Antenna Group annuncia Tony Blair come Senior Advisor

Antenna Group, ovvero il colosso greco vicinissimo a rilevare gli asset più redditizi di Gedi – tra cui Repubblica – ha annunciato che l’ex premier britannico Tony Blair assumerà il ruolo di Senior Advisor per la realizzazione dell’Europe-Gulf Forum, in programma a maggio 2026. L’evento, che sarà ospitato da Antenna in partnership con il principale think tank statunitense, l’Atlantic Council, riunirà esponenti di primo piano del mondo politico, imprenditoriale, finanziario e istituzionale, con l’obiettivo di costruire una cooperazione duratura tra Europa e Golfo Persico, due regioni chiave unite da interessi geopolitici e opportunità di investimento condivisi. Si conferma dunque la forte influenza di Blair nella regione, nonostante qualche ombra nel passato dell’ex inquilino di Downing Street. «Siamo lieti di accogliere Blair come Senior Advisor mentre la nostra azienda si prepara a ospitare questo importante evento», ha dichiarato Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group, evidenziando la «straordinaria leadership internazionale e la profonda esperienza diplomatica» dell’ex primo ministro britannico. «Sono lieto di collaborare alla realizzazione di questo forum, che riunirà Europa e Paesi del Golfo in una fase di crescente polarizzazione globale, un progetto di grande rilievo per il futuro. Europa e Golfo condividono interessi strategici profondi e vi sono ampi margini per rafforzare ulteriormente la cooperazione tra le due regioni», ha detto Blair.

Da Downing Street al Tony Blair Institute for Global Change

Primo ministro del Regno Unito dal 1997 al 2007, ha guidato il Paese per tre mandati consecutivi diventando l’unico leader laburista ad aver vinto tre elezioni generali nella storia del partito. Dopo l’addio a Downing Street, Blair ha continuato a essere attivamente impegnato nelle principali dinamiche globali, con particolare attenzione all’Africa e al Medio Oriente: nel 2016 ha fondato il Tony Blair Institute for Global Change, organizzazione non profit che fornisce consulenza su governance e strategie di sviluppo, con progetti soprattutto in Africa e Medio Oriente. Inoltre è nel comitato esecutivo del trumpiano Board of Peace.

Antenna Group annuncia Tony Blair come Senior Advisor
Tony Blair (Ansa).

La presunta attività di lobbying per spingere l’Ue nel Consiglio di pace

A proposito dell’organismo promosso dalla Casa Bianca, la piattaforma Follow the money ha appena pubblicato un documento riservato della Commissione europea da cui emergerebbe un’attività di lobbying dell’istituto di Blair, per spingere l’Ue a prendere parte del Board of Peace. In particolare è emerso che gli emissari dell’organizzazione avrebbero avuto un incontro con i funzionari della Direzione generale Mena (Medio Oriente, Nordafrica e Golfo) che fa capo a Dubravka Šuica, commissaria al Mediterraneo, chiedendo un faccia a faccia con Blair «a Davos o in altre occasioni». Ebbene, Palazzo Berlaymont ha confermato che la stessa Šuica sarà presente alla prima riunione del Board of Peace, mettendo al tempo stesso in chiaro che la Commissione sarà a Washington solo come osservatrice e che l’Ue non entrerà a far parte del consiglio di pace. Secondo quanto emerso da fonti diplomatiche, la questione non era mai stata affrontata né a livello ministeriale, né al Coreper. E il via libera è arrivato direttamente da Ursula von der Leyen, non senza qualche malumore a Bruxelles.

L’Iran apre alle ispezioni nei siti nucleari, ma blinda il programma missilistico

In vista dei nuovi colloqui con gli Stati Uniti in programma a Ginevra, l’Iran apre alle ispezioni nei siti nucleari della Repubblica Islamica, compresi quelli sotterranei, ma blinda il suo programma missilistico, sul quale non intendere fare concessioni. Ali Larijani, segretario del Consiglio superiore per la sicurezza dell’Iran, ha dichiarato: «Per dimostrare che l’Iran non è alla ricerca di armi nucleari, permetteremo agli ispettori dell’Aiea di ispezionare i nostri siti nucleari, anche quelli che si trovano nel sottosuolo e sulle montagne». Poi ha aggiunto: «Sulla questione la questione missilistica, che riguarda la sicurezza nazionale, non siamo disponibili a negoziare».

Aragchi: «La sottomissione alle minacce non è sul tavolo»

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi, a Ginevra per nuovi colloqui dopo quelli che si sono svolti in Oman, ha affermato che «i negoziati devono essere equi, significativi e privi di tattiche dilatorie». La delegazione americana sarà guidata ancora dall’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff, e da Jared Kushner, consigliere di Donald Trump nonché suo genero. Prima di vedere gli americani, Araqchi ha in programma un incontro con Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, e altri esperti nucleari. In un post su X il ministro degli Esteri iraniano ha sottolineato che «la sottomissione alle minacce non è sul tavolo dei negoziati».

L’Iran continua a escludere l’arricchimento zero dell’uranio

Gli Stati Uniti stanno tentando di ampliare la portata dei colloqui a questioni non nucleari, come l’arsenale missilistico dell’Iran, su cui però Teheran continua a fare muro. La Repubblica Islamica, che ha appunto aperto alle ispezioni dell’Aiea, si è detta disposta a disposta a discutere di limitazioni al suo programma nucleare solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa, che stanno mettendo in ginocchio la sua economia, escludendo però l’arricchimento zero dell’uranio.

L’Iran apre alle ispezioni nei siti nucleari, ma blinda il programma missilistico
La USS Gerald R. Ford (Ansa).

Continua intanto a salire la tensione tra Usa e Iran

La tensione lungo l’asse Washington-Teheran continua intanto a salire. Con l’obiettivo di costringere la Repubblica Islamica a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo: la USS Gerald R. Ford, che va dunque ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln, da tempo presente nel Mar Arabico, rafforzando la potenza di fuoco statunitense nella regione. Come hanno riferito alla Reuters alcuni funzionari vicini alla Casa Bianca, gli Usa «si stanno preparando all’eventualità di una campagna militare prolungata se i colloqui non dovessero avere successo». Intanto, la protezione civile iraniana ha tenuto un’esercitazione di difesa nella Pars Special Economic Energy Zone per rafforzare la preparazione a potenziali incidenti chimici nel polo energetico situato nella parte meridionale del Paese.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani

Non c’è pace per il Louvre. Dopo il clamoroso furto di gioielli avvenuto il 19 ottobre 2025 e la truffa milionaria legata ai biglietti del museo parigino – appena venuta alla luce – ecco un incidente che ha messo a repentaglio diverse opere. La rottura della tubatura della caldaia ai piani superiori ha infatti danneggiato il soffitto della sala 707, affrescata nel 1819 dal pittore Charles Meynier, provocando anche l’allagamento della 706. Si tratta di due stanze dove sono conservate alcuni capolavori italiani come ‘Il calvario con San Domenico in preghiera” del Beato Angelico e ‘Il Cristo benedicente’ di Bernardino Luini.

L’allagamento della Biblioteca delle Antichità Egizie

C’è da dire, che in realtà, il Louvre fa letteralmente acqua da tempo. A inizio dicembre un’altra fuga d’acqua da una tubatura, che era già stata segnalata come difettosa il 26 novembre, aveva causato gravi danni a centinaia di riviste di egittologia e documentazione scientifica utilizzata dai ricercatori, risalenti a fine Ottocento-inizio Novecento.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Il Louvre affollato di visitatori (Ansa).

La maxi-frode su biglietti e visite guidate

La procura di Parigi il 10 febbraio ha fermato nove persone, con l’accusa di truffa ai danni del museo del Louvre e della reggia di Versailles, stimati in oltre 10 milioni di euro. Gli arrestati avrebbero messo in piedi una maxi-frode che lucrava su visite guidate e biglietti, riutilizzando più volte i ticket per persone diverse o rivendendoli a prezzi maggiorati, grazie a contatti interni per aggirare i controlli. Tra i sospetti fermati ci sono due dipendenti del Louvre, alcune guide turistiche e una persona che gli inquirenti ritengono essere l’organizzatore della truffa. Nell’ambito delle indagini sono stati sequestrati 957 mila euro in contanti e 486 mila euro in vari conti bancari.

Il clamoroso furto del 19 ottobre 2025

Risale invece al 19 ottobre 2025 il clamoroso furto di alcuni preziosissimi gioielli della Corona d’epoca napoleonica. Tra essi un diadema e una collana dal set di zaffiri delle regine Maria Amalia e Ortensia, una collana di smeraldi e orecchini dal set di Maria Luisa, e un grande fiocco-spilla da corpetto dell’imperatrice Eugenia. Il colpo, avvenuto in pieno giorno nella Galleria d’Apollon e durato appena quattro minuti, ha fruttato un bottino stimato di 88 milioni di euro. Ed evidenziato, ovviamente, enormi falle nella sicurezza del Louvre.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Protesta del lavoratori del Louvre (Ansa).

Gli altri problemi del Louvre

Il Louvre, finito nel mirino delle critiche anche per i pochi bagni a disposizione dei moltissimi visitatori e la vetustà delle strutture, è finito nel mirino anche dei suoi stessi dipendenti, che di recente hanno più volte indetto sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo

Sale ancora la tensione tra Stati Uniti e Iran. Con l’obiettivo di costringere la Repubblica Islamica a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo: la USS Gerald R. Ford, che va dunque ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln, da tempo presente nel Mar Arabico, rafforzando la potenza di fuoco statunitense nella regione.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo
Donald Trump (Ansa).

Trump rafforza la potenza di fuoco dopo i colloqui in Oman

Il primo round di colloqui tra gli Stati Uniti e l’Iran si è tenuto il 6 febbraio a Muscat, in Oman. Ma il vertice, a cui hanno preso parte il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, non ha portato risultati di rilievo. Teheran, tramite Mohammad Eslami, capo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran, ha messo sul tavolo la diluizione dell’uranio arricchito al 60 per cento, in cambio della revoca delle sanzioni Usa che stanno mettendo in ginocchio l’economia del Paese.

La USS Ford era ai Caraibi per l’operazione in Venezuela

La USS Ford e le sue navi di scorta erano state dispiegate nel Mar dei Caraibi mentre era in corso la campagna contro il Venezuela: proprio dal suo gruppo d’attacco si erano alzati in volo i caccia impegnati nell’operazione per la cattura di Nicolas Maduro. Secondo quanto riportato dal New York Times la USS Ford, che ha ricevuto l’ordine di salpare verso il Medio Oriente, non rientrerà negli Stati Uniti prima di aprile.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo
Caccia sulla USS Gerald R. Ford (Ansa).

Rappresenta il vertice della tecnologia navale Usa

Lunga 337 metri, con oltre 100 mila tonnellate di dislocamento e una velocità massima di 30 nodi, la USS Ford può ospitare fino a 90 velivoli e rappresenta il vertice della tecnologia navale americana grazie ai suoi reattori nucleari più potenti e al sistema di lancio elettromagnetico, che consente di lanciare aerei più rapidamente, pesantemente armati e con più carburante, rispetto alle tradizionali catapulte. Trasporta inoltre un equipaggio di oltre 4 mila uomini, incluso il suo stormo di volo. Costruita a partire dal 2005 e varata nel 2013, la USS Gerald R. Ford nella Marina Usa ha sostituito la USS Enterprise, messa fuori servizio dopo 51 anni di attività.

L’altra mossa degli Stati Uniti: i kit Starlink introdotti in Iran

Sempre a proposito delle tensioni tra Usa e Iran, un funzionario statunitense ha detto al Wall Street Journal che Washington ha introdotto clandestinamente nella Repubblica Islamica circa 6 mila kit Internet satellitari Starlink, per consentire agli attivisti di rimanere online dopo la brutale repressione delle proteste da parte del regime.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione

Il Partito democratico perde un pezzo da novanta. L’europarlamentare Elisabetta Gualmini, esponente dell’ala riformista (sempre più insofferente nei confronti di Elly Schlein), ha infatti deciso di lasciare il Pd e dunque anche la sua delegazione a Strasburgo, che fa parte dei Socialisti europei. Da tempo in rotta con la linea politica del Nazareno, ufficializzerà la decisione lunedì 16 febbraio, in conferenza stampa a Bologna: a seguito dell’uscita dal Pd, Gualmini parteciperà alla prossima plenaria al Parlamento Ue, in programma a metà marzo, già nelle file di Renew Europe. Ma non come indipendente: lo farà come esponente di Azione.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione

Gualmini sarà la prima italiana di Renew Europe

Gualmini, che è stata coinvolta nell’inchiesta Qatargate a Bruxelles, in un messaggio inviato ai colleghi di partito ha scritto di «decisione molto sofferta», aggiungendo però di essere fermamente convinta della scelta. La politologa, ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna con Stefano Bonaccini governatore, sarà la prima italiana di Renew Europe, dato che Azione non è rappresentata a Strasburgo. Con il suo cambio dii casacca, peraltro, il gruppo del Partito democratico perderà il primato numerico tra i Socialisti europei, scendendo a quota 20 deputati, tanti quanto il Partito Socialista Operaio Spagnolo.

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I contrasti con Schlein su politica estera e giustizia

Negli ultimi mesi, Gualmini è entrata in contrasto con Schlein su giustizia e politica estera. Per quanto riguarda il referendum del 22-23 marzo, al pari di Pina Picierno, che ha messo in chiaro di non aver digerito il diktat sul “no”, anche Gelmini si è schierata a favore della separazione delle carriere dei magistrati. E non c’è stato nemmeno bisogno della gaffe a tema curling per convincerla. Sulla giustizia c’è da dire però che non tutti i riformisti sono per il “sì”, come dimostra la lettera di dissenso inviata a fine dicembre dai senatori Dario Parrini e Walter Verini a LibertàEguale.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Non solo Guelmini: gli altri dem corteggiati da Calenda

Intervistato dal Corriere della Sera, l’8 febbraio Carlo Calenda aveva dichiarato di voler allargare il centro liberale, rivolgendosi «a tutti coloro che come Azione vogliono un’Europa federale ora». Tra i nomi citati quelli di alcuni riformisti del Pd, come Gualmini appunto, Picierno, Giorgio Gori e Simona Malpezzi, ma anche «+Europa di Hallisey e Magi e i popolari come Ruffini». Calenda però potrebbe perdere un deputato: sembra che Matteo Richetti, convinto che il leader di Azione stia guardando troppo a destra, possa passare al Pd.

Sarebbe pronto a lasciare il Pd anche Delrio

In Italia sarebbe pronto a lasciare il Pd anche il senatore ed ex ministro Graziano Delrio, che ha parlato di «aria irrespirabile» dopo le critiche ricevute dai pro Pal per le sue posizioni, ritenute antisemite. Niente approdo in Azione per Delrio, che sarebbe vicino al passaggio a Italia Viva di Matteo Renzi, con il quale è rimasto in ottimi rapporti.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni

Tim Allan, direttore delle comunicazioni del governo britannico, si è dimesso dopo soli cinque mesi dall’assunzione dell’incarico. Un altro duro colpo per il premier Keir Starmer: il passo indietro arriva a stretto giro dalle dimissioni del capo di gabinetto Morgan McSweeney, che ha lasciato assumendosi la «piena responsabilità» della nomina di Peter Mandelson – coinvolto nel caso Epstein – come ambasciatore negli Stati Uniti. Con le dimissioni di Allan, salgono a quattro i direttori delle comunicazioni che hanno lasciato Downing Street sotto Starmer: avevano già abbandonato l’incarico Matthew Doyle, James Lyons e Steph Driver.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni
Tim Allan (X).

Il passo indietro di Allan: tra i suoi vecchi clienti pure il Cremlino

«Ho deciso di dimettermi per consentire la creazione di una nuova squadra a Downing Street. Auguro al Primo Ministro e al suo team ogni successo», ha dichiarato Allan, considerato uno degli spin doctor più spregiudicati del Regno Unito. Vicedirettore delle comunicazioni di Tony Blair dal 1997 al 1999 durante il suo primo mandato da premier, successivamente è passato a Sky e poi, nel 2001, ha fondato la propria agenzia di pubbliche relazioni, la Portland. Tra i clienti più prestigiosi l’aeroporto di Heathrow, la società di scommesse William Hill e persino il Cremlino. Dopo aver rotto i rapporti con la Russia nel 2014, dopo la prima invasione dell’Ucraina, Allen ha iniziato a lavorare per un altro discusso cliente: l’emirato del Qatar, che anche grazie a lui avrebbe poi ottenuto l’assegnazione dei Mondiali di calcio del 2022. A settembre 2025 il ritorno a Downing Street.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni
Morgan McSweeney (LinkedIn).

L’addio di McSweeney, che si è assunto la reponsabilità della nomina di Mandelson

Domenica 8 febbraio, dopo giorni di pressioni da parte di molti parlamentari laburisti, si è invece dimesso McSweeney, che aveva fortemente insistito con Starmer affinché Mandelson (suo amico ed ex ministro) ottenesse l’incarico di ambasciatore a Washington, nonostante i conclamati rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Jeffrey Epstein anche dopo la prima condanna inflitta al finanziere americano per traffico sessuale.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni
Peter Mandelson (Ansa).

Mandelson ha lasciato Labour e Parlamento dopo gli ultimi file su caso Epstein

Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti licenziato già a settembre 2025 da Starmer dopo la pubblicazione di alcuni documenti che mostravano la sua vicinanza a Epstein, si è dimesso anche dal Partito Laburista (di cui è stato a lungo uno degli esponenti più importanti) e poi dalla Camera dei Lord, a seguito della diffusione di milioni di nuovi file sul caso del finanziere morto suicida in carcere nel 2019. Secondo quanto ricostruito dal Times, a Downing Street prima della nomina di Mandelson ad ambasciatore sarebbe arrivato un rapporto di due pagine del Cabinet Office, contenente elementi considerati rilevanti sui legami con Epstein. Tra essi l’indicazione che l’ex ministro avrebbe soggiornato nell’appartamento di Manhattan del finanziere anche durante il periodo in cui quest’ultimo era detenuto per reati sessuali su minori.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni
Keir Starmer (Ansa).

Starmer sulla graticola: per la sua successione circola il nome di Rayner

Starmer, che si è giustificato spiegando di aver creduto «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson sui suoi rapporti con Epstein, appare ora sempre più sulla graticola. Secondo molti, le elezioni amministrative di maggio potrebbero sancire la fine della sua stagione a capo del Labour. Girano già i nomi dei possibili sostituti a Downing Street: in pole ci sarebbe l’ex vicepremier Angela Rayner, esponente della cosiddetta ‘soft left’, segretaria di Stato per l’edilizia abitativa, le comunità e il governo locale da luglio 2024 allo scorso settembre, quando era stata costretta alle dimissioni dopo lo scandalo riguardante il mancato pagamento dell’importo corretto di tasse nell’acquisto di una seconda casa. Dopo l’uscita di scena della vice, Starmer aveva dunque proceduto a un rimpasto del suo governo, nominando come numero due a Downing Street David Lammy (fino a quel momento capo degli Esteri) e Steve Reed alla guida del ministero lasciato da Rayner.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo

Stati Uniti e Iran tornano a confrontarsi in Oman, per i primi negoziati da giugno 2025, quando Israele lanciò attacchi contro la Repubblica Islamica che scatenarono una guerra di 12 giorni segnata da raid aerei reciproci, a cui si unirono anche gli americani, questa volta nel tentativo di scongiurare un altro conflitto. Sul tavolo c’è il programma nucleare iraniano. In vista dell’incontro di Muscat, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – che guida la delegazione di Teheran – ha avvertito: «Siamo pronti a difenderci da qualsiasi richiesta eccessiva o avventurismo Usa». Non è ancora chiaro se le due parti siano d’accordo su cosa sono disposte a negoziare: cosa sappiamo.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a colloquio con l’omologo omanita Sayyid Badr Albusaidi (Ansa).

L’Iran vuole parlare solo del suo programma nucleare

Teheran ha messo in chiaro che questi colloqui avrebbero riguardato solo il suo programma nucleare, mentre Washington vorrebbe negoziare anche l’uso e la detenzione di missili balistici a lunghissimo raggio. L’Iran è però irremovibile e non intende fare concessioni, ritenendoli fondamentali per la difesa in caso di futuri attacchi di Israele. Haaretz scrive che gli Usa hanno accettato di rinunciare alla condizione di discutere anche di missili balistici e più in generale della sicurezza in Medio Oriente. Secondo quanto emerge da un’analisi di immagini satellitari condotta dal New York Times, l’Iran sembra aver ricostruito diverse strutture missilistiche balistiche danneggiate dagli attacchi del 2025, apportando invece solo riparazioni limitate ai principali siti nucleari colpiti.

La possibile proposta sull’arricchimento dell’uranio

Secondo quanto riportato dal New York Times, che cita fonti diplomatiche, alcuni Paesi vicini all’Iran hanno proposto di limitare le capacità di Teheran di arricchimento dell’uranio a livelli minimi: al 3 per cento o anche meno. Questo basterebbe al regime per salvare la faccia di fronte alla richiesta di Trump di un arricchimento pari a zero. Ma sarebbe comunque una sconfitta, visto che per la maggior parte delle armi nucleari è necessario un arricchimento al 90 per cento.

Gli Stati Uniti posson far leva sulle revoca delle sanzioni

Il Nyt cita poi tre funzionari iraniani, secondo cui Teheran potrebbe anche essere disposta a offrire una sospensione a lungo termine del suo programma nucleare. In cambio chiederebbe a Washington la revoca delle sanzioni americane che hanno contribuito alla crisi economica della Repubblica Islamica e a sua volta alle proteste che hanno scosso il Paese, represse nel sangue dal regime.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo
Abbas Araghchi e Steve Witkoff (Ansa).

Il nodo del sostegno iraniano agli alleati nella regione

C’è poi un altro tema sul tavolo, ovvero il sostegno dell’Iran ai suoi proxy nella regione, da Hamas e Hezbollah, fino agli Houthi. Gli Stati Uniti, ovviamente, vorrebbero che i pasdaran recidessero i legami con questi gruppi. I funzionari che hanno parlato col New York Times hanno evidenziato che, in ogni caso, sarebbe estremamente difficile concordare un meccanismo per monitorare efficacemente il rispetto del non invio di denaro o armi alle milizie alleate.

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti

Il 5 febbraio 2026, è scaduto l’accordo New START tra Stati Uniti e Russia, che siglato a Praga l’8 aprile 2010 (e poi entrato in vigore il 5 febbraio 2011) limitava a 1.550 il numero di testate nucleari strategiche – ovvero con funzione deterrente – dispiegabili dai due Paesi e a 700 i vettori operativi – tra missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari lanciamissili e bombardieri pesanti – con un tetto complessivo di 800 sistemi tra schierati e non schierati. L’accordo prevedeva anche il bando al dispiegamento di armi strategiche fuori dal territorio nazionale dei due Paesi firmatari. Con la scadenza del trattato, vengono meno i vincoli giuridicamente vincolanti e i meccanismi di verifica (quest’ultimi erano in realtà già saltati): senza alcun freno, c’è ora lo spauracchio della corsa agli armamenti. E sullo sfondo c’è anche l’ingombrante presenza della Cina.

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Le comunicazioni periodiche previste dal New START si erano interrotte dalla pandemia

Il New Strategic Arms Reduction Treaty, che aveva sostituito i precedenti accordi START, gli START I, START II e SORT, è – o meglio era – un’intesa di fondamentale importanza: si stima infatti che negli arsenali di Washington e Mosca ci sia il 90 per cento degli ordigni nucleari mondiali: 5.177 testate per Washington e 5.459 per Mosca comprendendo quelle tattiche, ovvero progettate per essere utilizzate sul campo di battaglia in situazioni belliche. Il New START, siglato da Barack Obama e Dmitry Medvedev e prorogato nel 2021 – per cinque anni – poco dopo l’insediamento di Joe Biden, prevedeva anche comunicazioni periodiche di informazioni sul dispiegamento e l’evoluzione dell’arsenale, sospese però durante la pandemia di Covid e poi mai riprese a causa delle crescenti tensioni dopo l’invasione dell’Ucraina.

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti
Barack Obama e Dmitry Medvedev (Ansa).

Putin, Trump e la mancata estensione del formato alla Cina di Xi

La scadenza del patto New START segna la conclusione della stagione del controllo delle armi nucleari iniziata nel 1972 con la firma da parte di Richard Nixon e Leonid Bréžnev del Trattato contro i sistemi antimissili balistici. Vladimir Putin aveva proposto il proseguimento informale dell’accordo (senza però controlli e scambio di informazioni): Donald Trump aveva risposto in modo positivo, chiedendo però l’estensione del formato alla Cina, il nuovo grande avversario a livello globale degli Stati Uniti. Si stima che la Repubblica Popolare, contraria a partecipare a negoziati fino al raggiungimento della parità con Washington, abbia raddoppiato in pochi anni il suo arsenale: secondo le stime Pechino ha circa 600 testate nucleari. «Il presidente è stato chiaro. Non è possibile il controllo degli armamenti nel XXI secolo se non include in qualche modo la Cina, che ha un arsenale vasto e in crescita», ha ribadito alla vigilia della scadenza del New START il segretario di Stato Usa Marco Rubio.

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti
Donald Trump (Ansa).

Il mancato rinnovo del patto getta ombre molto scure sul futuro

Prima di oggi l’ultimo accordo Usa-Russia di non proliferazione a essere abbandonato era stato il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato nel 1987 e stracciato unilateralmente da Washington nel 2019. Il mancato rinnovo del New START non può non gettare ombre molto scure sul futuro. Putin ha assicurato a Xi Jinping che la Russia «agirà in modo ponderato e responsabile», come ha spiegato il consigliere diplomatico presidenziale Yuri Ushakov. Allo stesso tempo, il portavoce dello zar Dmitry Peskov ha però avvertito che «il mondo si troverà in una situazione più pericolosa di prima», perché la Russia e gli Stati Uniti «si troveranno senza un documento fondamentale che limiti e controlli gli arsenali».

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).

Gli appelli delle Nazioni Unite e del papa contro la proliferazione

In tale contesto Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha esortato Stati Uniti e Russia a «concordare rapidamente» un nuovo trattato sul disarmo: «Questo smantellamento di decenni di progressi non potrebbe arrivare in un momento peggiore: il rischio di un uso nucleare è al livello più alto da decenni». Sulla questione New START si è espresso anche papa Leone XIV: «Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto e efficace». La situazione attuale, ha sottolineato il pontefice, «dice di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le Nazioni». Difficile dargli torto.

Milano-Cortina, sventati attacchi degli hacker filorussi Noname057(16): i precedenti

«Abbiamo sventato una serie di cyberattacchi a sedi del ministero degli Esteri, a cominciare da Washington e anche alcuni siti delle olimpiadi invernali, con gli alberghi di Cortina». Lo ha detto Antonio Tajani parlando con i giornalisti a Washington, sottolineando che si tratta di «azioni di matrice russa». L’attacco è stato infatti rivendicato dal gruppo di hacker filorussi Noname057(16): come già accaduto in passato, l’azione del gruppo pro-Cremlino è stata di tipo Ddos (Distributed denial of service), crimine informatico che mira a rendere inaccessibile un server, servizio o rete inondandolo con un traffico di dati falso e massiccio, proveniente da più fonti distribuite (botnet). Il sito dell’hotel a quattro stelle di Cortina oggetto dell’attacco, inaccessibile per un breve periodo, è ora regolarmente raggiungibile.

Milano-Cortina, sventati attacchi degli hacker filorussi Noname057(16): i precedenti
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Il gruppo NoName057(16) è “ufficialmente” attivo da marzo del 2022

Il gruppo NoName057(16) si è “presentato” a marzo del 2022 con l’intento di attaccare (come recita il suo manifesto) «le risorse di propaganda ucraina che mentono sfacciatamente alle persone sull’operazione speciale della Russia in Ucraina, così come sui siti web degli hacker ucraini che cercano di sostenere il regime neonazista di Zelensky e la sua banda di tossicodipendenti e nazisti». Da allora ha rivendicato la responsabilità di svariati cyberattacchi contro agenzie governative, media e aziende dell’Ucraina e dei suoi alleati. Sempre con azioni di tipo Ddos.

Milano-Cortina, sventati attacchi degli hacker filorussi Noname057(16): i precedenti
Sergio Mattarela (Imagoeconomica).

L’Italia è il terzo Paese più colpito dagli hacker di NoName057(16) dopo Germania e Francia

Come ricorda il sito Cybersecurity360, il collettivo filorusso NoName057(16) «rivendica 487 attacchi DDoS contro il nostro Paese tra ottobre 2024 e gennaio 2026, all’interno di oltre 5.500 offensive confermate in poco più di un anno, con circa 894 attacchi concentrati negli ultimi 90 giorni». L’Italia risulta il terzo Paese più colpito dagli hacker di NoName057(16) dopo Germania e Francia. A maggio del 2023, ad esempio, il gruppo ha attaccato siti istituzionali e di aziende italiane in occasione della visita di Volodymyr Zelensky a Roma. Lo stesso è poi accaduto a gennaio del 2025. Nello stesso, anno, ma il mese successivo, ci sono stati nuovi attacchi dopo le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in un discorso all’Università di Marsiglia aveva paragonato la Russia di Vladimir Putin al Terzo Reich.

Picierno attacca il Pd sul referendum: cosa è successo

«La linea comunicativa del Partito Democratico che assimila al fascismo chi voterà Sì al referendum del 22-23 marzo è gravemente insultante e svilente. Da fondatrice e militante del Pd sono colpita e molto addolorata da una deriva comunicativa e politica sempre più polarizzante e populista». Lo ha scritto Pina Picierno in un duro post su X contro l’ultimo passo falso del suo partito, avvenuto sui social.

L’infelice accostamento tra chi voterà “Sì” e i neofascisti

L’amarezza di Picierno nasce dalla clip pubblicata sulla pagina Instagram del Partito democratico, con i saluti romani dei neofascisti ad Acca Larentia e il messaggio in sovrimpressione: «Loro votano sì. Ricordagli che la Costituzione è antifascista». E si legge anche: «CasaPound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e il 23 marzo VOTA NO!».

Il messaggio di FdI: stessi toni (al contrario) di quello dem

La campagna del Pd ha ricalcato, al contrario, quella di Fratelli d’Italia, che ha pubblicato sui social un video degli scontri di Torino per Askatasuna, con il messaggio: «Noi non siamo come loro e voteremo sì».

Picierno: «Voterò sì, come molti elettori e militanti del Pd»

Chiedendo di non trasformare il referendum sulla riforma della giustizia «in una contesa politica sul governo in carica», perché «per quello ci saranno le elezioni politiche», Picierno ha poi scritto: «Io voterò sì, e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti. Basta con una campagna che sembra ricalcare, al contrario, i toni e lo stile di Fratelli d’Italia, anche loro impegnati in una penosa linea comunicativa per cui chi vota no è assimilabile ai violenti degli scontri di Torino». Poi: «So bene che esiste una linea maggioritaria nel mio partito, e sono sicura che esistono molti modi per argomentare sulle ragioni del “No”. In tutta onestà mi pare che quelle osservate e ascoltate fin qui non siano quelle più giuste e quelle più convincenti».

I punti del manifesto di Futuro Nazionale di Vannacci

Dopo quasi nove mesi da vicesegretario della Lega, Roberto Vannacci ha detto addio a via Bellerio e si prepara alla discesa in campo con Futuro Nazionale, il movimento politico di cui ha prima depositato il marchio (non senza polemiche) e poi anche il manifesto, presentato sui social. L’obiettivo dichiarato dell’ex generale è costruire «una destra diversa, non moderata e vitale», perché «innamorata della vita e protesa verso il futuro», capace di rappresentare gli «italiani stufi di braccia basse e dialettica timida». “Vitale” è l’acronimo usato per illustrare i sei punti del manifesto di Futuro Nazionale, con un paragrafo per ogni lettera: V di virtù, I di identità, T di tradizioni, A di amore, L di libertà, E di eccellenza e entusiasmo.

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Vannacci: «L’Italia è una polveriera pronta a deflagrare»

«Vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa: l’unica destra che io conosca». Questo il titolo del manifesto del nuovo progetto politico di Vannacci, che parla dell’Italia come di «una polveriera pronta a deflagrare» e di un Paese «in trepidante attesa colmo di energia trattenuta». Tanti, troppi gli italiani di destra che, delusi da «calici annacquati, linguaggi misurati e vie di mezzo», non votano più. Ma, scrive l’ex vicesegretario della Lega, «la mia Destra è diversa da quella che qualcuno propone o che qualcun altro si rassegna di rappresentare». Poi i sei punti dell’acronimo “vitale”.

V di virtù

«Coraggio, forza, dovere, spirito di sacrificio, iniziativa, determinazione, passione, memoria. Queste sono le virtù cui si ispira», scrive Vannacci nel primo punto del suo manifesto. L’ex generale parla di «coraggio che vince la paura», di «dovere verso la bandiera, la Nazione, la società e il prossimo», di «iniziativa, perché non siamo pecore che rispondono al fischio del pastore, ma uomini e donne talentuosi consapevoli della rotta e capaci e liberi di agire per raggiungere la meta». Quanto alla memoria, «chi non ha un passato – o non lo onora – non può pretendere un futuro».

I di identità

Nel secondo punto Vannacci parla di «quell’identità che ci rende unici, esclusivi: italiani», di una «Patria ben delimitata da confini che devono essere protetti e difesi, abitata da un popolo che si riconosce negli stessi ideali e valori» e di un Paese che «è il più bello e più rilevante della storia mondiale». D’altra parte, osserva l’ex generale, «qui la religione di Cristo ha posto il proprio centro». Pertanto l’Italia può e deve tornare a essere grande: insomma, Make Italy Great Again.

T di tradizioni

Le tradizioni, osserva Vannacci, «sono le radici che ancorano la nostra identità alla nostra terra». L’Italia, spiega, «deve riconquistare e custodire la propria civiltà, fondata su valori, riferimenti storici e basi precisi», come «il profumo del pane, i canti natalizi, la domenica in famiglia, il focolare domestico, le croci, le chiese, la cucina, i poeti, gli eroi». E poi: «Le nostre tradizioni non sono negoziabili. Non sono diluibili. Per chi non si integra e non si assimila la remigrazione diventa una necessità».

A di amore

Nel paragrafo dedicato all’amore, Vannacci parla della famiglia, ovviamente tradizionale: «L’unica, insostituibile, conforme alla natura. Lo insegna la biologia: per vincere il tempo un popolo deve procreare, e per fare figli servono un uomo e una donna. Di otto miliardi di persone su questo pianeta tutti sono nati da un uomo e da una donna». Poi: «Chi non si assimila ai valori, agli ideali, ai principi e ai sentimenti della nostra comunità non fa parte del nostro popolo. Chiunque venga in Italia a lavorare sarà rispettato ma non per questo diventerà italiano. L’Italia non può limitarsi a essere un Paese dove si rispettano le regole e non si commettono crimini».

I punti del manifesto di Futuro Nazionale di Vannacci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

L di libertà

Nel capitoletto sulla libertà, Vannacci salta un po’ di palo in frasca, spiegando che «chi viola le regole della convivenza deve essere messo in condizione di non nuocere», ma anche che «la Repubblica è fondata sul lavoro», alla base di «ricchezza e benessere». Pertanto, «se violi la mia casa o mi aggredisci per la strada rischi la vita: la difesa è sempre legittima». E poi: «Ripudiamo il pensiero unico e i delitti d’opinione. Le idee non si processano. Crediamo nell’universalità della giustizia secondo cui la legge è uguale per tutti».

E di eccellenza e entusiasmo

Nell’ultimo dei sei punti, dedicato a due concetti, eccellenza e entusiasmo Vannacci auspica una politica «che sostenga le eccellenze, protegga il Made in Italy, investa sui migliori, creda nell’orgoglio di ciò che sappiamo essere e produrre». Poi spiega che «un Paese a cui basti sopravvivere, che appiattisce tutto verso il basso, che confonde uguaglianza con mediocrità, è condannato al declino». Infine: «Chi resta indietro verrà aiutato, ma l’eccellenza e la bellezza sono virali e contagiose».

Vannacci: «Questa è la mia destra. Chi mi ama, mi segua»

In chiusura del manifesto, Vannacci scrive poi: «La mia destra non è un menù à la carte, non è una sinistra sbiadita e un po’ meno alla moda, non è a geometria variabile come la famiglia queer e, soprattutto, non è moderata: nessun pugile vince un incontro tirando ganci moderati. La mia destra è vera, coerente, identitaria, forte orgogliosa, convinta, entusiasta, pura e contagiosa: è l’unica destra che io conosca. Chi mi ama, mi segua: io inseguo un sogno e vado lontano». Vannacci, che aveva raccolto 500 mila preferenze alle Europee, approdando a Strasburgo, sarebbe già pronto ad accogliere in Futuro Nazionale (che potrebbe valere attorno al 2 per cento) diversi parlamentari.

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo

Perquisizione da parte dell’unità anticrimine informatico della procura di Parigi, dell’unità informatica della polizia nazionale e di Europol nella sede francese di X. Il raid fa parte di un’indagine avviata a gennaio del 2025 sul sospetto abuso di algoritmi e sull’estrazione fraudolenta di dati, che la procura ha affermato di aver ora ampliato per includere le denunce relative a Grok, lo strumento di intelligenza artificiale di X. La procura di Parigi ha spiegato in una nota le indagini a più ampio raggio riguardano anche i presunti reati di «complicità nel possesso e nella distribuzione organizzata di immagini di abusi su minori, violazione dei diritti d’immagine attraverso deepfake a sfondo sessuale e negazione di crimini contro l’umanità».

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo
Grok, chatbot di X (Ansa).

Le autorità francesi hanno avviato le indagini dopo la denuncia presentata dal deputato di centrodestra Éric Bothorel, secondo cui algoritmi parziali sulla piattaforma avrebbero probabilmente distorto il suo sistema di elaborazione dati e influenzato il tipo di contenuti proposti. A novembre 2025, i procuratori hanno reso noto l’allargamento dell’inchiesta a Grok, che in pratica ha negato l’Olocausto, avanzando false affermazioni comunemente diffuse da chi sostiene che la Germania nazista non abbia davvero sterminato sei milioni di ebrei. Il chatbot, che ha pure inneggiato ad Adolf Hitler, si è inoltre reso protagonista di gravi insulti contro il primo ministro polacco Donald Tusk, definito «traditore». Non solo: l’IA generativa di Musk è finita nell’occhio del ciclone anche per la capacità di “spogliare” persone vestite, compresi bambini: l’Ue ha avviato un’indagine sulla produzione e diffusione di deepfake a sfondo sessuale che ritraggono donne e minori.

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo
Linda Yaccarino (Ansa).

I procuratori hanno convocato il 20 aprile 2026 per “audizioni libere” (cioè senza stato di fermo) il patron Elon Musk e l’ex amministratrice delegata dell’azienda Linda Yaccarino – che ha guidato la piattaforma dopo l’acquisizione da parte del magnate da giugno 2023 a luglio 2025 – per interrogarli in qualità di «gestori di fatto e di diritto della piattaforma X al momento dei fatti». Le citazioni emesse a carico di Musk e Yaccarino sono obbligatorie, ma difficili da far rispettare a chi si trova al di fuori della Francia. Da parte sua, la procura di Parigi ha dichiarato che l’indagine è stata condotta «nell’ambito di un approccio costruttivo, con l’obiettivo finale di garantire che la piattaforma X rispetti le leggi francesi, nella misura in cui opera sul territorio nazionale».

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni

Il flusso di pubblicazioni di documenti iniziato alla fine di febbraio 2025 e culminato il 30 gennaio nella pubblicazione di quasi tre milioni di pagine di file su Jeffrey Epstein, ha messo in luce la profondità, l’intensità e la persistenza dei legami del finanziere morto suicida in carcere nel 2019 con l’élite globale, anche dopo la prima condanna per reati sessuali risalente al 2008. Contraddicendo anni di smentite da parte di big di Wall Street, vip di Hollywood e celebri miliardari. Negli Epstein Files sono spuntati persino Vladimir Putin e addirittura Matteo Salvini. Senza dimenticare Elon Musk.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Jeffrey Epstein.

Putin citato più di mille volte: Epstein era al soldo del Cremlino?

Nei file relativi alle indagini su Epstein, il nome di Vladimir Putin viene citato ben 1.056 volte. L’effettivo collegamento tra finanziere e il presidente russo è tutto da dimostrare, ma l’abnorme numero di citazioni – ovviamente – non è passato inosservato. Epstein, scrive il Daily Mail, avrebbe gestito «la più grande operazione al mondo basata sul kompromat sessuale». In parole povere, Epstein sarebbe stato manovrato dal Cremlino, che tramite gli 007 di Mosca gli avrebbe fornito ragazze russe per “intrattenere” importanti figure dell’establishment globale, rendendole così ricattabili tramite video girati di nascosto. Kompromat è un vocabolo della lingua russa ottenuto dalla contrazione dei termini komprometiruyuschij e material: significa “materiali compromettenti”.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Vladimir Putin (Ansa).

Di sicuro, Epstein cercò più volte di incontrare Putin. A maggio del 2013, ad esempio, scrisse a Thorbjørn Jagland, allora segretario generale del Consiglio d’Europa ed ex primo ministro della Norvegia, che Bill Gates sarebbe stato a Parigi, aggiungendo: «Putin è il benvenuto a cena». In un’email del 2014, il venture capitalist giapponese Joey Ito comunicò a Epstein che Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, si sarebbe potuto unire a loro per incontrare Putin: l’eventuale meeting saltò poi dopo l’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17 da parte delle forze russe. Nel 2018, Epstein tramite il già citato Jagland provò a contattare il ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov, sostenendo di essere in possesso di informazioni scottanti su Donald Trump (di cui era stato spesso ospite a Mar-a-Lago): alla vigilia del summit tra il presidente americano e l’omologo russo che si tenne quell’anno a Helsinki, The Donald affermò di non avere prove di interferenze di Mosca nella sua elezione. Secondo gli 007 americani citati dal Daily Mail, Epstein potrebbe essere finito nella rete di spionaggio di Mosca da Robert Maxwell, padre della socia e compagna Ghislaine, che pare avesse legami con il Kgb. Non finisce qui: in un fascicolo datato 27 novembre 2017, l’Fbi mise a verbale le rivelazioni di una fonte considerata attendibile che, oltre a parlare di una tenuta in New Mexico dove Epstein attirava e filmava ragazze minorenni, afferma come finanziere fosse «anche il gestore patrimoniale di Putin» e svolgesse stesso servizio per Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Elon Musk (Imagoeconomica).

Musk non vedeva l’ora di fare festa sull’isola di Epstein

In un post su X, Musk lo scorso settembre non solo aveva negato di aver visitato la “famosa” isola di Epstein, ma aveva inquadrato la sua decisione come un atto di principio: «Ha cercato di convincermi e mi sono rifiutato». I documenti diffusi a fine gennaio suggeriscono invece che Musk fosse invece impaziente di andarci. O forse tornarci: «Quale giorno/notte sarà la festa più sfrenata sulla tua isola?», chiese Mr Tesla via email al finanziere a novembre del 2012. All’indomani della pubblicazione dei nuovi file, Musk ha scritto su X: «Ho avuto pochissima corrispondenza con Epstein e ho rifiutato ripetuti inviti ad andare sulla sua isola o a volare sul suo ‘Lolita Express‘, ma ero ben consapevole che alcune email scambiate con lui avrebbero potuto essere fraintese e utilizzate dai detrattori per infangare il mio nome».

A proposito di miliardari, in un’email del 2013, Epstein parla di una malattia sessualmente trasmissibile che Bill Gates avrebbe contratto dopo alcuni incontri con giovani donne russe, facendo riferimento alla richiesta del fondatore di Microsoft di ricevere antibiotici da somministrare di nascosto alla (ora ex) moglie Melinda.

Dal patron di Virgin alla principessa norvegese: la rete di Epstein

Gli ultimi file diffusi hanno evidenziato rapporti amichevoli tra Epstein e il miliardario britannico Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin. «È stato davvero un piacere vederti ieri. Ogni volta che sarai in zona, mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!», scrisse quest’ultimo nel 2013 in un’email. Un rappresentante di Branson ha affermato che i due avevano avuto solo un incontro di lavoro.
Mentre aumentano le pressioni sul principe Andrea, fratello di re Carlo III d’Inghilterra, negli Epstein Files è spuntata pure l’ex moglie Sarah Ferguson, che nel 2009 scrisse al finanziere definendolo: «Il fratello che aveva sempre sognato di avere». A proposito di nobiltà europea, il nome della principessa norvegese Mette-Marit, moglie del futuro re Haakon, compare più di mille volte. Estremamente confidenziale il rapporto con Epstein. Quando nel 2012 le disse di essere a Parigi «in cerca di moglie», lei rispose che la capitale francese era «adatta all’adulterio», ma che «le donne scandinave sono mogli migliori». Mette-Marit si è giustificata dicendo di aver commesso «un errore di giudizio». Per quanto riguarda la politica, l’ex ambasciatore britannico negli Usa Peter Mandelson, licenziato per i suoi legami con Epstein, ha lasciato il Partito Laburista dopo nuove rivelazioni sui suoi rapporti col finanziere. E in Slovacchia l’ex ministro degli Esteri Miroslav Lajčák si è dimesso dal ruolo di consigliere del premier Robert Fico, dopo che sono venuti a galla i suoi legami con Epstein.

Da Thiel a Bryn: i nomi che tornano, nonostante le smentite

Nei file diffusi il 30 gennaio è spuntata un’email con cui Howard Lutnick, Segretario al Commercio Usa, cercò di organizzare una visita con la moglie e i figli all’isola privata di Epstein poco prima di Natale del 2012. Nel corso di un podcast, l’anno scorso aveva definito il finanziere «una persona disgustosa», conosciuta a metà Anni Duemila e mai più frequentata. Il magnate immobiliare newyorkese Andrew Farkas, comproprietario di un porto turistico con Epstein a St. Thomas per anni, in una lettera agli investitori del 2025 ha parlato di un rapporto esclusivamente di affari. Ma gli ultimi documenti pubblicati suggeriscono altro. Nei file ci sono poi i nomi di Peter Thiel, cofondatore di PayPal, che aveva una fitta corrispondenza con Epstein e da cui fu invitato nella sua isola ai Caraibi; di Sergey Brin, il cofondatore di Google; e di Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants.

Salvini e quei riferimenti di Bannon ai finanziamenti per la Lega

E poi c’è Salvini, citato 99 volte. Il segretario della Lega è totalmente estraneo ai traffici sessuali di Epstein, interessato però all’ascesa della destra nella politica europea. Nei documenti si parla di ipotetici finanziamenti americani al Carroccio: lo fa Steve Bannon, ex stratega di Trump, spiegando al finanziere di essere impegnato a raccogliere fondi per Marine Le Pen, Viktor Orban e Salvini così che «possano effettivamente candidarsi con liste complete» alle Europee. Il carteggio a “tema Salvini” risale al biennio 2018-2019, quello del governo giallo-verde poi fatto cadere dalla Lega che ruppe l’alleanza col M5s. Bannon nei documenti ipotizzava una crisi di governo scatenata da Salvini (cosa effettivamente accaduta), con conseguente voto anticipato che avrebbe portato, chissà, il segretario leghista a Palazzo Chigi. Dai file trapela l’entusiasmo di Epstein per tale scenario. Le cose però non sono andate come immaginato da Bannon. Stratega, sì, ma non stregone. La pluricitazione di Salvini negli Epstein Files, va detto, non ha trovato molta eco su giornali e soprattutto telegiornali, che hanno coperto poco o niente la notizia. La Lega ha comunque smentito di aver beneficiato di finanziamenti americani, parlando di «gravi millanterie» e di «un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (anche in quel caso mai chiesti e mai ricevuti, con assalti mediatici e vicende giudiziarie finite nel nulla)», aggiungendo che Salvini «si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi».

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice

L’influencer brasiliano di destra Júnior Pena, che di recente aveva minimizzato il rischio di espulsioni di massa, affermando che le misure della Casa Bianca avrebbero colpito solo gli immigrati clandestini o coloro che erano coinvolti in reati, nonché autore di un recente videomessaggio di sostegno a Donald Trump su Instagram, è stato arrestato dagli agenti dell’Ice nel New Jersey.

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice
Junior Pena (Instagram).

L’influencer vive negli States dal 2019

Con più di 480 mila follower su Instagram, l’influencer – nome completo Eustáquio da Silva Pena Júnior – sui social da tempo pubblica contenuti sull’immigrazione e sulla vita negli Stati Uniti, dove si è trasferito nel 2009. Pena inoltre usa i suoi social network per dare voce alle storie dei migranti e alle voci critiche nei confronti del presidente di sinistra brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, e a quelle di coloro che sostengono l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, recentemente incarcerato e alleato di Trump.

Pena non rischierebbe l’espulsione

Maycon MacDowel, agente di polizia e amico personale di Junior Pena molto attivo sui social, ha spiegato che l’influencer brasiliano si trova al momento a Delaney Hall, un centro di detenzione per immigrati situato a Newark, nel New Jersey, e che sulla sua testa non pende un ordine di espulsione. L’arresto è avvenuto perché pena non si è presentato a un’udienza obbligatoria nell’ambito delle procedure per la regolarizzazione della sua posizione negli Usa. «Io rispetto le regole, pago le tasse e cerco di legalizzare il mio status. Lui espellerà chiunque sia clandestino, i criminali e chiunque commetta reati. Chi vuole aiutare il Paese non verrà espulso», aveva raassicurato poco prima di finire in manette.

Non solo Salvini, Vannacci se la deve vedere pure con Giubilei

Luca Zaia vorrebbe Roberto Vannacci fuori dalla Lega (Attilio Fontana l’ha definito «un’anomalia») e per questo, come ha scritto Lettera43, avrebbe messo in guardia Matteo Salvini, già preoccupato per nuove possibili fuoriuscite dal Carroccio. L’ex generale però non se le deve vedere “solo” con i big del partito di via Bellerio, ma anche con Francesco Giubilei, fondatore del think thank Nazione Futura che ha appena depositato un atto di opposizione presso l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) contro la domanda di registrazione del marchio Futuro Nazionale.

Troppo forti le somiglianze tra i due loghi

Il nome e il simbolo scelti da Vannacci, infatti, ricordano molto (troppo) quelli dell’associazione di Giubilei, vicina a Fratelli d’Italia. «Me ne frego», ha risposto il vicesegretario della Lega a domanda sull’iniziativa di Nazione Futura, definendo inoltre «prolisso» Giubilei. Il quale ha replicato con un videomessaggio diffuso sui social.

Giubilei: «Lo vedo nervoso e corto di idee»

«Leggo che Vannacci attacca Nazione Futura dopo che abbiamo presentato un’opposizione formale al nome e al logo del suo nuovo movimento che è evidentemente copiato da Nazione Futura. E lo fa citando il motto “me ne frego”, ripreso dagli Arditi e da D’Annunzio. Vannacci in questo periodo è particolarmente a corto di idee», afferma Giubilei nel videomessaggio. «Al tempo stesso lo vedo abbastanza nervoso. Se vuole può venire in sede da noi, ci beviamo una camomilla, ci facciamo una chiacchierata e cerchiamo di capire cosa non va. Però tanti fuoriusciti da Il mondo al contrario, deluso da un certo modo di fare e dalle scorrettezze che Vannacci continua a fare all’interno del suo partito e della coalizione di centrodestra si stanno avvicinando e si sono iscritti a Nazione Futura». E poi: «I nemici a destra iniziano a essere più di quelli a sinistra, fossi in lui mi farei qualche domanda. Sta facendo il gioco della sinistra». Infine la frecciata: «Quando Vannacci veniva invitato ai nostri eventi e quando si presentava col trolley per vendere i suoi libri ai nostri associati non c’era alcun “me ne frego”». Contestualmente all’annuncio del ricorso all’Euipo, Nazione Futura ha comunicato l’apertura del tesseramento 2026 con lo slogan “Leali e coerenti”, ribadendo il proprio posizionamento nell’area culturale e politica del centrodestra.

Trump, nuova minaccia di attacco all’Iran senza un accordo su nucleare

Torna ad alzarsi la tensione tra Washington e Iran. Rispondendo al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi secondo cui «condurre la diplomazia attraverso la minaccia militare non può essere efficace o utile», Donald Trump ha fatto esattamente il contrario di quanto “consigliato”. Il presidente americano ha infatti avvertito la Repubblica Islamica che il tempo per impedire un intervento militare Usa sta per scadere.

Le minacce di Trump all’Iran

«Speriamo che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo – NIENTE ARMI NUCLEARI – che sia vantaggioso per tutte le parti. Il tempo stringe, è davvero essenziale!», ha scritto Trump su Truth. Poi, riferendosi all’operazione Midnight Hammer di giugno 2025 contro obiettivi nucleari iraniani, ha avvertito che «il prossimo attacco sarà molto peggiore». A tal proposito, il tycoon ha evidenziato che un gruppo d’attacco navale statunitense, «un’enorme armata» guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln, «si sta muovendo rapidamente, con grande potenza, entusiasmo e determinazione», pronta a intervenire contro l’Iran.

La replica della missione iraniana all’Onu

«L’ultima volta che gli Stati Uniti si sono lanciati in guerre in Afghanistan e Iraq hanno sperperato oltre 7 mila miliardi di dollari e perso più di 7 mila vite americane». Lo ha scritto su X la missione iraniana alle Nazioni Unite, aggiungendo che la Repubblica Islamica «è pronta a un dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci», ma che, «se venisse costretta, si difenderà e reagirà come mai prima d’ora».

Meloni a Niscemi, sorvolo in elicottero e riunione operativa in Comune

Giorgia Meloni è a Niscemi per partecipare alla riunione operativa per fare il punto della situazione sulla frana che ha colpito il Comune in provincia di Caltanissetta. Prima di arrivare in municipio, la presidente del Consiglio ha anche eseguito, con un sorvolo in elicottero assieme Fabio Ciciliano, capo della Protezione civile nazionale, un sopralluogo nelle zone colpite dal maltempo in Sicilia. Presenti in municipio il sindaco Massimiliano Conti, il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno, il prefetto di Caltanissetta Donatella Licia Messina e il deputato di Avs Angelo Bonelli.

Meloni a Niscemi, sorvolo in elicottero e riunione operativa in Comune
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Schifani: «A Niscemi situazione senza precedenti»

«A Niscemi c’è una situazione senza precedenti: ho visto di persona un paese che rischia di crollare davanti a un vuoto enorme. Bisogna rimboccarsi le maniche, cosa che stiamo facendo. Studieremo un piano urbanistico di ricostruzione parziale di quella struttura, lontana dalla frana». Lo ha detto a Sky Tg24 Renato Schifani, presidente della Regione Sicilia, spiegando che stata istituita opportunamente una zona rossa a 150 metri di distanza dalla frana. Per quanto riguarda gli sfollati, è stata messa a disposizione una palestra, ma «soltanto 20 persone hanno deciso di andarci perché in questo momento si sono riallineate altrove», trovando posto da amici o parenti.

Meloni a Niscemi, sorvolo in elicottero e riunione operativa in Comune
Niscemi dopo la frana (Ansa).

Il ciclone Harry ha fatto due miliardi di danni in Sicilia

«Questa mattina mi è stato prospettato un documento da cui si evince che l’entità dei danni del ciclone Harry in Sicilia, come segnalato dagli amministratori, ammonta a circa due miliardi. È una situazione che si evolve sempre con maggiore gravità», ha aggiunto Schifani: «In questo momento, come Regione, abbiamo stanziato subito 90 milioni di euro. Li abbiamo messi a disposizione proprio per un decreto che viene adottato oggi e che consente l’erogazione, quasi immediata, di 5 mila euro a famiglia e altre somme verranno erogate per le attività commerciali».

Renzi: «Meloni si è svegliata dopo giorni di menefreghismo»

«Meloni stamani si è finalmente svegliata ed è andata in Sicilia. È arrivata dopo Elly Schlein, è arrivata dopo la mia uscita, è arrivata dopo giorni di menefreghismo. Ma è arrivata. Meglio tardi che mai. Ora vediamo se tira fuori gli stivali e soprattutto i soldi», ha scritto Matteo Renzi su X. Per far fronte ai danni, la segretaria del Pd ha proposto di «dirottare immediatamente un miliardo di euro che era stato messo sul progetto del ponte di Messina per il 2026, che chiaramente non potrà essere usato per effetto dello stop della Corte dei conti».

Stati Uniti nel caos: il rischio di guerra civile e la “strategia” di Trump

Dopo la morte di Renee Good per mano dell’Immigration Customs and Enforcement (Ice), Minneapolis brucia per quella di Alex Pretti, freddato dalla Border Patrol durante una manifestazione contro i raid anti-migranti. Le agenzie federali preposte all’applicazione delle leggi sull’immigrazione, ampiamente foraggiate da Donald Trump, hanno superato il limite. La repressione voluta dal presidente, che nel primo anno del suo secondo mandato ha schierato scientificamente agenti federali in città a guida democratica (come a imporre una punizione collettiva), è ormai andata ben oltre gli immigrati clandestini. E gli sta costando consensi. Ma forse fa parte di una precisa strategia. Di sicuro, negli Stati Uniti è a rischio il concetto stesso di democrazia, mentre sullo sfondo continua ad aleggiare lo spettro della guerra civile.

Stati Uniti nel caos: il rischio di guerra civile e la “strategia” di Trump
Donald Trump (Ansa).

Perché Trump ha messo nel mirino il Minnesota

Garrett Graff, giornalista e storico, ha scritto chiaro e tondo che «c’è una città degli Stati Uniti occupata dalla polizia segreta presidenziale fascista», paventando un allargamento di questo scenario a tutto il Paese, destinato a trasformarsi – se le cose non cambieranno – in autocrazia. Trump ha iniziato a lavorare al “progetto” schierando 3 mila agenti dell’ICE e della Customs and Border Protection in Minnesota, Stato per il quale pare nutrire un odio particolare. Qui ha infatti perso le elezioni presidenziali nel 2016, nel 2020 e nel 2024, nonostante la maggior parte degli Stati confinanti avesse votato a suo favore. Di recente, peraltro, ha affermato di avere vinto tutte e tre le volte: falso, l’ultimo repubblicano a esserci riuscito è stato Ronald Reagan nel 1972. Il Minnesota ospita inoltre la più grande comunità somala degli Usa, Stato dunque in cui vivono – citando sempre il tycoon – molte «persone con un basso quoziente intellettivo». Tra cui l’ex rifugiata Ilhan Omar, deputata progressista definita «spazzatura». Inoltre, verso la fine del primo mandato trumpiano, Minneapolis fu teatro dell’omicidio di George Floyd, che scatenò le proteste del movimento Black Lives Matter. Non bisogna poi dimenticare che il governatore è Tim Walz, candidato vicepresidente al fianco di Kamala Harris nel 2024. Trump ha inizialmente legato il massiccio dispiegamento di agenti federali a Minneapolis (in quella che ha ribattezzato “Operation Metro Surge“) alla grande frode sui rimborsi durante la pandemia con al centro il programma Feeding Our Future, avviato dall’Amministrazione Biden per finanziare pasti per bambini di famiglie indigenti. Le indagini hanno raggiunto il culmine tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026: delle 86 persone incriminate, 78 sono di origine somala.

In Minnesota è arrivato anche lo “zar dei confini”

Nel suo accanimento contro il Minnesota, Trump ha pure annunciato l’arrivo dello “zar dei confini” Tom Homan. «Severo ma giusto, riferirà a me», ha assicurato il presidente. Come ha spiegato la Casa Bianca, Homan «gestirà le operazioni dell’Ice sul terreno per continuare ad arrestare i peggiori criminali immigrati irregolari». Il suo arrivo non porterà però – come sembrava – alla rimozione di Greg Bovino dal suo incarico di comandante del Border Patrol come precisato dal Dipartimento per la Sicurezza interna, che però ha confermato riduzione degli agenti Ice nello Stato.

Sembra invece traballare il posto di Kristi Noem alla guida del Dipartimento di Sicurezza interna, a cui fanno capo le due agenzie sulla graticola: l’Ice, che istituita nel 2003 dall’amministrazione di George W. Bush si occupa di applicare le leggi sull’immigrazione e combattere i reati transnazionali, e la Border Patrol (o meglio la U.S. Customs and Border Protection), la maggiore tra le forze dell’ordine per la sicurezza delle frontiere. I due corpi hanno uniformi simili e, ormai è noto, condividono anche i metodi brutali. Per Noem sono arrivate da parte dem richieste di impeachment.

Stati Uniti nel caos: il rischio di guerra civile e la “strategia” di Trump
Kristi Noem (Getty Images).

La versione dei fatti dell’Amministrazione Trump

A fronte di due morti oltre a studenti colpiti da lacrimogeni, automobilisti (anche disabili) trascinati fuori dagli abitacoli, nativi americani fermati e interrogati senza motivo, minacce a troupe televisive, bambini presi in custodia, rastrellamenti violenti e brutali ritenuti da molti esperti violazioni dei diritti umani, l’Amministrazione Trump continua a difendere l’operato degli agenti federali. E il presidente punta il dito contro il Partito democratico a suo dire colpevole di curarsi di più dei «criminali immigrati clandestini che dei cittadini rispettosi della legge e dei contribuenti», creando «circostanze pericolose per tutti i soggetti coinvolti».

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Il Minnesota può rappresentare un momento di svolta

«Quanti altri residenti, quanti altri americani devono morire o farsi male gravemente perché questa operazione finisca?», si è chiesto in conferenza stampa Jacob Frey, sindaco di Minneapolis e nuovo punto di riferimento dei dem. In realtà si sta diffondendo la sensazione che il Minnesota rappresenti un punto di svolta: davanti alle violenze, all’impunità degli agenti e alle fake news anche chi aveva votato The Donald potrebbe voltargli le spalle. Vero, Trump è ritornato alla Casa Bianca anche a causa dell’incapacità dell’ex presidente Joe Biden di proteggere il confine meridionale. Ma gli elettori non lo hanno votato per ritrovarsi con gruppi di agenti armati e mascherati in giro per le città o per subire perquisizioni che violano le tutele del Quarto Emendamento.

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Protesta contro Donald Trump (Ansa).

Anche i repubblicani e la NRA criticano Trump

Critiche alle modalità violente degli agenti per l’immigrazione stanno arrivando non solo dai dem, ma anche da alcuni repubblicani e dalla National Rifle Association. Il governatore repubblicano dell’Oklahoma, Kevin Stitt, ha detto che gli americani «stanno guardando altri americani essere uccisi in televisione». Il senatore Bill Cassidy ha invece espresso dubbi sulla credibilità di ICE e Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. La NRA, lobby per il libero possesso delle armi molto vicina a Trump, ha chiesto «un’indagine completa», prendendo le distanze da chi sostiene che avvicinarsi alle forze dell’ordine mentre si porta legalmente un’arma giustifichi automaticamente l’uso della forza letale.

La “chiamata alle armi” dei big democratici

Per quanto riguarda i democratici, Barack e Michelle Obama hanno rilasciato una dichiarazione congiunta definendo l’uccisione di Pretti «una tragedia straziante» e «un campanello d’allarme per tutti gli americani, indipendentemente dal partito». Un altro big dell’Asinello, Bill Clinton, ha scritto su X: «Nel corso di una vita, affrontiamo solo pochi momenti in cui le decisioni che prendiamo plasmano la nostra. Questo è uno di quei momenti. Sta a tutti noi che crediamo nella promessa della democrazia americana alzarci in piedi, parlare e dimostrare che la nostra nazione ci appartiene». Sulla stessa linea Walz, che ha definito quanto accaduto «un punto di svolta per l’America» e ha rinnovato la richiesta a Trump di ritirare gli agenti federali da Minneapolis. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha su X ha messo in guarda: «Gli americani vengono uccisi per strada dal loro governo. La nostra Costituzione viene fatta a pezzi e i nostri diritti si stanno dissolvendo». Insomma, il preludio di una guerra civile.

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Barack Obama all’insediamento di Donald Trump (Ansa).

La strategia di Trump per evitare l’impeachment

Ospite del programma State of the Union sulla Cnn, il senatore democratico Chris Murphy ha affermato che gli scontri tra cittadini del Minnesota e i funzionari federali non sono solo un effetto collaterale delle politiche di Trump: «Ice e Border Patrol agiscono per causare un conflitto, per creare caos. E non si limiteranno a Minneapolis». Preoccupato che un Congresso controllato dai Democratici possa indagare su di lui, metterlo sotto accusa e ostacolare la sua agenda (lo ha detto lui stesso a un evento repubblicano), Trump starebbe tentando di innalzare il livello dello scontro per creare le condizioni idonee a istituire la legge marziale ed evitare così le elezioni di midterm. Di certo, il tycoon sta già usando altri strumenti per cercare di influenzare le prossime elezioni di metà mandato: ha infatti chiesto agli Stati a maggioranza repubblicana (Ohio, Missouri, Carolina del Nord, Texas e Florida) di ridisegnare le mappe dei collegi per togliere seggi ai democratici. E sta spingendo mettere fine alla possibilità del voto per posta, strumento usato perlopiù dagli elettori di sinistra. Inoltre si sta facendo largo l’ipotesi del dispiegamento di agenti dell’Ice e della Guardia Nazionale per garantire la sicurezza nei seggi elettorali, mossa in realtà studiata per intimidire gli elettori nei collegi a maggioranza democratica. Ma, soprattutto, tramite la procuratrice Pam Bondi – responsabile della Giustizia americana – avrebbe vincolato il ritorno alla normalità in Minnesota al rilascio dei dati personali di milioni di elettori. Una mossa per “blindare” le elezioni di midterm, su cui però il governo statale ha fatto muro. Tutto questo nell’anno in cui gli States celebrano il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.

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La cinese Anta Sports diventa azionista di maggioranza di Puma

Il colosso cinese Anta Sports acquisterà circa il 29 per cento del capitale di Puma dalla holding francese Pinault Artemis, diventando così azionista di maggioranza dell’azienda tedesca di abbigliamento sportivo. Operazione da 1,5 miliardi di euro, con poco più di 43 milioni di azioni rilevate al prezzo unitario di 35 euro ciascuna. L’accordo arriva nel contesto di un’operazione di rilancio da parte del marchio tedesco, che in crisi da tempo ha perso terreno rispetto ai rivali Adidas e Nike. La transazione dovrebbe essere completata entro la fine del 2026, subordinatamente alle relative approvazioni normative. Anta Sports, fondata nel 1991, possiede numerosi marchi attraverso la controllata Amer Sports, acquisita nel 2019: tra essi cui Wilson, Arc’teryx e Salomon. Inoltre controlla i diritti nel mercato cinese di alcune aziende straniere di abbigliamento sportivo, tra cui Fila e Descente.

Flash mob per l’Iran, Renzi fuma una sigaretta davanti all’ambasciata a Roma

In segno di solidarietà con i manifestanti in Iran, Matteo Renzi ha imitato la ragazza diventata simbolo delle proteste contro il regime, accendendosi una sigaretta durante un flash mob di fronte all’ambasciata della Repubblica Islamica a Roma. «L’immagine della ragazza iraniana che fuma una sigaretta accesa con una foto in fiamme dell’ayatollah Khamenei ha fatto il giro del mondo. Oggi l’attenzione sull’Iran è scesa, ma in queste ore migliaia di ragazzi vengono impiccati nel silenzio del mondo. Abbiamo voluto replicare il gesto della sigaretta per richiamare l’attenzione dei media. E per dire che non ci stancheremo di gridare donna, vita, libertà», ha scritto il leader di Italia Viva su X. Senza, però, accendere la sigaretta con la foto di Khamenei in fiamme, né tenendo in mano il ritratto dell’ayatollah mentre brucia. L’ex premier è apparso in difficoltà, non essendo – per sua fortuna – tabagista. Con lui anche Maria Elena Boschi e Raffaella Paita, che non hanno fumato.