I soldi sauditi per la Supercoppa italiana non puzzano più?

Juventus-Lazio si gioca a Riad dopo il precedente con polemiche di Gedda. Ma l'indignazione (anche se ipocrita) della scorsaprecedente edizione è svanita. Eppure l'Arabia è sempre lo stesso Paese che calpesta i diritti umani. La Lega Serie A tira dritto e pensa ai guadagni.

Lo stadio dell’Università Re Sa’ud è pronto. Domenica 22 dicembre 2019 alle 17.45 (ora italiana) Riad ospita la Supercoppa italiana, per la seconda volta consecutiva in Arabia Saudita dopo il precedente di Gedda. E se a fine 2018 la vigilia della partita tra Juventus e Milan fu accompagnata da una lunga serie di polemiche, stavolta Juventus e Lazio si apprestano a vivere la loro sfida nel silenzio generale. L’indignazione che nemmeno 12 mesi prima si era sollevata per la scelta di andare a giocare in uno dei Paesi che più calpesta i diritti umani sembra svanita nel nulla.

ATTIVISTE FEMMINISTE IN CARCERE

Eppure l’Arabia Saudita è sempre l’Arabia Saudita, in un anno non è cambiato poi granché. È vero, le donne ora possono viaggiare e guidare un’auto, ma continuano ad aver bisogno del permesso di un tutore maschio per sposarsi, andare a scuola e ottenere un passaporto. Intanto le attiviste femministe continuano a essere chiuse in carcere, dove le pratiche che violano i diritti umani continuano a essere perpetrate. Gli arresti arbitrari sono ancora all’ordine del giorno, come quello di Anas al-Mazrou, professore della stessa università che dà il nome allo stadio in cui si giocherà Juventus-Lazio, che nel marzo 2019 è finito in cella per aver parlato in pubblico a sostegno degli attivisti per i diritti delle donne detenute.

LA SCALA E QUEL CONTRATTO STRACCIATO

Sempre a marzo, sull’onda lunga dell’indignazione per quella Supercoppa a cui le donne avrebbero avuto accesso soltanto in un settore speciale riservato a loro, occupante il 15% dello stadio, il Teatro alla Scala stracciò il contratto che portava all’ingresso nel consiglio d’amministrazione della sua Fondazione del governo saudita. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala annunciò la rinuncia a 15 milioni di euro in tre anni e la restituzione dei 3 già versati come acconto dagli arabi alla Fondazione. La Lega Serie A, per giocare la Supercoppa a Riad, di milioni ne prende esattamente la metà, 7,5 per tre edizioni, 2,5 l’anno, ma non ha mai pensato di poter rinunciare a una cifra che in realtà non sposta poi di molto il bilancio complessivo dei club partecipanti (a cui va il 90% della somma) e del calcio italiano in generale (alla Lega resta appena il 10%, 750 mila euro).

POLITICA DI ESPORTAZIONE PER LA SERIE A

Nemmeno l’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista saudita per il Washington Post, fortemente critico nei confronti del governo di Re Salman, torturato e massacrato nella sede del consolato arabo a Istanbul nell’ottobre del 2018, riuscì a cambiare lo stato delle cose. D’altra parte la Serie A aveva già intrapreso da anni la sua politica di esportazione della Supercoppa, con nove edizioni giocate all’estero prima di quella del gennaio 2019, spesso in Paesi non proprio celebri per il rispetto dei diritti umani (oltre a due negli Stati Uniti, se ne sono giocate infatti tre in Cina, due in Qatar e una Libia nel 2002, quando il Paese era ancora sotto il governo di Gheddafi, i rapporti del rais con Silvio Berlusconi erano ben oltre la semplice cordialità, e il figlio di Mu’ammar, Saadi, era appena diventato azionista della Juventus. In quelle edizioni la Lega guadagnò ancora meno dei 7,5 milioni che prende dall’Arabia Saudita: lo fece, piuttosto, per provare a rendere più globale il prodotto calcio italiano, ma verosimilmente anche in quanto strumento di diplomazia e geopolitica internazionale.

Selfie con Ciro Immobile per i tifosi arabi. (Getty)

CONTINUIAMO A VENDERE ARMI AI SAUDITI

L’Italia che non vuole i sauditi alla Scala è la stessa che continua a vendere loro armi per la guerra contro lo Yemen, le bombe fabbricate in Sardegna dalla tedesca Rwm, ma non solo. Secondo la relazione annuale sulla vendita di armi verso paesi stranieri che il governo ha presentato in parlamento a giugno, solo nel 2018 l’Italia ha spedito a Riad 108 milioni di euro in armamenti. Il calcio, insomma, non è che lo specchio di un Paese ipocrita che continua a fare affari e siglare intese con uno Stato da cui a parole prende le distanze.

Il trofeo della Supercoppa a Riad. (Getty)

GERMANIA E FRANCIA HANNO REAGITO

Eppure una via diversa è possibile. L’ha indicata la Federcalcio tedesca nel decidere che la Germania non avrebbe più giocato amichevoli contro nazionali di Paesi in cui non vige la parità di genere. L’ha fatto, in parte, anche la Spagna, dove all’indignazione per un accordo della Liga del tutto analogo a quello concluso dalla Serie A (la Supercoppa di Spagna si gioca a Gedda per tre edizioni in un nuovo formato che prevede un quadrangolare) è seguita la netta presa di posizione della tivù di Stato, la Tve, che ha deciso di non trasmettere gli incontri sui suoi canali. La Figc, invece, si è limitata a invitare al Barbera di Palermo, per la partita tra Italia e Armenia del 18 novembre, una delegazione di donne iraniane, costrette ancora a forti limitazioni all’accesso agli stadi nel loro Paese.

L’ITALIA FATICA PURE CON L’ANTI-RAZZISMO

La Serie A, però, non cambia idea. E dopo essersi mossa goffamente e con estremo ritardo sul fronte della lotta al razzismo negli stadi, sembra del tutto sorda agli appelli per il rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita. Con buona pace di Kashoggi, della parità di genere, del rispetto dei diritti umani. Che evidentemente contano meno di una manciata di milioni e dell’esportazione di un brand che persino Cristiano Ronaldo fa fatica a risollevare a livello globale.

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Chi è Sebastiano Esposito, il 2002 da record in gol nell’Inter

Titolare più giovane in nerazzurro nel XXI secolo (superato Balotelli), rete più "verde" a San Siro (meglio di Bergomi). Storia dell'attaccante che ha segnato su rigore contro il Genoa e a fine partita è andato in lacrime dalla mamma.

E voi, a 17 anni, cosa facevate? Il liceo svogliatamente? La raccolta delle figurine Panini? Sebastiano Esposito, nato il 2 luglio 2002, su quelle figurine dei calciatori è già finito da inizio stagione e ora, a 17 anni, ha segnato il suo primo gol in Serie A in InterGenoa 4-0 del 21 dicembre.

SECONDO 2002 A SEGNO IN A DOPO TRAORÉ

L’allenatore Antonio Conte lo ha preferito a Matteo Politano – che proprio non rientra nei piani del tecnico – per sostituire lo squalificato Lautaro Martinez. Ed Esposito lo ha ripagato segnando (il secondo classe 2002 a farlo nel campionato italiano dopo Amad Diallo Traoré dell’Atalanta contro l’Udinese) su rigore gentilmente concesso dal compagno d’attacco Romelu Lukaku, tra il boato del pubblico nerazzurro di San Siro: grande freddezza e palla nell’angolino basso.

IN LACRIME DALLA MAMMA A FINE PARTITA

A fine partita il ragazzone (1,87) di Castellamare di Stabia è andato in lacrime dalla mamma e poi ha ringraziato proprio Lukaku: «È una persona fantastica oltre a essere un giocatore straordinario. Mi ha detto “vai convinto sulla palla e fai gol”». Così è stato. «Ho appena visto mia mamma, il gol è per lei. Non nego che stanotte non ho dormito, ho pensato a questa serata e non potevo sognarla nel modo migliore».

BATTUTI I RECORD DI BALOTELLI E BERGOMI

Esposito è diventato il più giovane giocatore dell’Inter a segnare in casa. Battendo Beppe Bergomi che fece gol in un derby Inter-Milan 2-2 del 6 settembre 1981 a 17 anni, 9 mesi e 15 giorni. Una carriera di record abbattuti: è il più giovane ad aver giocato titolare in Serie A con l’Inter nel XXI secolo, scavalcando Mario Balotelli.

CONTE: «È SVEGLIO, AVRÀ FUTURO»

Il presidente Steven Zhang gli ha dedicato una storia su Instagram: «Con il duro lavoro e con il coraggio, le belle storie possono nascere in giovane età». E gli applausi sono arrivati anche da Conte: «L’ho visto crescere, l’ho trovato in ritiro che anche nel volto era un ragazzino… È un ragazzo sveglio, avrà futuro».

Sto raccogliendo i frutti del mio lavoro, di quei panini mangiati prima degli allenamenti


Sebastiano Esposito

Il baby centravanti ha commentato così la sua serata d’oro: «Sto raccogliendo i frutti del mio lavoro, di quei panini mangiati prima degli allenamenti. Nella vita non bisogna mai mollare. Ma c’è ancora tanto da lavorare». I sacrifici di una famiglia trapiantata dalla Campania per seguire le ambizioni calcistiche dei figli. Sebastiano svettava tra i compagni nelle giovanili dell’Inter, poi la chiamata in prima squadra, la rinuncia al Mondiale Under 17, il debutto in Champions, la partita da titolare contro il Genoa.

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Il passaggio di consegne tra Lukaku ed Esposito prima del rigore. (Ansa)

E L’INTER È IN TESTA ALLA CLASSIFICA CON LA JUVE

Il padre aveva detto di lui: «Deve restare con i piedi per terra». E lo farà seguendo insegnamenti e movimenti dei compagni più grandi e di giocatori del calibro di Lukaku, oggi un po’ maestro un po’ fratello maggiore. Dopo che l’arbitro ha concesso il rigore, ha preso palla, l’ha messa sul dischetto, poi si è avvicinato ad Esposito e, abbracciandolo, gli ha dato la carica per scrivere un pezzo di storia nerazzurra. Intanto l’Inter, tra parentesi ma non troppo, è tornata in testa alla classifica a quota 42 punti assieme alla Juventus. Una poltrona per due.

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Perché la Juventus gioca mercoledì 18 dicembre e la Lazio no

Veleni e polemiche per le date diverse tra le due sfidanti della Supercoppa che si gioca il 22 dicembre a Riad. Impossibile anticipare la sfida per i biancocelesti che sfideranno la Lazio il 5 febbraio.

Polemiche in vista della Supercoppa italiana che si giocherà il 22 dicembre al King Saud University Stadium di Riad. I veleni riguardano soprattutto la 17esima giornata di campionato prevista per il 18 e il 22. La Juventus scenderà in campo nell’anticipo di mercoledì 18 dicembre contro la Sampdoria, mentre per la Lazio si prospetta un rinvio al 5 febbraio 2020. Perché questa anomalia? Con scelte forse non del tutto ponderate in fase di stesura dei calendari.

SAMPDORIA UDINESE PREVISTA PER IL 18 DICEMBRE

Vista la gara fissata per il 22, la Lega di Serie A aveva iniziato a cercare la prima data libera e non essendoci impegni extra campionato era stato individuato il 18. Anche per evitare di spostare tutto al nuovo anno, quando la Juventus si troverà impegnata non solo in campionato ma anche in Europa e Coppa Italia

PERCHÈ LAZIO-VERONA SI GIOCA IL 5 FEBBRAIO

Per la Lega non è stato però possibile compiere la stessa operazione per la formazione biancoceleste. La squadra di Simone Inzaghi non ha potuto infatti anticipare il turno per colpa di un calendario che ha collocato il posticipo della 16esima giornata, Cagliari-Lazio al 16 dicembre, scelta dettata dall’impegno in Europa League del 12 dicembre contro il Rennes in Francia. Per evitare, quindi trasferte così ravvicinate, la prima data utile è arrivata in febbraio, dato che l’ipotesi dell’8 gennaio è saltata.

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Perché crescono le tensioni extra calcio nel Clásico Barcellona-Real

Sentimento indipendentista della Catalogna contro la squadra del governo di Madrid. Da sempre, ma ancora di più ora dopo il referendum del 2017, gli arresti e le proteste di piazza che hanno fatto rinviare la partita di ottobre. Storia di una sfida mai normale.

La Spagna si ferma, col fiato sospeso, in uno strano mercoledì che non è di coppa come da abitudine, e nemmeno un turno infrasettimanale di campionato di quelli che vanno di moda negli ultimi anni. La Spagna si ferma, col fiato sospeso, per una partita che attende da 53 giorni. La partita. Il Clásico, nella sua versione più estrema e politicizzata di sempre, che doveva essere giocato il 26 ottobre ma saltò perché nella città catalana migliaia di persone protestavano contro il governo di Madrid.

GLI INCROCI DI FUOCO NEL 2014 E NEL 2017

Un match ancora più delicato di quello del dicembre del 2017, poco dopo il referendum in Catalogna dichiarato illegale da Madrid, con i leader indipendentisti in carcere e il presidente Carles Puigdemont autoesiliato (o in fuga, a seconda dei punti di vista) in Belgio. Più di quello che si disputò il 26 ottobre del 2014, due settimane prima della consultazione simbolica convocata dal governo di Artur Mas dopo il no della Corte costituzionale a un referendum vero.

ALLERTA PER L’ORDINE PUBBLICO

Barcellona e Real Madrid arrivano alla sfida del Camp Nou appaiate in testa alla classifica della Liga, 35 punti ciascuna. Ma il calcio sembra passare del tutto in secondo piano. Dalla capitale temono per la tenuta dell’ordine pubblico e la sicurezza di giocatori, dirigenti e tifosi madridisti. Il movimento catalanista Tsunami Democrátic ha annunciato una mobilitazione. Si temono assalti al pullman del Real, a quello dell’arbitro, e invasioni di campo.

Contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana

Il Camp Nou, secondo gli opinionisti dei quotidiani vicini al Madrid, è da anni rifugio per tutto ciò che è stato definito incostituzionale, di istanze indipendentiste e bandiere estreladas. Nella recente trasferta al Wanda Metropolitano contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana.

Lionel Messi con la maglia “indipendentista” esibita contro l’Atletico Madrid. (Ansa)

MÉS QUE UN CLUB DAL 1968

Non può che essere così, il Barcellona è més que un club, più di un club, e lo è da ben prima che Narcís de Carreras pronunciasse, nel 1968, la frase che sarebbe finita stampata sulle maglie da gioco blaugrana e sugli spalti del Camp Nou. Il Barça ha scelto chiaramente da che parte stare un secolo fa, a 20 anni esatti dalla sua fondazione avvenuta nel 1899 a opera di un gruppo di commercianti stranieri trapiantati in Catalogna, e quella parte è quella del catalanismo indipendentista e repubblicano. È così dal 1919, quando l’allora presidente del club Ricard Graells organizzò la Diada (Festa nazionale) dell’11 settembre per commemorare il 205esimo anniversario della caduta di Barcellona nelle mani delle truppe borboniche di Filippo V di Spagna.

FISCHI ALL’INNO NAZIONALE SPAGNOLO

Ci sarebbero voluti soltanto altri sei anni perché si introducesse un nuovo rito catartico catalano e catalanista, quello dei fischi alla Marcha Real, l’inno nazionale spagnolo accompagnato dalla disapprovazione del pubblico blaugrana ogni volta che viene eseguito prima di una finale di Copa del Rey. Era il 24 giugno del 1925 e il Barça aveva organizzato nel campi di Les Corts una partita contro l’Fc Jupiter. Il generale Primo de Rivera aveva preso il potere in Spagna due anni prima, instaurando una dittatura militarista e di estrema destra.

VILIPENDIO ED ESPULSIONE DEL PRESIDENTE GAMPER

Ogni partita del Barcellona, già all’epoca, era vista come riunione sediziosa, e per questo aveva bisogno di un permesso speciale per essere giocata. Il nulla osta, quel giorno, arrivò in extremis, con il pubblico ammassato fuori dallo stadio in attesa di poter entrare. Quando l’orchestra della Marina militare britannica cominciò a suonare, i fischi dei tifosi del Barça coprirono le note della Marcha Real. Un vilipendio che il Barça avrebbe pagato con l’espulsione del presidente Gamper e la sospensione delle attività per sei mesi.

SOTTO I COLPI DELLA DITTATURA DI FRANCO

Il Barcellona aveva preso una strada che non avrebbe più abbandonato e che anzi si sarebbe rinforzata nei 39 anni di governo di Francisco Franco, sotto i colpi di un regime che cancellò le autonomie e la lingua catalana, imponendo il castigliano come unico idioma legale, cambiando il nome della società da Foot-Ball Club Barcelona in Club de Futbol Barcelona e rimuovendo dal suo stemma i riferimenti all’identità catalana. Un regime cui il Barcellona pagò un pegno salato con l’uccisione del suo presidente repubblicano e di sinistra Josep Sunyol i Garriga nell’agosto del 1936, vittima di un’imboscata falangista in piena Guerra civile.

MA LA VERA SQUADRA DEL REGIME È L’ATLETICO

Dall’altra parte il Madrid avrebbe iniziato a costruirsi la fama di club fascista per via della presenza sempre più frequente del Generalisimo sugli spalti del Chamartín e del Santiago Bernabéu poi. E poco importa se la realtà forse fu un po’ diversa, un po’ più sfumata, se il vero e autentico club del regime fu l’Atletico Madrid, squadra dell’aviazione, se persino un grande intellettuale come Javier Marías ha dedicato un pezzo importante della sua attività a cercare di raccontare e far emergere il lato repubblicano del Madrid.

LA “VISITA” FALANGISTA NELLO SPOGLIATOIO BLAUGRANA

Il mito, si sa, è più forte della storia. E quello del Barcellona antifascista contro il Real di Franco si alimentò ulteriormente di episodi e aneddoti eloquenti. Come quell’11-1 con cui il Real Madrid superò il Barça nel ritorno della semifinale di Copa del Generalisimo del 1943, un risultato che ribaltò il 3-0 dell’andata e – si narra – arrivò a seguito di una visita di poca cortesia da parte di un manipolo di bravi falangisti nello spogliatoio blaugrana.

Il Real Madrid. (Ansa)

UNA CONTESA DI MERCATO SU DI STEFANO

O come il caso di mercato che segnò gli Anni 50, col passaggio di Alfredo Di Stefano al Real Madrid al termine di una lunga querelle coi blaugrana, che ritenevano di aver acquisito i diritti del giocatore prima dei rivali. Un equivoco che in realtà sarebbe nato dalla particolare situazione contrattuale di Di Stefano, che giocava in Colombia coi Millonarios (con cui si accordò il Barcellona) ma era tesserato per il River Plate (col quale negoziò il Real), ma che in Catalogna viene ancora oggi addebitato alle ingerenze e preferenze calcistiche di Franco.

A PIEDI CONTRO I RINCARI DEI BIGLIETTI DEL TRAM

Negli Anni 70, mentre la dittatura andava a spegnersi con le condizioni di salute del Caudillo, Manuel Vázquez Montalbán coniò l’espressione “esercito disarmato della Catalogna” per descrivere il Barcellona. Lo stesso Barcellona i cui tifosi, nel 1951, tornarono a casa a piedi dopo una partita vinta contro il Santander, facendo chilometri sotto la pioggia battente, per non prendere i tram i cui biglietti avevano appena subito un forte rincaro per decisione del governo nazionale.

LAPORTA E IL RITORNO DEL SENTIMENTO CATALANO

Un ruolo che il Barça aveva rivestito, volente o nolente, nel corso della sua storia, e che sarebbe diventato di fatto inscindibile dai suoi colori, a prescindere dalle intenzioni e dai programmi dei suoi presidenti. Josep Lluìs Núñez, presidente per 22 anni tra il 1978 e il 2000, tentò di allontanare il club dalle influenze politiche indipendentiste e di sinistra, per trasformarlo semplicemente in una fortissima polisportiva. Ci riuscì, almeno in parte, diventando il presidente più vincente nella storia del Barcellona, ma fu travolto dal ritorno del sentimento catalano che portò nel 2003 all’elezione del suo grande oppositore Joan Laporta.

L’ORGOGLIO DI GUARDIOLA DOPO LA COPPA DEI CAMPIONI

Nei sette anni di Laporta il Barça è tornato a essere tutt’uno con la causa catalana, impersonata in campo da una squadra che aveva ritrovato nel suo settore giovanile la sua forza principale e nell’allenatore catalano e catalanista Pep Guardiola il suo alfiere. Nel 1992, quando da giocatore fu protagonista della prima Coppa dei Campioni vinta dal Barça, Guardiola si sporse dal balcone della Generalitat, la sede del sistema amministrativo-istituzionale del governo catalano, e disse: «Ciutadans de Catalunya, ja la tenim aquí» («Cittadini di Catalogna, finalmente l’abbiamo qui»). Non era una frase qualunque, ma una citazione dell’ex presidente catalano Josep Tarradellas, fuggito in Francia durante il franchismo. Tarradellas, che nel 1979 avrebbe messo la sua firma sull’Estatut che sanciva il ritorno dell’autonomia catalana, rientrando nel 1977 a Barcellona dopo un esilio lungo 38 anni, pronunciò dallo stesso balcone: «Ciutadans de Catalunya, ja sóc aquí» («Cittadini di Catalogna, sono finalmente qui»).

Pep Guardiola ai tempi in cui giocava col Barcellona. (Ansa)

BARTOMEU DECISAMENTE PIÙ TIEPIDO

Il clima non è cambiato nemmeno con la fine dell’era Laporta. Anzi, il precipitare della questione catalanista, coi due referendum già citati e una dichiarazione di indipendenza unilaterale, con l’incarceramento e la condanna dei leader indipendentisti e il commissariamento della Generalitat, ha finito per trascinare il club e la sua dirigenza sempre più dentro l’agone politico. Una posizione in cui, probabilmente, il presidente Josep Bartomeu, decisamente più tiepido di Laporta sulla causa indipendentista, avrebbe preferito non trovarsi, ma dalla quale non è potuto scappare. Quando nel 2014 fu convocato il primo referendum, contro il parere della Corte costituzionale, il Barça fu uno degli ultimi club ad appoggiare pubblicamente la causa, preceduto persino dai rivali cittadini che portano gli aggettivi Real ed Espanyol nel loro nome e che tradizionalmente sono identificati con la parte fedele alla monarchia della metropoli. Eppure il Barcellona è ancora lì, a rappresentare l’esercito disarmato della Catalogna, così come Vázquez de Montalbán l’aveva dipinto quasi mezzo secolo fa. Portatore di un’identità diventata più grande di ogni altra cosa, persino dei trofei vinti e dei reali programmi di chi lo dirige. Tutt’uno con la causa catalana e nemico di Madrid. Non solo sul campo.

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Polemica sulla campagna con le scimmie della Serie A contro il razzismo

L'opera dell'artista Simone Fugazzotto commissionata per sensibilizzare sulla discriminazione negli stadi è stata considerata da molti di cattivo gusto.

È polemica sull’opera dipinta dall’artista Simone Fugazzotto e commissionata dalla Lega Serie A per la campagna sulla lotta al razzismo. Il Trittico presentato da Fugazzotto è composto da tre quadri affiancati raffiguranti tre scimmie, e in teoria avrebbe l’obiettivo di diffondere i valori dell’integrazione, della multiculturalità e della fratellanza. Sarà esposta permanentemente nella sala assemblea della Lega Serie A. «Dipingo solo scimmie», ha spiegato Fugazzotto, «come metafore dell’essere umano. Da qui parte tutto, la teoria evolutiva dice questo. La scimmia come scintilla per insegnare a tutti che non c’è differenza e che siamo tutti scimmie». La campagna ha subito acceso la discussione sui social, con molti utenti convinti del cattivo gusto della Lega Serie A nel scegliere come soggetto proprio una scimmia.

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I sorteggi degli ottavi di Champions League 2019-2020 in diretta

Urna dai due volti per le italiane a Nyon. La Juve pesca il Lione, l'Atalanta il Valencia. Decisamente peggio va al Napoli, cui tocca in sorte il Barcellona.

Tra qualche brivido e molte speranze Juventus, Napoli e Atalanta hanno conosciuto l’esito del sorteggio degli ottavi di Champions League. A Nyon l’urna dell’Uefa ha dipinto un quadro dai due volti per le italiane, con Juventus e Atalanta premiate dalla Dea Bendata e il Napoli decisamente più sfortunato.

IL LIONE PER I BIANCONERI DI SARRI

I bianconeri di Maurizio Sarri hanno pescato il Lione, sulla carta l’avversario più morbido. Per gli uomini di Giampiero Gasperini, scongiurati gli spauracchi Barcellona, Liverpool e Paris Saint-Germain, è arrivato un avversario come il Valencia, decisamente alla portata dei bergamaschi.

MESSI SPAVENTA IL NAPOLI

Peggio è andata al Napoli, che dovrà vedersela col Barcellona. «Non ci dobbiamo lamentare», ha commentato a caldo Pavel Nedved. «Però è sempre difficile, se non arrivi in forma a febbraio e marzo non passi il turno questo è garantito». «Una grande squadra, una grande sfida, due gare affascinanti. Le affronteremo senza paura», ha detto invece Rino Gattuso, neotecnico del Napoli, commentando così – sul profilo ufficiale Twitter del club partenopeo – il difficile incrocio con il Barcellona.

GLI ACCOPPIAMENTI DEGLI OTTAVI

  • Borussia Dortmund-Paris Saint-Germain
  • Real Madrid-Manchester City
  • Atalanta-Valencia
  • Atletico Madrid-Liverpool
  • Chelsea-Bayern Monaco
  • Lione-Juventus
  • Tottenham-Lipsia
  • Napoli-Barcellona

SORTEGGIO FORTUNATO IN EUROPA LEAGUE PER INTER E ROMA

Sorteggio benevolo per le italiane anche in Europa League. Evitate le avversarie più ostiche, l’Inter se la vedrà con i bulgari del Ludogorets, la Roma con i belgi del Gent.

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Ritratto di Giulini, presidente del Cagliari che ha stregato la Serie A

La vita da imprenditore. L'inchiesta poi archiviata. L'acquisto del club da Cellino. Il rapporto controverso con la tifoseria, che lo tratta da straniero. Nonostante il quarto posto in classifica. Una storia di odi et amo.

Il milanese. Così, a Cagliari, chiamano Tommaso Giulini. E non lo dicono in senso neutro. Lo fanno proprio per togliergli qualcosa. Il sardo è particolare, cresce educato all’idea che l’ospite è sacro ma è anche estremamente geloso e protettivo della sua appartenenza culturale. Lo straniero è straniero e tale rimane, può essere ospite, appunto, e in quanto tale deve essere trattato con grande gentilezza. Se si incontra un forestiero per strada, nei paesi, lo si accompagna al bar e gli si offre da bere, si cumbida, come dicono nell’isola. Fil’e ferru, mirto, Ichnusa. Rigorosamente qualcosa di alcolico, perché «s’abba», l’acqua, da quelle parti si dà «a is froris», ai fiori. Però forestiero rimane, a meno che non si chiami Gigi Riva. Allora in quel caso cambia tutto.

L’IMPRENDITORE VENUTO DAL CONTINENTE (CON UNA MACCHIA NERAZZURRA)

Giulini è il presidente del Cagliari dall’estate del 2014, quando acquistò la società da Massimo Cellino dopo 22 anni di gestione sostanzialmente ininterrotta (eccezion fatta per una brevissima finestra in cui Cellino lasciò la presidenza a Bruno Ghirardi ed emigrò in Florida, continuando comunque a essere il proprietario della società) e, soprattutto, al termine di mesi di bufale e panzane che si rincorsero in città sull’arrivo degli emiri e su una fantomatica cordata americana misteriosa e anonima con grandi progetti per club e stadio nuovo rappresentata dal mitomane Luca Silvestrone. Giulini pagò in primis il peccato originale di rappresentare il risveglio dall’illusione. Il pubblico di Cagliari, che aveva fatto la bocca a scenari in stile Manchester City, si ritrovò con un imprenditore venuto dal Continente, semi sconosciuto, i cui unici legami con il calcio erano legati al fallimento del fratello col Bellinzona e una sua esperienza nel consiglio d’amministrazione nell’Inter. Eccola, l’altra colpa di Giulini: essere interista, un marchio a fuoco sulla pelle che ancora oggi non riesce a levarsi di dosso.

UN CAMPIONATO DA RECORD, MA LA DIFFIDENZA DEI TIFOSI RESTA

Persino ora, che la squadra è quarta in classifica dopo 15 giornate e appare decisamente difficile criticarne la gestione, c’è chi gli rinfaccia di aver “regalato” Nicolò Barella alla sua squadra del cuore. E pazienza se in realtà l’Inter Barella l’ha pagato 45 milioni (bonus inclusi) e se la fumata bianca è arrivata al termine di un lungo tira e molla in cui Giulini non ha ceduto di un millimetro alle sue richieste iniziali. Pazienza persino se quei 45 milioni sono stati quasi integralmente reinvestiti per acquistare Marko Rog, Nahitan Nandez e Giovanni Simeone e pagare l’ingaggio di Radja Nainggolan.

Joao Pedro, 10 gol in questo campionato. Sullo sfondo, Nahitan Nandez.

C’è pure chi ancora si ostina a chiamarlo “tanalla”, una parola che nel cagliaritano indica una persona poco incline a spendere il proprio denaro. “Giulini tanalla” è un urlo che va avanti da quella dannata prima stagione in cui Giulini sognatore avrebbe lasciato spazio al presidente pragmatico dopo una rincorsa al calcio spettacolo iniziata con la faccia di Zdenek Zeman sugli autobus della municipalizzata Ctm e terminata con il Cagliari terzultimo e retrocesso in Serie B. “Tanalla” è l’equivoco che nasce dagli atteggiamenti oculati di un presidente che non spende un euro più di ciò che ha in cassa, che come ha dichiarato in una recentissima intervista a Vanity Fair cerca «la sostenibilità, la stabilità, la serietà».

LA GESTIONE DI FLUORSID E L’INCHIESTA PER DISASTRO AMBIENTALE

Rampollo di una delle più grandi dinastie industriali in Italia nel settore della produzione e lavorazione dell’alluminio, proprietario del gruppo Fluorsid che ha la sua sede nell’area industriale di Macchiareddu, alle porte di Cagliari, Giulini dice di aver deciso di diventare presidente del club «per restituire qualcosa a un territorio dal quale la mia famiglia ha ricevuto tantissimo». Nel 2005, con l’azienda alle prese con la forte concorrenza cinese, decise di sua sponte, all’insaputa del padre, di varare in totale autonomia un aumento di capitale che salvò numerosi posti di lavoro nell’isola. Nel 2017 il suo nome finì tra i faldoni di un’inchiesta per inquinamento e disastro ambientale per smaltimento di scarti di produzione in un’area di 20 ettari antistante il polo produttivo. La vicenda si è conclusa nel luglio scorso con il patteggiamento di 11 indagati, dirigenti a vari livelli dell’impresa, ma Giulini ne era già uscito pulito da tempo: la sua posizione venne immediatamente stralciata e archiviata in quanto estraneo ai fatti, e l’azienda si è fatta carico di un piano da 20 milioni per la completa bonifica dell’area.

QUELLA PROMESSA CHE STRIZZA L’OCCHIO ALLA PROFEZIA

Il Giulini di oggi è profondamente diverso dal Giulini di qualche anno fa, diverso da quando giocava in porta e si buttava sui piedi degli attaccanti nelle categorie inferiori, diverso da chi l’ha preceduto alla guida del Cagliari. È uomo di equilibrio, nelle scelte societarie e nelle uscite pubbliche, così distante dallo stile che fu di Cellino. Dopo quella prima stagione già citata, ha tenuto lo stesso allenatore, Massimo Rastelli, per due anni e mezzo, e ora si trova alla seconda stagione con Rolando Maran. Non prende scelte avventate, ragiona e pondera, non si lascia influenzare dal sentimento popolare che circonda la squadra.

Nel 2014 Giulini promise un nuovo stadio e la Champions League per il centenario del club, fondato nel maggio del 1920

Eppure continua a camminare in bilico sul filo che divide il sogno dal pragmatismo, come se fosse il protagonista, o meglio ancora l’autore, di un romanzo che fa eco al realismo magico di Marquez o Borges. Quando arrivò nel 2014 promise un nuovo stadio e la Champions League per il centenario del club. Il Cagliari è stato fondato nel maggio del 1920 e, mentre la data fatidica si avvicina, ciò che resta del Sant’Elia semi distrutto osserva placido il piccolo impianto temporaneo della Sardegna Arena. E lo stadio nuovo rimane ancora solamente su carta, ben lontano dall’essere realizzato. In compenso la squadra è quarta in classifica, non perde da 13 partite, ha il terzo attacco del campionato e un brasiliano – Joao Pedro – che ha segnato 10 gol nelle prime 15 giornate, eguagliando il record di Riva.

GIULINI RESTA “IL MILANESE” E “LA TANALLA”

Giulini, però, continua a essere “il milanese”, l’interista, per qualcuno, nonostante tutto, addirittura “la tanalla”. Non si è mai trasferito a Cagliari e non ha intenzione di farlo, preferisce osservare la sua creatura da lontano e godersi il momento nella tranquillità che lui e la sua famiglia si sono costruiti “nel Continente”. E non se la prende se tanti sardi provano nei suoi confronti ancora un sentimento di diffidenza. Lui, col tempo, ha imparato a conoscerli e apprezzarli per ciò che sono. Chissà che un giorno non possa essere pienamente ricambiato.

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L’Inter annulla la conferenza stampa di Conte in polemica col Corriere dello Sport

Il quotidiano pubblica una lettera offensiva di un lettore. E Cucci risponde senza prendere le distanze. L'allenatore non parla coi giornalisti.

Colpirne centro per educarne uno. A due settimane di distanza dalla polemica sul titolo Black Friday su Romelu Lukaku e Chris Smalling, per cui l’Inter non aveva preso provvedimenti a differenza di Roma e Milan, la conferenza stampa dell’allenatore Antonio Conte viene annullata a causa di una lettera pubblicata dal Corriere dello Sport e alla risposta di Italo Cucci, entrambe ritenute «offensive» nei confronti dell’allenatore. «Ieri», scrive la nota, «dal Corriere dello Sport è stata pubblicata una lettera offensiva nei confronti del nostro allenatore, giustificando l’aggressione nel commento».

CONTE DEFINITO «ESAURITO»

Il 13 dicembre il quotidiano sportivo romano ha dedicato mezza pagina all’eliminazione dell’Inter dalla Champions League e pubblicato, nella pagina dedicata ai lettori, una mail di un tifoso del Bologna che contesta Conte offendendolo: «Godo nel vedere la Grande Inter surclassata dal Barcellona B che ha fatto vedere come si gioca a pallone a quell’esaurito del suo allenatore». Il tifoso ha contestato la «beatificazione» dell’allenatore nerazzurro che «nella sua carriera nonostante le vittorie, non ha mai fatto vedere un bel gioco» e «si è lamentato della campagna acquisti».

CUCCI RINCARA LA DOSE SU ICARDI

La risposta di Italo Cucci non ha certo gettata acqua sul fuoco: «Alla sua cattiveria aggiungo la mia che sono disposto a far diventare un tormentone: quando confesseranno, dirigenti (anche amici) e tifosi dell’Inter che senza Icardi hanno buttato via la Champions e forse anche il resto? Slogan: No Icardi, no party». L’Inter quindi, con un comunicato, ha annunciato l’annullamento della conferenza stampa della vigilia di Fiorentina-Udinese a pochi minuti dall’orario d’inizio con i giornalisti convenuti ad Appiano Gentile.

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Il mito silenzioso di Gigi Riva protagonista di #SkyBuffaRacconta

Il simbolo del Cagliari nell'anno del centenario protagonista della mini docu-serie in onda su Sky. Una storia di resistenza e riservatezza. Che restituisce un'immagine inedita di uno dei più grandi bomber della storia.

Raccontare Gigi Riva non è cosa semplice. Di lui, del suo sinistro potentissimo, dei 35 gol in 42 presenze con la Nazionale, di quello scudetto assurdo conquistato 49 anni e mezzo fa col Cagliari, si è detto e scritto di tutto. Per farlo bisogna lavorare di cesello, andare per sottrazione, scavare in profondità, trovare una chiave originale. Federico Buffa lo ha fatto, partendo dai luoghi della sua vita e dai rapporti interpersonali, dai volti di chi gli è stato vicino e di chi, invece, con la sua assenza, ha saputo avere un peso enorme sulla sua formazione.

IL VUOTO MAI COLMATO DELLA SCOMPARSA DEI GENITORI

#SkyBuffaRacconta Gigi Riva, la mini docu-serie in due parti il cui primo episodio va in onda il 13 dicembre alle 21, approccia la vita di un campione partendo dal legame con la madre persa a 16 anni, da una mancanza che si è sommata a un’altra, quella del padre morto quando di anni Riva ne aveva solo nove, lasciando spazio a un vuoto mai del tutto colmato. Riva, il fioeu che alla fine dell’estate scappa sul fico per non tornare al collegio di Viggiù in cui è costretto per tre anni dopo la morte del padre, influenza l’evoluzione di Riva, il fuoriclasse che ha scritto il suo nome nella storia del calcio italiano.

UN SAGGIO DI RESISTENZA ATTRAVERSO LE GENERAZIONI

E se raccontare Riva è un’impresa, farlo rivolgendosi a un pubblico di 15enni-20enni lo è ancora di più. Che cosa può dire, ai giovani di oggi, una storia in bianco e nero di mezzo secolo fa? Cosa può raccontare un campione così distante dai modelli attuali, dalle ribalte social, dai divismi contemporanei? «Credo che ci siano dei valori eterni nella storia del genere umano», spiega Buffa, «come la capacità di reagire al destino, e la storia di Gigi Riva vale in eterno per la capacità che ha avuto di reagire alle situazioni negative come quelle che gli veniva proposte dalla sua vita». Valori di «un’Italia diversa e che si aiutava di più».

DALLA VOGLIA DI SCAPPARE ALLA SCELTA DI RESTARE PER SEMPRE

Cose come perdere due genitori, perdere il proprio paese e il proprio lago, ritrovarsi all’improvviso in una terra sconosciuta e temuta, in un’isola per gran parte senza illuminazione artificiale, in un aeroporto collegato alla città più importante e vicina da una strada ancora in gran parte sterrata. Cose come pensare di voler scappare e poi, quasi all’improvviso, decidere di restare per non andare più via, dopo essersi reso conto che quel mare non è poi così distante dal lago sulle sponde del quale si è cresciuti.

Gigi Riva protagonista nel racconto di Federico Buffa in onda su Sky.

IL PALLONE PER DESCRIVERE CIÒ CHE LE PAROLE NON DICONO

In mezzo c’è il pallone, sì, ma appare solo un accessorio attraverso cui raccontare tutto ciò che le parole non dicono, ma che può essere espresso con un’alzata di spalle o una smorfia dell’estremità sinistra delle labbra. Riva è un uomo di poco parole, lo è sempre stato, per questo quelle poche che vengono inserite dentro al racconto di Buffa hanno un peso specifico particolare e suonano preziose come l’oro. Uno storytelling costruito di «ciò che si fa, non di ciò che si dice».

L’EMOZIONE NEL RACCONTO DI BUFFA

C’è un’emozione diversa, stavolta nella voce di Buffa: «Racconto solo storie che vorrei raccontare, non quelle che non mi piacciono. Ci metto sempre una componente personale, in questo caso anche troppa, forse». Perché il piccolo Federico, cresciuto a qualche centinaia di metri di distanza dalla casa di Leggiuno di Riva, ogni pomeriggio d’estate scappava con la bicicletta per recarsi sotto il suo balcone, aspettando che uscisse a fumare per avere il privilegio di osservarlo soltanto, quell’uomo che un gol dopo l’altro, un silenzio dopo l’altro, scriveva la sua leggenda.

GLI ANEDDOTI INEDITI RIVELATI DALLA SORELLA E DAL FIGLIO

Lo guardava senza parlarci mai. e ancora oggi, nonostante tutto, non l’ha mai incontrato ed è felice di non averlo fatto perché «diversamente mi avrebbe intimidito con la sua presenza». A fornirgli il materiale per aneddoti inediti e aspetti ancora inesplorati della vita di Rombo di Tuono sono stati gli amici e i parenti più stretti, la sorella Fausta o il figlio Nicola, presente all’anteprima per poter dire alla fine: «Pensavo di conoscere la vita di mio padre e invece non la conoscevo ancora tutta».

PRESIDENTE ONORARIO NELL’ANNO DEL CENTENARIO

Ed è la sensazione che si ha pur essendoci cresciuti dentro a quel mito, in un’isola e una città in cui uno scudetto di 50 anni fa è tramandato oralmente come l’epica di un tempo e l’uomo che l’ha portato è venerato come una semidivinità pagana vivente, presente eppure allo stesso tempo distante, come un dio dell’Olimpo che sempre più di rado scende tra la gente. Una mistica alimentata da una vita pubblica ormai quasi inesistente, perché «papà», racconta il figlio Nicola, «è tornato sul fico». Eppure ne scenderà ancora, almeno una volta, per diventare presidente onorario del Cagliari il 18 dicembre e coronare così l’anno del centenario del club e del cinquantenario dello scudetto. Una storia che ha scritto in prima persona e che non può certamente esimersi dal suggellare.

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L’impresa dell’Atalanta porta tre italiane agli ottavi di Champions league

Vittoria 3-0 in Ucraina contro lo Shakhtar Donetsk: dopo tre sconfitte nelle prime tre partite del girone arriva così il secondo posto e la qualificazione, così come Napoli e Juventus (passata da prima). Fuori solo gli altri nerazzurri dell'Inter.

Ci sono dei nerazzurri agli ottavi di finale di Champions league. Non quelli dell’Inter, guidati da un tecnico allergico all’Europa come Antonio Conte. Ma quelli dell’Atalanta, che hanno passato il turno in modo del tutto inaspettato.

DECISIVI CASTAGNE, PASALIC E GOSENS

La squadra di Gian Piero Gasperini ha infatti battuto 3-0 fuori casa gli ucraini dello Shakhtar Donetsk nell’ultima partita del girone grazie ai gol di Castagne, Pasalic e Gosens, classificandosi al secondo posto nel gruppo C, alle spalle del Manchester City che ha vinto 4-1 – successo che serviva per la qualificazione della Dea – in Croazia contro la Dinamo Zagabria dopo essere andato in svantaggio.

COME IL NEWCASTLE NEL 2002

Tutto perfetto insomma, all’opposto dell’esordio da incubo dei bergamaschi: tre sconfitte – due pesanti – nelle prime tre partite dell’avventura europea: 4-0, 2-1 e 5-1. Poi destino ribaltato come era riuscito solo al Newcastle nel 2002 dopo un triplice k.o. inziale. E così sono tre (su quattro) le italiane che proseguono la loro strada in Champions: Atalanta, Juventus e Napoli.

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Come sarà il nuovo Napoli di Gattuso

Il sostituto di Ancelotti in città in attesa della presentazione ufficiale. La prima sfida è il recupero dei 'ribelli'. A cominciare da capitan Insigne. Basterà il ritorno all'amato 4-3-3?

Tutto pronto per l’inizio della nuova avventura di Gennaro Gattuso alla guida del Napoli. All’indomani del’esonero di Carlo Ancelotti, maturato al termine del 4-0 al Genk valso agli azzurri il terzo accesso agli ottavi di Champions League della loro storia, la squadra è pronta ad affifdarsi al tecnico calabrese, che potrebbe dirigere il primo allenamento già nel pomeriggio dell’11 dicembre.

LO SBARCO DI GATTUSO IN CITTÀ

Gattuso è sbarcato a Napoli in mattinata e subito hanno iniziato a circolare le prime immagini, rigorosamente a bocca cucita, dell’ex allenatore del Milan in quella che diventerà la sua nuova città. Secondo quanto fatto trapelare dalla società, il nuovo mister sarà presentato alla stampa a partire dalle 18, nel Centro tecnico di Castel Volturno.

UNA SQUADRA DA RILANCIARE IN CAMPIONATO

Al nuovo allenatore spetta l’arduo compito di rigenerare una squadra cui manca la vittoria da sette turni in campionato e ben lontana da quella zona Champions obiettivo minimo stagionale dei partenopei. In attesa di capire se Aurelio De Laurentiis sarà disposto a metter mano al portafoglio per rinforzare la rosa nella sessione di mercato di gennaio, Gattuso dovrà saper infondere le giuste motivazioni ai ‘ribelli’ protagonisti dell’ammutinamento che ha sancito la frattura con la proprietà.

LE INCOGNITE LEGATE AL ‘RECUPERO’ DEI RIBELLI

Se Koulibaly e Callejon hanno già offerto segni di pentimento, riavvicinandosi ad Ancelotti proprio nelle ore antecedenti l’esonero, resta tutta da testare la volontà di re-immergersi nel progetto di gente come Allan, Mertens o capitan Insigne. Proprio quest’ultimo rappresenta, forse, la più grande incognita sul futuro del Napoli e non soltanto in chiave tecnica, visto pure l’incrinarsi del rapporto con la tifoseria.

GATTUSO PRONTO A RIPARTIRE DAL 4-3-3

Certo è che il probabilissimo ritorno al 4-3-3, marchio di fabbrica del Rino rossonero e abito cucito su misura al Napoli sarriano, potrebbe contribuire a restituire stimoli, fiducia e gol tanto a Insigne quanto a Callejon, forse i più “sacrificati” sull’altare del 4-4-2 di Ancelotti. Riferimento offensivo sarà con ogni probabilità Arkadiusz Milik, anche se difficilmente Dries Mertens potrà accettare un ruolo da subentrante di lusso. E se a destra lo spagnolo dovrà guardarsi dalla concorrenza di un finora poco convincente Lozano, non è da escludere un utilizzo sulla corsia mancina di Zielinski come esterno alto, in attesa di recuperare appieno proprio Insigne.

LA RETROGUARDIA NON SI TOCCA

Allan e Ruiz saranno i perni di un centrocampo che potrebbe beneficiare per un maggior minutaggio della freschezza di Elmas, mentre per quanto riguarda la retroguardia, almeno per il momento, è difficile immaginare stravolgimenti. Di certo, Gattuso farà meno ricorso a quel turnover sistematico che ha probabilmente alimentato qualche incertezza di troppo negli stessi calciatori. Ben conscio, Rino, di aver di fronte un’occasione da non farsi scappare. Probabilmente la più grossa della sua ancor giovane carriera.

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Antonio Conte in Champions League non è un top manager

Lo dicono i numeri. Quattro partecipazioni da allenatore e due eliminazioni ai gironi. Un quarto di finale come miglior risultato. E una media punti di 1.46 contro i 2.28 del campionato. Storia di una maledizione.

La Champions League è una storia a parte, una competizione che ha logiche tutte sue, quasi un altro sport. Puoi essere grande, persino uno dei più grandi, quando ti giochi un campionato su 38 partite. Non mollare un centimetro e conquistare il titolo con squadre che alla vigilia non rientrerebbero nel novero delle favorite, eppure faticare da matti quando valichi il confine e ti ritrovi a giocare in Europa. Non è nemmeno una questione di valore dell’avversario che ti trovi di fronte, è proprio un problema di dinamiche e prospettive che mutano. E se non sei pronto, se non sei nato per quella cosa là, alla fine ti ci schianti.

L’Inter è apparsa simile in maniera inquietante a quella che l’anno scorso non riuscì a battere il Psv e si fermò allo stesso punto: l’ultima partita del girone

L’Inter è prima in classifica. In due mesi e mezzo Antonio Conte ha già messo da parte nove punti in più di quanti ne aveva Luciano Spalletti un anno fa di questi tempi. Ha il terzo miglior attacco del campionato e la miglior difesa e due punti di vantaggio sulla Juventus che l’anno scorso dopo 15 partite ne dava 14 di distacco ai nerazzurri. Ma il miracolo si è sciolto in una sera di Champions League in cui l’Inter è apparsa simile in maniera inquietante a quella che l’anno scorso non riuscì a battere il Psv Eindhoven e si fermò allo stesso punto: l’ultima partita del girone.

ELIMINATO DA UN BARCELLONA DI RISERVE E GIOVANISSIMI

Sì, stavolta di fronte c’era il Barcellona, ma era un Barcellona già agli ottavi e sicuro del primo posto, arrivato a Milano senza Leo Messi e Gerard Piqué, lasciati a riposo a casa, e con Suarez in panchina. Un Barcellona che ha schierato un solo titolare su 11, il difensore centrale Clément Lenglet, che ha mandato in porta Neto (all’esordio stagionale), ha schierato terzino destro della squadra B Moussa Wague (una sola presenza in Liga e un minuto in Champions prima di ieri), ha piazzato al centro della difesa Jean-Clair Todibo (77 minuti distribuiti su due partite di Liga), a centrocampo Carles Aleña (63 minuti in due partite di campionato) e in attacco Carles Pérez (457 minuti in Liga, un veterano al confronto degli altri compagni già citati). Un Barcellona che ha battuto l’Inter con un gol di Ansu Fati, un ragazzo di talento finissimo ma anche di 17 anni e 40 giorni entrato in campo un minuto prima.

Lautaro Martinez dopo un gol annullato per fuorigioco contro il Barcellona.

Alla vigilia della partita, leggendo la lista dei convocati e poi la formazione di Ernesto Valverde, in molti sogghignavano. Qualcuno persino ventilava il più classico dei biscotti, una partita farsa già acchitata per far passare il turno all’Inter. Al termine dei 90 minuti a ridere, ma di una risata ben diverse, sono rimasti solo i gufi. Di certo non ha riso Conte, che la Champions League l’ha vissuta da allenatore quattro volte, la metà delle quali terminate ai gironi e con un quarto di finale come miglior risultato in carriera. Un allenatore che ha confermato la sua allergia al contesto europeo persino in Europa League, quando nel 2013-14 si fece eliminare in semifinale dal Benfica, perdendo l’occasione di giocarsi la coppa nella finale davanti al pubblico dello Juventus Stadium.

QUELLE SIMILITUDINI TRA LE ELIMINAZIONI CON INTER E JUVE

Il confronto tra il Conte del campionato e quello della Champions League è oggettivamente impietoso. Basta vedere le medie punti nelle varie competizioni. In Serie A viaggia spedito a 2,28, in Premier scende a un 2,14 viziato dalla seconda stagione al Chelsea, in Champions a 1,46. Vince meno di una partita ogni due, non proprio statistiche da top manager. E la sconfitta del 10 dicembre assomiglia fin troppo a quella di sei anni fa a Istanbul, più per le condizioni in cui l’Inter si è costretta ad affrontare un ultimo scontro decisivo che per due partite diverse per blasone dell’avversario e condizioni ambientali. In casa del Galatasaray la neve aveva reso il campo impraticabile, a San Siro la palla viaggiava veloce, soprattutto quando veniva trasmessa dai piedi delle riserve del Barcellona, ma l’eliminazione di quella Juve fu figlia del pareggio di Copenaghen almeno quanto quella di quest’Inter lo è di quello con lo Slavia Praga.

UN’INTER FIGLIA DI CONTE, NEL BENE E NEL MALE

L’Inter non ha giocato male la sua Champions League, per nulla. A tratti ha persino dato l’impressione di essere forte, fortissima. All’andata al Camp Nou ha preso in giro il Barcellona per un tempo, al ritorno ha fatto lo stesso per i primi 45 minuti col Borussia Dortmund. In entrambi i casi, però, è stata rimontata sparendo dal campo. E l’impressione è che sia successo per limiti caratteriali prima ancora che tecnici, per una sorta di disegno calcistico più che per una condizione atletica inadeguata a reggere quei ritmi forsennati per più di un tempo. Se questa Inter è figlia di Conte, lo è nel bene e nel male. E se era possibile prevedere che in campionato avrebbe trovato risorse che nessuno pensava potesse avere, era altrettanto facile immaginare che in Champions non sarebbe durata a lungo. A prescindere da ogni discorso sulla complessità del girone in cui era stata sorteggiata.

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Antonio Conte in Champions League non è un top manager

Lo dicono i numeri. Quattro partecipazioni da allenatore e due eliminazioni ai gironi. Un quarto di finale come miglior risultato. E una media punti di 1.46 contro i 2.28 del campionato. Storia di una maledizione.

La Champions League è una storia a parte, una competizione che ha logiche tutte sue, quasi un altro sport. Puoi essere grande, persino uno dei più grandi, quando ti giochi un campionato su 38 partite. Non mollare un centimetro e conquistare il titolo con squadre che alla vigilia non rientrerebbero nel novero delle favorite, eppure faticare da matti quando valichi il confine e ti ritrovi a giocare in Europa. Non è nemmeno una questione di valore dell’avversario che ti trovi di fronte, è proprio un problema di dinamiche e prospettive che mutano. E se non sei pronto, se non sei nato per quella cosa là, alla fine ti ci schianti.

L’Inter è apparsa simile in maniera inquietante a quella che l’anno scorso non riuscì a battere il Psv e si fermò allo stesso punto: l’ultima partita del girone

L’Inter è prima in classifica. In due mesi e mezzo Antonio Conte ha già messo da parte nove punti in più di quanti ne aveva Luciano Spalletti un anno fa di questi tempi. Ha il terzo miglior attacco del campionato e la miglior difesa e due punti di vantaggio sulla Juventus che l’anno scorso dopo 15 partite ne dava 14 di distacco ai nerazzurri. Ma il miracolo si è sciolto in una sera di Champions League in cui l’Inter è apparsa simile in maniera inquietante a quella che l’anno scorso non riuscì a battere il Psv Eindhoven e si fermò allo stesso punto: l’ultima partita del girone.

ELIMINATO DA UN BARCELLONA DI RISERVE E GIOVANISSIMI

Sì, stavolta di fronte c’era il Barcellona, ma era un Barcellona già agli ottavi e sicuro del primo posto, arrivato a Milano senza Leo Messi e Gerard Piqué, lasciati a riposo a casa, e con Suarez in panchina. Un Barcellona che ha schierato un solo titolare su 11, il difensore centrale Clément Lenglet, che ha mandato in porta Neto (all’esordio stagionale), ha schierato terzino destro della squadra B Moussa Wague (una sola presenza in Liga e un minuto in Champions prima di ieri), ha piazzato al centro della difesa Jean-Clair Todibo (77 minuti distribuiti su due partite di Liga), a centrocampo Carles Aleña (63 minuti in due partite di campionato) e in attacco Carles Pérez (457 minuti in Liga, un veterano al confronto degli altri compagni già citati). Un Barcellona che ha battuto l’Inter con un gol di Ansu Fati, un ragazzo di talento finissimo ma anche di 17 anni e 40 giorni entrato in campo un minuto prima.

Lautaro Martinez dopo un gol annullato per fuorigioco contro il Barcellona.

Alla vigilia della partita, leggendo la lista dei convocati e poi la formazione di Ernesto Valverde, in molti sogghignavano. Qualcuno persino ventilava il più classico dei biscotti, una partita farsa già acchitata per far passare il turno all’Inter. Al termine dei 90 minuti a ridere, ma di una risata ben diverse, sono rimasti solo i gufi. Di certo non ha riso Conte, che la Champions League l’ha vissuta da allenatore quattro volte, la metà delle quali terminate ai gironi e con un quarto di finale come miglior risultato in carriera. Un allenatore che ha confermato la sua allergia al contesto europeo persino in Europa League, quando nel 2013-14 si fece eliminare in semifinale dal Benfica, perdendo l’occasione di giocarsi la coppa nella finale davanti al pubblico dello Juventus Stadium.

QUELLE SIMILITUDINI TRA LE ELIMINAZIONI CON INTER E JUVE

Il confronto tra il Conte del campionato e quello della Champions League è oggettivamente impietoso. Basta vedere le medie punti nelle varie competizioni. In Serie A viaggia spedito a 2,28, in Premier scende a un 2,14 viziato dalla seconda stagione al Chelsea, in Champions a 1,46. Vince meno di una partita ogni due, non proprio statistiche da top manager. E la sconfitta del 10 dicembre assomiglia fin troppo a quella di sei anni fa a Istanbul, più per le condizioni in cui l’Inter si è costretta ad affrontare un ultimo scontro decisivo che per due partite diverse per blasone dell’avversario e condizioni ambientali. In casa del Galatasaray la neve aveva reso il campo impraticabile, a San Siro la palla viaggiava veloce, soprattutto quando veniva trasmessa dai piedi delle riserve del Barcellona, ma l’eliminazione di quella Juve fu figlia del pareggio di Copenaghen almeno quanto quella di quest’Inter lo è di quello con lo Slavia Praga.

UN’INTER FIGLIA DI CONTE, NEL BENE E NEL MALE

L’Inter non ha giocato male la sua Champions League, per nulla. A tratti ha persino dato l’impressione di essere forte, fortissima. All’andata al Camp Nou ha preso in giro il Barcellona per un tempo, al ritorno ha fatto lo stesso per i primi 45 minuti col Borussia Dortmund. In entrambi i casi, però, è stata rimontata sparendo dal campo. E l’impressione è che sia successo per limiti caratteriali prima ancora che tecnici, per una sorta di disegno calcistico più che per una condizione atletica inadeguata a reggere quei ritmi forsennati per più di un tempo. Se questa Inter è figlia di Conte, lo è nel bene e nel male. E se era possibile prevedere che in campionato avrebbe trovato risorse che nessuno pensava potesse avere, era altrettanto facile immaginare che in Champions non sarebbe durata a lungo. A prescindere da ogni discorso sulla complessità del girone in cui era stata sorteggiata.

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Il maxi blitz della Digos contro i gruppi ultrà

Daspo per 75 membri degli Hooligans Torino: per 71 di loro scatta anche la denuncia. Lo stesso provvedimento anche per 40 tifosi di Napoli e Inter.

Blitz della polizia contro gli ultrà granata appartenenti agli ‘Hooligans Torino’: gli uomini della Digos hanno notificato il Daspo a tutti e 75 i membri del gruppo, 71 dei quali sono stati denunciati per diversi reati tra i quali violenza privata aggravata, rissa, violenza e lesioni nei confronti di incaricato di pubblico servizio. Sono invece oltre 500 le sanzioni amministrative applicate per violazione del regolamento dello stadio, per un importo superiore agli 80 mila euro.

LO SCONTRO INTERNO ALLA CURVA GRANATA

Le indagini hanno portato alla luce anche lo scontro in corso da anni tra i Torino Hooligans e i gruppi storici della Maratona, la curva da sempre occupata dai tifosi granata. Gli ultrà sono accusati anche di travisamento, porto di strumenti atti ad offendere, accensione e lancio di fumogeni. Oltre ai Daspo, i poliziotti hanno notificato un provvedimento di sospensione della licenza a tre locali pubblici che erano frequentati abitualmente dai membri dei Torino Hooligans.

DENUNCIATI 40 ULTRÀ DI NAPOLI E INTER

Una quarantina di ultrà di Napoli e Inter sono, infine, stati denunciati dalla Digos di Torino per gli scontri con i tifosi granata. Per tutti sono in corso di notifica anche i provvedimenti di Daspo. I supporters napoletani che si sono resi protagonisti degli incidenti dopo Torino-Napoli del 6 ottobre sono 32, mentre gli interisti sono otto e i fatti risalgono all’incontro del 23 novembre scorso.

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Cosa è andato storto tra Ancelotti e il Napoli

Il tecnico esonerato dopo il 4-0 al Genk e la qualificazione agli ottavi di Champions. Dietro l'addio le faide nello spogliatoio e una squadra mai a immagine e somiglianza dell'allenatore. Che ora spera nell'Arsenal.

Era arrivato per sostituire Maurizio Sarri, che tutti i tifosi del Napoli adoravano. Era la carta vincente di Aurelio De Laurentiis, l’uomo che avrebbe dovuto far fare il salto decisivo verso i trofei. Non è andata così. Carlo Ancelotti lascia la panchina del Napoli a Rino Gattuso (ma l’avvicendamento non è ancora ufficiale) dopo 18 mesi, dopo il 4-0 al Genk che porta gli azzurri per la terza volta nella storia agli ottavi di Champions League. Ma lascia anche al settimo posto in classifica in campionato, a pari punti col Parma, a 17 punti dalla capolista Inter e a 15 dalla Juventus.

UN DISASTRO MATURATO NELLO SPOGLIATOIO

Un disastro condizionato anche da uno spogliatoio ribelle, che Ancelotti non è riuscito a far rigare diritto, ostaggio dei senatori che giocano ormai in azzurro da anni e vivono la frustrazione degli “zero titoli”: Allan, Callejon, Mertens, Insigne, Koulibaly. Stelle che il tecnico azzurro non è riuscito però a far brillare pienamente e che hanno firmato una profonda spaccatura con il club nella notte dell’ammutinamento al ritiro. Ora ci si interroga anche su che fine faranno le multe che il club aveva deciso di comminare ai giocatori, tutti ‘ribelli’: a questo proposito nulla è stato per ora chiarito dopo la decisione di esonerare il tecnico.

IL PESO DELL’EREDITÀ DI SARRI

Eppure la delusione per l’addio di Sarri era stata subito spazzata via dall’arrivo di Ancelotti, con il suo carico di coppe e campionati vinti in giro per l’Europa. Carletto aveva preso il Napoli rispettando l’osssatura di Sarri, cambiandola pian piano secondo i suoi disegni e arrivando dal 4-3-3 al 4-4-2, prendendosi un po’ con Insigne, che gli aveva detto di voler fare l’esterno sinistro, scommettendo ancora su Mertens punta, che gli dava ragione.

UNA STAGIONE SFUMATA TROPPO IN FRETTA

Il sogno dell’inseguimento alla Juventus è finito però presto, mentre il Napoli diceva addio alla Champions in un girone invero di ferro con Liverpool e Psg. E il resto della stagione era scivolata via nella convinzione che Ancelotti avrebbe dato l’attacco al trono del campionato nella sua seconda stagione, ma le cose sono precipitate velocemente, con l’unica grande emozione della vittoria sul Liverpool in Champions League al San Paolo. Poi i pareggi, gli infortuni, la ribellione, l’hashtag #ancelottiout sui social, la decisione di chiudere. Per Ancelotti il ritorno in Italia è diventato un flop e la strada sembra portarlo di nuovo in Inghilterra, verso l’Arsenal.

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Serie A: Udinese-Napoli finisce 1 a 1

I gol di Lasagna e Zielinsky. Mentre Atalanta Verona termina 3 a 2 con un gol di Djimsit al 93esimo.

Dopo il 3 a 2 dell’Atalanta sul Verona, grazie alla rete al 93esimo di Djimsiti, che permette alla Dea di restare in zona Champions, Udinese-Napoli finisce 1 a 1 al Friuli Dacia Arena. Gli uomini di Luca Gotti si portano in vantaggio al 32′ con un diagonale di Lasagna servito da un assist in profondità di Fofana. Il Napoli evita la sconfitta solo nella ripresa con il gol di Zielinski: sinistro dal limite che coglie di sorpresa Musso, immobile tra i pali.

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Stadio della Roma, l’immobiliarista ceco Vitek compra i debiti di Eurnova

Dopo 72 ore di ininterrotta trattativa, sabato è arrivata la firma con Unicredit. Ora, senza Luca Parnasi, il progetto ha la strada spianata.

Nel pomeriggio di sabato 7 dicembre, dopo 72 ore di ininterrotta trattativa, l’imprenditore ceco Radovan Vitek ha acquistato da Unicredit i crediti ipotecari che pesavano su Eurnova. Sarà dunque lui ora a decidere sullo stadio della Roma. E senza Luca Parnasi sarà più facile per la Giunta Raggi dare il via libera al progetto. Come ricordato dal Sole24Ore, che aveva anticipato la trattativa, Eurnova aveva debiti con la banca di Jean Pierre Mustier per 50-60 milioni di euro. Mentre gli altri debiti del gruppo Parnasi sono in capo a Parsitalia e Capital Dev. La realizzazione dello stadio della Roma dunque ora ha la strada spianata. Insieme con il business park da 140 mila metri quadri, il progetto ha un valore di 1,3 miliardi. Un tesoro su cui Vitek vuole mettere le mani per poi rivenderlo.

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Viaggio nel surreale corso da match analyst di Mario Savo

Costi alti, premesse non mantenute e uno stage controverso nel mondo del calcio. Anche se sul web compaiono solo giudizi entusiasti. Recensione di una (dis)avventura.

“La tua carriera nel calcio inizia con noi”. È lo slogan che campeggia sul sito della Élite football center di Mario Savo, una «Scuola di alta formazione» per i «professionisti» del pallone «di domani». Seducente claim, come dicono quelli bravi del marketing, materia – non a caso – in cui si è specializzato Savo, laureato in Economia e Management, responsabile dei corsi e nome noto nel mondo della Match analysis in Italia, cioè lo studio minuzioso e oggettivo di tutto ciò che accade in campo durante una partita, tra numeri, schemi, software e chi più ne ha – di statistiche – più ne metta. Eppure dietro a quella patina di professionalità c’è qualcosa che non torna.

IL NOME DI GUARDIOLA CHE SPICCA NEL CURRICULUM

Lo si scopre per esempio partecipando al corso per diventare match analyst. Come ho fatto io a maggio 2019, sborsando 1.000 euro. Per una settimana di lezioni a Milano, otto ore al giorno, da lunedì a venerdì, più il maxi-esame finale il sabato. Con certificazione ufficiale conseguita in caso di promozione (che ho ottenuto). Nel curriculum di Mario Savo, tra qualche esperienza in Serie B e nel calcio a 5, spicca un nome: Pep Guardiola. Il giovane di Latina nel 2016 ha infatti partecipato in Inghilterra, arrivando fino in fondo, al concorso per “nerd” dei big data voluto dal tecnico catalano del Manchester City, che cercava nuovi modelli statistici-matematici di analisi della performance della sua squadra.

CHE NUMERI: «OTTO EX STUDENTI SU 10 LAVORANO NEL CALCIO»

Insomma, elementi di competenza e serietà, sulla carta. E in più la scuola si vanta di avere numeri da garanzia, o quasi, di successo: la segreteria didattica ricorda che «8 ex studenti su 10 oggi lavorano nel mondo del calcio come analisti all’interno di staff tecnici e reparti scouting, esperti tattici e opinionisti per magazine, giornali e riviste di settore, analisti per famose aziende di Match analysis».

NUMERO CHIUSO DI 30 PARTECIPANTI: E INVECE SONO 50

Ma già il primo giorno della (dis)avventura è arrivata una sorpresa: invece dei 30 partecipanti annunciati eravamo una cinquantina. Stipati dentro una sala piccola e affollata. Il sito però parlava chiaro: numero chiuso fissato a 30, «così da garantire la massima qualità didattica del percorso». Alla fine le persone ammesse erano dunque quasi raddoppiate: e con loro di conseguenza anche l’incasso per la scuola.

«MASSIMO 30 POSTI!». Ma in aula eravamo in 50.

COMPUTER E CHIAVETTA USB SI PORTANO DA CASA

Il materiale fornito? Un plico di fogli a quadretti e una penna. Il resto si portava da casa: computer e chiavetta Usb. Il corso ti garantiva giusto la possibilità di scaricare la versione demo (gratuita per 30 giorni) del software “LongoMatch” utilizzabile per passare al setaccio le partite. Ma nessun supporto, come specificato via mail: «Ti preghiamo, per qualsiasi problematica dovessi incontrare» nella procedura di registrazione, «di non contattare la scuola, in quanto la nostra segreteria didattica non avrebbe i mezzi tecnici né le competenze per aiutarti».

LIVELLO 1: 250 EURO PER ASCOLTARE QUATTRO ORE DI PRESENTAZIONI

La scoperta di essere in 50 non sarà stata digerita soprattutto dall’unico partecipante che aveva deciso di iscriversi solo al Livello 1 del corso, quello “Beginner”, della durata di un giorno (il lunedì) e costato 250 euro (più trasporto andata e ritorno dalla Toscana, visto che la persona in questione non era di Milano): oltre metà del tempo è stata dedicata alla presentazione dei candidati, a quella del corso e alla “mission” di Savo che da anni lotta per far riconoscenere professionalmente la figura del match analyst anche per chi non possiede un patentino di allenatore conseguito a Coverciano.

I LABORATORI PRATICI, FINALMENTE

Una volta esaurite nei primi giorni l’introduzione e le lezioni frontali d’aula su come si è evoluto nella storia il pensiero tattico calcistico (nessuna possibilità di avere le slide proiettate, solo grandi paginate di appunti in stile universitario), finalmente la parte pratica più interessante per prendere dimestichezza con la materia: i laboratori sull’utilizzo del software LongoMatch.

MA COL SOFTWARE SI FA DA AUTODIDATTI

Qui la seconda sorpresa: dopo le delucidazioni tecniche e informatiche su come registrarsi al sito, caricare una partita e utilizzare i comandi base, nessuna spiegazione o suggerimento sulla metodologia per compilare un report. Cosa guardare? Su quali aspetti è meglio concentrarsi? Come allenare l’occhio? Sono mancati i consigli e gli esempi (Savo non ci ha mostrato nessuna sua analisi personale, nonostante le richieste dell’aula) al di là dell’insegnamento teorico degli strumenti. Col risultato che i partecipanti hanno dovuto cavarsela da autodidatti il giorno prima dell’esame, sperimentando, confrontandosi e chiedendo a chi già aveva esperienze pregresse.

La classe del corso.

E IN CATTEDRA SALE ANCHE L’ESPERTO DI SCOMMESSE

Invece che dedicarsi alla materia specifica, durante una giornata a un certo punto il docente ha lasciato spazio e cattedra a uno studente appassionato di scommesse sportive, invitato a illustrare il suo presunto metodo infallibile per riuscire a guadagnare puntando soldi sulle partite. Solo le proteste dell’aula hanno riportato la lezione sui binari della match analysis. Ma la digressione non è stata casuale: Mario Savo ha infatti poi ingaggiato il ragazzo per un altro corso della scuola, quello in “Football sport betting” sulle «metodologie professionali e gli algoritmi per le scommesse sportive e il Betting exchange». Insomma stava sfruttando il momento in prospettiva di crescita del business della scuola. E quindi anche del suo.

DAL CAMPO ALL’IMPRENDITORIA: “L’IMPERO” DI SAVO

Sì perché c’è un punto chiave in tutta la storia. Savo infatti oltre a essere docente è anche titolare dell’intera scuola di formazione, che organizza diversi corsi e non solo quello di match analysis: giornalismo sportivo, psicologia e mental coaching, riabilitazione degli atleti infortunati, radiocronaca e telecronaca, performance & data analysis e appunto scommesse. In alcuni di questi, in cui comunque si avvale sempre della collaborazione di professionisti del settore, è anche insegnante. Quindi, in sostanza, riveste il ruolo di controllore e controllato. Di fatto, come lui stesso ha spiegato a lezione, ha smesso di essere operativo “sul campo” per dedicarsi interamente a questa redditizia attività imprenditoriale. La sede legale della scuola è a Latina, città d’origine di Savo, e il conto corrente dove versare le quote d’iscrizione ai corsi rimanda a una banca di Latina. Non ci sono altre persone della direzione con cui potersi confrontare sull’operato del docente Savo o su eventuali problemi emersi durante le lezioni, né un front office a livello di linee telefoniche.

TEST DI VALUTAZIONE: E L’ANONIMATO DOV’È?

Un metodo per manifestare il proprio parere in realtà ci sarebbe anche stato fornito: quello dei test di valutazione del corso. Peccato che i questionari ci siano stati consegnati chiedendo di identificarli con nome e cognome il giorno prima dell’esame. È evidente che la mancanza di anonimato potrebbe dunque aver compromesso l’attendibilità dei dati raccolti e la sincerità delle risposte. Savo ha assicurato che non li avrebbe letti lui personalmente, lasciando l’incombenza al responsabile dell’ufficio marketing/comunicazione. Ruolo ricoperto dalla sua fidanzata, conosciuta proprio sui banchi di uno dei corsi che ha tenuto in passato.

SUL SITO SOLAMENTE RECENSIONI A CINQUE STELLE

I voti dati alle lezioni e agli insegnanti sarebbero dovuti comparire sul sito della Élite football center. Ma, a distanza di mesi e dopo aver sollecitato a Savo la loro pubblicazione, ancora non ce n’è traccia. Sulla pagina compaiono solo 58 recensioni, tutte da cinque stelle: «Un corso serio e affascinante allo stesso tempo», «Beh!!! Che dire!!! L’essenza del calcio!!!», «Lo rifarei milioni di volte», «Oltre ogni mia aspettativa», sono solo alcuni esempi di commenti. Non esistono in Rete altri riscontri e Google rimanda solo agli articoli pubblicitari scritti su Calciomercato.com, che è partner commerciale della scuola.

recensioni corso match analyst mario savo
Tutti entusiasti: 58 ottime valutazioni su 58.

L’80% CE LA FA: MA SU COSA SI BASA LA STATISTICA?

Inoltre quel dato sciorinato sull’80% di candidati che lavorano nel mondo del calcio non sembra avere alcuna chiara valenza statistica. Come è stato ottenuto, visto che per esempio nessuno ha chiesto ai 50 del mio corso, dopo sei mesi, se qualcuno avesse trovato un’opportunità lavorativa? A quando è aggiornato? E soprattutto si riferisce agli studenti che hanno ottenuto un impiego nel mondo del calcio esclusivamente grazie al corso o comprende quelli che già erano inseriti nell’ambiente, comprese le categorie dilettanti e giovanili dove raramente si è pagati?

QUEI COMPLIMENTI (POI CANCELLATI) PER L’INCARICO AL MONZA

Un esempio in questo senso è emblematico. Passati tre mesi dalla fine delle lezioni, ad agosto, il profilo Facebook della Élite football center ha pubblicato la foto di un partecipante del nostro corso, complimentandosi per l’incarico ottenuto al Monza calcio grazie (anche) alla formazione fatta a Milano e risultata dunque decisiva per fare “carriera”. Problema: il ragazzo in questione collaborava già con il Monza prima di iniziare il corso, come raccontato davanti a tutti nelle già citate presentazioni-fiume. E quando la cosa è stata fatta notare con un commento ironico via social («Hai gravi problemi di memoria, era già al Monza, non ci è andato grazie a te»), prima il gestore della pagina si è affrettato a cancellare il commento, poi è sparito proprio l’intero post “celebrativo”.

RIPETIZIONE DELL’ESAME: GRATIS, ANZI A PAGAMENTO

Anche le modalità in cui si è svolto l’esame finale – a cui Savo non ha partecipato per impegni personali – hanno fatto registrare un giallo. Quello della ripetizione in caso di bocciatura. Uno studente, cercando informazioni, si è sentito rispondere dalla segreteria via mail: «Qualora volessi ripetere le prove devi pagare 250 euro venendo in aula solamente il giorno della prova». Ma il regolamento al momento dell’iscrizione diceva altro. E cioè che era possibile rifare l’esame «gratuitamente durante le edizioni successive del corso» per un totale di «massimo due tentativi ulteriori».

La sezione del regolamento sulla ripetizione dell’esame.

Una volta chiesto un chiarimento, la scuola ha risposto che si trattava di un «refuso» perché «purtroppo il sito è in ristrutturazione da qualche mese» ed era una «dicitura delle prime edizioni del corso quando le condizioni contrattuali e il numero di iscritti erano tali da permetterci di far ripetere l’esame gratuitamente». Poi cos’è cambiato? «Sono aumentate le spese in capo all’azienda data l’elevata domanda che registra il corso in oggetto e la necessità logistica di attrezzare aule più grandi, in posizioni cittadine meglio raggiungibili, docenti sempre più preparati e standard qualitativi superiori». Dopo l’eventualità di adire le vie legali “minacciata” dallo studente, la versione di Savo è cambiata ancora: nuovo esame gratis, ma solo entro il 2019.

GLI STAGE: LA GUIDA TELEMATICA DI UN TUTOR CHE NON C’È

Infine, l’ultimo aspetto controverso: gli stage facoltativi a fine corso, definiti «efficaci» e «volti al job placement dei profili». Si tratta(va) di report da stilare entro dicembre 2019 su squadre di calcio a scelta e pubblicati poi sul sito della “Associazione italiana analisti di performance calcio”, di cui Mario Savo è presidente. Un modo per farsi conoscere e guadagnarci in visibilità. Le analisi avrebbero dovuto prevedere «la guida telematica di un tutor». Ma, anche qui, ha funzionato tutto da autodidatti.

LE CORREZIONI: SOLO ORTOGRAFICHE

Niente consigli, feedback, correzioni. Solo risposte stringate e generiche via mail come «Ok!» oppure «Ottima analisi! Ricevuta». E quando gli è stato domandato il perché di questa mancanza, Savo ha risposto di essere «stufo di mettere apostrofi» e che «se devo dire “correggete l’italiano” mi sembra di trattarvi come bambini!». Ma i corsisti volevano una revisione dei contenuti, non ortografica. Savo a fine novembre si è anche lamentato del fatto che lo stage (facoltativo) fosse stato eseguito solo da quattro-cinque persone: «Siete stati poco corretti». Il 9 ottobre ci aveva suggerito nella chat di gruppo di non analizzare squadre straniere, ma di partire da quelle di Serie A in modo da farsi leggere da più persone e addetti ai lavori possibile. Per esempio lavorando sul Milan di Marco Giampaolo. Ma l’allenatore rossonero era stato esonerato giusto il giorno prima.

EPPURE PRIMA «NON SI È MAI LAMENTATO NESSUNO»

La maggior parte delle criticità e delle incongruenze elencate qui sono state sollevate di fronte a Savo, di persona durante le lezioni oppure via messaggio nelle settimane seguenti. La risposta più ricorrente è stata: «Quelli prima di voi non si sono mai lamentati».

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Roma e Milan chiudono le porte al Corriere dello Sport dopo il caso Black Friday

I due club prendono posizione sulla prima pagina del quotidiano che ha scatenato polemiche e accuse di razzismo. Negato l'accesso ai centri tecnici fino al termine del 2019. L'Ordine dei giornalisti: «Sdegno per l'attacco ai colleghi».

Porte chiuse ai giornalisti del Corriere dello Sport fino alla fine dell’anno: lo hanno deciso Roma e Milan, dopo che il quotidiano sportivo aveva titolato nella prima pagina dell’edizione in edicola Black Friday con una foto di Lukaku e Smalling, a proposito della sfida tra Inter e Roma in programma venerdì 6 dicembre. Una scelta che aveva scatenato un vespaio di polemiche e le accuse di razzismo strisciante in arrivo anche dal Regno Unito.

«GIOCATORI, CLUB, TIFOSI E MEDIA DEVONO ESSERE UNITI CONTRO IL RAZZISMO»

I due club, in un comunicato congiunto, «condannano pubblicamente il titolo di oggi del Corriere dello Sport in prima pagina. Crediamo», si legge, «che tutti i giocatori, i club, i tifosi e i media debbano essere uniti nella lotta contro il razzismo nel mondo del calcio ed è responsabilità di tutti noi essere estremamente precisi nella scelta delle parole e dei messaggi che trasmettiamo».

«NEGATO L’ACCESSO FINO ALLA FINE DELL’ANNO»

«In risposta al titolo Black Friday pubblicato oggi dal giornale» – prosegue la nota – «la Roma e il Milan hanno deciso di negare al Corriere dello Sport l’accesso ai centri di allenamento per il resto dell’anno e hanno stabilito che i rispettivi giocatori non svolgeranno alcuna attività mediatica con il giornale durante questo periodo. Entrambi i club sono consapevoli che comunque l’articolo di giornale associato al titolo Black friday contenga un messaggio anti-razzista ed è questa la ragione per la quale sarà vietato l’accesso al Corriere dello Sport solo fino a gennaio. Restiamo totalmente impegnati nella lotta contro il razzismo».

L’ODG: «SDEGNO PER L’ATTACCO AI GIORNALISTI»

Sulla questione è intervenuto anche l’Ordine dei giornalisti, con il presidente Carlo Verna che in una nota ha commentato: «Non ci sto! Devo usare un’espressione storica nel nostro Paese per dare forza allo sdegno per ciò che sta accadendo verso i colleghi del Corriere dello Sport. Tutto quello che la Lega calcio non ha fatto e non fa contro il razzismo, con cori indecenti che impunemente si ascoltano negli stadi senza che mai una partita sia stata definitivamente fermata e senza significative sanzioni per le curve, ora si traduce in una (presunta) ‘esemplare’ squalifica per dei giornalisti che nessuna responsabilità avrebbero, ammesso che i loro capi avessero sbagliato». «A me», prosegue la nota, «non sembra proprio, forse gli inglesi, da cui sarebbe partita la polemica, si sono fermati al titolo, ma Roma e Milan, nonostante la proprietà straniera, l’italiano dovrebbero comprenderlo».

Cosa volete? Forse far dimenticare la polemica di quel dirigente della Lega calcio che piuttosto che impedire i cori razzisti voleva evitarne la percezione della gente

Carlo Verna, presidente dell’Odg

Verna ha aggiunto: «Leggo che, parlando di Lukaku e Smalling, si parla di idoli e si aggiunge che hanno imparato a stimarsi e che hanno preso posizioni forti contro il razzismo: sono i simboli di due squadre. Cosa volete? Forse far dimenticare la polemica di quel dirigente della Lega calcio che piuttosto che impedire i cori razzisti voleva evitarne la percezione della gente, con la conseguenza che il telecronista tenuto a stigmatizzarli e condannarli o l’arbitro che dovrebbe sospendere la partita siano presi per visionari da casa?». Secondo il presidente dell’Odg, «la lotta al razzismo e per il rispetto merita posizioni più serie. La sfida che lanciamo, come giornalisti, è la tolleranza zero su qualsiasi atteggiamento discriminatorio».

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Il caso De Siervo sui cori razzisti negli stadi della Serie A

Diffuso un audio "rubato" in cui l'ad della Lega afferma di aver chiesto ai registi di «spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più». L'interessato si difende e annuncia la querela.

I cori razzisti negli stadi della Serie A fanno il giro del mondo e danneggiano l‘immagine dei club, veicolata anche attraverso i diritti televisivi?

Allora meglio non farli sentire, come fosse polvere da mettere sotto il tappeto.

Fa discutere l’audio “rubato” di Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A, e diffuso in esclusiva dal quotidiano la Repubblica.

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LA CONVERSAZIONE CON SCARONI

L’audio, registrato all’insaputa del protagonista il 23 settembre 2019 durante il consiglio di Lega, raccoglie un dialogo tra lo stesso De Siervo e Paolo Scaroni, presidente del Milan. Scaroni si dice preoccupato: «Sul New York Times hanno fatto un articolo grande così sui buu razzisti». E De Siervo risponde: «Ti faccio una confessione, non la mettiamo a verbale. Ho chiesto ai nostri registi di spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più i cori razzisti».

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PRODOTTI DA VALORIZZARE

De Siervo ha riconosciuto che l’audio è autentico, ma ha annunciato anche di voler sporgere querela: «Nessuna censura, è stato tagliato un audio all’interno di un contesto più grande. Si parlava di produzione televisiva e di come valorizzare al meglio il nostro prodotto. A controllare la regolarità dello svolgimento della gara e documentare a fini legali e sportivi ciò che capita dentro lo stadio ci pensano già gli organi preposti: la polizia, gli ispettori di Lega e Federazione e, non ultimi, gli arbitri. Abbiamo dato istruzioni precise ai registi e sospeso chi, a Cagliari, aveva indugiato troppo sulla curva durante un controllo Var e su chi, a Milano, aveva ripreso l’omaggio della curva interista a Diabolik. Io ho solo suggerito di gestire in maniera più precisa il direzionamento dei microfoni. Capita spesso infatti che da casa si sentano dettagli che allo stadio nemmeno si percepiscono».

E VALORI DA COMUNICARE

Le polemiche, però, non si placano. Un conto è direzionare meglio i microfoni, un altro è spegnerli affinché certi «dettagli» non arrivino nelle case dei telespettatori. Anche perché si tratta dello stesso De Siervo che a ottobre 2019, pochi giorni dopo quel consiglio di Lega, partecipando all’Ey Digital Summit di Capri, dichiarava: «Non comunichiamo solo un evento sportivo, ma un insieme di valori. Negli stadi ci sono i razzisti e noi – che su questo abbiamo tolleranza zero – li andremo a prendere uno per uno. Lo faremo attraverso la tecnologia, grazie al riconoscimento visivo prenderemo il singolo responsabile di un atto e faremo in modo che non entri più in uno stadio».

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