Scintille FdI-Lega sul nuovo decreto sicurezza: le proposte del Carroccio

La maggioranza ha confermato l’intenzione di procedere con un nuovo decreto sicurezza, sostenuto dall’intero governo. Ma continuano le scintille tra Fratelli d’Italia e Lega attorno all’operazione Strade sicure: il Carroccio invoca la necessità di utilizzare l’esercito nelle città, mentre i meloniani – come ha esplicitato il capogruppo al Senato Lucio Malan – ritengono che «i soldati devono fare i soldati», puntando invece su un rafforzamento del sistema di sicurezza gestito dalle forze dell’ordine. Un testo ancora non c’è, ma in un’intervista a Repubblica Nicola Molteni, sottosegretario al ministero dell’Interno, ha illustrato le proposte della Lega: «Questo governo ha fatto tanto e bene, le assunzioni sono il doppio del passato, 4 mila case sgomberate in tre anni, +20 per cento di rimpatri. Ma si può fare di più». Ecco i vari punti.

La Lega chiede l’aumento dei militari dell’operazione ‘Strade sicure’

Molteni ha detto inoltre che, nonostante la contrarietà del ministro della Difesa Guido Crosetto, «bisogna aumentare le forze di polizia e militari nelle città e nelle stazioni», spiegando: «Questa è una misura voluta nel 2008 da Berlusconi, La Russa e Maroni. È un provvedimento di destra e va difeso: la Lega non accetterà mai un ridimensionamento, il nostro elettorato non lo capirebbe». La discussione in Commissione Difesa alla Camera dei deputati della risoluzione della Lega per chiedere di aumentare il numero dei militari del contingente di Strade sicure inizierà il 15 gennaio. Il Carroccio punta ad ampliare il contingente di 6.800 militari attualmente impiegato con almeno altri uomini e donne dell’Esercito.

Scintille FdI-Lega sul nuovo decreto sicurezza: le proposte del Carroccio
Militari impegnati nell’operazione Strade sicure (Ansa).

Scudo penale per gli agenti e maglie allargate per la legittima difesa

I reati sono in diminuzione. Ma, ha osservato Molteni, «gli ultimi fatti sono gravissimi» e pertanto «si deve alzare la soglia di attenzione». Da qui la richiesta di avere nel nuovo decreto «la tutela processuale per gli agenti, vale a dire il superamento dell’iscrizione nel registro degli indagati come atto dovuto per chi usa la forza nell’esercizio delle sue funzioni». Questo automatismo, ha aggiunto, «deve saltare anche per il privato cittadino che agisce per legittima difesa».

Emergenza baby gang: sanzioni per i genitori che non vigilano

Affrontando il tema delle baby gang, il sottosegretario Molteni ha poi commentato quando detto da Giorgia Meloni in conferenza stampa: «Ho apprezzato. Bisogna affrontare le baby gang, vietare i coltelli per i minori, con sanzioni per i genitori che non vigilano e misure accessorie per i minorenni, come la revoca o lo stop alla richiesta di patente». Il Carroccio punta poi su nuove disposizioni sui furti aggravati e i borseggi, con un eventuale aumento delle pene.

Sgombero entro 24 ore esteso a tutte le case

Tra i vari punti illustrati da Molteni, che ha anche definito Matteo Salvini «il miglior ministro degli ultimi 20 anni», ci sono pure gli sfratti: «Nel primo decreto sicurezza abbiamo introdotto lo sgombero entro 24 ore per la prima casa. Oggi chiediamo che venga estesa a tutte le case».

In arrivo una proposta di legge sulla remigrazione

Molteni ha poi preannunciato che ci sarà una proposta di legge per la remigrazione: «Va fatto tutto quello che serve per allontanare chi è pericoloso e non ha titolo per stare qui. La remigrazione è una declinazione di questa strategia». Non solo: «Bisogna stringere le maglie sui ricongiungimenti familiari e anche sui minori non accompagnati, puntando sui rimpatri se i genitori sono all’estero in zone sicure».

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd

Ognuno ha il suo destino. Quello di Goffredo Bettini (come definirlo? Insigne esponente del Pd la cui vita è divisa tra Roma e la Thailandia) è di provocare sconquassi. Questa volta il fiammifero lo ha acceso con un’intervista a Il Fatto Quotidiano, che nelle intenzioni voleva essere un contributo alla discussione, ma che è stata letta come un plateale cedimento alle ragioni del nemico Vladimir Putin con cui, dice Bettini, è ora di cominciare a parlare. Ma si sa che, in tempi come questi, anche le migliori intenzioni (ammesso che ci fossero) vengono prese come dichiarazioni di guerra. Come se non bastasse, l’ideologo della sinistra romana ne ha anche per l’Europa, la cui governance targata von der Leyen non starebbe più in piedi. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

I riformisti insorgono, la sinistra dem mette la testa sotto la sabbia

Nel Pd questo e altri passaggi a supporto della sua tesi hanno fatto da detonatore riacutizzando contrapposizioni interne la cui sintesi diventa sempre più ardua. I riformisti, incarnati dalla triade Sensi, Picierno e Gori (un consiglio all’ex sindaco di Bergamo è di non farsi coinvolgere dalla comunicazione social della moglie) sono insorti come se Bettini avesse messo in discussione l’appartenenza all’Occidente, più che la necessità di ravvivare la diplomazia. La sinistra del partito, invece, ha fatto quello che fa sempre in questi casi: testa sotto la sabbia, sperando di troncare e sopire la polemica sul nascere, magari appellandosi al fatto che la realtà è molto più scomoda e complicata di un’intervista che ambisce velleitariamente a padroneggiarla. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Filippo Sensi (Imagoeconomica).

Su Israele la frattura tra i due Pd è antropologica

Ma Putin è solo un lato del problema. Il secondo, forse più tossico e gravido di conseguenze, si chiama Israele. Qui la frattura tra i due Pd non è solo politica, è antropologica. Da una parte c’è chi considera la sua difesa un riflesso automatico, identitario, non negoziabile. Dall’altra chi insiste sul diritto internazionale, sulle responsabilità, sulla sproporzione della reazione a Gaza, e finisce immediatamente nel recinto degli ambigui, quando non dei sospetti. Se l’Ucraina divide sulle parole, Israele divide sulle emozioni, che in politica purtroppo sono sempre più potenti delle analisi. Nel Pd convivono due lessici che non comunicano. Uno parla di sicurezza: alleanze, deterrenza, lealtà al contesto atlantico. L’altro di diritti: le vittime, le asimmetrie di forza, il diritto internazionale come metro morale prima che giuridico. Il risultato è che ogni presa di posizione sembra un tradimento per qualcuno, mai una scelta condivisa.

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Giorgio Gori e Pina Picierno (Imagoeconomica).

Elly Schlein costretta a un equilibrismo permanente

In mezzo, con l’aria di chi cerca una sintesi in un puzzle a cui mancano sempre dei pezzi, c’è Elly Schlein. Alla segretaria si chiede di tenere insieme un partito che ormai non discute più per trovare una linea, ma per certificare le distanze interne. Sulla guerra in Ucraina deve evitare l’accusa di tiepidezza con l’aggressore. Su Israele deve schivare quella, ancora più infamante, di mancata chiarezza morale. Una segreteria trasformata in esercizio di equilibrio permanente

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Torna lo spettro di una scissione

Così non si va avanti, o meglio, la sola cosa che avanza è lo spettro di una clamorosa scissione. Il paradosso è che nel Pd tutti giurano di volerla evitare. Ma nella realtà dei fatti si comportano come se fosse già avvenuta. I riformisti parlano a un elettorato che immaginano solido, occidentale, rassicurato dalla continuità. La sinistra si rivolge a una base che chiede di non tradire l’ideologia fondativa e il suo ancoraggio internazionalista che identifica nel capitale, ancorché declinato nelle sue formule innovative, il nemico da battere. E nessuno dei due mondi sembra davvero interessato a farsi capire dall’altro. La politica italiana, del resto, ha una lunga tradizione di separazioni presentate come atti di maturità. Ogni scissione viene raccontata come una scelta inevitabile, mai come il fallimento di una convivenza. Se il Pd arriverà all’ennesima rottura, la formula sarà sempre la stessa: non c’erano più le condizioni per continuare insieme. Un modo elegante per dire che nessuno ha voluto pagare il prezzo dell’ambiguità finché era ancora gestibile. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Bandiere del Pd (Imagoeconomica).

La replica dell’Anm a Meloni: «Delegittimazione pericolosa»

La frattura tra Giorgia Meloni e magistratura si acuisce con la replica dell’Associazione Nazionale Magistrati alle parole della premier espresse in conferenza stampa. L’Anm contesta una «delegittimazione pericolosa per la stessa tenuta dello stato di diritto» e ribadisce che «i magistrati italiani svolgono il compito previsto dalla Costituzione, quello di applicare la legge e tutelare i diritti. Lo hanno fatto costantemente in maniera equilibrata nonostante i pesanti attacchi ricevuti da più parti. La costante delegittimazione dei magistrati, del loro lavoro e delle decisioni prese solo ed esclusivamente in base alla legge è pericolosa». L’associazione invita il governo a chiarire sui tagli in bilancio, i precari, l’informatica e l’edilizia giudiziaria: «Per far funzionare in maniera più efficace la macchina della giustizia sarebbe auspicabile che il governo desse risposte sui tagli in legge di Bilancio, sui precari e sui problemi dell’informatica e dell’edilizia giudiziaria. Chiediamo da tempo risposte su questi temi per garantire un miglior servizio agli italiani».

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Le accuse di Meloni: dall’imam di Torino al caso Almasri

Nel contesto della campagna referendaria per la riforma della giustizia del 22-23 marzo, Meloni ha criticato i magistrati per alcuni casi recenti, come quello dell’imam di Torino, dove «la polizia dimostra la sua pericolosità, il ministro ne dispone l’espulsione e l’espulsione viene bloccata», auspicando unità con forze dell’ordine e Parlamento: «occorre lavorare tutti nella stessa direzione, governo, forze di polizia e magistratura». Ricorda precedenti come il «danno alla nazione» dell’inchiesta su Almasri da parte di «un pezzetto di magistratura» che voleva «governare», e i blocchi ai trasferimenti in Albania. Sul referendum e la separazione delle carriere, accusa l’Anm di auto-delegittimarsi con la campagna nelle stazioni: «Se chi ha nel suo dna la ricerca della verità scrive una menzogna per difendere la sua campagna, questo delegittima»; un no non implicherà sue dimissioni. Il Comitato Giusto Dire no risponde: «Rifiutiamo la campagna di delegittimazione che è in corso nei nostri confronti: ciò che è stato scritto sui nostri manifesti è frutto di ciò che stato affermato dal ministro della Giustizia».

Assunzioni gennaio 2026: il mercato del lavoro apre l’anno con 527 mila contratti

Nel mese di gennaio 2026 le imprese italiane hanno programmato assunzioni per 527 mila lavoratori, un dato che conferma la tenuta della domanda occupazionale nel sistema produttivo nazionale. Le immissioni di inizio anno riflettono una strategia di investimento sul capitale umano concentrata soprattutto nei servizi e nell’industria, con una particolare attenzione alla ricerca di competenze specializzate e di profili tecnici. È questo il quadro che emerge dal Sistema Informativo Excelsior, il progetto promosso da Unioncamere in collaborazione con il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e con l’Unione Europea. Gli esperti del settore osservano come la pianificazione trimestrale – che prevede complessivamente 1 milione 300 mila inserimenti tra gennaio e marzo 2026 – sia influenzata dalla necessità di gestire la transizione digitale ed ecologica, nonostante persistano difficoltà nel reperimento di personale qualificato in segmenti cruciali per l’economia del Paese.

Assunzioni gennaio 2026: quali sono i profili ricercati?

Assunzioni gennaio 2026: il mercato del lavoro apre l’anno con 527 mila contratti
Colloquio di lavoro (Imagoeconomica).

L’analisi dei dati sulle assunzioni di gennaio 2026 evidenzia una concentrazione della domanda nel comparto dei servizi, che ha previsto 352 mila ingressi, mentre l’industria ha pianificato 175 mila contratti. Si rileva, inoltre, una priorità per le figure legate al turismo e alla ristorazione, seguite dal commercio. I settori che si confermano tra i più attivi sono i seguenti:

  • servizi alle persone, 70 mila contratti;
  • commercio, 68 mila ingressi;
  • costruzioni, 51 mila unità;
  • servizi operativi di supporto a imprese e persone, 46 mila assunzioni.

Le imprese hanno espresso una forte necessità di operai specializzati e conduttori di impianti, categorie che rappresentano una quota rilevante della domanda industriale, specialmente nel settore metallurgico e meccatronico.

Difficoltà di reperimento e competenze

Il mercato del lavoro mostra una criticità strutturale: il 49 per cento delle entrate programmate risulta difficile da reperire. Il fenomeno è da attribuire sia alla mancanza di candidati sia alla preparazione inadeguata degli stessi rispetto alle esigenze aziendali. Innanzitutto, le imprese cercano figure con elevate competenze digitali e attitudine al green. Per quanto riguarda i titoli di studio, la ripartizione ha previsto:

  • laureati, 78 mila ingressi;
  • diplomati, 153 mila unità;
  • qualificati professionali, 104 mila contratti.

Inoltre, la quota di contratti a tempo indeterminato degli annunci di lavoro di gennaio 2026 è del 19 per cento, mentre il tempo determinato rappresenta il 53 per cento delle attivazioni previste.

Mercato del lavoro, dove ci sono più offerte?

Assunzioni gennaio 2026: il mercato del lavoro apre l’anno con 527 mila contratti
Industria manifatturiera (Imaegonomica).

Le opportunità occupazionali sono distribuite in modo disomogeneo sul territorio nazionale, con una prevalenza del Nord Ovest e del Nord Est. Tuttavia, pure il Centro e il Sud mantengono volumi significativi, trainati dalla filiera turistica e dai servizi pubblici. In termini di dimensioni aziendali, le piccole e medie imprese continuano a sostenere la maggior parte del flusso occupazionale. La domanda di lavoratori immigrati è rilevante, a copertura del 20 per cento delle assunzioni totali di questo mese, con punte elevate nei settori della logistica e delle costruzioni. Le imprese indicano, infine, che l’esperienza pregressa nel settore è considerata un requisito fondamentale per circa 350 mila inserimenti, a conferma della preferenza per i profili già operativi.

Acca Larentia, Rampelli querela Scanzi: cos’è successo

Fabio Rampelli annuncia una querela contro Andrea Scanzi per un post pubblicato dal giornalista sui social dopo la commemorazione di Acca Larentia. Il vicepresidente della Camera accusa Scanzi di aver diffuso una ricostruzione falsa della sua presenza alla cerimonia del 7 gennaio e sostiene di non aver partecipato al raduno serale durante il quale si sono svolti saluti romani e il rito del “Presente”. Il post contestato è quello in cui Scanzi attacca direttamente l’esponente di Fratelli d’Italia: «In questa foto, il vicepresidente della Camera (non è una battuta) Rampelli, mentre partecipa bello (?) tronfio alla commemorazione di Acca Larentia, tra saluti romani, croci celtiche e “Presenti!” urlati alla ca**o come se fossimo ancora nel ventennio. Daje Itaglia!». Il riferimento è alla commemorazione per l’uccisione, nel 1978, dei militanti del Fronte della Gioventù Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.

Rampelli: «Non ho partecipato al raduno serale»

La replica di Rampelli è arrivata a stretto giro ed è accompagnata dall’annuncio dell’azione legale: «Non ho partecipato al raduno serale di Acca Larentia, con buona pace del compagno Scanzi, che querelerò perché deve essere posto un limite alla diffamazione e alla menzogna». Rampelli rivendica di aver preso parte solo alla commemorazione istituzionale del mattino e respinge l’accusa di nostalgie fasciste: «Non faccio saluti romani perché sto bene nel mio tempo e ho sempre guardato con incredulità e tenerezza chi alza mani aperte, ma anche pugni chiusi». Ricostruisce poi le modalità della cerimonia mattutina: «Da almeno 30 anni ci rechiamo in delegazione la mattina», spiegando che la delegazione depone fiori, osserva il silenzio e porta la mano sul cuore.

La controreplica di Scanzi

Il giornalista del Fatto Quotidiano ha controreplicato: «Acciderbolina! Quando mai avrei scritto che era presente di sera?», scrive in un nuovo post. Il giornalista chiarisce di sapere che Rampelli non fosse al raduno serale, ma insiste che questo «nulla cambia eticamente, moralmente e politicamente». E conclude: «II Rampelli ha partecipato alla giornata di Acca Larenzia intruppandosi con altri simili sulla croce celtica… È questo l’elemento intollerabile e inaccettabile per un rappresentante delle istituzioni».

Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43

Mattinata del venerdì dominata politicamente dalla conferenza stampa “di inizio anno” della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ribattezzato Carlo Bartoli, il numero uno dell’Ordine dei giornalisti, come «il presidente De Bortoli», correggendosi subito dopo dicendo «ma sì, tanto sempre di giornalisti si tratta». E così ha sistemato pure Ferruccio (che tra l’altro commentava le parole meloniane su SkyTg24), oltre a depotenziare Bartoli sbagliandone il cognome (della serie, per stare in zona Garbatella, “ma a te chi te conosce”). Nel mondo dello spettacolo però, che non ama particolarmente la premier, proprio mentre è in corso la conferenza stampa ecco la presentazione in pompa magna del film La grazia diretto da Paolo Sorrentino, con la proiezione a Testaccio, in via del Commercio. E non c’è solo Sorrentino nell’elenco dei “reprobi”, o – come ha detto qualcuno – «dei disfattisti», perché pure la Rai di Giampaolo Rossi si è messa di fatto contro Meloni, con la fiction Zvanì, il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli presentata alla stampa nella stessa mattinata. Che poi tra i colleghi, parlando di Pascoli, alcuni hanno scherzato dicendo che «questa fiction, con il titolo che ha, forse non è stata scelta a caso, visto che la nuova sede della Rai, via Alessandro Severo, sembra davvero posta in mezzo alla campagna».

Meloni, Il Messaggero conduce insieme alla Rai

Non solo è stata la prima a poter fare una domanda al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, grazie al sorteggio effettuato tra i 40 giornalisti ammessi alla conferenza stampa nella nuova aula dei gruppi parlamentari a Campo Marzio: Ileana Sciarra, “di casa” a Palazzo Chigi, in forze al quotidiano Il Messaggero, ha anche co-condotto per la Rai la presentazione dell’incontro. C’è da dire che Meloni, maligna un vecchio cronista parlamentare, «ha anche dato una notizia, annunciando che è stato siglata una convenzione con l’agenzia Dire, da tempo in crisi, per la gioia di Nicola Perrone, il direttore presente nella sala e autore anche di una domanda relativa alla situazione in Medio Oriente con un “che fa il governo italiano per la popolazione stremata di Gaza?”. E da Meloni non sono mancate alcune dichiarazioni relative all’equo compenso. E ha fatto perfino il nome di Francesco Cancellato, il direttore di Fanpage».

Pure Giorgia ha l’armocromista?

«E pure Giorgia ha l’armocromista», ha bofonchiato un giornalista parlamentare vedendo la scenografia della conferenza stampa e soprattutto lo stile della presidente del Consiglio. Armocromista: per Wikipedia, «professionista della consulenza d’immagine che analizza i colori naturali di una persona (pelle, occhi, capelli) per determinare la sua palette cromatica ideale, consigliando i colori». Era stato uno dei punti di debolezza di Elly Schlein, quando la segretaria del Partito democratico confessò di dotarsi di queste consulenze, anche se nessuno si è mai reso conto dell’effetto di questo lavoro sull’immagine della leader del Nazareno. Fatto sta che Meloni, a sentire i professionisti della televisione, «con lo sfondo azzurro e un vestito chiaro, per nulla istituzionale ma da scampagnata primaverile che sembra dare meno importanza del dovuto all’appuntamento con la stampa», ha «fatto risaltare il colore degli occhi e con un tocco giovanile, tanto da sembrare uscita da una settimana in una farm di Chenot o Mességué».

Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43

Nel pomeriggio la messa per le vittime italiane di Crans-Montana

Giornata di venerdì davvero micidiale, per i parlamentari: ci sono da onorare le vittime italiane di Crans-Montana, e nel pomeriggio nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo in via del Corso verrà celebrata una messa con la presidente del Consiglio Meloni, i ministri e tutti i rappresentanti dei partiti, della maggioranza e dell’opposizione. Chi, tra gli onorevoli e i senatori, voleva tornare a casa giovedì pomeriggio ha dovuto rinviare la partenza da Roma.

Ranucci, dalla Rai a teatro

La Sardegna ospiterà lo spettacolo teatrale di Sigfrido Ranucci sabato 7 febbraio, a Cagliari, all’Auditorium del Conservatorio. Due appuntamenti, alle 18 e alle 21, con il conduttore della trasmissione Rai Report pronto a portare in scena un racconto che intreccia le sue esperienze di giornalista d’inchiesta con riflessioni intime, aneddoti sconosciuti, incontri sorprendenti e scelte difficili che hanno segnato la sua vita personale e professionale. Non a caso il titolo è Diario di un trapezista, accompagnato dalle musiche originali di Enrico Melozzi e dalla voce narrante di Stella Gasparri. Al termine Ranucci incontrerà il pubblico per un momento di dialogo e per il firmacopie del suo libro.

La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni

Venerdì mattina è in corso alla Camera la conferenza stampa della premier Giorgia Meloni, organizzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti in collaborazione con l’Associazione della stampa parlamentare. Al centro dell’incontro i principali dossier di politica estera e interna, dal Venezuela all’Ucraina, fino ai rapporti con gli Stati Uniti.

Meloni sulla Groenlandia: «Non credo che Trump userà la forza militare»

Tra i temi affrontati, la premier è tornata sulle dichiarazioni e sulle ultime mosse dell’amministrazione Trump, soffermandosi in particolare sulla Groenlandia. «lo non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno», ha detto. Meloni ha quindi chiarito che «l’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stato escluso da Rubio e dallo stesso Donald Trump», spiegando che «l’amministrazione Trump con i suoi metodi molto assertivi stia ponendo l’attenzione sulla importanza strategica della Groenlandia per suoi interessi e per la sua sicurezza». Secondo la presidente del Consiglio, si tratta di «un’area in cui agiscono molti attori stranieri» e il messaggio degli Stati Uniti è che «non accetteranno ingerenze eccessive di attori straniere».

La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni
Donald Trump e Giorgia Meloni (foto Ansa).

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La sorte di Alberto Trentini e la liberazione degli italiani in Venezuela

Un passaggio rilevante è stato dedicato anche alla sorte di Alberto Trentini, dopo che il governo venezuelano ha annunciato il rilascio di diversi prigionieri politici. «Il governo italiano si occupa della vicenda Trentini quotidianamente da 400 giorni, e come sappiamo non è l’unico», ha affermato Meloni. «Lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare mobilitando tutti i canali, politici, diplomatici e di intelligence e non smetteremo fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio». La premier ha aggiunto: «È molto doloroso non potere riuscire a dare risposte nei tempi che vorrei». Parlando del Venezuela, Meloni ha infine commentato la recente liberazione di altri cittadini italiani, Biagio Pilieri e Luigi Gasperin: «Saluto con gioia la liberazione degli altri italiani, io sono fiduciosa». Un segnale che, secondo la presidente del Consiglio, «è nel senso della pacificazione» e che «penso anche che possa rappresentare un elemento molto importante nella relazione tra l’Italia e il Venezuela».

La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni
Alberto Trentini (Ansa).

Il ‘no’ all’invio di truppe in Ucraina con i Volenterosi

Sull’Ucraina, la premier ha respinto la ricostruzione secondo cui sarebbe stata la Lega a porre un veto sull’invio di militari, nell’ambito della creazione di una forza multinazionale come garanzia per il cessate il fuoco. «Il dibattito all’interno della maggioranza è come difendere al meglio l’interesse nazionale. C’è una fetta maggioritaria a livello nazionale che ritiene che si possano fare passi indietro» nell’impegno a Kyiv, «io penso che occorre essere al fianco dell’Ucraina, per me l’unico modo di garantire la pace è la deterrenza». «Non c’è l’ipotesi di un intervento con l’ombrello dell’Onu, si sta parlando dell’istituzione di una forza multinazionale per rafforzare la difesa ucraina come strumento di garanzia. Io non ritengo necessario l’invio di truppe perché il principale strumento è quello di ispirarsi al sistema dell’articolo 5 della Nato, è quella la principale garanzia per Kyiv».

Meloni attacca i giudici: «Spesse rendono vano il lavoro di forze dell’ordine e parlamento»

I risultati sulla sicurezza «per me non sono sufficienti», dunque «questo è l’anno in cui si cambia passo e si fa ancora di più». «Se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura, che è fondamentale in questo disegno» ha detto la premier, sottolineando che «spesso le toghe rendono vano il lavoro delle forze dell’ordine e del parlamento». In merito al referendum sulla giustizia, «il 22 e 23 marzo è la data più probabile e mi sentirei di confermarla».

Il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti e la vendita di Gedi

Giorgia Meloni è intervenuta sul rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti dopo la contestazione della segretaria generale della Fnsi Alessandra Costante, che ha mostrato uno striscione contro lo stallo contrattuale. La presidente del Consiglio ha ricordato che «c’è un tavolo aperto» e che il governo «ha a cuore il tema del rinnovo dei contratti», ma «la responsabilità non è del governo». Secondo Meloni il ruolo dell’esecutivo può essere solo di «moral suasion». La premier è poi tornata sulla situazione della vendita del gruppo Gedi, spiegando che «il governo si è mosso tempestivamente» e ha avviato interlocuzioni con l’editore coinvolto nella trattativa. L’obiettivo, ha sottolineato, è «assicurare il trattamento occupazione», pur chiarendo che al momento «non c’è nulla di deciso».

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni

Essere amici di Donald Trump è assai difficile. Ne sanno qualcosa i vari Giuseppi che, pur vantando solide relazioni presidenziali con il padrone della Casa Bianca, sono stati costretti a venire a patti con la Realpolitik americana. Il Giuseppi del 2026 si chiama, come noto, Giorgia Meloni. È lei ad aver definito «legittima» la cattura di Nicolás Maduro perché trattasi, ha detto la presidente del Consiglio, di un intervento di «natura difensiva».

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Donald Trump con Giorgia Meloni, in occasione della firma dell’accordo di pace su Gaza, al vertice di Sharm el-Sheikh (Ansa).

E se Trump attaccasse la Groenlandia?

Il problema per gli amici di Trump di casa nostra è che dopo il Venezuela potrebbe arrivare la conquista della Groenlandia, ancora non è chiaro se via intervento militare o tramite regolare acquisto con fattura, come potrebbe voler fare invece il presidente americano, abituato a trattare tutto come se fosse la compravendita di un palazzo di New York (Marco Rubio, segretario di Stato, l’ha già comunicato ai parlamentari americani: pin e tasto verde). Il problema, dunque, sempre per gli amici di Trump, è che uno si trova invischiato in cose di cui forse vorrebbe fare a meno. La destituzione di un dittatore è, invero, sempre una buona notizia, ma Trump non si sa fin dove potrebbe spingersi. E se davvero attaccasse la Groenlandia, che fa parte della Danimarca, la quale a sua volta fa parte della Nato? Stephen Miller, vice capo dello staff alla Casa Bianca e mastino trumpiano, dice che gli «Stati Uniti dovrebbero avere la Groenlandia come parte degli Stati Uniti» e che nessuno vorrà mai avere militarmente a che fare con gli Stati Uniti. Che dirà Meloni nel caso in cui Trump non riuscisse a comprare, giocando al Monopoli internazionale, la Groenlandia? Che cosa farà Antonio Tajani, ministro degli Esteri?

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Ansa).

Con The Donald ogni equilibrismo diventa impossibile

Il problema di essere amici di Trump è che il mondo in cui vive il presidente degli Stati Uniti non consente sfumature. È un mondo polarizzato come la stessa società americana, dove il ricorso alla violenza politica è strategico e sovrastrutturale. O si è con Trump o si è contro Trump. O si è con l’Ice, la polizia anti-immigrazione, o si è contro l’Ice, e ci si becca una pallottola in testa, come la 37enne Renee Nicole Good. E questa polarizzazione imposta a chiunque, amico, nemico, passante della storia, rende impossibile il mestiere in cui Meloni eccelle: quello di equilibrista. La presidente del Consiglio è il collante di cui il governo ha bisogno, non quello che si merita, ma l’equilibrio vale entro certi limiti. E soprattutto Trump fa perdere l’equilibrio a tutti. Persino Matteo Salvini si è risentito per l’operazione venezuelana (sarà che l’amico Vladimir Putin, un altro che ti mette in brutte situazioni, si è accigliato) e si è ritrovato a citare il Papa. Ha detto che «nessuno avrà nostalgia di Maduro, responsabile di aver affamato e oppresso per anni il suo popolo», ma «per la Lega la strada maestra per risolvere le controversie internazionali e chiudere i conflitti in corso deve tornare a essere la diplomazia, rispettando il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro». Sicché, ha detto ancora Salvini, «illuminanti al proposito le parole del Papa, che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo stato di diritto». Il Papa notoriamente viene citato dai politici solo quando fa comodo; anche se fosse una volta ogni 10 prese di posizione che prende. Illuminante dunque, sì, ma soprattutto sui tic di alcuni leader di partito che fanno cherry picking tra le molte dichiarazioni papesche per darsi cristianamente un tono. 

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il filo-atlantismo italiano rischia di diventare una gabbia

Trump è in carica da un anno e più passa il tempo e più mena fendenti sui capisaldi liberaldemocratici. L’Italia non può rinunciare certamente a posizioni filo-atlantiste, lo dice la sua storia, che poi è una storia di co-dipendenza sentimentale ma anche culturale, non solo italiana ma in fondo europea; così però facendo rischia di accettare senza battere un sopracciglio qualsiasi decisione di Trump, pronto come in una canzone di Calcutta a fare una svastica a Bologna solo per litigare. Pronto a conquistare la Groenlandia solo per litigare. 

Guido De Sanctis nuovo Ambasciatore d’Italia in Uzbekistan

Guido De Sanctis ha assunto l’incarico di ambasciatore d’Italia in Uzbekistan, con accreditamento anche in Tagikistan. «Opererò per rafforzare dialogo politico, cooperazione economica, scientifica e culturale, gli scambi tra istituzioni e opportunità per imprese e cittadini, anche nel contesto dell’iniziativa Italia+5 in Asia Centrale», ha dichiarato il diplomatico.

La carriera diplomatica di Guido De Sanctis

Laureato in Scienze Politiche presso l’Università Luiss di Roma, De Sanctis ha intrapreso la carriera diplomatica nel 1991. Il suo primo incarico all’estero è stato a Kyiv, dove è arrivato a ricoprire il ruolo di primo segretario commerciale. Dopo un periodo a Berna, nel 2000 è rientrato a Roma alla Direzione Generale Paesi Europa. Consigliere commerciale a Tripoli nel 2002, nel 2006 è stato nominato consigliere a Mosca. Nel 2011 l’incarico alla Farnesina come capo Ufficio VI della Direzione Generale Italiani all’Estero e Politiche Migratorie. Nello stesso anno è stato scelto come console generale a Bengasi, in Libia. Nel 2012 è stato nominato ambasciatore a Doha, in Qatar. Nel 2017 è stato a capo dell’Unità per la Federazione Russa, l’Europa orientale, il Caucaso e l’Asia centrale della Direzione Generale Affari Politici e Sicurezza. Nel 2018 è stato a Mosca, con l’incarico di ministro consigliere e poi con funzioni di ministro. Nel 2022 ha prestato servizio fuori ruolo presso l’Osce con l’incarico di capo della missione in Albania. Dal 2023 è di nuovo fuori ruolo presso il ministero della Difesa quale consigliere diplomatico del ministro, incarico ricoperto fino alla nomina di ambasciatore a Tashkent.

Nicola Lener nuovo Ambasciatore d’Italia in Australia

Nicola Lener ha assunto l’incarico di ambasciatore d’Italia a Canberra. Lo rende noto la Farnesina. Nato il 18 agosto 1968 a Cagliari, dove si è laureato in Giurisprudenza, Lener ha avviato la carriera diplomatica nel 1993. Prima di assumere le funzioni di ambasciatore in Australia, ha svolto al ministero degli Esteri le funzioni di Coordinatore per le attività di diplomazia giuridica multilaterale e prestato servizio anche alla Direzione generale per la promozione del sistema Paese (2014-2019). All’estero è stato ambasciatore ad Abu Dhabi (2019-2022), ministro consigliere a Ottawa (2010-2014), console generale a Casablanca (2006-2010) e responsabile della sezione economico-commerciale delle Ambasciate a Lima (1997-2001) e Amman (2001-2004).

Elezioni 2026 in Italia, tutti gli appuntamenti dal referendum alle comunali

Anche se non sono in programma nuove Regionali, il 2026 sarà comunque un anno con diversi appuntamenti elettorali di rilievo in Italia, in attesa delle Politiche che – in caso di arrivo alla scadenza naturale della legislatura – si terranno nel 2027. Dal referendum sulla riforma della giustizia alle Amministrative, ecco le principali votazioni del 2026 e quando si svolgeranno.

I capoluoghi interessati dalle Amministrative

Elezioni 2026 in Italia, tutti gli appuntamenti dal referendum alle comunali
Timbro su una tessera elettorale (Imagoeconomica).

Nella primavera del 2026 si terranno le elezioni amministrative nei Comuni che nel 2020 erano andati al voto in autunno, ovvero in ritardo a causa della prima ondata di Covid. La principale città interessata è Venezia: l’attuale sindaco Luigi Brugnaro, al secondo mandato, non potrà essere rieletto. Tra gli altri grandi Comuni interessati dalle elezioni della primavera c’è Reggio Calabria. Altri capoluoghi di provincia interessati dal voto sono Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Macerata, Fermo, Chieti, Andria, Trani, Crotone, Enna e Agrigento. Altre importanti centri dove si voterà sono Imola, Viareggio, Vigevano, Marsala e Quartu Sant’Elena. Non c’è ancora una data ufficiale per le elezioni: i cittadini saranno chiamati alle urne tra il 15 aprile e il 15 giugno.

Il referendum sulla riforma della giustizia

Elezioni 2026 in Italia, tutti gli appuntamenti dal referendum alle comunali
Un seggio elettorale (Imagoeconomica).

Nel 2026 si terrà anche il referendum confermativo riguardante la riforma costituzionale della giustizia che, promossa dalla maggioranza, prevede la separazione delle carriere dei magistrati e ridisegna gli organi di governo autonomo e disciplinari. Si sa che il voto sarà spalmato su due giorni, ma anche in questo caso non ci sono le date: il governo spinge per l’ipotesi delle urne aperte il 22 e 23 marzo

Le suppletive in Veneto per due seggi a Montecitorio

Altro appuntamento elettorale saranno le suppletive in Veneto per seggi parlamentari rimasti vacanti: entro il 9 marzo verranno scelti gli “eredi” del governatore Alberto Stefani (collegio uninominale 1 “Rovigo”) e di Massimo Bitonci (collegio uninominale 2 “Selvazzano Dentro”).

Riforma giustizia, il Nobel Giorgio Parisi: «Voterò no al referendum»

Il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha spiegato le motivazioni della sua adesione al comitato “Società civile per il No” al referendum sulla riforma della giustizia in un’intervista a Repubblica. Al centro della sua posizione c’è la difesa dell’autonomia della magistratura: «Prima di essere uno scienziato sono un cittadino. E come cittadino questa battaglia mi interessa moltissimo perché penso che il punto fondamentale sia essenzialmente difendere l’indipendenza della magistratura», ha dichiarato. Secondo Parisi, la riforma in discussione ha una finalità precisa: «ha lo scopo di indebolire la magistratura». Da qui la scelta di schierarsi per il no «in difesa della sua indipendenza affinché i magistrati possano continuare a indagare anche i politici, che non devono ritornare a essere una casta di intoccabili».

Parisi: «Il referendum ha lo scopo di indebolire la magistratura»

Nel merito delle modifiche previste, Parisi ha espresso forti critiche sull’assetto del Consiglio superiore della magistratura: «Diviso a pezzi è infinitamente più debole di un singolo consiglio più grande e anche più facilmente scalabile». Per il fisico, anche il ricorso al sorteggio risponde alla stessa logica: «Si cerca di evitare che nel Consiglio superiore della magistratura ci siano persone di prestigio. Al contrario persone scelte a caso sono più facilmente influenzabili. Questo sarà l’unico caso in Italia in cui i rappresentanti di un gruppo vengono sorteggiati». Parisi ha infine ridimensionato l’impatto della consultazione sull’esecutivo, affermando che «il governo sopravviverà benissimo a questo referendum, qualsiasi sia l’esito», ribadendo però che «il referendum ha uno scopo ben preciso: indebolire la magistratura».

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica

Normale. Già la parola è alquanto in disuso. Ma se associamo Paese, ovvero un Paese normale, dobbiamo fare un salto indietro di 30 anni, quando Massimo D’Alema ufficializzò in un saggio la sua passione, quasi un copyright, per quell’espressione che tenne banco politico per qualche anno. Giusto il tempo (1998-2000) dell’ascesa a Palazzo Chigi di un comunista (vero), per la prima volta nella storia della Repubblica italiana. Ma soprattutto del ritorno del berlusconismo, dopo la parentesi prodiana, che dimostrò con solare evidenza che l’Italia non era e non poteva essere un «Paese normale». Men che mai diventarlo.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Massimo D’Alema. Alle sue spalle, sullo schermo,Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).

Da 30 anni in Italia tiene banco l’eccezionalità

Se scorriamo velocemente l’album della politica italiana vediamo infatti come a tenere banco dagli Anni 90 sia stata quasi sempre l’eccezionalità e non la normalità. Un’eccezionalità fatta da macchiette piuttosto che da composti uomini di Stato. Non c’è quasi più memoria dello scalcinato partito di Antonio Di Pietro, Italia dei Valori (IDV), con la pattuglia dei senatori Antonio Razzi, Domenico Scilipoti, e Sergio De Gregorio, “comprato” dal Cavaliere per fare saltare il governo Prodi. Ma anche l’abolizione per decreto della povertà, nella famosa apparizione del vicepremier M5s Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi nel 2018, è un bel reperto di Paese andato a male.

Per non parlare dell’altro vicepremier, Matteo Salvini, in costume e mojito in mano mentre si improvvisa dj al Papeete di Milano Marittima.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Matteo Salvini al Papeete Beach di Milano Marittima (Ansa).

Le lacrime di Elsa Fornero riassumono l’ultimo ventennio politico

L’immagine di sintesi più appropriata dell’ultimo ventennio di politica nazionale è la ministra del governo Monti, Elsa Fornero, che annuncia la sua legge sulle pensioni piangendo. D’altra parte continua a essere da pianto, cioè disperata, la ricerca o anche solo l’evocazione di un «Paese normale». Perché come nel Gioco dell’oca si va, si fa, si gira ma alla fine si ritorna sempre al punto di partenza. Del resto i mali italiani (bassa crescita, giustizia lenta, debito pubblico elevato come l’evasione fiscale) sono sempre gli stessi da 30 anni e sul simbolo di Forza Italia figura ancora la scritta ‘Berlusconi Presidente’: forse il primo e unico caso in cui un leader, anche da morto, continua a essere un attore politico attivo.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Elsa Fornero in lacrime (Ansa).

La normalizzazione globale dell’estremismo di destra

Credo che il tragico e il ridicolo, perché diversamente sulla scena politica si vedrebbero altre persone e si farebbero altri discorsi, siano un dato di realtà, peraltro non esclusivo dell’Italia. Personaggi pittoreschi come Nigel Farage, capace però di fare grandi danni come la Brexit, o addirittura anti-sistema come Donald Trump sono accomunati ad autocrati vecchi e narcisi come Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan e sovranisti di nuova generazione che ormai non si vergognano più di essere definiti neo-nazisti. Accade in Olanda e in Danimarca, ma soprattutto in Germania dove un’idea che si riteneva giustamente morta per sempre sembra risorgere. Lo denunciano i media tedeschi. Una sintesi è offerta dalla piattaforma di terza missione universitaria Stroncature e c’è una recente e ampia inchiesta di European Correspondent che illumina una realtà molto preoccupante, per chi crede nella democrazia e nella società aperta. The extreme is normal now è il titolo di un resoconto che mostra, con fatti e dati, come nel 2025 l’estremismo di destra abbia permeato la vita quotidiana in una misura mai vista dai tempi del nazismo.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Lo spettro del nazismo torna a inquietare la Germania

Questo veloce sommario ne offre un’efficace quadro: febbraio, Dresda. Una settimana prima delle elezioni federali circa 2.500 neonazisti , quasi il triplo rispetto l’anno precedente, marciano per celebrare l’80esimo anniversario del bombardamento della città da parte degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Maggio, Gelsenkirchen: la città annulla il Pride per problemi di sicurezza, in un clima più ampio di ostilità dell’estrema destra verso gli eventi LGBTQ+. Novembre, Halle: Seitenwechsel, la prima fiera del libro di estrema destra, richiama migliaia di visitatori. Nel 2025, l’estremismo di destra è entrato a far parte della politica tedesca. Alternative für Deutschland è il secondo partito più grande del parlamento tedesco. Ma anche al di là della politica, la retorica e il simbolismo dell’estremismo di destra continuano a invadere strade, scuole e vita pubblica. Quest’anno il Bundesverband Mobile Beratung (BMB), un’organizzazione di team di consulenza contro l’estremismo di destra e la discriminazione, ha registrato un numero record di richieste. La maggior parte proviene dal settore dell’istruzione. Le scuole hanno segnalato bambini che cantano canzoni dell’era nazista, fanno il saluto nazista e disegnano svastiche. Ma il dato ben più preoccupante è che altri partiti hanno abbandonato il “firewall”, termine usato per riferirsi al principio informale di non cooperazione con l’estrema destra in Germania. Il BMB osserva come la Große Koalition guidata dalla Cdu del cancelliere Friedrich Merz e della quale fanno parte i socialdemocratici, stia normalizzando le narrazioni dell’estrema destra, trattando sempre più l’AfD «come qualsiasi altro partito di opposizione». 

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
I leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla (Ansa).

Segnalare il rischio che la storia si ripeta serve a scongiurarlo

Disgraziatamente anche in Italia la normalizzazione dell’anormale è all’ordine del giorno. Uno strisciante neo fascismo assume nuove connotazioni che concorrono a mimetizzarlo e a renderlo meno spaventoso e quasi protettivo (sovranismo, anti-globalismo, no-vax) e si fa strada in un’opinione pubblica moralmente infiacchita e impaurita. In un simile contesto, il riflesso autoritario e d’ordine è già scattato da tempo. Ora segnalare che la situazione attuale è molto simile a quella che fra le due guerre mondiali nel secolo scorso portò in Europa l’ascesa dei regimi totalitari non equivale a sostenere che la storia sia destinata a ripetersi tale e quale. Ma considerarlo un rischio molto reale e incombente è l’unico modo per scongiurarlo. È urgente tuttavia che la politica e i politici rientrino in una normalità di comportamenti che da 30 anni è da tutti evocata ma quasi da nessuno praticata. Il Paese normale invocato da D’Alema continua a essere un espediente retorico. Un fantasma. È infatti Un Paese anormale – altro titolo di un saggio d’annata (1999) di Maurizio Costanzo – quello che ha continuato a crescere e svilupparsi, incurante d’ogni denuncia e d’ogni annunciata riforma. La sola cosa che è cambiata sensibilmente e in peggio è il clima politico, insieme con la qualità etica, le competenza e la credibilità dei vari leader e leaderini. Di sinistra ma soprattutto di destra.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Giorgia Meloni (foto Ansa).

Non ci resta che rimpiangere la destra liberale che fu

La speranza è l’ultima a morire. Ma visto che The extreme is normal now è molto difficile pensare che vi siano a breve realistiche alternative alla semplificazione del discorso pubblico, dominato dalla logica dell’intrattenimento e dalla polarizzazione. Un Paese normale, dove la scomparsa dei leader-social s’accompagni a quella dei cittadini-follower sembra sempre più lontano. Forse Non ci resta che piangere per evocare un altro reperto d’annata (il film di Roberto Benigni e Massimo Troisi del 1984). E rimpiangere la destra italiana degli Anni 70: padronale e classista, però saldamente antifascista e liberale. Aveva il volto quasi arcigno di Giovanni Malagodi e Ugo La Malfa rispettivamente segretari del Pli e Pri. Due leader politici che non ridevano nemmeno davanti al fotografo. Altri tempi si dirà: vero. Però come si può non rimpiangerli?

Autonomia e questione settentrionale: Zaia torna all’attacco

Non è chiaro se si tratti di un messaggio ai colleghi di partito (e della coalizione), di uno sfogo o solo di un modo furbo per riprendersi il palcoscenico mediatico. Sta di fatto che il leoncino alato è tornato a ruggire. Luca Zaia infatti non sembra aver intenzione di starsene tranquillo e serenissimo alla presidenza del Consiglio regionale del Veneto: ha interrotto il suo personale conto alla rovescia per le Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ha preso carta e penna e vergare sul Foglio un intervento che somiglia molto, moltissimo, a un manifesto politico. A partire dal titolo: Appello per una svolta a destra.

I cinque punti cardine del centrodestra secondo Zaia

L’ex governatore leghista snocciola cinque punti «cardine» per il centrodestra che oggi, scrive, sente «una responsabilità storica: dimostrare di essere una forza di governo capace di leggere il presente per cantierare il futuro. Per i ragazzi di oggi, adulti di domani». Il primo punto, nemmeno a dirlo, è l’autonomia, «non è una concessione né un capriccio identitario». «Il centralismo ha prodotto due Italie», continua. «Credo che l’autonomia sia, prima di tutto, assunzione di responsabilità. Non posso non sottolineare come esista una questione meridionale inaccettabile moralmente e intollerabile. Ma esiste anche una questione settentrionale: poche regioni in larga parte del Nord producono il residuo fiscale che tiene in piedi servizi essenziali in tutta l’Italia». Segue la politica estera. «Non siamo una potenza militare, ma possiamo essere una superpotenza di diplomazia ed equilibrio, grazie anche all’ottimo lavoro di relazioni internazionali della presidente Meloni, che non si vedeva da molti anni e ha ridato posizione e standing al Paese», sottolinea Zaia, che non nasconde la profonda sintonia con la premier. «La stabilità politica restituisce credibilità», aggiunge. «L’Italia può essere ponte tra Ue e Usa».

Autonomia e questione settentrionale: Zaia torna all’attacco
La premier Giorgia Meloni con Luca Zaia (foto Ansa).

Il terzo punto riguarda Sicurezza e l’ordine pubblico perché «il rispetto delle regole non è né di destra né di sinistra, il popolo ce lo ricorda tutti i giorni, sono il fondamento della convivenza civile. I dati sulla popolazione carceraria raccontano un fallimento che non può essere ignorato. Sicurezza non significa militarizzazione, ma presenza». Nel manifesto-appello dell’ex Doge non possono mancare i giovani, «la vera infrastruttura nazionale» (ma non era il Ponte sullo Stretto?). Per questo l’Italia deve diventare un Paese «youth friendly, a misura di giovani». Infine l’ultimo punto è dedicato a Destra e Libertà. E qui devono essere fischiate parecchio le orecchie in via Bellerio. «La destra vincente», sottolinea Zaia, «è quella liberale. Lo dico con chiarezza: i temi etici, civili, del fine vita, non possono essere tabù ideologici. La destra di oggi non è quella di 50 anni fa. Le questioni legate ai diritti civili e la fine vita non possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. Una destra matura non impone visioni».

Autonomia e questione settentrionale: Zaia torna all’attacco
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

L’entusiasmo di Grimoldi e del Patto per il Nord

Zaia avrà anche archiviato (o congelato) il progetto di una Lega del Nord sul modello della Csu-Cdu tedesche, e le ambizioni di federatore del Nord ma il suo programma suona come un avvertimento – gentile – nei confronti di Matteo Salvini ora occupato nel riposizionamento della Lega sul caso venezuelano. Non a caso, tra i primi a salutare l’uscita dell’ex Doge è stato l’ex leghista Paolo Grimoldi, ora segretario federale del Patto per il Nord, «forza politica liberale, moderna e federalista che vuole creare le condizioni per i giovani del Nord di restare, alle industrie di tornare ad essere competitive a livello globale, ai cittadini di vivere in luoghi sicuri e produttivi», sottolinea sui social. «Siamo certi che questa sia anche la posizione di Zaia. Ciò che invece non possiamo sapere è se l’ex governatore del Veneto abbia voluto mandare un messaggio interno al suo partito, per un dibattito però che non c’è e forse mai ci sarà dal momento che è dominante la linea nazionalista, sovranista e statalista di Salvini e Vannacci, oppure se abbia espresso una posizione personale legata più al suo futuro che non a quello della Lega». Si vedrà.

Autonomia e questione settentrionale: Zaia torna all’attacco
Il post di Paolo Grimoldi su Fb.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

In vista delle nomine di aprile delle grandi partecipate pubbliche, la giostra dei nomi ha già iniziato a girare. Il governo Meloni, almeno stando ai desiderata che si raccolgono nei corridoi di Palazzo Chigi, punta alla riconferma dei capi azienda nominati tre anni fa, ma lascia intendere grandi cambiamenti sulle presidenze.

Agnes a Terna per uscire dallo stallo Rai

Per quella di Terna, il colosso delle reti elettriche, circola il nome di Simona Agnes, pronta a lasciare in anticipo il consiglio di amministrazione della Rai, in scadenza nel 2027. Un passaggio strategico che risolverebbe un altro annoso problema: lo stallo in viale Mazzini, dove Agnes non ha mai trovato i numeri in Commissione Vigilanza per farsi eleggere presidente, nonostante la robusta sponsorizzazione di Forza Italia e il tacito consenso di Fratelli d’Italia. Agnes si siederebbe dunque nella poltrona attualmente occupata in quota Lega da Igor De Biasio: quasi una sliding door, visto che per sei anni è stato consigliere d’amministrazione proprio della tivù di Stato.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Chi alla presidenza di Leonardo dopo l’ambasciatore Pontecorvo?

Due i nomi in ballo per Leonardo, leader nel settore della difesa: una posizione, visto il contesto internazionale, particolarmente delicata. In sostituzione dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo i papabili sono Andrea De Gennaro, in scadenza a maggio dall’incarico di comandante generale della Guardia di Finanza, e l’onnipresente Elisabetta Belloni, data in corsa anche per la presidenza di Eni al posto di Giuseppe Zafarana. Su di lei pesa però il fatto che i rapporti con Palazzo Chigi si sono raffreddati dopo il suo addio anticipato al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza: nell’orbita di chi ruota intorno al potere nulla gela più del mancato allineamento con la premier.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Enel, avanza Maione di Montepaschi

Capitolo Enel. Data per certa l’uscita di Paolo Scaroni, la candidatura più accreditata per sostituire il manager, su cui si impuntò Silvio Berlusconi nella precedente tornata di nomine, è quella di Nicola Maione, attuale presidente di Montepaschi, uomo di fiducia della Lega.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

A proposito della banca senese, le possibilità di riconferma dell’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio si stanno molto assottigliando, tenuto anche conto che il banchiere è sotto indagine della procura di Milano per la vicenda della vendita di azioni della banca senese detenute dal Tesoro a Francesco Gaetano Caltagirone, Delfin e Anima.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).

Palermo è un’opzione: ma preferirebbe non lasciare Acea

Come alternativa, c’è chi scommette su Fabrizio Palermo, nome molto gradito a Caltagirone che lo ha voluto nel cda di Generali. Ma il manager al momento non sembra entusiasta all’idea di lasciare Acea, la municipalizzata di Roma alla cui guida si è insediato nel settembre del 2022.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

Descalzi e Cingolani hanno la fiducia del governo

Nessuna sorpresa invece dovrebbe arrivare dal fronte degli amministratori delegati, che sembrano incastonati nel marmo delle loro poltrone. In Eni, Claudio Descalzi gode della granitica stima della premier. In Leonardo, Roberto Cingolani non solo ha anch’egli la sua fiducia, ma ha rinsaldato il legame con il ministro della Difesa Guido Crosetto, riorganizzando l’azienda come una sorta di ministero parallelo, ma con più efficienza e meno carte bollate. E creando una squadra di comando che vede in Filippo Maria Grasso, Carlo Gualdaroni, Antonio Liotti e Simone Ungaro gli uomini chiave dell’organigramma, come ricordato dallo stesso Cingolani durante il tradizionale brindisi di Natale del gruppo alla presenza di autorità istituzionali e vertici delle Forze armate.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile

Se c’è un punto di riferimento fortissimo a Palazzo Chigi, beh, quello è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. È lei l’adulta nella stanza, il collante di una maggioranza di governo che sarebbe altrimenti andata in frantumi da tempo, fra incomprensioni sugli aiuti a Kyiv, gli “extra profitti” delle banche da tassare e tanti altri controversi dossier che agitano e hanno agitato il destra-centro.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini (Ansa).

La ricetta renziana per archiviare Giorgialand

Meloni è tutto ciò che manca all’opposizione: al contempo è leader riconosciuta, fonte di stabilizzazione e garanzia che i fisiologici elementi di frizione possano essere riassorbiti da chi è a capo di un’organizzazione complessa in virtù del proprio carisma o charisma, per dirla in termini weberiani. «Vi è soltanto questa scelta: o una democrazia subordinata a un capo e organizzata mediante la ‘macchina’, oppure una democrazia senza capi, vale a dire il potere dei ‘politici di professione’ senza vocazione, senza le intime qualità carismatiche che per l’appunto fanno un capo», scrive Max Weber ne La politica come professione. Questa è la differenza fra destra-centro e campo largo, oggi: da una parte c’è un capo, dall’altra una democrazia senza capi.

Se n’è accorto anche Matteo Renzi, uno che ha fiuto per queste cose. E infatti, di recente, sul Foglio, ha ricordato che i due punti per costruire un programma credibile sono quelli «su cui Meloni ha perso totalmente il contatto con la realtà: le tasse e la sicurezza». Insomma per vincere è necessario «costringere Meloni a stare su questo terreno anziché scivolare nella lotta nel fango dell’ideologismo senza limitismo: perché quando Meloni scappa dalla realtà, vince. Ma se la inchiodi sulla concretezza perde. E soprattutto si perde». Perché a «Giorgialand nessuno ha il coraggio di dire una semplice verità: l’economia è il tasto dolente del melonismo. Ed è sull’economia – non sulla giustizia, non sulla politica estera, non sull’ideologia – che l’opposizione dovrà incalzarla per mandarlo a casa».

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Nel campo largo si gioca in difesa

Nel centrosinistra, o campo largo che dir si voglia, invece è tutto un giocare in difesa. Lo si è visto recentemente con le accuse di simpatizzare con i presunti “fiancheggiatori” di Hamas in Italia. Oppure ci si diletta nei soliti teatrini morettiani – «Mi si nota di più…» – come quelli andati in scena ad Atreju, con Elly Schlein che ha declinato l’invito a un confronto con Meloni e Giuseppe Conte. La mossa italofraterna è stata politicamente efficace: alla fine il duello non c’è stato e Meloni si è confrontata soltanto con sé stessa, mentre Conte ha partecipato a un panel per fatti propri nel corso del quale ha ribadito un concetto già fatto proprio da tempo: «Noi non siamo alleati con nessuno». A questo si aggiunge la carica di federatore-to-be, da Gaetano Manfredi a Silvia Salis, fino al solito Ernesto Maria Ruffini. Su questo la destra è nettamente avanti. Può permettersi di portare avanti le sue battaglie e i suoi programmi senza preoccuparsi troppo degli assetti politici o delle ambizioni personali. Anche perché, tutto sommato, l’incertezza più consistente da quelle parti è stabilire chi arriverà secondo fra Forza Italia e Lega.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Le baruffe tra Lega e Forza Italia

Non che a destra i protagonismi manchino. Anzi. Si pensi soltanto al duello costante fra Lega e Forza Italia e ai problemi al loro interno. Dopo anni, anche l’ultimo partito leninista rimasto ha mostrato qualche crepa. Prima con la sollevazione contro l’ex generale vicesegretario Roberto Vannacci, poi con il protagonismo indiscusso e indiscutibile di Luca Zaia. Sussulti e malumori che Matteo Salvini è riuscito ancora una volta a neutralizzare. Un po’ come ha fatto Antonio Tajani. Nonostante l’ennesima punzecchiatura da parte degli eredi del Cav – questa volta è toccato a Pier Silvio ribadire la necessità di facce nuove – il ministro degli Esteri resiste. Anche la corrente Occhiuto non rappresenta per lui una vera insidia. La vera partita si giocherà ai prossimi congressi. E finora all’orizzonte non si vedono alternative credibili alla leadership azzurra. Anche se la spinta della «forza tranquilla», dopo il sorpasso della Lega, pare essersi esaurita.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La sindrome di accerchiamento e l’arma del complotto

Anche Fratelli d’Italia ha i suoi stati d’agitazione. Ma le battaglie – a partire da quella sull’asse Roma-Milano – restano sotterranee. Nessuno osa contestare la leadership di Giorgia Meloni, nemmeno off the record. È per questo che quando un intellettuale di destra come Marcello Veneziani si smarca, diventa subito notizia. Alla presidente del Consiglio tuttavia non mancano i problemi. Meloni soffre di sindrome di accerchiamento. Vede (o vuole vedere) complotti e nemici ovunque. Addirittura tra i corridoi del Quirinale. E così FdI, nonostante negli ultimi tre anni si sia fagocitato il fagocitabile (compresi Gramsci e Pasolini) con la scusa di scippare alla sinistra l’egemonia culturale, continua a comportarsi come un partitino al 4 per cento (sindrome opposta a quella di Renzi e Carlo Calenda). «L’ossessione del complotto ha trovato sempre un terreno favorevole nella subcultura di massa e nella oggettiva complessità dei fenomeni economici, sociali e politici, che sfuggono all’immediata comprensione degli individui», scrive Zeffiro Ciuffoletti in Retorica del complotto. «La politica, il potere, sono stati sempre percepiti con un senso di estraneità e persino con ostilità dal popolo. Ed è relativamente facile, con i mezzi di comunicazione attuali, scagliare la ‘piazza’ contro il ‘palazzo’, agitando l’idea di trame oscure, di intrecci, di misteri». Anche quando in quel Palazzo si è comodamente seduti.

LEGGI ANCHE: Anche il look di Giorgia Meloni diventa politica

Le reazioni della politica italiana all’attacco Usa contro il Venezuela

L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, ha provocato immediate reazioni a livello di politica internazionale. E per quanto riguarda l’Italia? Da parte della maggioranza quanto espresso equivale a un “no comment”. Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ha fatto sapere che la Farnesina «segue con attenzione la situazione» e lo stesso sta facendo Giorgia Meloni, che è molto vicina a Donald Trump. Dure condanne sono invece arrivate dall’opposizione, con prese di posizione ufficiali di Partito democratico e Movimento 5 stelle.

Conte: «L’aggressione Usa non ha basi giuridiche»

Giuseppe Conte, presidente del M5s, da buon avvocato ha sottolineato che «l’aggressione americana al Venezuela non ha nessuna base giuridica», esortando il governo Meloni a condannare i raid: «Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto».

Pd: «Chiediamo al governo di pronunciare parole chiare»

Chiediamo al governo di pronunciare parole chiare e di lavorare con urgenza in tutte le sedi multilaterali e internazionali per il pieno ripristino e rispetto del diritto internazionale e per il primato della diplomazia», ha dichiarato in una nota Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri nella segreteria nazionale del Pd. Pina Picierno, esponente dem e vicepresidente del Parlamento europeo, ha scritto su X: «Il regime sanguinario di Maduro deve cessare di esistere, ma ogni bomba americana che cade sul Venezuela ne prolunga la vita sul piano simbolico, rafforzando la retorica antioccidentale e preparando nuove risposte autoritarie. L’operazione venezuelana porta alla luce una evidenza che tendiamo a dimenticare: Trump, Putin e XI si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza».

Le parole di Calenda, Bonelli, Fratoianni e Magi

Carlo Calenda, leader di Azione, applaude alla rimozione di Maduro, ma non alle modalità con cui è avvenuta: «Buona notizia per il popolo venezuelano afflitto da una feroce dittatura. Il modo in cui è stato fatto desta però molta preoccupazione». Sulla stessa lunghezza d’onda Riccardo Magi, segretario di +Europa: «Maduro è un dittatore che tiene ostaggio il Venezuela da oltre un decennio, impoverendo il Paese, arrestando gli oppositori, favorendo la corruzione. Ma l’attacco con le forze armate nel cuore di Caracas rischia di scardinare ulteriormente i già fragili equilibri internazionali». Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, hanno invocato la condanna da parte del governo italiano dell’attacco Usa, definito «inaccettabile», chiedendo anche la convocazione immediata delle commissioni Esteri.

La provocazione del senatore leghista Borghi

il senatore leghista Claudio Borghi ha rilanciato sui social un suo post in cui affermava: «Ma se per caso gli Usa attaccassero il Venezuela che facciamo? Mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?», spiegando: «Questo post era ovviamente una provocazione. Il mio intento era smascherare le ipocrisie della morale con cui molti dei sostenitori dell’invio di armi in Ucraina ammantavano il sostegno militare (che è una scelta politica legittima, non è IL BENE)».

Avs e Amnesty contro il governo per il volo di Netanyahu sull’Italia

Amnesty International ha attaccato l’Italia e il governo Meloni per non aver adottato nessuna misura contro l’aereo che ha attraverso il Paese e con a bordo Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano ha raggiunto gli Stati Uniti e poi è tornato in Israele. In entrambi i casi il suo aereo è passato attraverso lo spazio aereo italiano, secondo quanto denunciato da Amnesty e dalla campagna Last Day of Gaza. Da qui l’attacco di Amnesty. L’associazione ha spiegato come l’Italia, in virtù dello Statuto di Roma, avrebbe dovuto cooperare con la Corte penale internazionale. «La giustizia internazionale non è selettiva e non può dipendere da valutazioni politiche», è stato il commento.

Avs: «Italia complice di Netanyahu»

Così anche Last Day of Gaza: «Mentre vengono bloccati gli aiuti e colpita la popolazione civile un leader sotto accusa per crimini internazionali sorvola indisturbato l’Europa». Il tracciamento del velivolo, denominato Wing of Zion, rappresenta «un simbolo dell’inazione degli Stati che si proclamano difensori del diritto internazionale». Poi un monito: «Se le regole valgono solo per alcuni allora il sistema di giustizia internazionale perde credibilità. Proprio nel momento in cui sarebbe più necessario».

E mentre il governo non ha commentato né spiegato il perché dell’autorizzazione, è arrivato anche l’attacco di Avs. Sinistra italiana, infatti, ha criticato la premier: «Meloni e il governo italiano violano la legge internazionale e permettono a questo criminale di violare e attraversare lo spazio aereo italiano. Rendendo il nostro paese ancora più complice dei crimini indicibili di cui si sta macchiando il governo israeliano».

Dl Milleproroghe, salta il bonus giovani e donne

Nel decreto Milleproroghe pubblicato in Gazzetta Ufficiale non c’è la proroga dei bonus per l’occupazione giovanile e femminile. Nel testo definitivo è infatti scomparso lo slittamento di un anno che figurava in una versione precedente del provvedimento e che avrebbe consentito di estendere gli incentivi anche oltre le scadenze già fissate. Restano quindi esclusi dal rinnovo il bonus giovani under 35 e il bonus donne, due strumenti pensati per favorire l’ingresso stabile nel mercato del lavoro di categorie considerate più fragili. Con la stessa scelta decadono anche altri interventi: la proroga del bonus per lo sviluppo occupazionale nelle Zes del Mezzogiorno e gli incentivi all’autoimpiego nei settori legati alle nuove tecnologie e alla transizione digitale ed ecologica.

Cos’era il bonus giovani

Il bonus giovani, introdotto con il decreto Coesione del 2024, prevedeva per i datori di lavoro un esonero totale dai contributi previdenziali per un massimo di 24 mesi, entro un limite di 500 euro al mese, in caso di assunzione o trasformazione a tempo indeterminato di under 35 mai occupati stabilmente. Una misura analoga era prevista per il bonus donne, riservato alle assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate. Con l’assenza della proroga nel Milleproroghe, gli incentivi restano applicabili solo alle assunzioni effettuate entro il 31 dicembre 2025. Oltre quella data, salvo nuovi interventi normativi, i benefici non saranno più disponibili.

Campania, Fico nomina la giunta regionale

La nuova giunta regionale della Campania guidata da Roberto Fico è stata ufficializzata nel primo pomeriggio del 31 dicembre, al termine di una fase di confronti con le forze della maggioranza che ha richiesto più passaggi rispetto alle previsioni iniziali. Alla vicepresidenza, secondo le attese, è stato nominato l’esponente del Pd Mario Casillo, che seguirà le deleghe a Trasporti, Mobilità e Mare. Confermata anche la presenza di Fulvio Bonavitacola, per un decennio vice del presidente uscente Vincenzo De Luca e volto della lista “A Testa Alta”. La squadra comprende quattro donne e vede lo stesso Fico mantenere per sé competenze centrali come Sanità, Bilancio e gestione dei fondi nazionali ed europei.

Da chi è composta la giunta

Tra le novità annunciate dal neo governatore figura il ritorno di un assessorato dedicato alla Cultura, affidato a Onofrio Ninni Cutaia, a lui vanno anche le deleghe a Eventi e Personale. Completano la Giunta Vincenzo Cuomo, sindaco Pd di Portici, con competenze su Governo del territorio e Patrimonio, Andrea Morniroli, cui spettano Scuola e Politiche sociali, Claudia Pecoraro alle Politiche abitative e Pari opportunità, Angelica Saggese al Lavoro e Formazione, Vincenzo Maraio per Turismo, Promozione del territorio e Transizione digitale. Infine figurano Fiorella Zabatta con pacchetto che include Politiche giovanili, Protezione civile, Sport, Biodiversità, Riforestazione, Pesca, Acquacoltura e Tutela degli animali e Maria Carmela Serluca con delega all’Agricoltura.