Sarà un po’ meno Libero di spaziare da un argomento all’altro. Fabrizio Biasin – giornalista, volto noto nei salotti tivù calcistici litigarelli e twittatore compulsivo – è stato ridimensionato. Meglio si occupi solo di sport, calcio in particolare, Inter ancora più in particolare. E non di spettacoli, come faceva ora (ha timbrato il cartellino pure all’ultimo Sanremo 2026 vinto da Sal Da Vinci). Il suo quotidiano, Libero, dove è caporedattore e grazie al quale viaggiava persino in giro per il mondo assieme ai lettori, gli ha messo dei paletti. Tramite un rimpastino firmato dal direttore Mario Sechi: il settore Spettacoli verrà associato alla Cultura, sotto il coordinamento di Lucia Esposito. Mentre Alessandra Menzani farà parte del settore e continuerà a seguire le pagine degli Spettacoli. Alessandro Dell’Orto cambia servizio e avrà il compito di supportare e sostituire nell’ideazione e fattura delle pagine di Spettacoli la collega Menzani in caso di assenza, ferie o altre incombenze. Come si nota, il nome di Biasin è stato depennato. Pare per aver pestato un… piede che non doveva pestare.
E pensare che per Biasin lo spettacolo era (anche) questione di famiglia. Visto che la moglie Gabriella Mastronardi, sorella dell’attrice Alessandra Mastronardi, lavora nell’ufficio stampa di Mediaset (dove spesso Biasin è ospite, nella trasmissione Pressing). Ora il giornalista, nerazzurro sfegatato, potrà consolarsi con i suoi 239 mila follower su Instagram e 253 mila su X, l’ex Twitter, titillandoli per fare salire l’engagement, come gli piace tanto fare. Chissà se si sarà almeno un po’ pentito di non aver affondato il colpo nella trattativa che a giugno 2025 lo vide vicino al trasferimento a La Gazzetta dello Sport. Saltò tutto, merito di una controproposta e della libertà di girare per ospitate tivù e podcast vari. Adesso però niente più Ariston. Lo spettacolo è finito.
Giovedì mattina di fuoco, a Londra: il 19 marzo nella Capitale inglese andrà in scena la Morgan Stanley European Financials Conference, prestigioso appuntamento che riunisce i vertici delle più importanti istituzioni finanziarie europee, investitori e analisti. Attesi anche il Ceo di UniCredit Andrea Orcel eLuigi Lovaglio, nonostante sia l’ad uscente di Montepaschi. Negli ambienti finanziari internazionali del resto Lovaglio gode di sincera stima, e qualcuno sussurra che potrebbe anche accettare un incarico all’estero. E Londra è una piazza perfetta per incontrare le persone che contano. Specie a Canary Wharf, nell’East End, distretto di Tower Hamlets, in quella che una volta era la zona portuale e che è diventata il centro degli affari londinesi.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
Per il No in Piazza del Popolo si stimano 7 mila presenze…
La chiusura della campagna referendaria organizzata dal comitato Società Civile per il No nel referendum costituzionale si terrà dalle 17 alle 20 di mercoledì in piazza del Popolo: centrosinistra presente con Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Parteciperanno anche Roberto Gualtieri, Maurizio Landini, Rosy Bindi, Gianfranco Pagliarulo dell’Anpi. Sul sito di Roma Capitale, nelle informazioni alla mobilità, è prevista la partecipazione di 7 mila persone. Chissà chi ha fatto la stima…
Elly Schlein a un comizio in favore del no al referendum a Napoli (Ansa).
Tajani e la giustizia «tra capo e collo»
Almeno Silvio Berlusconi si era inventato TikTokTak… Antonio Tajani, suo “erede” («sì, je piacerebbe», dicono a Roma) alla guida di Forza Italia ha prodotto un video che sta sbancando sui social dedicato al referendum sulla giustizia. L’astuto Tajani esce dal portoncino del suo condominio ai Parioli e in mezzo al giardino recita il suo appello per il Sì. Mettendo in guardia gli elettori: «Voglio mandarvi un messaggio da casa mia», perché «riguarda la vita di ciascuno di noi», dato che «può capitarvi tra capo e collo di vedervi arrivare qualcosa di strano mentre state a casa». Una busta verde? Le forze dell’ordine, nel bel mezzo della notte, alle tre del mattino, che svegliano di soprassalto la vittima di turno? Tajani sottolinea che «la persona che è chiamata a giudicare chi ha ragione e chi ha torto non deve essere amica di nessuna delle due parti in causa». Berlusconi sarebbe orgoglioso.
Saviano tra i premiati del Sarzanini
La quinta edizione del premio giornalistico Mario Sarzanini, dedicato alla memoria del decano della cronaca giudiziaria scomparso nel 2021, si tiene il 18 marzo a Roma alla Casa del Cinema. La giuria, presieduta da Andrea Balzanetti e composta da Massimo Martinelli, Guido D’Ubaldo, Andrea Cappelli, Davide Desario, Andrea Pucci, Emma D’Aquino, Luigi Contu e Flavio Natalia, ha scelto i vincitori delle diverse categorie: web, Roberto Saviano; radio, Giorgio Zanchini; Tv, Veronica Fernandes; quotidiani, Niccolò Zancan; agenzie, Assunta Cassiano; podcast, Malcom Pagani; uffici stampa, Medici Senza Frontiere. Premio speciale al film 40 secondi, dedicato alla storia di Willy Monteiro Duarte. Attese autorità civili e militari, in grande numero, come nelle passate edizioni.
La giuria di selezione ha indicato Ancona quale Capitale italiana della Cultura 2028. L’ha annunciato il ministro Alessandro Giuli al Collegio romano esprimendo le sue congratulazioni alla città «per la qualità del progetto presentato e per il traguardo raggiunto», che pone la cultura al centro come motore di rigenerazione e sviluppo. Città-porto e città-parco, crocevia del Mediterraneo, Ancona riceverà un contributo di un milione di euro destinato alla realizzazione delle iniziative previste nel dossier di candidatura. Le altre città finaliste erano Forlì, Anagni, Catania, Colle di Val d’Elsa, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia.
Le motivazioni della giuria: «Modello di progettazione culturale innovativa e sostenibile»
Queste le motivazione per cui Ancona è stata selezionata, indicate dalla giuria: «Il dossier propone un modello di valorizzazione culturale solido e coerente, capace di coniugare identità territoriale e apertura internazionale in una visione che connette le politiche culturali con più ampie dimensioni di rigenerazione urbana, inclusione sociale e partecipazione. Il programma di eventi e interventi è solido e interdisciplinare ed è adeguato per attrarre un pubblico ampio e diversificato lungo l’intero arco dell’anno. La strategia di investimento appare solida e coerente con gli obiettivi, con un impatto atteso significativo sul tessuto socio-economico. Apprezzata, inoltre, l’integrazione tra istituzioni culturali, sistema della ricerca, realtà associative e operatori del territorio, che garantisce una rete strutturata, partecipativa e orientata alla crescita». Rilevante infine, agli occhi dei giurati, «l’attenzione alla dimensione europea e mediterranea, che rafforza il posizionamento internazionale del progetto, così come il coinvolgimento attivo delle comunità locali e degli enti territoriali, nonché dei giovani, considerati non solo come fruitori ma come protagonisti dei processi creativi e culturali». Quindi la conclusione: «Il dossier soddisfa pienamente gli indicatori del bando, ponendosi come un modello di progettazione culturale innovativa, sostenibile e condivisa. Il giudizio è eccellente».
Dopo l’abbattimento di tre missiliprovenienti dall’Iran nello spazio aereo della Turchia, Ankara ha annunciato che un nuovo sistema Patriot verrà schierato nella base militare di Incirlik, situata nei pressi della città di Adana nel sud-est del Paese, non lontano dal confine con la Siria. La base rappresenta uno dei principali hub strategici della Nato nel Mediterraneo orientale.
Nella base c’è già un sistema Patriot fornito dalla Spagna
Rafforzata dunque ulteriormente la copertura antimissile del sud della Turchia, in risposta alle tensioni regionali legate al conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele. «Oltre alle misure nazionali adottate per garantire la sicurezza del nostro spazio aereo e dei nostri cittadini, un ulteriore sistema Patriot, assegnato dal Comando aereo alleato di Ramstein, in Germania, è in corso di dispiegamento ad Adana, in aggiunta al sistema Patriot spagnolo già presente nella base», ha spiegato il ministero della Difesa turco.
La nuova edizione del Grande Fratello Vip, che vede al timone Ilary Blasi e Selvaggia Lucarelli al fianco di Cesara Buonamici come opinionista, non è iniziata in modo brillante. La prima puntata, andata in onda il 17 marzo su Canale 5, non è infatti andata oltre il 18,4 per cento di share (2.146.000 spettatori): peggio del debutto dell’ultima edizione condotta da Alfonso Signorini, che l’11 settembre 2023 era partita col 23,01 per cento di share (2.994.000 spettatori).
La sfida agli ascolti tv del prime time ha visto trionfare la serie Le Libere Donne – andata in onda su Rai 1 – con 3.046.000 spettatori, pari al 18,7 per cento di share.
Nella notte Israele ha condotto un raid aereo su Teheran con l’obiettivo di eliminare il ministro dell’Intelligence iraniano Esmaeil Khatib, che nominato nel 2021 ha ricoperto l’incarico sia nel governo di Ebrahim Raisi che in quello di Masoud Pezeshkian. E l’attacco è andato a buon fine (dalla prospettiva di Tel Aviv): Israel Katz, ministro della Difesa, ha infatti affermato che Khatib «è stato eliminato». Del suo decesso si era parlato già dopo un raid del 28 febbraio, ma la notizia era poi risultata infondata. Al momento non risultano conferme ufficiali da parte delle autorità iraniane.
Il profilo di Esmaeil Khatib, fedelissimo di Khamenei
Religioso sciita nato nel 1961 nella regione di Qaen, Khatib si è formato a Qom, epicentro ideologico della teocrazia iraniana. Funzionario di lungo corso, prima di arrivare al vertice dell’intelligence è cresciuto all’interno del sistema che fonde apparato statale e legittimazione clericale, con legami documentati con i Pasdaran. Considerato inoltre un fedelissimo dell’ayatollah Ali Khamenei, di recente ha sostenuto la candidatura del figlio Mojtaba come nuova Guida Suprema. A novembre, prima dello scoppio delle proteste di massa nella Repubblica Islamica, aveva messo in guardia contro le «condizioni per l’emergere del malcontento pubblico». Il suo ministero, cruciale nella guerra a Israele, si occupa anche della sicurezza interna ed è stato più volte accusato da organizzazioni internazionali di essere coinvolto nella brutale repressione del dissenso e nel controllo degli oppositori, pure all’estero.
Un incendio è divampato nel padiglione della Serbia alla Biennale di Venezia, forse a causa di un cortocircuito. Interessato in particolare il tetto della struttura, con le fiamme alimentate dal forte vento, che sta complicando anche l’intervento dei Vigili del fuoco. Una grossa di fumo scuro è visibile sopra la laguna di Venezia. Dai primi accertamenti dovrebbe aver preso fuoco la copertura all’esterno, senza coinvolgere nessuno e senza che i danni si siano estesi agli arredi, all’esposizione o alle altre strutture circostanti.
L’attacco aereo israeliano che ha ucciso Ali Larijaniha eliminato uno dei più esperti e influenti strateghi politici dell’Iran, che in qualità di segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale era al centro del processo decisionale in materia di guerra, diplomazia nucleare e alleanze internazionali. Pe quanto proveniente da una prestigiosa famiglia clericale, Larijani non era un leader religioso. Ma, fedelissimo di Ali Khamenei, proprio dall’ayatollah aveva ricevuto l’incarico di garantire la sopravvivenza della teocrazia. Secondo gli analisti, negli ultimi mesi aveva concentrato nelle sue mani un enorme potere all’interno del regime, che non era stato intaccato (anzi) dalla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Premesso che qualsiasi nuova figura di alto livello diventerà un bersaglio di Israele e Stati Uniti, chi potrebbe prendere il posto di Larijani a capo del Consiglio di sicurezza iraniano?
I possibili eredi di Larijani
Uno dei nomi più caldi è quello di Mohsen Rezaei, veterano delle forze armate che ha ricoperto per oltre 15 anni la carica di comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione. Da pochi giorni Rezaei ha assunto il ruolo di consigliere militare di Mojtaba Khamenei, rafforzando così la sua posizione all’interno della struttura di potere iraniana.
Nell’immediato, la morte di Larijani probabilmente conferirà maggiore potere al generale Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento ed ex comandante della polizia iraniana, in passato anche sindaco di Teheran. Ghalibaf ha sostenuto la nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema, posizione condivisa con i pasdaran e alcuni dei religiosi iraniani più intransigenti e ultraconservatori.
Tra i nomi che girano c’è poi quello di Ahmad Vahidi, capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dalla morte di Mohammad Pakpour, avvenuta nelle prime ore del conflitto: è lui, ex ministro degli Esteri, a sovrintendere nell’ombra (dalla nomina non ci sono stati né messaggi, né apparizioni) allo sforzo bellico contro gli Stati Uniti e Israele.
Da non scartare poi le “candidature” di Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso (è stato a capo degli Esteri dal 1981 al 1997) che ha servito per decenni come consigliere della Guida Suprema; e quella di Hassan Rouhani, ex presidente ed ex segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.
Larijani’s replacement will be appointed by IRGC. With every assassination U.S. and Israel engineering greater radicalization of Iran’s leadership. It will makes for a bleak future for Iran, Iranians, the region and ultimately makes it far more difficult for U.S. to disentangle…
Secondo l’esperto di Medio Oriente Vali Nasr, che in passato ha collaborato con la Casa Bianca, il successore di Larijani sarà nominato dai pasdaran. Uno scenario, questo, che non lascia presagire nulla di buono per le speranze di de-escalation. «Con ogni assassinio, Stati Uniti e Israele alimentano una maggiore radicalizzazione della leadership iraniana. Ciò prefigura un futuro fosco per l’Iran, gli iraniani, la regione e, in definitiva, renderà molto più difficile per gli Usa disimpegnarsi da un conflitto senza fine», ha scritto Nasr su X.
In questa campagna referendaria i campioni del fronte del No e del Sì purtroppo non si sono risparmiati. Ne abbiamo sentite di ogni: «Csm sistema para-mafioso», magistrati come «plotoni di esecuzione», «mafiosi e massoni» pronti a barrare il Sì, «banditi» che vogliono manomettere la Costituzione. Mancava giusto la vecchia equiparazione magistratura-cancro.
Zaffini: «Finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro»
A rispolverarla ci ha pensato il senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, che il 14 marzo, intervenendo a un evento per il Sì in quel di Terni, non ha usato mezzi termini: «Finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro». Il meloniano ha pure preso le difese di Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto di Carlo Nordio che «è stata portata su tutte le prime pagine dei giornali perché ha detto che è un plotone d’esecuzione quando caschi davanti alla magistratura. Io aggiungo che è come se ti diagnosticano un cancro. È peggio di un plotone d’esecuzione». Perché, ha spiegato Zaffini, «con un plotone d’esecuzione sai che devi morire e ti chiedi quanto manca…. Dal cancro puoi guarire o morire. Il problema è che ti curano i medici. Se tu vai nelle mani della magistratura invece è un’avventura. Non sai con chi ti combini, chi ha condotto le indagini, non sai cosa di capiterà».
Quando era Berlusconi a usare la metafora magistratura-cancro
«I giudici ideologizzati sono una metastasi della democrazia»(2008)
Dichiarazione gravissima, si dirà. Certamente non nuova. Il copyright infatti è di Silvio Berlusconi, che negli anni ha associato con costanza e naturalezza le toghe al cancro (con vari emuli, come Maurizio Gasparri nel 2023). Fin dal giugno 2008 quando da presidente del Consiglio, di fronte all’assemblea della Confesercenti, arrivò a definire – tra i fischi – «i giudici ideologizzati» una «metastasi della democrazia». Prima dell’affondo, il Cav aveva ricordato che «molti pm» avrebbero voluto vederlo «legato», con tanto di gesto delle manette e aveva spiegato che un presidente del Consiglio «ha le mani legate di fronte a un’architettura che non è quella di uno Stato moderno ma è quella di uno Stato antico».
«Nella nostra democrazia c’è una patologia che è la peggiore: la magistratura» (2010)
Nel 2010, intervenendo alla cena elettorale di Roberto Formigoni, Berlusconi tornò all’attacco dei giudici. «Abbiamo un grave problema nella nostra democrazia», disse. «C’è una patologia che è la peggiore: è la magistratura con personaggi e correnti che fanno la guerra a chi non vogliono stia in maggioranza e al governo e per queste elezioni hanno fatto vincere il formalismo sul diritto legittimo dei cittadini a votare».
«Magistrati, cancro da estirpare» (2011)
Il refrain si ripetè anche a maggio 2011. Per la chiusura della campagna elettorale di Letizia Moratti a sindaco di Milano (venne sconfitta da Giuliano Pisapia, tra l’altro favorevole al Sì al referendum), Berlusconi, continuando la litania della persecuzione giudiziaria e dei complotti contro di lui, invitò il suo popolo a «estirpare il cancro della magistratura dalla democrazia italiana». Il bersaglio erano i pm milanesi che si occupavano delle sue vicende giudiziarie. Successivamente però spiegò che aveva usato la parola «cancro in modo figurato». Sarà anche vero, ma poi ha continuato sulla stessa linea (figurata o meno).
«Oggi nella democrazia c’è un cancro che si chiama magistratura» (2013)
Nel febbraio 2013, durante un comizio elettorale a Bari, Berlusconi riutilizzò la stessa metafora. «Oggi dentro la nostra democrazia c’è un cancro, una patologia che si chiama magistratura». Un’accusa rivolta «non a tutti i magistrati, ma a una corrente legata da un filo rosso che usa il potere dei giudici contro gli avversari per farli sparire. A me», aggiunse il Cav, «hanno riservato in 20 anni un trattamento che solo io che ho le spalle larghe e uno spirito da guerriero ho potuto sopportare».
«La magistratura è un cancro» (2013)
Solo un mese dopo, a margine del processo Mediaset, B tornò all’attacco: «La magistratura è un cancro, una patologia del nostro sistema. Il 23 marzo scenderemo tutti in piazza contro i magistrati». E, ancora: «C’è una parte della magistratura che utilizza la giustizia per combattere ed eliminare gli avversari politici che non si riescono ad eliminare con il sistema democratico delle elezioni».
«Il cancro peggiore della nostra democrazia è la magistratura italiana così combinata» (2016)
Il leitmotiv tornò nel 2016 quando, intervenendo alla presentazione del libro di Myrta MerlinoMadri. Perché saranno loro a cambiare il mondo, Berlusconi si prese come sempre la scena raccontando aneddoti su mamma Rosa. Però non si risparmiò un attacco finale alle toghe rosse: «Il cancro peggiore della nostra democrazia è la magistratura italiana così combinata», sentenziò. «Dal 1994 sono considerato un ostacolo alla presa di potere della sinistra, anche oggi». Per concludere: «Tra i miei rimpianti, c’è non aver fatto la riforma». A rimediare ci ha pensato Giorgia Meloni. Sempre che vinca il Sì.
Da mercoledì 18 marzo 2026 è possibile richiedere il bonus per acquistare moto, scooter e microcar ibridi o elettrici nuovi di fabbrica. Una misura pensata per favorire il rinnovamento del parco moto e motorini con veicoli a minor impatto ambientale. Chi ha intenzione di comprarne uno, dovrà rivolgersi al proprio concessionario di fiducia e scegliere il modello. Sarà direttamente il venditore a prenotare il contributo tramite il portale dedicato del Mimit e applicare lo sconto.
Quali veicoli si possono acquistare e a quanto ammonta l’ecobonus
Le categorie che rientrano nell’incentivo sono L1e, L2e, L3e, L4e, L5e, L6e, L7e, di cui fanno parte ciclomotori e motoveicoli a due, tre o quattro ruote. Sono quindi comprese anche alcune e-car (quadricicli leggeri o pesanti che possono superare i 45 km/h). Il contributo non ha un valore fisso ma vale il 30 per cento del prezzo per gli acquisti senza rottamazione fino a 3 mila euro e il 40 per cento per gli acquisti con rottamazione fino a 4 mila euro. Il veicolo da rottamare deve essere intestato da almeno 12 mesi all’intestatario del nuovo mezzo o a un familiare convivente. A livello di fondi a disposizione, la Legge di Bilancio 2021 aveva previsto uno stanziamento complessivo di 150 milioni di euro – 20 milioni annui dal 2021 al 2023 e 30 milioni annui dal 2024 al 2026.
È slittata a giugno l’udienza del processo che vede Maria Rosaria Boccia imputata a Pisa per truffa, con l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante entità, ai danni di un amico. A causare lo slittamento è stato un legittimo impedimento del difensore dell’imprenditrice. Secondo l’accusa, Boccia avrebbe approfittato dell’amicizia di vecchia data con un coetaneo originario della provincia di Napoli, ma residente nel pisano per lavoro, per “spillargli” 30 mila euro. Come “trappola”, secondo quanto ipotizzato dalla procura, gli avrebbe proposto di investire i suoi risparmi nell’apertura di un locale di lusso, una terrazza bar affacciata sul golfo di Napoli che avrebbe compreso ai piani inferiori anche altre attività. Progetto che, in realtà, non sarebbe mai esistito.
Le indagini dopo la denuncia dell’uomo
La vicenda risale a dicembre 2021. Le indagini erano partite dalla denuncia del quarantenne, il quale ha sostenuto di essersi fidato della Boccia proprio per l’amicizia che li legava. A conferma della serietà del progetto, lei avrebbe anche fatto i nomi di altre persone note e facoltose già coinvolte nell’operazione. Sarebbe partito a breve, per questo i soldi servivano subito. L’uomo, di fronte all’insistenza di quella che considerava una persona fidata e allettato dall’idea di poter guadagnare molto più di ciò che avrebbe investito, si sarebbe quindi convinto a mandarle quei 30 mila euro. Salvo, poi, accusa, accorgersi di essere stato ingannato. Non avendo ricevuto indietro i soldi, si è rivolto al tribunale di Pisa ottenendo un decreto ingiuntivo che obbliga la Boccia a restituirgli i 30 mila euro più gli interessi. Decreto che, però, non sarebbe stato adempiuto dalla diretta interessata. Questo processo si aggiunge a quello che l’imprenditrice dovrà affrontare a Roma per stalking, lesioni, interferenze illecite nella vita privata e diffamazione ai danni dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.
Dopo aver preso parte all’operazione per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro, è stata utilizzata per il decollo di decine di caccia F18 Hornet, carichi di bombe da sganciare sull’Iran. Adesso la portaerei USS Gerald Ford – la più grande e potente al mondo – si prende una pausa forzata. L’ammiraglia della Marina Usa, al momento nel Mar Rosso, farà infatti rotta verso Creta per delle riparazioni dopo un serio incendio scoppiato a bordo la scorsa settimana.
I bagni in tilt e la prima sosta a Creta, poi il rogo
Durante lo spostamento dai Caraibi al Mediterraneo si era verificato un primo problema sulla fortezza galleggiante, lunga 333 metri: erano infatti andati in tilt i servizi igienici, cosa che aveva causato – ovviamente – grossi disagi. Il guasto era stato parzialmente risolto durante una sosta nel porto cretese di Souda. Poi erano iniziate le operazioni contro l’Iran, continuate anche mentre la USS Ford si spostava attraverso il canale di Suez nel Mar Rosso. Successivamente si è verificato il problema più serio: l’incendio.
La USS Ford (Ansa).
L’incendio, partito da una lavanderia, è durato più di 30 ore
Come riportano diversi quotidiani statunitensi, l’incendio è durato più di 30 ore e decine di soldati sono rimasti intossicati dal fumo. Il rogo, partito da una ventola della lavanderia di poppa (forse per un cortocircuito), si è rapidamente esteso a diversi locali della portaerei, compresi gli alloggi, costringendo la Marina a prelevare mille materassi dalla futura USS John F. Kennedy a Norfolk, in Virginia, per inviarli alla Ford. Inoltre, la distruzione della lavanderia principale sta impedendo di lavare gli indumenti di buona parte dei militari a bordo, circa 4.500. Funzionari dell’esercito Usa, che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato, non hanno specificato per quanto tempo la nave da 13 miliardi di dollari rimarrà a Creta.
Due morti a Tel Aviv a causa di un lancio di missili dall’Iran. Teheran ha rivendicato l’attacco affermando che è stato effettuato in vendetta per l’assassinio, da parte di Israele, di Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, e del generale Gholam Reza Soleimani, capo della forza Basij, la milizia paramilitare di volontari che fa parte della Guardia rivoluzionaria islamica. Le vittime sono un uomo e una donna di circa 70 anni. Si trovavano nella scala del loro palazzo quando è stato colpito, mentre tentavano di raggiungere il rifugio antiaereo dell’edificio.
Almeno sei morti e 24 feriti a Beirut
Dall’altra parte, lo Stato ebraico continua a prendere di mira il Libano e la capitale Beirut, dove si contano sei morti e 24 feriti. Nella notte tra il 17 e il 18 marzo 2026 l’Idf ha preso di mira, senza preavviso, i quartieri di Basta e Zoqaq el Blat, due aree centrali della città, e nella mattina anche il quartiere Bashoura. Questa sfilza di attacchi ha distrutto l’illusione di zone sicure nella capitale. «Oggi Beirut non è diversa dai sobborghi meridionali», ha commentato il capitano dei vigili del fuoco Neshat Berri.
La rilevazione settimanale di Swg per il Tg La7 sulle intenzioni di voto degli italiani fotografa un quadro relativamente stabile. Fratelli d’Italia è ancora ampiamente il primo partito del Paese, con il 29,4 per cento, dato invariato rispetto al sondaggio del 9 marzo. Scende di un decimo percentuale il Partito democratico: 21,7 per cento. Bene il Movimento 5 stelle, che sale al 12,3 per cento (+0,3). Perdono due decimi di punto Forza Italia (8 per cento), Lega e Alleanza Verdi e Sinistra (6,6 per cento). Guadagnano rispettivamente lo 0,2 e lo 0,1 Azione e Futuro Nazionale, dati al 3,5 per cento. In leggero calo al 2,3 per cento Italia Viva (-0,1). Stabile +Europa all’1,5 per cento. Noi Moderati è dato all’1,1 per cento (+0,1).
Joe Kent, dal 31 luglio 2025 direttore del National Counterterrorism Center, organizzazione del governo degli Stati Uniti preposto al coordinamento di tutte le attività nazionali e internazionali in materia di antiterrorismo, ha lasciato l’incarico con effetto immediato in segno di protesta contro la guerra in Iran, voluta dall’Amministrazione Trump.
After much reflection, I have decided to resign from my position as Director of the National Counterterrorism Center, effective today.
I cannot in good conscience support the ongoing war in Iran. Iran posed no imminent threat to our nation, and it is clear that we started this… pic.twitter.com/prtu86DpEr
La lettera di dimissioni di Kent (con elogi per Trump)
«Non posso, in coscienza, sostenere il conflitto in corso. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione: è evidente che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana», ha scritto Kent nella lettera di dimissioni. Poi, rivolgendosi direttamente a Donald Trump: «Sostengo i valori e le politiche in ambito estero che lei ha sostenuto nel 2016, nel 2020 e nel 2024 e che ha attuato nel suo primo mandato. Fino a giugno 2025, lei ha compreso che le guerre in Medio Oriente erano una trappola che ha privato l’America delle preziose vite dei nostri patrioti e danneggiato la ricchezza e la prosperità della nostra nazione». E ancora: «Nella sua prima Amministrazione, lei ha compreso meglio di qualsiasi presidente moderno come usare in maniera decisiva la potenza militare senza trascinarci in guerre infinite. Lo ha dimostrato uccidendo Qasam Soleimani e sconfiggendo l’Isis». Poi, secondo Kent, sono subentrati i “veri” poteri forti. Infine: «È stato un onore servire sotto la guida del presidente degli Stati Uniti e del direttore generale dell’Intelligence, Tulsi Gabbard, e guidare i professionisti del National Counterterrorism Center».
Complottista e di estrema destra: chi è Joe Kent
Nato in Oregon nel 1980, Kent è un politico di estrema destra, noto anche per essere promotore di varie teorie del complotto, come quella secondo cui i vaccini anti-Covid sarebbero una terapia genica sperimentale. In passato è stato agente delle operazioni speciali dell’esercito degli Stati Uniti e della Cia: ha lasciato il secondo incarico nel 2019 dopo la morte della moglie Shannon, soldatessa uccisa in un attentato kamikaze dell’Isis a Manbij, nel nord della Siria. Successivamente si è candidato due volte alla Camera dei rappresentanti per il terzo distretto congressuale di Washington, perdendo entrambe le volte contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez. Nel 2025 era stato scelto da Trump come direttore del National Counterterrorism Center.
Trump: «Bene che Kent se ne sia andato»
«Ho letto la sua dichiarazione, ho sempre pensato che fosse una brava persona, ma anche che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza», ha detto Trump ai giornalisti alla Casa Bianca, liquidando Kent: «Ho capito che è un bene che se ne sia andato, perché ha detto che l’Iran non era una minaccia. Invece lo era. Ogni Paese sapeva quanto fosse una minaccia l’Iran. La questione è se volessero o meno fare qualcosa al riguardo».
La Corte d’appello vaticana ha decretato la«nullità relativa» del primo grado del processo Becciu, in cui il cardinale era stato condannato per peculato e truffa legati all’acquisto opaco di un immobile di lusso al 60 di Sloan Avenue a Londra. L’operazione, avvenuta tra il 2014 e il 2018 con fondi della Segreteria di Stato, ha causato perdite stimate in oltre 139 milioni di euro. A distanza di oltre un anno (la condanna risale a dicembre 2023), la Corte ha ordinato la «rinnovazione del dibattimento» e il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.
Accolto il ricorso delle difese che avevano eccepito errori procedurali
Processo da rifare dunque, anche se non da zero. I giudici hanno infatti precisato che «non dichiarano la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado, del dibattimento come della sentenza. Questi infatti mantengono i propri effetti». Il nuovo giudizio, dunque, tiene formalmente in vita le condanne di primo grado, che però verranno inevitabilmente superate dal processo che riparte dall’Appello. Tutto è partito dal ricorso delle difese, che avevano eccepito errori procedurali nel dibattimento. La questione riguarda, tra i vari rilievi, il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del promotore di giustizia. Le parti dovranno comparire il 22 giugno 2026 per stabilire il calendario delle udienze.
La difesa del porporato: «Soddisfatti»
Così i difensori di Angelo Becciu, gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo: «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto».
Protesta dei parlamentari dem in Commissione di Vigilanza Rai contro la puntata di lunedì 16 marzo di Quarta Repubblica, su Rete 4, che ha dato spazio a una lunga intervista aGiorgia Meloni, definita «uno scandaloso monologo di mezz’ora in prima serata senza contraddittorio» a favore del Sì, a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. «Sembrava di essere a TeleTrump o a TeleOrban», hanno denunciato i membri del Pd della Commissione di Vigilanza Rai, parlando di «copione provato e recitato» e chiedendo all’Agcom «una sanzione esemplare» e un intervento immediato di riequilibrio della par condicio.
La puntata del programma di Nicola Porro («conduttore primo fan» di Meloni per il Pd) è iniziata con 15 minuti dedicati alla storia del presentatore televisivo Enzo Tortora, accusato erroneamente nell’estate del 1983 di associazione camorristica e traffico di droga: in studio la figlia Gaia, giornalista e conduttrice. Poi l’intervista a Meloni (che è stata pure da Fedez), seguita da un altro quarto d’ora sul caso Tortora, con riferimenti diretti alla riforma su cui gli italiani saranno chiamati a votare il 22 e 23 marzo. Dopo un momento di confronto tra il fronte del Sì e quello del No, osservano i parlamentari dem, la trasmissione è poi tornata a ospitare praticamente solo figure a favore della riforma della giustizia. In chiusura altri 25 minuti con Giuseppe Cruciani, anche lui per il Sì.
Una riforma per togliere il controllo della politica sul CSM e sulla magistratura. pic.twitter.com/w2W7IW9eVR
Nel mirino del Pd è finito non solo il programma Quarta Repubblica, ma l’intero palinsesto Mediaset. Sulle reti del Biscione, per riequilibrare i tempi di parola, viene sì dato spazio a servizi dedicati alle ragioni del No. Ma solo formalmente: gli interventi di chi è contro la riforma costituzionale vengono da diversi giorni (anzi notti) confinati nelle fasce con meno pubblico, ovvero tra l’1:30 e le 6. Quando la maggior parte degli elettori, ovviamente, sta dormendo.
Non solo è scesa in campo, ma è entrata direttamente nel ring. Dopo varie ospitate e gli appelli sui social, Giorgia Meloni si gioca l’ultimo asso per lanciare la volata al Sì: partecipare a Pulp Podcast di Fedez e Mr Marra. La puntata, di cui è uscito un brevissimo estratto, sarà messa online giovedì. Una mossa, quella di Meloni, che a pensar male potrebbe sembrare un’ultima spiaggia. Sebbene bella popolata se si considera che alcuni episodi di Pulp Podcast, come quello con Roberto Vannacci, o con l’ex nemico Maurizio Gasparri (a cui Fedez ha offerto addirittura una canna) sono diventati virali. Forse la premier grazie al gancio di Fedez forse spera di raggiungere gli elettori più giovani e sicuramente meno ideologizzati.
L’ospitata segna pure il disgelo definitivo tra la leader di FdI e il rapper. Era il 2022 quando dal palco di Atreju Meloni attaccava frontalmente gli influencer e indirettamente l’allora signora Lucia, Chiara Ferragni: «Il vero modello da seguire non solo gli influencer che fanno soldi a palate indossando degli abiti, mostrando delle borse o addirittura promuovendo carissimi panettoni con i quali si fa credere che si farà beneficenza, ma il cui prezzo serve solo a pagare cachet milionari». Fedez ovviamente replicò. «Evento singolare è che pochi minuti fa la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sul palco della sua fantastica festa del partito, abbia deciso di parlare delle priorità del Paese: avrà parlato della disoccupazione giovanile? No. Ha parlato della manovra finanziaria che stanno facendo col cu*o e che non hanno ancora finito? No. Ha parlato della pressione fiscale del Paese? No. Ha deciso di dire: ‘Diffidate alle persone che lavorano sul web’. Questa è la priorità del nostro Presidente del Consiglio».
Fedez con la foto di Galeazzo Bignami (Ansa).
Acqua passata comunque. Come è passata l’era Ferragnez. Anche perché Fedez da filo grillino, gran accusatore della destra – chi non ricorda (per dirne un paio) l’elenco delle uscite omofobe della Lega snocciolate durante il Primo maggio 2021 o il freestyle durante il quale dalla Costa Smeralda al largo di Sanremo nel 2023 Fedez strappò la foto del viceministro Galeazzo Bignami in costume da nazista e attaccò la ministra Eugenia Roccella – è finito alcongresso dei giovani di Forza Italia con la benedizione di Gasparri, ha cantato strofe contro Elly Schlein. E ha criticato duramente il sindaco di Milano Beppe Sala ai tempi dell’inchiesta sull’urbanistica. «Sei il sindaco della città di Mani Pulite, inchiesta che ha svelato il modus operandi di un’intera classe politica, fondato sulla corruzione. E che fai? Per manifestare la tua estraneità ai fatti e alle inchieste che stanno segnando le ultime settimane del capoluogo meneghino, decidi di usare l’espressione: ‘io ho le mani pulite’. Davvero?». Lo stesso Sala che aveva consegnato a lui e consorte l’Ambrogino d’oro. Insomma, Fedez resterà folgorato sulla via della Scrofa abbracciando in toto la causa destrorsa?
Giuseppe Cruciani, Stefano Benigni e Fedez al congresso dei Giovani di Forza Italia (Ansa).
Il cappellino del Tg2 per Prevost
Credevamo di aver visto tutto: il ministro degli Esteri Antonio Tajani con in mano il cappellino Maga, gentile cadeau offerto ai partecipanti della riunione del Board of Peace di Washington e prima ancora Gennaro Sangiuliano in campagna per le Regionali campane con in testa il ‘tarocco’ con la scritta “Make Naples Great Again”. E invece no. Lunedì di cappellino ne è volato un altro, e questa volta tra tra le mura vaticane. Il direttore Antonio Preziosi ha donato a Papa Leone XIV il copricapo brandizzato Tg2, realizzato per festeggiare il mezzo secolo di vita della testata. In prima fila, c’era la vicedirettrice del Tg2 Elisabetta Migliorelli, ex signora Petrecca.
Prima gaffe involontaria del pontefice americano: «Saluto l’amministratore delegato della Rai», ha esordito il Pontefice. Peccato che Giampaolo Rossi fosse assente. Ma niente panico: «Ah, non c’è? Primo sbaglio! Stasera al Tg2 delle 20:30 vedrò che il Santo Padre ha detto questa cosa… Comunque comunicate i miei saluti anche all’amministratore», ha scherzato Prevost.
Circolo Canottieri Aniene in festa lunedì sera. Il neurochirurgo di fama mondiale Giulio Maira, proprio nel giorno del suo compleanno (classe 1944) ha presentato il suo libro Dove danzano i pensieri. Capire il mondo con le neuroscienze. Tanti i vip presenti nel sodalizio romano caro a Giovanni Malagò: da Luigi Gubitosi a Luigi Abete, fino a Silvia Calandrelli, direttrice Rai per la Sostenibilità e monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita.
Giulio Maira (Imagoeconomica).
Se i quotidiani diventano set cinematografici
Durante la festa per la free press Leggo è stato ricordato che la redazione è stata set per film famosi, come Smetto quando voglio I e II, Beata ignoranza e Ricchi di fantasia. La scorsa settimana pure la sede de Il Messaggero, in via del Tritone, ha ospitato le scene di un film.
Una scena de Il provinciale girata nella redazione del Messaggero.
E non è stata la prima volta. Perché il quotidiano fu al centro della storia del film Il provinciale, diretto nel 1971 da Luciano Salce con protagonista Gianni Morandi, un giovanotto arrivato nella Capitale con l’ambizione di diventare giornalista…
Gianni Morandi ne Il Provinciale.
Energia verde per il Vaticano
La settimana prossima la Camera dei Deputati dimostrerà di avere a cuore il Vaticano. Dopo il referendum sulla giustizia, Montecitorio dovrà occuparsi dell’accordo tra Italia e Santa Sede per un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, già approvato dal Senato. Di che si tratta? Della definizione, con tanto di bollo parlamentare, di quanto era stato firmato a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, e l’ambasciatore Francesco Di Nitto, rappresentante italiano presso la Santa Sede. A Santa Maria di Galeria, area di proprietà della Santa Sede, sorgerà un impianto agrivoltaico per produrre energia elettrica rinnovabile destinata alla Città del Vaticano: un progetto pensato «per conciliare l’uso agricolo del suolo con la produzione energetica, per proteggere l’equilibrio idrogeologico, ridurre l’impatto ambientale e tutelare il patrimonio culturale, archeologico e paesaggistico della zona», voluto da Papa Francesco, che con la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “Fratello Sole” del 21 giugno 2024, aveva affidato, al presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e al Presidente dell’amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, «l’incarico di realizzare un impianto agrivoltaico ubicato all’interno della zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria, che assicuri, non soltanto l’alimentazione elettrica della stazione radio ivi esistente, ma anche il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano». Insomma, una scelta “autarchica” voluta dal pontefice che aveva elaborato la teoria della «terza guerra mondiale a pezzi» e che oggi, a causa del conflitto inMedio Oriente, diventa ancora più strategica. L’agrivoltaico permette di produrre energia rinnovabile sfruttando pannelli solari installati su terreni agricoli, senza rinunciare alla loro coltivazione, un approccio che consente di conciliare la produzione agricola con quella energetica, in modo sostenibile, proprio nella zona extra territoriale dove sorge il Centro Radio in onda corta della Radio Vaticana, curato dal Dicastero per la Comunicazione.
Al GF vip pure la figlia di Angelo Altea
Il Grande Fratello Vip regala sempre grandi sorprese. In questa edizione, partecipa anche Ibiza Altea, 26 anni, nata ad Atlanta, in America, ma cresciuta in Italia. La scheda personale inviata dagli organizzatori recita: «Figlia di Priscilla, vocalist americana a Ibiza, e di Angelo, ex parlamentare di origini sarde, ha vissuto a Vicenza, per poi trasferirsi a Milano, dove attualmente è modella e attrice. Per Ibiza questo mix di culture è un dono». Già, Angelo Altea, giornalista e deputato per due legislature: eletto inizialmente con Rifondazione Comunista, passò al Movimento dei Comunisti Unitari e infine ai Democratici di Sinistra. È stato anche capo servizio de L’Unione Sarda e presidente provinciale dell’Arci di Nuoro.
Il gup di Roma ha rinviato a giudizio Fabrizio Corona per l’accusa di diffamazione ai danni del calciatore della Roma Lorenzo Pellegrini. La vicenda coinvolge anche una donna che, in un’intervista pubblicata da Corona sul sito dillingernews.it, ha accusato falsamente di stalking il centrocampista giallorosso. Alla ragazza, 25 anni, sono contestate anche la calunnia e le minacce. Il procedimento è stato fissato per l’1 dicembre 2026 davanti al giudice del tribunale monocratico. «Siamo soddisfatti di questo passaggio processuale. Una decisione che ritengo doverosa, la sede dove ora verrà approfondita questa vicenda è il dibattimento», ha affermato l’avvocato Federico Olivo, legale del calciatore.
Autostrada Palermo-Messina bloccata tra Rometta e Milazzo, dove si è verificato un maxi tamponamento a catena che ha coinvolto circa 80 mezzi tra autovetture, furgoni e mezzi pesanti. L’incidente si è verificato nella mattinata di martedì 17 marzo 2026. La circolazione autostradale è stata completamente bloccata per consentire la gestione dell’emergenza e l’evacuazione degli automobilisti coinvolti all’interno della galleria. Non ci sarebbero feriti gravi. Sul posto ci sono diverse squadre dei vigili del fuoco, la polizia stradale e i mezzi di soccorso del 118. La tratta della A20 tra Rometta e Milazzo è stata chiusa in entrambi i sensi di marcia a causa della presenza di gasolio sulla carreggiata, che rende il fondo stradale estremamente scivoloso e pericoloso. Non ci sarebbero feriti gravi.