A Madrid sono in corso perquisizioni dell’Unità Operativa Centrale della Guardia Civil nella sede centrale del Partito Socialista (Psoe), guidato dal primo ministro Pedro Sanchez, che è al momento a Roma per incontrare il papa Leone XIV. Gli agenti, secondo quanto filtra dalla Spagna, stanno cercando negli uffici di calle Ferraz prove su presunti finanziamenti illeciti al partito.
L’inchiesta sui pagamenti ricevuti dal Psoe tra il 2017 e il 2024
L’operazione della Guardia Civil è avvenuta nell’ambito di un’inchiesta sui pagamenti in contanti ricevuti dal Psoe tra il 2017 e il 2024 per spese sostenute dai suoi dirigenti, dipendenti e associati. Alcuni di questi versamenti, come quelli ricevuti dall’ex ministro dei Trasporti Josè Luis Abalos (ex braccio destro di Sanchez) e dal suo consigliere Koldo Garcia, potrebbero configurarsi come riciclaggio di denaro. I due, attualmente in carcere preventivo, sono sotto processo per presunte tangenti legate a forniture di materiale sanitario durante la pandemia di Covid 19: il procedimento ha portato più volte l’opposizione a chiedere le dimissioni dell’attuale governo.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato con un post su X che Mohammed Odeh, nuovo capo militare di Hamas, è stato ucciso in un attacco lanciato ieri sera dall’IDF sulla città di Gaza.
מפקד הזרוע הצבאית מספר 4 של ארגון הטרור חמאס בעזה חוסל אתמול ונשלח לפגוש את שותפיו במעמקי הגיהינום.
בשם רה"מ ובשמי, ברכות לצה"ל ולשב"כ על הביצוע המבריק.
התחייבנו לחסל את כל מי שהוביל את טבח ה-7 באוקטובר וכך נעשה: כולם בני מוות בכל מקום.
— ישראל כ”ץ Israel Katz (@Israel_katz) May 27, 2026
«Il quarto comandante dell’ala militare dell’organizzazione terroristica Hamas a Gaza è stato eliminato ieri e mandato a raggiungere i suoi compagni nelle profondità dell’inferno», ha scritto Katz, congratulandosi anche a nome del premier Benjamin Netanyahu con l’IDF e lo Shin Bet «per la brillante operazione».
Odeh aveva assunto l’incarico da pochi giorni
Odeh aveva assunto l’incarico di capo militare di Hamas la scorsa settimana, a seguito dell’uccisione di Izz al-Din al-Haddad: era a capo dei servizi segreti di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre 2023. «Ci siamo impegnati a eliminare tutti coloro che hanno guidato quel massacro, e così sarà: sono tutti condannati a morte, ovunque si trovino. Ci siamo impegnati affinché Hamas non governi Gaza né civilmente né militarmente, e così sarà», ha dichiarato Katz.
L’esercito di Israele sta espandendo le operazioni di terra nel sud del Libano, oltre il fiume Litani e la Linea Gialla della tregua armata, con massicci bombardamenti che stanno causando diverse vittime. Sono 28 i morti accertati negli ultimi raid, tra cui due bambine. Almeno 104 i feriti. Lo ha reso noto il ministero della Salute libanese.
Undici morti a Mashghara, tra cui due bambine
Il bilancio più pesante è stato a Mashghara, nella Bekaa Occidentale, dove ci sono state 11 vittime, tra cui appunto i due bambini. Almeno 15 i feriti: i soccorritori stanno scavando sotto le macerie. Due paramedici dell’organizzazione Islamic Message sono rimasti uccisi a Srifa. Altre due persone sono morte a Zawtar al Sharqiyah, dove sono caduti almeno otto colpi di artiglieria. Un’altra vittima è stata colpita da un drone mentre viaggiava in auto nell’area di Khirbet Selm.
L’Idf vuole spingere i miliziani di Hezbollah verso nord
L’Idf, si legge su Ynet, ritiene che «più terroristi di Hezbollah vengono spinti verso nord, minore sarà la possibilità di lanciare droni esplosivi verso i residenti» lungo la linea di demarcazione fissata unilateralmente da Israele e che, in teoria, delimita la zona di sicurezza designata in alcune aree del Libano meridionale. Durante tutta la notte, secondo i militari di Tel Aviv, sono stati danneggiati oltre 190 depositi di armi appartenenti a Hezbollah.
Nella serata di ieri 25 maggio gli attivisti del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla sono stati sgomberati dal campo che avevano allestito nei pressi di Sirte, in Libia: i sette italiani potrebbero tornare già oggi in patria con voli di linea.
«Siamo stati attaccati dalle forze libiche dell’ovest nel nostro accampamento verso le 18:30. Eravamo in presidio ad attendere il rilascio delle compagne e dei compagni, quando abbiamo visto arrivare le camionette nere con a bordo i militari. Erano tutti a volto coperto. Prima due, poi quattro, poi altri ancora. Ci siamo radunati tutti nella moschea ma i militari hanno iniziato a intimarci violentemente di sgomberare l’area, di salire sui pullman e di andare via». Questo il racconto all’Adnkronos di Sara Suriano, attivista pugliese: il gruppo è stato scortato verso Misurata e ha avuto comunicazione dal console che presto verrà rimpatriato.
Ancora a Bengasi gli altri due attivisti italiani
Nelle sue parole, Suriano ha fatto riferimento alla delegazione di 10 persone che si era diretta verso un checkpoint per negoziare il passaggio, ma successivamente fermata dalle autorità. Tra loro anche i due italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia: gli attivisti in questione non sono stati ancora rilasciati. Secondo quanto emerso, sono stati trasferiti a Bengasi: trattati come possibili immigrati clandestini, potrebbero essere presto espulsi dalla Libia dopo un processo per direttissima.
Il convoglio era partito dalla Tripolitania occidentale
Del Global Sumud Land Convoy, partito dalla Tripolitania occidentale, facevano parte circa 250 persone, sette ambulanze e 10 camion di aiuti per la popolazione di Gaza. La missione terrestre, che puntava a raggiungere la Striscia dopo aver attraverso Libia ed Egitto, è stata fermata a Sirte, uno dei principali punti di transizione tra le aree occidentali, controllate dal Governo di unità nazionale di Tripoli, e la Cirenaica orientale sotto influenza dell’Esercito nazionale libico (Enl), guidato dal feldmaresciallo Khalifa Haftar. Il convoglio era rimasto accampato per nove giorni proprio vicino alla stessa moschea citata da Suriano, senza che accadesse nulla.
Gli Usa hanno condotto un raid nel sud dell’Iran «per autodifesa», colpendo nei pressi di Bandar Abbas, sede di una grande base navale vicina allo stretto di Hormuz. Nel mirino, secondo quanto affermato dal Comando Centrale degli Stati Uniti, alcune imbarcazioni che cercavano di collocare mine nel braccio di mare e anche postazioni per il lancio di missili.
We just found out that it is possible to kill 80,000 people, including more than 10,000 children, displaced 2 million people and call it self-defense! https://t.co/0zhgBuvuAR
— IRIB (Islamic Republic of Iran Broadcasting) (@iribnews_irib) May 26, 2026
«Abbiamo appena scoperto che è possibile uccidere 80 mila persone, tra cui più di 10 mila bambini, sfollare 2 milioni di persone e chiamarla legittima difesa»: così la tv di Stato iraniana ha commentato la notizia dei nuovi raid americani.
Un manifesto su Hormuz per le strade di Teheran (Ansa).
Teheran minaccia una «risposta durissima, anche fuori regione»
«Se verremo attaccati, i nostri attacchi saranno più duri, più intensi e più potenti. La nostra risposta andrà oltre la regione. L’obiettivo è già stato individuato ed è pronto. La risposta a qualsiasi nuova aggressione sarà diversa. Se impediranno le nostre esportazioni, l’Iran impedirà al petrolio di lasciare la regione», ha dichiarato Abolfazl Shekarchi, portavoce di alto livello delle Forze Armate iraniane. Nel suo messaggio per l’Hajj, cioè l’annuale pellegrinaggio islamico verso La Mecca, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha detto che «l’ago della lancetta del tempo non torna indietro e le nazioni e i territori della regione non saranno più uno scudo per le basi americane», aggiungendo: «L’America non avrà più un punto sicuro per le sue malefatte e per l’installazione di basi militari nella regione».
Donald Trump (Ansa).
Trump: «L’uranio arricchito verrà distrutto, in Iran o altrove»
L’attacco è avvenuto poco dopo un nuovo annuncio di Donald Trump sull’approssimarsi di un accordo con Teheran. «L’uranio arricchito (polvere nucleare!) sarà immediatamente consegnato agli Stati Uniti per essere portato qui e distrutto oppure, preferibilmente, in collaborazione e coordinamento con l’Iran, distrutto in loco o in un’altra località accettabile», ha scritto su Truth il presidente Usa, che nel frattempo ha incassato il “no” di Islamabad alla sottoscrizione degli Accordi di Abramo, che normalizzano le relazioni con Israele. «Non credo che dovremmo aderire ad alcuna intesa che contrasti con le nostre ideologie fondamentali», ha dichiarato il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif.
«I negoziati con la Repubblica Islamica dell’Iran stanno procedendo bene! O si raggiungerà un ottimo accordo per tutti, oppure non ci sarà alcun accordo: si tornerà al fronte, ma più forti e determinati che mai, e nessuno lo vuole!». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, a stretto giro dalle affermazioni del segretario di Stato Marco Rubio, che ha fatto intendere di un accordo in dirittura di arrivo. Il presidente Usa, sempre sulla sua piattaforma social, ha legato le trattative con Teheran agli Accordi di Abramo a cui, ha spiegato, dovrebbero aderire anche Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania.
Trump: «Arabia Saudita e Qatar dovrebbero firmare subito»
Trump, nel suo post, ha scritto di aver parlato con leader e ministri dei vari Stati citati, a cui ha spiegato che «dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio per tutti questi Paesi, come minimo, firmare simultaneamente gli Accordi di Abramo». Il presidente Usa ha poi aggiunto: «Può darsi che uno o due abbiano una ragione per non farlo, e ciò sarà accettato, ma la maggior parte dovrebbe essere pronta, disposta e in grado di rendere questo accordo con l’Iran un evento di portata ben maggiore rispetto a quanto sarebbe altrimenti». Arabia Saudita e Qatar, ha sottolineato Trump, dovrebbero «firmare immediatamente» e «tutti gli altri dovrebbero fare altrettanto». E in futuro, ha aggiunto il tycoon, sarebbe auspicabile anche l’adesione dell’Iran.
Delegazione iraniana di alto livello a Doha per nuovi colloqui
Intanto, secondo quanto riferito all’Afp da una fonte, una delegazione iraniana di alto livello, comprendente il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il governatore della Banca Centrale Abdolnaser Hemmati, è giunta a Doha, in Qatar, per discutere l’accordo di pace con gli Stati Uniti e lo sblocco dei fondi congelati, «contemplata nel Memorandum d’intesa come parte di un eventuale intesa finale».
«Restiamo in attesa di notizie su colloqui attualmente in corso. Si sono registrati alcuni lievi progressi. Non voglio esagerare, ma c’è stato un leggero miglioramento e questo è positivo. I principi fondamentali rimangono gli stessi, l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari». Lo ha affermato il segretario di Stato Usa Marco Rubio in Svezia.
Al-Arabiya: «A ore possibile accordo con la mediazione del Pakistan»
Secondo quanto riporta la tv satellitare al-Arabiya sull’account X in inglese, tra i punti della bozza finale di un possibile accordo ci sarebbero la fine delle operazioni militari e della guerra mediatica, un cessate il fuoco immediato, totale e senza condizioni su tutti i fronti, e garanzie per la libertà di navigazione nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo di Oman. Secondo le fonti citate, un annuncio potrebbe arrivare a ore (particolare che non viene invece indicato dal servizio arabo dell’emittente, che si limita a parlare di cauto ottimismo citando fonti pakistane).
Secondo quanto riportato da Sky News Uk, l’ex principe Andrea sarebbe investigato anche per sospetti reati sessuali, in seguito alla denuncia di una donna, nell’ambito delle indagini sulle sue frequentazioni del passato con Jeffrey Epstein. Finora risultava indagato solo per il sospetto di cattiva condotta in un ufficio pubblico, fattispecie che fa riferimento alle informazioni riservate da lui condivise con Epstein quando rivestiva il ruolo di emissario internazionale britannico per i commerci fra il 2001 e il 2011. Secondo le informazioni per ora non ufficiali citate da Sky, il nuovo sospetto si riferisce alla possibilità che l’ex duca di York possa aver ricevuto diversi anni fa una giovane donna del giro di Epstein nella sua ex residenza adiacente al castello di Windsor. L’ipotesi si basa su quanto dichiarato ai media dalla presunta vittima, fonte che la polizia britannica non ha ancora ascoltato e che starebbe cercando di contattare.
Israele è probabilmente «il Paese più violento del mondo»: a dirlo, ai microfoni di Channel 13, uno dei maggiori canali di news israeliani, non è il solito pro-Pal, ma Tucker Carlson, star dell’informazione MAGA, patito delle teorie del complotto ed ex super fan di Donald Trump. Come tutti gli orologi rotti, ogni tanto anche Carlson segna l’ora giusta: nella stessa intervista, afferma che né Israele né gli Usa sono più democrazie, e che molti Paesi si servono dell’assassinio per mantenere il loro potere, ma solo Israele «fa del vantarsi di uccidere gli avversari la propria campagna di pubbliche relazioni».
Tucker Carlson interview yesterday om Isareli Channel 13, when the Israeli journalist pushed back on his wording, Carlson didn't back down — arguing that being more concerned with how the killing of children is described than with the killing itself exposes a deeper problem. pic.twitter.com/QG4uJFI6sC
Il video di Ben Gvir è una spietata operazione pubblicitaria
Carlson è un uomo di comunicazione (politica), e sa riconoscere un’operazione promozionale, quando ne vede una. Nel colloquio con Channel 13 non ha parlato del video in cui Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, deride e minaccia gli attivisti della Global Sumud Flotilla catturati illegalmente dalla marina israeliana, ammanettati a faccia in giù nel porto di Ashdod.
Ma la chiave che suggerisce, quella della sfrontata operazione pubblicitaria, funzionale al progetto aggressivo e violento del governo di cui fa parte, sembra molto plausibile. Certo, gli uomini e le donne della Flotilla non sono stati materialmente uccisi come i palestinesi, ma la loro umiliazione, anzi, de-umanizzazione, sul piano simbolico equivale a una pubblica esecuzione, e come l’impiccagione su base etnica di cui Ben Gvir è stato uno dei paladini, probabilmente è approvata dal 70 per cento degli israeliani.
Itamar Ben Gvir (Ansa).
L’Occidente sta rinegoziando la soglia dell’accettabile
E più fioccano gli «inaccettabile» da parte di altri Paesi, compresi gli Stati Uniti per bocca dell’ambasciatore in Israele Mike Huckabee, più lo stesso Netanyahu si affretta a prendere le distanze dagli atteggiamenti del suo ministro di estrema destra, più si ha l’impressione che, in realtà, l’Occidente stia solo rinegoziando la soglia dell’accettabile. Perché se è davvero inaccettabile affidare la Sicurezza nazionale di un Paese a un fanatico sadico, Ben Gvir avrebbe dovuto essere allontanato a furor di mondo già nell’agosto 2025, quando è andato in carcere a tormentare il leader palestinese Marwan Barghouti ridotto a una larva umana. O ancora prima, quando sabotava le trattative per la liberazione degli ostaggi prigionieri nei tunnel di Gaza, perché secondo lui dovevano restare lì a marcire fino alla vittoria totale.
Itamar Ben-Gvir (Ansa).
Se la Sicurezza nazionale è interpretata come impunità
Nehemia Shtrasler su Haaretz, più di un anno fa, lo definiva «l’uomo più spregevole della storia di Israele», uno che «considera la morte l’apice del successo, finché lui non corre rischi». Shtrasler ricordava che il ministro che inonda TikTok di video dai toni violenti e farneticanti, non ha fatto il servizio militare, e mentre i suoi coetanei combattevano, bighellonava per Gerusalemme a ingozzarsi di pizza insieme ai seguaci del rabbino estremista Meir Kahane (messo fuorilegge da Menachem Begin). A uno così, che si eccita con torture e impiccagioni e avrebbe tranquillamente lasciato morire centinaia di connazionali nelle mani di Hamas, Netanyahu ha affidato nel 2022 la Sicurezza nazionale, un concetto che Ben Gvir interpreta come impunità per le violenze degli israeliani, in primis i coloni, pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo (cioè tutti) e punizioni e vessazioni ad libitum per chi osa sostenerli, curarli, nutrirli, o anche solo attirare l’attenzione del mondo sull’agonia di Gaza.
Benjamin Netanyahu, il presidente della Knesset Amir Ohana, e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir (Ansa).
L’indignazione internazionale è solo di facciata
Ma Itamar Ben Gvir è lì da quattro anni, indisturbato. E l’indignazione internazionale di oggi, perfino da parte dei più strenui amici di Netanyahu, come Giorgia Meloni, fa rabbia. Negli Usa i pro-Pal vengono scacciati dalle università, picchiati dalla polizia, gli si dà la caccia con l’intelligenza artificiale; in Inghilterra rischiano la messa al bando e 14 anni di prigione; in Italia chi protesta è schedato e criminalizzato, anche quando manifesta pacificamente. Forse non viene obbligato ad ascoltare l’inno nazionale israeliano, ma il trattamento che riceve nelle stazioni di polizia non è poi tanto diverso da quello subito dagli attivisti della Flotilla. Lo sdegno di tanti leader occidentali sembra solo una reazione di facciata, finalizzata a rassicurare opinioni pubbliche sempre più urtate dal cieco e incondizionato sostegno alla prepotenza di Israele. E se l’inaccettabilità per il “mondo civile” sono le fanfaronate brutali contro i membri della Flotilla, l’accettabilità è l’ordinaria amministrazione del governo Netanyahu, che denunciare è reato: gli oltre 70 mila morti di Gaza, i 3 mila del Libano, la persecuzione quotidiana dei palestinesi nei Territori. «Non lasciatevi turbare dalle loro urla», diceva Ben Gvir ai soldati che avevano in custodia i flotilleros. Una raccomandazione di cui l’Occidente non ha bisogno, quando le urla sono palestinesi.
«Le forze speciali ucraine hanno colpito il quartier generale dell’Fsb russo nel villaggio di Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson, provocando circa un centinaio fra vittime e feriti». L’ha scritto su X il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, allegando al suo messaggio il video che mostra il momento in cui i droni di Kiev colpiscono simultaneamente degli edifici in un villaggio. «I russi devono sentire la necessità di porre fine a questa guerra», ha concluso il leader ucraino.
Gli Stati Uniti hanno sospeso il diritto di ingresso nel Paese ai cittadini non americani che negli ultimi 21 giorni sono stati nelle aree colpite da ebola – Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan. Il provvedimento, emesso dai Centers for disease control and prevention (Cdc), sarà in vigore per 30 giorni ed è giustificato con la necessità di «proteggere la salute degli Stati Uniti dal grave rischio rappresentato dall’introduzione della malattia da virus ebola negli Usa da parte» di chi è stato in zone a rischio.
Africa Cdc: «Restrizioni non necessarie, serve solidarietà non stigma»
Polemiche da parte dell’Africa Cdc, l’agenzia per la salute pubblica dell’Unione Africana, che riconosce «la responsabilità sovrana di ogni governo di proteggere la salute e la sicurezza del proprio popolo» ma critica «l’uso di forti restrizioni ai viaggi come strumento principale di salute pubblica durante le epidemie». «L’esperienza dell’Africa Cdc», ha scritto in una nota, «ha dimostrato che forti restrizioni ai viaggi e chiusure delle frontiere spesso offrono benefici limitati per la salute pubblica, creando al contempo significative conseguenze economiche, umanitarie e operative». L’agenzia sanitaria ha pertanto invitato tutti i Paesi, all’interno dell’Africa e a livello globale, ad astenersi dall’imporre restrizioni commerciali o di viaggio non necessarie in risposta a questa epidemia. «L’Africa ha bisogno di solidarietà, non di stigma», ha concluso.
Finora 131 morti in Congo
Intanto l’Organizzazione mondiale della sanità convocherà il 19 maggio 2026 il suo comitato di emergenza per valutare l’epidemia di ebola in Congo, che finora ha causato 131 morti e 513 casi sospetti. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha dichiarato un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, il secondo livello di allerta più alto. Gli elementi di preoccupazione secondo l’Oms sono diversi. Tra questi il fatto che sono stati segnalati casi in aree urbane e che sono stati segnalati decessi tra gli operatori sanitari, il che indica una trasmissione associata all’assistenza sanitaria. Anche le caratteristiche dell’area aumentano il rischio che l’epidemia cresca, perché vi è un significativo movimento di popolazione trattandosi di una zona mineraria. «Questa epidemia è causata dal Bundibugyo, una specie di virus ebola per il quale non esistono vaccini o terapie», ha affermato Ghebreyesus.
Jonathan Andic, figlio dello storico fondatore di Mango, Isak Andic, è stato arrestato per l’omicidio del padre. Ne ha dato notizia il quotidiano catalano La Vanguardia. L’imprenditore morì il 14 dicembre 2024 precipitando in un burrone durante un’escursione sul monte Montserrat. Con lui c’era solo il figlio, che ha sempre raccontato che il padre fosse caduto accidentalmente. Il caso relativo alla morte era stato archiviato per mancanza di prove di reato, ma successivamente è stato riaperto e si è concentrato sul comportamento del Jonathan. A pesare è stata anche la testimonianza di Estefania Knuth, compagna di Isak, che avrebbe parlato di un rapporto difficile tra padre e figlio, incrinato da tensioni familiari e divergenze sulla gestione dell’azienda. Di qui la decisione degli investigatori di disporre nuovi accertamenti sul cellulare di Jonathan e sulla dinamica della caduta.
L’ex premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero risulta indagato nel caso del salvataggio pubblico della compagnia aerea Plus Ultra, finanziato con 53 milioni di euro. Secondo fonti giudiziarie citate dai media iberici, fra cui El Pais, l’ex presidente socialista (a capo del governo spagnolo dal 2004 al 2011) è accusato di associazione per delinquere, traffico di influenze e falso in documenti.
Su cosa si concentra l’indagine
L’indagine riguarda il presunto riciclaggio di 53 milioni concessi dallo Stato alla compagnia aerea attraverso un fondo di appoggio a imprese strategiche. Nasce da rogatorie arrivate da Svizzera e Francia su presunti flussi sospetti di denaro legati al salvataggio pubblico di Plus Utra, già finita al centro di polemiche in Spagna per i rapporti economici con imprenditori venezuelani vicini al chavismo. Alla fine del 2025 erano stati arrestati il presidente della compagnia, Julio Martinez Sola, e l’amministratore delegato Roberto Roselli. Secondo l’ipotesi degli investigatori, Zapatero avrebbe ricevuto oltre 400 mila euro in cinque anni tramite la società di consulenza Analisis Rilevante, fondata dall’imprenditore Julio Martinez Martinez, suo amico personale e socio d’affari. La società avrebbe incassato circa 460 mila euro da Plus Ultra per attività di mediazione e consulenza in Venezuela. L’ex premier ha sempre sostenuto che i compensi erano regolari e dichiarati fiscalmente.
Il ministero della Difesa russo ha annunciato che l’esercito di Mosca inizierà tre giorni di esercitazioni sulle armi nucleari che coinvolgeranno migliaia di soldati in tutto il Paese. Nel frattempo il presidente Vladimir Putin si trova in visita in Cina. «Dal 19 al 21 maggio 2026, le forze armate della Federazione russa condurranno un’esercitazione sulla preparazione e l’uso delle forze nucleari in caso di minaccia di aggressione», ha dichiarato il Cremlino, aggiungendo che si praticheranno addestramenti congiunti e l’uso di armi nucleari dislocate sul territorio della Bielorussia.
Coinvolti oltre 64 mila militari
All’esercitazione partecipano le forze missilistiche strategiche, le flotte del Nord e del Pacifico, il comando dell’aviazione a lungo raggio e parte delle forze dei distretti militari di Leningrado e Centrale. Complessivamente saranno coinvolte oltre 7.800 unità di equipaggiamento militare, tra cui oltre 200 lanciamissili e più di 140 velivoli, per un totale di oltre 64 mila militari. Durante le esercitazioni, verranno lanciati missili balistici e da crociera in siti di prova sul territorio russo.
Donald Trump ha annunciato di aver sospeso un attacco pianificato contro l’Iran in programma martedì 19 maggio 2026 su richiesta dell’Emiro del Qatar, del principe ereditario dell’Arabia Saudita e del presidente degli Emirati Arabi Uniti, «poiché sono in corso seri negoziati». «Ho impartito istruzioni al segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al capo dello Stato maggiore congiunto, generale Daniel Caine, e alle forze armate degli Stati Uniti, affinché non venga eseguito l’attacco contro l’Iran programmato per domani», ha scritto sul suo social Truth. L’accordo di cui si sta discutendo, ha continuato, «includerà nessuna arma nucleare all’Iran». «Ho inoltre dato istruzioni», ha continuato, «di tenersi pronti a procedere con un attacco su vasta scala in qualsiasi momento, qualora non si raggiunga un accordo accettabile». Ai media, il tycoon ha spiegato che «mi è stato chiesto dall’Arabia Saudita, dal Qatar, dagli Emirati Arabi Uniti e altri se potevamo rimandare di due o tre giorni» l’attacco «perché ritengono di essere ormai molto vicini a raggiungere un accordo».
Il bilancio della sparatoria alla moschea di SanDiego è di tre vittime oltre ai due aggressori, due ragazzi di 17 e 19 anni trovati morti suicidi in un’auto parcheggiata a pochi isolati di distanza. Al momento il caso è ritenuto un crimine d’odio. Su una delle armi usate per l’attacco e ritrovate in macchina c’era la scritta «hate speech». Sempre nell’abitacolo gli investigatori hanno trovato messaggi anti-islamici. Lo riporta il New York Times, sottolineando che uno dei due sospettati aveva preso un’arma dalla casa dei genitori poco prima dell’attacco e ha lasciato un biglietto di addio. Le tre vittime sono tre uomini, fra i quali una guardia di sicurezza che, secondo quanto riferito dalla polizia, ha avuto un ruolo cruciale nell’evitare una strage.
Trump: «Una situazione terribile»
Donald Trump ha definito la situazione «terribile», aggiungendo che l’accaduto sarà preso in seria considerazione. Il capo dell’Fbi, Kash Patel, ha assicurato che tutte le risorse saranno messe a disposizione per aiutare la polizia locale. «Sono indignata. I luoghi di culto devono essere santuari, dove l’odio e la violenza non hanno posto», ha invece commentato la sindaca di Los Angeles, Karen Bass. Gavin Newsom, governatore dem della California, ha espresso orrore per l’attacco: «I fedeli, ovunque si trovino, non dovrebbero temere per la propria vita. L’odio non ha posto in California e non tollereremo atti di terrore o intimidazione contro le comunità di fede».
La sindaca di San Diego in visita alla comunità musulmana dopo la sparatoria (Ansa).
Mamdani: «L’islamofobia mette in pericolo tutte le comunità musulmane»
«Non abbiamo mai vissuto una tragedia come questa prima d’ora. È assolutamente scandaloso prendere di mira un luogo di culto», ha dichiarato l’imam della moschea di San Diego, Taha Hassane. Mentre da New York, Zohran Mamdani, il primo sindaco musulmano di una grande città americana, ha descritto l’attacco come «un evidente atto di violenza anti-musulmana: l’islamofobia mette in pericolo le comunità musulmane in tutto il Paese». Intanto per precauzione Mamdani ha rafforzato le misure di sicurezza presso le moschee della Grande Mela.
L’Iran ha presentato un nuovo piano in 14 punti, attraverso i mediatori pachistani, che si concentra sui «negoziati per la fine della guerra e sulle misure di costruzione della fiducia da parte americana». Lo scrive l’agenzia di stampa Tasnim, vicina ai pasdaran, citando una fonte vicina al team negoziale di Teheran. Nella bozza, gli Stati Uniti hanno accettato di sospendere le sanzioni petrolifere contro l’Iran durante i negoziati. «L’Iran ribadisce che l’abolizione di tutte le sanzioni deve far parte degli impegni degli Usa. Gli Usa, tuttavia, hanno proposto la revoca solo fino al momento dell’accordo finale», si legge sulla medesima agenzia. Poche ore prima dell’invio del nuovo piano, Trump era tornato a minacciare Teheran. «Il tempo stringe, ed è meglio che si muovano velocemente, altrimenti di loro non rimarrà nulla», aveva scritto su Truth. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha risposto che in caso di ripresa della guerra le sue forze armate hanno «nuove sorprese per il nemico».
Soldati dell’Idf hanno preso il controllo delle imbarcazioni della Sumud Flotilla al largo delle acque di Cipro. In una diretta streaming mostrata dal Times of Israel si vedono dei commando della marina militare israeliana che abbordano una delle navi della missione, che ha dichiarato di avere perso i contatti con una delle sue navi dopo l’intervento di Israele sostenendo che questo sia avvenuto in acque internazionali. «La Flotilla, a 250 miglia da Gaza in acque internazionali, ha iniziato a essere fermata dai soldati israeliani. L’imbarcazione Sadabad, appartenente alla flottiglia, è stata sequestrata dalle forze di occupazione israeliane», si legge in un comunicato della Global Sumud Flotilla. Partita ad aprile dalla Spagna e diretta a Gaza, la Flotilla era stata già intercettata da Israele in acque internazionali nei pressi di Creta, ma la scorsa settimana un nuovo convoglio di 54 imbarcazioni con circa 500 attivisti era ripartito alla volta della Striscia dal porto di Marmaris, località costiera della Turchia sud occidentale.
«Per l’Iran il tempo stringe, ed è meglio che si muovano velocemente, altrimenti di loro non rimarrà nulla». L’ha scritto Donald Trump sulla sua piattaforma social Truth. Subito dopo, intervistato dall’emittente israeliana Channel 12, ha aggiunto: «Se non verranno da noi con un’offerta migliore, li colpiremo più duramente di come abbiamo fatto finora». Secondo la Cnn, il tycoon ha convocato al suo golf club in Virginia i suoi massimi consiglieri per la sicurezza per discutere della guerra. All’incontro erano presenti il vice presidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore della CiaJohn Ratcliffe e l’inviato speciale Steve Witkoff. Martedì 19 maggio, informa Axios, convocherà invece la Situation Room per esaminare le possibili opzioni militari. Secondo alcuni media, Trump avrebbe ottenuto dalla Cina l’impegno a non fornire armi a Teheran.
La foto AI nella «stanza dei bottoni»
Su Truth ha anche pubblicato una foto realizzata con l’intelligenza artificiale in una sorta di «stanza dei bottoni» nello spazio mentre è intento a schiacciare un pulsante di colore rosso. Alle sue spalle, su vari schermi, si vedono diverse esplosioni con la scritta «target destroyed».
Nel corso della riunione annuale dei Ministri degli Affari Esteri del Consiglio d’Europa (composto da 46 membri), che si è tenuta a Chișinău in Moldavia, l’Unione europea e 36 Paesi hanno espresso l’intenzione di aderire a un nuovo Accordo Parziale Allargato che istituisce il Tribunale Speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Tra essi anche l’Italia, rappresentata in Moldavia dal sottosegretario Massimo Dell’Utri.
Il Segretario generale: «Dare seguito all’impegno politico»
«Questi Stati hanno compiuto un passo decisivo verso l’effettiva istituzione del Tribunale speciale e il riconoscimento delle responsabilità per l’aggressione contro l’Ucraina», ha dichiarato il Segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset. «Ora occorre agire per dare seguito a questo impegno politico, garantendo il funzionamento e il finanziamento del Tribunale. Si avvicina rapidamente il momento in cui la Russia dovrà rispondere della sua aggressione. La strada che ci attende è quella della giustizia, che deve prevalere».
Il processo di istituzione annunciato a maggio 2025
I Paesi devono ora completare le proprie procedure nazionali per l’adesione. Successivamente avrà inizio il processo vero e proprio di costituzione di quello che è stato soprannominato “Tribunale di Putin”: selezione dei giudici e del pubblico ministero, approvazione del regolamento interno. Il comitato direttivo dovrà riunirsi almeno una volta all’anno. Così Andrii Sybiha, ministro degli Esteri ucraino: «Le fondamenta morali dell’Europa e del mondo saranno ripristinate solo quando il crimine di aggressione contro l’Ucraina sarà punito. Non è una questione del passato, ma del futuro. Si tratta di ristabilire uno spazio comune di verità, giustizia e fiducia». Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa aveva annunciato l’avvio del processo di istituzione del tribunale a maggio del 2025.
Le altre decisioni prese in Moldavia dai ministri degli Esteri
A Chișinău i ministri hanno inoltre accolto con favore la Convenzione che istituisce una Commissione internazionale per i risarcimenti per Kyiv, seconda parte di un meccanismo di compensazione globale relativo alla guerra di aggressione della Russia, che si baserà sul Registro dei danni per l’Ucraina. Istituito nel 2023, quest’ultimo raccoglie e registra le richieste di risarcimento presentate da individui, organizzazioni ed enti pubblici in Ucraina: adottato finora da 44 Paesi, ha già ricevuto oltre 150 mila richieste.