali nucleari iraniane. «Qualsiasi tentativo da parte del nemico di attaccare le coste o le isole iraniane comporterà naturalmente, in conformità con le consolidate prassi militari, il minamento di tutte le vie di accesso e le linee di comunicazione nel Golfo Persico e nelle aree costiere con vari tipi di mine navali, comprese le mine galleggianti dispiegabili dalla costa», si legge nella dichiarazione di Teheran.
È morto a 88 anni Lionel Jospin: leader del Partito socialista francese dal 1981 al 1988 e poi dal 1995 al 1997, fu primo ministro dal 1997 al 2002 sotto il presidente di centrodestra Jacques Chirac, in quella che è stata la terza – e più lunga – cohabitation della Quinta Repubblica. Il suo governo di coalizione, ad oggi il più longevo della Cinquième République, istituì la settimana lavorativa di 35 ore.
Si era candidato due volte all’Eliseo
Jospin si era candidato senza successo anche alle elezioni presidenziali del 1995 e del 2002, che videro la vittoria di Chirac. Nel primo caso Jospin fu superato al ballottaggio dal candidato gollista, mentre nel secondo fu addirittura eliminato al primo turno da Jean-Marie Le Pen, leader del Front National. Mai, nella storia della Quinta Repubblica, i socialisti erano stati estromessi dal ballottaggio a favore di un candidato di estrema destra. Possibile candidato del PS in vista delle Presidenziali del 2007, Jospin si tirò poi fuori vista la popolarità di cui godeva Ségolène Royal, che sarebbe poi stata sconfitta da Nicolas Sarkozy.
Nelle elezioni municipali che sono appena svolte in Francia la sinistra ha tenuto il controllo di Parigi, Marsiglia e Lione. Nella Capitale transalpina è stato eletto sindaco Emmanuel Gregoire, candidato della gauche che ha rifiutato l’alleanza con La France Insoumise: superata l’ex ministra Rachida Dati. Il nuovo primo cittadino ha ottenuto il 50,52 per cento dei voti. L’ex ministra, un tempo protetta di Nicolas Sarkozy e oggi vicina al presidente Emmanuel Macron, si è fermata al 41,52 per cento delle preferenze, mentre Sophia Chikirou di LFI si è classificata terza con il 7,96 per cento dei voti. Ecco chi è Gregorie, che succede alla collega Anne Hidalgo.
Emmanuel Gregoire, nuovo sindaco di Parigi (Ansa).
La carriera politica di Gregoire, nuovo sindaco di Parigi
Esponente del Partito socialista, Gregoire è nato nel 1977 a Les Lilas, nella regione dell’Île-de-France. Figlio di un militante del Partito comunista, dopo aver frequentato l’Institut d’études politiques de Bordeaux si è avvicinato ai socialdemocratici, aderendo al partito nel 2002, in occasione della corsa all’Eliseo di Lionel Jospin. Dal 2010 al 2012 è stato capo di gabinetto del sindaco di Parigi Bertrand Delanoë. Poi, dopo la vittoria di François Hollande alle elezioni presidenziali del 2012, è entrato a fare parte del suo staff, lavorando anche per il primo ministro Jean-Marc Ayrault. A seguito delle dimissioni di quest’ultimo, Gregoire è tornato al Comune di Parigi nella squadra della neoeletta sindaca Hidalgo, come assessore, inizialmente con delega alle risorse umane, ai servizi pubblici e alla modernizzazione amministrativa e successivamente al bilancio e alla trasformazione delle politiche pubbliche. Nel 2018 ha preso il posto di Bruno Julliard come primo vicesindaco. Nel 2024 l’addio all’Hôtel de Ville e l’approdo all’Assemblea Nazionale come deputato del settimo collegio elettorale di Parigi. Che, ha precisato dopo l’elezione a sindaco, «non è e non sarà mai una città di estrema destra», promettendo di fare della capitale transalpina un «laboratorio di resistenza» in vista delle Presidenziali del 2027.
L’aeroporto Fiorello LaGuardia, il più piccolo ma anche il più centrale degli scali di New York, è stato chiuso in seguito a uno scontro in pista tra un aereo che stava atterrando e un veicolo, avvenuto alle 23:40 del 22 marzo. Nell’incidente sono morti il comandante e il secondo pilota dell’aereo. Ci sono anche 13 feriti, tra cui due vigili del fuoco.
At approximately 11:40 p.m. on Sunday, a Jazz Aviation flight operating on behalf of Air Canada was involved in an incident on Runway 4 at LaGuardia Airport in which the aircraft struck a Port Authority Aircraft Rescue and Firefighting vehicle that was responding to a separate…
Coinvolti un velivolo Jazz Aviation operante per conto di Air Canada, che era partito dall’aeroporto internazionale di Montreal, che si è scontrato sulla pista 4 con un mezzo di soccorso e antincendio dell’Autorità Portuale, che stava intervenendo per un altro incidente.
C’è un momento preciso in cui una narrazione costruita per decenni comincia a sgretolarsi. Per gli Emirati Arabi Uniti, quel momento è adesso, e si misura in droni, impianti di gas in fiamme, spread bancari e liquidità d’emergenza. Il 16 marzo, un attacco con droni ha innescato un incendio nello Shah gas field ad Abu Dhabi, il primo attacco diretto a un giacimento produttivo emiratino dall’inizio della guerra. L’impianto fornisce circa il 20 per cento dell’approvvigionamento interno di gas degli UAE e il 5 per cento del solfato granulato mondiale. Il giorno dopo, lo stesso copione: un incendio nella zona industriale petrolifera diFujairah, una petroliera colpita a 23 miglia nautiche a est del porto, la raffineria di Ruwais fermata come misura precauzionale dopo un precedente attacco con droni.
IRGC targeted Fujairah Oil Industry Zone again (Mar 3, 6, 9 & 14) to disrupt the UAE’s bypass of Hormuz — the terminus of the Habshan-Fujairah pipeline, built with 2M b/d capacity, so Iran cannot hold it hostage
— Ibrahim Jalal | إبراهيم جلال (@IbrahimJalalYE) March 14, 2026
La Banca centrale emiratina ostenta sicurezza ma vara pacchetti di emergenza
Il 18 marzo, la banca centrale emiratina ha convocato una riunione straordinaria del consiglio e approvato un pacchetto d’emergenza per l’intero sistema bancario. Le misure consentono agli istituti di credito di accedere fino al 30 per cento dei saldi delle riserve obbligatorie e di attingere a linee di liquidità a termine in dirham (AED) e dollari, mentre le ricadute della guerra con l’Iran si ripercuotono sui mercati regionali e intaccano il sentiment degli investitori. Il pacchetto è strutturato su cinque pilastri: accesso ampliato alle riserve, allentamento temporaneo dei ratio di liquidità e funding, rilascio del Countercyclical Capital Buffer e del Capital Conservation Buffer, flessibilità nella classificazione dei crediti deteriorati per i clienti colpiti dalle «circostanze straordinarie». Abu Dhabi ha reagito con la comunicazione rodata delle petromonarchie in stato d’emergenza: tutto sotto controllo, i fondamentali sono solidi, il sistema regge. Riserve valutarie superiori a un trilione di AED (270 miliardi di dollari), monetary base cover ratio al 119 per cento, settore bancario da 5,4 trilioni di AED, liquidità totale delle banche presso la banca centrale vicina ai 920 miliardi di AED. Numeri reali. Ma che non spiegano perché si sia dovuto rilasciare simultaneamente entrambi i capital buffer (le riserve di capitale) e ammorbidire le regole sugli NPL. Queste sono misure che si usano quando il sistema mostra crepe. Non si mobilita tutto questo arsenale regolatorio «per precauzione».
Chaired by H.H. Sheikh Mansour bin Zayed Al Nahyan, Vice President, Deputy Prime Minister, Chairman of the Presidential Court, and Chairman of the Board of Directors of #CentralBankUAE, the Central Bank’s Board of Directors approves proactive financial institution resilience… pic.twitter.com/dWOtfZ4ifu
— Central Bank of the UAE (@centralbankuae) March 18, 2026
La scommessa di Mohammed bin Zayed: accreditarsi come hub neutro del Medio Oriente
I mercati hanno reagito in modo rivelatore: Dubai ha guadagnato fino al 3,4 per cento nella seduta successiva all’annuncio, prima di ripiegare a un più modesto +0,8 per cento, con Emirates NBD che aveva toccato un rally intraday di oltre il 9 per cento per poi chiudere quasi invariata. Un rimbalzo tecnico da panico assorbito, non da fiducia ritrovata. La differenza è sottile nei grafici, enorme nella sostanza. Il problema non è congiunturale. È strutturale. E radica in una scommessa geopolitica che Mohammed bin Zayed ha fatto negli ultimi cinque anni, una scommessa che la guerra sta presentando al tavolo per il pagamento. Gli UAE hanno costruito la propria fortuna sull’idea di essere l’hub neutrodel Medio Oriente: la piattaforma dove i capitali del mondo arabo, dell’Asia e dell’Occidente si incontravano senza chiedersi troppo da dove venissero o a chi appartenessero. Dubai era il luogo dove un oligarca russo, un imprenditore iraniano, un fondo sovrano saudita e un family office israeliano potevano sedersi allo stesso tavolo, fare affari e rientrare nei propri Paesi. La neutralità era il prodotto. La fiducia era il capitale vero, quello non iscritto in bilancio.
Donald Trump con Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).
La prima incrinatura è arrivata con gli Accordi di Abramo
Gli Accordi di Abramo del settembre 2020 hanno segnato la prima incrinatura visibile di quella costruzione. La normalizzazione dei rapporti con Israele ha aperto la strada a nuove partnership commerciali bilaterali e a un accordo di partenariato economico complessivo firmato nel 2023, il più grande tra Israele e qualunque Paese arabo, con l’obiettivo di portare il commercio bilaterale oltre i 10 miliardi di dollari in cinque anni. Il calcolo emiratino era razionale e, all’epoca, difendibile: sicurezza garantita dagli americani, accesso a tecnologia militare e civile israeliana, vantaggio competitivo rispetto ai vicini, un’assicurazione sulla vita pagata in cambio di legittimità geopolitica occidentale. Ma c’era un costo che Abu Dhabi aveva scelto di non contabilizzare: la percezione nel mondo arabo e islamico allargato. Già nel settembre 2025, dopo che l’aviazione israeliana aveva bombardato un edificio a Doha dove si erano riuniti leader di Hamas, MBZ aveva convocato una riunione d’emergenza per valutare le opzioni di risposta degli UAE, furioso per il fatto che Israele si fosse scatenato «con i suoi aerei» dove voleva. L’opzione di congelare gli Accordi di Abramo era arrivata sul tavolo, per poi essere accantonata. Un anno dopo, quella scelta di non rompere pesa come un macigno.
Donald Trump alla cerimonia per la firma degli Accordi di Abramo con Benjamin Netanyahu e i ministri degli Esteri degli Emirati e del Bahrain, lo sceicco Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan e Abdullatif bin Rashid Alzayani (Ansa).
La strategia iraniana: dimostrare che Dubai non è più un porto sicuro
Poi è arrivata la guerra aperta con l’Iran. E con la guerra è arrivato il conto. Teheran non ha bisogno di conquistare Dubai. Non deve nemmeno farla collassare. Le basta dimostrare, colpo dopo colpo, settimana dopo settimana, che Dubai non è più un porto sicuro. Con lo Shah gas plant fermo per la valutazione dei danni e la conseguente tensione sul mercato globale dei fertilizzanti – dato che il solfato di Shah viaggiava via ferrovia fino al terminal di Ruwais per l’export – il messaggio non è energetico, è politico: avete scelto da che parte stare, e ora ne pagate le conseguenze; i capitali lì depositati non dormono sonni tranquilli, l’hub ha smesso di essere neutro. Secondo Hussein Ibish, senior scholar all’Arab Gulf States Institute di Washington, la guerra ha convinto molti Paesi del Golfo che Israele è diventato «una fonte primaria di insicurezza e instabilità in Medio Oriente, almeno al pari di Teheran». Una valutazione che, pronunciata da un analista del Golfo, vale quanto un declassamento del rating.
Esplosione nei pressi dell’aeroporto internazionale di Dubai, il 16 marzo 2026 (Ansa).
L’erosione della fiducia produce effetti irreversibili
Ed è esattamente questo il messaggio che sta circolando nelle sale dei grandi fondi e delle banche private internazionali. Non è un crollo, almeno non nei termini che si misurano sugli spreadsheet di domani mattina. È qualcosa di più sottile e più duraturo: l’erosione della parola. Quella di MBZ, che aveva garantito stabilità, neutralità, affidabilità a chiunque portasse capitali nel suo emirato. Quella di un sistema che si era venduto come impermeabile alle turbolenze regionali, come il luogo dove la geopolitica si fermava al confine e il business continuava indisturbato. La storia insegna che queste erosioni non producono effetti istantanei. Producono effetti irreversibili. Chi diversifica da Dubai oggi raramente torna. Chi apre un conto a Singapore o trasferisce la holding a Ginevra invece che al Dubai International Financial Centre non si risposta facilmente. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita, e la memoria degli investitori istituzionali è straordinariamente lunga quando si tratta di sicurezza patrimoniale.
H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).
L’allineamento con Washington e Tel Aviv non ha assicurato stabilità, anzi
La mossa della Banca centrale — tecnicamente corretta, probabilmente necessaria — ha il difetto di confermare ciò che voleva smentire. Il resilience package è la prova documentale che c’è qualcosa da cui difendersi. L’emissione di comunicati che proclamano solidità del sistema mentre si rilasciano contemporaneamente tutti i buffer disponibili è una contraddizione che gli analisti finanziari sanno leggere benissimo. MBZ ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura a fronte di qualche attrito con il mondo arabo. Quella scommessa prevedeva un Iran sconfitto rapidamente, un Medio Oriente riconfigurato attorno all’asse americano-israeliano-sunnita, e gli UAE come snodo indispensabile di quel nuovo ordine. Nessuno di questi scenari si è materializzato. L’Iran colpisce le infrastrutture emiratine con droni e non paga alcun prezzo diretto per farlo. Israele «si scatena con i suoi aerei dove vuole» — parole di MBZ stesso — e gli UAE incassano le ripercussioni senza potersi sfilare dall’alleanza per non perdere la copertura americana. Una trappola perfetta.
Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan e Donald Trump (Ansa).
Il castello narrativo di MBZ sta perdendo pezzi
C’è una parola in arabo che nel mondo del commercio e della finanza del Golfo pesa quanto una sentenza: wajh, che significa letteralmente “faccia”, ma traslata vale reputazione, credibilità, la parola che vale più di qualsiasi contratto scritto. MBZ ha costruito per 20 anni il wajh degli Emirati come garante affidabile, interlocutore equidistante, porto sicuro per i capitali di chiunque. Quella costruzione non collassa in una settimana. Ma si incrina. E le crepe, nel cemento come nella reputazione, tendono ad allargarsi da sole. Ci vorranno anni prima che il conto finale sia visibile. Ma chi si fida ancora della parola del beduino di Abu Dhabi sa già che quella parola ora ha un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano caro.
Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, a circa 350 metri dalla Moschea di Al Aqsa, dopo l’ultimo lancio di missili dall’Iran. Non è chiaro se sia stata causata dall’impatto di un razzo o da frammenti di intercettori: la seconda ipotesi sembra la più probabile, in quanto appare poco realistico che l’Iran abbia deliberatamente puntato contro il quartiere ebraico, confinante con quello musulmano e la Spianata delle Moschee. In ogni caso non sono stati segnalati feriti.
The Iranian “gift” for Eid al-Fitr: Missiles on Al-Aqsa. The Iranian attack on the holy sites sacred to all three religions reveals the madness of the Iranian regime, which claims to be religious. pic.twitter.com/UqHnFv5uF1
Il ministero degli Esteri di Israele ha definito ironicamente quanto accaduto come un «regalo iraniano per Eid al-Fitr», ovvero la ricorrenza musulmana che segna la fine del mese del Ramadan: «L’attacco ai luoghi santi per tutte e tre le religioni rivela la follia del regime iraniano, che si professa religioso». La Spianata delle Moschee, a breve distanza dall’impatto, è chiusa ai fedeli dall’inizio della guerra a causa delle restrizioni sugli assembramenti.