Prestazione lavoro occasionale, nel 2026 il nuovo sito Inps: ecco le novità

Nelle ultime ore, l’Inps ha annunciato il lancio del nuovo portale delle prestazioni occasionali, un’iniziativa che segna un passo decisivo nel processo di trasformazione digitale dell’istituto. L’aggiornamento, inserito nel più ampio piano di evoluzione dei servizi denominato “PES2025_DCE_MI.105_12”, prevede un radicale restyling della piattaforma. L’obiettivo è quello di rendere la gestione del lavoro autonomo occasionale più fluida e intuitiva per tutti gli utenti coinvolti. In un contesto dove la prestazione occasionale senza partita Iva rappresenta una risorsa fondamentale per il mercato del lavoro, la digitalizzazione diventa lo strumento essenziale per garantire trasparenza e velocità operativa. L’intero processo non può che partire dall’adeguamento dei sistemi alle esigenze tecnologiche.

Nuovo portale delle prestazioni occasionali, a cosa serve?

Prestazione lavoro occasionale, nel 2026 il nuovo sito Inps: ecco le novità
Una sezione dei servizi offerti dall’Inps sul suo portale (Ansafoto).

Il nuovo portale delle prestazioni occasionali nasce per centralizzare e semplificare gli adempimenti relativi ai diversi strumenti di flessibilità lavorativa. La piattaforma permetterà di gestire in modo integrato sia il contratto di prestazione occasionale che le prestazioni di lavoro occasionale gestite nell’ambito del libretto famiglia, garantendo un accesso rapido alla rendicontazione dei compensi e al versamento della contribuzione. Grazie a questo restyling, il sistema sarà in grado di supportare in modo più efficiente il prestatore di lavoro occasionale, offrendo una panoramica chiara dei propri diritti e delle posizioni assicurative. Il passaggio al lavoro occasionale si focalizza sull’abbattimento della burocrazia. Privati e aziende potranno regolarizzare, infine, le collaborazioni in pochi click grazie a una navigazione ottimizzata per i dispositivi mobili e una user experience nettamente migliorata rispetto alle precedenti versioni.

Dove si trova la sezione delle prestazioni occasionali nel nuovo portale Inps?

La ricerca della sezione dedicata sarà facilitata da una riorganizzazione logica dei menù all’interno del sito istituzionale. Per individuare il nuovo portale delle prestazioni occasionali, gli utenti dovranno accedere all’area MyInps e navigare tra i servizi dedicati al lavoro. La struttura aggiornata prevede sezioni distinte e ben visibili per la prestazione occasionale Inps, dove sarà possibile monitorare il portafoglio virtuale e le ore lavorate. Questo ambiente digitale non è solo un punto di inserimento dati, ma un vero snodo informativo dove scaricare documenti e consultare le guide aggiornate. La transizione verso i voucher di lavoro occasionale del 2026 sarà accompagnata da una messaggistica istantanea e avvisi personalizzati, che guideranno l’utente attraverso il nuovo layout grafico, rendendo immediato il reperimento delle funzioni di pagamento e di consultazione degli estratti conto contributivi.

Accesso degli intermediari alla nuova sezione telematica Inps

Un aspetto cruciale dell’aggiornamento riguarda il potenziamento degli strumenti a disposizione dei professionisti. Il nuovo portale delle prestazioni occasionali introduce, infatti, sezioni specifiche per gli intermediari, ottimizzando la gestione dei flussi per conto di terzi. Nel messaggio 3932 del 24 dicembre 2025, l’Inps spiega che i consulenti del lavoro e gli intermediari abilitati potranno beneficiare di cruscotti di monitoraggio avanzati. Il processo di refactoring permette una sincronizzazione più rapida dei dati e una gestione massiva delle comunicazioni obbligatorie. Questa evoluzione garantisce che l’assistenza fornita ai datori di lavoro sia più precisa e tempestiva, riducendo il rischio di errori formali nella gestione delle prestazioni. L’interfaccia degli intermediari è stata ridisegnata per offrire una visione d’insieme su più posizioni contributive, integrando strumenti di diagnostica che segnalino eventuali anomalie prima della conferma definitiva delle operazioni.

Pagamenti Assegno unico universale: ecco il calendario delle date di tutto il 2026

Le date di pagamento dell’Assegno unico universale 2026 rappresentano un appuntamento fondamentale per milioni di famiglie italiane che beneficiano del sostegno economico per i figli a carico. Con il messaggio numero 3931 del 24 dicembre 2025, l’Inps ha delineato il quadro operativo per il nuovo anno, pubblicando il calendario dei pagamenti e confermando le modalità di erogazione e l’aggiornamento degli importi in base all’inflazione. Lo strumento ha ormai sostituito definitivamente i vecchi assegni familiari per la platea di lavoratori e disoccupati, consolidandosi come unica misura universale. La pianificazione finanziaria domestica dipende strettamente dalla puntualità di questi accrediti, rendendo essenziale la conoscenza in anticipo delle finestre temporali stabilite dall’Inps per evitare incertezze sull’accredito del sostegno.

Pagamento Assegno unico, quali sono le date del 2026?

Pagamenti Assegno unico universale: ecco il calendario delle date di tutto il 2026
Famiglia con bimbi in un prato (Imagoeconomica).

L’Inps ha comunicato il calendario completo dei giorni di pagamento dell’Assegno unico per i figli per tutto l’anno 2026. Le date individuate per gli accrediti seguono una programmazione precisa:

  • 21-22 gennaio;
  • 19-20 febbraio;
  • 19-20 marzo;
  • 20-21 aprile;
  • 20-21 maggio;
  • 18-19 giugno;
  • 20-21 luglio;
  • 18-19 agosto;
  • 21-22 settembre;
  • 21-22 ottobre;
  • 19-20 novembre;
  • 16-17 dicembre.

Gli importi beneficeranno di una rivalutazione dell’1,4 per cento per contrastare l’inflazione. L’aliquota aggiorna anche le fasce dell’Isee ai fini della determinazione dell’importo spettante come indennità per i figli. La soglia massima per ottenere l’assegno pieno (circa 203,81 euro per figlio minore) sale a un Isee famiglia 2026 di 17.468,51 euro, mentre la quota minima di 58,31 euro scatta oltre i 46.582,75 euro. È di fondamentale importanza la presentazione della Documentazione sostitutiva unica (Dsu) entro la fine di febbraio per evitare la diminuzione dell’importo dell’Assegno unico al valore minimo garantito (58,31 euro).

Quando caricano l’assegno unico a gennaio 2026?

Per quanto riguarda la prima mensilità del 2026, la domanda su quando avverranno i pagamenti dell’Assegno unico trova risposta nelle finestre del 21 e 22 gennaio per chi non ha variazioni nel nucleo familiare. Qualora siano state presentate delle nuove domande o modificate le condizioni di accesso alla misura (come la nascita di un figlio), l’accredito avverrà nell’ultima settimana del mese. Questo meccanismo di protezione sociale si inserisce nel contesto della manovra Meloni 2026 che ha confermato il finanziamento strutturale del sostegno nonostante i dibattiti europei. Si ricorda che, per mantenere le agevolazioni familiari, la tempestività nell’aggiornamento dei dati e dell’Isee è l’unico modo per garantire la continuità dei versamenti senza incorrere in interruzioni o ricalcoli a debito. I pagamenti dell’Assegno unico si confermano, anche per il 2026, centrali nelle politiche di welfare dedicate alla natalità e al supporto dei nuclei familiari italiani.

Bonus casa nel 2026: confermato il 50 per cento sulla prima abitazione

La manovra del governo conferma, per tutto il 2026, il bonus sulla prima casa al 50 per cento. Ma, nel nuovo anno, occorrerà fare in fretta. Infatti, sarà più difficile un’ulteriore proroga dell’aliquota di detrazione fiscale e della conferma del tetto di spesa di 96 mila euro anche nel 2027. Proprio il quadro di incertezza sulle aliquote dei bonus edilizi avrebbe prodotto, secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore del 28 dicembre, una contrazione degli investimenti di circa 20 miliardi di euro nei primi nove mesi dell’anno. La conferma del 50 per cento dell’incentivo sulle ristrutturazioni degli immobili emerge in uno scenario di riduzione delle possibilità di agevolare, dal punto di vista fiscale, i lavori sulla casa. La legge di bilancio 2026, infatti, non ha confermato per il nuovo anno né il Superbonus, né il bonus per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

Bonus casa nel 2026, cosa prevede la manovra?

Bonus casa nel 2026: confermato il 50 per cento sulla prima abitazione
Lavori di ristrutturazione della prima e seconda casa che si possono eseguire con i bonus edilizi anche nel 2026 (Unsplash).

Ancora 12 mesi di tempo per eseguire lavori di ristrutturazione della prima casa con il bonus del 50 per cento di agevolazione fiscale. Inizialmente sembrava che nel 2026 la percentuale di sconto fiscale sulla prima casa sarebbe dovuta scendere al 36 per cento e quella sulle seconde abitazioni al 30 per cento, con un tetto massimo di spesa dimezzato da 96 mila a 48 mila euro. Invece rimarrà tutto invariato per altri 12 mesi. La legge di Bilancio 2026 ha confermato, infatti, l’aliquota del 50 per cento sui lavori riguardanti le abitazioni principali e del 36 per cento per quelli sulle seconde case. Il recupero dello sconto può continuare ad avvenire mediante la detrazione fiscale in 10 rate annuali. Non è possibile, invece, utilizzare gli strumenti dello sconto in fattura e della cessione dei crediti d’imposta.

Quali sono i lavori di ristrutturazione che si possono effettuare nel 2026 con lo sconto?

I lavori agevolati dallo sconto fiscale del 50 e del 36 per cento, rispettivamente sulla prima e sulla seconda casa, sono quelli elencati all’articolo 16 bis del Testo unico delle imposte sui redditi. Nel dettaglio, si possono effettuare lavori di:

  • manutenzione ordinaria;
  • manutenzione straordinaria, restauro, ristrutturazione e risanamento conservativo;
  • ricostruzione del proprio immobile danneggiato da eventi sismici;
  • abbattimento delle barriere architettoniche seguendo lo schema degli interventi ammessi del decreto ministeriale 236 del 1989;
  • interventi di prevenzione contro il rischio di illeciti commessi da terzi, come per esempio la porta blindata;
  • lavori di risparmio energetico e di bonifica dall’amianto;
  • messa a norma di fabbricati e lavori per evitare gli infortuni domestici;
  • sostituzione del gruppo elettrogeno.

Dichiarazione dei redditi, disponibili le bozze del 730 e degli altri modelli: ecco cosa cambia nel 2026

L’Agenzia delle entrate comunica che sono disponibili le bozze dei modelli di dichiarazione dei redditi per l’anno 2026, comprendenti il 730, il Modello Redditi, la Certificazione unica, il 770, l’Iva e l’Irap. Tutti i moduli sono liberamente consultabili sul portale dell’amministrazione finanziaria al fine di verificare cosa cambia rispetto alle dichiarazione dei redditi del 2025. La prima novità riguarda i lavoratori con redditi fino a 20 mila euro o tra 20 mila e 40 mila euro: per questi contribuenti sono previsti dei benefici. Inoltre, sono presenti i campi relativi alla detassazione delle somme erogate per i canoni di locazione ai lavoratori neoassunti con rapporto di lavoro a tempo indeterminato e il riordino delle detrazioni d’imposta. Ecco, quindi, quali sono le novità che si possono trovare nelle bozze dei nuovi modelli di dichiarazione del 2026.

Bozze modelli dichiarazione redditi 2026, quali variazioni nel 730

Dichiarazione dei redditi, disponibili le bozze del 730 e degli altri modelli: ecco cosa cambia nel 2026
Modelli 730 (Imagoeconomica).

Con un comunicato stampa, l’Agenzia delle entrate ha reso noto che tutti gli interessati possono visualizzare le bozze dei nuovi modelli di dichiarazione dei redditi per l’anno 2026. Online, infatti, si possono reperire i nuovi modelli 730, 770 e Redditi, la Certificazione unica, l’Iva e l’Irap. Le novità inserite nei modelli ricalcano i cambiamenti avvenuti nella normativa fiscale. Tra quelli più evidenti, si riconosce la somma variabile fino a 960 euro, al di fuori della base imponibile, per i lavoratori con redditi non eccedenti l’importo di 20 mila euro. Inoltre, si prevede la nuova detrazione dell’imposta lorda per i lavoratori con contratto alle dipendenze, i cui redditi siano compresi tra 20 mila e 40 mila euro.

Quali novità sulle detrazioni del 2026?

Trovano spazio, altresì, anche le somme che i datori di lavori abbiano anticipato o rimborsato entro la soglia annua di 5 mila euro al fine di pagare i canoni di affitto e le spese di manutenzione riguardanti gli immobili presi in locazione dai lavoratori neo-assunti, con rapporto di lavoro a tempo indeterminato, durante l’anno 2025. Ulteriori cambiamenti riguardano le detrazioni per i figli e per gli altri componenti a carico della famiglia, nonché il riordino delle detrazioni di imposta.

Dove trovare le bozze dei modelli di dichiarazione dei redditi 2026?

Contribuenti, imprese e centri di assistenza fiscale possono prendere visione anche degli altri modelli riguardanti il Reddito delle Persone Fisiche, Imprenditori, professionisti, società ed enti. Per questi moduli le novità riguardano, essenzialmente, coloro che abbiano aderito nel 2025 al concordato preventivo biennale. Altri cambiamenti riguardano la riduzione dell’Ires dal 24 al 20 per cento e le novità nei quadri VE e VJ, ST, SV e SX dei modelli Iva e 770. Per reperire le bozze dei modelli è necessario collegarsi al portale dell’Agenzia delle entrate e seguire il percorso: Home > Strumenti > Modelli > Modelli in bozza.

Record storico per l’oro: “colpa” dello scontro Usa-Venezuela

L’oro ha superato i 4.500 dollari l’oncia, toccando un nuovo record storico. È “colpa” delle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela. A pesare anche le attese di un nuovo taglio dei tassi Usa. Il rialzo su base annua per l’oro è stato quasi del 70 per cento. L’argento, invece, si è stabilizzato a 71,95 dollari l’oncia con un progresso del 150 per cento. Si tratta per entrambi del maggior rialzo annuo dal 1979.

Pensioni, calendario dei pagamenti 2026: ecco i giorni di accredito di poste e banche

L’Inps ha reso ufficiale il calendario dei pagamenti delle pensioni per l’anno 2026 nella circolare numero 153 dello scorso 19 dicembre. Pensioni, assegni, indennità di accompagnamento a favore degli invalidi civili e rendite vitalizie dell’Inail sono pagati il primo giorno bancabile del mese o il successivo nel caso in cui il primo dovesse capitare di giornata festiva o non bancabile. Si parte subito con l’eccezione del mese di gennaio 2026, il cui pagamento delle pensioni viene eseguito il secondo giorno bancabile. Inoltre, in caso di mancata coincidenza, il pagamento effettuato mediante Poste Italiane precede quello delle banche. Ecco, quindi, qual è il calendario e quando viene pagata la pensione a partire dal trattamento di gennaio 2026.

Pensioni calendario dei pagamenti 2026: quando arriva la pensione a gennaio?

Pensioni, calendario dei pagamenti 2026: ecco i giorni di accredito di poste e banche
Anziani, pensionati (Imagoeconomica).

L’Inps ha comunicato le giornate di pagamento delle pensioni per l’anno 2026. Si inizia con il trattamento di gennaio nel quale il versamento avverrà il giorno 3 presso Poste Italiane, considerando le festività, mentre il giorno di disponibilità di valuta delle banche è il 5 gennaio. A febbraio e a marzo 2026, poste e banche pagheranno le pensioni il giorno 2, capitando l’1 di domenica, mentre ad aprile, giugno, luglio, settembre, ottobre e dicembre l’accredito avverrà sempre il primo giorno del mese. Fanno eccezione, i pagamenti di maggio (il giorno 2 per Poste Italiane e 4 per le banche), agosto, rispettivamente l’1 e il 3, mentre a novembre sia per le poste che per le banche la data di pagamento è il giorno 2, essendo l’1 festivo.

Pagamenti pensioni, qual è l’importo delle minime nel 2026?

Si ricorda, infine, che da gennaio 2026 scatteranno gli aumenti delle pensioni. Il ministero dell’Economia e delle Finanze ha ufficializzato la percentuale provvisoria di inflazione riferita all’anno 2025, aliquota in base alla quale si effettuano i calcoli per la rivalutazione degli assegni. Pertanto, chi prende la pensione minima, di importo pari a 603,40 euro nel 2025, avrà un aumento dell’1,4 per cento. Il nuovo importo da gennaio è, dunque, di 611,85 euro al mese, pari a 7.954,05 euro all’anno. Tuttavia, nella stessa circolare, l’Inps chiarisce che a favore delle pensioni più basse sarà calcolata la maggiorazione già prevista dalla legge di Bilancio 2025 e pari, per il 2026, all’1,3 per cento (7,95 euro in più al mese). Quindi i pensionati con la minima, da gennaio, percepiranno 619,80 euro.

Rivalutazione trattamenti di pensioni nel 2026: ecco di quanto

Pensioni, calendario dei pagamenti 2026: ecco i giorni di accredito di poste e banche
Sede dell’Inps (Imagoeconomica).

Le pensioni più alte e fino a quattro volte il trattamento minimo, cioè fino a 2.413,60 euro ai valori del 2025, riceveranno l’aumento del 100 per cento del tasso di inflazione, quindi dell’1,4 per cento. Gli assegni più alti e fino a cinque volte il minimo (3.017,00 euro) saranno rivalutati dell’1,26 per cento (pari al 90 per cento dell’1,4 per cento), mentre quelle oltre questa soglia avranno un aumento dell’1,05 per cento, corrispondente al 75 per cento dell’1,40 per cento.

Tobin tax: cos’è, quando si applica e cosa cambia nel 2026

Dal 1° gennaio 2026 la Tobin tax dovrebbe raddoppiare, secondo le modifiche inserite nella legge di bilancio in arrivo al voto finale di Camera e Senato. La misura interviene sulla disciplina introdotta nel 2012 (legge 228), che già prevede un’imposta sulle transazioni finanziarie legate al trasferimento di proprietà di azioni e di altri strumenti partecipativi emessi da società residenti in Italia.

Cos’è la Tobin tax e su cosa si applica

Tobin tax: cos’è, quando si applica e cosa cambia nel 2026
Euronext (Ansa).

La tassa colpisce le transazioni di strumenti partecipativi effettuate su società con capitalizzazione superiore a 500 milioni di euro. Si tratta quindi di un prelievo sul valore della compravendita di azioni, non sulle obbligazioni, sugli Etf né sui titoli di Stato. Restano escluse anche le operazioni derivanti da successioni o donazioni. Attualmente l’aliquota standard è pari allo 0,2 per cento sui mercati non regolamentati, mentre è ridotta allo 0,1 per cento quando l’acquisto avviene su mercati regolamentati.

Cosa cambia dal 2026

Il testo della manovra introduce due aumenti netti. Sui mercati non regolamentati l’imposta salirà allo 0,4 per cento, il doppio rispetto all’aliquota attuale. Di conseguenza raddoppierà anche l’aliquota agevolata applicata sui mercati regolamentati, che passerà dallo 0,1 allo 0,2 per cento. La legge interviene inoltre sulle operazioni “ad alta frequenza”, cioè quelle effettuate a ritmi molto elevati tramite algoritmi, già oggetto di un’imposta specifica. Dal 2026 l’aliquota applicata a questa tipologia di transazioni crescerà dallo 0,02 allo 0,04 per cento.

Il governo dovrà pagare un miliardo a Tim per il canone del 1998

Il governo dovrà rimborsare oltre un miliardo di euro a Tim, corrispondenti al canone versato dal Gruppo allo Stato nel 1998 più gli interessi maturati negli anni. Lo ha deciso la Corte di Cassazione ponendo fine a una vicenda giudiziaria ventennale iniziata dal versamento, da parte dell’ex monopolista delle telecomunicazioni, di oltre 500 milioni di euro di contributo obbligatorio. Tim ha sostenuto che tale pagamento allo Stato, versato l’anno successivo alla deregolamentazione e privatizzazione del settore, fosse indebito, e ha perciò agito per ottenerne la restituzione. Il canone di concessione era infatti stato pagato anche se l’ex monopolio telefonico era stato frattanto privatizzato, quindi non avrebbe dovuto farlo. A causa della rivalutazione e degli interessi maturati, la cifra che l’esecutivo dovrà restituire è circa il doppio dell’importo originario versato.

Contratti ministeri e agenzie fiscale 2025-2027: parte la trattativa con aumenti di 167 euro

Nella giornata del 18 dicembre, presso la sede dell’Aran, l’agenzia che tratta il rinnovo dei contratti della Pubblica amministrazione, è partita la trattativa riguardante i ministeri, le agenzie fiscali e gli enti pubblici non economici, sulla base di aumenti degli stipendi che arriveranno a 167 euro al mese. Tutti gli effetti economici del nuovo contratto andranno a regime il 1° gennaio 2027, ultimo anno di copertura dell’accordo. Immediatamente dopo la chiusura della maggior parte dei contratti 2022-2024, per la prima volta le trattative del nuovo triennio si aprono nel primo anno di riferimento del contratto e non successivamente. Il ministro della Pubblica amministrazione punta a chiudere la partita dei rinnovi nel giro di qualche mese. Anche questo sarebbe un risultato mai raggiunto prima.

Contratti ministeri e agenzie fiscale, quali sono gli aumenti degli stipendi per il 2025-2027?

Contratti ministeri e agenzie fiscale 2025-2027: parte la trattativa con aumenti di 167 euro
Una busta paga (Ansafoto).

Sono iniziate ieri, all’Aran, le trattative per il rinnovo dei contratti dei dipendenti del pubblico impiego per il triennio 2025-2027. Il comparto interessato è quello della Pubblica amministrazione centrale, comprendente i 204.590 dipendenti dei ministeri, delle agenzie fiscali e degli enti pubblici non economici. Per la parte economica, si parte da aumenti delle retribuzioni di 167 euro lordi mensili. Gli incrementi andranno a regime in busta paga a scadenze progressive, già fissate in calendario. Per l’anno 2025 si prevede un aumento di 55 euro al mese, pari all’1,8 per cento rispetto al monte salari aggiornato dal recente rinnovo del contratto 2022-2024; per l’anno 2026 l’aumento arriva a 111 euro al mese, pari al 3,6 per cento di incremento; infine, dal 1° gennaio 2027 scatta l’ultimo aumento che farà salire la retribuzione media di 167 euro lordi al mese, pari al 5,4 per cento.

Quando entra in vigore il nuovo contratto per le funzioni centrali?

Il prossimo tavolo per il rinnovo del contratto della Pa centrale è in calendario il 20 gennaio 2026, data a partire dalla quale si entrerà nel vivo della trattativa. L’accelerazione dei negoziati conferma l’obiettivo di voler arrivare al rinnovo di buona parte dei contratti del pubblico impiego nella prima parte del prossimo anno. Le firme ravvicinate degli accordi dei due trienni gioverebbe ai dipendenti del pubblico impiego per i quali, nel giro di pochi mesi, le buste paghe avrebbero un doppio aumento che consentirebbe di ridurre la differenza della crescita delle retribuzioni con quella dell’inflazione, in particolare della crescita dei prezzi relativa al biennio 2022-2023. Complessivamente, per i nuovi rinnovi dei quattro comparti della Pubblica amministrazione, il governo ha stanziato poco più di dieci miliardi di euro.

La Bce lascia i tassi invariati

Come da attese, la Banca Centrale Europea ha deciso di lasciare invariati i tassi. Resta al 2 per cento quello sui depositi, mentre quello sui rifinanziamenti principali rimane al 2,15 per cento. Fermo al 2,4 per cento il tasso sui prestiti marginali. Per la quarta volta consecutiva da giugno Francoforte decide di non apportare modifiche, dopo aver ridotto i tassi di due punti percentuali con otto tagli in un anno. Contemporaneamente la Bce ha rivisto al rialzo la stima della crescita economica nel 2025, che dovrebbe essere più sostenuta di quanto previsto: +1,4 per cento. Previsto un +1,2 nel 2026 e un +1,4 nel 2027, livello sul quale dovrebbe mantenersi nel 2028. Secondo i dati della Bce, poi, nel 2025 l’inflazione complessiva nei paesi dell’Eurozona è stata in media del 2,1 per cento: vicino l’obiettivo del 2 per cento.

La Bce lascia i tassi invariati
Christine Lagarde, presidente della Bce (Imagoeconomica).

Partita Iva, a chi serve per gli affitti brevi: ultime novità sul ddl Bilancio 2026

A chi serve la partita Iva per gli affitti brevi nel 2026? Sugli adempimenti fiscali di chi dà in locazione i propri immobili per un periodo fino a 30 giorni è stato presentato un emendamento al disegno di legge di Bilancio 2026 che, qualora venisse approvato, renderebbe più immediata la presunzione dello svolgimento di un’attività d’impresa. Di conseguenza, l’obbligo di possesso della partita Iva scatterebbe a partire dal terzo immobile dato in affitto e non più dal quinto come succede tuttora. La differenza non è di poco conto perché comporta adempimenti fiscali e amministrativi ai quali i proprietari degli immobili dovranno abituarsi. La prima scelta da fare è quella del regime fiscale, ovvero se adottare il sistema ordinario o quello forfettario. In quest’ultimo caso, si sfrutterebbero i vantaggi della flat tax del 15 per cento, con l’ulteriore agevolazione del 5 per cento di imposta sostitutiva per i primi anni di attività.

Ultime novità affitti brevi nel Ddl Bilancio 2026: quando scatta l’obbligo di partita Iva

Le ultime novità sulla Manovra 2026 potrebbero rivedere formule contrattuali, regimi fiscali e imposte legate agli affitti brevi. Rispetto a quanto avviene attualmente, nel 2026 potrebbe essere abbassata a tre la soglia degli immobili dati in locazione per far scattare la presunzione di attività d’impresa. Nel calcolo si considerano le sole locazioni fino a 30 giorni. Di conseguenza, gli affitti di durata superiore, come quelli con contratto 4 + 4, non rientrano nel computo dell’esercente attività d’impresa. Chi si ritrovi in questa situazione potrebbe destinare un immobile alla locazione lunga, escludendola di fatto dal nuovo regime in arrivo. Analogo ragionamento si può fare per l’affitto delle singole stanze: l’immobile conterebbe sempre come uno.

Ordinario o forfettario per gli affitti brevi con partita Iva 2026?

Partita Iva, a chi serve per gli affitti brevi: ultime novità sul ddl Bilancio 2026
Una veduta esterna della sede centrale dell’Agenzia delle entrate-Riscossione, Roma (Imagoeconomica).

Qualche riflessione in più va fatta sul tipo di partita Iva e sull’iscrizione alla gestione previdenziale legata agli affitti brevi. I contributi da versare all’Inps riducono il margine di guadagno sulle locazioni fino a 30 giorni. Chi sceglie il regime ordinario Irpef deve calcolare il reddito annuo sommando i ricavi degli affitti degli immobili al netto della riduzione forfettaria del 15 per cento prevista dall’articolo 90 del Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir). La percentuale esclude, tuttavia, la possibilità di portare in deduzione altri possibili costi d’esercizio. Sul reddito ottenuto dalla formula si calcola l’Irpef nelle percentuali in vigore nel prossimo anno, pari al 23, 33 e 43 per cento. Non si paga invece l’Irap, ma è obbligatoria l’emissione della fattura elettronica per tutti i contratti di locazione. Nel documento non si applica l’Iva in quanto l’affitto dei fabbricati abitativi si considera esente.

Quando conviene la flat tax sulle locazioni?

Partita Iva, a chi serve per gli affitti brevi: ultime novità sul ddl Bilancio 2026
Immobile adibito alle locazioni brevi (Imagoeconomica).

L’alternativa per le locazioni brevi di almeno tre immobili nel 2026 è l’apertura della partita Iva a regime forfettario. In questo caso, si paga la flat tax del 15 per cento, ovvero del 5 per cento per i primi cinque anni di attività. Per il calcolo dell’imposta occorre sommare i ricavi percepiti nell’anno e applicare il coefficiente di redditività che, per questo tipo di attività, è pari all’86 per cento. L’aliquota esclude la possibilità di portare in deduzione possibili costi sostenuti per lo svolgimento dell’attività. Dal risultato si deducono i contributi previdenziali versati all’Inps e si applica il 15 per cento (o il 5 per cento) per determinare l’imposta sostitutiva. Anche i forfettari devono emettere la fattura elettronica su ogni contratto di affitto senza applicare l’Iva in quanto l’attività rientra tra le operazioni esenti.

Chi sono i 79 miliardari in Italia nel 2025 secondo Forbes

I miliardari italiani aumentano di numero e di ricchezza. A fine 2025 sono 79, cinque in più rispetto alla scorsa primavera, quando Forbes aveva pubblicato la consueta classifica annuale. Cresce anche il valore complessivo dei patrimoni: 357,2 miliardi di dollari, contro i 339 miliardi registrati ad aprile. Un incremento che riflette sia l’andamento positivo di alcuni grandi gruppi industriali e finanziari, sia il frazionamento di grandi eredità, che ha portato nuovi nomi sopra la soglia del miliardo. In testa resta Giovanni Ferrero, presidente dell’omonimo gruppo dolciario, che consolida il primato grazie a un patrimonio stimato in 41,3 miliardi di dollari. Alle sue spalle si confermano protagonisti della finanza e delle criptovalute, mentre nella parte centrale della graduatoria pesano soprattutto industria, moda e farmaceutica. La classifica evidenzia anche una crescita del numero di donne miliardarie, oggi 24.

La classifica Forbes dei miliardari in Italia

Chi sono i 79 miliardari in Italia nel 2025 secondo Forbes
John Elkann (Imagoeconomica).
  1. Giovanni Ferrero – 41,3 miliardi di dollari
  2. Andrea Pignataro – 36,9 miliardi di dollari
  3. Giancarlo Devasini – 22,4 miliardi di dollari
  4. Francesco Gaetano Caltagirone – 9,8 miliardi di dollari
  5. Paolo Ardoino – 9,5 miliardi di dollari
  6. Massimiliana Landini Aleotti – 8,1 miliardi di dollari
  7. Piero Ferrari e famiglia – 7,6 miliardi di dollari
  8. Claudio Del Vecchio – 7,5 miliardi di dollari
  9. Rocco Basilico – 7,5 miliardi di dollari
  10. Paola Del Vecchio – 7,5 miliardi di dollari
  11. Luca Del Vecchio – 7,5 miliardi di dollari
  12. Clemente Del Vecchio – 7,5 miliardi di dollari
  13. Nicoletta Zampillo – 7,5 miliardi di dollari
  14. Leonardo Maria Del Vecchio – 7,5 miliardi di dollari
  15. Marisa Del Vecchio – 7,5 miliardi di dollari
  16. Giuseppe Crippa e famiglia – 6,9 miliardi di dollari
  17. Paolo Rocca – 6,1 miliardi di dollari
  18. Gianfelice Rocca – 6,1 miliardi di dollari
  19. Giuseppe De’Longhi e famiglia – 6 miliardi di dollari
  20. Sergio Stevanato – 5 miliardi di dollari
  21. Patrizio Bertelli – 4,9 miliardi di dollari
  22. Miuccia Prada – 4,9 miliardi di dollari
  23. Renzo Rosso e famiglia – 4,3 miliardi di dollari
  24. Brunello Cucinelli e famiglia – 4,2 miliardi di dollari
  25. Remo Ruffini – 3,7 miliardi di dollari
  26. Giuliana Benetton – 3,6 miliardi di dollari
  27. Luciano Benetton – 3,6 miliardi di dollari
  28. Isabella Seragnoli – 3,5 miliardi di dollari
  29. Giorgio Perfetti – 3,5 miliardi di dollari
  30. Fabrizio Di Amato – 3,1 miliardi di dollari
  31. Augusto Perfetti – 3 miliardi di dollari
  32. Domenico Dolce – 3 miliardi di dollari
  33. Stefano Gabbana – 3 miliardi di dollari
  34. Ugo Gussalli Beretta e famiglia – 2,9 miliardi di dollari
  35. Pier Silvio Berlusconi – 2,8 miliardi di dollari
  36. Marina Berlusconi – 2,8 miliardi di dollari
  37. Luca Garavoglia – 2,8 miliardi di dollari
  38. John Elkann – 2,8 miliardi di dollari
  39. Pantaleo Dell’Orco – 2,5 miliardi di dollari
  40. Lina Tombolato – 2,5 miliardi di dollari
  41. Annalisa Doris – 2,5 miliardi di dollari
  42. Massimo Doris – 2,5 miliardi di dollari
  43. Alessandra Garavoglia – 2,4 miliardi di dollari
  44. Alberto Bombassei – 2,3 miliardi di dollari
  45. Maria Franca Fissolo – 2,3 miliardi di dollari
  46. Gustavo Denegri e famiglia – 2,2 miliardi di dollari
  47. Romano Minozzi – 2,1 miliardi di dollari
  48. Nerio Alessandri – 2,1 miliardi di dollari
  49. Manfredi Lefebvre d’Ovidio e famiglia – 2,1 miliardi di dollari
  50. Alberto Prada – 2 miliardi di dollari
  51. Marina Prada – 2 miliardi di dollari
  52. Nicola Bulgari – 2 miliardi di dollari
  53. Massimo Moratti – 1,9 miliardi di dollari
  54. Sabrina Benetton – 1,9 miliardi di dollari
  55. Sandro Veronesi e famiglia – 1,9 miliardi di dollari
  56. Giovanni Arvedi – 1,8 miliardi di dollari
  57. Paolo Bulgari – 1,6 miliardi di dollari
  58. Eleonora Berlusconi – 1,6 miliardi di dollari
  59. Luigi Berlusconi – 1,6 miliardi di dollari
  60. Barbara Berlusconi – 1,6 miliardi di dollari
  61. Barbara Benetton – 1,6 miliardi di dollari
  62. Filippo Ghirelli – 1,5 miliardi di dollari
  63. Diego Della Valle – 1,4 miliardi di dollari
  64. Susan Carol Holland – 1,4 miliardi di dollari
  65. Mario Moretti Polegato e famiglia – 1,4 miliardi di dollari
  66. Alessandro Rosano – 1,4 miliardi di dollari
  67. Antonio Percassi – 1,3 miliardi di dollari
  68. Simona Giorgetta – 1,2 miliardi di dollari
  69. Giuliana Caprotti – 1,2 miliardi di dollari
  70. Marina Caprotti – 1,2 miliardi di dollari
  71. Danilo Iervolino – 1,2 miliardi di dollari
  72. Silvana Armani – 1,1 miliardi di dollari
  73. Marco Squinzi – 1,1 miliardi di dollari
  74. Veronica Squinzi – 1,1 miliardi di dollari
  75. Andrea Camerana – 1,1 miliardi di dollari
  76. Rosanna Armani – 1,1 miliardi di dollari
  77. Luigi Cremonini e famiglia – 1,1 miliardi di dollari
  78. Roberta Armani – 1 miliardo di dollari
  79. Federico De Nora – 1 miliardo di dollari

Pensioni, doppio allungamento dell’età di uscita: come cambiano finestre mobili e riscatto laurea

Dopo il tira e molla di questo autunno sul blocco di tre mesi dei requisiti di uscita dal 1° gennaio 2027, arriva un doppio allungamento dell’età delle pensioni che interessa il meccanismo delle finestre mobili e il riscatto della laurea. La nuova stretta è la vera novità di questi ultimi giorni di lavori parlamentari sulla legge di Bilancio 2026 ed è contenuta nell’ultimo emendamento presentato dal governo al Senato nella giornata del 16 dicembre 2026. Nello specifico, chi sceglie il canale delle pensioni anticipate di soli contributi per uscire dal lavoro dovrà sommare un ulteriore periodo, da uno a tre mesi, a partire dal biennio 2032, prima di poter ricevere il primo trattamento mensile. Inoltre, buona parte degli effetti positivi sul diritto ad accedere alla pensione grazie al riscatto della laurea risulterà depotenziato dal 2031.

Pensioni, allungamento età di uscita dal 2032 per chi esce in anticipo: come funziona?

Pensioni, doppio allungamento dell’età di uscita: come cambiano finestre mobili e riscatto laurea
Anziani, pensionati (Imagoeconomica).

Un doppio allungamento dell’età pensionabile è arrivato nella giornata di ieri con la presentazione dell’emendamento del governo al Senato che rivede ulteriormente i criteri di uscita anticipata. La prima stretta riguarda unicamente le pensioni anticipate che si perfezionano con i soli contributi versati e agisce sulle finestre mobili, ovvero sul periodo – attualmente di tre mesi – che deve intercorrere tra la maturazione dei requisiti contributivi e l’effettivo pagamento del primo assegno di pensione. Si ricorda che, a oggi, gli uomini possono andare in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi e le donne con 41 anni e 10 mesi ma, entrambe le platee, devono attendere ulteriori tre mesi di finestra mobile prima di ricevere effettivamente il primo assegno di pensione.

Di quanti mesi si rimandano le pensioni con il nuovo allungamento di età?

Sul funzionamento della finestra mobile – a prescindere dagli aumenti dei requisiti contributivi che si sommeranno nei prossimi anni – si basa l’emendamento presentato dal governo al Senato in sede di approvazione della legge di Bilancio 2026. La correzione prevede che, dal 2032, sui pensionamenti anticipati la finestra mobile sia di quattro mesi, anziché di tre, per divenire di cinque mesi nel 2034 e di sei mesi nel 2035. L’impatto sulla spesa previdenziale parte piano per poi accelerare negli anni successivi: 393 milioni di tagli nel 2032, 494 milioni nel 2033, 1 miliardo e 29 milioni nel 2034 e 1 miliardo e 400 milioni nel 2035.

Come cambia il riscatto della laurea per andare in pensione prima?

La seconda stretta dell’emendamento prevede una sterilizzazione degli effetti del diritto di pensionamento ottenuti pagando il riscatto della laurea. Se fino al 2030 gli anni di riscatto corrisponderanno – in buona parte – agli anni di contributi da sommare al proprio montante per uscire prima dal lavoro, dal 2031 l’effetto temporale del riscatto sarà tagliato di sei mesi, dal 2032 di un anno, dal 2033 di un anno e mezzo, dal 2034 di due anni e dal 2035 di due anni e mezzo.

Quanto vale il riscatto della laurea?

Pensioni, doppio allungamento dell’età di uscita: come cambiano finestre mobili e riscatto laurea
Studenti universitari, quanto vale il riscatto della laurea?

Questo meccanismo, una volta entrato a regime, consentirà a chi effettui il riscatto della laurea di aggiungere al massimo sei mesi al montante dei contributi. La valorizzazione dei periodi di studio universitari, invece, continuerà a valere con le regole attuali ai fini della determinazione del trattamento mensile di pensione anche dal 2031. Con questa misura, si stima un risparmio sulla spesa previdenziale tra i 500 e i 600 milioni di euro all’anno.

Bonus parità di genere 2025, come inviare domanda all’Inps per avere l’esonero dei contributi

Le aziende che hanno ottenuto la certificazione sulla parità di genere nel 2025, possono richiedere il bonus all’Inps per avere l’esonero dei contributi nella misura prevista dall’articolo 5 della legge 162 del 2021. Il chiarimento è arrivato dall’Inps che, nella giornata del 16 dicembre 2025, ha pubblicato il messaggio numero 3804 con il quale informa i datori di lavoro interessati della disponibilità del modulo da compilare e inviare per via telematica al fine di richiedere lo sconto contributivo. Ecco, quindi, chi può presentare la richiesta e come effettuarla entro la scadenza del 30 aprile 2026.

Domanda Bonus parità genere 2025, chi può inviarla?

Bonus parità di genere 2025, come inviare domanda all’Inps per avere l’esonero dei contributi
La pagina del portale dell’Inps per la richiesta di agevolazioni (Imagoeconomica).

L’Inps ha messo a disposizione di imprese e datori di lavoro che quest’anno hanno conseguito la certificazione per la parità di genere il modulo da utilizzare per richiedere il relativo bonus, consistente nel taglio dei contributi previdenziali da versare nella misura dell’1 per cento e fino alla soglia di 50 mila euro all’anno. L’agevolazione contributiva, una volta presentata e accettata la domanda, vale per tutta la durata della certificazione, ovvero per un triennio. Per questa ragione, chi ha presentato la domanda nel 2024 non deve presentare un’altra istanza per continuare a fruire dell’esonero contributivo. Il modulo da compilare si può reperire sul portale istituzionale dell’Inps, all’interno della sezione «Portale delle agevolazioni».

Come trasmettere la domanda all’Inps del bonus parità genere 2025?

La domanda del bonus per la parità di genere 2025 deve essere presentata dai datori di lavoro che abbiano conseguito la relativa certificazione durante l’anno 2025. Nell’istanza devono essere specificati:

  • la matricola e il codice fiscale dei dipendenti;
  • la stima della retribuzione mensile globale;
  • l’aliquota datoriale media.

Si precisa che il calcolo sulla retribuzione media mensile globale deve essere effettuato indicando la somma di tutte le retribuzioni medie erogate mensilmente durante i 36 mesi della certificazione della parità di genere. Per esempio, se l’impresa ha 40 dipendenti che percepiscono, di media, 2 mila euro al mese, l’importo da inserire nella domanda è pari a 80 mila euro. I dettagli della certificazione di genere devono essere specificati in una dichiarazione sostitutiva di possesso del documento, con data di emissione e relativo periodo di validità.`

Cosa c’è da sapere sull’agevolazione sui contributi delle imprese?

Per quanto concerne la misura del bonus sulla parità di genere, la certificazione consente di ottenere uno sconto dell’1 per cento sui contributi da versare fino a un massimo di 50 mila euro. Tuttavia, per la determinazione di quanto spettante, è necessario verificare il numero delle domanda che perverranno fino alla scadenza del 30 aprile 2026. Infatti, l’importo dello sconto potrà diminuire in proporzione alle richieste per rientrare nella soglia delle risorse stanziate che sono pari a 50 milioni di euro all’anno. La riduzione si è verificata per le domande presentate nel 2023 con una decurtazione sullo sconto di circa un terzo (il 31 per cento).

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo

C’è un dato che andrebbe scolpito all’ingresso di Palazzo Chigi, prima ancora di qualsiasi discussione su Mercosur, agricoltura, Francia o sovranismo d’accatto: l’Italia vive di export. E oggi l’export italiano è sotto pressione come non lo era da anni. Gli Stati Uniti, dopo il ritorno di una politica commerciale schizofrenica fatta di dazi annunciati, ritirati, rimessi e ricalibrati – inclusi quelli su settori sensibili come la farmaceutica – non sono più il mercato affidabile e lineare che erano. L’Europa cresce poco, la domanda interna ristagna e la produzione industriale italiana è in calo da oltre un anno, con una dinamica negativa quasi continua nel 2024 e nel 2025. In questo contesto, il Pil italiano viaggia su una previsione di crescita attorno allo 0,4 per cento: una cifra che non consente né illusioni né sprechi di opportunità. È dentro questo quadro che va letto l’accordo Ue–Mercosur, negoziato per oltre 20 anni e diventato oggi una cartina di tornasole della capacità europea – e italiana – di scegliere se stare nel mondo o chiudersi per paura. Non come una bandiera ideologica, ma come uno strumento economico.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
La protesta degli agricoltori francesi contro l’accordo Ue-Mercosur (Ansa).

Tra Ue e Mercosur c’è una relazione complementare, non una sovrapposizione distruttiva

Il Mercosur – composto da Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – significa oltre 260 milioni di consumatori, una classe media in crescita (soprattutto in Brasile) e una domanda strutturale proprio dei prodotti di punta del sistema industriale italiano: macchinari, automazione, tecnologia, chimica e farmaceutica, automotive, beni industriali complessi e agroalimentare di qualità. I numeri sono chiari. Oggi l’Unione Europea esporta verso il Mercosur circa 55 miliardi di euro l’anno e ne importa poco più di 56. Ma conta la composizione, non solo il saldo. Quasi il 90 per cento dell’export europeo verso il Mercosur è composto da manifattura: macchinari, veicoli, prodotti chimici e farmaceutici. Al contrario, oltre il 70 per cento delle importazioni dal Mercosur sono materie prime e prodotti agricoli: soia, mangimi, zucchero, carne, minerali, energia. È una relazione complementare, non una sovrapposizione distruttiva.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Ursula von der Leyen (Ansa).

Per il nostro Paese il Mercosur è solo un’opportunità di crescita

Per l’Italia, il Mercosur vale oggi circa 7–8 miliardi di export annuo. Non una cifra enorme, ed è proprio questo il punto: c’è spazio per crescere. L’eliminazione progressiva dei dazi – che oggi arrivano fino al 35 per cento su auto e componentistica, intorno al 20 per cento sui macchinari e penalizzano pesantemente vino, farmaceutica e agroalimentare trasformato – aprirebbe un mercato che oggi è artificialmente chiuso proprio ai nostri prodotti di eccellenza. Le stime più prudenti indicano che, a regime, l’export italiano verso il Brasile potrebbe crescere del 35–40 per cento nel prossimo decennio. Parliamo di 3–4 miliardi di euro aggiuntivi di vendite estere, in una fase storica in cui ogni punto di export conta.

Perché bloccare o rinviare l’accordo equivale a colpire l’Italia due volte

Ma c’è un secondo livello, che a Roma fanno finta di non vedere: la Germania. Berlino spinge sull’accordo Mercosur per un motivo banale quanto decisivo: la sua industria ha bisogno di mercati di sbocco. Se l’export tedesco cresce verso il Sud America, cresce anche la domanda tedesca di componenti, semilavorati e subfornitura italiana. È la solita, solida simbiosi industriale italo-tedesca. Bloccare o rinviare l’accordo con il Mercosur significa colpire l’Italia due volte: direttamente sul nostro export extra-UE e indirettamente sulle filiere europee. Il tema agricolo, agitato come uno spauracchio, è quello su cui la propaganda supera sistematicamente la realtà. L’accordo non apre le porte senza limiti: prevede quote, dazi residui, clausole di salvaguardia e meccanismi di sospensione in caso di squilibri di mercato. Inoltre, il modello agricolo francese – estensivo, iper-sussidiato, orientato ai volumi – non è il modello italiano. Per molte filiere nazionali, a partire dal vino, il Mercosur è un’opportunità commerciale, non una minaccia. Persino nella zootecnia esiste un effetto positivo: mangimi a costi più bassi significano filiere più competitive.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Giorgia Meloni e Friedrich Merz (Imagoeconomica).

FdI non riesce a esprimere una linea chiara

Sul Pil nessuno promette miracoli. L’impatto stimato dell’accordo Ue–Mercosur per l’Italia è limitato ma positivo: qualche decimale in più. Ma in un Paese che cresce dello 0,4 per cento, ogni decimale conta, soprattutto se arriva da export e industria, non da debito e bonus. Ed è qui che emerge l’inadeguatezza politica di Fratelli d’Italia, incarnata dal capodelegazione al Parlamento europeo Carlo Fidanza. La sua linea sul Mercosur è un esercizio di confusione permanente: un giorno l’accordo è pericoloso per l’agricoltura, il giorno dopo «un rinvio non sarebbe un dramma», quello successivo si parla di vigilanza e garanzie senza mai arrivare a una posizione chiara.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Carlo Fidanza (Imagoeconomica).

Nel frattempo Giorgia Meloni balla sul palco di Atreju, letteralmente. Balla mentre la produzione industriale cala, mentre l’export rallenta, mentre l’Italia fatica a crescere. La politica economica diventa così uno spettacolo grottesco, condito da una retorica dell’odio permanente: contro l’Europa, contro i partner commerciali, contro chiunque non rientri nel perimetro del nemico del giorno. In questo quadro surreale l’unico a far trapelare un barlume di buonsenso è paradossalmente il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Quello con «il Mercosur è un buon accordo, può diventare ottimo se dopo 25 anni si riesce a fare un passo definitivo sulla reciprocità», ha dichiarato. «Quello che viene imposto ai nostri produttori europei, che a nostro avviso è corretto, deve essere anche garantito sui prodotti che arrivano. Riteniamo che questo passo in avanti si possa fare». Parole che sembrano provenire da un altro partito. Lollobrigida dice una cosa banalmente vera: gli accordi si migliorano, non si affossano.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

Mentre lui ammette che l’impianto dell’accordo è valido, il suo stesso partito continua però a sabotarlo a colpa di ambiguità e dichiarazioni contraddittorie. Dopo oltre 20 anni di negoziati, proseguire a parlare di rinvii sull’accordo Mercosur non è difesa dell’interesse nazionale: è un atto di autolesionismo. In un momento di produzione industriale in calo, export sotto pressione e crescita anemica, l’accordo farebbe bene all’Italia. Non firmarlo – o tenerlo ostaggio di slogan e paure – significa scegliere l’isolamento mentre il mondo si muove. E il prezzo, come sempre, lo pagheranno le imprese. Non chi balla sui palchi.

Warner Bros. Discovery verso il no all’offerta di Paramount

Warner Bros. Discovery punta dritto su Netflix. Secondo Reuters, che ha citato alcune fonti vicine all’operazione, il consiglio di amministrazione sarebbe infatti pronto a chiedere ai propri azionisti di votare contro l’offerta pubblica da 108,4 miliardi di dollari di Paramount Skydance. Contestualmente, chiederà di rinnovare l’impegno nei confronti di Netflix, che sul piatto ne aveva messi circa 83 miliardi (72 di valore di mercato e 10 di debito netto) per le divisioni cinematografica e streaming. La mossa segnerebbe dunque non solo un nuovo capitolo nella saga di acquisizione del gigante americano, ma potenzialmente l’ultima svolta verso la corsa ad asset che potrebbero cambiare per sempre il volto dello spettacolo internazionale.

Warner Bros. Discovery, Jared Kushner si tira fuori dalla corsa

L’indiscrezione è arrivata proprio nel momento in cui Jared Kushner, marito di Ivanka Trump e genero del presidente Usa che ha spesso dimostrato forte interesse negli sviluppi dell’acquisizione, si è tirato fuori dalla corsa. La sua società di investimento Affinity Partners, come ha spiegato in una nota a Bloomberg, non fa parte dell’offerta di Paramount Skydance. «Con due forti concorrenti in lizza per assicurarsi il futuro di questo asset americano, abbiamo deciso di non perseguire più l’opportunità», si legge in un comunicato, in cui ha ribadito ancora una volta come la proposta della famiglia Ellison rappresenti la miglior prospettiva per Warner Bros. Discovery. Fuori dalla lista dei partner finanziari anche la cinese Tencent, società che fornisce servizi di IA e cloud computing e che aveva impegnato 1 miliardo di dollari, a causa delle preoccupazioni del cda di WBD sulla proprietà straniera.

Warner Bros. Discovery verso il no all’offerta di Paramount
Il logo di Warner (Ansa).

Che succederà ora? Il 16 dicembre, le azioni di Warner sono state scambiate a 29 dollari, segno che gli investitori si aspettano forse un nuovo rilancio da parte degli Ellison con Paramount. Netflix aveva accettato di pagare infatti 27,75 dollari per azione in contanti e azioni per gli studi Warner Bros. e il servizio streaming HBO Max (pronto a debuttare anche in Italia a metà gennaio), mentre Paramount si era spinta fino a 30 dollari per azione per l’intera società, compresa la televisione via cavo. L’offerta pubblica degli Ellison scadrà l’8 gennaio, termine ultimo entro cui la società potrà presentare una nuova offerta migliorativa.

Superbonus, emendamento al Ddl Bilancio 2026: possibile proroga, ecco le novità

Proroga del superbonus per il 2026 e stanziamento di risorse fino al 2036, contributi diretti a copertura dei lavori relativi alle aree del Centro Italia (Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche) colpite da eventi sismici, a partire dal 1° aprile 2009 e non più dal 24 agosto 2016: sono queste le due maggiori novità dell’emendamento presentato al disegno di legge di Bilancio 2026 rispetto alla precedente versione dell’ex bonus 110 trasmesso al Senato. Le modifiche si sono rese necessarie per evitare che i cantieri dei lavori agevolati per la ricostruzione delle case danneggiate da eventi sismici potessero subire uno stop a causa della mancata capienza fiscale delle famiglie. Non essendoci più la possibilità di ottenere lo sconto in fattura o la cessione del credito sono molti i beneficiari del bonus, infatti, che non riuscirebbero a rientrare delle spese sostenute.

Superbonus, emendamento al Ddl Bilancio 2026: quali sono le novità?

Superbonus, emendamento al Ddl Bilancio 2026: possibile proroga, ecco le novità
Ristrutturazioni effettuate con gli incentivi edilizi (Imagoeconomica).

E, dunque, la proroga per il 2026 potrebbe arrivare con altre regole, a integrazione dell’articolo 4 sul superbonus del decreto legge numero 95/2025 che già prevedeva la possibilità di utilizzare gli incentivi per la ricostruzione dei comuni colpiti da terremoti. La novità più importante dell’emendamento è la previsione di contributi diretti finalizzati alla ricostruzione, a copertura delle spese eccedenti l’importo che poteva essere concesso con le domande presentate fino al 31 dicembre 2024. In questo modo, i contributi diretti consentiranno di completare quei lavori a rischio di blocco per la mancata possibilità dei committenti di utilizzare lo sconto in fattura o la cessione del credito e di dover utilizzare il 110% solo come detrazione fiscale nella dichiarazione dei redditi.

Che cos’è il contributo diretto dell’emendamento sul superbonus al Bilancio 2026?

Il disagio per le famiglie nasce dal fatto che i lavori avviati prima del 30 marzo 2024 – giorno di entrata in vigore del decreto legge numero 39 che ha definitivamente eliminato lo sconto in fattura e la cessione dei crediti d’imposta – non avrebbero altro modo di essere incentivati se non con la detrazione fiscale decennale. Alle famiglie interessate arriverebbe, dunque, il contributo diretto e si scongiurerebbe l’eventualità di un blocco dei lavori di ricostruzione. Sulla base del monitoraggio effettuato dal governo sulla ricostruzione, a oggi i cantieri in corso sono 9.400, dei quali circa 5 mila sarebbero interessati al nuovo superbonus 2026. Le risorse necessarie, pari a 1,3 miliardi di euro, avrebbero già la copertura necessaria dai fondi stanziati per prolungare le detrazioni fiscali del 2026.

Bonus edilizi, ultime notizie sui bonus edilizi per la ricostruzione dal sisma

Superbonus, emendamento al Ddl Bilancio 2026: possibile proroga, ecco le novità
Ristrutturazioni edilizie con il superbonus (Imagoeconomica).

Inoltre, l’emendamento al Ddl di Bilancio 2026 stabilisce che rientrano nel cratere dei lavori di ricostruzione ai fini del superbonus tutte le aree colpite da terremoti dal 1° aprile 2009 (in pratica, dal terremoto dell’Abruzzo in avanti) nelle quali sia stato riconosciuto lo stato di emergenza. Infine, l’emendamento propone l’autorizzazione di spesa di 232,4 milioni per il 2027 e di 132,89 milioni per ciascuno degli anni dal 2028 al 2036. Tra i lavori ammissibili al nuovo superbonus sono esclusi gli interventi effettuati, anche in misura parziale, in violazione delle regole urbanistiche e di tutela del paesaggio o dell’ambiente.

Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr? Le pillole del giorno

«Occhio al Keanu Reeves de’ noantri», dicono a Roma guardando le foto di Leonardo Maria Del Vecchio. Intanto, «quel ragazzo» (“Jaki” Elkann dixit) ha creato il panico in quella che era «la sacra famiglia dei bulloni» (ossia gli Agnelli), costringendo a rendere pubblica la trattativa con l’imprenditore greco per la vendita del quotidiano la Repubblica. E quella possibile cessione di Gedi al gruppo ellenico Antenna, guidato dall’armatore Theodore Kyriakou, era sempre stata smentita fino all’uscita di Del Vecchio jr, che si è detto «pronto a comprare allo stesso prezzo». A sinistra (o a quel che ne resta) credono che dietro a uno degli eredi del fondatore di Luxottica ci possa essere addirittura la presenza del solito Francesco Gaetano Caltagirone, che sarebbe però interessato all’altra testata di Gedi, La Stampa. «Rileverebbe il giornale torinese dopo un anno, dal giovane amico», sussurra qualcuno. Scenario possibile o fanta-editoria? Le mire del costruttore romano di origine sicula tra l’altro erano state spifferate anche dal governatore della Regione Piemonte Alberto Cirio nel corso dell’assemblea del pomeriggio del 15 dicembre della redazione de La Stampa. Sul tavolo ci sarebbe quel vecchio progetto del “tridente” che partiva dal Centro-Sud con il bastone del comando, e poi al Nord con tre punte: a Venezia con Il Gazzettino, a Torino con La Stampa e a Milano con un quotidiano di economia, Il Sole 24 Ore, dove direttore è stato un fedelissimo dell’ingegnere come Roberto Napoletano, oppure come seconda scelta («quella di ripiego», dicono nel quartier generale di Calta) il gruppo Class Editori (di cui detiene già il 5,16 per cento), con Milano Finanza come testata di richiamo. Una concentrazione di potere mediatico davvero realizzabile? Bisogna vedere cosa avranno eventualmente da ridire l’Antitrust sulla concorrenza e l’Agcom sul pluralismo…

Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr? Le pillole del giorno
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Ansa).

Gualtieri come Totò, per vedere la Fontana di Trevi si paga

Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri batte cassa, e allora ecco un “ticket” di 2 euro per vedere la Fontana di Trevi. L’immagine che viene subito alla mente è quella di Totò alle prese con il turista Decio Cavallo, il “paisà” che, tornato in Italia, vuole mettere su “un bisiness”. E cosa c’è di meglio che acquistare la fontana? In Campidoglio si favoleggia di un incasso di 20 milioni di euro all’anno, grazie ai turisti che non riescono a fare a meno dello spettacolo della Fontana di Trevi. Che poi alle spalle di quel monumento c’è l’Istituto centrale per la grafica, che è statale, ma questa è un’altra storia.

Non dite a Salvini che si contrasta l’antiziganismo

Non ditelo a Matteo Salvini, a cui “prudono” sempre le ruspe: nel 2026, dal 7 al 19 aprile, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) promuove la terza edizione della “settimana per la promozione della cultura romanì e per il contrasto all’antiziganismo”. Sul piatto, 350 mila euro per far conoscere e valorizzare la storia, la lingua e la cultura di rom e sinti nell’ottica del “capacity building”. E l’8 aprile sarà proprio la giornata internazionale dei due gruppi etnici.

Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr? Le pillole del giorno
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Enrico Letta e Orsini per i dirigenti

A Roma, nel Forum Theatre, nella giornata di martedì 16 dicembre Previndai, il fondo pensione per i dirigenti industriali istituito da Confindustria e Federmanager, celebra il suo anniversario numero 35. Tra gli invitati Marina Elvira Calderone, ministra del Lavoro, Federico Freni, sottosegretario all’Economia, Enrico Letta, rettore della IE School of politics, economics e global affairs, Giuseppe Straniero, presidente Previndai, ed Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. Lunedì sera Letta era alla Luiss, l’università confindustriale, per parlare di green.

Enac festeggia la Fondazione Pacta

Il nome, Fondazione Pacta, a molti non dirà nulla: si tratta della fondazione «patto per la decarbonizzazione del trasporto aereo», che «riunisce player industriali, stakeholder istituzionali e associazioni che, guidati dagli esperti del mondo accademico, intendono proporre una road map efficiente e sostenibile per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione del trasporto aereo». Nella giornata di martedì a Roma la fondazione verrà festeggiata da Pierluigi Di Palma, presidente di Enac, Marco Troncone, ceo di Aeroporti di Roma e presidente di Fondazione Pacta, Vannia Gava, viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, e Valerio Moro, capo di Airbus Italia.

Forbes incorona Musk: nuovo patrimonio record

Elon Musk infrange un nuovo record: è il primo uomo nella storia a superare la soglia dei 600 miliardi di dollari di patrimonio. Lo riporta Forbes, spiegando che a trainare la crescita è soprattutto SpaceX, che a inizio dicembre ha avviato un’offerta secondaria che valuta l’azienda 800 miliardi di dollari, il doppio rispetto ai 400 di appena sei mesi prima. Facendo crescere il patrimonio di Musk, che della società aerospaziale possiede circa il 42 per cento, di 168 miliardi e portandolo all’incredibile cifra di 677 miliardi. Un primato unico, considerando che nessuno si era mai spinto oltre i 500, che lo avvicina all’obiettivo di diventare il primo trilionario di sempre.

Musk sempre più miliardario: l’effetto SpaceX e l’importanza di Tesla

Il nuovo record arriva proprio mentre SpaceX punta a una possibile Ipo da record per il 2026 che, come confermato a Forbes da un investitore, potrebbe portare la società alla valutazione attorno ai 1.500 miliardi di dollari. Anche senza una quotazione simile, che consegnerebbe a Elon Musk un patrimonio da 1.000 miliardi, la quota del magnate sudafricano, stimata sui 336 miliardi, è ad oggi il suo asset più remunerativo. Come riporta il magazine, la sua quota in Tesla del 12 per cento ammonta a 197 miliardi, escludendo le stock option relative al premio di rendimento per il Ceo del 2018, poi bloccate da un giudice del Delaware a gennaio 2024. Nei suoi calcoli, Forbes ha comunque dimezzato tali opzioni del 50 per cento (circa 69 miliardi), in attesa del ricorso presentato da Musk alla Corte Suprema.

Forbes incorona Musk: nuovo patrimonio record
Elon Musk (Imagoeconomica).

Qualora Musk dovesse perdere l’appello, tuttavia, Tesla potrebbe offrirgli una strada alternativa per raggiungere un patrimonio trilionario. A novembre, gli azionisti hanno approvato un pacchetto che potrebbe assegnargli fino a 1.000 miliardi di dollari entro i prossimi 10 anni in azioni qualora l’azienda centrasse ambiziosi piani di crescita. C’è infine xAI Holdings che, secondo indiscrezioni, sarebbe in trattative per raccogliere nuovi capitali a una valutazione di 230 miliardi di dollari, più del doppio rispetto ai 113 miliardi indicati da Musk a marzo, quando fuse la startup di intelligenza artificiale xAI con la piattaforma social X. Forbes stima che il magnate ne possieda il 53 per cento, per un valore di 60 miliardi.

Pil, Confindustria: «La crescita dell’Italia è ferma, colpa dei tassi ai massimi»

All’indomani della valutazione di Moody’s, che ha confermato il rating dell’Italia a Baa3 e alzato l’outlook da negativo a stabile, Confindustria ha lanciato l’allarme sulla crescita del nostro Paese. «Il Pil è rimasto fermo nel terzo trimestre e gli indicatori dicono che all’inizio del quarto l’attività nei servizi è in lieve calo, come nell’industria», si legge nella congiuntura flash. Anche se l’inflazione in Italia è tornata sotto il 2,0 per cento, i tassi sono infatti ai massimi e bloccano il canale del credito, frenando consumi e investimenti, mentre l’export aiuta poco. «Con le guerre in corso sale l’incertezza, ma non il costo dell’energia (finora), che è però ben più alto del pre-crisi energetica», continua il rapporto.

Il rallentamento dell’inflazione e i tassi Usa e Bce

L’analisi si è concentrata sull’inflazione italiana, «che si è ridotta a ottobre a +1,7 per cento annuo (da +5,3 per cento a settembre) grazie a un “effetto base” molto favorevole sui prezzi energetici, crollati al -19,7 per cento annuo (+26,8 per cento nello stesso mese del 2022 a causa del picco del gas)». I prezzi core di beni e servizi continuano a frenare, ma solo lentamente (+3,7 per cento), come quelli alimentari (+6,3 per cento), grazie alla parziale moderazione delle commodity. Sono valori non ancora pienamente in linea con la soglia del +2,0 per cento. Per quanto riguarda i tassi, a inizio novembre la Fed ha tenuto, per la seconda volta, fermo quello statunitense (a 5,50 per cento) e lo stesso ha fatto la Bce a fine ottobre (4,50 per cento): «Lo scenario base è che i tassi sono giunti ai massimi, come indicano i future che scontano i primi tagli nel 2024. Tuttavia, Powell ha sottolineato il rischio di nuovi rialzi se la crescita Usa non frena e l’inflazione resta alta. E Lagarde (ndr la presidente della Bce) ha ribadito che altri rialzi potrebbero esserci anche nell’Eurozona, in caso di nuovi shock che modifichino lo scenario».