Autostrada Palermo-Messina bloccata tra Rometta e Milazzo, dove si è verificato un maxi tamponamento a catena che ha coinvolto circa 80 mezzi tra autovetture, furgoni e mezzi pesanti. L’incidente si è verificato nella mattinata di martedì 17 marzo 2026. La circolazione autostradale è stata completamente bloccata per consentire la gestione dell’emergenza e l’evacuazione degli automobilisti coinvolti all’interno della galleria. Non ci sarebbero feriti gravi. Sul posto ci sono diverse squadre dei vigili del fuoco, la polizia stradale e i mezzi di soccorso del 118. La tratta della A20 tra Rometta e Milazzo è stata chiusa in entrambi i sensi di marcia a causa della presenza di gasolio sulla carreggiata, che rende il fondo stradale estremamente scivoloso e pericoloso. Non ci sarebbero feriti gravi.
Davanti ai giudici dei Tribunale del Riesame di Milano, nel corso di un’udienza durata due ore in cui ha chiesto i domiciliari, l’agente Carmelo Cinturrino ha ribadito ancora una volta di aver «sparato per paura» a Abderrahim Mansouri e che «non voleva uccidere» il pusher, descrivendo «una tragica fatalità» quanto accaduto il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il poliziotto, accusato di omicidio volontario aggravato (anche dalla premeditazione) e indagato per oltre 30 capi di imputazione, è in carcere dal 23 febbraio. Cinturrino, hanno riferito i suoi avvocati, conosceva Mansouri «solo per una foto segnaletica». L’agente ha inoltre respinto le altre accuse di spaccio, violenze e pestaggi. La decisione dei giudici è attesa per i prossimi giorni. L’inchiesta ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di altri sei poliziottidel Commissariato Mecenate, accusati a vario titolo di favoreggiamento, omissione di soccorso, arresti illegali, falso e estorsione.
Ci sono una buona e una cattiva notizia. La buona: Ignazio La Russa, tramite video sui social, informa che non incontrerà la cosiddetta famiglia del bosco questo mercoledì, il 18 marzo, cioè a ridosso del referendum sulla giustizia, sia mai che si possa strumentalizzare. La cattiva: lo farà comunque dopo, sensibile – dice – al richiamo dei genitori «degli sfortunati bambini».
La seconda carica dello Stato dovrebbe spegnere i fuochi della polemica
Il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, custode della terzietà istituzionale, uomo che dovrebbe incarnare equidistanza e soprattutto non alimentare i fuochi della polemica ma spegnerli, ha deciso che quella vicenda merita non una nota stampa, un generico appello alla tutela delle famiglie, ma un incontro diretto. Nessuno glielo ha chiesto, e non c’è norma che lo preveda. Il codice di buona condotta istituzionale, semmai, lo sconsiglierebbe vivamente.
Ma per La Russa la famiglia del bosco è, politicamente, come il richiamo della foresta. L’icona perfetta del racconto che la destra sta costruendo con meticolosa strategia: magistratura cattiva, politica buona. Lo Stato nemico del popolo e dei deboli. Insomma, una trama da cui è difficile tenersi lontani. Un meccanismo rodato, che al presidente del Senato non par vero enfatizzare facendo di un caso di cronaca controverso il viatico per una campagna di propaganda.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (foto Ansa).
Fontana, presidente della Camera e leghista doc, si sta contenendo
Colpisce, ma questo è un suo merito, il confronto con il collega di Montecitorio. Lorenzo Fontana, presidente della Camera, leghista doc, uno che sulla carta dovrebbe essere il più tentato dalla militanza attiva, resta al suo posto mostrando una commendevole disciplina istituzionale. Non commenta le sentenze e non si presta alle narrazioni di parte. Fa il presidente della Camera, punto. La Russa, invece, non ha smesso i panni di quando era un attivista missino, incurante del fatto che il suo ruolo attuale imporrebbe di dismetterli.
Il presidente della Camera Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).
Il paradosso è evidente: l’uomo di Alleanza nazionale, il nostalgico convertito al garantismo di convenienza, l’alfiere della destra che ha sempre applaudito – vedi Mani Pulite – al ruolo moralizzatore delle procure, ora dall’alto della sua carica istituzionale fa esattamente quello che ha sempre accusato gli altri di fare. Invadere. E biasima l’intervento dei giudici.
L’ambiente del bosco dove sono cresciuti i figli di Ignazio è quello verticale
Ciò non vuol dire che la vicenda della famiglia del bosco non meriti attenzione. Ma come lei ce ne sono centinaia la cui odissea si svolge tra servizi sociali, tribunali e una burocrazia che spesso fa a pugni con le ragioni umanitarie. E su cui però non si accendono i riflettori. Ma il presidente del Senato incontra proprio quella che demagogia e propaganda hanno ritenuto degna di interesse. Quella che è finita sui giornali e che per senso e tempistica (siamo a ridosso di un referendum sulla giustizia che la destra deve vincere) presentava requisiti perfetti. La Russa dirà che lo fa per umanità, da padre di famiglia quale anche lui è, anche se l’ambiente del bosco dove sono cresciuti i suoi figli è quello verticale. Carità cristiana, dirà qualcuno. Ma mai come in questo caso pelosa.
Il consiglio di amministrazione di Bff Bank, piattaforma pan-europea presente in nove Paesi specializzata nella gestione e nell’acquisto pro soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i Sistemi sanitari nazionali, ha deliberato di cooptare Giuseppe Sica in qualità di consigliere, attribuendogli l’incarico di amministratore delegato. Ciò fa seguito alle dimissioni di Massimiliano Belingheri dal suo incarico di consigliere di amministrazione non esecutivo. Sica continuerà anche a mantenere l’incarico di direttore generale conferitogli a febbraio 2026. «Ringrazio il cda per la fiducia accordatami con questa nomina. Sono orgoglioso di potere lavorare con il nostro management team e guidare la banca nella sua prossima fase a beneficio di tutti gli stakeholders», ha commentato Sica.
Chi è Giuseppe Sica
Laureato in Fisica presso la Scuola normale superiore e specializzatosi presso la Luiss Business school, è entrato a far parte del Gruppo nel 2025 in qualità di cfo. In precedenza, ha ricoperto lo stesso ruolo presso Banca Mps, è stato presidente di Axa Mps e ha supportato Eurovita – in qualità di amministratore delegato – nella preparazione del proprio piano di risanamento, maturando così negli anni un’ampia esperienza nel settore finanziario. Dal 2002 al 2020 ha lavorato in Morgan Stanley fino a divenire – in qualità di managing director – responsabile del team investment banking per le istituzioni finanziare italiane. Durante questo periodo, ha lavorato con BFF sulla cessione da Apax a Centerbridge nel 2015, sull’acquisizione strategica in Polonia nel 2016, sulla quotazione della società presso la Borsa italiana nel 2017 e sulle prime emissioni pubbliche della banca.
Andrea Dini, cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana (è fratello della moglie Roberta), è indagato con altre cinque persone per caporalato dalla Procura di Milano, che ha disposto il controllo giudiziario di Dama, società di produzione di maglieria e vestiario di cui è amministratore delegato. Lo si legge nell’atto con cui è stata disposto dal pm Paolo Storari il controllo giudiziario della stessa Dama e di Aspesi, noto marchio di abbigliamento, nell’ambito di un filone d’inchiesta sullo sfruttamento nella moda e nel made in Italy.
Attilio Fontana (Imagoeconomica).
Le accuse di confronti di Dama
L’accusa nei confronti di Dama, società da 107 milioni di ricavi l’anno, 5,6 milioni di utili e 309 dipendenti di cui 130 operai, è di «sfruttamento» della manodopera cinese «in stato di bisogno», impiegata nella sette giorni su sette, dalle 8 del mattino alle 22 della sera nella produzione di capi per il brand Paul&Shark nella sede di Varese. La misura dovrà essere vagliata da un gip entro 10 giorni. Dini, con Dama, era già stato indagato per la vicenda dei camici forniti alla Regione Lombardia: la sua posizione era stata poi archiviata.
La Biennale di Venezia ha inviato al ministero della Cultura la documentazione relativa alpadiglione russo previsto alla prossima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte che aprirà il 9 maggio. L’istituzione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco ha precisato che «nessuna norma è stata violata» e che «le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere». A richiedere «con la massima urgenza» elementi in merito alla partecipazione della Russia alla Biennale, con particolare riferimento alle modalità di allestimento e di gestione del padiglione e alla loro compatibilità con il regime sanzionatorio in vigore, era stato il ministro Alessandro Giuli. L’obiettivo è accertare se la gestione logistica, i materiali e le eventuali movimentazioni collegate all’allestimento possano entrare in conflitto con le restrizioni adottate dall’Unione europea dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Alessandro Giuli (Ansa).
Il rischio di sospensione dei finanziamenti europei in caso di irregolarità
Le sanzioni non vietano la partecipazione di artisti russi a eventi culturali internazionali, ma pongono limiti su transazioni, logistica e rapporti con enti statali. Per questo il ministero vuole chiarire se l’organizzazione del padiglione russo abbia richiesto operazioni che necessitano di autorizzazioni specifiche. In caso di irregolarità, l’applicazione delle sanzioni resta di competenza degli Stati membri. Non è invece automatico il rischio di contromisure dirette da parte dell’Unione europea. Sullo sfondo c’è però il tema dei finanziamenti comunitari alla Fondazione Biennale, pari a circa 2 milioni di euro in tre anni nell’ambito del programma Europa Creativa. Un portavoce della Commissione ha chiarito che, in caso di violazione degli accordi, il progetto potrebbe essere sospeso o revocato.
Donald Trump ha detto di aver chiesto a Xi Jinping di rinviare di circa un mese – a causa della guerra in Iran – il vertice in programma a Pechino per l’inizio di aprile. «Voglio essere qui, devo essere qui. Quindi abbiamo chiesto di rimandare l’incontro di un mese o giù di lì… È molto semplice, abbiamo una guerra in corso», ha detto il presidente Usa parlando con i giornalisti nello Studio Ovale.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Pechino «ha preso atto» della richiesta di Trump
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha dichiarato che Pechino «ha preso atto» della richiesta della Casa Bianca: «Le due parti sono in comunicazione sulla tempistica della visita del presidente Trump in Cina. Al momento non ho ulteriori informazioni da fornire».
La richiesta di Trump alla Cina per lo Stretto di Hormuz
Il 16 marzo Trump ha chiesto anche alla Cina di contribuire alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz, così da permettere la riapertura del braccio di mare attraverso cui transita una fetta cruciale del greggio mondiale. C’è chi suggerisce che il rinvio dell’incontro possa (anche) essere legata a tensioni tra Washington e Pechino proprio su tale questione.
Con l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio causato dall’attuale crisi energetica, si torna a parlare di accise mobili, un meccanismo introdotto con la legge finanziaria 2008 e successivamente riformato dal governo Meloni nel 2023. Per capire cosa sono, occorre ricordare che i prezzi dei carburanti sono gravati da una doppia tassazione: le accise, imposte calcolate in misura fissa per unità di prodotto, e non in percentuale sul prezzo, e l‘Iva, applicata al 22 per cento sull’intero prezzo comprensivo già delle accise stesse (un meccanismo spesso criticato che viene definito di “tassa sulla tassa”). Quando il prezzo del greggio sale, va da sé che lo Stato incassa più Iva, essendo quest’ultima una percentuale il cui valore aumenta all’aumentare del prezzo su cui viene calcolata. Ecco che, per compensare questo rincaro, possono entrare in gioco le accise mobili. Il governo può cioè ridurre le accise (che sono invece un valore fisso) di un importo pari al maggior gettito Iva incassato.
Come funzionano le accise mobili
Per fare un esempio, supponiamo che nella situazione iniziale lo Stato incassi 0,30 euro di Iva per ogni litro di carburante venduto. Se il prezzo sale e l’Iva pagata dai cittadini balza a 0,35 euro per litro, lo Stato guadagnerebbe 0,05 euro imprevisti in più, il cosiddetto extra-gettito. Per legge, il governo può emanare un decreto di attivazione dell’accisa mobile per tagliare l’accisa di 0,05 euro, facendo così in modo che il prezzo alla pompa scenda dello stesso importo. In questo modo manterrebbe invariate le entrate per lo Stato facendo risparmiare i cittadini.
Le accise si possono abolire?
Quando si parla di accise, torna in auge anche il dibattito sulla loro abolizione. A tal proposito va sottolineato che ciò non è possibile, perché c’è una direttiva comunitaria (2003/96/CE) che obbliga a sottoporre ad accisa tutti i prodotti energetici impiegati come carburanti e stabilisce le aliquote minime unionali per i singoli prodotti energetici. Lo spazio di manovra per ridurre le accise su benzina e gasolio è quindi vincolato al rispetto dei valori minimi previsti dalla normativa europea. Un altro tema che anima il dibattito quando aumentano i prezzi di benzina e gasolio riguarda la riduzione dell’Iva. Anche in questo caso le regole sono dettate dalla normativa comunitaria, che esclude i carburanti dai prodotti assoggettabili ad aliquota ridotta. Dunque il governo non può intervenire per abbassare la percentuale.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha confermato l’uccisione di Ali Larijani, capo del Consiglio di sicurezza iraniano, obiettivo dei raid notturni condotti dall’IDF su Teheran. Il 16 marzo proprio Larijani, tramite un messaggio in sei punti diffuso su X, aveva fatto appello all’unità dei «musulmani di tutto il mondo e ai governi dei Paesi islamici». Era considerato l’uomo più influente del regime iraniano, nonché il leader di fatto della Repubblica Islamica dalla morte di Ali Khamenei.
Ucciso anche Soleimani, comandante delle forze Basij
Il capo di Stato maggiore israeliano, generale Eyal Zamir, senza citare esplicitamente di Larijani, ha detto: «Durante la notte sono stati registrati anche risultati significativi in termini di eliminazioni, che potrebbero influire sui risultati della campagna e sulle missioni delle IDF». Tra gli obiettivi centrati dal bombardamento anche Gholamreza Soleimani, il comandante della forza paramilitare Basij, che è stato ucciso. Eliminato pure il vice Seyyed Karishi. Durante le proteste interne in Iran, in particolare nei periodi più recenti in cui le manifestazioni si sono intensificate, le forze Basij hanno guidato le principali operazioni di repressione.
COMMANDER OF THE BASIJ UNIT ELIMINATED
Yesterday, the IDF targeted & eliminated Gholamreza Soleimani, who operated as commander of the Basij unit for the past 6 years.
Under Soleimani, the Basij unit led the main repression operations in Iran, employing severe violence,… pic.twitter.com/aJ0dNtCFz0
Un altro raid aereo israeliano in Iran ha preso di mira Akram al-Ajouri, leader della Jihad islamica palestinese, e altri alti funzionari del gruppo terroristico.
STRUCK: Iranian regime infrastructure in different areas across Iran:
In Tehran, dozens of munitions were dropped on command centers and UAV, ballistic missiles and air defense storage sites were stuck.
L’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita nella notte da un attacco con droni e razzi, dopo che un attacco simile era avvenuto poche ore prima. Lo ha riferito un funzionario della sicurezza. La difesa aerea, secondo quanto riporta un giornalista dell’Afp, ha intercettato un primo vettore. Ma un secondo (si tratterebbe di un drone) ha colpito la sede diplomatica Usa provocando un’esplosione. Dall’ambasciata si è alzata una colonna di fumo. Non ci sarebbero vittime.
WATCH: Dramatic moment US Embassy C-RAM air defense shoots down incoming drone in Baghdad, Iraq pic.twitter.com/0PCPfh4lXo
Teheran: «Attaccate basi Usa negli Emirati, in Bahrein e in Qatar»
Le autorità iraniane, una nota ufficiale diramata dalla televisione di Stato, hanno inoltre annunciato di avere attaccato la base aerea statunitense di Isa, in Bahrein, e la base aerea di al-Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti: «I Paesi del Golfo farebbero meglio a espellere gli americani dai loro territori per evitare danni». In precedenza, i Guardiani della rivoluzione avevano reso noto di aver attaccato la base aerea statunitense di Al Udeid, in Qatar, utilizzando missili Zolfaghar e Qiam, oltre a droni.
Media: missili caduti a pochi metri dall’ufficio di Netanyahu
Secondo quanto riportato dalla tv iraniana Snn, alcuni missili sono caduti a pochi metri dall’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.
Continua lo scontro tra governo e opposizioni sul referendum sulla giustizia. Ad accendere le polemiche sono ora le parole del deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia che, durante un evento in Basilicata, ha invitato il pubblico a usare il «solito sistema clientelare» per convincere i conoscenti a votare Sì. Queste le sue parole: «Avete gli argomenti per poter discutere, ma se non dovesse servire, utilizzate anche il solito sistema clientelare. Non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti. Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia». Dichiarazioni che hanno subito scatenato l’ira di Pd e M5s.
Pd: «Parole gravissime e preoccupanti»
Daniele Manca, senatore e commissario regionale del Pd Basilicata, ha parlato di «parole gravissime che stanno suscitando forte preoccupazione sul piano politico e istituzionale». «Richiamano un modo di concepire la politica che pensavamo appartenesse al passato peggiore del nostro Paese», ha evidenziato. «È ancora più grave che queste parole arrivino da un parlamentare della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione. Quel giuramento richiama ogni rappresentante delle istituzioni al rispetto della libertà del voto e dei principi democratici».
M5s: «Meloni prenda le distanze»
Sul piede di guerra anche il M5s. con il capogruppo al Senato Luca Pirondini che ha così commentato le dichiarazioni di Mattia: «Non è una frase sfuggita per caso, ma una vera e propria call to action. Quelle del deputato Mattia sono parole gravissime, ma ancora peggio è stato l’applauso della platea presente all’evento targato Fratelli d’Italia. Nessuno si è alzato per dire a Mattia “Ma cosa stai dicendo? Ma sei impazzito?”. Ci sarà qualcuno dentro Fratelli d’Italia che lo farà oggi? Giorgia Meloni condivide questo metodo oppure prende le distanze in modo netto e pubblico dal suo deputato e dall’applauso vergognoso che ha fatto da cornice al suo intervento? Comunque se queste sono le argomentazioni di chi chiede il Sì, allora c’è un motivo in più per reagire. Andare a votare in massa e dimostrare che il voto dei cittadini non si compra e non si indirizza con i favori come predica qualcuno dentro FdI».
Nuovi sviluppi nelle indagini sull’omicidio di Abderrhaim Mansouri, il pusher ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo dall’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino, che accusato di omicidio volontario aggravato è detenuto nel carcere di San Vittore. Nei suoi confronti sono emerse nuove accuse. Inoltre sono finiti sotto inchiesta ltri due colleghi.
Le nuove accuse contestate a Cinturrino
Oltre all’accusa di omicidio volontario, la procura di Milano ha mosso nuove contestazioni a carico di Cinturrino: dall’estorsione alle percosse, fino allo spaccio. Le accuse nascono dalle testimonianze a tappeto raccolte dai pm da tossicodipendenti e spacciatori arrestati da Cinturrino, ma anche chi ha solo ‘incrociato’ il poliziotto durante le sue operazioni antidroga, finite sotto la lente d’ingrandimento.
Indagati altri due poliziotti per falso e arresto illegale
Oltre ai quattro agenti presenti quel giorno nel boschetto di Rogoredo, al centro di indagini per omissione di soccorso e favoreggiamento e per questo assegnati a incarichi non operativi al di fuori del commissariato Mecenate, sono infatti sono indagati altri due poliziotti: uno per falso e uno per arresto illegale. Le nuove iscrizioni sono legate alla richiesta di incidente probatorio notificata per convocare almeno otto testimoni, tra pusher e tossicodipendenti.
In una nota, il comitato di redazione del Giornale Radio Rai ha puntato il dito contro Annalisa Chirico e Ping pong, il suo programma su Radio Uno, «diventato lo specchio delle ipocrisie» a cui il servizio pubblico «sottopone i suoi dipendenti». Alla base del comunicato il tempo concesso alla giornalista, troppo schierata per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, che si terrà il 22 e 23 marzo.
Annalisa Chirico (Imagoeconomica).
Il comunicato del cdr di Giornale Radio Rai contro Annalisa Chirico
«Monitoraggio ossessivo dei tempi per il Sì e per il No. Attenzione all’equidistanza che tutti i colleghi applicano nei propri programmi, che si tratti di politica, cronaca o esteri. Tutti, tranne Annalisa Chirico. A lei è concesso dire in onda che voterà Sì al referendum, andare ospite in programmi d’informazione a difendere il fronte del Sì», si legge nella nota. A Chirico, sottolinea il cdr, «è concesso, più in generale, essere una militante più che una giornalista che collabora con la testata radiofonica del servizio pubblico. Prendere posizione, sbilanciarsi a favore dell’uno o dell’altro, non rispettare la completezza dell’informazione». Venerdì 13 marzo, ad esempio, «la puntata sul caso della famiglia del bosco è diventato un florilegio di qualunquismo e opinionismo da quattro soldi».
I dem della Commissione Vigilanza: «Ennesimo grave episodio»
Sulla questione sono intervenuti i membri del Partito democratico della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, parlando di «preoccupante» ed «ennesimo grave episodio» per un’emittente che «sta diventando una sorta di radio del regime di TeleMeloni». Quanto a Chirico, la giornalista è stata definita una «rappresentante della destra di governo», anziché «conduttrice radiofonica imparziale e democratica». La replica dei componenti di Fratelli d’Italia è arrivata subito. I meloniani hanno parlato di «ennesima polemica strumentale e campata in aria della sinistra, che conferma di essere allergica al pluralismo e alla libertà di opinione» e del «solito doppiopesismo» dell’opposizione, quando «peraltro non risulta a carico della trasmissione condotta dalla stessa Chirico alcun rilievo dell’Agcom, a conferma della correttezza e del rispetto delle regole».
In politica, si sa, tradizionalmente è il centrosinistra a dividersi. Dal Pd al M5s, da Iv a Avs ormai si discute su ogni tema o quasi, per non parlare del fiorire di correnti e correntine interne ai partiti. Al contrario, il centrodestra, nonostante le frizioni e le antipatie, riesce a mostrarsi monolitico, riuscendo nella maggior parte dei casi a ricucire in casa. Nel mondo culturale, invece, avviene l’esatto contrario. Diciamo che se fossimo in Stranger Things, la Cultura rappresenterebbe il Sottosopra della destra. La maggioranza infatti in questa bulimia di poltrone (e nella foga di arricchire il proprio Pantheon scippando numi di sinistra, da Gramsci a Pasolini) non trova pace, mentre la gauche nella difesa della propria egemonia è unita e compatta.
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).
Il duello Giuli-Buttafuoco
La cronaca degli ultimi giorni lo conferma. Iniziamo con lo scontro tra il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, reo di aver aperto le porte della prossima Biennale d’Arte alla Russia. «Buttafuoco non ci ha detto nulla quando invece lui già sapeva del ritorno della Russia, ha messo in difficoltà il governo e isolato la Biennale agli occhi del mondo», ha sbottato Giuli arrivando a chiedere le dimissioni di Tamara Gregoretti, rappresentante del suo stesso ministero nel consiglio di amministrazione della Biennale.
Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).
Buttafuoco da parte sua non ha replicato, ma in sua difesa si sono schierati due intellettuali di destra del calibro di Marcello Veneziani e Franco Cardini. «Va bene una Biennale inclusiva verso immigrati, gay e mondo queer ma non verso i popoli e le civiltà del mondo», ha scritto Veneziani sulla Verità. «È sempre più difficile assumere un ruolo pubblico senza diventare servi zelanti in livrea abbaiando a comando, mentre chi disturba viene abbandonato, sconfessato, boicottato», ha aggiunto. «Noi abbiamo preferito sottrarci dal rispondere quando un ministro ci attaccò in modo volgare». Veneziani fa riferimento a un altro duello che lo ha visto protagonista contro il ministro della Cultura.
Franco Cardini (Imagoeconomica).
Quando Veneziani criticò il governo Meloni
L’episodio risale a fine 2025, quando il giornalista e scrittore sempre sul quotidiano diretto da Maurizio Belpietro vergò un editoriale al vetriolo contro il governo Meloni. «Nulla è cambiato nella nostra vita di italiani, cittadini, contribuenti, patrioti e uomini di destra, tutto è rimasto come prima, nel bene e nel male, nella mediocrità generale e particolare». La replica di Giuli fu durissima e personale, parlando di «bile nera» e «animo ricolmo di cieco rimpianto». Come a voler dire: ti sarebbe piaciuto essere al mio posto, ma non ci sei. Del resto all’epoca della formazione del governo, e prima di nominare Gennaro Sangiuliano, Giorgia Meloni sondò informalmente proprio Veneziani, che, secondo qualche retroscena, gentilmente declinò.
Alessandro Giuli, Gennaro Sangiuliano e Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).
Ma nella querelle sulla Biennale a difesa di Buttafuoco è intervenuto anche lo storico Cardini. «Non vedo i presupposti giuridici e procedurali sulla base dei quali il ministro può intervenire. Giuli ha compiuto un passo inopportuno e inadeguato» ha commentato lo storico in un’intervista alla Stampa. E poi è andato oltre: «Credo che Giuli si senta molto insicuro perché sente tutte le critiche che gli vengono mosse per la sua inadeguatezza (…) Giuli è un personaggio della cultura militante che non è convincente né dal punto di vista scientifico, né da altri punti di vista».
L’allergia storica della destra per gli intellettuali
Insomma, colpi di clava. Che si inseriscono perfettamente nella tradizione degli scontri che hanno sempre contraddistinto il mondo culturale della destra italiana. Giuseppe Bottai contro Giovanni Gentile, Curzio Malaparte contro Giuseppe Prezzolini, Indro Montanelli contro lo stesso Malaparte – due toscanacci l’un contro l’altro armati – Leo Longanesi contro tutti, giusto per citare qualche esempio del passato.
Leo Longanesi (Ansa).
«Tutto mi sembra l’eco di un vecchio pregiudizio che alligna da sempre nei partiti della Fiamma, i cui esponenti hanno sempre visto con fastidio gli intellettuali, considerandoli come dei piantagrane buoni solo a criticare e a imbastire polemiche contro quella che dovrebbero considerare la loro casa-madre. Un tempo Giuli fustigava questo atteggiamento, ora l’ha fatto suo», spiegava qualche tempo fa sul Fatto quotidiano il politologo di destra Marco Tarchi. «Anche la storia del marxismo, con le sue infinite scuole, conventicole e diatribe dimostra che non si tratta un’esclusiva della destra. In quest’area, però, appare ancora più pronunciata per quel tarlo dell’individualismo che l’ha sempre contraddistinta, e che è una sorta di indesiderato sottoprodotto della visione antiegualitaria che le è propria», aggiungeva Tarchi. Qui poi andrebbe fatto un inciso: basta fare il giornalista ad alto livello e aver scritto qualche libro, come Sangiuliano e Giuli, per essere considerato un intellettuale?
Marco Tarchi (Imagoeconomica).
Quel maledetto predominio culturale della sinistra
Altra figura rilevantissima della cultura destrorsa è Giordano Bruno Guerri che, forse per la sua totale indipendenza al confine con un certo anarchismo, viene spesso tenuto ai margini, ma è lui, da presidente del Vittoriale, ad aver ridato lustro e vita alla dimora di Gabriele D’Annunzio. Ecco cosa sosteneva in un’intervista alla Stampa lo scorso luglio: «Gli intellettuali di destra sono di meno e pure poco valorizzati, questo forse perché storicamente questa parte politica si è sempre interessata poco alla cultura, come ai tempi del Msi, che non era un partito ‘colto’… Ora invece mi pare ci sia una volontà di darsi da fare, magari anche sbagliando, che ho visto prima con Sangiuliano e ora con Giuli…».
Giordano Bruno Guerri (Imagoeconomica).
Del resto, per Guerri il predominio della sinistra sul mondo culturale è innegabile e così pare pensarla lo stesso Veneziani. Insomma, la destra al governo è stata costretta ad arrancare in un mondo in cui le cariche più prestigiose (istituti culturali, musei, fondazioni, teatri) le sono sempre state negate. Con gli incarichi culturali il governo Meloni si trova a maneggiare una materia nuova e sconosciuta. Dove però spesso nelle scelte si intersecano fedeltà all’esecutivo, autonomia culturale, una certa dose di individualismo e forse una rosa di candidati abbastanza scarsa. E allora ecco le liti, gli scontri, le invettive. Insomma, il campo largo della cultura a destra è diviso e litigioso almeno quanto il campo largo politico a sinistra.
Una grossa scheggia di missile è caduta vicino all’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. Le foto sono state diffuse dai soccorritori. Colpita anche la sede di una grande scuola ebraica. I vigili del fuoco hanno riferito che nell’area della Città Santa un uomo di 42 anni è stato ferito da schegge incandescenti e ha riportato ustioni.
Per sostenere il Sì in vista del referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo, Antonio Tajani ha diffuso un video sui social – girato all’esterno di casa sua – in cui il segretario di Forza Italia, ministro degli Esteri e vicepremier ha detto che il sistema italiano è da cambiare in quanto tipico di una dittatura.
Vi prego di ascoltare e diffondere questo mio messaggio. Entriamo nel merito della riforma della giustizia. Diciamo basta a bugie e mistificazioni. Diciamo SÌ ad una magistratura finalmente libera, indipendente e imparziale.
«L’Italia è un’eccezione tra le democrazie, un sistema come il nostro esiste solo in Russia, in Cina e in altre dittature, del resto è stato introdotto da Benito Mussolini e dal fascismo», dice Tajani nel video diffuso sui social, introdotto dal post: «Entriamo nel merito della riforma della giustizia. Diciamo basta a bugie e mistificazioni. Diciamo SÌ ad una magistratura finalmente libera, indipendente e imparziale».
Tajani: «Chi di voi guarderebbe una partita con un arbitro che indossa la maglia di una delle squadre?»
Nel video, Tajani dichiara anche: «In qualsiasi disputa la persona chiamata a giudicare chi ha ragione e chi ha torto non deve essere amica di nessuna delle due parti in causa». Sue la domanda retorica: «Chi di voi andrebbe a vedere una partita con un arbitro che indossa la maglia di una delle due squadre?». E poi: «Questo concetto è la materia del referendum per il quale si voterà il 22 e 23 marzo. Parliamo del processo penale, con il quale si decide la vita delle persone. Non vi sembra ovvio che chi decide non debba essere amico o collega con nessuna delle due parti?».
È stata presentata la programmazione del triennio 2026-2028 del Teatro alla Scala di Milano – come chiesto una decina di giorni prima dal ministero della Cultura a tutte le fondazioni lirico-sinfoniche in vista del riparto del Fus, i fondi statali – con l’annuncio delle opere che apriranno le stagioni 2026 e 2027. Il 7 dicembre 2026 verrà rappresentato l’Otello di Giuseppe Verdi con la regia di Damiano Michieletto. Sul podio ci sarà Myung-Whun Chung, al suo debutto come direttore musicale. L’attuale, Riccardo Chailly, continuerà comunque la sua collaborazione con la Scala concentrandosi sulla musica russa. Sempre un’opera di Verdi inaugurerà la stagione successiva, nel 2027, vale a dire Un ballo in maschera. L’opera sarà di nuovo diretta da Chung e vedrà la regia del palermitano Luca Guadagnino.
Myung-Whun Chung (Ansa).
Frédéric Olivieri confermato direttore del Corpo di ballo
Durante la presentazione è stato inoltre reso noto che Frédéric Olivieri resterà direttore del Corpo di ballo della Scala per altre due stagioni. Era stato nominato a febbraio 2025 per due anni dal sovrintendente Fortunato Ortombina, dopo la decisione del suo predecessore Manuel Legris di lasciare l’incarico prima della scadenza.
Meta ha firmato un accordo da 27 miliardi di dollari con Nebius, piattaforma cloud con sede ad Amsterdam specializzata nell’addestramento e nell’esecuzione di modelli di AI avanzati. In base all’intesa, il colosso di Mark Zuckerberg investirà 12 miliardi di dollari in capacità di calcolo a partire dall’inizio del 2027 e si è impegnato ad acquistare ulteriore capacità per un valore di altri 15 miliardi di dollari (sempre distribuita su più siti) nei prossimi cinque anni. Nel complesso si tratta di uno dei più grandi contratti infrastrutturali mai sottoscritti da Meta.
Mark Zuckerberg (Imagoeconomica).
Meta di recente ha acquisito Manus, startup focalizzata sullo sviluppo di algoritmi di IA per l’automazione delle attività, e Moltbook, piattaforma Moltbook, una piattaforma simile a Reddit progettata per ospitare conversazioni tra agenti AI. L’accordo con Nebius rappresenta un’ulteriore accelerata sull’IA per la società di Zuckerberg, che ormai ha trasformato l’intelligenza artificiale nella sua priorità strategica, nel tentativo di ridurre il gap da rivali come OpenAI e Google. Tuttavia, secondo quanto riporta Reuters, l’azienda si starebbe preparando a quello che potrebbe essere uno dei suoi più grandi giri di licenziamenti, con un taglio del 20 per cento della forza lavoro globale: coinvolti quasi 16 mila dipendenti. A gennaio del 2025, Meta aveva licenziato circa il 5 per cento dei suoi lavoratori.
È polemica in Sicilia per l’atterraggio di due elicotteri militari dell’esercito americano nel parco delle Madonie, in particolare a Piano Catarineci, area di pregio naturalistico tutelata da un apposito marchio Unesco e facente parte della rete Natura 2000, caratteristica che implica e richiede una particolare attenzione alla conservazione degli habitat e delle specie di fauna e flora selvatica presenti. Dopo aver visionato le fotografie pubblicate sul profilo social della marina statunitense che ritraggono i due mezzi sul suolo siciliano, 22 sindaci e il presidente del Parco delle Madonie hanno inviato una nota al presidente della Regione, Renato Schifani, e al prefetto di Palermo, Massimo Mariani, per chiedere se «fossero stati avvisati di esercitazioni, se e da quale ente il piano di volo sia stato autorizzato, se, in caso positivo, sia stata effettuata la procedura di valutazione di incidenza ambientale per le esercitazioni militari con elicotteri della base di Sigonella sul sito Piano Catarineci e se non si ritenga opportuno chiedere lo stop a tali attività, visti i rischi per la popolazione locale e l’ambiente naturale, a maggior ragione dato che ci si trova nel contesto di uno scenario bellico privo di piena legittimazione internazionale».
La marina Usa: «Volo di addestramento, squadra difende gli interessi degli Alleati»
La marina americana ha spiegato che gli elicotteri MH-60S Sea Hawk assegnati alla Helicopter Sea Combat Squadron 28 stavano conducendo un volo di addestramento sul monte Etna vicino alla stazione aerea navale Sigonella. La squadra, ha spiegato, «è attualmente dispiegata nell’area operativa della 6a flotta degli Stati Uniti, supportando l’efficacia dei combattimenti bellici, la letalità e la prontezza delle Forze navali americane Europa-Africa, mentre difende gli interessi degli Stati Uniti, degli Alleati e dei partner nella regione».
Il M5s chiede a Schifani di riferire in Aula
La vicenda ha scatenato polemiche politiche, con critiche da parte di Movimento 5 stelle e Partito democratico. Il capogruppo M5s all’Assemblea regionale siciliana, Antonio De Luca, ha parlato di «fatto gravissimo che può essere motivato come estrema ratio solo da ragioni di tipo emergenziale». «Essere partner della Nato», ha evidenziato, «non vuol dire essere succubi degli americani, specialmente in un periodo in cui l’esercito Usa è impegnato attivamente nell’offensiva contro l’Iran. Non possiamo tollerare ingerenze e non possiamo mettere a rischio la vita dei siciliani. Il presidente Schifani era stato informato? Il Parlamento certamente no, ne renda conto a sala d’Ercole». «Senza voler mettere da parte la questione ambientale», ha continuato il deputato «considerando che l’atterraggio è avvenuto in un’area definita come A, cioè di massima tutela ambientale, si tratta di un accadimento che condanniamo fermamente e che non deve più ripetersi. Per questo serve un governo regionale intransigente. Il presidente della Regione risponda ai siciliani che lo hanno eletto, non agli americani e venga in Aula a riferire con urgenza».
Il Pd presenta un’interrogazione parlamentare
La deputata regionale dem Valentina Chinnici ha annunciato che presenterà un’interrogazione parlamentare rivolta al presidente Schifani: «L’atterraggio di elicotteri da guerra della US. Navy nel cuore della Sicilia, a Piano Catarineci, non è solo una questione ambientale, è l’ennesimo atto unilaterale che rischia di trascinare la nostra Isola e l’Italia in uno scenario di tensione bellica senza che vi sia stata alcuna informazione o dibattito democratico». «Dobbiamo sapere con urgenza se Schifani e la Prefettura fossero stati avvisati, e chi ha autorizzato questo piano di volo. Non possiamo permettere che la Sicilia venga percepita come una portaerei in balia di decisioni prese altrove, senza alcuna legittimazione da parte degli organismi europei e internazionali e in spregio alla sovranità nazionale», ha continuato. Quindi l’annuncio: «L’esecutivo regionale non può più tacere. Nella mia interrogazione chiederò chiarezza immediata e di valutare lo stop a queste attività. La sicurezza dei cittadini, l’integrità del nostro territorio e la sovranità nazionale non possono essere messe in discussione da voli fantasma autorizzati chissà da chi».
A pochi giorni dal referendum sulla riforma della giustizia, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha invitato la famiglia nel bosco per un incontro a Palazzo Madama. Nathan e Catherine Trevallion, i genitori a cui a novembre 2025 è stata tolta la potestà sui tre figli, che sono stati poi trasferiti in una comunità, saranno ricevuti mercoledì 18 marzo. All’inizio del mese il tribunale aveva disposto l’allontanamento della madre dalla casa famiglia dove ci sono i tre bambini. Una decisione presa in base alle relazioni degli assistenti sociali sugli atteggiamenti tenuti dalla donna in occasione degli incontri con i figli alla presenza delle assistenti. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva inviato un’ispezione che si svolgerà martedì 17 marzo.
Il Pd attacca: «Il governo usa la vicenda in vista del voto»
Intanto arrivano le prime critiche al governo per un’iniziativa che, secondo il senatore del Partito democratico Walter Verini, evidenzia la «faziosità» e lo «scarso rispetto per le istituzioni» del presidente del Senato. «Tutti abbiamo davvero profondo rispetto per la tragedia emotiva che stanno vivendo i bambini Travallion. Proprio per questo mai e poi mai avremmo pensato che qualcuno avesse usato la vicenda per bassi scopi elettorali in vista del referendum», ha aggiunto. Gli ha fatto eco Enza Rando, anche le senatrice del Pd: «Invitare i genitori della cosiddetta famiglia del bosco in Senato a tre giorni dal referendum, dopo mesi di campagna orchestrata dalla destra su questa vicenda per delegittimare il lavoro dei giudici che hanno solo applicato le leggi, è un atto grave e profondamente inopportuno». E ancora: «Il presidente del Senato dovrebbe svolgere una funzione di garanzia e di equilibrio istituzionale. Invece ancora una volta dimentica di essere la seconda carica dello Stato e sceglie di intervenire in modo plateale su una vicenda delicata, che riguarda decisioni dell’autorità giudiziaria e la tutela di minori. Le istituzioni non possono essere utilizzate per alimentare polemiche o per sostenere campagne politiche contro la magistratura, tanto più alla vigilia di un voto che riguarda proprio la giustizia».