Un account Telegram riconducibile a Vladislav Pozdnyakov, fondatore del movimento Stato Maschile, ha negato qualsiasi coinvolgimento nelle minacce di attentati dinamitardi contro gli aerei in volo nei cieli d’Europa, affermando di non aver dal 2019 più legami col gruppo che, ha spiegato, nella sua forma originaria non esiste dal 2021.
La smentita: «Chi usa questo ‘marchio’ lo fa nel suo interesse»
Su Telegram, il presunto Pozdnyakov ha di fatto risposto a una domanda inviata dal servizio russo della BBC sulle responsabilità di Stato Maschile, movimento misogino, omofobo e razzista dichiarato nel 2021 organizzazione estremista e pertanto bandito dalla Russia. «Chiunque stia attualmente organizzando provocazioni nell’Ue in nome di questo ‘marchio’ agisce nel proprio interesse, semplicemente usando la bandiera di qualcun altro», ha scritto Pozdnyakov: «Non è che io provi particolare compassione per l’Europa, la sua sicurezza o la sua economia (in realtà, non me ne potrebbe importare di meno). Sto semplicemente rispondendo alla vostra domanda qui, pubblicamente». E poi: Se domani firmassero una lettera, diciamo, da parte di Vladimir Putin, cerchereste allora di contattare il nostro presidente per porgli la vostra stupida domanda?».
Climate action 100+ (Ca100+), la più grande iniziativa globale che riunisce oltre 600 investitori istituzionali sui temi del cambiamento climatico, ha riconosciuto Enel, per il terzo anno consecutivo, come la migliore tra 161 società a livello mondiale in riferimento all’allineamento delle informative aziendali al Net zero company benchmark. Lanciato da CA100+ nel marzo 2021, il Net zero company benchmark rappresenta un importante strumento per gli investitori istituzionali e valuta il modo in cui le aziende gestiscono i rischi e le opportunità legati al cambiamento climatico, prendendo in considerazione gli obiettivi e i progressi nella riduzione delle emissioni, la governance climatica, il coinvolgimento nelle politiche climatiche e la pianificazione della transizione.
Una conferma dell’impegno del Gruppo nel promuovere la transizione energetica
Il riconoscimento conferma ulteriormente l’efficacia dell’impegno e delle azioni di Enel per promuovere una transizione energetica giusta e inclusiva oltre che decarbonizzare il proprio modello industriale, basato sullo sviluppo della capacità rinnovabile. L’approccio di Enel alla sostenibilità ha ricevuto riconoscimenti anche da altri importanti indici Esg internazionali. Nel 2025, il Gruppo ha ottenuto A, il massimo punteggio, nel Cdp Climate change e A- nel CDP Water security, oltre a riconoscimenti da Msci, S&P Global, Iss, Sustainalytics, Ftse Russell, Business & Human rights resource centre e World benchmarking alliance.
A seguito dell’interrogatorio preventivo il gip di Palermo ha disposto gli arresti domiciliari per Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione Sicilia, accusato di corruzione. Secondo i pm, sfruttando il ruolo di consulente del governatore Renato Schifani e di presidente della Commissione Tecnica Specialistica per le autorizzazioni ambientali di competenza regionale, nonché l’aiuto del suo presunto complice, l’avvocato Pierluigi Matta, Armao avrebbe intascato soldi da alcuni imprenditori in cambio del rilascio di via libera per progetti di energie rinnovabili.
Gaetano Armao (Imagoeconomica).
Domiciliari anche per Pierluigi Matta e Luigi Zancla
Tra gli episodi contestati c’è, ad esempio, la presunta consegna di una tangente avvenuta il 9 febbraio 2026 all’interno della facoltà di Scienze politiche di Palermo, dove Armao insegna. Anche per Matta e Luigi Zancla, presidente della onlus Samo, sono stati disposti i domiciliari. Rigettate invece le misure cautelari per il deputato regionale dell’Mpa Giuseppe Lombardo, per Mario Lupo (presidente della Samo), per gli imprenditori Sergio Vella (Seap Bio Energy), Giuseppe Argirò e Marco Gentile Malacarne (ex amministratore delegato ed ex co-direttore generale della Compagnia valdostana delle acque).
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato che domenica 9 novembre conferirà l’incarico per la formazione di un nuovo governo. «I risultati delle consultazioni possono sembrare chiari, ma l’autorità che mi è conferita dalla legge è di determinare chi ha la capacità di formare un governo, e questo non è del tutto chiaro, dato il veto reciproco tra i blocchi e all’interno dei blocchi stessi», ha precisato Herzog. Ma l’era di Benjamin Netanyahu sembra destinata al tramonto. Il primo mandato esplorativo di 28 giorni andrà infatti con ogni probabilità ad Eisenkot, leader del partito Yashar!, che può teoricamente contare sul sostegno di 67 dei 120 deputati della Knesset.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
Eisenkot ha il sostegno necessario per governare
Resta a questo punto da capire se il leader di Yashar! presiederà un governo con l’appoggio esterno delle liste arabe o con gli ultraortodossi. A seguito delle elezioni, il blocco di Netanyahu si è aggiudicato 53 seggi alla Knesset e quello di Eisenkot 48, mentre ai partiti arabi ne sono andati 19 (8 a Ra’am e 11 a Lista Unita). Nel corso delle consultazioni, poi, il partito ultraortodosso ashkenazita Ebraismo Unito (7 seggi) non ha indicato nessun nome, rompendo l’alleanza con Netanyahu. Per la maggioranza in parlamento ne servono 61: col doppio endorsement delle formazioni arabe, Eisenkot avrebbe l’appoggio di 67 deputati. Ma questa non è l’unica soluzione. È infatti ancora possibile l’ipotesi della formazione di un esecutivo di minoranza con gli ultraortodossi.
Gadi Eisenkot (Ansa).
Il dilemma: allearsi con gli arabi o gli ultraortodossi?
Nel gioco dei veti incrociati, l’ago della bilancia è rappresentato soprattutto da Avigdor Lieberman, leader del partito di destra laica Israel Beytenu e alleato di Eisenkot. Contrario a un governo retto dall’astensionismo dei partiti arabi, Lieberman ha aperto a un’alleanza con Ebraismo Unito e per favorire l’intesa si è detto disposto a fare marcia fare marcia indietro su una delle sue principali bandiere politiche, cioè l’estensione del servizio militare obbligatorio alla popolazione ultraortodossa.
Leonardo Maria Del Vecchio, reduce dal no dei soci fondatori del Fatto Quotidiano alla sua intenzione di effettuare una due diligence in vista di un’Opa totalitaria, ha annunciato su X di aver rilevato il 2 per cento di Seif, società editrice della testata.
Anche io ho comprato il @fattoquotidiano
Il 2% https://t.co/NqxGSOda1i
«Anche io ho comprato il Fatto Quotidiano. Il 2%», questo l’ironico post di Del Vecchio, a corredo di una foto che lo ritrae a bordo di un jet privato, intento a sfogliare una copia del giornale di cui ha appena rilevato una piccola quota.
Dopo le dimissioni di Pierpaolo Piccioli, Kering e Balenciaga hanno annunciato la nomina della nuova direttrice creativa della maison. Si tratta di Martine Rose, basata a Parigi, che assumerà il ruolo dal 16 novembre 2026. Rose porta con sé una profonda comprensione dell’identità creativa del brand, unita alla propria visione unica della cultura contemporanea. Queste le sue dichiarazioni: «Questa nomina è un vero privilegio in una maison dal patrimonio straordinario e dallo spirito creativo audace. Prima di me, Balenciaga è stata plasmata da talenti creativi eccezionali. Sono determinata a onorare questa eredità e non vedo l’ora di scrivere il prossimo capitolo di questa storia ricca e meravigliosa».
Sette club che ad aprile sostenevano Giovanni Malagò oggi non lo appoggiano più. È questo il dato che emerge dalla nuova candidatura alla presidenza della Figc: le firme raccolte tra le società di Serie A sono 11, contro le 18 che il 13 aprile, nell’assemblea di Lega a Milano, si erano dette pronte a sottoscriverla. Allora si erano sfilate solo Lazio e Verona. Oggi il fronte del dissenso è più che triplicato.
Il margine si riduce all’invio di una Pec
E anche quota 11 non è al sicuro. A tenerla in piedi c’è la firma del Genoa, su cui pesa un grande punto di domanda. Dopo aver sottoscritto la candidatura di Adriano Galliani, con una Pec il Grifone ha deciso di revocare la sua adesione e virare su Malagò. Ma il tema è proprio questo: si può fare? Se venisse annullata, Malagò scenderebbe a 10 firme, sotto la soglia necessaria per presentarsi (la metà più una delle 20). A quel punto la sua candidatura sarebbe davvero a rischio. Il margine su cui poggia la corsa del presidente uscente si riduce così a un solo club e all’invio di una Pec.
I giocatori del Genoa dopo la vittoria contro la Juventus (foto Ansa).
Era Malagò a sottolineare la convergenza quasi unanime
Il paradosso è che a evocare quella cifra era stato lo stesso Malagò. Tre giorni dopo l’assemblea, a San Siro, spiegava di aver inizialmente detto no alla presidenza e di aver cambiato idea davanti a una convergenza quasi unanime. Ricordava anche che in passato, per la Serie A, era stato difficile mettere insieme perfino 11 firme. Sette mesi e un commissariamento dopo, è esattamente lì che si è fermato.
Adriano Galliani (foto Ansa).
Col commissariamento è crollata la credibilità dell’operazione
In mezzo c’è una sequenza di passaggi che pesa sulla credibilità dell’operazione. Il 22 giugno l’elezione con il 69 per cento dei consensi. Poi il caso del tesseramento: alla data della candidatura Malagò non risultava tesserato, come richiede l’articolo 29 dello Statuto federale. Infine la scelta della Giunta del Coni di nominarlo commissario della stessa Federazione che aveva presieduto. Il presidente decaduto è diventato il commissario chiamato a gestire la fase successiva alla propria decadenza.
Giovanni Malagò (foto Ansa).
Decisioni prese nel chiuso del suo ufficio
Ad aprile Malagò si presentava come l’uomo del consenso. Parlava di percorso esplorativo, di ascolto di tutte le componenti, della Federazione come casa comune. Ma in via Allegri il racconto di questi quattro mesi, tra presidenza e commissariamento, è diverso. Si parla di decisioni prese nel chiuso del suo ufficio al quinto piano, senza coinvolgere nessuno. Il federatore si è trasformato in un uomo solo al comando. È difficile non vedere in questo metodo una delle ragioni per cui i 18 di aprile sono diventati gli 11 di novembre. Ad aprile ci si chiedeva come Malagò avrebbe cambiato il calcio italiano. A novembre ci si chiede se la Pec del Genoa sia valida. Il 14 dicembre dirà quale delle due domande contava davvero.
La Corte costituzionale ha accolto parzialmente il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera dei deputati contro il Tribunale dei ministri e la Procura di Roma sul caso di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, imputata per aver resofalse dichiarazioninell’ambito dell’inchiesta sulla liberazione del generale libico Osama Almasri, avvenuta a gennaio del 2025. «In virtù del principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato», a fronte della sollecitazione della Camera, il Tribunale dei ministri «avrebbe dovuto esplicitare le ragioni per le quali non ha ritenuto di configurare», in capo a Bartolozzi, «una possibile responsabilità per concorso» nei reati attribuiti a Nordio. In quel caso, il Tribunale avrebbe dovuto chiedere alla Camera l’autorizzazione a procedere anche nei confronti dell’ex capo di gabinetto. E la Procura di Roma avrebbe dovuto comunicare le valutazioni del Tribunale alla Camera, «in modo da porla in condizioni di eventualmente promuovere conflitto di attribuzione nei confronti dell’autorità giudiziaria».
Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).
False dichiarazioni: la Consulta nega lo scudo a Bartolozzi
La Corte costituzionale ha invece escluso che servisse un’autorizzazione a procedere per il diverso reato di false dichiarazioni, relativamente alle dichiarazioni rese da Bartolozzi al Tribunale dei ministri il 31 marzo 2025. «Non è stata infatti condivisa la tesi della Camera, secondo cui l’obbligo di chiedere l’autorizzazione a procedere sancito dall’articolo 96 della Costituzione per i reati attribuiti a un ministro nell’esercizio delle sue funzioni si estenderebbe anche ai reati compiuti da un terzo e semplicemente connessi a quelli ministeriali, come – in ipotesi – dichiarazioni false realizzate allo scopo di occultare la responsabilità di un ministro» spiega la Consulta, che di fatto nega lo scudo a Bartolozzi. Eventuali esigenze di riservatezza su fatti appresi da persone senza funzioni ministeriali, precisa la sentenza, possono essere tutelate, se la legge lo consente, «attraverso lo strumento dell’opposizione del segreto di Stato».
«Narra la leggenda che Urbano Cairo non abbia perdonato al governatore del Piemonte Alberto Cirio gli accordi per il Tour de France e per la Vuelta», ha rivelato il giornalista Beppe Conti a Repubblica Torino. Così la regione, pur avendo dato i natali all’editore manca totalmente dall’edizione 2027 della Corsa rosa targata Gazzetta. Per fortuna a confortare Cairo ci ha pensato Alessandro Onorato, assessore capitolino ai Grandi eventi con ambizioni nazionali alla guida del suo Progetto Civico Italia. «Cinque anni fa abbiamo riportato il Giro a Roma e siamo felici che il grande arrivo nella Capitale sia ormai una tradizione. Vogliamo che continui a esserlo anche in futuro». Forse Cairo, che stando al Giornale avrebbe incontrato in gran segreto Elly Schlein, si trova più a suo agio con i campolarghisti… almeno per quanto riguarda il ciclismo.
Alberto Cirio (Imagoeconomica).
Brizzi e lazzi a Monte Carlo
Fausto Brizzi, regista e sceneggiatore di successo, oltre che marito della sindaca di Genova Silvia Salis, sarà a Monte Carlo per presiedere la giuria internazionale della 23° edizione del Monte-Carlo Film Festival de la Comédie, kermesse ideata e diretta da Ezio Greggio, in programma dall’11 al 14 novembre al Grimaldi Forum. Accanto a Brizzi, siederanno Paul Belmondo, Vanessa Incontrada e Yvonne Sciò. Il momento clou del Festival sarà la tradizionale serata di gala, sabato 14 novembre, con il regista Luc Besson e Sergio Castellitto. E magari tra i tavoli si affaccerà anche Pier Silvio Berlusconi, per stringere la mano a Brizzi e consorte, che a un appuntamento del genere non potrà mancare…
Fausto Brizzi e Silvia Salis (Imagoeconomica).
Borgonzoni alla presentazione del Torino Film Festival
Roma, presentazione del Torino Film Festival: a due passi dalla Stazione Termini, presso l’Acquario Romano di piazza Manfredo Fanti, sono stati annunciati i grandi nomi che parteciperanno alla kermesse in programma nel capoluogo piemontese dal 24 novembre al 2 dicembre. Tra i 12 Premi Stelle della Mole spiccano Pamela Anderson, Luc Besson, Fanny Ardant, Steven Frears, John Travolta, Andy Garcia e Isabelle Huppert. Anche i numeri della rassegna torinese sono imponenti: 120 i titoli in programma, 104 lungometraggi e 16 corti, scelti fra più di 5 mila opere. Le anteprime mondiali sono 21, quelle internazionali 12, le europee nove, le italiane 45. Tre concorsi per lungometraggi, documentari, cortometraggi e tre sezioni non competitive: Fuori concorso, Zibaldone e la Retrospettiva dedicata a Marilyn Monroe nel centenario della nascita. Dopo la presentazione, al piano superiore si è tenuto un lunch dedicato ai “big” dell’evento, ovvero l’immancabile sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, Tiziana Rocca e Giulio Base direttore artistico della kermesse, più Paolo Del Brocco, inossidabile amministratore delegato di Rai Cinema. «Teniamo insieme glamour e cinefilia», ha sintetizzato tra i brindisi Base.
Il personale di diverse testate giornalistiche irlandesi è stato evacuato dopo che alcune minacce di attentati sono state inviate via e-mail alle redazioni. La polizia è intervenuta presso la sede dell’emittente nazionale Rte a Dublino, dove sono stati avvistati agenti armati. I loro edifici sono stati evacuati e le loro trasmissioni interrotte per passare a programmi preregistrati. Tuttavia il format Today with David McCullagh in onda su Radio 1 ha continuato ad andare in onda tramite l’unità mobile dell’emittente. Evacuato anche il personale degli uffici del quotidiano Irish Independent, delle emittenti radiofoniche Newstalk e Today FM. Anche l’emittente televisiva Virgin Mediaè stata minacciata ma non ha evacuato le proprie sedi. La polizia e le forze di difesa stanno lavorando per individuare i responsabili. Non è ancora stato stabilito se le minacce siano state proferite da un singolo individuo o da un gruppo più coordinato. Queste intimidazioni si sommano agliallarmi bombaregistrati su una ventina di aerei con partenza e destinazione in Paesi europei, tra cui l’Italia.
È ancora allerta massima nei cieli europei. Un allarme bomba su un volo Ryanair proveniente da Roma ha costretto questa mattina a realizzare un’operazione di sicurezza nell’aeroporto di Lisbona dopo l’atterraggio, avvenuto alle 8 locali: a bordo non è stato rinvenuto alcun ordigno. A riportare la notizia è Cnn Portugal. L’allerta è stata ricevuta dalla Polizia di Pubblica Sicurezza tramite una telefonata di un agente delle forze dell’ordine. Un altro allarme bomba è scattato per un volo Wizzair partito da Praga e diretto a Roma. La segnalazione di un ordigno a bordo è arrivata da una telefonata anonima alla torre di controllo di Fiumicino: ul volo, che sarebbe dovuto atterrare appunto nello scalo romano alle 11, è stato deviato su Venezia. Gli episodi seguono l’ondata di falsi allarmi bomba che ieri ha interessato almeno 25 voli in Europa, provocato da una serie di email inviate dal gruppo filorusso Stato Maschile.
Adesso è ufficiale: Jannik Sinner e Darren Cahill prenderanno strade diverse a fine stagione. Il tennista italiano e il tecnico azzurro hanno confermato le voci che da tempo si rincorrevano sulle fine della proficua collaborazione che, iniziata nel 2022, ha portato Sinner a vincere cinque tornei dello Slam e a conquistare la vetta della classifica Atp. Come si legge in una nota congiunta, Magnus Norman – allenatore svedese ed ex numero 2 del mondo – «entrerà a far parte dello staff tecnico di Sinner all’inizio del prossimo mese, affiancando Simone Vagnozzi».
«Cahill è entrato a far parte dello staff di Sinner nel giugno 2022 e, lavorando al fianco di Vagnozzi, ha avuto un ruolo fondamentale nell’ascesa dell’italiano ai vertici del tennis mondiale. La loro collaborazione ha portato Sinner a conquistare cinque titoli del Grande Slam e due ATP Finals, oltre a completare il Career Golden Masters, vincendo tutti e nove i tornei ATP Masters 1000. Nel giugno 2024, inoltre, ha raggiunto per la prima volta il numero 1 del ranking mondiale. Traguardi che testimoniano anni di dedizione, miglioramento costante e una convinzione condivisa nelle possibilità di raggiungere grandi obiettivi insieme. Al di là dei risultati sportivi, l’esperienza, la visione e la tranquillità di Cahill hanno rappresentato un punto di riferimento costante per Sinner. Nel corso degli anni, i due hanno costruito un rapporto fondato sulla fiducia e sul rispetto reciproco, sviluppando una profonda amicizia oltre alla collaborazione professionale».
Magnus Norman e Stan Wawrinka (Ansa).
Chi è Norman: i successi con Wawrinka
Norman, ex numero 2 del ranking Atp, in carriera ha conquistato 12 titoli in singolare, tra cui gli Internazionali di Roma nel 2000, anno in cui è stato anche finalista al Roland Garros. Nel 1998 ha anche vinto la Coppa Davis con la Svezia. Ritiratosi dalle competizioni per persistenti problemi fisici nel 2004, a soli 28 anni, Norman iniziato ad allenare nel 2008, come tecnico di Thomas Johansson, già vincitore di un Australian Open. Nel biennio 2009-2010 ha poi seguito Robin Söderling. È poi stato allenatore di Stan Wawrinka dal 2013 al 2017, periodo in cui il tennista svizzero ha ottenuto i suoi migliori risultati (tre Slam, tutti tranne Wimbledon) e poi di nuovo dal 2018 al 2020 e dal 2022.
La giudice federale statunitense Tanya Chutkan ha bloccato il progetto di costruzione a Washington di un gigantesco arco di trionfo voluto dal presidente Donald Trump, poco dopo il via libera concesso da una commissione urbanistica. L’amministrazione Usa non potrà avviare la costruzione dell’arco per le prossime due settimane, il tempo necessario affinché il tribunale esamini le istanze che ne contestano la legittimità.
Dopo il tracollo repubblicano alle elezioni di midterm, Donald Trump è tornato a cavalcare la retorica dei brogli, un suo grande cavallo di battaglia. Parlando con i cronisti all’interno dello Studio Ovale, il presidente Usa ha messo in discussione (senza andare nei dettagli) l’integrità del voto: «Le nostre elezioni sono così truccate, non ne avete idea». Su Truth, inoltre, Trump ha incolpato gli «stupidi democratici» per i forti ribassi a Wall Street dopo il voto (le sette Big Tech hanno perso complessivamente oltre mille miliardi di dollari), promettendo poi ai suoi sostenitori: «In un modo o nell’altro, torneremo presto più grandi e più forti che mai. Rendiamo l’America di nuovo grande!».
Dopo oltre un giorno di silenzio seguito alla sconfitta repubblicana, è tornato poi a farsi sentire Pete Hesgeth, che la stampa Usa vorrebbe in bilico come segretario alla Difesa(o Guerra), ipotizzando per lui un futuro da senatore del Tennessee. In un lungo video postato su X, Hegseth ha di fatto respinto le voci su un suo allontanamento: «Noi Resistiamo. Noi Combattiamo. Noi Difendiamo la Repubblica».
At the War Department:
We Stand.
We Fight.
We Defend the Republic. https://t.co/Kkr0DazmCE
Poi ha attaccato il deputato repubblicano Thomas Massie, intenzionato a presentare una mozione di impeachment nei suoi confronti: «Non ha funzionato contro il presidente Trump e non funzionerà con me. Potete starne certi».
Marco Rubio (Ansa).
Rubio: «Amo il lavoro che sto svolgendo»
Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha smentito le indiscrezioni su un suo possibile addio all’Amministrazione Trump, circolate con insistenza all’indomani della sconfitta repubblicana alle midterm. Due le ipotesi citate dai media Usa: una rimozione da parte della Casa Bianca oppure dimissioni da parte dello stesso Rubio, intenzionato a concentrarsi sulle primarie presidenziali del 2028. In un’intervista al New York Times, il capo della diplomazia Usa ha dichiarato: «Lavorare per il presidente Trump fino al termine del suo mandato è sempre stato il mio piano. Non so da dove provengano certe voci. Amo il lavoro che sto svolgendo».
La prefettura di Milano ha disposto, su richiesta del presidente del tribunale Fabio Roia, controlli rafforzati intorno all’abitazione e nei luoghi frequentati da Tiziana Landoni, la gip che ha scarcerato Youssef Siher. La decisione è stata presa a seguito dei messaggi di insulti e minacce ricevuti dalla donna dopo le polemiche per la decisione di non convalidare il fermo del 30enne, che la procura di Milano accusa di terrorismo per aver creato e gestito la chat del Movimento 17 ottobre nato dopo il weekend di guerriglia a Milano. Si tratta del primo livello della tutela, non una vera scorta, che prevede controlli approfonditi nelle zone frequentate dalla magistrata e nell’area della sua abitazione. In sostanza, passaggi frequenti di volanti della polizia e pattuglie dei carabinieri e vigilanza rafforzata. Il livello di sicurezza potrà essere innalzato anche d’urgenza nei prossimi giorni nel caso in cui vengano rilevate dagli investigatori minacce specifiche nei confronti della giudice.
Il presidente del Paraguay Santiago Peña ha annunciato in un messaggio su X le sue dimissioni nel quadro dello scandalo per la bancarotta di Ueno Bank. «Ho preso la decisione con l’obiettivo di preservare le istituzioni e la pace sociale», ha affermato. «Sono convinto che nessun incarico può venire prima del benessere del Paraguay. Voglio scusarmi con il popolo se in qualche momento ho sbagliato, non ho mai voluto tradire la fiducia che ha riposto in me». Peña era a un passo dall’impeachment ed era rimasto politicamente isolato, con il suo stesso partito che aveva aderito alla mozione di destituzione presentata dall’opposizione.
La crisi è esplosa martedì 2 novembre 2026, quando la Banca centrale del Paraguay è intervenuta su Ueno Bank a causa di un’insufficienza dell’indice di solvibilità. L’intervento ha portato alla sospensione dei servizi dell’istituto e al congelamento dei depositi di circa tre milioni di utenti. La banca, che annoverava tra i propri clienti oltre il 60 per cento degli adulti del Paraguay, ha rappresentato un elemento centrale del sistema finanziario nazionale. Durante l’amministrazione di Peña, ha ricevuto milioni di dollari in risorse da enti pubblici, incluso l’Istituto di sicurezza sociale che gestisce le pensioni della maggior parte dei lavoratori del paese. Il blocco dei servizi ha provocato un’ondata di preoccupazione tra i risparmiatori.
Quattro anni fa, Marta Schifone, deputata di Fratelli d’Italia e vicina ad Arianna Meloni, era considerata l’astro nascente del partito in Campania. Nel 2022 venne candidata nel collegio uninominale Campania 1-U06, che comprende anche la città dove esercita la professione di farmacista, Somma Vesuviana. Collegio tutt’altro che sfavorevole al centrodestra. Fu sconfitta a sorpresa dalla candidata del Movimento 5 stelle Carmen Di Lauro. Ma la sua elezione era voluta da Roma, dove risiede. Tant’è che, essendo capolista in ben tre collegi plurinominali, alla fine entrò alla Camera.
Ylenja Lucaselli, Arianna Meloni e Marta Schifone (Imagoeconomica).
Il toto-nomine la dà praticamente ovunque
Responsabile FdI del dipartimento Professioni, Schifone è già in pole position non solo per il ritorno in Parlamento, ovviamente da capolista blindata, ma anche per un posto al governo, nel caso in cui Giorgia Meloni dovesse rivincere le elezioni. Ministra, sottosegretaria o, nel peggiore dei casi, vicepresidente della Camera: il toto-nomine la vede presente un po’ ovunque. Eppure quello di Marta Schifone è uno di quei casi in cui la carriera politica sembra procedere a velocità inversamente proporzionale ai risultati elettorali.
Il flop della gestione a Napoli
Schifone da ottobre 2025 è commissaria provinciale di FdI a Napoli ma alle ultime Amministrative, sotto la sua gestione, i meloniani hanno rimediato una batosta memorabile, che resterà negli annali. Fratelli d’Italia, per dire, ha preso lo 0,98 per cento a Portici, l’1,2 per cento a San Giorgio a Cremano, il 2,2 per cento a Ercolano, dove Schifone aveva persino puntato sulla candidatura a sindaco del padre Luciano, storico esponente della destra. Come se non bastasse, al referendum sulla giustizia il Sì, sostenuto dal centrodestra, è stato travolto: nella provincia di Napoli il No ha raggiunto il 71,5 per cento, nel capoluogo addirittura il 75,5 per cento.
L’inaffondabile Marta pronta per una poltrona pesante
Mentre sul territorio i voti latitano, la deputata vicina anche al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida continua a trovare spazio nei telegiornali, dove viene spesso chiamata a ripetere la filastrocca di dichiarazioni a sostegno del governo, con formule imparate a memoria come ormai accade, purtroppo, per gli esponenti di tutti i partiti. Pochi voti, molta ambizione, l’abilità di muoversi nelle stanze che contano, Marta Schifone è dunque pronta a sedersi su una poltrona pesante. Indipendentemente dai risultati che otterrà Fratelli d’Italia in provincia di Napoli, dove è rimasta alla guida del partito pure dopo le batoste elettorali, come sempre senza fare un plissé.
Due poltrone valgono bene un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina. Nell’ultimo Cdm, Matteo Salvini è riuscito a piantare la bandierina della Lega in Consob e Anac, arrendendosi all’arrivo, annunciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, del nuovo pacchetto di aiuti militari a Kyiv.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Centemero entra in Consob, Altieri in Anac
Giulio Centemero, ex tesoriere del partito, sarà commissario dell’autorità di vigilanza sulla Borsa e i mercati finanziari alla cui presidenza nei mesi scorsi Salvini aveva cercato senza successo di fare nominare Federico Freni, che si era ritirato dalla corsa dopo i veti di Forza Italia, per poi convergere su Guido Stazi dato in quota FI. Centemero sostituirà Carlo Comporti, da ottobre presidente dell’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati.
Federico Freni e Giulio Centemero (Imagoeconomica).
Mentre per la guida dell’Autorità nazionale anticorruzione è stato indicato Trifone ‘Nuccio’ Altieri (Giuseppe Busia resterà in carica fino alla formalizzazione della nomina). Con un passato in Forza Italia, Altieri è entrato in Lega nel 2017. L’anno successivo si candida nel collegio di Monopoli, senza centrare l’elezione. Vicino al segretario leghista e al potente segretario pugliese Roberto Marti, Altieri – già responsabile del dipartimento Difesa del partito – dal 2018 al 2024 è stato presidente di Invimit (Sgr controllata al 100 per cento dal MEF),dal 2023 siede nel cda di Leonardo e da luglio 2025 è presidente di Fincantieri Infrastructure Spa.
Le opposizioni gridano allo «scandalo»
Se i leghisti esultano per la «doppia vittoria di Salvini», le opposizioni gridano allo «scandalo». Angelo Bonelli di AVS si scaglia contro la nomina di Centemero, non solo ex tesoriere della Lega ma attualmente capogruppo del partito in commissione Finanze alla Camera. «È un fatto di una gravità inaudita, che supera ogni limite. La legge è chiarissima. I commissari Consob devono essere persone di ‘indiscussa moralità e indipendenza’». Sulle barricate anche il Pd. Con una «scelta irresponsabile e gravissima» il governo «piega un’istituzione di garanzia come l’Anac alle logiche di appartenenza politica», attaccano i dem su Altieri. «Oltre la lottizzazione», commenta Carlo Calenda. «Ma molto oltre. Che vergogna».
Oltre la lottizzazione. Ma molto oltre. Che vergogna. https://t.co/lOkOcFUfE9