Benjamin Netanyahu ha annunciato di essere guarito da un tumore alla prostata. L’annuncio è arrivato tramite un post su X nel giorno in cui è stata pubblicata la valutazione annuale del suo stato di salute. Il primo ministro israeliano ha ricostruito personalmente le fasi della malattia, raccontando di essere stato operato un anno e mezzo fa per un ingrossamento benigno della prostata. Poi, nell’ultimo controllo, la scoperta di «un minuscolo alone di meno di un centimetro che, dagli esami, è emerso che si trattava di uno stadio iniziale molto precoce di tumore maligno, senza alcuna diffusione o metastasi». Davanti alla scelta se «convivere con esso, come fanno molti» o sottoporsi a cure per «eliminare il problema” ha optato per la seconda strada».
היום התפרסם הדו״ח הרפואי השנתי שלי.
ביקשתי לעכב את פרסומו בחודשיים כדי שהוא לא יפורסם בשיא המלחמה על מנת שלא לאפשר למשטר הטרור באיראן להפיץ עוד תעמולת כזב נגד ישראל.
אני מבקש לשתף אתכם בשלושה דברים:
1 – ברוך השם, אני בריא.
2 – אני בכושר גופני מצויין.
3 – הייתה לי בעיה…
— Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) April 24, 2026
«Grazie a Dio ho sconfitto anche questo»
«Ho subito un trattamento mirato che ha eliminato il problema senza lasciarne traccia», ha evidenziato Netanyahu spiegando di essersi sottoposto a sedute di radioterapia mentre continuava a lavorare. «L’alone è scomparso completamente. Grazie a Dio, ho sconfitto anche questo». Il premier ha altresì aggiunto di aver chiesto che la pubblicazione del rapporto sulle sue condizioni di salute fosse posticipata di due mesi «affinché non venisse diffusa al culmine della guerra, per non consentire al regime terroristico iraniano di diffondere altra propaganda menzognera contro Israele».
Ormai c’è la fila: gli eredi dei grandi del passato chiamati per “valorizzare” le politiche del governo di Giorgia Meloni e delle Regioni guidate dal destra-centro continuano a dire no. Una contestazione cominciata con la famiglia di Enrico Matteiche non vuole vedere il cognome del patron dell’Eni accostato al progetto per l’Africa della premier. Adesso anche gli eredi di Gio Ponti puntano i piedi: il nipote del grande architetto Salvatore Licitra, curatore dei Gio Ponti Archives, e Paolo Rosselli, altro nipote che cura l’archivio epistolare, hanno inviato una diffida formale a Regione Lombardia e all’Adi (Associazione design industriale, di cui Ponti fu tra i fondatori) perché affermano di non essere stati consultati in merito alla convenzione siglata tra Regione e Adi per creare uno spazio espositivo Gio Ponti all’interno dell’Adi Museum, ricordando che ogni uso del nome e delle opere di Ponti deve avere il loro benestare.
Federica Caruso tra Ignazio La Russa e Gianmarco Mazzi alla Scala (Imagoeconomica).
L’accordo è stato celebrato da Francesca Caruso, assessora regionale alla Cultura di fede larussiana, e dal presidente della commissione Cultura della Camera, il melonianissimo Federico Mollicone. L’Adi contesta questa ricostruzione e assicura che il progetto è stato approvato dagli eredi. Mentre gli interessati, come scrive Repubblica, non vogliono che il nome del grande designer sia associato alla destra, magari con la scusa della sua fervente fede cattolica e della sua attività durante il Ventennio. Comunque, alcune straordinarie opere di Ponti sono state acquisite, nel corso dei decenni, da un “collezionista finissimo” come Marcello Dell’Utri…
Federico Mollicone (Imagoeconomica).
Ndo sta Veltroni?
Venerdì mattina nella nuova sede Rai di via Alessandro Severo i giornalisti lo aspettavano. Ma nulla, Walter Veltroni alla conferenza stampa di presentazione della fiction Buonvino. Misteri a Villa Borgheseispirata ai suoi romanzi gialli che sarà trasmessa su Rai 1 il 7 e il 14 maggio, non si è fatto vedere. Del resto, nel comunicato Raiche annunciava l’evento il nome dell’ex sindaco di Roma non compariva. Una dimenticanza assai strana, anche alla luce dei comunicati diffusi per altre serie come Imma Tataranni, l’avvocato Guerrieri, Màkari e Rocco Schiavone in cui sono sempre stati citati gli autori dei romanzi ispiratori: Mariolina Venezia, Gianrico Carofiglio, Gaetano Savatteri e Antonio Manzini. Visto lo sgarbo, o presunto tale, perché Veltroni avrebbe dovuto partecipare? Se non altro perché nell’invito diffuso dalla casa di produzione della fiction, la Palomar, il suo nome compariva come consulente editoriale…
Walter Veltroni (foto Imagoeconomica).
Biennale, niente premi a Russia e Israele
«Xe pèso el tacòn del buso», hanno sibilato a Venezia dopo la decisione della “giuria” della Biennale di escludere dai premi Russia e Israele in quanto «i leader dei due Paesi sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale». Un po’ come giocare un Mondiale, vincere le partite e non poter sollevare la coppa. La decisione, ovviamente, è un maldestro tentativo di togliere le castagne dal fuoco a Pietrangelo Buttafuoco, lasciato solo a inaugurare l’edizione 2026 della Biennale. Fatto sta che il risultato, a sentire i veneziani, appare ridicolo…
Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).
Tajani mostra i muscoli con la festa del Ppe
Una folla per Antonio Tajani. Il leader di Forza Italia mostra i muscoli (o quantomeno ci prova) per far vedere a Marina Berlusconi quanto ancora conta. In Europa, innanzitutto. Venerdì pomeriggio si tiene la kermesse 50 PPE, liberi forti, popolari al Salone delle Fontane, all’Eur, il quartiere «più facile da raggiungere per chi sbarca in aereo a Fiumicino», per celebrare il mezzo secolo dei Popolari europei.
Chi ci sarà alla giornata organizzata da Forza Italia? Aprono i lavori, Fulvio Martusciello, capodelegazione dei forzisti al Parlamento Europeo, Enrico Costa, nuovo capogruppo alla Camera, Roberta Metsola presidente del Parlamento Ue e il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar. A seguire, sono previsti interventi di Deborah Bergamini, Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa, Antonio De Poli, Dieter Steger presidente del Südtiroler Volkspartei, Paolo Alli, presidente di Alternativa Popolare, Giuseppe De Mita, segretario di Base Popolare, Damijan Terpin, presidente di Slovenska Skupnost, Raffaele Lombardo, fondatore del Movimento per le Autonomie Sicilia. E, ancora, di Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl – sindacato ora in rotta con Giorgia Meloni – e di Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti dato tra i favoriti per il dopo-Fontana in Lombardia.
Daniela Fumarola (Imagoeconomica).
Tra i relatori figurano anche Maurizio Gasparri e Stefania Craxi dopo lo scambio di poltrone (il primo è stato costretto a lasciare quella di capogruppo a Palazzo Madama alla seconda sostituendola alla presidenza della commissione Esteri e Difesa del Senato); Simone Leoni segretario dei Giovani azzurri; l’eurodeputata Letizia Moratti, Barbara Cimmino vicepresidente di Confindustria, l’ex numero 1 degli Industriali Antonio D’Amato ora presidente di Seda International Packaging Group. Chiudono i lavori Dolors Montserrat, segretario generale del Partito Popolare Europeo,il presidente Manfred Weber, e ovviamente Tajani. Con buona pace di Marina…
Antonio Tajani e Manfred Weber (Imagoeconomica).
Chi si rivede? Maria Teresa Armosino
Chi si ricorda di Maria Teresa Armosino? La Fondazione Cassa di Risparmio di Asti ha ufficializzato i propri rappresentanti nel cda della Banca di Asti. Nella lista appare il nome di Armosino, classe 1955, già presidente della Provincia dal 2008 al 2012, e prima ancora sottosegretaria all’Economia e Finanze quando al governo c’era Silvio Berlusconi, dal 2001 al 2006. Uscita ufficialmente dalla politica per tornare alla professione legale, aveva tentato di diventare presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti con l’aiuto degli industriali.
Maria Teresa Armosino in uno scatto del 2008 (Imagoeconomica).
Un Caravaggio per la signora Previti
Giovedì pomeriggio culturale a Roma con la presentazione, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, del nuovo libro di Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese, dedicato a Caravaggio e pubblicato da Mondadori. A dialogare con l’autrice, la firma di Repubblica Dario Pappalardo. Chissà se si è accorto che ad ascoltare la presentazione, tra il pubblico, c’era la moglie di Cesare Previti, Silvana.
Cesare Previti e la moglie Silvana (Imagoeconomica).
Un pool di banche formato da BofA Securities, BNL BNP Paribas, Crédit Agricole Italia, Crédit Agricole Corporate and Investment Bank Milan Branch, Intesa Sanpaolo (IMI CIB), Mediobanca e Rabobank – che hanno agito in qualità di finanziatori e congiuntamente a BNP Paribas Italian Branch, anche in qualità di mandated lead arrangers – ha sottoscritto un contratto di finanziamento con il Gruppo Lavazza, fra le aziende leader a livello globale nel mercato del caffè. Nell’ambito dell’operazione, hanno agito in qualità di sustainability coordinator BNP Paribas Italian Branch e Intesa Sanpaolo (IMI CIB) che ha svolto anche il ruolo di agent.
Il finanziamento è legato a specifici obiettivi Esg di Lavazza
L’importo complessivo di 900 milioni di euro è articolato in una linea di credito Term Loan e una linea di credito Revolving, entrambe con durata di cinque anni, ed è finalizzato a generiche esigenze del Gruppo. Il finanziamento è legato a specifici obiettivi Esg di Lavazza, con la previsione di un meccanismo premiante collegato al raggiungimento di determinati parametri di sostenibilità. Le banche sono state assistite dallo studio legale Hogan Lovells, mentre Lavazza è stata assistita dallo studio legale Eversheds Sutherland.
Chiara Petrolini, la ragazza di 22 anni di Traversetolo (Parma) accusata di aver ucciso e sepolto nel giardino di casa due neonati partoriti nel 2023 e 2024, è stata condannata a 24 anni e tre mesi. Lo ha deciso la Corte di assise di Parma, presieduta dal giudice Alessandro Conti, che l’ha condannata per l’omicidio del secondo figlio e assolta da quello del primogenito. I giudici hanno anche riqualificato una delle due soppressioni di cadavere, quella relativa al secondo figlio, nel meno grave reato di occultamento di cadavere. Anche il gip di Parma che a settembre 2024 aveva disposto i domiciliari aveva aderito a questa tesi. Chiara Petrolini ha assistito impassibile alla lettura della sentenza, dopodiché è uscita dall’aula accompagnata dai carabinieri. La procura aveva chiesto una condanna a 26 anni.
La Roma ha ufficializzato la fine del rapporto con l’ex tecnico Claudio Ranieri, che da luglio 2025, data della scadenza del contratto e del ritiro da allenatore, ricopriva l’incarico di senior advisor del club giallorosso. La fine del rapporto arriva dopo settimane di tensione tra Ranieri e l’attuale allenatore Gian Piero Gasperini.
«L’AS Roma comunica che il rapporto con Claudio Ranieri è terminato. Il Club desidera ringraziare Claudio per il suo significativo contributo alla Roma. Ha guidato la squadra in un momento molto difficile e saremo sempre grati per i suoi sforzi», si legge in una nota. «Guardando al futuro, la nostra direzione è chiara. Il Club è solido, con una leadership forte e una visione ben definita. «L’AS Roma verrà sempre al primo posto. Abbiamo piena fiducia nel percorso che ci attende sotto la guida tecnica di Gian Piero Gasperini, con l’obiettivo condiviso di crescere, migliorare e ottenere risultati all’altezza della nostra storia».
Gian Piero Gasperini (Ansa).
Pronto a lasciare anche Massara
Ranieri lascia così la Roma dopo un’avventura da calciatore (1973-74), tre da allenatore (2009-2011, 2019, 2024-2025) e l’ultima, appunto, da consulente. Nel comunicato, come sottolinea il Corriere dello Sport, non ci sono riferimenti a dimissioni, risoluzioni o licenziamenti. Questo perché ci sarebbero ancora questioni in mano ai legali. Resta in bilico il direttore sportivo Frederic Massara, legato a doppio filo a Ranieri: secondo quanto filtra da Trigoria sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni.
Claudio Ranieri e Frederic Massara (Imagoeconomica).
L’Aula della Camera ha approvato in via definitiva il decreto Sicurezza con 162 voti a favore, 102 contrari e un astenuto. Un voto lampo per evitare che scadessero i termini per la conversione in legge, fissati per il 25 aprile, caratterizzato dalla protesta delle opposizioni che, in apertura della seduta, si sono alzati in piedi e hanno cantato Bella Ciao. «Colleghi, abbiamo capito su, dobbiamo proseguire i nostri lavori», ha redarguito il presidente di turno Fabio Rampelli. In risposta, i deputati di Fratelli d’Italia hanno intonato l’inno di Mameli alla fine della seduta. In Aula c’erano soltanto due ministri, dell’Interno Matteo Piantedosi e del Turismo Gianmarco Mazzi. C’erano anche i sottosegretari ai Rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano e Paolo Barelli, e quello all’Interno, Nicola Molteni. In giornata dovrebbe arrivare anche il decreto correttivo che abroga, dopo i rilievi del Colle, la norma sui compensi agli avvocati per incentivare i rimpatri.
Gli interventi dell’opposizione si sono tutti concentrati sull’anniversario della liberazione. «Dobbiamo difendere la nostra Costituzione e la nostra democrazia anche da una parte della destra che oggi governa ma ancora non riesce a fare i conti con la storia e dirsi chiaramente antifascista perché il 25 aprile è divisivo solo per chi ha nostalgie che noi non accetteremo mai», ha detto la capogruppo del Pd Chiara Braga intervenendo con il fazzoletto dell’Anpi al collo. «Ricordare la resistenza significa capire che la democrazia si conquista ogni giorno. Viva la resistenza, l’Italia libera, la Repubblica e il 25 aprile». «La ricorrenza del 25 aprile fu voluta da De Gasperi come festa di tutti gli italiani», ha replicato il deputato di FdI Gianfranco Rotondi. Pronta la controreplica di Nicola Fratoianni di Avs: «Il 25 aprile è la festa di chi è morto per consentire anche a voi, che ha nel simbolo la fiamma del Movimento sociale italiano, di parlare in un’Aula della Repubblica. Affermare che cantare Bella ciao, una canzone che viaggia sotto braccio all’inno nazionale – perché l’antifascismo è la religione civile di questo Paese – è un atto divisivo, è un comportamento peloso». Per Luca Squeri di Forza Italia la canzone viene usata «come uno strumento di propaganda» e «il 25 aprile deve essere un momento unificante per l’Italia che, grazie a quel momento che visse, riuscì a scrivere questa Costituzione».
Il nuovo corso di Banca Monte dei Paschi di Siena ha preso forma con la prima riunione del cda, che ha definito il nuovo ticket di vertice e più in generale la riorganizzazione interna, senza alcuno spazio concesso alla minoranza. Luigi Lovaglio è stato confermato amministratore delegato e direttore generale. Cesare Bisoni, che tra il 2019 e il 2021 ha presieduto Unicredit, è stato investito della carica di presidente. Ha prevalso dunque la linea della lista Plt, promossa dall’imprenditore Pierluigi Tortora, che era uscita vincitrice dall’assemblea del 15 aprile.
La maggioranza ha deciso di non aprire al confronto
Le decisioni sono state approvate a maggioranza, con il voto favorevole degli otto consiglieri – sui 15 totali – espressione di Plt Holding (tra cui gli stessi Lovaglio e Bisoni), senza il coinvolgimento delle minoranze. A votare in senso contrario sono stati i sei membri della lista del cda uscente e quello espresso dalla lista di Assogestioni. Secondo quanto scrive Adnkronos da fonti ben informate, i consiglieri che si sono opposti alla nomina di Bisoni sarebbero stati anche pronti a votare Lovaglio come ceo, qualora la presidenza fosse stata assegnata a un profilo super partes. Ma la maggioranza ha deciso di non aprire al confronto, forte dei voti necessari per imporre il suo ticket. Nominati anche i due vicepresidenti, sempre della lista Plt: Flavia Mazzarella, ex presidente di Bper; e Carlo Corradini, ex consigliere delegato di Banca Imi.
Le voci sulla cessione della partecipazione in Generali
Secondo il Financial Times, che cita cinque fonti vicine a Siena, Lovaglio starebbe valutando la cessione della partecipazione di Mps in Generali tramite Mediobanca (il 13,2 per cento, valutato attorno ai 7,4 miliardi di euro) per finanziare l’acquisizione di Banco Bpm. Tra le opzioni vagliate al momento, scrive il Ft, ci sono la vendita dell’intero pacchetto a investitori italiani, con Unicredit e Intesa Sanpaolo tra i candidati, e la distribuzione della quota agli azionisti Mps come dividendo straordinario. Rocca Salimbeni ha però smentito.
Il tribunale di Sorveglianza di Roma ha dato il via libera alla riduzione di pena per Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma che sta scontando in carcere a Rebibbia una condanna a un anno e 10 mesi per traffico di influenze. I giudici hanno accolto l’istanza ex articolo 35ter dell’ordinamento penitenziario che riconosce i giorni di riduzione «a causa delle condizioni inumane e degradanti da lui subite» presentata dalla difesa. La pena sarà così ridotta di 39 giorni e Alemanno sarà scarcerato il 24 giugno. «Una piccola grande vittoria», ha commentato il suo avvocato Edoardo Albertario, «perché è un’ordinanza che certifica la battaglia che Alemanno sta conducendo contro il sovraffollamento carcerario».
Perché si trovava in carcere
Alemanno avrebbe dovuto scontare la sua pena svolgendo attività presso la struttura Solidarietà e Speranza che si occupa di famiglie in difficoltà e di vittime di violenze. Ma era stato accusato di «gravissima e reiterata violazione delle prescrizioni imposte», in quanto avrebbe presentato falsa documentazione per giustificare impegni lavorativi ed evitare i servizi sociali. Avrebbe inoltre incontrato in tre occasioni tra marzo e settembre 2025 un pregiudicato, condannato in via definitiva nel 2018 a quattro anni e sei mesi. Di qui la revoca dei servizi sociali e la decisione della carcerazione.
Le scorte di missili e armi statunitensi si sono notevolmente ridotte a causa della guerra con l’Iran. Lo scrive il New York Times, che cita valutazioni interne del Dipartimento della Difesa e fonti del Congresso. Gli Stati Uniti avrebbero utilizzato 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio (progettati per un eventuale conflitto con la Cina); 1.000 missili da crociera Tomahawk (il Pentagono ne acquista 100 ogni anno); 1.200 missili intercettori Patriot (ognuno costato più di 4 milioni di dollari); e 1.000 missili di precisione e missili terrestri. Secondo le stime, gli Stati Uniti hanno speso tra 28 e 35 miliardi di dollari durante la guerra, quasi uno al giorno. Costi enormi e scorte prosciugate: il Nyt afferma che il conflitto in Medio Oriente ha reso gli Usa meno preparati ad affrontare potenziali nemici come Russia e la già citata Cina.
Gli Stati Uniti starebbero pianificando attacchi all’Iran nello Stretto di Hormuz
L’articolo del New York Times, su un tema di cui si è già scritto in passato, è arrivato nel giorno in cui la Cnn, ha riferito che le forze armate americane stanno preparando piani di emergenza per colpire le difese iraniane nello Stretto di Hormuz, qualora saltasse la tregua con l’Iran. Rivendicando il «controllo totale» del braccio di mare, Donald Trump – che ha «ordinato di distruggere qualsiasi imbarcazione posizioni mine» – ha perlomeno dichiarato che non ci sarà bisogno di usare l’arma nucleare in Medio Oriente. Dove intanto è arrivata la portaerei USS George H.W. Bush.
A maggio 2026 Meta Platforms effettuerà 8 mila licenziamenti, pari al 10 per cento del personale, per snellire le proprie operazioni e finanziare ingenti investimenti nell’intelligenza artificiale. Lo ha riferito l’azienda in una nota interna, visionata dal Wall Street Journal. Nel promemoria inviato ai dipendenti, la chief people officer Janelle Gale ha rilevato che i tagli si sono resi necessari per consentire all’azienda di operare in modo più efficiente e per compensare i propri investimenti. «Non si tratta di una scelta facile e comporterà il dover far andare via persone che hanno fornito contributi significativi a Meta durante la loro permanenza qui», ha scritto Gale. L’azienda ha inoltre fatto sapere che annullerà i piani di assunzione per 6 mila posizioni aperte, come indicato nella nota.
Andrea Agnelli torna nel mondo dello sport come investitore con il lancio di Gamma Waves Partners, società con sede ad Amsterdam che, come spiega il Financial Times, «punterà su competizioni e formati innovativi, squadre, atleti e tecnologie per aumentare il coinvolgimento dei tifosi». Gamma Waves Partners gestirà capitali investiti dall’ex presidente della Juventus e da altri cofondatori, tra cui l’ex calciatore bianconero Giorgio Chiellini e Rocco Benetton, valutando – viene spiegato – anche il finanziamento di imprese attive nei contenuti generati dall’IA.
Andrea Agnelli (Imagoeconomica).
Andrea Agnelli è stato presidente della Juventus dal 2010 al 2022
Gamma Waves Partners ha già ottenuto impegni di finanziamento per 55 milioni di euro su un obiettivo di 100. Agnelli, presidente della Juventus dal 2010 al 2022, ha lasciato il club a seguito dell’inchiesta “Prisma” sulle plusvalenze e a settembre del 2025 ha ricevuto una condanna sospesa a 20 mesi nell’ambito di un patteggiamento, definendo la scelta «sofferta ma giusta» (non ha mai ammesso alcuna colpa) per chiudere il contenzioso penale. «Ho appena compiuto 50 anni, quindi c’è abbastanza spazio per scrivere un’altra pagina entusiasmante», ha detto al Ft.
Gli Stati Uniti starebbero valutando opzioni per punire i paesi Nato che non li hanno aiutati nella guerra contro l’Iran. Lo ha dichiarato un funzionario americano all’agenzia di stampa Reuters, secondo cui un’e-mail interna del Pentagono descrive le possibilità che gli Usa stanno vagliando in tal senso. Tra le opzioni sul tavolo ci sarebbero la sospensione della Spagna dall’alleanza e la revisione della posizione americana sulla rivendicazione britannica delle Isole Falkland. Altre opzioni sono dettagliate in un rapporto che esprime frustrazione per la percepita riluttanza o il rifiuto di diversi alleati degli Stati Uniti di concedere loro l’accesso, ad esempio, a basi o voli attraverso il loro spazio aereo in base al trattato Nato.
Sanchez: «Valgono solo gli atti formali»
Interpellato sulla vicenda, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha così dichiarato a margine del vertice Ue informale di Cipro: «Non ci basiamo sulle e-mail. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative, in questo caso degli Stati Uniti».
Il cessate il fuoco tra Israele e Libano, in vigore da dieci giorni e in scadenza, è stato esteso di tre settimane. Lo ha annunciato Donald Trump dopo l’incontro alla Casa Bianca tra gli ambasciatori di Tel Aviv e Beirut, al secondo ciclo di negoziati. Esprimendo fiducia sulla possibilità di definire un accordo di pace permanente entro la fine del 2026 («Ci sono ottime probabilità. Penso che sia un obiettivo facile da centrare»), il tycoon ha poi dichiarato di aspettarsi che i leader dei due Paesi, dunque il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun, lo incontrino nel corso delle prossime due settimane.
Gannon Ken Van Dyke, un soldato Usa coinvolto nell’operazione per catturare e destituire il presidente venezuelano Nicolas Maduro, è stato arrestato con l’accusa di aver utilizzato informazioni riservate a scopo di lucro, in particolare per scommettere sulla piattaforma Polymarket proprio sulla cattura del dittatore. Il sito permette agli utenti di scommettere in criptovalute sulla previsione che un certo evento accadrà o non accadrà o sulla sua data. Van Dyke, che era impegnato nell’operazione da un mese e aveva firmato accordi di riservatezza in cui si impegnava a non divulgare informazioni riservate o sensibili relative ad essa, avrebbe scommesso 32.500 dollari (circa 28 mila euro) sul fatto che Maduro sarebbe stato destituito entro il 31 gennaio del 2026. Il soldato avrebbe effettuato la maggior parte delle scommesse (13 in totale) nella notte del 2 gennaio, il giorno dell’operazione, vincendo più di 400 mila dollari (più di 340 mila euro). Subito dopo, avrebbe trasferito la maggior parte del denaro vinto in un portafoglio di criptovalute all’estero e chiesto a Polymarket di cancellare il suo account. Il militare è ora accusato di frode finanziaria e telematica e dell’utilizzo di informazioni riservate a scopo di lucro. Rischia fino a 60 anni di carcere.
Ci mancava giusto la serie sui gialli di Walter Veltroni. E invece mamma Rai non dimentica mai nessuno, soprattutto se sei una personalità ancora con un certo potere, come lo è l’ex segretario del Partito democratico. Che, tra le sue mille attività, compreso scrivere assiduamente come editorialista per il Corriere della Sera (diretto dal suo collega ai tempi della direzione de l’Unità, Luciano Fontana), dal 2019 si è inventato pure giallista, con romanzi che hanno per protagonista Giovanni Buonvino, che indaga su fatti, delitti e misteri avvenuti in quel di Roma, a Villa Borghese o nelle immediate vicinanze.
L’ultimo libro di Veltroni su Buonvino.
Una fiction in due puntate con protagonista Giorgio Marchesi
«Giovanni Buonvino, amante della buona cucina, psicologo, solitario e nostalgico, preferisce l’intuizione all’uso della pistola», recita la descrizione dell’IA di Google. I gialli in questione sono sei, di cui l’ultimo uscito proprio a inizio 2026: Buonvino e l’omicidio dei ragazzi. Gli altri, a partire dal 2019, sono Assassinio a Villa Borghese, C’è un cadavere al Bioparco, Buonvino e il caso del bambino scomparso, Buonvino tra amore e morte, Buonvino e il circo insanguinato, tutti pubblicati da Marsilio. E ora la Rai ne fa una fiction: Buonvino. Misteri a Villa Borghese è il titolo, per due puntate programmate in prima serata su Rai 1 il 7 e il 14 maggio, entrambe di giovedì, con protagonista Giorgio Marchesi, per la regia di Milena Cocozza, mentre la realizzazione è di Palomar di Carlo Degli Esposti, la stessa casa di produzione della serie su Montalbano.
Nei comunicati passati si è sempre citato l’autore dei romanzi
Un fatto curioso, però, è che nel comunicato che annuncia la conferenza stampa in programma venerdì alle 12 nella nuova sede Rai di Via Alessandro Severo a Roma non ci sia alcun riferimento a Veltroni. Da nessuna parte si dice che la serie su Buonvino è basata sui romanzi dell’ex sindaco di Roma. Una dimenticanza assai strana. Anche a vedere altri comunicati precedenti: per esempio, per Imma Tataranni, l’avvocato Guerrieri, Màkari e Rocco Schiavone c’è sempre un accenno al fatto che le serie sono tratte dai romanzi di Mariolina Venezia, Gianrico Carofiglio, Gaetano Savatteri e Antonio Manzini.
Walter Veltroni (foto Imagoeconomica).
Così come nella presentazione di Malinconico avvocato d’insuccesso è spiegato che sono storie tratte dai romanzi di Diego Da Silva. O quella sul commissario Ricciardi, ispirata ai libri di Maurizio De Giovanni. Anzi, a volte l’autore è anche stato presente alle conferenze stampa, magari perché ha collaborato alla sceneggiatura.
L’asciutta sinossi senza alcun riferimento all’ex sindaco di Roma
Qui, invece, di Veltroni non si fa menzione alcuna. «La vita sembra dare a Giovanni Buonvino, da anni relegato a un incarico burocratico e noioso, una seconda possibilità: il comando di un commissariato. Peccato che sia quello di Villa Borghese, nel grande cuore di Roma, dove non accade mai nulla. O forse no», è la sinossi che si legge nel comunicato. E stop. Nessun riferimento ai libri dell’ex segretario e fondatore del Pd.
Una vita extrapolitica fatta di libri, film, documentari…
Veltroni, nella sua carriera extrapolitica, ha pubblicato diversi libri, come La scoperta dell’alba e Senza Patricio, e ha pure diretto film e documentari, come Quando c’era Berlinguer, I bambini sanno e C’è tempo, alcuni trasmessi anche dalla tivù pubblica. «Forse c’è stata una dimenticanza, ma poi in conferenza stampa si farà menzione ai romanzi di Veltroni», spiegano da Via Asiago.
Elly Schlein con Maria Pia Ammirati, direttrice di Rai Fiction (foto Imagoeconomica).
Dito puntato sulla Rai destrorsa e meloniana
Qualcuno però, dentro mamma Rai, non è convinto. Anche perché i comunicati stampa sono vergati con la massima attenzione e una mancanza così non passa inosservata. Vengono date due spiegazioni: o nella Rai destrorsa e meloniana fare una fiction sui libri di Veltroni non va bene e quindi si vuol far passare la cosa sottotraccia (la direttrice di Rai Fiction Maria Pia Ammirati è considerata vicina al Pd, ma va molto d’accordo con l’amministratore delegato Giampaolo Rossi). Oppure, visto che c’è di mezzo un ex politico ancora ben presente e consultato nel dibattito pubblico, meglio lasciare la cosa sullo sfondo, senza enfatizzarla.
L’assemblea straordinaria degli azionisti di Warner Bros. Discovery ha approvato l’acquisto della società da parte di Paramount Skydance, che a febbraio in extremis aveva fatto pervenire un’offerta da 111 miliardi di dollari, sopravanzando Netflix. Che a quel punto aveva deciso di non rilanciare, dopo aver siglato già a dicembre 2025 un accordo da 83 miliardi con Warner per rilevare buona parte del suo business.
La sede di Paramount (Ansa).
La proposta di Paramount riguarda l’intera società
«Apprezziamo il sostegno degli azionisti nel valorizzare il nostro portafoglio di contenuti», ha dichiarato il presidente di Warner Bros. Discovery Samuel A. Di Piazza Jr., sottolineando che l’operazione permetterà di creare un gruppo in grado di ampliare l’offerta per i consumatori e sostenere l’industria creativa globale. La proposta di Paramount riguarda – a differenza di quella di Netflix – l’intera società: l’operazione è destinata a creare un gruppo media capace di competere per dimensioni con The Walt Disney Company e NBCUniversal, controllata da Comcast.
David Zaslav (Ansa).
Gli azionisti hanno detto no alla maxi buonuscita per il ceo
L’amministratore delegato di WBD David Zaslav ha definito il via libera degli azionisti, arrivato con ampia maggioranza, «una tappa chiave» verso il completamento della transazione, che darà appunto vita a una media company di nuova generazione. Gli stessi azionisti, sul fronte della governance, hanno però respinto il maxi-compenso da 500 milioni di dollari previsto come buonuscita per Zaslav.
L’offerta di Paramount è stata sostenuta da Trump
La proposta di Paramount è stata sostenuta da Donald Trump: l’amministratore delegato della società, David Ellison, è figlio di quel Larry imprenditore e magnate della tecnologia, noto principalmente come cofondatore di Oracle e amico di vecchia data del presidente Usa. Il closing dell’operazione è atteso nel terzo trimestre del 2026, subordinato alle consuete condizioni, tra cui le autorizzazioni regolatorie.
Rocco Casalino tenta il rientro in politica, anche se non esattamente dalla porta principale. L’ex portavoce di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi si è infatti candidato al Consiglio comunale di Ceglie Messapica (Brindisi), la sua città d’origine. Alle Amministrative che si terranno il 24 e il 25 maggio Casalino correrà in una lista del centrosinistra a sostegno della sindaca uscente Agata Scarafilo, che comprenderà rappresentanti del Movimento 5 stelle e della società civile.
Giuseppe Conte e Rocco Casalino (Imagoeconomica).
ROCCO CASALINO M5S
Casalino: «Momento storico in cui non si può restare neutrali né sottrarsi»
«Sono convinto che questo sia un momento storico in cui non si può restare neutrali né sottrarsi: bisogna scegliere se limitarsi a osservare la crescita di queste destre o lavorare per indebolirle. Credo che si debba partire dal livello locale», ha dichiarato Casalino in una nota, aggiungendo che «far vincere, nei Comuni, le forze che si oppongono a queste destre significa iniziare a costruire il terreno per le prossime elezioni politiche». E poi: «Ogni vittoria locale contribuisce a generare un’onda positiva che rafforza un fronte largo contro una deriva che considero pericolosa e dannosa per il Paese».
Dopo la nomina a sottosegretario del vicesindaco di Palermo, Giampiero Cannella, al ministero della Cultura potrebbero liberarsi altre poltrone. Il meloniano Cannella, subentrando a Gianmarco Mazzi – volato (si fa per dire) alla guida del Turismo – avrebbe “soffiato” il posto a Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica del MiC e vicinissimo a Giovanbattista Fazzolari. Ma per il figlio del noto esponente di Avanguardia nazionale scomparso a febbraio 2026, sarebbe pronta un’altra sistemazione. Si vocifera infatti che potrebbe essere nominato Direttore generale della Creatività Contemporanea al posto di Angelo Piero Cappello in carica dal 2023.
Angelo Piero Cappello (Imagoeconomica).
Merlino – storico, attore, sceneggiatore e scrittore – come scriveva il Patriota nel 2019 in occasione della sua nomina a coordinatore regionale Cultura di FdI nel Lazio, ha al suo attivo «numerose pubblicazioni e collaborazioni con importanti trasmissioni televisive di approfondimento culturale. Membro dell’ufficio studi del Senato di Fratelli d’Italia, vicepresidente del Comitato 10 Febbraio (ente che si occupa di tutelare e promuovere la memoria degli esuli giuliani, istriani, dalmati e di non dimenticare la tragedia delle foibe), membro del comitato scientifico del MODAVI ONLUS (ente di promozione sociale), attivo con varie associazione nella riqualificazione della periferia romana». Merlino è anche autore di fumetti come Foiba Rossa. Norma Cossetto: storia di un’italianae Nazario Sauro. Figlio dell’Istria, eroe d’Italia. I maligni sostengono che il passaggio di consegne sarà annunciato solo dopo il 25 aprile, per evitare di dare fuoco a polveri già incandescenti.
Il Tar della Lombardia ha respinto i ricorsi contro l’intitolazione dell’aeroporto di Milano Malpensa a Silvio Berlusconi presentati dai Comuni di Milano, Cardano al Campo, Samarate e Somma Lombardo. I giudici hanno stabilito che questi ultimi non hanno titolo per opporsi a una decisione che rientra nella sfera di competenza statale e che ha natura prevalentemente simbolica. L’intitolazione di un aeroporto, ha chiarito il Tar, non può essere assimilata a quella di strade o piazze, ambito in cui i Comuni esercitano poteri diretti, perché sono infrastrutture appartenenti al demanio statale e funzionali a interessi di rilievo nazionale e internazionale (come il trasporto di persone e merci). Gli enti locali ricorrenti, dunque, non sono titolari di una posizione giuridica qualificata tale da giustificare il ricorso. L’intitolazione viene inoltre qualificata come atto dal valore essenzialmente onorifico, privo di effetti lesivi immediati per i territori coinvolti.
Soddisfazione dall’Enac
Contattato dal Corriere della sera, il presidente dell’Enac Pierluigi Di Palma ha così commentato la decisione del tribunale: «Grande soddisfazione per la pronuncia del Tar che, dichiarando inammissibile e infondate le censure del Comune di Milano e degli altri comuni limitrofi a Malpensa, conferma l’intitolazione dello scalo lombardo a Silvio Berlusconi così come deliberato da Enac con delibera strategica approvata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini».
«Ho ordinato alla Marina degli Stati Uniti di sparare e distruggere qualsiasi imbarcazione, anche piccola (tutte le loro navi da guerra, ben 159, sono sul fondo del mare!), che stia posando mine nelle acque dello Stretto di Hormuz». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, riferendosi alle navi dell’Iran, sottolineando che «non ci deve essere alcuna esitazione». Il presidente Usa ha poi aggiunto: «I nostri dragamine stanno bonificando lo stretto proprio ora. Ordino pertanto che tale attività continui, ma a un livello triplicato!».
Trump, rivendicando il pieno controllo di Hormuz, ha poi affermato che l’Iran non sa chi è il proprio leader: «La lotta intestina tra i “falchi”, che stanno perdendo molto sul campo di battaglia, e i “moderati”, che non sono affatto moderati (ma stanno guadagnando rispetto!), è pazzesca! Abbiamo il controllo totale». E poi: «Nessuna nave può entrare o uscire senza l’approvazione della Marina degli Stati Uniti. È ‘sigillato ermeticamente‘ fino a quando l’Iran non sarà in grado di concludere un accordo» .
Il piano dell’Iran per il «controllo sovrano» su Hormuz
I proclami di Trump sono una replica alle parole di Fadahossein Maleki, membro della commissione per la Sicurezza nazionale e la Politica estera del parlamento, il quale ha dichiarato che il parlamento di Teheran e il consiglio supremo di Sicurezza nazionale stanno intanto esaminando congiuntamente un piano per «il controllo sovrano» sullo Stretto di Hormuz. Teheran ha inoltre fatto sapere di aver depositato presso la Banca centrale iraniana i primi proventi del pedaggio imposto nello stretto.
Trump ha appena licenziato il segretario alla Marina
L’annuncio di Trump sulle posamine è arrivato peraltro nel giorno del siluramento del più alto funzionario civile della Marina statunitense, John Phelan, rimosso dal suo incarico a causa di contrasti col segretario alla Difesa Pete Hegseth. E anche dell’annuncio, da parte del capo di Stato Maggiore della Marina militare Giuseppe Berutti Bergotto, dell’invio di quattro navi per contribuire allo sminamento di Hormuz, nell’ambito di una missione internazionale che vede anche il coinvolgimento di Francia e Regno Unito.