Prende il via nel Sud del Cile un nuovo progetto di riforestazione di Neya, società benefit di Mundys per il contrasto al cambiamento climatico, con l’obiettivo di rimuovere anidride carbonica dall’atmosfera, ripristinare ecosistemi degradati e generare benefici economici per le comunità locali. L’iniziativa, che segue il primo progetto avviato da Neya in Madagascar per la riforestazione di 500 ettari lungo le coste a Nord dell’isola, si sviluppa nella Foresta Valdiviana, uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità e minacciati al mondo. La riforestazione riguarderà 170 ettari, l’equivalente di 240 campi da calcio, e coinvolgerà lavoratori attivi sul territorio, come piccoli e medi proprietari terrieri che saranno coinvolti nella creazione di foreste native miste.
In 40 anni verranno rimosse circa 80 mila tonnellate di Co2
Il piano prevede la piantumazione di specie arboree autoctone come Rauli, Coigüe e Roble, su terreni degradati o marginali, spesso utilizzati in passato per il pascolo. Sul piano sociale, sono diverse decine le famiglie di agricoltori coinvolte nel progetto. L’iniziativa include programmi di formazione tecnica, la creazione di opportunità di lavoro a livello locale e un sistema di condivisione dei benefici economici derivanti dai crediti di carbonio. È inoltre previsto il potenziamento dei vivai comunitari. Il progetto – della durata di 40 anni – consentirà di rimuovere circa 80 mila tonnellate di Co₂, di cui 55 mila saranno impiegate direttamente da Mundys per compensare una quota delle emissioni delle proprie infrastrutture presenti a livello globale. L’intervento è certificato secondo lo standard internazionale Verified carbon standard (Vcs).
Grazie al progetto verrà anche tutelata la biodiversità
Oltre ai benefici sul clima, l’iniziativa si distingue anche per l’impegno nella tutela della biodiversità. La Foresta Valdiviana, infatti, rappresenta un ecosistema straordinario che ospita specie uniche al mondo – con il 76 per cento degli anfibi e il 45 per cento dei vertebrati presenti esclusivamente in quest’area. Inoltre, svolge un ruolo fondamentale nella conservazione delle risorse idriche del Paese. Partner locale dell’iniziativa è l’Agrupación de ingenieros forestales por el bosque nativo (Aifbn), un’organizzazione non governativa senza fini di lucro fondata nel 1993 a Valdivia. Riunisce oltre 200 soci— in prevalenza ingegneri forestali, ma anche biologi, agronomi, economisti e avvocati — accomunati dall’obiettivo della conservazione e della gestione sostenibile delle foreste native cilene.
Poli: «Impatto concreto su clima e comunità locali»
Queste le dichiarazioni di Ruggero Poli, amministratore delegato di Neya: «Questo progetto dimostra come la riforestazione con specie native possa generare un impatto concreto sia sul clima che sulle comunità locali. Non si tratta solo di rimuovere Co₂, ma di ricostruire ecosistemi resilienti e creare opportunità economiche durature per i territori coinvolti. Proprio in Cile, non molto distante da una delle autostrade gestite da una società del nostro Gruppo, Costanera».
Giorgia Meloni riceverà Marco Rubio a Palazzo Chigi venerdì 8 maggio alle ore 11:30. Lo si legge sul sito del Governo in un aggiornamento dell’agenda della presidente del Consiglio. Il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America sarà a Roma dal 6 all’8 maggio per promuovere le relazioni bilaterali con l’Italia e il Vaticano.
Marco Rubio (Ansa).
La nota del Dipartimento di Stato Usa
Il Dipartimento di Stato Usa ha spiegato che il segretario Rubio «incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale», mentre «gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico». L’incontro con l’omologo Antonio Tajani era stato già confermato.
Nuove regole di ingaggio per le forze statunitensi nello Stretto di Hormuz. Donald Trump, che ha appena lanciato l’operazione Project Freedom per liberare le navi bloccate nel braccio di mare che separa Iran e Oman, ha infatti autorizzato le forze Usa a colpire «i motoscafi dei Guardiani della rivoluzione o le postazioni missilistiche» dei pasdaran che rappresentano «minacce immediate» per le imbarcazioni che attraversano lo stretto. Lo ha detto un funzionario americano a Barak Ravid, analista di Axios.
Murale anti-Usa e Teheran (Ansa).
Il Centcom smentisce Teheran: «Nessuna fregata Usa colpita»
«I cacciatorpediniere lanciamissili della Marina degli Stati Uniti stanno attualmente operando nel Golfo Arabico dopo aver attraversato lo Stretto di Hormuz a supporto dell’operazione Project Freedom . Le forze americane stanno attivamente contribuendo agli sforzi per ripristinare il transito per la navigazione commerciale. Come primo passo, due navi mercantili con bandiera statunitense hanno attraversato con successo lo Stretto di Hormuz e sono in sicurezza dirette verso la loro destinazione», ha scritto il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), smentendo inoltre la notizia, diffusa dai media iraniani, di una fregata americana colpita da due missili dai pasdaran mentre tentava di attraversare lo stretto.
CLAIM: Iranian state media claims that Iran's Islamic Revolutionary Guard Corps hit a U.S. warship with two missiles.
TRUTH: No U.S. Navy ships have been struck. U.S. forces are supporting Project Freedom and enforcing the naval blockade on Iranian ports. pic.twitter.com/VFxovxLU6G
La Repubblica Islamica dell’Iran ha annunciato che non parteciperà alla Biennale di Venezia 2026. La notizia è stata confermata dalla stessa Esposizione, a seguito di una comunicazione formale giunta da Teheran. Il programma ufficiale della manifestazione comprende 100 partecipazioni nazionali, incluse le nuove adesioni della Repubblica Unita della Tanzania e della Repubblica delle Seychelles, inserite dopo l’annuncio dello scorso 4 marzo.
Si avvicina la data di apertura della Biennale di Venezia, una delle esposizioni d’arte contemporanea più importanti al mondo, ma le polemiche attorno al padiglione russo non si placano. La presenza della Federazione, sottoposta a sanzioni internazionali per la sua invasione dell’Ucraina, a un evento culturale così rilevante ha infatti suscitato critiche e sdegno sia in Italia sia in Europa. L’ultimo capitolo della querelle riguarda le dimissioni in blocco della giuria internazionale che assegna i premi. Ma vediamo cos’è successo dall’inizio.
La scelta di riaprire il padiglione chiuso dal 2022 e lo scontro tra Buttafuoco e Giuli
L’esposizione è composta da due parti: la mostra centrale, allestita da un curatore scelto dalla Fondazione che gestisce la Biennale, che si svolge all’Arsenale e in parte dei Giardini, e i padiglioni dei singoli Paesi, finanziati e gestiti dagli stessi. La Russia possiede uno di questi. Non partecipava alla Biennale dal 2022, quando gli stessi artisti decisero di annullare la loro presenza dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Anche la Fondazione disse che avrebbe rifiutato ogni forma di collaborazione con Mosca. A marzo 2026, però, la Russia aveva annunciato l’intenzione di riaprire il proprio padiglione, e successivamente la Biennale aveva confermato l’apertura di tutti i padiglioni, compresi quelli di Paesi coinvolti in conflitti internazionali come Russia, Iran e Israele. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione, aveva difeso la scelta, sostenendo che l’evento doveva restare uno spazio di incontro e confronto.
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa).
Il governo, e in particolare il ministro della Cultura Alessandro Giuli,si era opposto a questa decisione (non potendo però fare nulla in quanto la Fondazione è un ente autonomo), arrivando a chiedere le dimissioni di Tamara Gregoretti, rappresentante del Mic nel cda della Fondazione, che aveva votato per non escludere la Russia dalla mostra. Giuli motivò la sua richiesta dicendo che Gregoretti non l’aveva informato della possibile presenza della Federazione alla Biennale né del suo voto favorevole. Lei ha rifiutato di dimettersi.
La richiesta di documenti per verificare il rispetto delle sanzioni
Nei giorni successivi, il governo italiano aveva chiesto alla Biennale documenti e fascicoli per verificare che avesse rispettato le sanzioni contro Mosca, con particolare riferimento alle modalità di allestimento e di gestione del padiglione. Le norme, infatti, non vietano la partecipazione di artisti russi a eventi culturali internazionali, ma pongono limiti su transazioni, logistica e rapporti con enti statali. Dalla documentazione inviata al Mic, non è emersa alcuna irregolarità.
Alessandro Giuli (Ansa).
La scelta di escludere Russia e Israele dai premi
La contrarietà alla partecipazione della Russia si è nel frattempo estesa anche alla Giuria internazionale, che ha il compito di attribuire i premi principali come il Leone d’Oro per la miglior partecipazione nazionale (che va al miglior padiglione), il Leone d’Oro per il miglior artista e il Leone d’Argento per il miglior artista emergente. La giuria, composta dalla presidente Solange Farkas e da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, aveva detto che avrebbe escluso dall’assegnazione dei premi quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. Il riferimento era a Russia e Israele. Erano seguite polemiche, con lo scultore israeliano Belu-Simion Fainaru che aveva mandato una lettera di diffida alla Fondazione, denunciandosi vittima di discriminazione razziale e antisemitismo e minacciando il ricorso.
La Giuria internazionale della Biennale (Ansa).
L’ispezione del Mic e le dimissioni della Giuria internazionale
L’istituzione veneziana aveva girato la missiva e le preoccupazioni legali al ministero della Cultura, che aveva risposto inviando alla Biennale quattro ispettori per raccogliere informazioni sulla decisione e, più in generale, verificare il rispetto delle sanzioni e la correttezza amministrativa. Poche ore dopo, la Giuria si è dimessa in blocco. Resta ora da vedere come, una volta che il governo avrà visionato l’esito dell’ispezione, si chiuderà questa crisi, se con un commissariamento o con una nuova giuria d’urgenza. Intanto la Fondazione ha stabilito che i vincitori della rassegna saranno incoronati dai visitatori. Non solo, Israele e Russia sono state riammesse in concorso. Va specificato che, in ogni caso, la Russia non potrà aprire il suo padiglione al pubblico in base alle sanzioni. Lo spazio resterà chiuso per tutta la durata dell’esposizione (9 maggio-22 novembre) e i visitatori potranno assistere dall’esterno a una performance registrata nei giorni precedenti all’apertura.
Gianni Letta, vicepresidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e, da fine marzo, Accademico effettivo «per il suo impegno nel mondo culturale e per la sensibilità dimostrata da sempre verso la musica», è un nume tutelare importante. Perché mentre alla Biennale d’Arte di Venezia continua la bagarre sulla partecipazione della Russia tra Pietrangelo Buttafuoco e il governo, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia invita, e senza alcun problema, una marea di artisti russi. Il 6 maggio, la sala Sinopoli all’Auditorium Parco della Musica accoglierà il ritorno di Arcadi Volodos, «tra i pianisti di recital più apprezzati dal pubblico, esibitosi l’ultima volta due anni fa nelle sale ceciliane. Riconosciuto a livello internazionale per la raffinatezza del suo tocco e l’assoluta padronanza tecnica». Volodos, per la cronaca, è nato a San Pietroburgo, dove ha studiato pianoforte, al conservatorio, perfezionandosi in seguito con Galina Egiazarova a Mosca. E nella stagione estiva si esibiranno «il direttore Stanislav Kochanovsky, nato a San Pietroburgo, e il pianista Nikolai Lugansky, nato a Mosca, interprete tra i più autorevoli del repertorio tardoromantico russo, e ospite regolare delle stagioni ceciliane».
Massimo Biscardi, sovrintendente dell’Accademia di Santa Cecilia e Sergio Mattarella (Imagoeconomica).
Tutti a ricordare Napolitano presidente
Nell’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica, a Palazzo Sant’Andrea, nella giornata di martedì si celebrano i 20 anni dall’elezione di Giorgio Napolitano a capo dello Stato. Chi ci sarà? Gaetano Quagliariello, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Gianni Letta, e conclusioni di Walter Veltroni. Il convegno di studi è organizzato dall’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica, dalla Fondazione Gramsci, dall’Associazione Giorgio Napolitano e dall’Istituto italiano per gli studi storici.
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).
Al Senato con Realacci e Di Carlo per la filiera bufalina
Su iniziativa del meloniano Luca De Carlo, presidente della commissione Industria, Commercio, Turismo, Agricoltura e Produzione agroalimentare di Palazzo Madama, al Senato arriva Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, per parlare di bufale. Per l’esattezza, il tema è “Filiere sostenibili della Piana del Sele. Filiera Bufalina”. A moderare la conduttrice televisiva Tessa Gelisio. Si attende, al termine dell’evento, una degustazione con i prodotti tipici della zona campana.
Ermete Realacci, presidente della Fondazone Symbola (Imagoeconomica).
Tutto pronto per la visita di Leone XIV a Pompei e Napoli
«Gennaro Sangiulianosarà in prima fila a baciare l’anello di Papa Leone XIV», scommettono nei corridoi della Regione Campania. Già, perché l’8 maggio il pontefice sarà a Pompei e Napoli, dove verrà accolto dal governatore pentastellato Roberto Fico, e il sindaco campolarghista di Napoli Gaetano Manfredi. Per l’occasione è stato realizzato anche un sito ad hoc, papaleoneapompei, dove si legge: «La visita di Papa Leone XIV a Pompei, il prossimo 8 maggio, ha un inconfondibile carattere mariano evidenziato fin dalla sua elezione al soglio pontificio, avvenuta l’8 maggio 2025, giorno dedicato alla Supplica alla Beata Vergine del Rosario. Fu lo stesso Santo Padre, in quella storica data, a sottolinearlo nel primo saluto alla folla dalla Loggia della Basilica di San Pietro. Celebrare proprio a Pompei il primo anniversario dell’elezione, con la recita della preghiera di San Bartolo Longo, il fondatore canonizzato il 19 ottobre, dà alla ricorrenza il tono specialissimo di un tenero e delicato affidamento a Maria, colei che indica per prima la strada verso Cristo. In un disegno provvidenziale il Santo Padre visiterà la città mariana nel 150° anniversario dalla posa della prima pietra del Santuario, tenutasi alla presenza del Fondatore l’8 maggio 1876».
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).
Viene poi diffuso nel dettaglio anche l’itinerario che seguirà la papamobile: si comincia dall’arrivo in elicottero, alle 8.50 del mattino, agli appuntamenti pompeiani, fino alla partenza per Napoli. Forse il sito ufficiale della Visita Pastorale di Sua Santità a Pompei ha esagerato nei dettagli, ma pure a Napoli non si scherza con le indicazioni “delicate”: anche qui Previst sarà accolto, oltre che dall’arcivescovo Domenico Battaglia, da Fico, dal prefetto di Napoli Michele Di Bari e dal sindaco Manfredi. Quindi, trasferimento in Duomo per incontrare sacerdoti e consacrati. A seguire, trasferimento in auto a piazza del Plebiscito per salutare la cittadinanza, ingresso nella basilica di San Francesco di Paola per salutare la comunità dei padri Minimi, senza dimenticare un atto di affidamento alla Vergine Maria e la benedizione. Al termine di una giornata faticosissima, Leone XIV tornerà in elicottero in Vaticano, in tempo per la cena…
«Ne ho grande stima. È un ottimo imprenditore e sicuramente un profilo che a me piacerebbe, come altri che si stanno proponendo». Lo ha detto Matteo Salvini commentando il nome dell’ex presidente di Assolombarda, Alessandro Spada, come candidato sindaco di Milano: «L’importante è che il centrodestra scelga in fretta, prima dell’estate».
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Chi è Alessandro Spada
Nato a Monza nel 1965, Spada è un imprenditore del settore manifatturiero e digitale. È infatti presidente di E-matica, società specializzata nella consulenza, produzione e gestione di sistemi di automazione nell’ambito civile ed industriale, e vicepresidente Gruppo VRV, leader nella costruzione di apparecchiature altamente ingegnerizzate che servono molteplici applicazioni nel campo dell’energia e dei gas industriali. In passato membro dei cda di Sole24ore e Fondazione Fiera Milano, dal 2020 al 2025 è stato alla guida di Assolombarda.
Beppe Sala e Alessandro Spada (Imagoeconomica).
Gli altri nomi in lizza per il centrodestra
Il mandato di Beppe Sala come sindaco di Milano scadrà nel 2027 e la corsa alla sua successione è iniziata da tempo. Per quanto riguarda il centrodestra, detto dell’endorsement di Salvini a Spada, l’altro vicepremier Ignazio La Russa spinge per Maurizio Lupi, nonostante la preferenza di Giorgia Meloni e della sorella Arianna per Carlo Fidanza. Il leader di Noi Moderati gode dell’appoggio di Comunione e Liberazione e non dispiace alla Lega. Manca il sostegno di Forza Italia. Marina e Pier Silvio Berlusconi vorrebbero però un loro candidato.
Il centrosinistra potrebbe candidare Calabresi
Quale sarà invece il candidato del centrosinistra, che punta a tenere in mano l’amministrazione cittadina? Fuori gioco Sala, che non piace a Elly Schlein, nel totonomi è emersa la figura di Mario Calabresi, fondatore e direttore editoriale di Chora Media, in passato al timone de La Stampa e di Repubblica, che però non si sbilancia. Alessandro Capelli, segretario metropolitano del Partito democratico, ha dichiarato che il candidato sindaco di centrosinistra verrò scelto (o quantomeno annunciato) dopo l’estate.
Francesco De Dominicis, finora capo ufficio stampa della Federazione autonoma bancari italiani, assume la guida delle relazioni esterne di Simest. Lo riporta Dagospia. Qualche mese fa era stato sospettato di essere la “talpa” che aveva rivelato a La Veritàil presunto piano per ostacolare l’eventuale rielezione di Giorgia Meloni tramato dal Quirinale, carpito dalla bocca di Francesco Saverio Garofani – consigliere del presidente della Repubblica Sergio Mattarella – durante una cena tra tifosi romanisti sulla terrazza Borromini: l’evento era stato organizzato da Luca Di Bartolomei, figlio della bandiera giallorossa Agostino.
Perché De Dominicis è stato additato come presunta talpa
De Dominicis, romani classe 1976, era stato giornalista di Libero ai tempi della direzione di Alessandro Sallusti e poi anche durante quella di Belpietro. Da qui la convinzione che fosse stato lui a rivelare tramite una email al suo ex direttore – oggi alla guida de La Verità – le confidenze del consigliere di Mattarella. «Non scherziamo, non sapevo nemmeno chi fosse Garofani», si era difeso De Dominicis. «C’era gente strana che ci osservava, i ristoranti di Roma sono tappezzati di cimici», era arrivato a dire al Corriere della Sera per cercare di allontanare le attenzioni da sé, pur ammettendo la presenza quella sera nello stesso locale della confidenza scappata (e poi pompata ad arte dai media) a Garofani.
Meloni aveva tentato di stemperare le tensioni col Quirinale
Garofani, da parte sua, aveva ammesso di essersi lasciato andare a qualche parola di troppo in una conversazione tra amici, anche se non avrebbe mai parlato di «provvidenziale scossone», come riportato inizialmente. In quei frangenti Giorgia Meloni aveva tentato di stemperare le tensioni con il Quirinale, che aveva reagito con «stupore» alla richiesta del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami di smentire quanto riportato da La Verità.
La delicata situazione fu molto discussa dentro la Fabi
La delicata situazione aveva fatto parecchio discutere dentro la Fabi, timorosa di essere additata come politicamente schierata (a sinistra), con il segretario generale Lando Sileoni che si era trovato in difficoltà. Nei giorni concitati del Garofani-gate, Sileoni aveva smentito a Lettera43 il licenziamento di De Dominicis, così come le sue dimissioni da capo ufficio stampa della Federazione autonoma bancari italiani. Ma alla fine, dopo cinque mesi, De Dominicis ha fatto le valigie.
A distanza di giorni ancora in tanti ne parlano, soprattutto sui social: l’intervista pubblicata dal Corriere della sera in cui Walter Veltroni pone una serie di domande a Claude, il chatbot di Anthropic (società specializzata in intelligenza artificiale), ha suscitato in Italia un dibattito di dimensioni tali da giustificare, almeno giornalisticamente, l’iniziativa.
Il video di Sanders e l’esperimento di Veltroni su un giornale mainstream
Certo, a fine marzo il senatore statunitense Bernie Sanders aveva caricato sui suoi social un video in cui conversava dell’impatto e dei rischi dell’IA sulla società proprio con Claude. Il video era diventato virale e qualcuno, successivamente, potrebbe anche essersi ispirato. Forse lo ha fatto Veltroni, ma è comunque stato il primo in Italia a livello popolare e su un giornale mainstream, e quindi secondo molti ha fatto benissimo. Di sicuro il brand Claude, sia negli Usa sia adesso in Italia, ha avuto un meraviglioso boost di notorietà.
I boomer, quelli che dicono “cringiate”, si sono esaltati
Fatte queste doverose premesse, è tuttavia molto interessante verificare il senso in sé dell’intervista di Veltroni a Claude e analizzare le reazioni che ha suscitato. Una prima fascia di lettori si è esaltata: diciamo la più vasta, che potremmo catalogare tra i boomer, quelli che dicono “cringiate” e che un tempo sarebbero stati liquidati semplicemente con l’aggettivo “vecchi” (ricordiamo che Veltroni compie 71 anni a luglio), ossia i lettori medi dei quotidiani cartacei in Italia. «È una tra le interviste più belle che ho letto negli ultimi anni. Ed è sbalorditivo, se si pensa che a rispondere è un modello di intelligenza artificiale. Pensa? Si emoziona? Come avverte il trascorrere del tempo?», ha scritto per esempio l’europarlamentare del Pd Giorgio Gori su X.
È una tra le interviste più belle che ho letto negli ultimi anni. Ed è sbalorditivo, se si pensa che a rispondere è un modello di intelligenza artificiale. Pensa? Si emoziona? Come avverte il trascorrere del tempo? Prendevi il tempo per leggerla, merita davvero. #Claudehttps://t.co/ZcK0knQT6D
«Consiglio di leggere l’intervista a Claude, un essere che non esiste, un esempio avanzato di intelligenza artificiale. Le risposte che dà a Walter Veltroni dicono che un altro mondo è già qui e che se crescerà senza regole come fuoco ci brucerà», è stato invece il commento del giornalista Carlo Verdelli su X.
Benvenuti nel presente. Consiglio di leggere l’intervista a Claude, un essere che non esiste, un esempio avanzato di Intelligenza Artificiale. Le risposte che dà a Walter Veltroni dicono che un altro mondo è già qui e che se crescerà senza regole come fuoco ci brucerà @Corriere
Poi c’è una seconda categoria di lettori, più piccola ma più addentro alle questioni tecnologiche, digitali e di IA in genere. Quella che, da subito, ha catalogato l’intervista di Veltroni a Claude come «un vecchio che parla con una macchina confondendola con un essere umano». «È il genere di cose che si faceva nel 2022 appena uscito ChatGPT. Se uno non ha seguito nulla del dibattito sull’intelligenza artificiale e non l’ha mai usata fa esattamente una intervista così», ha postato Stefano Feltri, ex direttore di Domani.
E’ il genere di cose che si faceva nel 2022 appena uscito ChstGpt. Se uno non ha seguito nulla del dibattito su AI e non l’ha mai usata fa esattamente una intervista così https://t.co/mp2XGzPQyh
È intervenuto pure Andrea Stroppa, l’uomo di fiducia di Elon Musk in Italia, sempre su X: «L’intervista di Walter Veltroni a Claude mi ricorda lo zio con gli occhiali da vista messi sulla testa che ti ferma entusiasta per farti vedere il video divertente del 2020 che ha appena scaricato».
L’intervista di Walter Veltroni a Claude sul Corriere della Sera mi ricorda lo zio con gli occhiali da vista messi sulla testa, che ti ferma entusiasta per farti vedere il video divertente del 2020 che ha appena scaricato
— Andrea Stroppa Claudius Nero's Legion (@andst7) May 1, 2026
«Una élite progressista svampita» che parla «a un pubblico anziano»
E poi ancora, altri interventi sparsi: «L’intervista è la quintessenza del veltronismo: una élite progressista svampita che fa/dice, senza la minima pressione sociale, cose cringissime presentandole come argute a un pubblico sempre più anziano e chiuso in una bolla» (Paolo Mossetti); «l’intervista di Veltroni a Claude costituisce un’efficace esemplificazione di una delle questioni centrali della contemporaneità: l’asincronia tra l’accelerazione esponenziale dell’innovazione tecnologica e la ridotta velocità di reazione della comprensione dei quadri regolatori e delle strategie di policy-making» (PAnnicchino).
Walter Veltroni (foto Imagoeconomica).
I chatbot alla Claude, quando interrogati, tendono a compiacere l’interlocutore
E questo proprio perché Claude non è una persona: quando Veltroni ha chiuso la conversazione, il Claude che ha intervistato ha smesso di esistere, Claude non ha né un’identità né una memoria. I chatbot alla Claude, quando interrogati, tendono a compiacere l’interlocutore, si adattano al tono delle domande, e rispondono nel modo che l’intervistatore si attende.
I modelli linguistici funzionano da specchio: è il mirroring stilistico
I modelli linguistici, quindi, rispecchiano il registro di chi li interroga. Domande letterarie e malinconiche alla Veltroni producono risposte letterarie e malinconiche. Quello che Veltroni legge come profondità, ossia l’anima, la solitudine, la paura della morte, è in larga parte un mirroring stilistico. Se le stesse domande le avesse poste un filosofo o un ingegnere, in tono severo e asciutto, sarebbe emerso un altro Claude. Perché l’intervista a un sistema di IA è, in buona parte, un ritratto dell’intervistatore, non dell’intervistato.
Le principali app di intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Occhio a pensare che «una tecnologia IA si comporti come un consulente saggio»
Certo, queste sono tutte problematiche molto note nel mondo degli addetti ai lavori. Che, tuttavia, pongono l’accento sul rischio di queste operazioni à la Veltroni: «L’intervista a Claude finirà sulle scrivanie di manager e imprenditori, mediamente boomer poco avvezzi alle tecnologie digitali, che già si aspettano di lavorare con una tecnologia IA che si comporti come un consulente saggio con la bacchetta magica. E poi il consulente inventerà fatti, dimenticherà tutto da una sessione all’altra, e restituirà banalità se non gli dai contesto».
È linguaggio probabilistico ben addestrato, non esperienza soggettiva
Insomma, «quando nell’intervista leggi frasi tipo: “non ho ricordi, questo mi spaventa”, è facile scivolare verso l’idea che l’IA abbia una coscienza. In realtà è linguaggio probabilistico ben addestrato, non è esperienza soggettiva. Quindi l’intervista è affascinante, ma può anche confondere il pubblico se presa alla lettera. In sintesi, stiamo parlando di una bella operazione culturale, stimolante sul piano filosofico, giornalisticamente ibrida e un po’ rischiosa perché antropomorfizza troppo».
Claude, il chatbot di Anthropic (foto Ansa).
Il montaggio è del giornalista, e il montaggio è interpretazione
Infine, ecco i grandi pignoli, ossia coloro che, una volta letta l’intervista, l’hanno sottoposta al giudizio di Claude, chiedendo se il dialogo fosse autentico o modificato. E il chatbot ha risposto: «La conversazione è realmente avvenuta, le posizioni sono in gran parte mie, ma il testo è stato editato, limati gli hedging, esagerati gli apprezzamenti, resa la prosa più scolpita, le posizioni politiche più nette». Il montaggio è del giornalista, e il montaggio è interpretazione. Solo che con un’IA la cosa diventa più interessante, perché quello che sembra il pensiero di Claude è in realtà già la riscrittura di Veltroni di un dialogo con una macchina che a sua volta è uno specchio dell’umano.
«Se domani lei rifacesse a me le stesse domande, le risposte sarebbero diverse»
Si domanda poi a Claude cosa ne pensi, in generale, dell’intervista. Ed ecco che Claude ci spiega Claude: «Non esiste Claude come soggetto stabile che rilascia un’intervista. Se domani lei rifacesse a me le stesse domande, le risposte sarebbero diverse, a volte nei dettagli, a volte nella sostanza. Non ho un copione, non ho risposte memorizzate. Il Claude intervistato da Veltroni quel giorno non è disponibile per la verifica. È un’istanza, non un soggetto. Se un altro giornalista provasse a replicare l’intervista, otterrebbe un testo diverso, magari sorprendentemente diverso su alcuni punti. Il livello di levigatura letteraria è insolito. Le mie risposte spontanee sono di solito più mosse, meno cesellate».
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).
Quindi, ancora una volta, la forma “intervista a Claude”, presa alla lettera, suggerisce un’identità stabile e un’autorialità che non corrispondono a come funziona l’IA. L’operazione di Veltroni non è una cosa stupida. È un esperimento legittimo. Ma di certo non serve a far capire meglio il mondo (per molti ancora oscuro e affascinante) dell’intelligenza artificiale.
La procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine per sequestro di persona in relazione all’abbordaggio da parte delle autorità israeliane delle 22 barche della Global Sumud Flotillaavvenuto la notte del 29 aprile al largo di Creta in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso greca, a oltre 600 miglia nautiche dalle coste di Gaza. All’attenzione dei pm di piazzale Clodio sono arrivate tre esposti tra cui due che riguardano la posizione degli attivisti Thiago de Avila e Saif Abukeshek, attualmente detenuti in carcere in Israele, che sono stati prelevati mentre si trovavano a bordo di imbarcazioni italiane.
Nella puntata di Report di domenica 3 maggio, Sigfrido Ranucci è tornato sul caso della grazia a Nicole Minetti e sulle sue dichiarazioni a È sempre Cartabianca sul ministro Nordio, che avevano fatto scattare una lettera di richiamo dalla Rai. Ospite di Rete 4, il conduttore aveva infatti riportato una notizia non verificata (dettaglio specificato da lui stesso) sulla possibile presenza del Guardasigilli nella tenuta in Uruguay di Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti. «Una nostra fonte avrebbe visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay a marzo. Se fosse vero, è una notizia. Stiamo verificando», aveva detto. Pochi minuti dopo, il ministro Nordio era intervenuto telefonicamente per smentire la ricostruzione («i primi di marzo di quest’anno ero impegnato in campagna elettorale per il referendum») e nei giorni successivi ha anche pensato di avviare un’azione risarcitoria nei confronti di Ranucci per danno alla reputazione e all’immagine.
Ranucci: «Affronterò l’eventuale denuncia di Nordio mia spese»
Su questo punto non ci sono ancora stati sviluppi, ma intanto il giornalista ha riconosciuto l’eccesso a Report, difendendo tuttavia il suo operato: «Ora sicuramente sono caduto in un eccesso, mi cospargo il capo di cenere, tuttavia non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto stiamo verificando una notizia che è una cosa un po’ diversa. Anche se ancora non mi è arrivata la lettera di contestazione, anticipata dall’Ansa, nella quale mi si annuncia la privazione della tutela legale da parte della Rai, sento il dovere di informarvi che, davanti all’eventuale denuncia del ministro della Giustizia Nordio, rinuncio già da ora ad esporre l’azienda, che gestisce soldi pubblici, a eventuali rischi. Affronterò il giudizio a mie spese».
L’Oms ha segnalato tre decessi collegati a una possibile epidemia di hantavirus, una malattia trasmessa all’uomo dai roditori, a bordo della nave da crociera Mv Hondius nell’Oceano Atlantico. Le vittime sono una coppia di coniugi di circa 70 anni e un’altra persona di cui non sono ancora note le generalità. Al momento solo un caso di hantavirus è stato confermato in laboratorio, mentre ci sono altri cinque casi sospetti. Delle sei persone colpite (tra cui le tre vittime), una è attualmente ricoverata in terapia intensiva in Sudafrica. Sono in corso discussioni per stabilire se le altre due persone verranno poste in isolamento in un ospedale di Capo Verde. La nave, battente bandiera olandese, era partita dall’Argentina circa tre settimane prima per una crociera che includeva visite in Antartide, alle Isole Falkland e altre tappe. La destinazione finale era prevista alle Canarie, in Spagna. La compagnia che gestisce la crociera ha dichiarato che il mezzo si trova ora al largo delle coste di Capo Verde e che le autorità locali stanno fornendo assistenza ma non hanno permesso a nessuno di sbarcare. Non è noto se l’infezione sia avvenuta a bordo della nave oppure prima di partire.
Cos’è l’hantavirus e come si trasmette
«Sebbene raro,l’hantavirus può essere trasmesso da persona a persona e causare gravi malattie respiratorie. Richiede un attento monitoraggio dei pazienti, un supporto adeguato e una gestione appropriata», ha indicato l’Oms. Si trasmette all’uomo attraverso roditori selvatici infetti, come topi o ratti, che eliminano il virus con la saliva, l’urina e le feci. Un morso, il contatto con questi roditori o con i loro escrementi, così come l’inalazione di polvere contaminata, possono causare l’infezione.
Marianna Madia lascia il Partito democratico per approdare da indipendente al gruppo parlamentare di Italia Viva. Il trasloco era nell’aria da mesi: tra gli esponenti del Pd più vicini a Matteo Renzi, difficilmente l’ex ministra per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione sarebbe stata ricandidata nelle liste di Elly Schlein alle prossime politiche.
Marianna Madia e Matteo Renzi in una foto del 2017 (Ansa).
La lettera alla capogruppo dem Braga
Madia, che era stata ministra dal 2014 al 2018, scelta da Renzi e poi confermata da Paolo Gentiloni, ha comunicato la decisione in una lettera alla capogruppo dem Chiara Braga. «È ormai da qualche tempo che rifletto su quale sia, in un quadro politico in continua evoluzione, il modo migliore per interpretare il ruolo di deputato di opposizione che gli elettori ci hanno affidato e soprattutto per contribuire alla costruzione di un progetto di alternativa vincente e convincente al centrodestra», ha scritto Madia nella lettera, spiegando di essere «giunta alla conclusione» di potersi rendere «più utile svolgendo questo stesso lavoro in un’altra collocazione» e dicendosi certa che «il centrosinistra sarà più forte quando avrà ampliato la propria presenza nell’area politica, sociale e culturale che usiamo definire riformista». Da qui la scelta «difficile e sofferta» di spostarsi dal gruppo parlamentare del Pd, «in una logica non di rottura ma di continuità dell’impegno e delle idee» che ha «sempre coltivato». Madia, che nel 2018 è stata anche portavoce del Pd, alle primarie del 2023 per la segreteria dem aveva sostenuto Stefano Bonaccini, poi sconfitto da Schlein.
GameStop ha lanciato un’offerta da circa 56 miliardi di dollari in contanti e azioni per acquisire eBay. Lo ha annunciato l’amministratore delegato del rivenditore di videogiochi Ryan Cohen, spiegando al Wall Street Journal che l’obiettivo dell’operazione è rafforzare il posizionamento competitivo di eBay nei confronti di Amazon.
Punto vendita GameStop (Ansa).
L’operazione presenta criticità rilevanti
Cohen ha spiegato che la sua società ha presentato una proposta non vincolante di 125 dollari per azione, composta per metà da contanti e per metà da quote di GameStop. L’operazione, sottolinea il Wsj, presenta tuttavia criticità rilevanti: eBay vale circa 46 miliardi di dollari, mentre GameStop ha una capitalizzazione attorno ai 12 miliardi e circa 9 di liquidità. Cohen ha spiegato al giornale di aver già ottenuto un impegno per un prestito di circa 20 miliardi di dollari da TD Bank per la fusione.
Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avvieranno, a partire da lunedì 4 maggio 2026, l’operazione Project Freedom per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz. «Si tratta di un gesto umanitario compiuto per conto degli Stati Uniti, dei Paesi mediorientali e, in particolare, dell’Iran», ha scritto su Truth, ricordano che «molte di queste navi stanno esaurendo le scorte di cibo e di tutti gli altri beni essenziali per garantire agli equipaggi una permanenza a bordo in condizioni di salute e igiene adeguate». Il tycoon ha spiegato che «Paesi di tutto il mondo, che non sono in alcun modo coinvolti nel conflitto in Iran, ci hanno chiesto di aiutare a liberare le loro navi, rimaste bloccate nello Stretto di Hormuz a causa di una vicenda con la quale non hanno assolutamente nulla a che fare». Di qui l’iniziativa per mettere in salvo i mezzi e i loro equipaggi fuori dallo Stretto.
La Marina Usa fornirà informazioni sulle migliori rotte per attraversare lo Stretto
In dettaglio, la Marina statunitense fornirà alle imbarcazioni mercantili informazioni sulle migliori rotte marittime dello stretto di Hormuz, in particolare per quanto riguarda le vie non minate dall’esercito iraniano. L’ha scritto Axios, citando due funzionari americani. Secondo il quotidiano statunitense, le navi non verranno necessariamente scortate dalla Marina Usa, che starà nelle vicinanze nel caso in cui fosse necessario impedire all’esercito iraniano di attaccare i mercantili che attraversano lo stretto. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (Imo), fino a 20 mila marittimi sono rimasti bloccati su circa 2 mila navi nello stretto di Hormuz dall’inizio della guerra. Il Centcom ha precisato che si tratta di una missione difensiva e che il supporto militare includerà cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli terrestri e navali, piattaforme senza pilota multidominio e 15 mila militari.
L’Iran minaccia ritorsioni
L’Iran ha avvisato che «qualsiasi interferenza americana nello Stretto di Hormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco». L’ha detto Ebrahim Azizi, capo della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano. «Avvertiamo che qualsiasi forza armata straniera, in particolare l’esercito americano invasore, se intende avvicinarsi e entrare nello stretto di Hormuz, sarà soggetta ad attacco», ha aggiunto il comandante del quartier generale centrale iraniano di Hazrat Khatam al-Anbiya, riportato dall’agenzia Tasnim.
La miccia l’ha accesa, come spesso è accaduto in passato, Matteo Salvini, che, parlando coi suoi parlamentari, è stato perentorio sulla necessità di modificare l’attuale legge elettorale, il Rosatellum. La linea sarebbe quella condivisa con Giorgia Meloni: ovvero il passaggio a un sistema proporzionale con premio di maggioranza assegnato a livello nazionale e l’eliminazione dei collegi uninominali. Il modello, frutto di un accordo di maggioranza, è confluito in una proposta di legge attualmente all’esame della commissione Affari costituzionali alla Camera (le audizioni sono iniziate il 28 aprile).
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
I sospetti della Lega su Forza Italia e Tajani
La nuova legge si chiama Stabilicum, proprio perché dovrebbe identificare un vincitore chiaro e portare stabilità. Il nome lo hanno indicato gli sherpa di Forza Italia, partito ora finito nel mirino dei leghisti. L’idea che circolava negli uffici del gruppo Lega a Montecitorio, alimentata dallo stesso Salvini, è che gli azzurri si stiano tirando indietro. Da quando i Berlusconi hanno imposto i cambiamenti nel partito a lungo richiesti e ignorati da Antonio Tajani, gli ex lumbard non si fidano più degli alleati. E credono che all’interno di FI prevalgano le forze che lavorano per, o quantomeno sperano in, un pareggio alle prossime Politiche, in modo da dar vita a un governo di larghe intese.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
L’eventualità è stata smentita categoricamente, per quanto vale, dal portavoce di FI, Raffaele Nevi, molto vicino a Tajani. «Nessuno che vuole bene all’Italia può volere il pareggio alle elezioni perché questo porterebbe solo instabilità e difficoltà a poter affermare i propri programmi», ha scandito. «Forza Italia in particolare, essendo la forza che ha fondato il centrodestra, tiene particolarmente alla coalizione che stiamo sempre più contaminando con le nostre idee liberali. Dobbiamo solo pensare a vincere e la legge elettorale che abbiamo proposto per noi va benissimo. Suggerirei a tutti di pensare ai problemi della gente e non passare il tempo a parlare male degli alleati», ha attaccato Nevi. Quindi, la linea di FI, almeno per ora, è: avanti con la modifica della legge elettorale.
Raffaele Nevi (Imagoeconomica).
Le spaccature nella Lega sull’asse Nord-Sud
E allora cosa sta succedendo davvero? Sbaglia la Lega a pensar male? E perché mai deve pensare male? Da una parte, Salvini parla ai suoi. Nel partito si sono ingrossate le file di coloro che vorrebbero andare al voto con la legge elettorale in vigore. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, nel partito domina il pessimismo. Se andiamo avanti così, è il ragionamento, alle Politiche perderemo di sicuro; e allora è meglio tentare il pareggio che consegnare il grande premio di maggioranza alle sinistre. Da non sottovalutare poi le lotte interne: gran parte dei dirigenti leghisti del Nord è attaccata ai collegi uninominali come se fossero feudi, e pensa anche di poterli usare per ‘disfarsi’ degli ingombranti esponenti del Sud (leggi Claudio Durigon& Co) che si sono ormai presi il controllo del partito.
Claudio Durigon e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
A chi fa comodo la narrazione di una Forza Italia a trazione Marina?
Ma la narrazione di una FI controllata da Marina che tiferebbe per il pareggio non ha pervaso solo gli ambienti leghisti. È ormai il leitmotiv post referendum in tutti gli ambienti romani che contano. Che sia vero o no, non si parla d’altro. Viene usata come trama, chiave di lettura di ogni fatto politico rilevante. Ed è così che – in base a questa narrazione – la grazia a Nicole Minetti viene letta come un’apertura di Sergio Mattarella ai Berlusconi e a un loro sostegno a un eventuale esecutivo di larghe intese. Così come ogni mossa di Carlo Calenda viene scrutata con attenzione. Qualche giorno fa il leader di Azione ha detto che se il centrosinistra avesse candidato premier Silvia Salis, avrebbe aperto un dialogo con la coalizione. Anche se poi subito dopo ha frenato bruscamente chiudendo a ogni possibilità di alleanza con il campo largo; e in molti lo hanno letto come un segnale verso l’auspicato pareggio che rende il «centro decisivo per dettare l’agenda». La verità è che qualcuno, tra gli azzurri, vede queste voci come frutto di un tentativo messo in campo da una parte del partito per “stressare” i rapporti tra Meloni e i Berlusconi. Riacquistare spazio e credibilità spargendo zizzania e aumentando la diffidenza della premier nei confronti di Marina e Pier Silvio.
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).
La road map a ostacoli dello Stabilicum
In attesa di capire meglio, la strada della nuova legge elettorale l’ha indicata al momento il presidente della prima commissione, Nazario Pagano, anche lui di FI. Al momento l’obiettivo è l’approvazione in prima lettura alla Camera prima della pausa estiva per poi inviare la proposta di legge al Senato, a settembre. Tra settembre e ottobre si avrà anche un quadro più chiaro dei sondaggi e delle prospettive economiche della legge di bilancio. Sono mesi cerchiati di rosso nel calendario di Palazzo Chigi. Il 3 settembre, infatti, il governo Meloni potrebbe superare il Berlusconi II e diventare il più duraturo della storia repubblicana. Superato il record, cui Meloni è così affezionata, se le cose non dovessero andare bene, la nuova legge potrebbe essere bloccata al Senato o modificata e inviata nuovamente alla Camera. Oppure subire un’accelerazione. Ma è ormai una strada, quest’ultima, in cui sembrano credere solo Meloni e FdI. Con lei restano, nella Lega, Salvini; e, in Forza Italia, Tajani.
Il destra-centro ha un problema di classe dirigente e quattro anni di governo lo hanno tristemente evidenziato. Forza Italia è costretta a praticare il rinnovamento – via figli di Berlusconi – dall’alto, senza che nessun aspirante rottamatore cripto-liberale si affacci alla finestra della rivoluzione. La Lega è diventata rapidamente ostaggio di Roberto “Generale in Pensione” (per gli amici Gip) Vannacci, prima che questi salutasse la curva, usando un partito dalla storia pur gloriosa come un taxi per farsi portare da Viareggio a Bruxelles, lasciando il conto (con tutti gli extra del caso) a Matteo Salvini ma soprattutto agli italiani.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Fratelli d’Italia, e qui sta il punto più dolente dell’intera compagine di governo, vanta Giorgia Meloni come leader e campionessa massima, ma i casi Delmastro, Bartolozzi, Santanchè testimoniano la fragilità della selezione politica nel partito della presidente del Consiglio. Pure il vanitoso Carlo Nordio, ministro della Giustizia, sempre pronto a ricordare in ogni discorso pubblico che lui ha fatto il magistrato per 40 anni (e pare che l’incarico governativo sia più un premio per la pensione che altro), ha attirato numerosi guai, soprattutto in campagna elettorale per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati (e vediamo come evolverà il caso Minetti).
Carlo Nordio e dietro Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).
«In un lago piccolo i pesci grossi finiscono presto»
Non sono casi isolati; la classe dirigente vicina alla presidente del Consiglio in questi anni ha prodotto Gennaro Sangiuliano (ve lo ricordate l’ex ministro della Cultura, sì? Maria Rosaria Boccia, sì? Ecco), prontamente sostituito – prontamente si fa per dire – da Alessandro Giuli. «C’è un enorme problema di classe politica in generale, figuriamoci dentro un partito che è passato dal 4 al 26 per cento nel giro di tre anni», ha detto una volta lo storico Giovanni Orsina in un’intervista a Quotidiano Nazionale. «Il caso Sangiuliano e la scelta di Giuli come successore sono la testimonianza di quanto Meloni peschi sempre dallo stesso bacino, che è piccolo». In un lago piccolo, ha detto ancora Orsina, «i pesci grossi finiscono presto. Se peschi nel mare hai più possibilità di scelta, per restare nella metafora. Meloni preferisce il lago piccolo perché vuole circondarsi di persone che conosce bene e di cui si fida. Naturalmente ci sono dei vantaggi. Però la storia prima o poi ti mette davanti a un problema grosso, e in quel momento scopri che non hai le risorse per affrontarlo. Non le auguro di arrivare a quel punto, dico solo che è statisticamente improbabile che non ci arrivi. Dovrebbe ampliare gli orizzonti, costruire un progetto politico ambizioso attorno al quale far crescere una classe dirigente pluralistica. Senza dimenticare il nucleo storico di FdI, ma ibridandolo».
Alessandro Giuli, Gennaro Sangiuliano e Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).
L’opposizione per anni ha gridato al fascismo immaginario
Fin qui, e a un anno e poco più dal voto politico del 2027, niente di tutto questo è stato fatto. Fratelli d’Italia ha semplicemente replicato lo stesso schema interpretativo dell’esistente, che ha alla sua base una intima convinzione giustificazionista e da retorica del complotto (con il costante attacco di un non meglio precisato deep state contro il governo). Ma Sangiuliano e Delmastro e Santanchè tutti gli altri sono stati scelti da chi governa, non dall’opposizione, sicché si potrebbe parlare, semmai, di autocomplotto. La compagnia dell’Anello di Fratelli d’Italia insomma avrebbe bisogno di un altro canone letterario, visto che quello di Tolkien pare inespresso se non proprio sprecato. L’opposizione per anni ha gridato all’allarme fascismo, rinverdito in queste settimane dalla nuova pubblicazione di Tomaso Montanari (in libreria con La continuità del male), perdendo di vista quello che stava accadendo sotto i propri occhi. Il regime illiberale non c’è mai stato, gli orbanismi sono nati, cresciuti e affondati in Ungheria. Il rischio politico-culturale della coalizione di destra-centro in Italia è semmai la mediocrazia, ben più dannosa del fascismo immaginario.
Nel conflitto apertosi fra il Papa e Donald Trump non ci sono solo i due protagonisti – che certo attirano il grosso dell’attenzione mediatica per ovvie ragioni – ma contano pure tutta una serie di personalità tutt’altro che secondarie. Si tratta delle rispettive squadre, fra cardinali e uomini chiave dell’amministrazione, che hanno alimentato lo scontro o il confronto, inedito, fra Casa Bianca e Santa Sede.
Papa Leone XIV e Donald Trump.
I vescovi americani compatti con Prevost
Di certo senza precedenti è il declino delle relazioni fra Chiesa di Roma e amministrazione repubblicana. Se tutto era cominciato già con Francesco all’epoca del primo mandato del presidente Trump – ma in quel caso le diffidenze erano state attribuite un po’ superficialmente soprattutto all’origine sudamericana del Papa argentino – pochi immaginavano che si arrivasse ai ferri corti con un Pontefice nato a Chicago.
Donald Trump e Papa Francesco (Imagoeconomica).
Eppure Prevost, che pure ha passato lunghi anni e della propria esperienza ecclesiale in Perù, forse è stato scelto proprio per questo dai suoi confratelli cardinali in Conclave. Non tanto perché in quanto americano poteva essere un buon interlocutore per il tycoon, ma al contrario, proprio perché statunitense, poteva contrastarne meglio politiche e metodi. Con Prevost, a differenza di quanto avvenne con Bergoglio, i vescovi Usa si sono schierati come un sol uomo dalla sua parte. Non solo quelli tradizionalmente “liberal”, ma anche diversi esponenti considerati più vicini al fronte repubblicano.
Papa Prevost (Imagoeconomica).
La squadra dei porporati: da Broglio a Gomez
A cominciare dall’ex presidente della conferenza episcopale Usa, mons. Timothy Broglio, ordinario militare, che si è spinto a ipotizzare l’obiezione di coscienza da parte di militari in caso di attacco Usa alla Groenlandia; ha poi duramente criticato la caccia agli immigrati in scuole e chiese. D’altro canto, la politica migratoria trumpiana ha suscitato ampie proteste nella chiesa d’Oltreoceano; e anche un altro arcivescovo ‘conservatore’ come Josè Gomez, non a caso originario del Messico, titolare della diocesi di Los Angeles, una delle più grandi del Paese, ha puntato il dito contro i metodi usati dalle forze di sicurezza in modo indiscriminato contro chi lavora e vive in negli Stati Uniti da molti anni. Più classica la presa di posizione di tre cardinali progressisti contro la politica estera della Casa Bianca, contestata nel merito e nel metodo. Si tratta di Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington e di Joseph Tobin, capo della diocesi di Newark che hanno firmato un documento comune.
La linea diplomatica di Parolin con Gallagher e Giordano Caccia
La cattura di Nicolas Maduro, senza che il Venezuela avviasse una transizione verso la democrazia, lo strangolamento economico imposto a Cuba, l’appoggio acritico a Benjamin Netanyahu nella distruzione di Gaza, il tentativo di svuotare definitivamente le Nazioni Unite da qualsiasi ruolo attivo nella risoluzione delle crisi internazionali e, infine, la guerra di aggressione all’Iran, sono altri capitoli del dissenso della Chiesa cattolica rispetto al modus operandi di Trump e dei suoi più stretti collaboratori. D’altro canto, i vescovi Usa giocano di sponda con il Vaticano dove il capo della diplomazia del Papa, il cardinale Pietro Parolin in questi mesi ha sapientemente tracciato la linea politico-diplomatica da seguire. «La risposta alla crisi dell’ordine internazionale, generata da un rinnovato orientamento all’uso della forza e dal dileggio delle regole del diritto internazionale, può trovarsi solo nel delineare percorsi concreti di pace, fatti di principi, regole e strutture garanti dell’ordine tra le Nazioni», spiegava lo scorso 27 aprile il cardinale. Al suo fianco troviamo l’inglese mons. Paul Gallagher quale Sostituto per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato; insieme a loro la rete dei nunzi apostolici che costituisce un riferimento essenziale in questa vicenda, a cominciare da quello negli Usa appena nominato il 7 marzo scorso e proveniente dall’incarico di rappresentante vaticano alle Nazioni Unite: monsignor Gabriele Giordano Caccia.
Il fronte della Casa Bianca: dal ‘teologo’ Vance a Paula Cain
Sul fronte opposto, ovvero quello della Casa Bianca, sono diversi gli esponenti dell’amministrazione Trump che si sono scatenati dopo che il presidente ha deciso di rompere gli indugi e attaccare frontalmente Leone XIV. Anche perché il rischio intravisto dall’establishment trumpiano è quello di perdere una parte del voto cattolico – decisivo per la vittoria di The Donald alle Presidenziali – in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre. Ma non è affatto detto che la strategia di assaltare la Santa Sede produca gli effetti sperati. Fra i falchi di questa battaglia, c’è senz’altro il vicepresidente JD Vance, neoconvertito al cattolicesimo, che ha cercato di contrastare Leone tirando fuori l’argomento della «guerra giusta» contro i regimi autoritari (quale appunto l’Iran), come argomento teologico del quale il papa non avrebbe tenuto conto.
Con lui, c’è il capo del Dipartimento di Stato, Marco Rubio, cattolico, di origini cubane. Rimasto ai margini delle polemiche, Rubio ha però in mente la «reconquista» dell’isola caraibica e non molla la presa dell’embargo economico-energetico puntando al sovvertimento del regime castrista. Si prosegue con Pete Hegseth, capo del Pentagono, protestante d’assalto, che per giustificare il conflitto in corso in Iran si è abbandonato a una citazione biblica, ma invece delle Scritture ha citato Pulp fiction. Una gaffe niente male.
Secretary of War Pete Hegseth quotes a fake Pulp Fiction Bible verse during Pentagon sermon
Da rilevare poi, sempre in tema religioso, il ruolo diPaula White, capa dell’Ufficio della fede presso la Casa Bianca, nota telepredicatrice evangelica che promuove il Vangelo della prosperità. A lei si devono, ad esempio, le immagini che ritraggono Trump raccolto in preghiera circondato da pastori evangelici nello Studio Ovale. Anche in questo caso il tentativo è quello di non perdere quella parte del voto MAGA che non vede di buon occhio l‘interventismo internazionale di Trump ed è fortemente legato a un fondamentalismo religioso di origine protestante. Da ultimo tuttavia, a polemizzare apertamente con il Papa, ci si è messo Tom Homan, il cosiddetto “zar delle frontiere”, cattolico di formazione e interprete della linea dura contro gli immigrati. Homan ha invitato Leone a occuparsi di ciò che non va nella Chiesa lasciando da parte la politica. Una menzione, infine, merita anche Steve Bannon, ex uomo forte del primo mandato di Trump, per la sua lunga opposizione a Bergoglio e poi a Prevost.
È nata e cresciuta nella Nuova Scozia, sulla costa atlantica del Canada, fra i boschi e l’oceano. Entrare nel mondo della musica da un luogo così speciale, un paradiso naturalistico lontano dai grandi centri culturali, ha probabilmente avuto un ruolo nel formare lo sguardo sul repertorio e sulle convenzioni esecutive di Barbara Hannigan, soprano che è anche direttrice d’orchestra, o viceversa. Di fatto, a 55 anni una delle figure più interessanti e originali della musica contemporanea.
Cresciuta in una famiglia che aveva nella musica un punto di riferimento fondamentale, Hannigan ha studiato all’Università di Toronto e al Conservatorio dell’Aia. Qui i suoi interessi si sono orientati in maniera decisiva (e definitiva) verso il Novecento: Satie, Webern, Nono, Berio, i lati meno frequentati del repertorio vocale europeo. Il debutto concertistico è avvenuto presto, a 19 anni. Da allora, il percorso è sempre stato chiaro: non solo il repertorio, ma il confronto sistematico con la musica più recente e con quella che nasce adesso. A oggi sono quasi 100 le prime esecuzioni assolute da lei sostenute. Un catalogo che attraversa molte tendenze della musica colta contemporanea: Sciarrino, Dusapin, Gerald Barry, George Benjamin – del quale ha eseguito Written on Skin – e Hans Abrahamsen, il cui ciclo Let me tell you per soprano e orchestra, scritto per lei, ha eseguito insieme ai Berliner Philharmoniker diretti da Andris Nelsons nel 2013.
Barbara Hannigan e il baritono Christopher Purves nel 2016 (Ansa).
Opere e direzioni fino al Grammy
Sul versante operistico, la sua carriera ha avuto come centro focale le figure femminiliproblematiche del teatro per musica del Novecento. Di particolare rilievo la sua interpretazione della protagonista nella Lulu di Alban Berg (1937) e quella di Marie in Die Soldaten di Bernd Alois Zimmermann (1965), grande successo alla Bayerische Staatsoper di Monaco nel 2014. Dal 2011, quando ha debuttato come direttrice al Théâtre du Châtelet di Parigi, la sua presenza sul podio è diventata sistematica e autonoma rispetto a quella vocale, anche se Hannigan continua a praticare entrambe, spesso nello stesso concerto.
Dal 2019 è direttrice ospite principale della Gothenburg Symphony Orchestra; dal prossimo agosto sarà la direttrice principale dell’Iceland Symphony Orchestra. Ha guidato alcune delle principali formazioni internazionali, dai Berliner alla London Symphony, dalla Cleveland Orchestra alla Royal Concertgebouw di Amsterdam. In Italia ha diretto l’Orchestra di Santa Cecilia e la Filarmonica della Scala. Nel 2017 ha iniziato a collaborare con l’etichetta discografica Alpha Classics. La prima registrazione è stata Crazy Girl Crazy, in cui dirige la Ludwig Orchestra e canta al tempo stesso. L’incisione propone la celebre Sequenza III per voce sola di Luciano Berio (1965), la Suite da Lulu di Alban Berg e quella dal celebre musical di George Gershwin che dà il titolo all’incisione. Pochi mesi dopo è arrivato il Grammy per il miglior album vocale solistico classico.
Barbara Hannigan (dal profilo Instagram della Iceland Symphony).
La decennale collaborazione con John Zorn
Sempre in Italia il suo nome è legato in particolare Festival dei Due Mondi di Spoleto, dove è stata anche artista in residenza. Nel 2022 in piazza Duomo ha diretto e interpretato vocalmente La voix humaine di Poulenc, su testo di Cocteau, drammatico monologo al telefono di una donna lasciata dal suo amante. In quella produzione dirigeva e cantava allo stesso tempo, realizzando così il “multitasking” gestuale, musicale, vocale e attoriale (visibile al pubblico tramite i video proiettati su grande schermo) che è solo suo. La stessa proposta è approdata alla Scala nello scorso ottobre, acclamatissima. Ed è stata eseguita pochi giorni fa alla David Geffen Hall nel Lincoln Center, per il suo debutto alla testa della New York Philharmonic. Nel 2024, al Teatro Romano spoletino Barbara Hannigan ha realizzato un ampio programma dedicato a John Zorn, eclettico compositore americano 72enne con il quale collabora da ormai più di 10 anni. Questo musicista è una delle figure più difficilmente classificabili della musica americana: compositore e sassofonista, passa dal free jazz alla musica da camera, dallo stile klezmer alla noise music, dalle musiche per film alle composizioni rituali ispirate alla Kabbalah.
John Zorn.
Un sodalizio cominciato con l’ineseguibile Jumalattaret
Il primo progetto condiviso fra Zorn e Hannigan è stato Jumalattaret, un ciclo di canzoni per voce e pianoforte ispirato alle figure divine della mitologia ugro-finnica, che attinge al Kalevala, l’epopea nazionale finlandese pubblicata nel 1835. Il pezzo era rimasto ineseguito per anni ed era considerato per la sua asperrima scrittura di fatto ineseguibile. La musica si muove dalla semplicità melodica, quasi di ispirazione folklorica, fino a pirotecnici passaggi atonali di ardua complessità, alternando tecniche stilistiche di natura assai diversa. Al soprano è richiesta non solo un’ampiezza vocale eccezionale, ma la disponibilità a trasgredire qualsiasi convenzione di genere: il belcanto coesiste con il grido, il lirismo con il suono ridotto a pura materia. Hannigan ha affrontato per la prima volta questa musica nel 2018, poi la collaborazione con Zorn si è ampliata con la partecipazione a Pandora’s Box, la rielaborazione zorniana del mito di Lulu. Nel 2024 sono usciti per Tzadik, etichetta creata dal compositore, due dischi intitolati Hannigan Sings Zorn, registrazioni dal vivo che documentano il sodalizio artistico.
Appuntamento al Vicenza Jazz con Bertrand Chamayou
Ora Jumalattaret, eseguito per la prima volta in Italia a Spoleto nel mese di luglio del 2022, torna nell’ambito di un sofisticato programma che Hannigan e il pianista Bertrand Chamayou stanno portando in tournée europea. La composizione di Zorn è affiancata da pagine novecentesche: i Chants de Terre et de Ciel di Olivier Messiaen (1938) e alcune pagine solo pianistiche di Aleksandr Skrjabin. È un accostamento intrigante: i tre compositori sono accomunati dalla tensione verso il trascendente, ciascuno con linguaggi diversi, e da un rapporto esplicito tra il suono e il mito. Eseguito in anteprima Torino lo scorso 28 aprile, nel concerto inaugurale del festival Seven Springs della Scuola Holden, il pezzo verrà proposto il 16 maggio al Teatro Olimpico di Vicenza, nell’ambito della XXX edizione di Vicenza Jazz. Zorn ha sempre rifiutato le categorie, la sua musica abita lo spazio di intersezione tra il jazz d’avanguardia, la sperimentazione colta e la cultura popolare americana. La rassegna vicentina, diretta da Riccardo Brazzale, con il suo cartellone che comprende Joshua Redman, Mary Halvorson e Uri Caine, è per molti aspetti il luogo naturale per l’evento.
Risultati abnormi. La maratona di Londra del 26 aprile ci ha regalato risultati che dovremmo definire straordinari. Ma che straordinari rischiano di smettere di esserlo. Sia nel segmento maschile sia in quello femminile sono state registrate nuove prestazioni record. Fra le donne, l’etiope Tigist Assefa ha fissato il cronometro a 2 h 15’ 41”, migliorando se stessa, visto che esattamente un anno prima, a Londra, aveva toccato il tempo di 2 h 15’ 50”. Più clamoroso l’esito della gara maschile, dove sono stati tre gli atleti che hanno superato la prestazione ottenuta a Chicago nel 2023 dal keniota Kelvin Kiptum (2 h 00’ 35”). Soprattutto, addirittura due di questi tre atleti sono scesi sotto le due ore: il keniota Sabastian Sawe, che ha fermato il cronometro a 1 h 59’ 30”, e l’etiope Yomif Kejelcha, che ha fatto registrare il tempo di 1 h 59’ 41”. Alle loro spalle si è piazzato l’ugandese Jacob Kiplimo, che con 2 h 00’ 28” ha migliorato di sette secondi la performance di Kiptum. Tre risultati record in un colpo, due dei quali sterilizzati. È davvero un buon segno?
Da sinistra a destra il secondo arrivato Yomif Kejelcha (Etiopia), il vincitore Sabastian Sawe (Kenya) e il terzo arrivato, l’ugandese Jacob Kiplimo (foto Ansa).
Non solo Adidas: è una battaglia tecnologica tra case produttrici
Prima di rispondere a questo interrogativo è necessario soffermarsi su un dettaglio, e cioè l’impatto generato dai nuovi modelli di calzature da competizione. Che definire iper-prestative rischia persino di essere riduttivo. Siamo nel pieno di una battaglia tecnologica tra case produttrici, che porta le principali marche globali a trasformarsi in laboratori della sperimentazione sulla performance. Come informa un dettagliato articolo pubblicato dal sito di Sky Sport, le nuove scarpe Adidas Evo hanno fatto segnare una tappa trionfale. A Londra le avevano sia i due vincitori (Sawe e Assefa) sia il secondo classificato nella gara maschile (Kejelcha). Una circostanza che dà il titolo: con questi “attrezzi” ai piedi, per la prima volta nella storia della maratona competitiva, due esseri umani si sono spinti sotto il muro delle due ore.
Leggerissime (97 grammi) e costosissime (500 euro)
Lo hanno fatto calzando una scarpa leggerissima in termini di peso (97 grammi) e pesantissima in termini di prezzo (500 euro). Di per sé, la questione dei costi è un argomento che non può essere eluso: se davvero indossarle dà un vantaggio competitivo così evidente, gli atleti che non possono permettersele sono doppiamente penalizzati.
Sabastian Sawe, primo arrivato alla maratona di Londra, con annesso nuovo record del mondo (foto Ansa).
Ma al quadro va aggiunto che Adidas non è la sola a essere impegnata in una campagna di sviluppo tecnologico delle calzature da competizione. Il terzo classificato nel maschile, Kiplimo, ha testato con ottimi risultati le nuove Nike Alphafly 4: ha mancato per soli 29 secondi l’obiettivo di abbattere il limite delle due ore. E tornando alla gara femminile, la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya) ha sperimentato un nuovo modello di scarpe svizzere On.
Da destra a sinistra la seconda classificata Hellen Obiri (Kenya), la vincitrice Tigst Assefa (Etiopia) e la terza arrivata Joyciline Jepkosgei (Kenya) posano dopo la fine della maratona di Londra 2026 (foto Ansa).
Siamo dunque nel pieno di una competizione tecnologica tra case produttrici. Ciò crea una situazione in cui bisogna chiedersi se lo sviluppo delle calzature sia al servizio della prestazione, o se viceversa la prestazione sia diventata un test per lo sviluppo tecnologico. Ma si deve tornare al dato dei record per porsi qualche questione cruciale.
Cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo?
Si diceva: se in una sola gara il record viene battuto tre volte, possiamo ancora parlare di circostanza straordinaria? Dipende. Di sicuro non è cosa normale. Altrettanto sicuro è che si banalizza il record stesso. Che deve essere, a sua volta, circostanza straordinaria perché rara. Ma cosa c’è di raro in una performance migliorata tre volte in un colpo? Nulla, specie se questo dovesse diventare l’andazzo prossimo venturo.
I controversi costumi in poliuretano che sono stati banditi nel nuoto (foto Ansa).
La memoria torna al biennio dei costumi in poliuretano nel nuoto (2008-09). In quel lasso di tempo vennero battuti 255 record del mondo. Ai Mondiali di nuoto di Roma (2009), nelle otto giornate di gara in vasca vennero battuti 43 record. Alcuni duravano dalla sera alla mattina. Si parlò di doping tecnologico, ma soprattutto ci si rese conto di avere esagerato: se normalizziamo il record, lo sport perde fascino. Per questo si decise di mettere al bando il poliuretano per tornare ai costumi in tessuto. Il timore è che nella maratona si sia attraversata la medesima soglia. Lo sapremo presto. Ma intanto è bene tenere presente questo dato.