Re Carlo III ha tenuto il tradizionale King’s Speech al Parlamento britannico a Londra, illustrando il programma legislativo del governo davanti ai parlamentari. Il discorso segna l’inizio del nuovo anno parlamentare e serve a rendere note le priorità politiche, le riforme e le nuove proposte di legge che l’esecutivo intende presentare nei mesi successivi. Il sovrano lo legge con tono neutro, per evitare qualsiasi apparente sostegno al suo contenuto.
Una legge per rafforzare i rapporti con l’Ue
«Un mondo sempre più pericoloso e volatile minaccia il Regno Unito, di cui il conflitto in Medio Oriente è solo l’esempio più recente. Ogni elemento dell’energia, della difesa e della sicurezza economica della nazione sarà messo alla prova», ha evidenziato Re Carlo, garantendo a nome del premier Keir Starmer che «il governo risponderà a questo mondo con forza e mira a creare un Paese che sia giusto per tutti». «I miei ministri», ha continuato, «introdurranno una legislazione per sfruttare le nuove opportunità commerciali, tra cui un disegno di legge per rafforzare i legami con l’Unione europea». E ancora: «Il mio governo sosterrà anche la sicurezza economica delle imprese britanniche. Sarà introdotta una legislazione per affrontare i ritardi di pagamento e ridurre l’onere di una regolamentazione inutile attraverso l’innovazione».
Il sostegno all’Ucraina e l’impegno nei confronti della Nato
Per quanto riguarda la politica estera, il governo «continuerà il suo inflessibile sostegno al popolo coraggioso dell’Ucraina, che combatte in prima linea, e cercherà di migliorare le relazioni con i partner europei come un passo fondamentale per rafforzare la sicurezza europea». L’esecutivo «continuerà poi a promuovere la pace a lungo termine in Medio Oriente e la soluzione a due Stati, Israele e Palestina». Riguardo alla Nato, il sovrano inglese ha confermato l’impegno totale della Gran Bretagna, annunciando un incremento delle risorse militari: «Il mio governo sosterrà anche l’impegno indissolubile del Regno Unito nei confronti della Nato e dei nostri alleati nell’Alleanza, anche attraverso un aumento sostenuto delle spese per la difesa».
Il governo di Keir Starmer, leader laburista sempre più sulla graticola, continua a perdere pezzi. Dopo i passi indietro delle ministre Miatta Fahnbulleh, Jess Phillips e Alex Davies-Jones, anche il sottosegretario alla Sanità Zubir Ahmed ha rimesso il mandato nelle mani del premier britannico. «è chiaro, dagli ultimi giorni, che l’opinione pubblica in tutto il Regno Unito ha ormai perso irrimediabilmente la fiducia» in Starmer come primo ministro. L’inquilino di Downing Street continua a respingere l’ipotesi di dimissioni, ma la fronda all’interno del Labour si sta allargando e girano già alcuni nomi per la sua successione.
After reflection, I have tendered my resignation as a health minister to the Prime Minister. Country first. Always pic.twitter.com/Wl3OoMyXZU
In pole c’è Streeting, attuale ministro della Sanità
Tra i favoriti come prossimo premier britannico c’è il 43enne Wes Streeting, attuale ministro della Sanità. Omosessuale e sopravvissuto a un cancro ai reni, a differenza di Starmer è considerato un ottimo comunicatore e, da ministro, ha implementato varie misure per rilanciare il Servizio sanitario nazionale, dopo anni di tagli al bilancio. Ha due handicap: è molto vicino a Peter Mandelson, l’ex ambasciatore negli Usa coinvolto nello scandalo Epstein e viene identificato con la corrente blairiana del Labour (l’immagine dell’ex premier Tony Blair è stata sporcata dal legame con Donald Trump). C’è chi sostiene ci sia Streeting dietro la rivolta laburista, orchestrata per battere sul tempo il suo principale rivale, ovvero Andy Burnham.
Piace il “re del Nord” Burnham, ma non è parlamentare
Membro dell’ala sinistra del partito e sindaco della Greater Manchester, il 56enne Burnham è attualmente il politico britannico più popolare, al punto da essere stato soprannominato “Re del Nord”. Ritenuto in grado di attrarre anche elettori extra-Labour e dato come favorito dai bookmakers, ha però di fronte uno scoglio enorme: non ha un seggio in parlamento, requisito necessario nel Regno Unito per poter ricoprire la carica di primo ministro. Potrebbe tornare a Westminster (è stato parlamentare dal 2001 al 2017) se vincesse il seggio abbandonato da qualche collega laburista. Ma servirebbe tempo e questo gioca a suo sfavore.
In lizza pure Angela “la Rossa”, ex ministra dell’Edilizia abitativa
Detta “la Rossa”, per il colore dei capelli e le idee politiche, la 46enne Angela Rayner ha ricoperto la carica di vicepremier e ministra dell’Edilizia abitativa fino a settembre 2025, quando si è dimessa dopo aver ammesso di non aver pagato tutte le tasse dovute per l’acquisto di un appartamento. L’inchiesta è ancora in corso, ma l’ombra di un’evasione fiscale è un handicap non di poco conto per Rayner, che in virtù delle sue umili origini sarebbe una candidata gradita alle classi deboli che stanno disertando il Labour per votare i populisti di Reform UK di Nigel Farage.
Keir Starmer (Ansa).
Gli altri nomi, dall’ex leader laburista Miliband alla ministra degli Esteri Cooper
Girano poi altri nomi, che secondo i bookmakers hanno meno possibilità di succedere a Starmer. È riemerso il nome di Ed Miliband, ministro dell’Ambiente che ha guidato i laburisti dal 2010 al 2015: una figura di esperienza, che però non brillo a capo del partito, perdendo nettamente le elezioni del 2015 vinte dal premier conservatore uscente David Cameron. Tra i nomi menzionati ci sono anche altri membri dell’attuale governo, come il ministro della Difesa John Healey e quello delle Forze Armate Al Carns, la ministra degli Esteri Yvette Cooper e la titolare dell’Interno Shabana Mahmood. In lizza pure l’ex segretaria di Stato Catherine West, che ha minacciato di indire elezioni interne per sostituire Starmer.
L’Iran ha minacciato esplicitamente di puntare alla bomba atomica se gli Stati Uniti dovessero riprendere gli attacchi. «Una delle opzioni in caso di nuovo attacco potrebbe essere l’arricchimento dell’uranio al 90 per cento», livello idoneo per l’arma nucleare. «Ne discuteremo in Parlamento», ha detto il portavoce della commissione per la Sicurezza nazionale Ebrahim Rezaei. Mentre prosegue lo stallo sul fronte diplomatico, Donald Trump incontra i vertici delle forze armate per valutare la ripresa dei raid.
Trump attacca i media: «Chi dice che l’Iran sta vincendo è un traditore»
Il tycoon è anche tornato ad attaccare i media in merito al racconto del conflitto: «Quando le fake news affermano che il nemico iraniano sta avendo la meglio, militarmente, contro di noi, si tratta di un atto di virtuale tradimento, data l’assoluta falsità — e persino l’assurdità — di tale dichiarazione», ha scritto in duro post su Truth in cui accusa quei media di «favorire e spalleggiare il nemico». E ancora: «Tutto ciò che ottengono è infondere nell’Iran una falsa speranza, laddove non dovrebbe essercene alcuna. Si tratta di codardi americani che fanno il tifo contro il nostro Paese».
Keir Starmer tiene duro, ma la sua leadership è sempre più in bilico dopo la disfatta delle elezioni locali. Nel giro di poche ore si sono dimesse tre ministre del suo governo, in quella che appare come una vera e propria rivolta interna al Labour: Miatta Fahnbulleh (Comunità), Jess Phillips (Tutela dei minori) e Alex Davies-Jones (Vittime e contrasto alla violenza contro le donne). Non tre dicasteri di primo piano, ma tant’è: l’attuale premier è sempre più sulla graticola.
Le lettere di dimissioni delle tre ministre
La prima ad aver fatto un passo indietro è stata Fahnbulleh. «Lei ha perso fiducia e stima della gente», ha scritto nella lettera di dimissioni rivolgendosi direttamente a Starmer. Fahnbulleh ha dichiarato esplicitamente di essere pronta a sostenere come nuovo premier una figura più progressista come Andy Burnham, popolare sindaco di Manchester, laddove gli fosse consentito il ritorno in Parlamento attraverso un’elezione suppletiva.
This morning I sent my letter of resignation to the Prime Minister.
I urge the Prime Minister to do the right thing for the country and the Party and set a timetable for an orderly transition. pic.twitter.com/u5UArjv7uR
«Ciò che conta sono gli atti, non le parole», ha scritto Phillips – seconda a lasciare – nella sua lettera di dimissioni indirizzata a primo ministro, affermando d’aver perso fiducia in Starmer, come decine di deputati laburisti che invocano un suo passo indietro. Phillips nel 2020 si era candidata (senza fortuna) come leader del partito.
Jess Phillips quits – this is a significant resignation – not least because she is a close ally of Wes Streeting https://t.co/Z0toSJntKB
Davies-Jones ha invece scritto: «Il Paese ha parlato e noi dobbiamo ascoltare. Ora è il tempo di azioni coraggiose e radicali. So che sei un uomo buono e onesto, ma ti prego di agire nell’interesse del Paese e di mettere in agenda la tua uscita di scena».
It is with a very heavy heart that I have offered my resignation to the Prime Minister. pic.twitter.com/yJQfUfs11d
— Alex Davies-Jones MP (@AlexDaviesJones) May 12, 2026
Starmer: «Intendo continuare a governare»
«Intendo continuare a governare», aveva dichiarato Starmer prima di queste tre dimissioni, ribadendo di non volersi arrendere alla rivolta interna che monta nel Labour e aggrappandosi al «mandato popolare» ricevuto alle Politiche del 2024: «Mi assumo la responsabilità per i risultati delle elezioni, ma anche la responsabilità di realizzare il cambiamento che abbiamo promesso». Oltre 100 parlamentari laburisti hanno firmato una lettera in cui affermano che «non è il momento per una competizione per la leadership». Sarebbero invece 88 quelli a favore delle dimissioni di Starmer.
L’Albania non estenderà l’accordo sull’immigrazione con l’Italia oltre il 2030. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, spiegando che entro quella data l’Albania conta di essere membro dell’Unione europea e, dunque, non sarà più territorio extraterritoriale rispetto all’Ue. «Tutti hanno fatto lo stesso calcolo», ha aggiunto Hoxha riferendosi alla scadenza dell’intesa Roma-Tirana.
Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha (Imagoeconomica).
La Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato una legge per istituire un tribunale militare speciale incaricato di processare i 300 presunti terroristi palestinesi accusati di aver commesso atrocità il 7 ottobre 2023, con 93 voti a favore e nessuno contrario. In base al provvedimento, il tribunale potrà accusare gli aggressori di tutti i reati pertinenti, tra cui il genocidio. Coloro che venissero condannati per genocidio rischierebbero la pena di morte. La legge stabilisce inoltre che chiunque sia sospettato, accusato o condannato per i crimini del 7 ottobre non può essere rilasciato tramite accordi di liberazione dei detenuti. Tuttavia, l’attuazione del testo potrebbe essere ritardata da disaccordi tra i ministeri della Difesa e delle Finanze in merito ai costi previsti per l’istituzione del tribunale speciale.
Il ministro della Giustizia: «Uno dei momenti più importanti»
La legge è stata presentata congiuntamente dal deputato del partito Sionismo Religioso Simcha Rothman,della coalizione di governo e dalla deputata di Yisrael Beytenu Yulia Malinovsky dell’opposizione. Il ministro della Giustizia Yariv Levin ha definito l’approvazione della legge «uno dei momenti più importanti dell’attuale Knesset». «Si percepisce che stiamo facendo la cosa giusta trovando un modo per unirci in questo momento, anche se siamo alla vigilia delle elezioni e nonostante tutti i disaccordi esistenti», ha aggiunto.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha invitato 17 dirigenti di grandi aziende americane ad accompagnarlo nel suo viaggio in Cina dove incontrerà il suo omologo cinese Xi Jinping e in cui spera di sbloccare una serie di accordi commerciali. Nella lista diffusa dalla Casa Bianca figurano rappresentanti di importanti realtà finanziarie, tecnologiche e aerospaziali tra cui Elon Musk (Tesla), Tim Cook (Apple), Kelly Ortberg (Boeing), David Solomon (Goldman Sachs), Stephen Schwarzman (Blackstone), Larry Fink (BlackRock), Jane Fraser (Citigroup), Dina Powell McCormick (Meta Platforms), Larry Culp (General Electric), Brian Sikes (Cargill), Chuck Robbins (Cisco Systems), Sanjay Mehrotra (Micron Technology), Cristiano Amon (Qualcomm), Ryan McInerney (Visa), Michael Miebach (Mastercard), Jacob Thaysen (Illumina) e Jim Anderson (Coherent). Un portavoce di Cisco ha detto alla Cnbc che l’ad Chuck Robbins era stato invitato dalla Casa Bianca a partecipare al viaggio ma non potrà essere presente a causa di altri impegni.
I grandi assenti
Secondo una fonte a conoscenza dei fatti, il gruppo non includerà Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, l’azienda di maggior valore al mondo e produttrice dei chip avanzati che alimentano il boom globale dell’intelligenza artificiale. La sua esclusione rappresenta una potenziale battuta d’arresto per la società nel suo tentativo di esportare i suoi processori per l’AI in Cina. Anche General Motors, Disney e Alphabet sono gruppi con interessi significativi a Pechino i cui top manager, tuttavia, non figurano nell’elenco. Trump arriverà in Cina mercoledì 13 maggio e il vertice con Xi Jinping si terrà tra giovedì 14 e venerdì 15. È il primo presidente americano a visitare Pechino in quasi 10 anni. È stato anche l’ultimo, nel novembre 2017, quando fu accolto nella Città Proibita con i canonici colpi di cannone.
Il presidente americano Donald Trump sta incontrando in queste ore la sua squadra per la sicurezza nazionale e gli alti vertici delle forze armate Usa per discutere le future strategie per il conflitto con l’Iran, inclusa la possibilità di riprendere le azioni militari. Lo riferisce la Cnn, citando fonti informate. Il tycoon sarebbe irritato dalla continua chiusura dello Stretto di Hormuz, dal rifiuto di Teheran di fare concessioni significative a Washington e dalle divisioni interne alla leadership iraniana che ostacolano i colloqui sulla questione nucleare. I funzionari del Pentagono sono divisi sui prossimi passi. Alcuni sono favorevoli a una maggiore pressione militare, compresi attacchi mirati, mentre altri preferiscono ancora perseguire la via diplomatica.
Teheran: «Se Usa tornano ad attaccare un’opzione è arricchire l’uranio al 90 per cento»
Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale e la politica estera iraniana, ha affermato che l’Iran potrebbe arricchire l’uranio fino al 90 per cento di purezza se il Paese subisse un altro attacco. «Ne discuteremo in parlamento», ha scritto su X. Mentre le centrali nucleari utilizzano uranio arricchito al 3-5 per cento, le armi nucleari richiedono in genere un arricchimento del 90 per cento.
I ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno trovato un accordo politico per sanzionare esponenti dei coloni israeliani che attaccano le comunità palestinesi in Cisgiordania: l’Ungheria di Péter Magyar, appena subentrato a Viktor Orban, ha tolto il veto contro le misure, sulle quali era necessaria l’unanimità. Si parla di congelamento dei beni in Europa e di divieto di ingresso nell’Ue. L’intesa era stata preannunciata da Kaja Kallas, responsabile della politica estera dell’Ue, prima di una riunione dei ministri degli Esteri dei Ventisette. Adottati provvedimenti anche contro dirigenti di Hamas. Non è stata invece raggiunta l’intesa su eventuali dazi sui prodotti degli insediamenti illegali nei Territori occupati: manca ancora la necessaria maggioranza qualificata.
Tajani: «Importante passo avanti»
Le sanzioni che verranno comminate dall’Ue ad alcuni esponenti del movimento dei coloni che attaccano le comunità palestinesi in Cisgiordania sono «un importante passo avanti». Lo ha detto Antonio Tajani, aggiungendo che, per quanto riguarda gli aspetti commerciali, «arriverà una proposta della Commissione su possibili iniziative commerciali per sanzionare i coloni più violenti attraverso un blocco doganale dei loro prodotti».
EU Foreign Ministers just gave the go-ahead to sanction Israeli settlers over violence against Palestinians.
They also agreed new sanctions on leading Hamas figures.
It was high time we move from deadlock to delivery. Extremisms and violence carry consequences.
«L’estremismo e la violenza comportano delle conseguenze», ha scritto Kallas su X.
La reazione di Israele: «Decisione arbitraria»
«Israele respinge fermamente la decisione di imporre sanzioni a cittadini e organizzazioni israeliane. L’Ue ha scelto in modo arbitrario a causa delle sue opinioni politiche e senza alcun fondamento», ha scritto su X il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, definendo inoltre «oltraggioso» il «paragone che l’Ue ha scelto di fare tra cittadini israeliani e terroristi di Hamas, equivalenza morale completamente distorta». Ad aprile del 2024 erano stati sanzionati quattro coloni e due organizzazioni di estrema destra. In questo caso i coloni colpiti dovrebbero essere sette.
Israel firmly rejects the decision to impose sanctions on Israeli citizens and organizations.
The European Union has chosen, in an arbitrary and political manner, to impose sanctions on Israeli citizens and entities because of their political views and without any basis.…
— Gideon Sa'ar | גדעון סער (@gidonsaar) May 11, 2026
Le forze armate israeliane hanno condannato a 21 giorni di carcere il soldato che nel sud del Libano aveva profanato una statua della Madonna, mettendole una sigaretta in bocca. Il gesto, ripreso da un collega, era avvenuto nel villaggio di Debel e le immagini, venute alla luce e circolate sui social la settimana scorsa, avevano suscitato durissime polemiche. Anche perché, ancora prima, un soldato dell’Idf aveva profanato un crocifisso prendendolo a bastonare. Il militare che ha ripreso l’autore del vilipendio è stato condannato a 14 giorni di carcere.
Israeli soldier desecrating a Virgin Mary statue by placing a cigarette in its mouth in southern Lebanon. pic.twitter.com/tD1xiVCnQn
L’Idf aveva affermato che «la condotta del soldato si discosta completamente dai valori che ci si aspetta» dal personale dell’esercito di Tel Aviv, aggiungendo: «A seguito di una prima verifica, l’immagine in questione è stata scattata diverse settimane fa». Le forze armate israeliane avevano poi preannunciato eventuali «provvedimenti disciplinari nei confronti del soldato». Il militare protagonista del precedente episodio di vilipendio e il collega che lo aveva ripreso erano stati rimossi dal servizio operativo e condannati a 30 giorni di carcere.
La Germania sta vivendo la più profonda trasformazione militare dalla fine della Guerra fredda. Il conflitto in Ucraina ha ribaltato gli equilibri continentali e, sia con il governo passato di Olaf Scholz sia con quello attuale di Friedrich Merz, l’approccio tedesco è cambiato: dopo decenni di prudenza strategica, Berlino ha avviato una vasta riforma della Bundeswehr, cioè l’esercito, sotto il segno della Zeitenwende, la “svolta epocale” annunciata appunto da Scholz in seguito all’invasione russa del 2022. Merz, al governo dal 2025, ha assunto una postura ancora più aggressiva e si è posto l’obiettivo di creare entro il 2030 la più grande armata continentale: nella nuova strategia militare nazionale, resa nota alla fine di aprile, la Russia è considerata il nemico principale.
Friedrich Merz durante un’esercitazione delle forze armate tedesche (foto Ansa).
L’obiettivo: rafforzare la capacità difensiva entro il 2030
Al centro della nuova riforma della Bundeswehr ci sono tre obiettivi fondamentali: il riarmo, l’aumento del personale e l’accelerazione burocratica. Il volto di questa trasformazione è diventato il ministro della Difesa Boris Pistorius, che ha promosso una revisione strutturale dell’apparato militare, definendo le forze armate kriegstüchtig, cioè pronte a sostenere un conflitto ad alta intensità: l’obiettivo è rafforzare la capacità difensiva, anche in risposta alle richieste della Nato, prima del 2030, anno in cui secondo alcune analisi di intelligence occidentali potrebbe diventare possibile un attacco di Mosca a Berlino. Poco importa che nella realtà al Cremlino nessuno pensi davvero di marciare verso la Porta di Brandeburgo, che a questo ritmo si sposterebbe dal Donbass alla Sprea in circa un centinaio d’anni.
Il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius (foto Ansa).
Un terzo dei diciottenni maschi non ha risposto al questionario
I piani di Merz e Pistorius non paiono piacere nemmeno ai tedeschi stessi, visto che – secondo i sondaggi condotti in questi mesi – sostengono sì in astratto il rafforzamento della Bundeswehr, ma non mostrano certo entusiasmo nel scendere personalmente sul sentiero di guerra. L’ultimo dato rilevante in questa direzione è che circa un terzo dei diciottenni tedeschi maschi, chiamati a compilare il nuovo questionario sulla partecipazione al servizio di leva, non ha nemmeno risposto; mentre fra le ragazze, per le quali la partecipazione è volontaria, solo il tre per cento si è preso la briga di dare un segnale.
Il cancelliere Friedrich Merz con i soldati tedeschi (foto Ansa).
Dall’inizio del 2026 il questionario della Bundeswehr è il primo passo della nuova riforma del servizio militare tedesco. Tutti i diciottenni ricevono una lettera dal governo con un link o Qr code per compilare un modulo online, dove vengono chieste informazioni su salute, forma fisica, studi, patente, competenze tecniche e disponibilità a svolgere un periodo di servizio militare o civile. Chi lo ignora può ricevere richiami amministrativi e multe.
Si vuole portare il numero dei soldati attivi a circa 260 mila unità
In teoria il governo vuole portare il numero dei soldati attivi a circa 260 mila unità, ma l’impresa non è facile, proprio perché i giovani tedeschi non sono particolarmente convinti che riarmo e leva obbligatoria siano la strada giusta che la Germania deve percorrere: secondo uno studio YouGov, il 55 per cento dei giovani tra 16 e 26 anni è contrario a un servizio obbligatorio, mentre solo il 38 per cento è favorevole; un’altra ricerca per Ndr Info ha mostrato un quadro ancora più netto, per cui tra i 18-29enni solo il 29 per cento sostiene il ritorno della Wehrpflicht, la leva obbligatoria, contro il 61 per cento che la respinge apertamente. Anche Greenpeace Germania, in un’indagine del 2025 tra giovani dai 16 ai 25 anni, ha rilevato una forte opposizione: il 57 per cento rifiuta la reintroduzione della coscrizione e il 61 per cento considera la misura una minaccia ai diritti individuali.
Militari dell’esercito tedesco (foto Ansa).
Un cancelliere poco popolare va contro le nuove generazioni
A oltre tre anni dall’annuncio della Zeitenwende e dall’avvio della riforma della Bundeswehr, il bilancio a Berlino resta quindi ambiguo: la Germania ha aumentato drasticamente la spesa militare e ridefinito la propria strategia di sicurezza, ma la trasformazione concreta dell’esercito procede più lentamente delle ambizioni politiche. Merz, il cancelliere meno popolare della Germania riunificata, sta cercando di conciliare memoria storica, pressioni geopolitiche e nuove esigenze di difesa europea, andando però contro la grande maggioranza delle nuove generazioni. E rischiando spaccature interne che, unite ai molti problemi sul tappeto ancora irrisolti, mettono a rischio la stabilità del governo.
Mentre sta per concludersi l’evacuazione della MV Hondius e in Italia quattro persone sono finite in isolamento, restano otto i casi confermati di hantavirus, contratti o trasmessi a bordo della nave da crociera, prossima a ripartire dalle Canarie verso i Paesi Bassi. Ad essi se ne aggiungono due definiti «probabili» dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tre le vittime, sei i Paesi coinvolti.
Paesi Bassi
Tra le vittime ci sono due olandesi, marito e moglie. L’uomo, 70 anni, ha manifestato i sintomi il 6 aprile ed è poi deceduto l’11 aprile: la sua salma è stata recuperata durante la sosta a Sant’Elena della MV Hondius dal 22 al 24 aprile. Visto che non stato effettuato alcun test per l’hantavirus, l’Oms parla di caso probabile. A Sant’Elena erano sbarcati diversi passeggeri: tra essi anche la vedova 69enne dell’uomo, che in seguito ha preso un aereo per il Sudafrica, per poi salire il 25 aprile su un volo KLM da da Johannesburg ad Amsterdam. Ma è stata fatta sbarcare dall’aereo prima del decollo a causa delle sue condizioni di salute: positiva all’hantavirus, è morta poi in ospedale lo stesso giorno. Il terzo caso olandese, confermato, riguarda il medico di bordo della MV Honidus, che ha manifestato i sintomi il 30 aprile. Il 6 maggio è stato evacuato nei Paesi Bassi dopo la sosta a Capo Verde. Le sue condizioni sono stabili.
L’aeroporto militare, dove sono atterrati i cittadini olandesi che erano a bordo della MV Hondius (Ansa).
Germania
La terza vittima dell’hantavirus è una donna tedesca, morta il 2 maggio a bordo della MV Hondius. Aveva la febbre dal 28 aprile e aveva sviluppato una polmonite: test effettuati nei Paesi Bassi hanno confermato l’infezione da hantavirus. La sua salma si trova ancora sulla nave da crociera.
Francia
In Francia sono state rimpatriate cinque passeggere: una di esse, ha fatto sapere la ministra della Salute Stephanie Rist, è risultata positiva all’hantavirus e «le sue condizioni sono peggiorate durante la notte». La donna aveva iniziato a manifestare sintomi durante il volo di rientro e, assieme agli altri quattro connazionali, è stata trasferita all’ospedale Bichat di Parigi.
L’ospedale Bichat di Parigi (Ansa).
Stati Uniti
Il Dipartimento della Salute e dei Servizi umani degli Stati Uniti ha comunicato che uno dei 17 cittadini americani rimpatriati è risultato lievemente positivo al virus, ma in modo asintomatico, mentre un altro manifesta sintomi del contagio, ma per ora è negativo. Washington, a differenza di Parigi, ha spiegato che i cittadini statunitensi che erano a bordo della MV Hondius non saranno necessariamente sottoposti a quarantena.
Regno Unito
Sono due i cittadini britannici risultati positivi al virus, mentre un terzo è considerato un caso probabile. Il primo contagiato è stato evacuato il 27 aprile dall’isola di Ascensione al Sudafrica, dove è stato ricoverato in terapia intensiva. Il secondo, un membro dell’equipaggio, è stato invece evacuato da Capo Verde nei Paesi Bassi il 7 maggio: le sue condizioni sono stabili. Il caso probabile aveva lasciato la MV Hondius il 14 aprile, quando la nave si trovava nell’arcipelago di Tristan da Cunha.
Svizzera
Un altro contagiato è invece svizzero: l’uomo, sbarcato a Sant’Elena il 22 aprile, è tornato in patria il 27 via Sudafrica e Qatar. Ha iniziato a manifestare sintomi il primo maggio: curato in isolamento, è poi risultato positivo all’hantavirus.
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha affermato che il suo governo intende nazionalizzare British Steel. L’annuncio è arrivato in un discorso-arringa seguito alla pesante sconfitta alle elezioni locali, che ha scatenato un’ondata di richieste di dimissioni da parte dei parlamentari laburisti. Già nel 2025 l’esecutivo aveva utilizzato una legislazione d’emergenza per assumere il controllo dell’acciaieria, nel timore che la capogruppo cinese Jingye stesse svendendo il suo stabilimento di Scunthorpe dopo aver interrotto le importazioni di coke. Starmer ha affermato che il governo e Jingye non sono riusciti a raggiungere un accordo per una vendita commerciale. «Posso quindi annunciare che questa settimana verrà presentata una legge che conferirà al governo i poteri, subordinati al superamento del test di interesse pubblico, per assumere la piena proprietà nazionale di British Steel», ha spiegato.
I rapporti tra Svizzera e Italia «sono ai minimi storici». Lo ha scritto il presidente del Consiglio di Stato del Canton Ticino, Claudio Zali, in un articolo pubblicato dal Mattino della domenica, affermando che dietro alle tensioni tra Roma e Berna per Crans-Montana, in realtà, ci sarebbe il nodo dei ristorni per i transfrontalieri.
Dito puntato contro il governo e l’ambasciatore in Svizzera
«Non possiamo ignorare la campagna estremamente negativa nei confronti della Svizzera dovuta ai tragici eventi del Vallese, e non mi riferisco al giornalismo di infima qualità della vicina penisola, ma alle ripetute esternazioni del rappresentante istituzionale della Repubblica italiana nel nostro Paese, e cioè l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, il quale si è espresso in modi assolutamente inaccettabili, forse sapendo di essere a fine carriera», ha scritto Zali.
Gian Lorenzo Cornado (Imagoeconomica).
Zali: «Crans-Montana è solo un corollario aggiuntivo»
Scrivendo di «uscite che non ci si aspetta da parte di un Paese che si ritiene amico», Zali ha poi aggiunto che il rogo di Crans-Montana, in cui sono morti sei italiani, «non è il principale motivo di attrito», ma «solo un corollario aggiuntivo». Se «la situazione continua a peggiorare», ha spiegato, è perché l’Italia «intende sottrarsi agli accordi internazionali stipulati con la Svizzera e recentemente rivisti con l’accordo sui frontalieri, applicando ai “vecchi” frontalieri un’imposta supplementare giustificata con il pretesto di una tassa sulla salute». E poi: «Sembrerebbe che la Confederazione Elvetica intenda prostrarsi in ginocchio davanti all’Italia e che sarebbe quindi pronta a convalidare questa ennesima forzatura giuridica. Come sempre, sarà il Ticino a doverne pagare il prezzo».
L’Italia si è costituita parte civile nel processo per il rogo
La Repubblica Italiana si è costituita parte civile nel procedimento penale sull’incendio di Capodanno. Ribadendo «la ferma richiesta di ristoro contro tutti i soggetti civilmente responsabili», visto che «il coinvolgimento delle autorità locali nella genesi dell’evento sia considerato estremamente verosimile», Palazzo Chigi ha spiegato che la decisione è stata motivata «dal danno diretto arrecato al patrimonio dello Stato italiano a causa delle ingenti risorse mobilitate dal Servizio nazionale della Protezione civile per l’assistenza medica, psicologica e logistica ai connazionali coinvolti». Ad aprile l’ospedale di Sion ha inviato a tre famiglie di feriti italiani le fatture relative alle spese sanitarie sostenute per la cura dei ragazzi nei giorni immediatamente successivi al rogo: gli importi indicati sono compresi tra 15 mila e 60 mila franchi svizzeri, che all’incirca è la stessa somma in euro. Dopo che Giorgia Meloni si era detta «scioccata», il presidente della Confederazione Elvetica Guy Parmelin aveva assicurato che «le persone rimaste ferite nell’incendio di Crans-Montana e le loro famiglie, indipendentemente dal luogo di residenza, non dovranno sostenere alcuna spesa per le cure mediche prestate negli ospedali svizzeri subito dopo la catastrofe».
Commentando le parole di Vladimir Putin sul possibile coinvolgimento di Gerhard Schröder nei colloqui per porre fine alla guerra in Ucraina, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha detto che «dare il diritto alla Russia di scegliere i negoziatori europei non sarebbe molto saggio». All’arrivo al Consiglio Esteri, Kallas ha inoltre definito l’ex cancelliere tedesco «lobbista di alto profilo per le aziende statali russe», aggiungendo che Putin lo vorrebbe perché, visti i suoi trascorsi e i legami con il Cremlino, «siederebbe a entrambe le parti del tavolo».
Kaja Kallas (Ansa).
I legami col Cremlino e la ‘candidatura’ da parte di Putin
Poco dopo aver abbandonato la carriera politica, Schröder ha accettato la nomina di Gazprom a capo del consorzio Nord Stream AG, che si è occupato della costruzione dell’omonimo gasdotto tra la Russia e la Germania, promosso negli anni da cancelliere socialdemocratico (1998-2005). Poi è stato un lobbista del suo raddoppio Nord Stream 2 – mai entrato in funzione – quando al suo posto era subentrata Angela Merkel. Successivamente è stato nominato presidente di Rosneft, società russa operante nel settore petrolifero e del gas naturale. «Penso che la guerra stia finendo. Come negoziatore preferirei Schröder», aveva detto Putin sabato 9 maggio, rispondendo ai giornalisti nel Giorno della Vittoria.
La nave da crociera MV Hondius, su cui si è sviluppato un focolaio di hantavirus, ha raggiunto Tenerife nella mattinata di domenica 10 maggio, nonostante la contrarietà di Fernardo Clavijo, governatore delle Canarie. A bordo «stanno tutti bene», ha assicurato la ministra spagnola della Salute Monica Garcia. Ma intanto è arrivata la notizia di due nuovi contagi: sono infatti risultati positivi all’hantavirus una passeggera francese e uno americano. Il virus finora ha fatto tre vittime: una coppia olandese e una donna tedesca.
La nave MV Hondius (Ansa).
Proseguono le operazioni di rimpatrio dei passeggeri
Dalla nave MV Hondius, operata da Oceanwide Expeditions e ancorata nelle acque del porto industriale di Granadilla, ieri sono stati evacuati i 14 passeggeri spagnoli, che faranno la quarantena all’ospedale militare di Madrid. Poi è stata la volta di quelli olandesi, francesi, britannici e turchi: in tutto più di 90 persone. A bordo sono rimasti i membri dell’equipaggio e una cinquantina di passeggeri tra australiani, zelandesi e statunitensi. Oggi sono previsti i voli che li riporteranno a casa. Poi la nave lascerà le Canarie per far definitivamente ritorno nei Paesi Bassi.
Passeggeri olandesi della MV Hondius al rientro nei Paesi Bassi (Ansa).
Peggiorate le condizioni di una passeggera francese
Come detto, è arrivata la notizia di altri due contagiati. In Francia sono state rimpatriate cinque passeggere: una di esse, ha fatto sapere la ministra della Salute Stephanie Rist, è risultata positiva all’hantavirus e «le sue condizioni sono peggiorate durante la notte». La donna aveva iniziato a manifestare sintomi durante il volo di rientro. Le cinque persone rimpatriate sono stati immediatamente posti in isolamento rigoroso e trasferiti all’Ospedale Bichat di Parigi. Nel Paese, ha aggiunto Riste, sono stati identificati «22 casi di contatto stretto o indiretto» legati al contagio da hantavirus. Queste persone non si trovavano a bordo della nave MV Hondius, ma su voli effettuati dai passeggeri della crociera tra Sant’Elena e Johannesburg o tra Johannesburg e Amsterdam.
Cinq de nos compatriotes présents sur le MV Hondius, foyer d’infection à Hantavirus, ont été rapatriés sur le territoire national. L’un d’entre eux a présenté des symptômes dans l’avion de rapatriement.
Aussi, ces cinq passagers ont tout de suite été placés en isolement strict…
Positivo anche un passeggero proveniente dagli Stati Uniti
Dalla Francia agli Stati Uniti, il Dipartimento della Salute e dei Servizi umani Usa ha comunicato che uno dei 17 cittadini americani rimpatriati è risultato lievemente positivo al virus, aggiungendo che «presenta attualmente sintomi lievi». Washington, a differenza di Parigi, ha spiegato che i cittadini statunitensi che erano a bordo della MV Hondius non saranno necessariamente sottoposti a quarantena. L’Oms ha classificato tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio come “contatti ad alto rischio”, raccomandando una sorveglianza medica attiva per 42 giorni.
In Australia in sei faranno la quarantena in una struttura usata durante il Covid
Sei passeggeri destinati a lasciare oggi la MV Hondius (quattro australiani, una persona con il permesso di soggiorno in Australia e un neozelandese) saranno messi in quarantena in Australia per almeno tre settimane, in una struttura predisposta per l’isolamento a nord di Perth, che era stato utilizzato durante la pandemia di Covid. Lo ha reso noto l ministro della salute australiano Mark Butler, in una conferenza stampa. Nessuno dei sei passeggeri ha sintomi.
L’Iran ha respinto il piano degli Stati Uniti per la fine della guerra, secondo quanto riportato dai media di Teheran. La proposta americana, riferisce la tv statale Press Tv, «avrebbe significato la sottomissione alle eccessive richieste» del presidente Donald Trump. E ancora: «Il piano iraniano sottolinea la necessità che gli Usa paghino riparazioni di guerra e riafferma la sovranità dell’Iran sullo Stretto di Hormuz. Teheran ha ribadito la necessità della fine delle sanzioni e del rilascio dei beni e delle proprietà sequestrate al Paese». Pronta la risposta del presidente statunitense ad Axios: «Non mi piace la loro lettera. È inappropriata. Non mi piace la loro risposta». Il tycoon si è tuttavia rifiutato di scendere nei dettagli sui contenuti della risposta stessa, attesa per giorni dagli Usa. La Casa Bianca sperava che le posizioni di Teheran mostrassero ulteriori progressi verso un accordo, ma la reazione iniziale di Trump è sembrata indicare l’esatto contrario.
Nell’ambito del programma voluto da Donald Trump “Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters”, che punta a rendere più trasparenti le conoscenze del governo Usa in merito ai cosiddetti “fenomeni aerei non identificati”, il Pentagono ha pubblicato una serie di file inediti – in tutto 161 – tra cui alcuni relativi alle missioni spaziali Apollo 1, del 1969, e Apollo 17, del 1972. Il Dipartimento della Difesa anche messaggi scambiati tra il Pentagono e la Nasa.
Uno dei file diffusi dal Pentagono (Ansa).
In una delle foto, scattata dalla superficie lunare e in bianco e nero, si vedono ad esempio tre minuscoli puntini nel cielo. Un altro documento, invece, riporta l’interrogatorio dell’Fbi a una persona identificata come pilota di droni che, a settembre del 2023, aveva riferito di aver avvistato in cielo «un oggetto lineare» con una luce talmente intensa da permettere di «distinguere delle fasce all’interno della luce stessa».
Uno dei file diffusi dal Pentagono (Ansa).
Hegseth: «È ora che gli americani vedano coi propri occhi»
«Questi documenti, a lungo classificati, hanno alimentato speculazioni giustificate, ed è ora che il popolo americano li veda con i propri occhi. La pubblicazione di questi documenti declassificati dimostra il sincero impegno dell’Amministrazione Trump per una trasparenza senza precedenti», ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth. «Il materiale qui archiviato riguarda casi irrisolti, ovvero casi per i quali il governo non è in grado di giungere a una conclusione definitiva sulla natura dei fenomeni osservati», si legge sul sito del Pentagono. «Ciò può verificarsi per diverse ragioni, tra cui la mancanza di dati sufficienti, e il Dipartimento della Difesa accoglie con favore l’applicazione di analisi, informazioni e competenze provenienti dal settore privato». E poi: «Continueremo a pubblicare rapporti separati sui casi di UAP risolti, come previsto dalla legge. Sotto questa Amministrazione, perseguiremo la verità e condivideremo i nostri risultati con il popolo americano».
È risultata negativa al test l’assistente di volo di KLM che presentava lievi sintomi di hantaviruse che per questo era stata ricoverata in ospedale ad Amsterdam. La hostess era entrata in contatto con una passeggera olandese che aveva cercato di imbarcarsi il 25 aprile per lasciare Johannesburg per i Paesi Bassi, dopo essere scesa dalla nave da crociera MV Hondiusa bordo del quale si è sviluppato il focolaio dell’infezione. L’equipaggio, date le sue condizioni di salute, aveva rifiutato il trasporto: la donna è poi morta in ospedale in Sudafrica.
Nuovo caso sospetto sull’isola di Tristan da Cunha
L’attenzione resta però massima, anche perché a bordo della MV Hondius si è verificata una trasmissione da uomo a uomo: l’Agenzia britannica per la sicurezza sanitaria ha segnalato un nuovo caso sospetto in un cittadino del Regno Unito sull’isola di Tristan da Cunha, nell’Atlantico meridionale, dove erano sbarcati i passeggeri della nave da crociera.
L’ospedale di Amsterdam dove è stata ricoverata l’assistente di volo KLM (Ansa).
L’Oms al lavoro per capire le origini del focolaio
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce basso il rischio a livello globale legato al focolaio, ma gli esperti vogliono ricostruirne la dinamica. I coniugi olandesi morti sulla nave dopo aver contratto l’hantavirus avevano viaggiato tra Cile, Uruguay e Argentina prima di imbarcarsi, facendo birdwatching nella discarica a cielo aperto all’entrata di Ushuaia: è qui che potrebbero aver contratto l’infezione. Il virus, infatti, si trasmette all’uomo attraverso roditori selvatici, come topi o ratti, che lo eliminano con la saliva, l’urina e le feci.
L’infettivologo Galli: «Complimentoni a Trump».
«Val la pena di ricordare che nel 2025 l’amministrazione Trump ha sospeso i finanziamenti ai Centers for Research in Emerging Infectious Diseases (Creid), una rete che studiava virus con potenziale pandemico che possono passare dagli animali all’uomo. Uno studio in particolare riguardava il passaggio degli hantavirus dai roditori serbatoio alla nostra specie. Grande tempestività, complimentoni». Lo ha scritto su Facebook l’infettivologo Massimo Galli: «In un momento in cui l’Oms risulta ulteriormente indebolita dall’irresponsabile abbandono da parte degli Usa, questo virus rappresenta un ulteriore campanello d’allarme su quanto possano costare all’umanità intera falle aperte nella sorveglianza e nella prevenzione, come la pandemia da SARS-CoV-2 avrebbe dovuto insegnare».
Le rassicurazioni di Weissman, Nobel per la Medicina
«Alla luce di quello che sta succedendo con l’hantavirus e dell’importanza di interventi coordinati da parte di tutti i paesi del mondo, spero che il governo italiano voglia rivedere la sua posizione sul Piano pandemico Oms. E spiegare agli italiani perché non ha votato a favore dell’accordo pandemico globale: uno strumento per migliorare la prevenzione, la preparazione e la risposta a future pandemie su scala mondiale. Una posizione imbarazzante. Soprattutto in questo momento». Lo ha scritto su X l’infettivologo Matteo Bassetti. Intervistato da La Stampa, l’immunologo Drew Weissman, che ha vinto il Premio Nobel per la Medicina nel 2023 per i vaccini contro il Covid-19, ha detto: «L’hantavirus si trasmette tra uomini ma non si diffonde velocemente come il Covid. Sono casi sporadici, da monitorare, ma non siamo sull’orlo di una nuova pandemia. Anche se ce ne saranno di sicuro, in futuro».
Alla luce di quello che sta succedendo con #hantavirus e dell’importanza di interventi coordinati da parte di tutti i paesi del mondo, spero che il governo italiano voglia rivedere la sua posizione sul piano pandemico #OMS. E spiegare agli italiani perché non ha votato a favore…
I dazi del 10 per cento imposti da Donald Trump a febbraio sono stati dichiarati illegali dalla Corte per il commercio americana, che ha sottolineato che le tariffe globali generalizzate imposte dal presidente (per sostituire almeno temporaneamente quelle già bocciate dai giudici) non trovano giustificazione nella legge a cui egli ha fatto ricorso, la Section 122 del Trade Act del 1974. Secondo quanto riportato dai media americani, il tribunale ha deciso con due voti a favore e uno contrario.