Israele: «Missile iraniano caduto a poche centinaia di metri dal Muro del Pianto»

«Il regime iraniano sta lanciando missili su Gerusalemme, la capitale di Israele. Uno di questi ha colpito a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, dal Muro Occidentale, dalla Moschea di Al-Aqsa e dalla Chiesa del Santo Sepolcro». È quanto si legge sull’account X del Ministero degli Esteri israeliano, dove è stato pubblicato un video degli attimi successivi al presunto attacco: «La protezione delle vite umane e la sicurezza dei fedeli vengono prima di tutto. Per questo motivo, la preghiera in tutti i luoghi santi è stata temporaneamente sospesa».

Iran, Mojtaba Khamenei promette vendetta nel suo primo discorso da Guida Suprema

Giovedì 12 marzo è finalmente arrivato il primo discorso alla nazione di Mojtaba Khamenei, la nuova Guida Suprema dell’Iran, subentrato al padre, l’ayatollah Ali, ucciso nei primi raid di Stati Uniti e Israele. Non è apparso in pubblico, né dal vivo né in video: ferito alle gambe e nascosto in un luogo sicuro (almeno questa è la versione ufficiale), si è limitato a un messaggio letto da un presentatore alla tv di Stato.

Iran, Mojtaba Khamenei promette vendetta nel suo primo discorso da Guida Suprema
Donna iraniana mostra un ritratto di Mojtaba Khamenei (Ansa).

Cosa ha detto Mojtaba Khamenei nel primo discorso da Guida Suprema

«Non rinunceremo a vendicare il sangue dei nostri martiri», ha detto Khamenei, citando anche la strage delle bambine nella scuola di Minab, «un crimine che non può passare sottotraccia». Il leader iraniano ha poi affermato che «il tentativo di dividere il Paese è stato sventato». Quanto agli attacchi contro i Paesi del Golfo, Khamenei ha spiegato: «Noi non colpiamo i nostri vicini che sono amici, ma solo le basi del nemico sul loro territorio», che «vanno chiuse». Così sullo Stretto di Hormuz: «La leva della chiusura deve continuare a essere utilizzata come strumento di pressione». Auspicando «la pace per tutto il popolo iraniano», Khamenei ha anche detto: «Abbiamo studiato l’apertura di altri fronti dove il nemico ha poca esperienza ed è estremamente vulnerabile. Saranno attivati se la situazione di guerra persiste e in base agli interessi nazionali».

Altre due esplosioni a Erbil, Crosetto: «Attacco deliberato»

Due nuove esplosioni sono state udite a Erbil, nel Kurdistan iracheno, dopo il drone che ha colpito la base italiana nella serata dell’11 marzo 2026. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in merito all’attacco, ha parlato di un’azione deliberata, dal momento che si tratta di una base Nato, «quindi anche americana», e che già nei giorni precedenti c’erano stati tentativi di intervento. Intervistato dal Tg1, ha confermato che il contingente non ha riportato alcun danno e che i militari erano entrati in aree protette dopo l’allarme. Attualmente sono 141 i soldati italiani presenti a Erbil, che entrano ed escono dal bunker a seconda degli allarmi.

Altre due esplosioni a Erbil, Crosetto: «Attacco deliberato»
Guido Crosetto (Ansa).

Il console italiano a Erbil: «Situazione sotto controllo»

Sulla vicenda è intervenuto anche il console italiano a Erbil, Tommaso Sansone, al Tg2: «La nostra base militare è stata bersagliata da un attacco con droni di provenienza ancora da accertare che ha causato danni materiali ma ha lasciato illesi i nostri militari. Abbiamo parlato con loro, la situazione è sotto controllo, quindi sono tutti in sicurezza. Anche i nostri connazionali stanno bene, vengono assistiti da questo consolato generale che valuterà nei prossimi giorni tutte le azioni che dovessero rendersi necessarie a loro tutela».

Tajani: «Stiamo riducendo il personale nel consolato»

«Oggi parlerò con le autorità del Kurdistan iracheno e con il ministro degli Esteri dell’Iraq per fare un punto della situazione», ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani in un punto stampa alla Farnesina «Abbiamo concluso proprio su questo una riunione con l’ambasciatore e il console d’Italia a Erbil e stiamo riducendo la presenza del personale, sia in ambasciata a Baghdad, sia nel consolato a Erbil per ragioni di sicurezza».

Il nuovo presidente del Cile, nostalgico di Pinochet, ha giurato con una cravatta regalata da Meloni

José Antonio Kast, il nuovo presidente del Cile nostalgico della dittatura di Augusto Pinochet, ha giurato l’11 marzo nel salone d’onore del Parlamento a Valparaiso, città costiera a un paio d’ore dalla capitale Santiago. E lo ha fatto, secondo quanto riporta LaPresse, indossando una cravatta azzurra che gli è stata regalata da Giorgia Meloni, con cui è in ottimi rapporti da prima che entrambi arrivassero al potere.

Il nuovo presidente del Cile, nostalgico di Pinochet, ha giurato con una cravatta regalata da Meloni
Anna Maria Bernini e José Antonio Kast (Ansa).

Kast ha ricevuto la cravatta dalla delegazione italiana

Kast, spiega LaPresse, ha ricevuto la cravatta il 10 marzo dalla delegazione italiana, guidata dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. Assente Meloni, tra gli ospiti internazionali di maggior spicco figuravano il presidente argentino Javier Milei e il re di Spagna Felipe VI. Presenti anche gli oppositori venezuelani Maria Corina Machado e Juan Guaidó e il senatore brasiliano di estrema destra Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio, di cui Kast – ammiratore di Donald Trump – avrebbe gradito molto la presenza, ha mandato il sottosegretario Christopher Landau.

Il nuovo presidente del Cile, nostalgico di Pinochet, ha giurato con una cravatta regalata da Meloni
Gabriel Boric e José Antonio Kast (Ansa).

L’ultradestra torna alla Moneda per la prima volta dal 1990

La vittoria di Kast alle elezioni di dicembre ha segnato il trionfo della destra radicale e nostalgica del pinochetismo, che torna per la prima volta alla Moneda dalla fine della dittatura nel 1990. Kast, 60 anni, cattolico e padre di nove figli, ha infatti apertamente dichiarato la sua compiacenza (se non ammirazione) verso il generale, che prese il potere nel 1973 con un golpe. Il fratello maggiore Miguel, morto prematuramente nel 1983, fu peraltro un ideologo del regime. In risposta alle preoccupazioni espresse dai connazionali su criminalità e immigrazione irregolare, Kast in campagna elettorale ha promesso maggiore impegno per garantire ordine e sicurezza. Presidente più di destra della storia del Cile, prende il posto di Gabriel Boric, che è stato invece in capo di Stato più di sinistra che il Paese sudamericano abbia mai avuto.

Trump torna a minacciare la Spagna: «Potrei tagliare i rapporti commerciali» 

Donald Trump torna a minacciare la Spagna per la sua posizione sulla guerra in Iran. «Non sta collaborando affatto, potremmo tagliare i rapporti commerciali con loro. Gli spagnoli sono un grande popolo, la leadership non molto», ha detto parlando con i giornalisti alla Casa Bianca. «Non capisco quello che stanno facendo. Sono stati pessimi con la Nato. Hanno la protezione ma non vogliono pagare la loro quota e fanno così da molti anni», ha aggiunto il presidente americano. Il premier spagnolo Pedro Sanchez si è da subito schierato contro l’intervento degli Stati Uniti in Iran, vietando agli Usa l’utilizzo delle basi situate in territorio iberico per attaccare teehran.

Colpita la base italiana a Erbil: nessun ferito

Nella serata di mercoledì, un drone ha colpito la base italianaErbil, nel Kurdistan iracheno. Ne ha dato notizia il ministro della Difesa Guido Crosetto che ha sentito personalmente il comandante della base. «Non ci sono vittime, né feriti tra il personale italiano», ha dichiarato Crosetto. «Stanno tutti bene. Sono costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi», il Comando di Vertice dell’Area Operativa Interforze.

Il comandante della base: «Il personale si trovava all’interno del bunker»

Il comandante della base, Stefano Pizzotti, a SkyTg24 ha confermato che «il personale sta bene, era protetto all’interno del bunker quando è avvenuta l’esplosione». L’allarme è scattato alle 20.30, ha spiegato Pizzotti, «quindi, seguendo procedure già rodate, ci siamo recati in sicurezza nei bunker assegnati. Poco prima dell’1, ora locale, c’è stata una minaccia aerea». Al momento l’allarme è finito, ma «gli artificieri della coalizione stanno mettendo in sicurezza l’area».

Tajani: «Attacco inaccettabile»

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha condannato con fermezza l’attacco. «Ho appena parlato con l’Ambasciatore d’Italia in Iraq. Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria», ha scritto il vicepremier su X.

«Dobbiamo valutare bene quello che è accaduto, successivamente decideremo i passi da compiere», ha aggiunto Tajani intervistato a RealPolitik su Rete4 rispondendo alla domanda se l’attacco possa essere considerato un atto di guerra nei confronti dell’Italia. «Certamente è un attacco inaccettabile, però prima di dire chi è il responsabile dobbiamo fare un accertamento molto chiaro».

Iran, Trump: «Non è rimasto più niente da colpire, la guerra finirà presto»

La guerra in Iran «finirà presto», ha detto il presidente americano Donald Trump, perché «non è praticamente rimasto niente da colpire». In un’intervista telefonica ad Axios, il tycoon ha spiegato che c’è ancora «qualche piccola cosa qua e là» e che «la guerra finirà quando deciderò che deve finire». Il capo della Casa Bianca ha ribadito che il conflitto «sta andando alla grande». «Siamo molto in anticipo rispetto al programma. Abbiamo causato più danni di quanto pensassimo possibile, anche nel periodo iniziale di sei settimane», ha affermato.

Teheran: «Preparatevi al petrolio a 200 dollari al barile»

Intanto l’Iran ha messo in guardia su un’impennata del prezzo del petrolio, con lo stretto di Hormuz controllato dai pasdaran. «Preparatevi un petrolio a 200 dollari al barile», ha detto il portavoce del comando unificato Khatam al Anbiya, Ebrahim Zolfaqari. Il prezzo del greggio, ha sottolineato secondo quanto riportano i media iraniani, «è legato alla sicurezza della regione che voi avete destabilizzato».

La Spagna ha rimosso il suo ambasciatore in Israele

La Spagna ha deciso di rimuovere il suo ambasciatore in Israele Ana Salomon Pérez, declassando la rappresentanza diplomatica a Tel Aviv a incaricata d’affari. Lo riporta la gazzetta ufficiale di mercoledì 11 marzo 2026. La decisione pone l’ambasciata spagnola in Israele nella stessa situazione dell’ambasciata israeliana in Spagna, guidata da un incaricato d’affari (Dana Erlich) da quando il governo Netanyahu ha richiamato il suo ambasciatore, Rodica Radian-Gordón, nel maggio 2024.

Il governo spagnolo dovrà cercare l’approvazione di Israele se vorrà nominare un nuovo ambasciatore

Salomon Pérez era stata richiamata per consultazioni a settembre 2025 in segno di protesta contro le dichiarazioni del ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar che aveva definito il governo spagnolo «antisemita». Da allora si trovava in Spagna. Il suo licenziamento non è correlato alle sue prestazioni, hanno sottolineato fonti diplomatiche. La decisione, motivata politicamente, aggrava la crisi diplomatica tra i due Paesi e implica che la Spagna dovrà nominare un nuovo ambasciatore e cercare l’approvazione delle autorità israeliane quando vorrà normalizzare le relazioni e ripristinare il massimo livello di rappresentanza nello Stato ebraico. Non è ancora chiaro se ciò avverrà a breve, dato che continuano le critiche della Spagna a Netanyahu per l’attacco all’Iran e la nuova offensiva in Libano.

Il piano del Cremlino per aiutare Orban a vincere le elezioni ungheresi

Secondo quanto riporta il Financial Times, che cita fonti a conoscenza dei piani di Mosca, il Cremlino ha lanciato una campagna di disinformazione – perlopiù online – volta ad aiutare il primo ministro Viktor Orbán (alleato di Vladimir Putin) e il suo partito Fidesz a vincere le elezioni che si terranno il 12 aprile in Ungheria.

Il piano del Cremlino per aiutare Orban a vincere le elezioni ungheresi
Viktor Orban (Imagoeconomica).

La campagna prevede di etichettare il rivale Magyar come «un burattino dell’Ue»

La campagna, elaborata dalla Social Design Agency, società di consulenza mediatica legata al Cremlino e soggetta a sanzioni occidentali, propone di promuovere Orban sui social media come un «leader forte con amici in tutto il mondo», definendolo come l’unico candidato in grado di preservare la sovranità dell’Ungheria. Il suo principale rivale, Péter Magyar, presidente del partito di opposizione Tisza, verrà al contrario etichettato come «un burattino di Bruxelles». Il piano prevede «attacchi informativi» e l’uso di influencer ungheresi.

Il piano del Cremlino per aiutare Orban a vincere le elezioni ungheresi
Peter Magyar (Imagoeconomica).

L’agenzia era stata sanzionata per la campagna online nota come “Doppelgänger”

Gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri Paesi occidentali hanno sanzionato Social Design Agency nel 2024 a causa della vasta campagna online nota come “Doppelgänger”, che ha previsto la diffusione di fake news e deepfake generati dall’intelligenza artificiale per alimentare il sentimento anti-ucraino. Rendendosi conto che gli aiuti pubblici dalla Russia avrebbero potuto ritorcersi contro Orbán, l’agenzia non ha interagito direttamente con funzionari ungheresi, ma si è messa in contatto con almeno 50 «influenti personalità locali» per diffondere i suoi contenuti.

Il piano del Cremlino per aiutare Orban a vincere le elezioni ungheresi
Il post “sospetto” di Ripost su Facebook.

Mosca ovviamente ha già smentito l’articolo del Financial Times

Al centro del piano il sentimento anti-Ucraina, in un momento in cui la tensione tra i due Paesi è particolarmente forte, dopo l’arresto a Budapest di sette dipendenti di una banca ucraina accusati di riciclaggio di denaro. Il Ft evidenzia che il numero di post anti-ucraini sulle pagine ungheresi è aumentato notevolmente nelle ultime settimane. Un post su Facebook di Ripost (tabloid magiaro vicino a Fidesz), che mostrava immagini generate dall’IA di guardie ucraine addette al trasporto valori fermate in autostrada con denaro contante e oro, ha generato oltre 136 mila reazioni, più di 12 mila commenti e quasi 20 mila condivisioni, principalmente da utenti stranieri, circostanza piuttosto insolita. L’ambasciatore russo a Budapest, Yevgeny Stanislavov, ha dichiarato che Mosca non è in alcun modo coinvolta nella campagna elettorale ungherese. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «falso» quando riportato dal Financial Times.

Williams Davila e Americo De Grazia, chi sono i dissidenti di origine italiana liberati in Venezuela

I dissidenti italo-venezuelani Williams Davila e Americo De Grazia hanno ottenuto la piena libertà grazie alla nuova legge di amnistia, dopo essere stati detenuti dall’agosto 2024 nell’ambito delle proteste seguite alla contestata rielezione di Nicolas Maduro. I due politici, rispettivamente di 74 e 66 anni, hanno confermato il loro rilascio tramite i loro account Instagram e X. Entrambi erano stati sottoposti a misure cautelari tra luglio e agosto 2025 dopo essere stati rinchiusi per svariati mesi nel famigerato carcere El Helicodide di Caracas.
«Ribadisco ancora una volta il mio impegno nei confronti di tutti i venezuelani affinché contribuiscano, attraverso i miei sforzi, al ripristino della democrazia, della libertà e della sovranità», ha scritto De Grazia. Anche Dávila ha assicurato che continuerà a lavorare per la liberazione di tutti i prigionieri politici.

Chi è Williams Davila

Williams Davila è ex governatore dello stato venezuelano di Merida, ex deputato di opposizione e membro del comitato scientifico dell’Istituto Milton Friedman. È stato arrestato ad agosto 2024 poche ore dopo aver rilasciato un’intervista all’Adnkronos nella quale si era appellato alla premier Meloni chiedendo sostegno «affinché la sovranità popolare potesse essere rispettata» in Venezuela.

Chi è Americo De Grazia

Americo De Grazia è stato sindaco di Piar, nello stato di Bolívar, per due mandati, oltre che parlamentare dell’Assemblea nazionale del Venezuela eletto nelle fila del partito dell’Unità Nazionale. Durante la crisi presidenziale del 2019 ha sostenuto Juan Guaidó, vedendosi revocata l’immunità parlamentare in quanto ritenuto oppositore del regime. A seguito di ciò, ha cercato e ottenuto protezione presso l’Ambasciata d’Italia a Caracas e, successivamente, è riuscito a fuggire dal Venezuela. Tornato nel Paese, è stato arrestato ad agosto 2024 quando Maduro represse con la forza le proteste per i brogli alle elezioni presidenziali.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale

La presenza della Russia alla prossima Biennale di Venezia, già motivo di un aspro sconto a distanza tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, ha portato anche alla mobilitazione delle cancellerie europee. I ministri della Cultura e degli Esteri di ben 22 Paesi hanno infatti sottoscritto una lettera per invitare la dirigenza della Biennale a «riconsiderare la partecipazione» della Federazione Russa perché «inaccettabile nelle attuali circostanze». La lettera, sottoscritta da ministri di 20 Paesi Ue più Ucraina e Norvegia, non porta in calce la firma di un membro del governo italiano. Ma Giuli, titolare del MiC, anche il 10 marzo ha ribadito la netta contrarietà dell’esecutivo alla presenza della Russia, decisa in autonomia dal cda della Fondazione Biennale.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale
Alessandro Giuli (Ansa).

La lettera alla dirigenza della Biennale

«Da oltre un secolo la Biennale di Venezia si distingue come una delle più prestigiose espressioni di libertà artistica al mondo. Guidati dal nostro comune impegno nei confronti dei nostri comuni valori europei – libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto della dignità umana – i nostri Paesi e i nostri artisti partecipano da tempo alla Biennale in uno spirito di scambio culturale e di rispetto reciproco», si legge nella lettera. La Russia, viene sottolineato, «rimane soggetta a sanzioni europee e internazionali» per l’invasione dell’Ucraina e, pertanto, «concedere una prestigiosa piattaforma culturale internazionale» come la Biennale «invia un segnale profondamente inquietante». E poi: «Esprimiamo profonda preoccupazione per il rischio significativo di una strumentalizzazione da parte della Federazione Russa della sua partecipazione per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale in netto contrasto con la realtà della guerra in corso. Rileviamo inoltre la natura politica del progetto associato al padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati all’élite politica russa. Questi collegamenti sollevano seri interrogativi sul rischio che la diplomazia culturale statale venga presentata sotto le mentite spoglie di uno scambio artistico». La lettera stata è firmata dal ministro degli Esteri tedesco, dai ministri della Cultura di Austria, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Norvegia, Grecia, Polonia, Portogallo Irlanda, Romania, Lettonia, Spagna, Lituania, Svezia, Lussemburgo e Ucraina, Per il Belgio hanno firmato tre ministri.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa).

Si sta muovendo anche l’Unione europea

Anche l’Ue ha condannato la presenza della Russia, dicendosi pronta – tramite la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef – a esaminare «ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione della sovvenzione in corso alla Fondazione Biennale».

L’Iran sta posizionando mine nello Stretto di Hormuz

L’Iran starebbe minando lo Stretto di Hormuz, punto dal quale transita circa un quinto di tutto il greggio globale, con l’obiettivo di bloccarlo completamente. Lo riferiscono alla Cnn fonti vicine all’intelligence Usa. Negli ultimi giorni, sarebbero state posizionate alcune decine di mine ma presto potrebbero diventare centinaia. Lo Stretto ora è di fatto controllato dalle Guardie della Rivoluzione che sono ancora in grado di schierare lungo il passaggio navi cariche di esplosivo, imbarcazioni posamine e batterie missilistiche da terra. Intanto mercoledì mattina è stata colpita una nave cargo che si trovava a 11 miglia nautiche dall’Oman, costringendo l’equipaggio a evacuare. Lo ha reso noto l’Agenzia marittima britannica per le operazioni commerciali (Ukmto).

LEGGI ANCHE: Guerra all’Iran, perché l’Europa paga il prezzo più alto

Trump minaccia conseguenze «mai viste prima»

Su Truth, Donald Trump ha messo in guardia l’Iran: le mine collocate nello Stretto devono essere rimosse immediatamente. Se ciò non accadesse, ha continuato il presidente Usa, l’Iran dovrà affrontare conseguenze «a un livello mai visto prima». Al contrario, se Teheran le rimuovesse, «sarebbe un enorme passo nella giusta direzione».

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha poi aggiunto su X che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «sta eliminando le imbarcazioni posamine inattive nello Stretto di Hormuz distruggendole con precisione implacabile. Non permetteremo ai terroristi di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz». Sempre martedì l’esercito Usa ha reso noto di aver eliminato alcune navi della Marina iraniana comprese 16 posamine nelle vicinanze dello Stretto.

Netanyahu gioca a freccette con le facce dei leader nemici uccisi

Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza. Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. Sono i tre bersagli centrati con una serie di freccette da Benjamin Netanyahu in un video postato su X dal suo consigliere Topaz Luk. In cui non si può notare un particolare: le freccette sono contrassegnate da due bandiere, quelle statunitense e britannica. Se per gli Usa di Donald Trump la guerra è un videogioco, per il primo ministro di Israele a quanto pare è una partita a freccette.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania

L’Europa ha aumentato le sue importazioni di armi del 210 per cento tra il 2021 e il 2025, diventando il maggiore compratore mondiale. Il legame con la guerra in Ucraina è evidente, visto che è proprio Kyiv il maggiore acquirente su scala internazionale, mentre gli Stati Uniti, che fino all’avvento di Donald Trump erano stati i più generosi supporter dell’ex repubblica sovietica nel conflitto con la Russia, hanno consolidato la loro posizione di principale esportatore. Questi sono i risultati principali del rapporto annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), che ha evidenziato come i trasferimenti globali di armamenti siano aumentati del 9,2 per cento tra il 2021 e il 2025 rispetto allo stesso periodo dal 2016 al 2020. Una delle novità più importanti riguarda la Germania, diventata il quarto esportatore al mondo, superando la Cina e dietro Francia e Russia. L’industria bellica tedesca ha saputo reagire in maniera rapida alla guerra in Ucraina grazie alla flessibilità di colossi come Rheinmetall, accompagnando la tendenza al riarmo nelle capitali europee voluta con fermezza dalle élite politiche continentali.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Il logo Rheinmetall (Ansa).

La guerra in Medio Oriente darà nuovo impulso ai produttori

Secondo il Sipri il conflitto fra Kyiv e Mosca ha provocato la reazione dei Paesi europei, che stanno acquistando ancora più armi di quanto avessero già pianificato prima del 2022. E a questo si aggiunge la preoccupazione per gli sviluppi in altre parti del mondo, con l’incertezza sulla misura in cui gli Usa difenderebbero i loro partner della Nato in caso di crisi allargata. Complessivamente, il 32 per cento di tutte le forniture di armi è andato agli Stati europei e, secondo gli analisti svedesi, è improbabile che la situazione cambi, visto che comunque l’acquisto di armi a stelle e strisce contribuisce a rafforzare le relazioni transatlantiche a lungo termine. Le crescenti tensioni internazionali e l’attuale guerra in Medio Oriente aumenteranno ulteriormente la domanda di armi, con nuovo slancio per i produttori.

Le quotazioni in Borsa a Francoforte: da Gabler a Vincorion

La Germania, con il cancelliere Friedrich Merz che ha più volte ripetuto di voler allestire entro il 2030 il più forte esercito convenzionale in Europa, Rheinmetall rappresenta solo la punta di un iceberg la cui base si sta facendo sempre più larga. E Armin Pappenberg, il ceo del gigante di Düsseldorf che ha già pronosticato in maniera interessata che la guerra in Ucraina non finirà quest’anno, sta facendo scuola. All’inizio di questa settimana il Gruppo Gabler, fornitore di equipaggiamenti per sottomarini, è entrato in Borsa a Francoforte, settima azienda del settore della difesa a essere quotata, dopo Rheinmetall, Hensoldt, Renk, Airbus, Knds e Thyssenkrupp Marine Systems. Si tratta in realtà di una piccola società, attualmente valutata circa 266 milioni di euro, le cui azioni emesse a 44 euro sono salite del 10 per cento al primo giorno di contrattazioni. Secondo la società di consulenza Ey si prevedono altre entrate sulla piazza di Francoforte nei prossimi mesi, tra cui quella di Vincorion, azienda che fornisce soluzioni per i sistemi di alimentazione di carri armati e aerei. L’offerta pubblica iniziale (Ipo) è prevista prima di Pasqua e secondo fonti interne è valutata oltre 1 miliardo di euro.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Armin Papperger (foto Ansa).

Merz si è allineato con Trump e Netanyahu

Berlino continua inoltre a esportare armi verso Israele, dopo lo stop parziale dello scorso anno che era durato un paio di mesi; la ripresa delle forniture era stata già criticata da Amnesty International, che aveva evidenziato come il traffico continuasse a violare il diritto internazionale, dato che secondo l’organizzazione umanitaria la comunità mondiale, e quindi anche il governo di Merz, ha l’obbligo legale di impedire il genocidio nella Striscia di Gaza e deve adottare misure per porvi fine. Il cancelliere tedesco però pare essere sordo agli appelli di Amnesty e con l’avvio della nuova guerra in Medio Oriente, come ha dimostrato la sua ultima visita alla Casa Bianca, si è messo in linea con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dando poco peso alle questioni del diritto internazionale e la precedenza invece alla legge del più forte. Facendo così l’ennesimo favore a Papperger e ai piccoli Lords of War che in Germania si stanno moltiplicando.  

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Friedrich Merz stinge la mano a Donald Trump (foto Ansa).

L’Iran minaccia gli Stati Uniti: «Attenti a non essere eliminati»

«Il popolo iraniano non teme le vostre minacce vuote. Nemmeno il più grande tra voi è riuscito a cancellarlo. Fate attenzione a non essere voi a scomparire». Lo ha scritto su X Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, condividendo un post pubblicato da Donald Trump su Truth, in cui il presidente Usa ha minacciato l’Iran di attacchi più duri in caso di blocco del flusso di petrolio dallo Stretto di Hormuz.

Cosa aveva scritto Trump su Truth

«Se l’Iran facesse qualcosa per fermare il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, verrebbe colpito dagli Stati Uniti d’America VENTI VOLTE PIÙ FORTE di quanto non sia stato colpito finora. Inoltre, elimineremmo obiettivi facilmente distruggibili, così da rendere virtualmente impossibile per l’Iran ricostruirsi, come nazione, di nuovo: morte, fuoco e furia regnerebbero su di loro. Ma spero, e prego, che ciò non accada!», ha scritto Trump su Truth: «Questo è un regalo degli Stati Uniti alla Cina e a tutte quelle nazioni che sfruttano intensamente lo Stretto di Hormuz. Spero che il gesto sarà molto apprezzato».

L’Iran ha “invitato” le calciatrici della Nazionale a rientrare in patria

La Procura generale iraniana ha invitato le giocatrici della Nazionale femminile di calcio che hanno disputato la Coppa d’Asia in Australia a tornare in patria. «Alcune componenti di questa squadra, involontariamente ed emotivamente eccitate dalla cospirazione e dalle malefatte del nemico, si sono comportate in un modo che ha provocato la gioia delirante dei leader criminali della guerra imposta dagli americani e dai sionisti», si legge in una nota. Sono cinque le calciatrici che hanno chiesto e ottenuto asilo dalle autorità di Canberra: temevano di subire persecuzioni in patria per non aver cantato l’inno nazionale prima della partita d’esordio nel torneo.

Cosa era successo

Prima dell’esordio contro la Corea del Sud, le giocatrici erano rimaste in silenzio durante l’inno nazionale iraniano: il gesto era stato interpretato come solidarietà alle proteste scoppiate in Iran e alle vittime della repressione del regime. E, di conseguenza, come un implicito appoggio all’operazione Epic Fury. Poi, contro le padrone di casa dell’Australia, ci avevano “ripensato”, cantando l’inno con tanto di saluto militare. Stessa cosa prima del match contro le Filippine, ultimo per l’Iran (eliminato) in Coppa d’Asia. Più che un ripensamento, un obbligo: le calciatrici avevano infatti ricevuto minacce dal regime, tanto da chiedere aiuto dal pullman in partenza dallo stadio. Poi la fuga dall’hotel e la richiesta d’asilo. Sulla questione è persino intervenuto Donald Trump: il presidente Usa prima ha scritto su Truth che l’Australia avrebbe commesso «un terribile errore umanitario», se non avesse concesso asilo alle calciatrici iraniane, aggiungendo che in tal caso lo avrebbero fatto gli Stati Uniti. Poi si è complimentato col premier australiano Anthony Albanese per aver affrontato nel modo giusto la situazione.

Perché la guerra di Trump all’Iran rischia di essere un assist per Kim

L’espansione della guerra in Medio Oriente – e la minaccia esistenziale al regime di Teheran – stanno probabilmente rafforzando la decisione di Kim Jong-un di dotare la Corea del Nord di un arsenale nucleare, considerato dal leader supremo l’unica via per la deterrenza e, dunque, per la sopravvivenza stessa del regime di Pyongyang. È quanto si legge in un’analisi del Guardian, in viene anche evidenziato che stanno aumentando le speculazioni su un possibile incontro tra Kim e Donald Trump entro fine mese.

Perché la guerra di Trump all’Iran rischia di essere un assist per Kim
Donald Trump e Kim Jong-un (Imagoeconomica).

La Corea del Nord prosegue i test dei suoi missili

«Kim deve aver pensato che l’Iran sia stato attaccato in quel modo perché non aveva armi nucleari», ha affermato Song Seong-jong, professore all’Università di Daejeon ed ex funzionario del ministero della Difesa della Corea del Sud, dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente. Di sicuro, la decisione di dare enorme importanza alla deterrenza nucleare (e di stringere un’alleanza con Russia e Cina) finora ha garantito a Kim di evitare la sorte degli ex leader di Iraq, Libia, Venezuela e appunto Iran. La scorsa settimana, dopo il lancio di un missile dal cacciatorpediniere Choe Hyon – la più grande nave da guerra della flotta nordcoreana – Kim ha affermato che l’armamento con ordigni nucleari «sta facendo progressi soddisfacenti».

Le stime sull’arsenale nucleare di Pyongyang

Pyongyang è impegnata da decenni anni in un programma nucleare (il primo test risale al 2006) e sta continuando a sviluppare tecnologia balistica avanzata nonostante le sanzioni internazionali: a settembre del 2024 la KCNA, ossia l’agenzia di stampa nazionale, ha pubblicato per la prima volta foto di Kim in visita ad un sito di arricchimento dell’uranio. Secondo un rapporto pubblicato nel 2025 dallo Stockholm International Peace Research Institute, la Corea del Nord ha assemblato circa 50 testate e possiede abbastanza materiale fissile per produrne fino a 40 in più. Restano dubbi sulle effettive dimensioni dell’arsenale di Pyongyang e sulla sua capacità di combinare una testata nucleare miniaturizzata con un missile a lungo raggio teoricamente in grado di colpire gli Stati Uniti. Ma Washington non dorme sonni tranquilli.

Perché la guerra di Trump all’Iran rischia di essere un assist per Kim
Donald Trump (Imagoeconomica).

Possibile la ripresa dei colloqui sul nuclerare: le condizioni

Tornando alla guerra contro l’Iran, Pyongyang – tramite il ministero degli Esteri – ha definito l’operazione Epic Fury come un «atto illegale di aggressione» che ha messo a nudo gli istinti «egemonici e canaglia» degli Stati Uniti, senza però arrivare a “condannare” esplicitamente Trump, mai nominato. Questo lascia la porta aperta a una potenziale ripresa dei colloqui sul nucleare, a condizione che Washington abbandoni la richiesta che Pyongyang rinunci alle sue armi nucleari e accetti la Corea del Nord come uno stato nucleare legittimo.

Nuova ondata di attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo, missili su una base Usa in Iraq

Nuova ondata di attacchi dell’Iran contro i Paesi del Golfo: le sirene di allarme missilistico hanno suonato nelle prime ore del mattino a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Kuwait. «Le difese stanno attualmente rispondendo alle minacce di missili e droni provenienti dall’Iran», ha scritto su X il ministero della Difesa di Riad. Distrutti due droni nella regione orientale degli Emirati, ricca di petrolio. Il Kuwait ha invece abbattuto sei velivoli senza pilota partiti dall’Iran. Un morto e diversi feriti in una zona residenziale di Manama, in Bahrein. I Guardiani della rivoluzione hanno poi annunciato di aver colpito la base aerea americana di Al-Harir, nel Kurdistan iracheno, verso la quale erano stati indirizzati cinque missili.

I Pasdaran: «Siamo noi a decidere la fine della guerra»

Dopo le dichiarazioni di Donald Trump, che nella prima conferenza stampa dall’inizio del conflitto aveva parlato di una guerra che «finirà molto presto», sono arrivate le risposte del governo di Teheran e dei Guardiani della rivoluzione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto all’emittente statunitense PBS News che l’Iran è pronto a continuare gli attacchi missilistici e che i negoziati con gli Stati Uniti non sono più all’ordine del giorno. Così i Pasdaran: «Siamo noi a decidere la fine della guerra. Lo stato futuro della regione è ora nelle mani delle nostre forze armate. Non saranno gli americani a porre fine alla guerra». Intanto gli Usa e Israele continuano a martellare Teheran, in Iran: come riporta Al Jazeera almeno 40 civili sarebbero stati uccisi nei raid aerei effettuati nella notte, che hanno colpito zone residenziali della città.

Nuova ondata di attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo, missili su una base Usa in Iraq
Abbas Araghchi (Ansa).

Schierato in Turchia il sistema di difesa missilistico Patriot

Dopo che il 9 marzo un missile iraniano è stato intercettato dai sistemi di difesa aerea Nato mentre era diretto sullo spazio aereo turco, il sistema di difesa missilistico Patriot è stato montato ed è ora operativo nella base dell’Alleanza atlantica di Malatya, nel sud del Paese. Lo ha annunciato il ministero della Difesa turco. Un primo missile di Teheran (forse diretto a Cipro) era stato intercettato il 4 marzo, sempre nella zona meridionale della Turchia. Ankara non ha concesso l’utilizzo del proprio spazio aereo e delle basi per operazioni militari Usa.

Cinque calciatrici della Nazionale iraniana hanno chiesto asilo in Australia

Cinque calciatrici della Nazionale femminile dell’Iran hanno lasciato l’hotel in cui la squadra alloggiava a sud di Brisbane per la Coppa d’Asia e hanno chiesto asilo all’Australia. Secondo quanto riportato da Iran International, le atlete si trovano in un luogo sicuro, probabilmente a Canberra. La decisione è arrivata dopo le minacce ricevute per aver rifiutato di cantare l’inno nazionale prima dell’esordio nel torneo, gesto che era stato interpretato come solidarietà alle proteste scoppiate in Iran e alle vittime della repressione del regime.

Il silenzio durante l’inno e il “ripensamento”

Prima dell’esordio contro la Corea del Sud, le giocatrici erano rimaste in silenzio durante l’inno nazionale iraniano. Poi, contro la padrone di casa dell’Australia, avevano cantato l’inno e persino fatto il saluto militare. Stessa cosa prima del match contro le Filippine, ultimo per l’Iran (eliminato) in Coppa d’Asia. Più che un ripensamento, un obbligo. Alcune fonti hanno riferito a CNN Sports che le giocatrici sono state costretti a cantare l’inno prima della loro seconda partita: le calciatrici e le loro famiglie avrebbero ricevuto delle minacce dal regime.

Le presunte richieste di aiuto dal pullman

Dopo la sconfitta nell’ultima partita, alcuni tifosi iraniani si sono accalcati attorno al pullman della squadra, gridando alla polizia di salvare mentre il mezzo allontanava, dopo aver visto presunti segnali di richiesta di aiuto da parte di alcune calciatrici, almeno tre. «La sicurezza della nazionale femminile dell’Iran sono una priorità e pertanto restiamo in stretto contatto con l’AFC e le autorità australiane competenti, tra cui Football Australia, in relazione alla situazione della squadra», ha affermato un portavoce della FIFA.

I complimenti di Trump al governo australiano

Sulla questione è persino intervenuto Donald Trump. Il presidente Usa prima ha scritto su Truth che l’Australia avrebbe commesso «un terribile errore umanitario», se non avesse concesso asilo alle calciatrici iraniane, aggiungendo che in tal caso lo avrebbero fatto gli Stati Uniti. Poi ha spiegato di aver parlato col premier australiano Anthony Albanese, che «si sta già occupando» dell’asilo delle cinque calciatrici: «Ottimo lavoro». Poi, ha spiegato Trump, sarà il turno delle altre, anche se «alcune sentono di dover tornare indietro perché preoccupate per la sicurezza delle loro famiglie, viste le minacce ai familiari se non dovessero fare ritorno».

Il piano di Eric e Donald Trump Jr per accedere con i droni alle commesse del Pentagono

Eric e Donald Trump Jr., figli del presidente americano Donald, stanno finanziando una nuova azienda produttrice di droni che punta a soddisfare la nuova domanda del Pentagono, emersa dalla guerra contro l’Iran. Lo riportano il Wall Street Journal e la Reuters, fornendo i dettagli dell’operazione, che punta a colmare le carenze dovute al divieto imposto dall’Amministrazione Usa di importare droni cinesi negli Stati Uniti.

Il piano di Eric e Donald Trump Jr per accedere con i droni alle commesse del Pentagono
Eric Trump (Ansa).

La fusione e il coinvolgimento dei fratelli Trump

Aureus Greenway, holding che si occupa della proprietà e della gestione di golf club, si fonderà con Powerus, azienda con sede a West Palm Beach che produce droni. La fusione porterà la compagnia hi-tech, fondata nel 2025, a essere quotata al Nasdaq nei prossimi mesi. Tra i principali finanziatori dell’accordo figurano American Ventures, la società di componenti per droni Unusual Machines, di cui Donald Trump Jr. è azionista e membro del consiglio consultivo, e il Korea Corporate Governance Improvement Fund, che ha impegnato un investimento di 50 milioni di dollari. Anche Dominari Securities, banca d’investimento legata ai fratelli Trump (detengono entrambi il 6 per cento), già coinvolta nelle operazioni della famiglia nel settore delle criptovalute, partecipa all’operazione. Questa operazione rappresenta solo l’ultima di una serie di investimenti dei figli di Donald Trump nel settore. Eric ha per esempio di recente investito nel produttore israeliano di droni Xtend, come parte di un accordo da 1,5 miliardi di dollari per quotare la società attraverso una fusione con JFB Construction Holdings, che ha sede in Florida.

Il piano di Eric e Donald Trump Jr per accedere con i droni alle commesse del Pentagono
Donald Trump Jr (Ansa).

Powerus costruirà droni con tecnologia ucraina

Powerus, fondata da Andrew Fox, produce droni in grado di trasportare fino a 675 chilogrammi. L’azienda offre anche servizi per trasformare imbarcazioni con equipaggio esistenti in natanti gestiti a distanza o completamente autonomi. Fox dovrebbe ricoprire il ruolo di amministratore delegato e presidente della società risultante dalla fusione, come si legge in un documento depositato alla SEC da Aureus Greenway. La “nuova” Powerus intende acquisire tecnologia ucraina per i droni, da vendere poi all’esercito statunitense accedendo alle ricche commesse del Pentagono: impossibile non notare un enorme conflitto di interessi per la presenza tra gli azionisti dei fratelli Trump. Powerus ha dichiarato di puntare a produrre oltre 10 mila droni al mese.