James Murray è il nuovo ministro della Salute del Regno Unito dopo le dimissioni di Wes Streeting. L’ha reso noto l’ufficio del premier britannico Keir Starmer. Deputato di Ealing North, è stato eletto per la prima volta nel 2019 e riconfermato nel 2024. È stato anche sottosegretario del Tesoro. Prima di essere eletto in Parlamento, è stato attivo a livello locale offrendo il proprio contributo in municipio e, in particolare, in ambito edilizia abitativa e costruzione di nuove case popolari. Secondo i media britannici, Streeting si è dimesso perché intende candidarsi alla guida del governo, in un contesto segnato dalle pressioni su Starmer perché lasci l’incarico dopo le sconfitta alle elezioni amministrative.
Il vertice di due giorni dei ministri degli Esteri dei Paesi Brics, che si è svolto a Nuova Dehli, è terminato senza un accordo sul Medio Oriente, che era uno dei temi sul tavolo. La mancata intesa nasce dal fatto che l’organizzazione politico-economica intergovernativa raggruppa Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Etiopia, Egitto, Indonesia, Emirati Arabi Uniti e Iran: gli ultimi due Paesi al momento in guerra tra di loro.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l’omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar (Ansa).
La dichiarazione dell’India con i passaggi su Palestina e Cuba
Dal summit è uscita solo una dichiarazione dell’India, Paese ospitante, in cui si legge di «divergenze di opinione tra alcuni membri» sulla crisi in Medio Oriente e di ministri che hanno espresso «le rispettive posizioni nazionali» su questioni come la sovranità, la sicurezza marittima e la protezione delle infrastrutture civili e delle vite dei civili. Sempre a proposito di Medio Oriente, la dichiarazione contiene un passaggio sulla «importanza dell’unificazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sotto l’Autorità palestinese» e sul «diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, compreso il diritto a un proprio Stato di Palestina indipendente». Il testo esprime poi preoccupazione per l’evolversi della situazione a Cuba, ribadendo «la necessità di porre fine alle misure economiche, commerciali e finanziarie» nei confronti dell’isola, «in conformità con la Risoluzione A/79/80 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite».
Russia e Ucraina hanno effettuato uno scambio di prigionieri con la liberazione di 205 per parte. Lo ha reso noto il ministero della Difesa russo, ringraziando gli Emirati Arabi Uniti per la loro mediazione. Lo riferiscono i media russi.
Almeno 24 vittime a Kyiv
Intanto cresce ancora il bilancio delle vittime dei massicci bombardamenti russi che hanno colpito Kyiv nella notte tra 13 e 14 maggio 2024. I morti accertati sono 24, tra cui tre bambini. Continuano le operazioni di rimozione delle macerie da un edificio crollato. Vittime anche a Ryazan, in Russia, dove tre persone sono morte e 12 sono rimaste ferite per un attacco di droni ucraini. Secondo quanto riferito dal governatore Pavel Malkov, nell’operazione sono stati colpiti due edifici residenziali e un impianto industriale.
La procura di Roma ha avviato un’indagine sulla morte dei cinque italiani alle Maldive, avvenuta durante un’immersione. I pm della capitale, coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, avvieranno un fascicolo una volta arrivata la comunicazione del consolato e affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi, che si sono verificati durante l’esplorazione di alcune grotte sottomarine a 60 metri di profondità. Sono intanto iniziate le operazioni di recupero delle vittime, considerate ad altissimo rischio anche a causa del maltempo. L’ambasciatore d’Italia a Colombo (Sri Lanka), competente per le Maldive, è arrivato a Malè e per parlare con i responsabili della guardia costiera presenti.
Chi sono i cinque italiani morti alle Maldive
Alle Maldive hanno perso la vita Monica Montefalcone (professoressa associata in ecologia marina dell’Università di Genova) e sua figlia Giorgia Sommacal, Gianluca Benedetti (capobarca), Federico Gualtieri (istruttore di sub) e Muriel Oddenino (biologa marina). Le vittime stavano partecipando a una crociera scientifica biologica nell’atollo di Vaavu a bordo del Duke of York, che offre escursioni e snorkeling nell’arcipelago dell’Oceano indiano.
Il mare delle Maldive (Ansa).
Le ipotesi: dall’iperossia alla perdita di orientamento
Sono diverse le ipotesi avanzate. Su tutte quelle dell’iperossia, condizione che può verificarsi con un’esposizione prolungata o ad alta pressione a elevate concentrazioni di ossigeno durante immersioni profonde. Il fenomeno può provocare danni ai tessuti e colpire il sistema nervoso centrale, causando perdita di coscienza, convulsioni e altri gravi effetti neurologici. Ma c’è anche l’ipotesi della perdita di orientamento nella grotta, complice la scarsa visibilità per la sabbia smossa dal moto ondoso causato dal maltempo. Non si può al momento escludere che uno dei cinque sia rimasto incastrato e gli altri abbiano finito l’aria nel tentativo di aiutarlo. C’è chi parla poi di problemi legati a improvvise correnti ascensionali.
Non sarebbero state rispettate le norme sulle immersioni
Sembra, in ogni caso, che non siano state rispettate le norme sulle immersioni in vigore alle Maldive. Innanzitutto, non sarebbe stato presente una guida esperta locale, obbligatoria per immersioni di questo tipo. C’è poi l’aspetto della profondità: è stato ignorato il limite dei 30 metri per le immersioni ricreative. Infine, a detta di molti, sarebbero state sottovalutate le allerte meteo. Gli incidenti legati alle immersioni non sono così rari alle Maldive: negli ultimi sei anni ci sono state 42 vittime.
Donald Trump ha lasciato Pechino dopo aver «raggiunto importanti intese comuni sul mantenimento di legami economici e commerciali stabili, sull’espansione della cooperazione pratica in vari campi e sull’affrontare in modo adeguato le reciproche preoccupazioni», ha spiegato l’omologo cinese Xi Jinping. Da parte sua, il presidente Usa ha affermato che l’incontro è stato «di grande successo» e «indimenticabile». Sono stati diversi i temi sul tavolo: dal petrolio ai dazi all’intelligenza artificiale, fino all’Iran e dunque Hormuz, senza dimenticare ovviamente Taiwan. Un tema sempre caldo per la Repubblica Popolare e affrontato da Xi non appena Trump è sceso dall’Air Force One.
L’Air Force One diretti verso gli Usa dopo l’incontro Trump-Xi a Pechino (Ansa).
L’avvertimento di Xi su Taiwan
Bollando come «incompatibili» l’indipendenza di Taipei e la pace nello Stretto di Formosa, Xi in apertura del bilaterale aveva definito la questione di Taiwan «la più importante nelle relazioni tra Pechino e Washington», per poi avvertire Trump: «Se gestite bene, le relazioni bilaterali possono garantire una stabilità generale. Se gestite male, i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, spingendo l’intero rapporto sino-americano in una situazione molto pericolosa». Poi aveva citato la “trappola di Tucidide”, concetto geopolitico che descrive la tendenza strutturale al conflitto quando una potenza emergente minaccia di spodestarne una egemone consolidata, auspicando che Cina e Stati Uniti riusciranno a evitarla e che il 2026 sia «un anno di svolta».
L’incontro Xi-Trump sui giornali cinesi (Ansa).
La “mezza vittoria” di Trump sull’Iran
Trump ha affermato che la Cina, al pari degli Usa, vuole la fine della guerra in Iran, lo Stretto di Hormuz aperto e una Repubblica Islamica senza armi nucleari, aggiungendo che Pechino potrebbe fare pressioni su Teheran, spingendo sul fabbisogno energetico cinese, per favorire un accordo con Washington. Nei fatti, quella del tycoon è una mezza vittoria: Xi chiede infatti un cessate il fuoco completo e duraturo, mentre The Donald continua a minacciare di bombardare nuovamente le installazioni nucleari civili se Teheran tenterà di recuperare l’uranio. In vista del bilaterale, aveva anche detto a Fox News che Xi si era impegnato a non fornire equipaggiamento militare all’Iran. Da parte sua, Pechino ha ribadito che per la crisi in Medio Oriente «la strada giusta» è quella del negoziato, sottolineando che le soluzioni militari «non portano da nessuna parte».
Trump parla di «accordi commerciali fantastici»
Trump, dopo il vertice, ha inoltre affermato che Xi ha accettato di acquistare petrolio dagli Stati Uniti, citando «accordi commerciali fantastici» che – in attesa di annunci ufficiali – c’è da credere non si fermeranno al greggio. Nei giorni che portavano al bilaterale, sui media americani girava la formula “Cinque B”, che riassumeva le priorità Usa (tutte economiche): Boeing, Beans, Beef, Board of Investment e Board of Trade, gli acquisti cinesi di aerei (200), semi di soia e carne bovina, oltre alla creazione di un board per gli investimenti e di uno per il commercio, che diventerebbe una camera di discussione sui dazi.
Vladimir Putin e Xi Jinping (Ansa).
Il 20 maggio Xi vedrà ancora Putin
Dopo aver ricevuto Trump, Xi si prepara a ricevere Vladimir Putin, che dovrebbe arrivare a Pechino il 20 maggio. I due leader, che a febbraio del 2022 (meno di tre settimane prima dell’invasione dell’Ucraina) hanno firmato un accordo di partenariato strategico «senza limiti», si sono si sono visti più di 40 volte nel corso degli anni: l’ultimo incontro si è tenuto in Cina a settembre del 2025.
La Spagna si è messa di traverso all’ipotesi di Maurizio Martina come nuovo direttore della Fao, proponendo il proprio candidato Luis Planas come successore di Qu Dongyu. Una mossa che non è piaciuta affatto al governo italiano, tanto da portare il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida a scrivere una lettera di fuoco all’omologa cipriota Maria Panayiotou per contestare l’atteggiamento di Madrid. Che avrebbe messo nel mirino i vertici di tutte le agenzie internazionali del settore agricolo.
Maurizio Martina e Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).
Il nuovo direttore verrà eletto a luglio del 2027
Il successore del cinese Qu verrà eletto a luglio del 2027 a Roma (dove ha sede la Fao) dai 194 membri dell’agenzia delle Nazioni Unite. La Spagna “detiene” già la direzione del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) con l’economista Alvario Lario – che si è ricandidato – e ora punta anche alla Fao. Restebbe fuori (al momento) solo il Programma alimentare mondiale (Pam).
Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).
La lettera del ministro Lollobrigida all’Ue
«A fronte di tale quadro nelle tre agenzie considero francamente impraticabile qualsiasi percorso centrato sul rinnovo del solo vertice Fao e che prescinda dalla ricerca di un equilibrio complessivo nella definizione di una posizione unitaria Ue», ha scritto Lollobrigida a Panayiotou (Cipro detiene la presidenza di turno dell’Ue. E poi: «Ritengo parimenti impraticabile un coordinamento che ignori il ruolo proprio dei ministri degli Affari esteri, ai quali spetta la decisione finale circa l’orientamento europeo per il ricambio ai vertici delle tre agenzie Onu». Lollobrigida si era sfogato così con Repubblica: «Noi candidiamo uno del Pd al vertice di un organismo internazionale come la Fao e i socialisti, che sono alleati di Elly Schlein, con Sanchez ci oppongono un altro nome? Protesterò con l’Ue».
Il direttore della Cia John Ratcliffe ha incontrato a L’Avana alcuni funzionari cubani per migliorare il dialogo tra gli Stati Uniti e l’isola e comunicare l’apertura di Washington a colloqui economici e di sicurezza in cambio di significativi cambiamenti da parte del Paese. L’incontro, si legge in una nota, si è svolto «in un contesto caratterizzato dalla complessità delle relazioni bilaterali, con l’obiettivo di contribuire al dialogo politico tra le due nazioni». Gli elementi forniti dalla parte cubana e gli scambi avuti con la delegazione Usa, ha riferito il governo dell’isola, «hanno permesso di dimostrare categoricamente che Cuba non costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, né sussistono ragioni legittime per includerla nella lista dei Paesi che, presumibilmente, sponsorizzano il terrorismo».
L’incontro è arrivato poche ore dopo l’annuncio del ministro cubano dell’Energia e delle Miniere secondo cui l’isola ha esaurito tutte le scorte di petrolio, gasolio e olio combustibile, fondamentali per alimentare la rete elettrica nazionale. I blackout, che già duravano gran parte della giornata, ora si sono allungati. La corrente arriva per un paio d’ore al giorno, perlopiù di notte, anche nella capitale. L’esaurimento delle riserve condizionerà ulteriormente anche il già limitato sistema dei trasporti e il funzionamento degli ospedali, che da alcuni mesi si occupano solo dei casi urgenti. Dalla fine di gennaio, gli Stati Uniti bloccano gli arrivi di combustibile sull’isola, con azioni navali e minacce di sanzioni e dazi a chi la rifornisca.
Cuba ha esaurito le scorte di petrolio e gasolio a causa del blocco statunitense in corso, che sta privando l’isola di rifornimenti di carburante. Lo ha annunciato il ministro dell’Energia e delle Miniere Vicente de la O Levy, spiegando che le riserve di petrolio necessarie per alimentare la già provata rete elettrica dell’isola sono quasi esaurite. «La situazione è molto tesa e sta facendo sempre più caldo», ha detto sulla tivù di Stato, riferimento ai torridi mesi estivi che a Cuba fanno sempre schizzare in alto domanda di energia. «Non abbiamo assolutamente gasolio», ha aggiunto De la O Levy.
Il petrolio arrivato dalla Russia a fine marzo è già terminato
Dopo l’operazione di gennaio in Venezuela, Paese alleato di Cuba e ricchissimo di petrolio, gli Stati Uniti hanno bloccano gli arrivi di combustibile sull’isola con azioni navali, minacciando inoltre sanzioni e dazi per chiunque rifornisca l’Avana. Interrotto dunque l’arrivo di petrolio dal Messico, secondo fornitore del Paese dopo il Venezuela. A poco è servita la donazione russa di petrolio arrivata alla fine di marzo (100mila tonnellate), già esaurita. E, in generale, non possono contribuire granché al fabbisogno energetico dell’isola i pannelli solari regalati dalla Cina.
Una strada dell’Avana durante un blackout (Ansa).
La corrente elettrica arriva nelle case per due ore al giorno
Cuba è ormai in ginocchio: la corrente elettrica arriva nelle case per due ore al giorno, con i cittadini che in pratica stanno vivendo un eterno blackout. In tanti lamentano di non avere abbastanza energia per ricaricare dispositivi come i ciclomotori elettrici o persino i telefoni. E in tanti sono costretti a svegliarsi nel cuore della notte – quando di solito torna l’elettricità – per svolgere attività basilari come lavare i panni e cucinare. Va da sé che sono andati in crisi anche i trasporti e gli ospedali, che da mesi si occupano solo dei casi urgenti.
Murale dedicato a Che Guevara a Cuba (Ansa).
Cuba va avanti tra proteste e minacce da parte di Trump
Negli ultimi giorni, gruppi di cubani sono scesi in piazza, spesso di notte, battendo pentole e padelle contro i prolungati blackout. Ma ci sono state anche manifestazioni più forti, come alcune barricate per strada. Nel frattempo continuano le trattative tra i governi di Cuba e Stati Uniti. Il dipartimento di Stato americano ha di recente offerto 100 milioni di dollari di aiuti, a patto che vengano attuate «riforme significative del sistema comunista». Da parte sua, Donald Trump ha affermato che il governo cubano è sull’orlo del collasso e che sta valutando la possibilità di ricorrere alla forza militare per prendere il controllo dell’isola.
Andriy Yermak, ex capo di gabinetto e collaboratore più importante del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, è stato arrestato con accuse di riciclaggio di denaro. Il tribunale ha disposto la custodia cautelare per due mesi e ha fissato una cauzione pari a 2,7 milioni di euro. Yermak è stato trasferito in un carcere di Kyiv. Secondo le accuse, avrebbe riciclato l’equivalente di 8,9 milioni di euro usando una rete di società di comodo, transazioni in contanti e documenti finanziari fittizi per costruire un complesso residenziale di lusso nella periferia della capitale ucraina. Secondo la procura, il denaro proveniva da attività di corruzione in cui Yermak era coinvolto assieme ad altri politici e imprenditori, che chiedevano tangenti tra il 10 e il 15 per cento su tutti i contratti dell’Energoatom, l’azienda statale dell’energia nucleare. L’indagine su quelle tangenti aveva causato un grave scandalo in Ucraina, portando Yermak alle dimissioni.
Il ministro della Sanità britannico Wes Streeting, esponente della destra laburista, ha annunciato oggi le sue dimissioni dall’attuale esecutivo: si tratta, di fatto, del primo passo verso la candidatura a nuovo leader del partito e, dunque, nuovo inquilino di Downing Street al posto di Keir Starmer, in bilico dopo il disastroso esito delle elezioni amministrative del 7 maggio.
Nella lettera di dimissioni, Streeting ha rivendicato gli obiettivi centrati dal National Health Service sotto la sua guida. Inoltre ha osservato che «i risultati elettorali della scorsa settimana sono stati senza precedenti, sia per l’entità della sconfitta che per le conseguenze di tale fallimento», in quanto per la prima volta nella storia del Paese, «i nazionalisti sono al potere in ogni angolo del Regno Unito». Poi, dopo aver riservato qualche elogio di circostanza a Starmer, ha dichiarato: «Dopo la crisi finanziaria, l’austerità, il disastro della Brexit, Liz Truss, la pandemia di Covid, la guerra in Ucraina e ora quella in Iran, il Paese deve tornare a credere che le cose possano migliorare e che la politica sia parte della soluzione, non la causa del problema. Si tratta di grandi sfide che richiedono una visione audace e soluzioni più ampie di quelle che stiamo offrendo».
Keir Starmer (Ansa).
Ora ha bisogno del sostegno di 80 deputati
Streeting non ha comunicato la decisione di candidarsi alla guida del partito, probabilmente perché non dispone (ancora) del sostegno degli 81 deputati del gruppo laburista – il 20 per cento del totale – necessari a obbligare Starmer a sottoporre la sua leadership a un voto della base parlamentare e di quella degli iscritti. Tuttavia, riporta il Guardian, alcuni alleati di Streeting sostengono che l’ormai ex ministro disporrebbe già dell’appoggio di 80 deputati (81 considerando anche lui). Dunque non è esclusa, nei prossimi giorni – o persino nelle prossime ore – un’accelerata dell’inizio della battaglia per la leadership laburista.
Wes Streeting esce dal 10 di Downing Street dopo un colloquio con Keir Starmer (Ansa).
«Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta reagendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all’interno di un sistema che non è mai stato concepito per affrontare sfide di questa portata». Lo ha detto Mario Draghi ad Aquisgrana, in Germania, alla cerimonia di conferimento del Premio internazionale Carlo Magno.
Draghi: «Gli Usa non possono più garantire la nostra sicurezza»
«Per la prima volta dal 1949», ha sottolineato l’ex presidente del Consiglio e della Bce, esiste «la possibilità che gli Stati Uniti non possano più garantire la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate». E la Cina, ha osservato Draghi analizzando nel suo discorso le sfide dell’Europa, non può offrire «un punto di riferimento alternativo» per il Vecchio Continente.
Invocato un «comportamento più assertivo» con gli Usa
Draghi ha ricordato poi che l’Europa «ha cercato la negoziazione e il compromesso» con gli Usa, ma «non ha funzionato» con un partner «diventato più conflittuale e imprevedibile». Questo, ha spiegato, «non deve indebolire la relazione transatlantica o la Nato. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide». E «un’Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso». Nella sua lunga e lucida analisi delle attuali vulnerabilità europee, Draghi ha anche detto che «il cambio di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo, ma anche come un necessario risveglio». Ma, ha sottolineato, «serve coraggio» e un «comportamento più assertivo».
Draghi rilancia la via del «federalismo pragmatico»
Quanto ai processi decisionali a livello comunitario, Draghi ha invocato quello che ha definito «federalismo pragmatico». L’azione a livello dei Ventisette, ha spiegato, «spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe» e «il risultato è un’azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione». L’Ue, ha affermato, deve «spezzare questo ciclo». Come? «I Paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti».
Le parole dell’ex premier sulla Difesa comune
Così sulla Difesa comune: «Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio. Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell’impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda. Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di Paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. L’altro percorso è dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell’Ue, che, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando».
La prima ministra lettone di centrodestra Evika Silina ha annunciato le dimissioni, provocando di fatto il crollo della coalizione di governo: alla base della decisione la crisi innescata dallo schianto di due droni ucraini nel Paese baltico. «Attualmente, la gelosia politica e gli interessi di parte ristretti hanno prevalso sulla responsabilità. Vedendo un candidato valido per la carica di ministro della Difesa, alcuni politicanti opportunisti hanno scelto di creare una crisi, una crisi di governo. Pertanto, annuncio le mie dimissioni. Non è una decisione facile, ma in questa situazione è quella onesta», si legge in un comunicato.
Evika Silina (Ansa).
Lo schianto dei due droni ucraini provenienti dalla Russia
La crisi politica è iniziata dopo che, nella notte del 7 maggio, due droni ucraini provenienti dalla Russia si sono schiantati vicino alla città di Rēzekne, nella parte orientale del Paese. Uno, in particolare, ha colpito dei serbatoi vuoti in un deposito di petrolio, per fortuna senza causare vittime. Il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga ha successivamente spiegato che i droni erano entrati in Lettonia a causa di sistemi intercettori russi, che avrebbero deviato i velivoli a pilotaggio remoto.
Andris Spruds (Ansa).
L’incidente è diventato subito una questione di fiducia nel governo
L’incidente, avvenuto cinque mesi prima delle elezioni parlamentari, si è trasformato subito da un episodio di sicurezza militare in una questione di fiducia nel governo. Tre giorni dopo sono arrivate le dimissioni di Andris Spruds, ministro della Difesa ed esponente del Partito Progressista, il quale ha spiegato di aver rinunciato all’incarico per «proteggere le forze armate lettoni dall’essere coinvolte in una campagna politica». Contestualmente, i Progressisti hanno dichiarato di non sostenere più Silina, chiedendo l’avvio di colloqui per la formazione di un nuovo governo. In seguito sono arrivate le dimissioni della prima ministra.
Nuovo massiccio attacco aereo su Kyiv nella notte tra mercoledì 13 e giovedì 14 maggio 2026. Sulla capitale ucraina sono stati lanciati quasi 700 droni e una cinquantina di missili aerobalistici Kinzhal, missili balistici Iskander-M/S-400 e missili da crociera Kh-101. L’aeronautica militare ha diramato un allarme aereo a livello nazionale anche per la presenza di bombardieri Mig-31. Esplosioni sono state udite a Kyiv e i sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione per abbattere i droni. Il sindaco della città, Vitaliy Klitschko, ha riferito su Telegram che le esplosioni sono avvenute nei quartieri Dniprovskyi, Holosiivskyi, Obolon, Solomyanskyi, Darnytskyi e Shevchenkivskyi. Sono stati colpiti edifici residenziali e non residenziali e sono scoppiati anche degli incendi. Frammenti di razzi e droni sono caduti al suolo. Nel quartiere di Darnytskyi è in corso un’operazione di ricerca e soccorso, a seguito del crollo di un edificio residenziale che ha intrappolato diverse persone sotto le macerie. Il bilancio parziale al momento è di un morto e 31 feriti.
Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver fatto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti mentre era in corso la guerra contro l’Iran e di aver incontrato il presidente emiratino Mohammed bin Zayed. Poche ore dopo la pubblicazione del comunicato da parte di Bibi, Abu Dhabi ha però smentito, sostenendo che la visita non sia mai avvenuta e respingendo l’ipotesi di «ricevere qualsiasi delegazione militare israeliana sul proprio territorio».
Prime Minister's Office Statement:
In the midst of Operation Roaring Lion, Prime Minister Benjamin Netanyahu secretly visited the United Arab Emirates, where he met with UAE President Sheikh Mohamed bin Zayed.
— Prime Minister of Israel (@IsraeliPM) May 13, 2026
Il comunicato di Netanyahu e la smentita di Abu Dhabi
Questo il comunicato: «Nel bel mezzo dell’Operazione Leone Ruggente, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha effettuato una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed. Questa visita ha portato a una storica svolta nelle relazioni tra Israele ed Emirati Arabi Uniti». Il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, smentendo l’annuncio di Netanyahu, ha precisato che «le relazioni con Israele sono pubbliche e sono state stabilite nel quadro dei ben noti Accordi di Abramo», siglati nel 2020.
الإمارات تنفي ما يتم تداوله بشأن زيارة رئيس الوزراء الإسرائيلي أو استقبال وفد عسكري إسرائيلي pic.twitter.com/rl5XSzX2RG
C’è però il sospetto, se così si può chiamare, che Netanyahu sia stato davvero negli Emirati, in quella che sarebbe stata la prima storica visita di un leader israeliano ne Paese arabo. In fondo, anche se non è ben chiaro perché ha deciso di renderla nota, perché avrebbe dovuto inventarsela? Varie fonti stanno inoltre confermando la visita ai media locali, fornendo dettagli. Ziv Agmon, ex portavoce e capo dello staff di Bibi, ha scritto su Facebook che Netanyahu «è stato accolto ad Abu Dhabi con gli onori riservati ai re» e che lo sceicco «lo ha accompagnato personalmente dall’aeroporto al palazzo con la sua auto privata». C’è però chi sostiene che l’incontro si sia tenuto d Al Ain, città vicina al confine con l’Oman.
Mohammed bin Zayed (Imagoeconomica).
Perché gli Emirati si sono affrettati a smentire Netanyahu
Dando per avvenuta la visita, è invece piuttosto chiaro il motivo della smentita. Tel Aviv e Abu Dhabi sono alleati, non è un mistero: gli Emirati furono i primi a riconoscere gli Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti per favorire la normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi. Tuttavia ammettere pubblicamente di aver ospitato un leader israeliano, perdipiù in segreto, sarebbe molto imbarazzante per lo sceicco Bin Zayed. Ma soprattutto rischioso, visto che gli Emirati rischierebbero di inimicarsi gli altri Paesi arabi della regione. Da parte sua, l’Iran ha già condannato la visita tramite le parole del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha definito «imperdonabile» la «collusione con Israele», minacciando serie conseguenze per «chi collabora per semirare divisioni».
Netanyahu has now publicly revealed what Iran's security services long ago conveyed to our leadership.
Enmity with the Great People of Iran is a foolish gamble. Collusion with Israel in doing so: unforgivable.
Those colluding with Israel to sow division will be held to account.
Sono tanti i temi sul tavolo dell’atteso bilaterale di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump: dai dazi ai chip, fino alle terre rare e alla guerra all’Iran, senza dimenticare la questione di Taiwan. Sollevata in apertura dell’incontro dal presidente cinese, che l’ha definita «la più importante nelle relazioni tra Pechino e Washington», per poi avvertire: «Se gestite bene, le relazioni bilaterali possono garantire una stabilità generale. Se gestite male, i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, spingendo l’intero rapporto sino-americano in una situazione molto pericolosa». L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Formosa, ha ribadito Xi, «sono incompatibili».
Xi cita la trappola di Tucidide e le guerre del Peloponneso
«Se Cina e Stati Uniti riusciranno a superare la “trappola di Tucidide” e a inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di rispondere al benessere dei nostri due popoli e al futuro e al destino dell’umanità, e di creare insieme un futuro radioso per le relazioni bilaterali: queste, si potrebbe dire, sono domande di storia, domande del mondo e domande dei popoli», ha dichiarato inoltre Xi. La “Trappola di Tucidide” è un concetto geopolitico che descrive la tendenza strutturale al conflitto quando una potenza emergente minaccia di spodestarne una egemone consolidata. L’espressione, coniata dal politologo Graham Allison, trae ispirazione da Guerra del Peloponneso di Tucidide, resoconto del conflitto che si tenne nel V secolo a.C. tra Atene (in ascesa) e Sparta (già una potenza).
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
Trump smorza: «Avremo un futuro fantastico insieme»
Da parte sua, Trump durante i saluti iniziali del bilaterale ha parlato di «fantastico rapporto» con Xi, definendo il presidente cinese «un grande leader» di cui ha «enorme rispetto», aggiungendo: «Avremo un futuro fantastico insieme». È la prima visita di un presidente americano in Cina da quella compiuta dallo stesso Trump a novembre del 2017. Tra gli obiettivi principali della Casa Bianca possibili accordi nei settori dell’agricoltura e, probabilmente, la conferma di un maxi ordine di aerei Boeing da parte di Pechino.
Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni unite sui territori palestinesi occupati, ha annunciato che un tribunale del District of Columbia, a Washington, ha sospeso le sanzioni imposte a suo carico dall’amministrazione Trump. In un post su X, Albanese ha riferito che il giudice ha stabilito che «tutelare la libertà di parola è sempre nell’interesse pubblico», ringraziando la figlia e il marito «per essersi fatti avanti per difendermi, e tutti coloro che hanno fornito aiuto finora». Il giudice Richard Leon ha concesso l’ingiunzione in risposta a una causa intentata dalla sua famiglia, che aveva descritto il grave impatto che le sanzioni avevano sulla loro vita e sul loro lavoro, inclusa la possibilità di accedere alla loro abitazione nella capitale federale. In particolare, Leon ha ritenuto che le sanzioni potrebbero costituire una violazione dei diritti garantiti dal primo emendamento ad Albanese e ai suoi familiari. ù
BREAKING! US court ha suspended the US sanctions against me! As the judge says: "Protecting the Freedom of speech is always just the public interest". Thanks to my daughter and my husband for stepping up to defend me, and everyone who has helped so far.
Prima di salire sull’Air Force One diretto a Pechino, Donald Trump ha messo in chiaro di non essere preoccupato «nemmeno un po’» dell’inflazione cresciuta più delle attese e dei prezzi della benzina schizzati alle stelle (almeno per gli standard Usa), dicendosi convinto che tutto tornerà alla normalità una volta terminata la guerra contro l’Iran. Sarà. Ma i fatti dicono che il presidente americano è volato da Xi Jinping in un periodo di crisi economica tra i più cupi della sua permanenza alla Casa Bianca, con un Paese duramente colpito dall’aumento del costo della vita. Una minaccia gravissima in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, ben più del nucleare di Teheran.
La corsia di un supermarket Walmart negli Usa (Ansa).
I prezzi stanno crescendo più degli stipendi
Secondo il Bureau of Labour Statistics, i prezzi al consumo hanno registrato nel mese di aprile un aumento dello 0,4 per cento su base mensile, superiore al +0,3 stimato dal mercato, dopo il +0,2 di marzo. Su base annua, l’inflazione è arrivata al 3,8 per cento: per la prima volta in tre anni, i prezzi stanno crescendo più velocemente dei salari (cresciuti del 3,6 per cento), annullando i guadagni in termini di potere d’acquisto reale.
Negli Usa è salita alle stelle persino la benzina
Il prezzo medio della benzina è ora vicino a 4,50 dollari al gallone, che equivale a 3,7 litri. Costo che sarebbe ottimo per gli italiani, ma non per gli statunitensi, che un anno fa per un gallone pagavano 3,14 dollari. Per alleviare la pressione sugli automobilisti, Trump sta valutando una sospensione temporanea della tassa federale sulla benzina.
I prezzi della benzina a un distributore negli Usa (Ansa).
Il debito delle famiglie ha raggiunto il massimo storico
Secondo i nuovi dati pubblicati dalla Federal Reserve, il debito delle famiglie statunitensi, che si affidano sempre più a carte di credito e prestiti per assorbire l’aumento dei costi, ha raggiunto il massimo storico di 18.800 miliardi di dollari nei primi tre mesi del 2026. Axios scrive che gli americani hanno subito un aumento dei prezzi al consumo di quasi il 30 per cento dal 2020, cioè dall’inizio della pandemia di Covid: un costo cumulativo che non si è mai completamente riassorbito. E a marzo il tasso di risparmio personale è sceso al 3,6 per cento: si tratta del livello più basso dal 2022, dovuto al fatto che le famiglie a basso reddito hanno utilizzato i propri risparmi per coprire le spese essenziali.
La Federal Reserve (Imagoeconomica).
L’accelerata del debito pubblico dal suo ritorno al potere
A questo si aggiunge un debito pubblico federale che supera i 39 mila miliardi di dollari (oltre il 120 per cento del Pil, che va detto è in aumento). Un debito enorme lasciato in buona parte dall’Amministrazione Biden e dovuto alla crisi pandemica, certo. Ma con il ritorno alla Casa Bianca di Trump c’è stata un’accelerata senza precedenti del ritmo dell’indebitamento. Insomma, la credibilità economica degli Stati Uniti, promessa centrale del ritorno al potere di The Donald, sta crollando.
Donald Trump (Ansa).
Per due terzi degli americani il Paese è «fuori controllo»
Un nuovo sondaggio della Cnn ha rilevato che il 70 per cento degli americani disapprova la politica economica di Trump: il dato non aveva mai superato il 50 per cento durante il suo primo mandato, nemmeno in tempo di Covid. E il 77 per cento degli intervistati, inclusa la maggioranza dei repubblicani, ritiene che le politiche di Trump abbiano fatto aumentare il costo della vita. Un’indagine YouGov/Economist ha invece rilevato che due terzi degli americani ormai considerano il Paese «fuori controllo». Secondo i sondaggisti di AtlasIntel, i democratici alle midterm potrebbero prendersi il 55 per cento dei seggi alla Camera.
Donald Trump (Ansa).
La strategia di Trump tra rassicurazioni e misure d’emergenza
Oltre ad appoggiare la sospensione della tassa federale sulla benzina, misura di emergenza solitamente riservata ai periodi di grave crisi per i consumatori, Trump ha inoltre esortato il Congresso ad approvare il disegno di legge bipartisan 21st Century ROAD to Housing Act, che mira a ridurre i costi abitativi, incentivare lo sviluppo edilizio e vietare ai grandi investitori di Wall Street di acquistare abitazioni unifamiliari. Un modo per strizzare l’occhio a tutto l’elettorato: l’accessibilità economica degli alloggi, un elemento centrale dell’American dream, negli ultimi anni è diventata una chimera a causa di tassi ipotecari elevati e prezzi delle case saliti alle stelle. «Con la normalizzazione del traffico nello Stretto di Hormuz, gli americani vedranno nuovamente crollare i prezzi della benzina, crescere i salari reali, rallentare l’inflazione e continuare ad affluire trilioni di investimenti», ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai, sottolineando che Trump «era stato chiaro riguardo ai disagi a breve termine derivanti dall’operazione Epic Fury». Basteranno una manciata di rassicurazioni e qualche misura d’emergenza a salvare Trump e i seggi del Grand Old Party al Congresso?
Lunedì 11 maggio, il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta che chiude un copione durato un mese: gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto attacchi militari segreti contro l’Iran. Tra i bersagli la raffineria di Lavan Island, centrata l’8 aprile. Il WSJ usa il plurale: «strikes». Non un colpo isolato, una campagna, e per di più condotta poche ore dopo il cessate il fuoco. Un po’ come il pugile che tira un cazzotto dopo il gong.
Il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).
L’attacco segreto degli Emirati contro l’Iran
La cronologia è importante. L’8 aprile, quando negli Emirati è mezzanotte, Donald Trump pubblica su Truth Social l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan. È il gong. Poche ore dopo l’annuncio (alle 10 iraniane) i Mirage 2000-9 dell’Aeronautica emiratina colpiscono la raffineria di Lavan Island nel Golfo Persico. Un attacco «vile», commenta la National Iranian Oil Refining and Distribution Company. Un’ora dopo arriva la ritorsione di Teheran: 17 missili balistici e 35 droni piovono sugli Emirati, 28 droni sul Kuwait. Il WSJ rivela che gli americani erano a conoscenza dell’attacco emiratino. Dubai dal canto suo non conferma né smentisce.
Donald Trump (Ansa).
La risposta chirurgica di Teheran su Fujairah
Il 4 maggio, 26 giorni dopo Lavan, l’Iran torna all’attacco con 12 missili balistici, tre cruise e quattro droni. Uno penetra le difese aeree e colpisce il terminal petrolifero di Fujairah nella Petroleum Industries Zone (FOIZ). La scelta del bersaglio è chirurgica. Fujairah è il porto sul Golfo dell’Oman, a 130 chilometri a est di Dubai e oltre lo Stretto di Hormuz. È il terminal della Habshan-Fujairah pipeline — nota come ADCOP — 380 chilometri di tubi che portano il greggio dai giacimenti di Abu Dhabi al Golfo dell’Oman senza passare per Hormuz. Capacità: 1,5 milioni di barili al giorno. È l’unica via di esportazione alternativa allo Stretto che gli Emirati hanno costruito come polizza assicurativa contro i blocchi. Quando Hormuz è stato chiuso a marzo, l’export di Fujairah è cresciuto da 1,17 a 1,62 milioni di barili al giorno. L’Iran dunque sapeva esattamente dove colpire, e la proporzione fra i due bersagli è il dato che chiude la partita. Se Mohammed bin Zayed ha tirato il pugno dopo il gong colpendo un’unghia – Lavan, 55 mila barili al giorno di capacità di raffinazione e danno riparabile in uno, due mesi – l’Iran ha aspettato il momento giusto e ha centrato l’arteria principale cioè Fujairah, l’unica via di export alternativa a Hormuz degli Emirati.
Il porto di Fujairah (Ansa).
Il fallimento di Trump e l’intervento di MBS
Intanto il 5 maggio Trump lancia l’Operation Project Freedom per scortare le navi mercantili intrappolate nello Stretto. È la mossa pensata per dimostrare agli elettori americani, in vista delle midterm, che la guerra non è persa. Ma l’operazione si rivela un flop: solo due navi civili attraversano il corridoio. E qui entra in scena Mohammed bin Salman. Il principe ereditario saudita è stato preso alla sprovvista dall’annuncio di Trump e così risponde negando a Washington l’uso della Prince Sultan Airbase e dello spazio aereo. Il Kuwait fa lo stesso. Trump prova inutilmente a fargli cambiare idea, e il 6 maggio Project Freedom è sospeso. L’unica operazione militare americana pensata per riaprire Hormuz è morta dopo 24 ore di vita. Come commenta il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf «l’operazione Trust me bro è fallita».
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).
In quel momento si è capito che il sistema strategico del Golfo è cambiato. Gli Stati Uniti non possono condurre operazioni militari nel Golfo senza autorizzazione saudita. MBS ha dimostrato che la chiave del Golfo è Riad, e che senza Riad la potenza americana è bloccata. E mentre il mito della neutralità emiratina si sgretola, a Trump non resta che volare da Xi a Pechino perché ha bisogno della Cina per chiudere una guerra che gli alleati del Golfo non vogliono più subire.
La Global Sumud Flotilla è pronta a salpare giovedì 14 maggio con un convoglio di imbarcazioni diretto verso la Striscia di Gaza dal porto di Marmaris, località della Turchia sudoccidentale vicina all’isola greca di Rodi. Lo hanno annunciato gli attivisti durante una conferenza stampa. Il convoglio sarà formato in tutto da 54 imbarcazioni: una trentina sono giunte dalla Grecia, mentre le altre si trovavano già in Turchia. A bordo dei natanti ci saranno circa 500 attivisti. «A seguito dell’intercettazione illegale di imbarcazioni in acque internazionali e delle documentate violenze contro attivisti internazionali, la Flotilla sta procedendo con la fase finale della sua missione per rompere l’assedio alla Palestina», si legge sui social.
Dopo la morte di un passeggero di 90 anni che era stato colpito da gastroenterite, oltre 1.700 persone sono state messe in quarantena su una nave da crociera arrivata a Bordeaux da Brest. Lo hanno reso noto le autorità sanitarie francesi: si sospetta un focolaio di norovirus.
Circa 50 le persone a bordo che hanno manifestato sintomi
A bordo ci sono 514 membri dell’equipaggio e 1.233 passeggeri, perlopiù britannici e irlandesi: una cinquantina hanno manifestato sintomi e sono in corso esami per rilevare l’eventuale presenza di norovirus. I primi test a bordo hanno dato esito negativo, ma verranno condotte ulteriori analisi presso l’Ospedale Universitario di Bordeaux. Non è esclusa l’ipotesi che a causare la morte del 90enne sia stata un’intossicazione alimentare. Le autorità francesi escludono invece qualsiasi collegamento con l’hantavirus. L’imbarcazione della Ambassador Cruise Line, partita dalle Isole Shetland il 6 maggio, ha fatto scalo a Belfast, Liverpool e Brest prima di arrivare a Bordeaux, città da dove è previsto il suo ritorno in Spagna.