Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo

C’è un dato che andrebbe scolpito all’ingresso di Palazzo Chigi, prima ancora di qualsiasi discussione su Mercosur, agricoltura, Francia o sovranismo d’accatto: l’Italia vive di export. E oggi l’export italiano è sotto pressione come non lo era da anni. Gli Stati Uniti, dopo il ritorno di una politica commerciale schizofrenica fatta di dazi annunciati, ritirati, rimessi e ricalibrati – inclusi quelli su settori sensibili come la farmaceutica – non sono più il mercato affidabile e lineare che erano. L’Europa cresce poco, la domanda interna ristagna e la produzione industriale italiana è in calo da oltre un anno, con una dinamica negativa quasi continua nel 2024 e nel 2025. In questo contesto, il Pil italiano viaggia su una previsione di crescita attorno allo 0,4 per cento: una cifra che non consente né illusioni né sprechi di opportunità. È dentro questo quadro che va letto l’accordo Ue–Mercosur, negoziato per oltre 20 anni e diventato oggi una cartina di tornasole della capacità europea – e italiana – di scegliere se stare nel mondo o chiudersi per paura. Non come una bandiera ideologica, ma come uno strumento economico.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
La protesta degli agricoltori francesi contro l’accordo Ue-Mercosur (Ansa).

Tra Ue e Mercosur c’è una relazione complementare, non una sovrapposizione distruttiva

Il Mercosur – composto da Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – significa oltre 260 milioni di consumatori, una classe media in crescita (soprattutto in Brasile) e una domanda strutturale proprio dei prodotti di punta del sistema industriale italiano: macchinari, automazione, tecnologia, chimica e farmaceutica, automotive, beni industriali complessi e agroalimentare di qualità. I numeri sono chiari. Oggi l’Unione Europea esporta verso il Mercosur circa 55 miliardi di euro l’anno e ne importa poco più di 56. Ma conta la composizione, non solo il saldo. Quasi il 90 per cento dell’export europeo verso il Mercosur è composto da manifattura: macchinari, veicoli, prodotti chimici e farmaceutici. Al contrario, oltre il 70 per cento delle importazioni dal Mercosur sono materie prime e prodotti agricoli: soia, mangimi, zucchero, carne, minerali, energia. È una relazione complementare, non una sovrapposizione distruttiva.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Ursula von der Leyen (Ansa).

Per il nostro Paese il Mercosur è solo un’opportunità di crescita

Per l’Italia, il Mercosur vale oggi circa 7–8 miliardi di export annuo. Non una cifra enorme, ed è proprio questo il punto: c’è spazio per crescere. L’eliminazione progressiva dei dazi – che oggi arrivano fino al 35 per cento su auto e componentistica, intorno al 20 per cento sui macchinari e penalizzano pesantemente vino, farmaceutica e agroalimentare trasformato – aprirebbe un mercato che oggi è artificialmente chiuso proprio ai nostri prodotti di eccellenza. Le stime più prudenti indicano che, a regime, l’export italiano verso il Brasile potrebbe crescere del 35–40 per cento nel prossimo decennio. Parliamo di 3–4 miliardi di euro aggiuntivi di vendite estere, in una fase storica in cui ogni punto di export conta.

Perché bloccare o rinviare l’accordo equivale a colpire l’Italia due volte

Ma c’è un secondo livello, che a Roma fanno finta di non vedere: la Germania. Berlino spinge sull’accordo Mercosur per un motivo banale quanto decisivo: la sua industria ha bisogno di mercati di sbocco. Se l’export tedesco cresce verso il Sud America, cresce anche la domanda tedesca di componenti, semilavorati e subfornitura italiana. È la solita, solida simbiosi industriale italo-tedesca. Bloccare o rinviare l’accordo con il Mercosur significa colpire l’Italia due volte: direttamente sul nostro export extra-UE e indirettamente sulle filiere europee. Il tema agricolo, agitato come uno spauracchio, è quello su cui la propaganda supera sistematicamente la realtà. L’accordo non apre le porte senza limiti: prevede quote, dazi residui, clausole di salvaguardia e meccanismi di sospensione in caso di squilibri di mercato. Inoltre, il modello agricolo francese – estensivo, iper-sussidiato, orientato ai volumi – non è il modello italiano. Per molte filiere nazionali, a partire dal vino, il Mercosur è un’opportunità commerciale, non una minaccia. Persino nella zootecnia esiste un effetto positivo: mangimi a costi più bassi significano filiere più competitive.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Giorgia Meloni e Friedrich Merz (Imagoeconomica).

FdI non riesce a esprimere una linea chiara

Sul Pil nessuno promette miracoli. L’impatto stimato dell’accordo Ue–Mercosur per l’Italia è limitato ma positivo: qualche decimale in più. Ma in un Paese che cresce dello 0,4 per cento, ogni decimale conta, soprattutto se arriva da export e industria, non da debito e bonus. Ed è qui che emerge l’inadeguatezza politica di Fratelli d’Italia, incarnata dal capodelegazione al Parlamento europeo Carlo Fidanza. La sua linea sul Mercosur è un esercizio di confusione permanente: un giorno l’accordo è pericoloso per l’agricoltura, il giorno dopo «un rinvio non sarebbe un dramma», quello successivo si parla di vigilanza e garanzie senza mai arrivare a una posizione chiara.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Carlo Fidanza (Imagoeconomica).

Nel frattempo Giorgia Meloni balla sul palco di Atreju, letteralmente. Balla mentre la produzione industriale cala, mentre l’export rallenta, mentre l’Italia fatica a crescere. La politica economica diventa così uno spettacolo grottesco, condito da una retorica dell’odio permanente: contro l’Europa, contro i partner commerciali, contro chiunque non rientri nel perimetro del nemico del giorno. In questo quadro surreale l’unico a far trapelare un barlume di buonsenso è paradossalmente il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Quello con «il Mercosur è un buon accordo, può diventare ottimo se dopo 25 anni si riesce a fare un passo definitivo sulla reciprocità», ha dichiarato. «Quello che viene imposto ai nostri produttori europei, che a nostro avviso è corretto, deve essere anche garantito sui prodotti che arrivano. Riteniamo che questo passo in avanti si possa fare». Parole che sembrano provenire da un altro partito. Lollobrigida dice una cosa banalmente vera: gli accordi si migliorano, non si affossano.

Perché rinviare l’accordo Ue-Mercosur per l’Italia è puro autolesionismo
Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

Mentre lui ammette che l’impianto dell’accordo è valido, il suo stesso partito continua però a sabotarlo a colpa di ambiguità e dichiarazioni contraddittorie. Dopo oltre 20 anni di negoziati, proseguire a parlare di rinvii sull’accordo Mercosur non è difesa dell’interesse nazionale: è un atto di autolesionismo. In un momento di produzione industriale in calo, export sotto pressione e crescita anemica, l’accordo farebbe bene all’Italia. Non firmarlo – o tenerlo ostaggio di slogan e paure – significa scegliere l’isolamento mentre il mondo si muove. E il prezzo, come sempre, lo pagheranno le imprese. Non chi balla sui palchi.

Warner Bros. Discovery verso il no all’offerta di Paramount

Warner Bros. Discovery punta dritto su Netflix. Secondo Reuters, che ha citato alcune fonti vicine all’operazione, il consiglio di amministrazione sarebbe infatti pronto a chiedere ai propri azionisti di votare contro l’offerta pubblica da 108,4 miliardi di dollari di Paramount Skydance. Contestualmente, chiederà di rinnovare l’impegno nei confronti di Netflix, che sul piatto ne aveva messi circa 83 miliardi (72 di valore di mercato e 10 di debito netto) per le divisioni cinematografica e streaming. La mossa segnerebbe dunque non solo un nuovo capitolo nella saga di acquisizione del gigante americano, ma potenzialmente l’ultima svolta verso la corsa ad asset che potrebbero cambiare per sempre il volto dello spettacolo internazionale.

Warner Bros. Discovery, Jared Kushner si tira fuori dalla corsa

L’indiscrezione è arrivata proprio nel momento in cui Jared Kushner, marito di Ivanka Trump e genero del presidente Usa che ha spesso dimostrato forte interesse negli sviluppi dell’acquisizione, si è tirato fuori dalla corsa. La sua società di investimento Affinity Partners, come ha spiegato in una nota a Bloomberg, non fa parte dell’offerta di Paramount Skydance. «Con due forti concorrenti in lizza per assicurarsi il futuro di questo asset americano, abbiamo deciso di non perseguire più l’opportunità», si legge in un comunicato, in cui ha ribadito ancora una volta come la proposta della famiglia Ellison rappresenti la miglior prospettiva per Warner Bros. Discovery. Fuori dalla lista dei partner finanziari anche la cinese Tencent, società che fornisce servizi di IA e cloud computing e che aveva impegnato 1 miliardo di dollari, a causa delle preoccupazioni del cda di WBD sulla proprietà straniera.

Warner Bros. Discovery verso il no all’offerta di Paramount
Il logo di Warner (Ansa).

Che succederà ora? Il 16 dicembre, le azioni di Warner sono state scambiate a 29 dollari, segno che gli investitori si aspettano forse un nuovo rilancio da parte degli Ellison con Paramount. Netflix aveva accettato di pagare infatti 27,75 dollari per azione in contanti e azioni per gli studi Warner Bros. e il servizio streaming HBO Max (pronto a debuttare anche in Italia a metà gennaio), mentre Paramount si era spinta fino a 30 dollari per azione per l’intera società, compresa la televisione via cavo. L’offerta pubblica degli Ellison scadrà l’8 gennaio, termine ultimo entro cui la società potrà presentare una nuova offerta migliorativa.

Superbonus, emendamento al Ddl Bilancio 2026: possibile proroga, ecco le novità

Proroga del superbonus per il 2026 e stanziamento di risorse fino al 2036, contributi diretti a copertura dei lavori relativi alle aree del Centro Italia (Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche) colpite da eventi sismici, a partire dal 1° aprile 2009 e non più dal 24 agosto 2016: sono queste le due maggiori novità dell’emendamento presentato al disegno di legge di Bilancio 2026 rispetto alla precedente versione dell’ex bonus 110 trasmesso al Senato. Le modifiche si sono rese necessarie per evitare che i cantieri dei lavori agevolati per la ricostruzione delle case danneggiate da eventi sismici potessero subire uno stop a causa della mancata capienza fiscale delle famiglie. Non essendoci più la possibilità di ottenere lo sconto in fattura o la cessione del credito sono molti i beneficiari del bonus, infatti, che non riuscirebbero a rientrare delle spese sostenute.

Superbonus, emendamento al Ddl Bilancio 2026: quali sono le novità?

Superbonus, emendamento al Ddl Bilancio 2026: possibile proroga, ecco le novità
Ristrutturazioni effettuate con gli incentivi edilizi (Imagoeconomica).

E, dunque, la proroga per il 2026 potrebbe arrivare con altre regole, a integrazione dell’articolo 4 sul superbonus del decreto legge numero 95/2025 che già prevedeva la possibilità di utilizzare gli incentivi per la ricostruzione dei comuni colpiti da terremoti. La novità più importante dell’emendamento è la previsione di contributi diretti finalizzati alla ricostruzione, a copertura delle spese eccedenti l’importo che poteva essere concesso con le domande presentate fino al 31 dicembre 2024. In questo modo, i contributi diretti consentiranno di completare quei lavori a rischio di blocco per la mancata possibilità dei committenti di utilizzare lo sconto in fattura o la cessione del credito e di dover utilizzare il 110% solo come detrazione fiscale nella dichiarazione dei redditi.

Che cos’è il contributo diretto dell’emendamento sul superbonus al Bilancio 2026?

Il disagio per le famiglie nasce dal fatto che i lavori avviati prima del 30 marzo 2024 – giorno di entrata in vigore del decreto legge numero 39 che ha definitivamente eliminato lo sconto in fattura e la cessione dei crediti d’imposta – non avrebbero altro modo di essere incentivati se non con la detrazione fiscale decennale. Alle famiglie interessate arriverebbe, dunque, il contributo diretto e si scongiurerebbe l’eventualità di un blocco dei lavori di ricostruzione. Sulla base del monitoraggio effettuato dal governo sulla ricostruzione, a oggi i cantieri in corso sono 9.400, dei quali circa 5 mila sarebbero interessati al nuovo superbonus 2026. Le risorse necessarie, pari a 1,3 miliardi di euro, avrebbero già la copertura necessaria dai fondi stanziati per prolungare le detrazioni fiscali del 2026.

Bonus edilizi, ultime notizie sui bonus edilizi per la ricostruzione dal sisma

Superbonus, emendamento al Ddl Bilancio 2026: possibile proroga, ecco le novità
Ristrutturazioni edilizie con il superbonus (Imagoeconomica).

Inoltre, l’emendamento al Ddl di Bilancio 2026 stabilisce che rientrano nel cratere dei lavori di ricostruzione ai fini del superbonus tutte le aree colpite da terremoti dal 1° aprile 2009 (in pratica, dal terremoto dell’Abruzzo in avanti) nelle quali sia stato riconosciuto lo stato di emergenza. Infine, l’emendamento propone l’autorizzazione di spesa di 232,4 milioni per il 2027 e di 132,89 milioni per ciascuno degli anni dal 2028 al 2036. Tra i lavori ammissibili al nuovo superbonus sono esclusi gli interventi effettuati, anche in misura parziale, in violazione delle regole urbanistiche e di tutela del paesaggio o dell’ambiente.

Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr? Le pillole del giorno

«Occhio al Keanu Reeves de’ noantri», dicono a Roma guardando le foto di Leonardo Maria Del Vecchio. Intanto, «quel ragazzo» (“Jaki” Elkann dixit) ha creato il panico in quella che era «la sacra famiglia dei bulloni» (ossia gli Agnelli), costringendo a rendere pubblica la trattativa con l’imprenditore greco per la vendita del quotidiano la Repubblica. E quella possibile cessione di Gedi al gruppo ellenico Antenna, guidato dall’armatore Theodore Kyriakou, era sempre stata smentita fino all’uscita di Del Vecchio jr, che si è detto «pronto a comprare allo stesso prezzo». A sinistra (o a quel che ne resta) credono che dietro a uno degli eredi del fondatore di Luxottica ci possa essere addirittura la presenza del solito Francesco Gaetano Caltagirone, che sarebbe però interessato all’altra testata di Gedi, La Stampa. «Rileverebbe il giornale torinese dopo un anno, dal giovane amico», sussurra qualcuno. Scenario possibile o fanta-editoria? Le mire del costruttore romano di origine sicula tra l’altro erano state spifferate anche dal governatore della Regione Piemonte Alberto Cirio nel corso dell’assemblea del pomeriggio del 15 dicembre della redazione de La Stampa. Sul tavolo ci sarebbe quel vecchio progetto del “tridente” che partiva dal Centro-Sud con il bastone del comando, e poi al Nord con tre punte: a Venezia con Il Gazzettino, a Torino con La Stampa e a Milano con un quotidiano di economia, Il Sole 24 Ore, dove direttore è stato un fedelissimo dell’ingegnere come Roberto Napoletano, oppure come seconda scelta («quella di ripiego», dicono nel quartier generale di Calta) il gruppo Class Editori (di cui detiene già il 5,16 per cento), con Milano Finanza come testata di richiamo. Una concentrazione di potere mediatico davvero realizzabile? Bisogna vedere cosa avranno eventualmente da ridire l’Antitrust sulla concorrenza e l’Agcom sul pluralismo…

Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr? Le pillole del giorno
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Ansa).

Gualtieri come Totò, per vedere la Fontana di Trevi si paga

Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri batte cassa, e allora ecco un “ticket” di 2 euro per vedere la Fontana di Trevi. L’immagine che viene subito alla mente è quella di Totò alle prese con il turista Decio Cavallo, il “paisà” che, tornato in Italia, vuole mettere su “un bisiness”. E cosa c’è di meglio che acquistare la fontana? In Campidoglio si favoleggia di un incasso di 20 milioni di euro all’anno, grazie ai turisti che non riescono a fare a meno dello spettacolo della Fontana di Trevi. Che poi alle spalle di quel monumento c’è l’Istituto centrale per la grafica, che è statale, ma questa è un’altra storia.

Non dite a Salvini che si contrasta l’antiziganismo

Non ditelo a Matteo Salvini, a cui “prudono” sempre le ruspe: nel 2026, dal 7 al 19 aprile, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) promuove la terza edizione della “settimana per la promozione della cultura romanì e per il contrasto all’antiziganismo”. Sul piatto, 350 mila euro per far conoscere e valorizzare la storia, la lingua e la cultura di rom e sinti nell’ottica del “capacity building”. E l’8 aprile sarà proprio la giornata internazionale dei due gruppi etnici.

Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr? Le pillole del giorno
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Enrico Letta e Orsini per i dirigenti

A Roma, nel Forum Theatre, nella giornata di martedì 16 dicembre Previndai, il fondo pensione per i dirigenti industriali istituito da Confindustria e Federmanager, celebra il suo anniversario numero 35. Tra gli invitati Marina Elvira Calderone, ministra del Lavoro, Federico Freni, sottosegretario all’Economia, Enrico Letta, rettore della IE School of politics, economics e global affairs, Giuseppe Straniero, presidente Previndai, ed Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. Lunedì sera Letta era alla Luiss, l’università confindustriale, per parlare di green.

Enac festeggia la Fondazione Pacta

Il nome, Fondazione Pacta, a molti non dirà nulla: si tratta della fondazione «patto per la decarbonizzazione del trasporto aereo», che «riunisce player industriali, stakeholder istituzionali e associazioni che, guidati dagli esperti del mondo accademico, intendono proporre una road map efficiente e sostenibile per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione del trasporto aereo». Nella giornata di martedì a Roma la fondazione verrà festeggiata da Pierluigi Di Palma, presidente di Enac, Marco Troncone, ceo di Aeroporti di Roma e presidente di Fondazione Pacta, Vannia Gava, viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, e Valerio Moro, capo di Airbus Italia.

Forbes incorona Musk: nuovo patrimonio record

Elon Musk infrange un nuovo record: è il primo uomo nella storia a superare la soglia dei 600 miliardi di dollari di patrimonio. Lo riporta Forbes, spiegando che a trainare la crescita è soprattutto SpaceX, che a inizio dicembre ha avviato un’offerta secondaria che valuta l’azienda 800 miliardi di dollari, il doppio rispetto ai 400 di appena sei mesi prima. Facendo crescere il patrimonio di Musk, che della società aerospaziale possiede circa il 42 per cento, di 168 miliardi e portandolo all’incredibile cifra di 677 miliardi. Un primato unico, considerando che nessuno si era mai spinto oltre i 500, che lo avvicina all’obiettivo di diventare il primo trilionario di sempre.

Musk sempre più miliardario: l’effetto SpaceX e l’importanza di Tesla

Il nuovo record arriva proprio mentre SpaceX punta a una possibile Ipo da record per il 2026 che, come confermato a Forbes da un investitore, potrebbe portare la società alla valutazione attorno ai 1.500 miliardi di dollari. Anche senza una quotazione simile, che consegnerebbe a Elon Musk un patrimonio da 1.000 miliardi, la quota del magnate sudafricano, stimata sui 336 miliardi, è ad oggi il suo asset più remunerativo. Come riporta il magazine, la sua quota in Tesla del 12 per cento ammonta a 197 miliardi, escludendo le stock option relative al premio di rendimento per il Ceo del 2018, poi bloccate da un giudice del Delaware a gennaio 2024. Nei suoi calcoli, Forbes ha comunque dimezzato tali opzioni del 50 per cento (circa 69 miliardi), in attesa del ricorso presentato da Musk alla Corte Suprema.

Forbes incorona Musk: nuovo patrimonio record
Elon Musk (Imagoeconomica).

Qualora Musk dovesse perdere l’appello, tuttavia, Tesla potrebbe offrirgli una strada alternativa per raggiungere un patrimonio trilionario. A novembre, gli azionisti hanno approvato un pacchetto che potrebbe assegnargli fino a 1.000 miliardi di dollari entro i prossimi 10 anni in azioni qualora l’azienda centrasse ambiziosi piani di crescita. C’è infine xAI Holdings che, secondo indiscrezioni, sarebbe in trattative per raccogliere nuovi capitali a una valutazione di 230 miliardi di dollari, più del doppio rispetto ai 113 miliardi indicati da Musk a marzo, quando fuse la startup di intelligenza artificiale xAI con la piattaforma social X. Forbes stima che il magnate ne possieda il 53 per cento, per un valore di 60 miliardi.

Pil, Confindustria: «La crescita dell’Italia è ferma, colpa dei tassi ai massimi»

All’indomani della valutazione di Moody’s, che ha confermato il rating dell’Italia a Baa3 e alzato l’outlook da negativo a stabile, Confindustria ha lanciato l’allarme sulla crescita del nostro Paese. «Il Pil è rimasto fermo nel terzo trimestre e gli indicatori dicono che all’inizio del quarto l’attività nei servizi è in lieve calo, come nell’industria», si legge nella congiuntura flash. Anche se l’inflazione in Italia è tornata sotto il 2,0 per cento, i tassi sono infatti ai massimi e bloccano il canale del credito, frenando consumi e investimenti, mentre l’export aiuta poco. «Con le guerre in corso sale l’incertezza, ma non il costo dell’energia (finora), che è però ben più alto del pre-crisi energetica», continua il rapporto.

Il rallentamento dell’inflazione e i tassi Usa e Bce

L’analisi si è concentrata sull’inflazione italiana, «che si è ridotta a ottobre a +1,7 per cento annuo (da +5,3 per cento a settembre) grazie a un “effetto base” molto favorevole sui prezzi energetici, crollati al -19,7 per cento annuo (+26,8 per cento nello stesso mese del 2022 a causa del picco del gas)». I prezzi core di beni e servizi continuano a frenare, ma solo lentamente (+3,7 per cento), come quelli alimentari (+6,3 per cento), grazie alla parziale moderazione delle commodity. Sono valori non ancora pienamente in linea con la soglia del +2,0 per cento. Per quanto riguarda i tassi, a inizio novembre la Fed ha tenuto, per la seconda volta, fermo quello statunitense (a 5,50 per cento) e lo stesso ha fatto la Bce a fine ottobre (4,50 per cento): «Lo scenario base è che i tassi sono giunti ai massimi, come indicano i future che scontano i primi tagli nel 2024. Tuttavia, Powell ha sottolineato il rischio di nuovi rialzi se la crescita Usa non frena e l’inflazione resta alta. E Lagarde (ndr la presidente della Bce) ha ribadito che altri rialzi potrebbero esserci anche nell’Eurozona, in caso di nuovi shock che modifichino lo scenario».

Moody’s conferma il rating dell’Italia a Baa3 e alza l’outlook da negativo a stabile

L’agenzia di rating Moody’s ha confermato il rating dell’Italia a Baa3 e alzato l’outlook da negativo a stabile. Un taglio alla valutazione avrebbe portato l’Italia al cosiddetto livello junk, ovvero spazzatura. Come si legge in una nota, le prospettive di breve termine dell’Italia «sono sostenute dall’attuazione del Pnrr, ma anche dai recenti miglioramenti del settore bancario. I rischi legati alle forniture energetiche sono diminuiti in parte per il clima buono dello scorso inverno, ma anche per le azioni del governo per la diversificazione delle forniture e del rafforzamento dell’infrastruttura energetica». L’agenzia ha sottolineato anche che la forza del settore bancario italiano è migliorata significativamente: «Un lento ma graduale consolidamento nel sistema bancario ha portato a una migliore efficienza operativa e a complessivi miglioramenti della redditività».

Soddisfatto il ministro Giorgetti: «Conferma che stiamo operando bene»

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha così commentato la valutazione di Moody’s: «Accolgo con molta soddisfazione la pronuncia di questa sera (ndr venerdì 17 novembre). È una conferma che, seppure tra tante difficoltà, stiamo operando bene per il futuro dell’Italia. Quindi, alla luce del giudizio espresso da Moody’s e delle altre agenzie di rating, ci auguriamo che le prudenti, responsabili e serie politiche di bilancio del governo, pur nelle legittime critiche di un sistema democratico, siano confermate anche dal Parlamento». Nelle settimane precedenti le valutazioni di S&P, Dbrs e Fitch avevano lasciato immutato il rating e anche l’outlook sul debito sovrano dell’Italia.

La realtà dell’evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti

Nei primi mesi di governo si è parlato molto di evasione fiscale, ma non per il motivo che si potrebbe immaginare. È nota la dichiarazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante il suo comizio a Catania in cui paragonò le tasse a «un pizzo di Stato». In quell’occasione Meloni disse che sono «le banche e le big company» a evadere. Non deve aver letto la relazione annuale del ministero dell’Economia che spiega come sui circa 90 miliardi di euro di evasione fiscale, che salgono a quasi 100 miliardi contando anche l’evasione dei contributi previdenziali, oltre 32 miliardi di euro provengono dall’evasione dell’Irpef dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese. Sono loro a non pagare in media il 69 per cento delle imposte sul reddito che dovrebbero pagare allo Stato ogni anno.

La realtà dell'evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti
Guardia di finanza (Imagoeconomica).

La diatriba sul contante e le falsità sbugiardate

Poi abbiamo ascoltato la presidente del Consiglio dirci che negli ultimi anni «l’evasione non è calata». Falso anche questo. Nel 2019 l’evasione delle imposte tributarie e dei contributi era calata di circa 7 miliardi di euro rispetto al 2015. In cinque anni il tax gap è passato dal 5 per cento in rapporto al Pil al 4,1 per cento. C’è stata la diatriba sull’uso del contante che non avrebbe correlazione con l’evasione fiscale. In quel caso Meloni è stata smentita dalla Corte dei conti e dalla Banca d’Italia. Ma non è difficile riuscire a capire che i pagamenti elettronici – quindi tracciati – rendendo più complicata l’evasione. Matteo Salvini (Lega) e Antonio Tajani (Forza Italia) spiegarono che era l’Europa a chiedere l’innalzamento del contante. Falso anche questo.

Le favolette sui turisti stranieri e l’uscita discutibile di Nordio

Quindi Tajani ha rilanciato dicendo che il limite del contante disincentiva la spesa di turisti stranieri. Non sapeva che in Italia esiste già una deroga che permette a quei turisti di spendere fino a 15 mila euro in contanti. Qualche giorno fa il ministro alla Giustizia Carlo Nordio ha detto ai suoi cittadini che pagare le tasse è «un’impresa»: «Questo fisco vessa anche i contribuenti per bene». Per poi chiarire: «Sembra un paradosso, ma anche agli imprenditori onesti è impossibile non trovare violazioni». Tutti ladri quindi nessuno è ladro. Di lotta all’evasione invece manco a parlarne.

La realtà dell'evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti
Giorgia Meloni e il comandante generale della Guardia di finanza Andrea De Gennaro (Imagoeconomica).

Solo in Lombardia patrimoni sequestrati per 777 milioni

Poiché prima o poi la realtà irrompe e sgretola la narrazione, il 22 giugno sono arrivati i dati della Guardia di finanza in occasione dei suoi 249 anni in Lombardia, la regione “regina” delle lamentele contro «il pizzo di Stato». Solo negli ultimi quattro anni sono stati recuperati 3,5 miliardi di euro. Fra gennaio 2022 e maggio 2023 sono stati scoperti 2.471 reati fiscali a carico di 3.568 soggetti denunciati e 167 arrestati. I patrimoni sequestrati ammontano a 777 milioni di euro, mentre le proposte di sequestro avanzate alle procure della Repubblica della Lombardia ammontano a oltre 2,5 miliardi di euro. Poi ci sono 2.530 casi di frodi Iva organizzate e basate su fatture false, società fantasma e di comodo, con un’Iva evasa complessiva per 2,1 miliardi di euro.

Illeciti sulla manodopera e sfruttamento dei lavoratori

Il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Milano, generale di Brigata Francesco Mazzotta, ha spiegato anche che quello della «somministrazione illecita di manodopera attraverso la costituzione di società cooperative e società filtro che consentono ai beneficiari della frode di poter versare un’imposta inferiore a quanto dovrebbero e in particolare di compensare i propri debiti d’imposta con crediti inesistenti» è un «fenomeno diffuso» in Lombardia che «potrebbe accompagnarsi a fenomeni di sfruttamento dei lavoratori». Parliamo solo di Lombardia, tanto per avere un ordine di grandezza. In Emilia-Romagna sono stati individuati 542 evasori totali, ossia esercenti attività d’impresa o di lavoro autonomo completamente sconosciuti al fisco, nonché oltre 8 mila lavoratori in “nero” o irregolari.

La realtà dell'evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti
La Guardia di finanza ha presentato l’annuale report sull’evasione fiscale (Imagoeconomica).

Il trucco delle residenze fiscali fittizie all’estero

Scoperti inoltre, 72 casi di evasione fiscale internazionale, principalmente riconducibili a stabili organizzazioni occulte, a manipolazioni dei prezzi di trasferimento, a residenze fiscali fittizie e all’illecita detenzione di capitali oltreconfine. I denunciati per reati tributari sono 1.663 di cui 31 tratti in arresto. Il valore dei beni sequestrati quale profitto dell’evasione e delle frodi fiscali è di circa 264 milioni. In Sardegna sono stati accertati danni erariali per 47,5 milioni di euro. In provincia di Imperia hanno scovato un’azienda “estero-vestita” che operava in un paese dell’Unione europea ma che, di fatto, aveva il centro decisionale e amministrativo in provincia di Imperia, e per questo avrebbe dovuto pagare le tasse in Italia: è stata scoperta dalla Guardia di finanza che ha segnalato una presunta evasione per circa 12 milioni di euro, da sottoporre a tassazione.

Un’assoluzione culturale che dura ormai da decenni

Potremmo continuare per ore. L’Italia è quel Paese in cui la lotta all’evasione fiscale non merita nemmeno una narrazione. La giornata del 22 giugno ne è stata la fotografia: un movimento culturale di condono morale agli evasori stroncati (che dura da decenni) e numeri che passano tra l’indifferenza generale. Guardando i comandanti della Guardia di finanza che in alta uniforme presentavano alla stampa i risultati della loro attività, avresti potuto immaginare che qualcuno di loro – anche solo uno – chiedesse al Paese di dismettere una narrazione che in fin dei conti svilisce anche loro. Non è successo. Ora basterà aspettare qualche giorno che si posi il dibattito immediato alla cronaca e si potrà continuare con questo continuo elogio alla furbizia di chi ottiene l’impunità.

Evasori totali in Italia, +54 per cento in 17 mesi: sono quasi 9 mila

Crescono gli evasori totali in Italia, ossia coloro che non hanno pagato nemmeno un euro di tasse. La Guardia di finanza ne ha individuati 8 mila 924 tra il primo gennaio 2022 e il 31 maggio 2023, circa 3 mila in più rispetto allo stesso periodo a cavallo tra 2021 e 2022, quando furono 5 mila 762 (variazione +54 per cento). I dati sono contenuti nel recente bilancio operativo diffuso in occasione del 249esimo anniversario della fondazione della Gdf. In crescita anche il valore dei sequestri di beni frutto delle frodi, salito da 2,2 a 4,8 miliardi di euro. Quanto alla lotta all’evasione fiscale, le Fiamme gialle hanno denunciato per reati tributari quasi 20 mila soggetti, di cui 438 arrestati. Poco oltre i mille invece i casi internazionali.

Non solo evasori totali, nel rapporto anche contraffazione e immigrazione clandestina

Nel rapporto della Guardia di finanza, si legge come i controlli abbiano individuato nello stesso lasso di tempo 45 mila lavoratori in nero oppure irregolari. Ampio anche il capitolo dedicato alla lotta contro la criminalità organizzata. Ammontano infatti a circa 3,4 miliardi di euro i beni confiscati o sequestrati. Il valore di beni mobili e immobili, aziende, quote societarie e disponibilità finanziarie è invece di 3,9 miliardi di euro. Nel contrasto alle mafie, la Gdf ha sottoposto ad accertamenti patrimoniali 17 mila 783 soggetti. Tra i provvedimenti, come riporta l’Ansa, si citano anche 1159 misure di prevenzione nei confronti di individui di connotata «pericolosità economico-finanziaria», cui sono conseguiti sequestri per 1,7 miliardi e confische per 756 milioni di euro.

Il nuovo rapporto della Guardia di finanza ha riscontrato 3 mila evasori fiscali in più rispetto al 2021. Sequestrati beni per 4,8 miliardi.
Un motoscafo della Guardia di finanza (Imagoeconomica).

La Guardia di finanza ha presentato anche i dati sulla lotta all’immigrazione clandestina. Da gennaio 2022 le Fiamme gialle hanno arrestato 305 scafisti, mentre i reparti aeronavali hanno tratto in salvo circa 46 mila migranti. Quanto invece al contrasto del riciclaggio e dell’autoriciclaggio, i finanzieri hanno denunciato poco più di 5 mila persone, di cui 379 arrestate. Sequestrati beni per un valore di oltre 1,7 miliardi. Infine, le segnalazioni di operazioni sospette ammontano complessivamente a 240 mila, di cui 750 inerenti il finanziamento al terrorismo. Nel rapporto anche i dati sulla lotta alla contraffazione, per cui si registrano sequestri di oltre 700 milioni di prodotti con la falsa indicazione del Made in Italy. Fra questi, circa 15 milioni di litri di vino e spumante con marchi industriali fittizi.

L’effetto Palenzona sulla tregua nel Real Estate di Milano

LEGGI ANCHE: Palenzona ci scrive

A Milano, dopo le tensioni dei mesi passati, nell’immobiliare sembra essere arrivati a una pace per quanto, visti gli appetiti che si muovono nel settore, non si sa quanto possa essere duratura. Ma la odierna fotografia della situazione del Real Estate meneghino sembra aver consolidato i nuovi assetti e le strategie finanziarie che intorno a essi si muovono.

Immobiliare e banche, partita incrociata

L’ascesa di Fabrizio Palenzona alla guida di Fondazione Crt nonché dell’associazione che raggruppa tutte le fondazioni bancarie di Piemonte e Liguria ha prodotto effetti diversi a seconda che si parli di ambito bancario o immobiliare. Se sul primo, come si è dato conto su queste colonne, il dinamismo è notevole soprattutto sull’asse che vede Bpm perno di un possibile terzo polo nazionale, sul secondo la competizione tra grandi attori si è tramutata in cooperazione.

Le mosse di Palenzona verso Crt, tra Cirio e Lo Russo
Il banchiere Fabrizio Palenzona.

Le due cordate in campo

Banche, fondazioni e protagonisti del mattone sembrano far convergere i propri investimenti su un comune interesse di sistema, ovvero la crescita di Milano e dei suoi grandi progetti infrastrutturali ed edilizi. Nulla di ufficiale e labbra cucite tra gli operatori del mercato e della finanza, ma in quest’ottica è curiosa l’emersione di un “patto incrociato” che vincola reciprocamente le differenti cordate in campo. Tradizionalmente l’asse banche-fondazioni-real estate ne vedeva due competere per la supremazia cittadina. Da un lato, quella del sistema-Palenzona. Costituita da Unicredit, banca di cui è stato a lungo vicepresidente, dal fondo immobiliare italiano Prelios di cui l’ex politico e manager di Novi Ligure è presidente, in alleanza con Hines e Fondazione Crt. Dall’altro, l’impero Intesa San Paolo-Fondazione Cariplo affiancato da Coima, il fondo immobiliare del costruttore Manfredi Catella.

La tregua del real estate a Milano: quanto pesa l'effetto Palenzona?
Manfredi Catella (dal sito Coima).

Verso un nuovo equilibrio

Gli accordi sul terreno per la spartizione di progetti dall’alto impatto sistemico come MilanoSesto e il Villaggio Olimpico, accelerati dopo l’ascesa di Palenzona a Crt, sono il terreno su cui si sta costruendo la possibile intesa. A cui potrebbero contribuire i nuovi assetti in Fondazione Cariplo, in cui l’elezione a presidente dell’ex rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone è l’ultimo colpo del “grande vecchio” Giuseppe Guzzetti. Che, da buon democristiano, è uomo certamente abituato a smussare conflitti e tensioni più che a cimentarsi in aspre battaglie. Per ora il riassetto nelle fondazioni, polmone e centro di confronto tra interessi, è servito da deterrente. Lo si è visto con la fine della querelle su MilanoSesto, dove a Prelios e agli americani di Hines mirava a sostituirsi in toto Manfredi Catella con Coima. Il motivo? Il fatto che il principale sostenitore del più grande progetto europeo di rigenerazione urbana fosse Intesa San Paolo, il cui l’azionista Cariplo era, tramite Redo Sgr, alleata di Coima nel tentativo di acquisto dei diritti sul progetto detenuti da Prelios e Hines.

La tregua del real estate a Milano: quanto pesa l'effetto Palenzona?
Il render del Villaggio Olimpico (dal sito scaloportaromana).

MilanoSesto, laboratorio della tregua immobiliare milanese

«Toccherà agli storici dirimere il quesito se quella di Sesto San Giovanni», combattutasi ai primordi della primavera, «sia stata una vera guerra o solo una scaramuccia», ha scritto Dario Di Vico su Il Foglio. «Di sicuro la pace è stata raggiunta e, sembra, con reciproca soddisfazione di tutti i contendenti. Una pace imperniata, e non avrebbe potuto essere diversamente, sul ruolo di Intesa Sanpaolo che nell’operazione immobiliare aveva investito dall’inizio 900 milioni e, giustamente, voleva capire meglio in che direzione si stesse andando». Catella non ha conquistato l’intero pacchetto di MilanoSesto ma, in asse con Redo, ha ottenuto il social housing del nuovo progetto che da sempre fa molta gola a Cariplo, per un controvalore di 100 milioni di euro. A Hines e Prelios resta la parte di uffici e quella dell’edilizia a fini produttivi e economici ad alto valore aggiunto. Prelios a suo volta resta centrale nel progetto a guida Intesa di MilanoSesto. E Coima e Cariplo si muovono con attenzione su Porta Nuova, dove si trova il grattacielo sede di Unicredit, partecipata da Crt. Mentre Coima e Catella sono in prima fila in progetti come Pirelli 39 e la nuova skyline di Via Melchiorre Gioia.

La tregua del real estate a Milano: quanto pesa l'effetto Palenzona?
Il progetto MilanoSesto (dal sito Milanosesto).

Progetti complementari tra nord e sud della città

Del resto, la Milano verticale che cresce fa gola a tutti. I piani a guida Prelios-Hines di MilanoSesto per la riqualificazione dell’area delle acciaierie Falck sono destinati a essere complementari al grande progetto di Coima, il Villaggio Olimpico nell’ex Scalo di Porta Romana. Attorno a cui sorgeranno progetti legati agli studentati, all’housing sociale delle università pubbliche e ai nuovi alloggi della Bocconi, che a due passi dal futuro Villaggio Olimpico ha il suo nuovo campus.

C’è spazio per tutti, anche per Generali e Covivio

Insomma, dopo mesi di tensioni si è giunti all’idea che a Milano ci sia spazio per tutti. Anche per l’arrivo di nuovi attori. Oltre alle suddette due cordate, infatti, gli operatori seguono con interesse anche le mosse di Generali Real Estate e Covivio. La prima sta entrando in punta di piedi tra hotel e housing, forte del legame con un’azionista chiave come Mediobanca. Il secondo è il fondo legato all’eredità dell’impero di Leonardo Del Vecchio, che sembra giocare, per ora, all’ombra di Catella. Symbiosis, il distretto direzionale di Via Adamello vicino a Fondazione Prada, e le nuove torri del quartier generale di Snam sorgeranno con Covivio all’ombra del Villaggio Olimpico. Ma il gruppo Delfin, braccio finanziario della famiglia di Agordo, intende muoversi slegandosi dai grandi giochi finanziari. Il recente annuncio dell’imminente delisting da Piazza Affari di Covivio appare un ramoscello d’ulivo che lo svincola dalle grandi partite finanziarie e fa del real estate il business chiave del gruppo. E in un certo senso sembra favorire la distensione a cui tutti stanno lavorando. Quanto durerà lo scopriremo nei prossimi mesi.

Sei anni da ex insider della finanza: LoSportello saluta Lettera43

Arrivederci ai lettori e grazie per l'autonomia e la libertà offerte a chi è arrivato da dentro il mondo delle banche per raccontarlo a chi è fuori.

È solo un arrivederci. Con tutti voi della redazione e con il direttore Paolo Madron.

Vi sono riconoscente ( o devo maledirvi? ) per avermi introdotto in questo mondo. Siete stati i primi a credere che avrei potuto fornire un contributo sui temi della finanza (o malafinanza).

Argomenti che, fino a quel momento, nessuno aveva avuto il coraggio di affrontare con la voce di un ex insider. Ricordo ancora la telefonata: «…abbiamo letto il tuo libro e vorremmo che tu scrivessi per il nostro giornale…». E dal 19 dicembre 2014 ogni settimana, ogni venerdì dell’anno, #LoSportello apriva le sue porte per fare informazione, denuncia, analisi. Sono stati 6 anni di assoluta autonomia e indipendenza. Ho scritto 230 articoli, alcuni dei quali hanno creato anche qualche problema 😱, ma mi sono sentito sempre tutelato e protetto.

Mai una censura. E bastava guardare gli inserzionisti del giornale per capire che forse per voi, qualche volta, non è stato facile pubblicare un mio articolo sulla stessa pagina dove compariva la pubblicità di una grande banca.

Ringrazio tutta la redazione (Andrea, Marcello, Sergio, Giovanna) cui auguro nuove e brillanti avventure. Ringrazio il direttore il cui cv non lascia adito a dubbi: ne vedremo ancora delle belle. Come ha scritto su Twitter «le storie iniziano, finiscono, si riprendono. Si vedrà».

E io sarò sempre a tua e vostra disposizione, riconoscente a vita. Nel frattempo Vi rendo onore su altre testate.

#LoSportello non chiude, si sposta semplicemente per un po’.

Ma vi aspetto

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Per la Bce il peggio deve ancora venire

Francoforte è pronta ad acquistare i bond «in maniera flessibile nel corso del tempo» e «ribadisce il massimo impegno» a sostegno dei cittadini. Ma le previsioni sull'Eurozona fanno tremare le borse: nel secondo trimestre il Pil può crollare tra il -5 e il -12%.

La Bce continuerà ad acquistare i bond «in maniera flessibile nel corso del tempo» e finché non sarà ritenuta «conclusa la fase critica legata al coronavirus». Il Consiglio «ribadisce il massimo impegno» a fare il necessario «per sostenere tutti i cittadini dell’area dell’euro in questo momento di estrema difficoltà».

NEL SECONDO TRIMESTRE PIL DELL’EUROZONA TRA -5 E -12%

Ma l’Eurotower avverte che nel secondo trimestre dell’anno la situazione potrebbe rivelarsi ancora più grave del primo quando il Pil dell’Eurozona ha segnato -3,8%. Ci si attende infatti una caduta del Pil dell’Eurozona compresa fra il -5 e -12%

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Lavoro? Meglio gli Indiani metropolitani di questi politici

L'automazione offre spazi di liberazione. C'è chi li vede, come la premier finlandese. E chi già li immaginava, come il movimento bolognese degli Anni 70. Mentre la quasi totalità della nostra classe dirigente è incatenata a concezioni novecentesche.

«Mi sembra una bufala…ma in questo caso è una renna?». La battuta che non è granché, oggettivamente, è di un uomo solitamente molto serio.

Che però stavolta si è lasciato prendere dalla sindrome Twitter: una patologia che, solo che si disponga di un qualche migliaio di follower, colpisce tutti. Implacabilmente. 

Questa volta è Carlo Cottarelli a buttare in parodia l’idea della prima ministra finlandese Sanna Marin di riduzione significativa dell’orario di lavoro.

UNA NOTIZIA VECCHIA SPACCIATA PER NUOVA

La 34enne aveva infatti proposto, ma prima di diventare premier, di scendere a 24 ore settimanali con sei ore al giorno, per quattro giorni di lavoro. La tesi a supporto della sua proposta era che robotizzazione e digitalizzazione dei mezzi e processi produttivi consentono alle imprese margini di guadagni capaci di garantire lo stesso salario anche con orari ridotti.

Ma chiarito che l’idea della premier finlandese è stata venduta dai media europei come notizia fresca, quando in realtà, come già accennato, non lo era, aggiungeremo che però ha scatenato, soprattutto sui social, una tempesta mediale di grande intensità. Alimentata dai più disparati commenti, ma quasi tutti inclinanti come stile a quel misto di ironia e vaghezza che caratterizza il dibattito nazionale da quando si è cominciato a parlare di reddito di cittadinanza. E la “scomparsa del lavoro” è diventata occasione di bassa polemica politica nei confronti soprattutto del M5s e di reiterata affermazione, perlopiù di marca populista e sovranista, che bisogna «pagare la gente per lavorare e non per stare a casa a far niente». 

LA CRESCENTE AUTOMAZIONE E LA SCOMPARSA DEL LAVORO

Da noi infatti, a differenza di quanto avviene nel resto del mondo e nei Paesi più avanzati, il tema della scomparsa del lavoro per effetto della crescente automazione e delle applicazioni di intelligenza artificiale non è all’attenzione di governi o istituti di ricerca universitari e privati, di accademie e think tank. Siamo infatti nel pieno di un sommovimento epocale e di una profonda trasformazione del mercato mondiale del lavoro, che in questi anni hanno significato soprattutto perdita di posti e di addetti in ogni ambito dell’industria manifatturiera, che è quella tradizionale. E ancor oggi fondamentale, per quanto in grande affanno.

STRETTI TRA IL CAPITALISMO PARASSITARIO E DI SORVEGLIANZA

L’attuale modello di capitalismo, definito parassitario da Franklin Foer in World Without Mind. The Existential Threat Of Big Tech e di sorveglianza da Shoshana Zuboff in A human future in the Age of Surveillance, sta creando un mondo del lavoro sempre più precario, incerto, sottopagato e sfruttato che colpisce soprattutto i giovani: costretti a lavorare come affittacamere low cost per AirBnb, rider o autisti a partita Iva per Deliveroo o Uber, come web marketer o digital strategist a cottimo.

LEGGI ANCHE: Allegre Apocalissi, verso il futuro che ci attende

Naturalmente c’è anche da ridere, ma non allegramente, quando in simile contesto s’avanza un ministro dello Sviluppo economico, all’epoca il grillino Luigi Di Maio ora passato alla Farnesina, che annuncia il varo della Start Up Nation. Ma specularmente non è meno triste la parte maggioritaria di Italia, oggi populista e sovranista, che con Fratelli d’Italia voleva indire un referendum contro l’introduzione della fatturazione elettronica, e ora con la Lega non vuole limiti ai pagamenti in contanti. La prossima Lotteria degli scontrini racconta invece un Paese e un governo, quello attuale, che si affidano alla fortuna per la lotta all’evasione fiscale.

VIVIAMO IN UN MIX DI IPERMODERNITÀ E ARCAISMO

Paradossalmente, tuttavia, questo mix di ipermodernità e arcaismo è in linea con la tendenza che vede ovunque avanzare un mondo sempre più popolato di macchine e robot, ma dal sapore ottocentesco, caratterizzato com’è da bassi salari, ricatti occupazionali e sfruttamento intensivo. E che soprattutto nell’Occidente sviluppato restituisce attualità al pensiero marxista, naturalmente adattato ai tempi nuovi. È il marxismo 3.0 che deve misurarsi con il nuovo sottoproletariato digitale, con l’esercito di riserva del web che, a differenza di quello otto/novecentesco, non ha più coscienza di esserlo.

VERSO UN MARXISMO 3.0

E qui ognuno di noi guardando al futuro può valutare se stia prevalendo chi, come John M. Keynes, nella lettera ai pronipoti scritta nel 1930, Economic Possibilities for Our Grandchildren, prevedeva che da lì a 100 anni le persone, grazie allo sviluppo tecnologico, avrebbero lavorato 3 ore al giorno, potendo dedicare il resto della giornata alla realizzazione di se stesse, o chi viceversa, come Karl Marx, scorgeva proprio nello sviluppo accelerato del macchinismo la causa di una superproduzione che avrebbe causato crescente disoccupazione e povertà per i lavoratori. Al momento, scrive Malcolm Harris sul magazine del Mit, sta vincendo largamente il secondo. Ed è questa la ragione principale perché i più giovani, la Generazione Z, stanno riscoprendo il socialismo. Che dato ufficialmente per morto dopo la fine dell’Unione sovietica e il crollo del Muro di Berlino, sta rinascendo in tutto l’Occidente sviluppato, ma soprattutto nel Paese che praticamente non lo aveva mai conosciuto: gli Usa

LEGGI ANCHE: L’Ok Boomer in realtà cancella i 40enni

Ovviamente la sfida fra i due campi, keynesiani e marxiani, resta aperta e tutta da verificare. Ma abbiamo tempo 10 anni. Nel frattempo però, tornando al tema della riduzione dell’orario di lavoro, dobbiamo sottolineare come il confronto non sia tanto o solo economico, ma soprattutto culturale. È noto infatti che in Italia si lavora molto ma la produttività è fra le più basse dell’area Ue e Ocse. Dal 2000 al 2016, dice l’ultimo Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, siamo cresciuti dello 0,4% contro il 15% di Francia, Inghilterra e Spagna, e il 18,3 della Germania. Ma le più recenti sperimentazioni, per esempio di Microsoft in Giappone, che hanno testato la settimana lavorativa di 4 giorni con il risultato di un aumento della produzione del 40%, dimostrano che l’ossessione tossica del lavorare 24/7 fa male sia ai lavoratori sia alle aziende. Però liberarsi di questa ossessione richiede uno sforzo culturale immenso. Perché a partire dalla prima rivoluzione industriale il lavoro è stato ed è la forma di legittimazione fondamentale della nostra esistenza. Economica, ma anche morale, valoriale, caratteriale. 

LEGGI ANCHE:Un mondo senza lavoro è possibile?

Ora tuttavia e sempre più nei prossimi anni l’accelerato processo di trasferimento alle macchine del lavoro umano apre inediti spazi di liberazione. Ma c’è chi li vede e in qualche modo li anticipa come la prima ministra finlandese, chi invece come la quasi totalità dei nostri imprenditori e politici continua ad avere una concezione novecentesca del lavoro. Correva l’anno 1977 e il nascente movimento autonomo scandiva a Bologna lo slogan: «Lavoro zero, reddito intero. Tutta la produzione all’automazione». Tragico o divertente che sia – ma probabilmente entrambe le cose – erano molto più avanti, visionari e sfidanti, gli “indiani metropolitani” di 40 anni fa della nostra attuale classe dirigente e di governo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Agb, l’azienda di Boccia va in concordato

L'azienda grafica campana Agb, controllata dal presidente di Confindustria, si trova infatti in cattive acque. Avviato un piano di ristrutturazione.

Arti Grafiche Boccia alle prese col debito. L’azienda grafica campana controllata dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia si trova infatti in cattive acque. Tanto che a inizio 2020, come riporta il quotidiano Milano Finanza, a Salerno nella sede legale di Agb è stata indetta una riunione del consiglio d’amministrazione presieduta dal presidente Orazio Boccia che di Vincenzo è il padre. All’incontro erano presenti anche i due figli: il già citato presidente di Confindustria e Maurizio.

COSA RIGUARDAVA LA RIUNIONE DI AGB

Durante il meeting si è deciso di, vista la crisi societaria in cui si trova Agb, di depositare in tribunale una domanda ex articolo 182 della legge fallimentare «affinché possa essere concesso dal tribunale competente il divieto per i creditori di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive e di acquisire titoli di prelazione non concordati». La società ha intanto avviato un percorso di ristrutturazione attraverso un nuovo piano industriale e finanziario. Nel 2017, ultimo bilancio disponibile, l’Agb con una perdita di 3 milioni di euro.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Confindustria, si rompe lo storico asse tra Abete e Marcegaglia

I due past president più influenti di Viale dell'Astronomia si dividono sul dopo Boccia. Il primo punta su Bonomi, la seconda incoraggia Mattioli. Ma manda segnali di fumo anche a Illy e Pasini.

Mentre s’intensificano le grandi manovre per la successione di Vincenzo Boccia, le strade dei due past president più influenti di Confindustria, Emma Marcegaglia e Luigi Abete, si sono divaricate in maniera probabilmente irreversibile dopo una vita di “convergenze parallele”.

ABETE PIAZZA LE SUE FICHE SU BONOMI

Abete, riattaccando i cocci di un rapporto che si era rotto proprio in occasione dell’elezione di Boccia, ha deciso di sposare il suggerimento di Aurelio Regina e di piazzare le sue fiche sull’elezione di Carlo Bonomi. E su questa posizione sta convincendo a spostarsi anche i suoi amici fidati, dal vicepresidente nazionale Maurizio Stirpe al presidente di Roma Filippo Tortoriello, dai marchigiani che tengono ai rapporti con la famiglia Merloni e con Diego della Valle ai tanti che non sono insensibili al suo ruolo di presidente della Bnl. Insieme a Regina, poi, Abete sta lavorando per portare a Bonomi i voti degli esponenti delle aziende pubbliche, e in particolare quelli dell’Enel, dove si registra una divergenza di vedute tra la presidente Patrizia Grieco, che ha dato la sua parola a Licia Mattioli, e l’amministratore delegato Francesco Starace, che è con il presidente di Assolombarda. 

LA PARTITA DI MARCEGAGLIA

Viceversa, Marcegaglia non si è ancora dichiarata esplicitamente, ma in un incontro riservato avvenuto prima di Natale con Mattioli, ha speso parole di incoraggiamento alla candidatura dell’imprenditrice torinese. La quale, però, pur potendo contare sull’appoggio di Boccia – maturato dopo il ritiro dalla corsa di Edoardo Garrone – e del conforto morale di Franco Caltagirone, convinto dalle parole spese per Mattioli dalla sua amica Paola Severino, oltre che del voto dei piemontesi (ma non tutti, però, per esempio il novarese Carlo Robiglio, presidente nazionale della Piccola industria, è con Bonomi), nella conta dei voti appare decisamente indietro. Tanto che la furba Marcegaglia – che peraltro ha da giocare in parallelo la partita della sua eventuale riconferma alla presidenza dell’Eni – starebbe già facendo marcia indietro, mandando segnali di fumo sia a Giuseppe Pasini che ad Andrea Illy, gli altri due candidati (il quinto, il modenese Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, secondo gli ultimi rumors sarebbe stato convinto dagli imprenditori emiliano-romagnoli a ritirarsi). Peraltro Mattioli ha un’alternativa alla candidatura alla presidenza di Confindustria che le interessa non di meno: succedere a Francesco Profumo alla presidenza della Compagnia Sanpaolo, cosa che le darebbe un peso notevole in Banca Intesa. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è pronta a indicarla, e lei deve sciogliere la riserva entro la fine di gennaio. Proprio quando, dopo la nomina dei saggi, si dovranno formalizzare le candidature in Confindustria.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Confindustria, si rompe lo storico asse tra Abete e Marcegaglia

I due past president più influenti di Viale dell'Astronomia si dividono sul dopo Boccia. Il primo punta su Bonomi, la seconda incoraggia Mattioli. Ma manda segnali di fumo anche a Illy e Pasini.

Mentre s’intensificano le grandi manovre per la successione di Vincenzo Boccia, le strade dei due past president più influenti di Confindustria, Emma Marcegaglia e Luigi Abete, si sono divaricate in maniera probabilmente irreversibile dopo una vita di “convergenze parallele”.

ABETE PIAZZA LE SUE FICHE SU BONOMI

Abete, riattaccando i cocci di un rapporto che si era rotto proprio in occasione dell’elezione di Boccia, ha deciso di sposare il suggerimento di Aurelio Regina e di piazzare le sue fiche sull’elezione di Carlo Bonomi. E su questa posizione sta convincendo a spostarsi anche i suoi amici fidati, dal vicepresidente nazionale Maurizio Stirpe al presidente di Roma Filippo Tortoriello, dai marchigiani che tengono ai rapporti con la famiglia Merloni e con Diego della Valle ai tanti che non sono insensibili al suo ruolo di presidente della Bnl. Insieme a Regina, poi, Abete sta lavorando per portare a Bonomi i voti degli esponenti delle aziende pubbliche, e in particolare quelli dell’Enel, dove si registra una divergenza di vedute tra la presidente Patrizia Grieco, che ha dato la sua parola a Licia Mattioli, e l’amministratore delegato Francesco Starace, che è con il presidente di Assolombarda. 

LA PARTITA DI MARCEGAGLIA

Viceversa, Marcegaglia non si è ancora dichiarata esplicitamente, ma in un incontro riservato avvenuto prima di Natale con Mattioli, ha speso parole di incoraggiamento alla candidatura dell’imprenditrice torinese. La quale, però, pur potendo contare sull’appoggio di Boccia – maturato dopo il ritiro dalla corsa di Edoardo Garrone – e del conforto morale di Franco Caltagirone, convinto dalle parole spese per Mattioli dalla sua amica Paola Severino, oltre che del voto dei piemontesi (ma non tutti, però, per esempio il novarese Carlo Robiglio, presidente nazionale della Piccola industria, è con Bonomi), nella conta dei voti appare decisamente indietro. Tanto che la furba Marcegaglia – che peraltro ha da giocare in parallelo la partita della sua eventuale riconferma alla presidenza dell’Eni – starebbe già facendo marcia indietro, mandando segnali di fumo sia a Giuseppe Pasini che ad Andrea Illy, gli altri due candidati (il quinto, il modenese Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, secondo gli ultimi rumors sarebbe stato convinto dagli imprenditori emiliano-romagnoli a ritirarsi). Peraltro Mattioli ha un’alternativa alla candidatura alla presidenza di Confindustria che le interessa non di meno: succedere a Francesco Profumo alla presidenza della Compagnia Sanpaolo, cosa che le darebbe un peso notevole in Banca Intesa. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è pronta a indicarla, e lei deve sciogliere la riserva entro la fine di gennaio. Proprio quando, dopo la nomina dei saggi, si dovranno formalizzare le candidature in Confindustria.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Lo spread e la Borsa italiana del 6 gennaio 2020

Partenza negativa per Piazza Affari e mercati Europei. Lo spread apre stabile.

Apertura negativa per la Borsa di Milano e i mercati europei il 6 gennaio. Sull’onda lunga delle perdite registrate a Tokyo e in Asia nel primo giorno di contrattazioni dell’anno per il Giappone, anche Piazza Affari cede pesantemente. Apertura stabile, invece, per lo Spread Apertura stabile per lo spread Btp-Bund: il differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco segna 163 punti base, sul livello della chiusura di venerdì. Il rendimento del Btp decennale scende all’1,32%.

9:39 – ANCORA CALI IN EUROPA. Dopo una partenza debole ma senza scosse, corrente di vendite sulle Borse europee: Francoforte è la peggiore e cede l’1,6%, Milano l’1,3% con l’indice Ftse Mib e Parigi l’1,1%, mentre Londra prova a contenere le perdite con un calo dello 0,7%. In Piazza Affari scivolano Unicredit e Banco Bpm che cedono oltre il tre per cento, deboli tutti gli industriali (Pirelli -2,9%), bene sempre Eni che sale dell’1,6% sulla corsa del prezzo del petrolio.

9:06 – TUTTA EUROPA NEGATIVA. Mercati azionari del Vecchio continente tutti negativi in avvio: Londra ha aperto in ribasso dello 0,5%, Francoforte dell’1% e Parigi dello 0,7%.

9:02 – MILANO PARTE MALE. Avvio negativo per Piazza Affari: il primo indice Ftse Mib segna una perdita dello 0,55%, l’Ftse It All-Share un calo dello 0,50%.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tornano le voci di Manley alla Jaguar

Dopo la fusione tra Fca e Psa, l'uomo scelto da Elkann come successore di Marchionne è di fatto un personaggio in cerca d'autore.

Sul Daily Telegraph del primo gennaio Alan Tovey rilancia la voce, già infruttuosamente circolata in passato, che darebbe Mike Manley in partenza per Jaguar Land Rover. L’attuale amministratore delegato di Fca, sorprendentemente scelto da John Elkann per succedere a Sergio Marchionne, nonostante le enfatiche e reiterate dichiarazioni di lunga amicizia con Carlos Tavares, capo del costituendo quarto costruttore mondiale di veicoli grazie all’acquisto di Fca da parte di Psa, ora di fatto è un personaggio in cerca d’autore.

SE RESTA IN FCA È DESTINATO ALLA RETROCESSIONE

Comunque sia, se Manley non abbandonerà la nave (come ha fatto il capo della comunicazione mondiale di Fiat Chrysler Automobiles, Niel Golightly, che dal 31 dicembre è passato alla disastrata Boeing), sarà di fatto retrocesso, indipendentemente dal titolo magari roboante che gli verrà assegnato. A comandare nel nuovo gruppo, su questo non ci sono dubbi, sarà il manager portoghese.

RISULTATI SCONFORTANTI IN CINA, INDIA E AUSTRALIA

D’altro canto, Manley è sì vero che è stato dal 2009 responsabile del marchio Jeep, l’unico sul quale Marchionne abbia investito qualcosa di significativo, ma è stato anche a capo dell’area Asia-Pacifico. E i risultati sono stati a dir poco sconfortanti: non solo la presenza di Jeep è insignificante in mercati quali Cina, India e Australia, ma soprattutto il mercato non le riconosce lo status di marchio premium. A Jaguar Land Rover, posseduta dall’82enne Ratan Naval Tata, potrebbe prendere il posto dell’attuale ad, il 64enne Sir Ralf Speth. Da tempo si mormora che, lanciato il nuovo Defender, Sir Ralph potrebbe lasciare. Per Manley, inglese e nato nel Kent, potrebbe essere un ritorno all’ovile. Sempre che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non spinga l’indiano Tata ad abbandonare gli stabilimenti inglesi e trasferire la produzione altrove. Il che sarebbe un test davvero molto impegnativo per Manley.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tornano le voci di Manley alla Jaguar

Dopo la fusione tra Fca e Psa, l'uomo scelto da Elkann come successore di Marchionne è di fatto un personaggio in cerca d'autore.

Sul Daily Telegraph del primo gennaio Alan Tovey rilancia la voce, già infruttuosamente circolata in passato, che darebbe Mike Manley in partenza per Jaguar Land Rover. L’attuale amministratore delegato di Fca, sorprendentemente scelto da John Elkann per succedere a Sergio Marchionne, nonostante le enfatiche e reiterate dichiarazioni di lunga amicizia con Carlos Tavares, capo del costituendo quarto costruttore mondiale di veicoli grazie all’acquisto di Fca da parte di Psa, ora di fatto è un personaggio in cerca d’autore.

SE RESTA IN FCA È DESTINATO ALLA RETROCESSIONE

Comunque sia, se Manley non abbandonerà la nave (come ha fatto il capo della comunicazione mondiale di Fiat Chrysler Automobiles, Niel Golightly, che dal 31 dicembre è passato alla disastrata Boeing), sarà di fatto retrocesso, indipendentemente dal titolo magari roboante che gli verrà assegnato. A comandare nel nuovo gruppo, su questo non ci sono dubbi, sarà il manager portoghese.

RISULTATI SCONFORTANTI IN CINA, INDIA E AUSTRALIA

D’altro canto, Manley è sì vero che è stato dal 2009 responsabile del marchio Jeep, l’unico sul quale Marchionne abbia investito qualcosa di significativo, ma è stato anche a capo dell’area Asia-Pacifico. E i risultati sono stati a dir poco sconfortanti: non solo la presenza di Jeep è insignificante in mercati quali Cina, India e Australia, ma soprattutto il mercato non le riconosce lo status di marchio premium. A Jaguar Land Rover, posseduta dall’82enne Ratan Naval Tata, potrebbe prendere il posto dell’attuale ad, il 64enne Sir Ralf Speth. Da tempo si mormora che, lanciato il nuovo Defender, Sir Ralph potrebbe lasciare. Per Manley, inglese e nato nel Kent, potrebbe essere un ritorno all’ovile. Sempre che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non spinga l’indiano Tata ad abbandonare gli stabilimenti inglesi e trasferire la produzione altrove. Il che sarebbe un test davvero molto impegnativo per Manley.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le reazioni dopo la fuga in Libano dell’ex presidente Nissan, Carlos Ghosn

La fuga dal Giappone del manager libanese è ancora avvolta nel mistero. Persino i legali nipponici non sospettavano di niente. E intanto la procura chiede la revoca della libertà vigilata.

Fuggito in Libano per evitare le persecuzioni. Si è giustificato così Carlos Ghosn, ex presidente di Nissan. Il manager con passaporto libanese ha infatti confermato l’indiscrezione del 30 dicembre sul suo arrivo dal Giappone. Attraverso i suoi legali, Ghosn ha dichiarato che non stava fuggendo dalla giustizia ma sta piuttosto cercando di evitare «ingiustizia e persecuzione politica». L’ex presidente di Nissan, che si trovava in libertà vigilata a Tokyo in attesa di processo per frode industriale e fiscale, non ha fornito dettagli su come è uscito dal Giappone ma ha promesso di parlare presto ai giornalisti. Subito dopo la conferma della notizia, il pubblico ministero giapponese ha chiesto alla corte distrettuale di Tokyo la revoca della libertà vigilata, come riportato dai media giapponesi, spiegando che se il tribunale accoglie l’istanza, la libertà vigilata verrà annullata e la cauzione di 1,5 miliardi di yen (12,3 milioni di euro) verrà confiscata.

L’AFFONDO CONTRO LA GIUSTIZIA GIAPPONESE

«Ora sono in Libano e non sarò più tenuto in ostaggio da un sistema giudiziario giapponese truccato in cui si presume la colpa, la discriminazione dilaga e vengono negati i diritti umani di base, in flagrante disprezzo degli obblighi legali del Giappone ai sensi del diritto internazionale e dei trattati che è vincolato a sostenere», si legge in una dichiarazione. I media giapponesi hanno citato pubblici ministeri che affermano di non sapere come Ghosn abbia lasciato il Paese. L’ex presidente di Nissan, che è di origine libanese e detiene passaporti francese e libanese, è stato arrestato in Giappone nel novembre 2018 e sta affrontando varie accuse di cattiva condotta finanziaria. Dovrebbe affrontare un processo nell’aprile del 2020.

ANCHE I LEGALI COLTI DI SORPRESA

L’avvocato di Ghosn in Giappone, Junichiro Hironaka, si è detto «stupito» dalla decisione del suo cliente di lasciare il paese, affermando di non avere avuto alcun contatto con l’ex numero uno della Nissan-Renault. «Siamo completamente interdetti», ha detto Hironaka alla stampa, negando di essere in grado di raggiungere telefonicamente l’ex tycoon, che si trova a Beirut. Nei confronti di Ghosn ci sono quattro capi di imputazione, tra cui l’aver sottostimato i propri compensi per un periodo compreso tra il 2010 e il 2017, e l’abuso di fiducia aggravata. Accuse che Ghosn ha sempre negato, asserendo di essere vittima di una cospirazione all’interno della casa auto nipponica. Dallo scorso aprile era stato rilasciato su cauzione con l’obbligo di rimanere nella sua residenza di Tokyo, e il vincolo di consegna del passaporto al proprio avvocato. Qualsiasi spostamento in Giappone per più di tre giorni doveva essere autorizzato dal suo legale, e anche solo per contattare la moglie l’ex dirigente doveva richiedere il permesso del tribunale. Una telecamera di sorveglianza era installata nella sua residenza, e l’accesso al telefono cellulare doveva essere controllato dal proprio avvocato, così come la navigazione su internet.

TOKYO E BEIRUT NON HANNO UN TRATTATO SULL’ESTRADIZIONE

Secondo il database dell’ufficio non ci sono indicazioni della partenza di Ghosn, ma una fonte del ministero dei Trasporti ha riferito all’agenzia Kyodo che un aereo privato è partito dall’aeroporto internazionale del Kansai di Osaka nella serata di domenica, e diretto a Instabul, ma non si hanno dettagli sulle identità dell’equipaggio a bordo. Il governo di Tokyo non ha firmato un trattato di estradizione con il Libano, rendendo molto difficile l’estradizione di Ghosn se le autorità di Beirut rifiutano di consegnare l’ex tycoon alla giustizia nipponica. Secondo il Financial Times, Ghosn è atterrato all’aeroporto internazionale di Beirut Rafic al-Hariri nella tarda serata del 20 dicembre, mentre il giornale libanese Al-Joumhouria ha scritto che l’ex dirigente è volato dalla Turchia su un aereo privato. Il centro di Immigrazione giapponese ha reso noto di non avere dettagli sulla partenza di Ghosn.

BEIRUT: «GHOSN ENTRATO NEL PAESE LEGALMENTE»

Da Beirut, intanto, hanno fatto sapere che «Carlos Ghosn è entrato in Libano legalmente e contro di lui non c’è alcuna misura né alcun procedimento giudiziario». Secondo un comunicato della Direzione della Sicurezza generale del Libano, citato dal quotidiano libanese L’Orient-Le Jour, «nelle ultime ore ci sono state numerose interpretazioni sull’ingresso del cittadino libanese a Beirut».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it