Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme dopo un attacco di Teheran

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, a circa 350 metri dalla Moschea di Al Aqsa, dopo l’ultimo lancio di missili dall’Iran. Non è chiaro se sia stata causata dall’impatto di un razzo o da frammenti di intercettori: la seconda ipotesi sembra la più probabile, in quanto appare poco realistico che l’Iran abbia deliberatamente puntato contro il quartiere ebraico, confinante con quello musulmano e la Spianata delle Moschee. In ogni caso non sono stati segnalati feriti.

Il ministero degli Esteri di Israele ha definito ironicamente quanto accaduto come un «regalo iraniano per Eid al-Fitr», ovvero la ricorrenza musulmana che segna la fine del mese del Ramadan: «L’attacco ai luoghi santi per tutte e tre le religioni rivela la follia del regime iraniano, che si professa religioso». La Spianata delle Moschee, a breve distanza dall’impatto, è chiusa ai fedeli dall’inizio della guerra a causa delle restrizioni sugli assembramenti.

L’attacco di Trump alla Nato: «Codardi, senza gli Usa siete una tigre di carta»

Donald Trump all’attacco della Nato. «Senza gli Usa l’Alleanza è una tigre di carta», ha scritto in un post su Truth. «Non volevano unirsi alla battaglia per fermare un Iran con il nucleare. Ora che la battaglia è vinta dal punto di vista militare, con ben pochi pericoli per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che devono pagare, ma non vogliono aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz. Una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio. Così facile da fare per loro, con così pochi rischi. Codardi, ce ne ricorderemo».

Sei Paesi pronti a inviare navi nello Stretto ma solo se cessano le ostilità

Da giorni il presidente americano incalza gli Alleati affinché flotte europee vengano mandate nelle acque di Hormuz. Proprio il giorno prima, su iniziativa del premier britannico Keir Starmer, sei Paesi (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone) avevano aderito all’ipotesi di inviare una missione navale per garantire la navigazione nello Stretto. Ma a patto che cessino le ostilità. Un po’ tutti, in realtà, «auspicano» l’intervento dell’Onu (anche se questa parola non compare mai nel testo), ma il Consiglio di Sicurezza, ovvero la cabina di comando dell’organizzazione, può autorizzare una missione solo se nessuno dei cinque membri permanenti oppone il veto. Occorrerebbe dunque il via libera non solo di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, ma anche di Russia e Cina. Ed è difficile ipotizzare che Pechino e Mosca possano assecondare una spedizione armata contro l’Iran.

Trump avrà la sua moneta d’oro: verrà coniata per il 250esimo anniversario della nascita degli Usa

Negli Stati Uniti verrà coniata una moneta d’oro commemorativa (non corrente) con l’immagine di Donald Trump, in deroga al regolamento generale che vieta ai presidenti in carica e comunque viventi di comparire su monete e banconote. Ad approvare il conio è stata la Commissione federale per le belle arti, i cui membri (manco a dirlo) sono stati scelti tutti dallo stesso tycoon dopo aver licenziato i precedenti. La moneta Liberty verrà coniata in occasione del 250esimo anniversario della nascita degli Usa, il 4 luglio, e sarà emessa a discrezione del segretario del Tesoro Scott Bessent (che ha discrezionalità in materia di conio). «Propongo di approvarla così come presentata, e con il forte incoraggiamento a renderla il più grande possibile, fino a tre pollici (circa 7,62 cm) di diametro», ha detto il vicepresidente della Commissione James McCrery, Per fare un confronto, una moneta da un quarto di dollaro statunitense ha un diametro inferiore a un pollice (circa 2,54 cm). Sarà comunque la zecca federale a stabilire le dimensioni della moneta.

La missione Nato si ritira temporaneamente dall’Iraq

La missione Nato in Iraq si è temporaneamente ritirata dal Paese. LO hanno riferito all’Afp due funzionari della sicurezza di Baghdad, spiegando che alla base della decisione c’è l’impatto della guerra in Medio Oriente e che «non ci sono disaccordi» tra l’Allenza atlantica e il governo iracheno. Successivamente è arrivata la dichiarazione di Alisson Hart, portavoce della Nato: «Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza». Resterà nel Paese solo una piccola parte del personale: la missione dell’Alleanza ha il suo quartier generale in una base militare irachena nella Green Zone di Baghdad, vicino all’ambasciata statunitense, che è stata bersaglio di diversi attacchi iraniani dall’inizio della guerra.

La missione Nato si ritira temporaneamente dall’Iraq
L’ambasciata Usa a Baghdad (Ansa).

La missione, avviata nel 2016, è stata ampliata cinque anni dopo

Come si legge anche sul sito del ministero delle Difesa italiano, quella nel Paese mediorientale «è una missione – non combattente – di assistenza e addestramento che mira a sostenere l’Iraq nel rafforzamento delle sue istituzioni e forze di sicurezza, in modo che esse stesse siano in grado stabilizzare il loro Paese, combattere il terrorismo e impedire il ritorno di Daesh». La missione è stata avviata durante il Nato Summit del 2016 su richiesta di Baghdad, ed è stata poi ampliata nel 2021.

Erdogan: «Israele pagherà il prezzo, possa Dio distruggerlo»

Duro attacco da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Israele, da lui accusato di avere ucciso migliaia di persone durante una cerimonia per la conclusione del Ramadan, dopo la preghiera in una moschea di Rize, sulla costa del Mar Nero, di cui la sua famiglia è originaria. «Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo, il Medio Oriente è incandescente in questo momento», ha aggiunto prima di alzare i toni:«Possa Al-Kahrar (ndr uno dei nomi usati nell’Islam per descrivere Dio) schiacciare e distruggere Israele. Che Dio ci protegga e ci preservi al più presto dalla calamità dei sionisti».

Iran, ucciso anche il portavoce dei pasdaran

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha annunciato la morte del portavoce Ali Mohammad Naini, «martirizzato nel criminale e codardo attacco terroristico della parte americano-sionista all’alba». L’uccisione di Naini è stata poi confermata dall’esercito israeliano. Su X l’IDF ha ricordato che il portavoce dei pasdaran «ha ricoperto diversi ruoli nell’ambito della propaganda e delle pubbliche relazioni» negli ultimi due anni, diffondendo i messaggi del regime iraniano «ai suoi alleati in tutto il Medio Oriente al fine di influenzare e promuovere attacchi terroristici contro Israele». Membro dei Guardiani della rivoluzione dal 1978 e secondo generale di brigata, Naini aveva 68 anni e ricopriva la carica di portavoce dei pasdaran da luglio del 2024, quando aveva preso il posto di Ramazan Sharif.

Il nuovo messaggio attribuito a Khamenei, «Bisogna creare insicurezza per i nemici»

L’agenzia di stampa iraniana semi-ufficiale Mehr News ha diffuso un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei in cui l’ayatollah sostiene che «il ministero dell’Intelligence deve proseguire sulla sua strada, creando insicurezza per i nemici e sicurezza per i cittadini iraniani» dopo la morte del ministro Esmaeil Khatib. Nel messaggio, quest’ultimo viene descritto come «un veterano di guerra instancabile che ha profuso grandi sforzi per la causa della Rivoluzione Islamica».

Pasdaran: «Nostro portavoce ucciso in un attacco Usa-Israele»

Intanto, i pasdaran hanno dichiarato che gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso il loro portavoce Ali Mohammad Naini. In una dichiarazione sul loro sito web Sepah News, le Guardie della rivoluzione hanno affermato che Naini «è stato martirizzato nel vile e criminale attacco terroristico condotto dalla parte americano-sionista all’alba»..

La morte di Umberto Bossi sui media internazionali

Anche i media internazionali danno spazio, nelle versioni online, alla notizia della scomparsa di Umberto Bossi. I maggiori quotidiani d’Europa ne ricordano la storia e il ruolo nel panorama politico nazionale degli ultimi 45 anni.

La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali
La morte di Umberto Bossi sui media internazionali

Da Le Monde a El Pais, come l’estero ha raccontato la scomparsa del Senatur

Il francese Le Monde sottolinea che «riuscì a trasformare il suo piccolo partito regionale in un attore di primo piano della politica italiana, prima di essere travolto da problemi di salute e da uno scandalo di corruzione». Anche Le Parisien ha dato spazio alla notizia, ricordando che «questo caro amico di Silvio Berlusconi ha ricoperto diversi incarichi ministeriali negli anni 2000». Lo spagnolo El Pais ricorda invece il Senatur come una «figura trainante del nazionalismo nel Nord Italia capace di rivoluzionare la politica del paese negli Anni 90 con un partito anti-establishment che è poi diventato il più vecchio». Sempre dalla Spagna, El Mundo ha definito Bossi «una delle figure più importanti e al contempo controverse della politica italiana negli ultimi quattro decenni». Così invece il tedesco Der Spiegel: «Per anni è stato considerato una figura di spicco della destra nella politica italiana e uno stretto collaboratore di Silvio Berlusconi. Nel Nord Italia, Bossi ha goduto per un certo periodo di notevole successo grazie alle sue critiche al centralismo italiano e alle sue invettive, a volte veementi, contro il Sud». Anche il Die Welt ha ricordato l’amicizia con il Cavaliere e i suoi ruoli nel Parlamento italiano ed europeo.

Stretto di Hormuz, piano a sei per la riapertura: c’è anche l’Italia

Condannando con forza gli attacchi attribuiti a Teheran nel braccio di mare, Downing Street ha annunciato un piano a sei per garantire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, chiuso in parte dall’Iran in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele. Oltre al Regno Unito, i Paesi che si sono dichiarati pronti a contribuire al piano sono l’Italia, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi e il Giappone.

Stretto di Hormuz, piano a sei per la riapertura: c’è anche l’Italia
Keir Starmer e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La nota congiunta

«Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», si legge in una nota congiunta. «La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale». E poi: «Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, soprattutto sui più vulnerabili. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che si stanno adoperando nella pianificazione».

Araghchi: «Chi aiuta gli Usa sarà complice»

Durante una telefonata con l’omologo giapponese Toshimitsu Motegi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – riporta la Cnn – ha affermato che l’attuale situazione nello Stretto è stata causata da Stati Uniti e Israele e che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe «complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori».

Corrispondente di Russia Today sfiorato da un missile dell’IDF in Libano: il video

Il corrispondente di Russia Today Steven Sweeney e il suo cameraman Ali Reda Sbeiti sono rimasti feriti in un attacco israeliano nel sud del Libano, vicino alla città costiera di Tiro, durante un collegamento in diretta in cui il giornalista stava parlando dei raid dell’IDF contro i siti di Hezbollah.

Impressionante il video di quanto accaduto, in cui si vede un missile cadere a pochi metri dalla postazione di Sweeney, con una forte esplosione: il giornalista era senza elmetto, ma indossa va il giubbotto antiproiettile con la scritta “Press”. Per fortuna l’incidente è stato archiviato senza gravi conseguenze per Sweeney e il cameraman, feriti solo in modo lieve.

Ue, la lettera di Meloni e della premier danese Frederiksen su migranti e Medio Oriente

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e la premier danese, Mette Frederiksen, hanno inviato una lettera ai vertici Ue riguardo ai possibili rischi per i flussi migratori derivati dai recenti sviluppi in Medio Oriente, con l’obiettivo di evitare il ripetersi della crisi migratoria del 2015. «Ciò non sarebbe solo una catastrofe umanitaria per le persone direttamente coinvolte, ma rischierebbe anche di incidere sulla sicurezza e sulla coesione della nostra Unione», si legge nella lettera secondo quanto riportato dall’Agi, che l’ha visionata. «Dobbiamo fornire immediatamente un sostegno sufficiente ai nostri partner e agli Stati ospitanti in Medio Oriente, poiché i rifugiati e i migranti dovrebbero, in generale, essere assistiti nei luoghi in cui si trovano. Possiamo aiutare più persone, in modo migliore e più efficiente, fornendo sostegno direttamente alle loro regioni di origine», continuano le due leader.

Ue, la lettera di Meloni e della premier danese Frederiksen su migranti e Medio Oriente
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen (Ansa).

Per le due premier occorre rafforzare le frontiere Ue e esplorare meccanismi di emergenza

Meloni e Frederiksen hanno accolto con favore l’adozione, da parte della Commissione europea, del pacchetto umanitario da 458 milioni di euro in risposta alla crisi umanitaria. E sostengono con forza «la mobilitazione di tutti gli strumenti diplomatici e operativi per garantire che i bisogni siano soddisfatti, al fine di mitigare il rischio di ulteriori movimenti verso l’Ue». Allo stesso tempo, continua la missiva, «dobbiamo essere preparati e adottare le misure necessarie qualora la situazione evolvesse. Non possiamo permetterci di essere colti di sorpresa come in passato. Ciò significa rafforzare ulteriormente le nostre frontiere affinché tutti gli Stati membri siano adeguatamente attrezzati per garantire che l’Ue abbia il pieno controllo delle sue frontiere esterne». Di qui l’invito alla Commissione e alle agenzie Ue competenti ad assistere gli Stati membri in questo sforzo e ad essere pronte a fornire un supporto rapido su richiesta. «Incoraggiamo inoltre la Commissione a esplorare meccanismi che possano fungere da freno di emergenza, da attivare come forza maggiore in caso di improvvisi movimenti migratori su larga scala verso l’Unione. Lo dobbiamo ai cittadini europei e alle popolazioni colpite», conclude la lettera.

L’ex capo dell’antiterrorismo Usa è finito nel mirino dell’Fbi

Joe Kent, che si è dimesso da direttore del Centro nazionale antiterrorismo Usa in segno di protesta contro la guerra in Iran, è oggetto di un’indagine dell’Fbi per una possibile diffusione di informazioni riservate. Secondo il New York Times, gli accertamenti nei suoi confronti sarebbero iniziati prima delle sue clamorose dimissioni.

L’ex capo dell’antiterrorismo Usa è finito nel mirino dell’Fbi
Joe Kent (Ansa).

La lettera di dimissioni e la reazione di Trump

L’indagine dell’Fbi non sarebbe pertanto legato alle dimissioni. Di sicuro, Donald Trump non ha apprezzato il contenuto della lettera con cui Kent ha motivato il passo indietro: l’ex capo dell’antiterrorismo ha scritto che gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran «a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana», facendo intendere che il tycoon sia stato in qualche modo ingannato. «Ho letto la sua dichiarazione, ho sempre pensato che fosse una brava persona, ma anche che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza», ha detto Trump, liquidando Kent: «Ho capito che è un bene che se ne sia andato, perché ha detto che l’Iran non era una minaccia. Invece lo era».

L’ex capo dell’antiterrorismo Usa è finito nel mirino dell’Fbi
Donald Trump (Ansa).

Complottista e di estrema destra: chi è Joe Kent

Nato in Oregon nel 1980, Kent è un politico di estrema destra, noto anche per essere promotore di varie teorie del complotto, come quella secondo cui i vaccini anti-Covid sarebbero una terapia genica sperimentale. In passato è stato agente delle operazioni speciali dell’esercito degli Stati Uniti e della Cia: ha lasciato il secondo incarico nel 2019 dopo la morte della moglie Shannon, soldatessa uccisa in un attentato kamikaze dell’Isis a Manbij, nel nord della Siria. Successivamente si è candidato due volte alla Camera dei rappresentanti per il terzo distretto congressuale di Washington, perdendo entrambe le volte contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez. Nel 2025 era stato scelto da Trump come direttore del National Counterterrorism Center.

Il punto sugli attacchi incrociati ai centri energetici del Golfo

Nelle ultime ore in Medio Oriente ci sono stati una serie di attacchi incrociati che hanno preso di mira le infrastrutture energetiche globali. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno infatti colpito l’area industriale di Ras Laffan in Qatar, il più grande hub di gas naturale liquefatto (gnl) al mondo, provocando un incendio. L’attacco è giunto come rappresaglia per un precedente raid contro il giacimento di South Pars, in Iran, per il quale Teheran ha incolpato Israele e Stati Uniti avvertendo i vicini del Golfo che le loro industrie petrolifere saranno «completamente distrutte» se ci saranno altri raid. Il presidente americano Donald Trump ha riferito che gli Usa «non sapevano nulla» dei piani dello Stato ebraico per colpire il sito iraniano e che «non ci saranno più attacchi da Israele a quell’importante e prezioso giacimento di gas, a meno che l’Iran non decida di attaccare il Qatar». In caso contrario, ha minacciato il tycoon «gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto e il consenso di Israele, faranno esplodere l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza che l’Iran non ha mai visto prima». L’attacco a Ras Laffan ha provocato una rottura diplomatica immediata tra Qatar e Iran. Il ministero degli Esteri qatariota ha ordinato l’espulsione entro 24 ore degli addetti militari e di sicurezza iraniani.

Il punto sugli attacchi incrociati ai centri energetici del Golfo
South Pars (Ansa).

Esplosioni e detriti anche in Arabia e negli Emirati

La tensione si alza anche in Arabia Saudita e negli Emirati. Riad è stata nuovamente scossa da forti esplosioni dovute all’intercettazione di quattro missili balistici e un drone. Il ministro degli Esteri, il principe Faisal bin Farhan, ha dichiarato che «il regno non cederà alla pressione, e al contrario, questa pressione si ritorcerà contro… e certamente, come abbiamo dichiarato chiaramente, ci siamo riservati il diritto di intraprendere azioni militari se ritenuto necessario». Negli Emirati, invece, un’unità di produzione di gas ad Abu Dhabi è stata chiusa per la caduta di detriti, mentre una nave è stata colpita da un proiettile vicino allo Stretto di Hormuz. In risposta all’instabilità, Cathay Pacific ha sospeso tutti i voli per Dubai e Riad fino a fine aprile.

Trump: «Distruggeremo South Pars se l’Iran attaccherà di nuovo il sito in Qatar»

Il presidente americano Donald Trump ha minacciato di distruggere l’enorme giacimento di gas iraniano di South Pars se Teheran dovesse attaccare nuovamente l’importante impianto di produzione di gas naturale liquefatto (gnl) di Ras Laffan in Qatar. L’Iran ha infatti preso di mira quest’ultimo sito provocando un incendio dopo che Israele aveva attaccato i propri impianti. Trump ha riferito che gli Usa «non sapevano nulla» dei piani dello Stato ebraico per colpire South Pars e che «non ci saranno più attacchi da Israele a quell’importante e prezioso giacimento di gas (ndr il più grande del mondo), a meno che l’Iran non decida di attaccare il Qatar». Di qui la minaccia: «In caso contrario, gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto e il consenso di Israele, faranno esplodere l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza che l’Iran non ha mai visto prima».

Il tycoon valuta l’invio di soldati americani in Medio Oriente

Intanto, secondo quanto riportato dalla Reuters, l’amministrazione Trump starebbe valutando l’invio di migliaia di soldati americani in Medio Oriente. Una delle opzioni discusse è l’invio di forze di terra sull’isola di Kharg. Un’altra alternativa è il dispiegamento di truppe lungo le coste dell’Iran per assicurare il passaggio sicuro dello Stretto di Hormuz. L’amministrazione sta anche valutando la possibilità di dispiegare forze per mettere al sicuro l’uranio arricchito iraniano.

Cosa prevede il Jones Act, in vigore dal 1920 e sospeso da Trump per 60 giorni

Nel tentativo di arginare l’aumento del prezzo del petrolio causato dalla guerra contro l’Iran, l’Amministrazione Trump ha sospeso per 60 giorni il Merchant Marine Act (noto anche come Jones Act), legge marittima in vigore dal 1920 che impone diversi paletti al trasporto di merci negli Stati Uniti.

La deroga è stata definita dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt «un altro passo per mitigare le perturbazioni a breve termine del mercato petrolifero mentre l’esercito americano continua a raggiungere gli obiettivi dell’operazione Epic Fury».

Cosa prevede il Jones Act, in vigore dal 1920 e sospeso da Trump per 60 giorni
Una petroliera statunitense (Ansa).

Cosa prevede il Jones Act

In base al Jones Act, che non riguarda esclusivamente il petrolio, qualsiasi merce trasportata tra due porti degli Stati Uniti deve viaggiare su navi costruite negli Usa, di proprietà americana, battenti bandiera a stelle e strisce e con equipaggio prevalentemente statunitense.

Cosa prevede il Jones Act, in vigore dal 1920 e sospeso da Trump per 60 giorni
Donald Trump (Ansa).

I pro e i contro della legge

La legge, pilastro della politica commerciale americana per oltre un secolo, è stata introdotta dopo la Prima guerra mondiale per rafforzare l’industria marittima Usa, tutelando l’occupazione nel settore e la sicurezza del Paese. Il numero di petroliere conformi ai requisiti del Jones Act è però ridotto: ciò riduce la flessibilità del sistema logistico. Inoltre i costi di costruzione e gestione negli Usa sono molto più elevati rispetto a quelli sostenuti dalle compagnie straniere. Tutte dinamiche che incidono sul prezzo finale dei carburanti, soprattutto nelle aree più isolate. Di fatto, è spesso più conveniente (anche per le tasche dei comuni cittadini) importare petrolio dall’estero, piuttosto che trasportarlo da una località all’altra degli Stati Uniti. In virtù della sospensione del Jones Act, le petroliere straniere potranno rifornire le raffinerie della East Coast con carburante proveniente dalla costa del Golfo e da altre zone del Paese.

Forte vento sulle Alpi, in Svizzera precipita la cabina di un’ovovia: un morto

A causa del forte vento la cabina di un’ovovia è precipitata vicino a Engelberg, nel cantone di Obwalden in Svizzera, ribaltandosi più volte lungo il pendio della montagna. Morta l’unica persona che si trovava a bordo. Secondo quanto riferito dalle autorità, la vittima è stata soccorsa e rianimata sul posto per circa mezz’ora, ma è poi deceduta a causa delle gravi ferite riportate. Resta da chiarire come mai l’impianto fosse in funzione nonostante le raffiche di vento.

L’Iran ha giustiziato un cittadino svedese: chi è

Un cittadino svedese è stato giustiziato in Iran, secondo quanto riferito dalla ministra degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard. «È con profondo sgomento che ho appreso dell’esecuzione di un cittadino svedese in Iran. Il mio pensiero va ai familiari in Svezia e in Iran in questo momento difficile», ha affermato la politica, definendo la pena di morte una punizione «disumana, crudele e irreversibile». Stoccolma, insieme al resto dell’Unione europea, ne condanna l’applicazione in ogni circostanza. «Quando ieri sera ho appreso che l’esecuzione era imminente, ho immediatamente cercato un colloquio con il ministro degli Esteri iraniano per protestare con la massima fermezza. Purtroppo, però, il mio omologo non si è reso disponibile per un incontro», ha aggiunto Malmer Stenergard, che ha convocato l’ambasciatore iraniano in Svezia.

Chi è il cittadino giustiziato

Secondo il sito iraniano Mizan Online, a essere giustiziato all’alba di mercoledì 18 marzo 2028 è stato Kourosh Keyvani, arrestato a giugno 2025 e condannato a morte per «spionaggio a favore di Israele». In particolare, era accusato di aver trasmesso immagini e informazioni su luoghi sensibili ad agenti del Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana. Fermato a Savojbolagh il quarto giorno della cosiddetta Guerra dei 12 giorni, stando all’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim era stato trovato in possesso di contanti (pare 30 mila euro), veicoli e «sofisticate apparecchiature di comunicazione e sorveglianza». Secondo il rapporto annuale di HRA sulla situazione dei diritti umani in Iran, nel 2025 almeno 2.063 persone sono state giustiziate nel Paese (+ 119 per cento rispetto al 2024).

La Nato schiererà un nuovo sistema Patriot nel sud della Turchia

Dopo l’abbattimento di tre missili provenienti dall’Iran nello spazio aereo della Turchia, Ankara ha annunciato che un nuovo sistema Patriot verrà schierato nella base militare di Incirlik, situata nei pressi della città di Adana nel sud-est del Paese, non lontano dal confine con la Siria. La base rappresenta uno dei principali hub strategici della Nato nel Mediterraneo orientale.

Nella base c’è già un sistema Patriot fornito dalla Spagna

Rafforzata dunque ulteriormente la copertura antimissile del sud della Turchia, in risposta alle tensioni regionali legate al conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele. «Oltre alle misure nazionali adottate per garantire la sicurezza del nostro spazio aereo e dei nostri cittadini, un ulteriore sistema Patriot, assegnato dal Comando aereo alleato di Ramstein, in Germania, è in corso di dispiegamento ad Adana, in aggiunta al sistema Patriot spagnolo già presente nella base», ha spiegato il ministero della Difesa turco.

Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

L’attacco aereo israeliano che ha ucciso Ali Larijani ha eliminato uno dei più esperti e influenti strateghi politici dell’Iran, che in qualità di segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale era al centro del processo decisionale in materia di guerra, diplomazia nucleare e alleanze internazionali. Pe quanto proveniente da una prestigiosa famiglia clericale, Larijani non era un leader religioso. Ma, fedelissimo di Ali Khamenei, proprio dall’ayatollah aveva ricevuto l’incarico di garantire la sopravvivenza della teocrazia. Secondo gli analisti, negli ultimi mesi aveva concentrato nelle sue mani un enorme potere all’interno del regime, che non era stato intaccato (anzi) dalla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Premesso che qualsiasi nuova figura di alto livello diventerà un bersaglio di Israele e Stati Uniti, chi potrebbe prendere il posto di Larijani a capo del Consiglio di sicurezza iraniano?

Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

I possibili eredi di Larijani

Uno dei nomi più caldi è quello di Mohsen Rezaei, veterano delle forze armate che ha ricoperto per oltre 15 anni la carica di comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione. Da pochi giorni Rezaei ha assunto il ruolo di consigliere militare di Mojtaba Khamenei, rafforzando così la sua posizione all’interno della struttura di potere iraniana.

Nell’immediato, la morte di Larijani probabilmente conferirà maggiore potere al generale Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento ed ex comandante della polizia iraniana, in passato anche sindaco di Teheran. Ghalibaf ha sostenuto la nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema, posizione condivisa con i pasdaran e alcuni dei religiosi iraniani più intransigenti e ultraconservatori.

Tra i nomi che girano c’è poi quello di Ahmad Vahidi, capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dalla morte di Mohammad Pakpour, avvenuta nelle prime ore del conflitto: è lui, ex ministro degli Esteri, a sovrintendere nell’ombra (dalla nomina non ci sono stati né messaggi, né apparizioni) allo sforzo bellico contro gli Stati Uniti e Israele.

Da non scartare poi le “candidature” di Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso (è stato a capo degli Esteri dal 1981 al 1997) che ha servito per decenni come consigliere della Guida Suprema; e quella di Hassan Rouhani, ex presidente ed ex segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.

Secondo l’esperto di Medio Oriente Vali Nasr, che in passato ha collaborato con la Casa Bianca, il successore di Larijani sarà nominato dai pasdaran. Uno scenario, questo, che non lascia presagire nulla di buono per le speranze di de-escalation. «Con ogni assassinio, Stati Uniti e Israele alimentano una maggiore radicalizzazione della leadership iraniana. Ciò prefigura un futuro fosco per l’Iran, gli iraniani, la regione e, in definitiva, renderà molto più difficile per gli Usa disimpegnarsi da un conflitto senza fine», ha scritto Nasr su X.

Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni

Dopo aver preso parte all’operazione per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro, è stata utilizzata per il decollo di decine di caccia F18 Hornet, carichi di bombe da sganciare sull’Iran. Adesso la portaerei USS Gerald Fordla più grande e potente al mondo – si prende una pausa forzata. L’ammiraglia della Marina Usa, al momento nel Mar Rosso, farà infatti rotta verso Creta per delle riparazioni dopo un serio incendio scoppiato a bordo la scorsa settimana.

I bagni in tilt e la prima sosta a Creta, poi il rogo

Durante lo spostamento dai Caraibi al Mediterraneo si era verificato un primo problema sulla fortezza galleggiante, lunga 333 metri: erano infatti andati in tilt i servizi igienici, cosa che aveva causato – ovviamente – grossi disagi. Il guasto era stato parzialmente risolto durante una sosta nel porto cretese di Souda. Poi erano iniziate le operazioni contro l’Iran, continuate anche mentre la USS Ford si spostava attraverso il canale di Suez nel Mar Rosso. Successivamente si è verificato il problema più serio: l’incendio.

Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni
La USS Ford (Ansa).

L’incendio, partito da una lavanderia, è durato più di 30 ore

Come riportano diversi quotidiani statunitensi, l’incendio è durato più di 30 ore e decine di soldati sono rimasti intossicati dal fumo. Il rogo, partito da una ventola della lavanderia di poppa (forse per un cortocircuito), si è rapidamente esteso a diversi locali della portaerei, compresi gli alloggi, costringendo la Marina a prelevare mille materassi dalla futura USS John F. Kennedy a Norfolk, in Virginia, per inviarli alla Ford. Inoltre, la distruzione della lavanderia principale sta impedendo di lavare gli indumenti di buona parte dei militari a bordo, circa 4.500. Funzionari dell’esercito Usa, che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato, non hanno specificato per quanto tempo la nave da 13 miliardi di dollari rimarrà a Creta.