Venezuela, l’appello della famiglia Trentini: «Chiediamo silenzio»

La famiglia di Alberto Trentini ha deciso di intervenire pubblicamente chiedendo silenzio sulla vicenda. Un intervento definito e condiviso dalla madre Armanda insieme all’avvocata Alessandra Ballerini: «La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza. Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione di Alberto. Ringraziamo tutti per la comprensione e la solidarietà», affermano.

Mantovano: «Ogni parola in più può essere dannosa»

A distanza di giorni dall’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, il quadro resta estremamente fragile in Venezuela. Alberto Trentini, cooperante italiano originario del Lido di Venezia, fermato il 15 novembre 2024, è detenuto da oltre un anno senza accuse formali nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I, nei pressi di Caracas.  Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha ribadito la linea della massima riservatezza: «Ogni parola in più può solo danneggiare la celere soluzione della vicenda», ricordando che «il governo ha lavorato fin dal primo giorno per la sua liberazione e continua a lavorare». In passato, tuttavia, la madre del cooperante, Armanda Colusso, aveva manifestato perplessità sull’azione della Farnesina, affermando che nei primi mesi dopo l’arresto «non aveva avuto alcun contatto con il governo venezuelano».

Tajani: «Stiamo facendo l’impossibile»

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invece assicurato che il dossier Trentini resta una priorità, spiegando che l’Italia è impegnata anche per «gli altri 20 detenuti politici arrestati durante le manifestazioni contro le elezioni politiche presidenziali». Intervenendo a Rtl 102.5, il vicepremier ha aggiunto: «Stiamo tentando il possibile e l’impossibile», precisando di aver parlato fino a domenica 4 gennaio con l’ambasciatore italiano a Caracas e di confidare che «con Rodríguez il dialogo sia più facile per riportare a casa una persona che non ha fatto del male».

Riforma giustizia, il Nobel Giorgio Parisi: «Voterò no al referendum»

Il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha spiegato le motivazioni della sua adesione al comitato “Società civile per il No” al referendum sulla riforma della giustizia in un’intervista a Repubblica. Al centro della sua posizione c’è la difesa dell’autonomia della magistratura: «Prima di essere uno scienziato sono un cittadino. E come cittadino questa battaglia mi interessa moltissimo perché penso che il punto fondamentale sia essenzialmente difendere l’indipendenza della magistratura», ha dichiarato. Secondo Parisi, la riforma in discussione ha una finalità precisa: «ha lo scopo di indebolire la magistratura». Da qui la scelta di schierarsi per il no «in difesa della sua indipendenza affinché i magistrati possano continuare a indagare anche i politici, che non devono ritornare a essere una casta di intoccabili».

Parisi: «Il referendum ha lo scopo di indebolire la magistratura»

Nel merito delle modifiche previste, Parisi ha espresso forti critiche sull’assetto del Consiglio superiore della magistratura: «Diviso a pezzi è infinitamente più debole di un singolo consiglio più grande e anche più facilmente scalabile». Per il fisico, anche il ricorso al sorteggio risponde alla stessa logica: «Si cerca di evitare che nel Consiglio superiore della magistratura ci siano persone di prestigio. Al contrario persone scelte a caso sono più facilmente influenzabili. Questo sarà l’unico caso in Italia in cui i rappresentanti di un gruppo vengono sorteggiati». Parisi ha infine ridimensionato l’impatto della consultazione sull’esecutivo, affermando che «il governo sopravviverà benissimo a questo referendum, qualsiasi sia l’esito», ribadendo però che «il referendum ha uno scopo ben preciso: indebolire la magistratura».

Trump rivendica il petrolio del Venezuela sfidando la Cina

Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti inizieranno a gestire fino a 50 milioni di barili di petrolio venezuelano bloccati dalle sanzioni statunitensi, per un valore stimato fino a 1,9-2 miliardi di dollari. Il greggio verrà spedito direttamente negli Stati Uniti, venduto a prezzo di mercato e gestito dalla Casa Bianca. Trump ha aggiunto che i ricavati verranno gestiti dagli Stati Uniti e che verranno destinati anche a beneficio del Venezuela, ma non è stato indicato in che modo. L’operazione, affidata al segretario all’Energia Chris Wright, rischia di dirottare verso Washington forniture finora destinate alla Cina, che attualmente acquista il 90 per cento del petrolio venezuelano.

Il piano di Trump sul petrolio del Venezuela

Il piano riguarda petrolio già caricato su petroliere o stoccato, che Caracas non è riuscita a esportare a causa del blocco imposto da Washington. Le sanzioni in vigore dal 2020 hanno escluso PDVSA, la compagnia statale del Venezuela, dal sistema finanziario globale, congelato i conti e impedito transazioni in dollari. Non è quindi chiaro come il Paese potrà accedere ai proventi. Attualmente l’unico canale regolare verso gli Stati Uniti passa da Chevron, che esporta tra 100 mila e 150 mila barili al giorno grazie a un’autorizzazione Usa. Trump chiede inoltre “accesso totale” al settore petrolifero venezuelano per aziende statunitensi e ipotizza investimenti per ricostruire le infrastrutture, coinvolgendo gruppi come Exxon Mobil, ConocoPhillips e la stessa Chevron. L’annuncio ha spinto i prezzi del greggio Usa in calo di oltre l’1,5 per cento.

Trump rivendica il petrolio del Venezuela sfidando la Cina
Una donna in bicicletta con un bambino davanti a delle petroliere a Cabimas, Venezuela (Ansa).

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La reazione della Cina

Pechino ha definito il piano di Trump una violazione del diritto internazionale. «Il Venezuela è uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali e sulle sue attività economiche», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning. La cooperazione energetica «tra Cina e Venezuela è condotta tra due Stati sovrani ed è protetta dal diritto internazionale e dalle leggi pertinenti», ha aggiunto. La portavoce ha inoltre condannato «l’uso sfacciato della forza» da parte degli Stati Uniti.

Yemen, destituito il leader separatista

Il leader separatista yemenita Aidaros Al-Zubaidi è stato estromesso dall’esecutivo con l’accusa di «alto tradimento». La decisione è stata comunicata dal presidente dell’organismo riconosciuto a livello internazionale che rappresenta il governo, il quale ha reso noto che Al- Zubaidi verrà segnalato al procuratore generale. Secondo quanto riferito nella nota ufficiale, sul suo conto pendono diverse imputazioni. Il capo del Consiglio di transizione meridionale, movimento che punta alla creazione di uno Stato autonomo nel sud dello Yemen, è stato inoltre dichiarato latitante dopo non essersi presentato a Riad, dove era atteso per una conferenza finalizzata a favorire un processo di riconciliazione tra le fazioni in conflitto nel Paese.

Colpita da oltre 15 raid arei condotti dall’Arabia Saudita l’area di al-Dhale

Nel frattempo, il governatorato sud-occidentale di al-Dhale, area di origine di Al-Zubaidi, è stato colpito da oltre 15 raid aerei condotti dall’Arabia Saudita. Un funzionario locale e fonti sanitarie hanno riferito che i bombardamenti hanno provocato almeno quattro vittime civili. Gli attacchi della coalizione guidata da Riad sono avvenuti mentre le forze di sicurezza conducevano un’operazione nella provincia natale del leader separatista. Un primo resoconto fornito dagli ospedali Al-Nasr e Al-Tadamon di al-Dhale parla anche di feriti tra la popolazione: «Il bilancio iniziale degli attacchi nella provincia di al-Dhale è di quattro morti e sei feriti tra i civili», hanno dichiarato fonti mediche.

Arrestato Marin Jelenic, il presunto killer del capotreno ucciso a Bologna

La polizia ha arrestato a Desenzano del Garda Marin Jelenic, 36enne croato, ricercato da lunedì sera per l’omicidio di Alessandro Ambrosio, capotreno ucciso lunedì sera a Bologna nel parcheggio riservato al personale ferroviario. Jelenic era arrivato a Desenzano in autobus da Milano, dove si era spostato dopo essere riuscito a far perdere le proprie tracce.

La fuga

La fuga era iniziata poche ore dopo il delitto, avvenuto verso le 18.30. Lunedì sera i carabinieri di Fiorenzuola d’Arda, nel piacentino, avevano fermato Jelenic su un treno regionale diretto a Milano, identificandolo in seguito alla segnalazione del capotreno di un ubriaco molesto a bordo. In quel momento, però, è stato rilasciato perché non risultava ricercato: l’omicidio era avvenuto da poco e gli investigatori di Bologna non avevano ancora attribuito un nome e un volto al possibile responsabile, sulla base delle immagini delle telecamere.

Ancora da chiarire il movente

Le prime indagini indicano che Jelenic avrebbe seguito Ambrosio all’interno della stazione di Bologna e fino al parcheggio, dove lo avrebbe colpito con una coltellata mortale al polmone. Il capotreno è morto dissanguato. Senza fissa dimora, Jelenic viveva da tempo tra treni e stazioni ed era noto alle forze dell’ordine per piccoli reati e comportamenti molesti legati all’alcol. Il movente resta dunque da chiarire.

Cosa hanno deciso i Volenterosi a Parigi sulle garanzie all’Ucraina

I leader europei e i rappresentanti degli Stati Uniti riuniti martedì a Parigi hanno iniziato a definire in modo operativo le garanzie di sicurezza per l’Ucraina nell’ambito di un eventuale cessate il fuoco con la Russia. Al vertice dei Volenterosi c’erano, tra gli altri, Volodymyr Zelensky, Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Ursula von der Leyen, Mark Rutte e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner. Da Kyiv è arrivata una valutazione positiva sul carattere vincolante degli impegni assunti, che dovranno essere recepiti dal Congresso americano e dai parlamenti europei. Il quadro che emerge distingue nettamente i ruoli: gli Stati Uniti guideranno il monitoraggio del cessate il fuoco e forniranno supporto logistico e di intelligence, mentre un eventuale contingente multinazionale sarà a guida europea. Sul dispiegamento di truppe restano però posizioni diverse: Francia e Regno Unito hanno confermato la creazione di centri militari in Ucraina per addestrare e sostituire i soldati ucraini; la Spagna non esclude contributi; la Germania valuta un dispiegamento solo in Paesi Nato confinanti; mentre l’Italia ha escluso l’invio di soldati.

Cosa hanno deciso i Volenterosi a Parigi sulle garanzie all’Ucraina
Il vertice dei Volenterosi a Parigi (Ansa).

I quattro pilastri delle garanzie di sicurezza all’Ucraina

Nella dichiarazione finale del vertice, si legge che le garanzie saranno politicamente e giuridicamente vincolanti e attivate solo dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco. Il primo pilastro è un meccanismo di monitoraggio e verifica continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti, con la partecipazione dei Volenterosi e una commissione speciale incaricata di accertare eventuali violazioni e attribuirne la responsabilità. Il secondo riguarda il sostegno di lungo periodo alle forze armate ucraine: aiuti militari, finanziamento degli armamenti, supporto al bilancio della difesa, accesso a depositi per rinforzi rapidi e assistenza tecnica per le fortificazioni. Il terzo è una forza multinazionale, composta da Paesi disponibili, per la deterrenza e la rigenerazione dell’esercito ucraino, con misure in aria, mare e terra, su richiesta di Kiev e dopo una cessazione credibile delle ostilità. La dichiarazione prevede inoltre impegni vincolanti di assistenza in caso di un futuro attacco russo, inclusi strumenti militari, intelligence, logistica, iniziative diplomatiche e nuove sanzioni, e un rafforzamento strutturale della cooperazione industriale e dell’addestramento nel settore della difesa.

Vertice a Parigi: Usa pronti a sostenere una forza guidata dall’Europa in Ucraina

I leader europei e i funzionari statunitensi, riuniti martedì a Parigi per il vertice della Coalizione dei Volenterosi, hanno iniziato a delineare le garanzie di sicurezza per l’Ucraina legate a un possibile cessate il fuoco con la Russia. Alla riunione partecipano, tra gli altri, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la premier Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier britannico Keir Starmer, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il segretario generale della Nato Mark Rutte e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner.

La bozza della dichiarazione finale del vertice

La bozza di dichiarazione finale, riportata da Reuters, prevede la creazione di una forza multinazionale da schierare dopo il cessate il fuoco, che fornirebbe «misure di rassicurazione in aria, in mare e sulla terraferma» all’Ucraina e garantirebbe la «rigenerazione delle forze armate ucraine». La forza sarà guidata dall’Europa, e «supportata da un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti con la partecipazione internazionale». Gli Stati Uniti parteciperanno alla missione «con risorse quali intelligence e logistica» e assumono «l’impegno a sostenere la forza in caso di attacco» da parte della Russia. Tali impegni potrebbero comprendere «l’uso di capacità militari, supporto di intelligence e logistico, iniziative diplomatiche e l’adozione di ulteriori sanzioni». Secondo Bloomberg, i governi europei e Washington puntano a chiudere un accordo sulle garanzie di sicurezza che includa anche «la possibilità di truppe americane sul territorio dell’Ucraina nel dopoguerra», con l’obiettivo di rendere duraturo un eventuale accordo di pace.

Usa, Kennedy Jr ha ridotto il numero di vaccini consigliati per i bambini

Lunedì le autorità sanitarie federali statunitensi hanno aggiornato con effetto immediato il calendario delle vaccinazioni pediatriche del Centers for Disease Control and Prevention, riducendo le malattie coperte dalle vaccinazioni di routine da 17 a 11. Si tratta della revisione più ampia finora attribuita all’impostazione del segretario alla Salute antivaccinista Robert F. Kennedy Jr., che spinge per ridurre il numero di dosi somministrate ai bambini.

Cosa comportano le nuove raccomandazioni sui vaccini volute da Kennedy

Il nuovo schema non raccomanda più per tutti i minori le immunizzazioni contro influenza, rotavirus, epatite A e B, meningococco e virus sinciziale respiratorio: per alcune restano indicazioni limitate ai bambini ad alto rischio, per altre la scelta passa al consulto con il medico. Cambiano le linee guida anche per l’Hpv, il papillomavirus, per cui le dosi raccomandate vengono ridotte da due o tre a una. Kennedy sostiene che le famiglie non perderanno accesso ai vaccini e che le assicurazioni continueranno a coprirli, mentre gli assicuratori indicano una copertura almeno fino alla fine del 2026.

La svolta solleva preoccupazione tra gli esperti

Gli esperti di sanità pubblica contestano il metodo dell’amministrazione Trump. La revisione infatti scavalca il processo basato su un panel indipendente che finora valutava dati ed evidenze prima di ogni modifica. Medici e ricercatori temono che l’obbligo di “passare dal pediatra” e la mancanza di una raccomandazione generale riducano l’adesione, in un contesto in cui la sfiducia verso i vaccini ha già abbassato le coperture e favorito il ritorno di malattie prevenibili: nel 2025, scrive il New York Times, gli Stati Uniti hanno registrato più casi di morbillo che in qualunque anno dal 1993.

Gli alleati europei avvertono Trump sulla Groenlandia: «Sicurezza va garantita insieme»

Al vertice dei Volenterosi a Parigi, alcuni dei principali leader europei hanno messo nero su bianco una posizione comune sulla Groenlandia e sulle rotte dell’Artico, dopo che Donald Trump è tornato a minacciare di voler prendere il controllo del territorio danese autonomo. Nel comunicato congiunto, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Giorgia Meloni, la premier danese Mette Friederiksen e altri capi di governo affermano che la sicurezza della regione artica riguarda direttamente l’Europa e l’intero spazio transatlantico. I firmatari ricordano che per la Nato «la regione artica è una priorità» strategica e gli alleati hanno già «rafforzato presenza militare, attività operative e investimenti». Ribadiscono inoltre che il Regno di Danimarca, Groenlandia compresa, fa parte della Nato. Il messaggio agli Stati Uniti è chiaro: la strategia commerciale e di sicurezza nell’Artico va gestita in modo collettivo, e nel rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite.

Trump punta a un accordo di associazione con la Groenlandia che escluda la Danimarca

Nel frattempo, Trump ha dichiarato che la Casa Bianca si «occuperà della Groenlandia tra circa due mesi. Parleremo della Groenlandia tra 20 giorni», tornando a rilanciare le sue mire sull’isola. Secondo il settimanale britannico Economist, l’amministrazione americana ha incaricato i propri uffici di elaborare diverse opzioni per rafforzare l’influenza americana sull’isola. L’ipotesi principale non sarebbe una annessione formale, ma un accordo di associazione diretto con la Groenlandia che escluda la Danimarca. Il modello sarebbe quello dei Compact of Free Association già in vigore con Micronesia, Isole Marshall e Palau, che consentono alle forze armate statunitensi di operare liberamente e prevedono una partnership commerciale esente da dazi.

Le Nazioni Unite condannano l’attacco americano in Venezuela

Dalla riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite arriva una condanna aperta all’operazione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro. Durante la sessione, numerosi Stati membri hanno definito le azioni della Casa Bianca un «crimine di aggressione» ai danni di uno Stato sovrano, contestandone la legittimità sul piano del diritto internazionale. Brasile, Cina, Colombia, Cuba, Francia, Eritrea, Messico, Russia, Sudafrica e Spagna sono tra i Paesi che hanno condannato Washington. Durante il vertice sono state criticate anche le minacce di Donald Trump riguardo alla possibilità di usare la forza sulla Groenlandia e altri Paesi centro-sudamericani, tra cui Messico, Cuba e Colombia, accusati di narcotraffico.

Guterres: «Il rischio è di creare un precedente su come vengono condotte le relazioni tra Stati»

Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze politiche e sulla sicurezza in Venezuela e in America Latina. «Sono profondamente preoccupato per la possibile intensificazione dell’instabilità nel Paese, per il potenziale impatto sulla regione e per il precedente che potrebbe creare su come vengono condotte le relazioni tra Stati», ha dichiarato. L’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani ha espresso una valutazione ancora più critica. Un portavoce di Volker Türk ha affermato che è «chiaro» come l’operazione statunitense abbia «minato un principio fondamentale del diritto internazionale», ossia il divieto per gli Stati di «minacciare o usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato». L’Onu ha riconosciuto il grave deterioramento dei diritti umani in Venezuela, ma ha chiarito che «la responsabilità per tali violazioni non può essere raggiunta attraverso un intervento militare unilaterale».

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Le Nazioni Unite condannano l’attacco americano in Venezuela
Antonio Guterres (Ansa).

Cosa dice il diritto internazionale sull’uso della forza nelle relazioni tra Stati

Gli Stati Uniti hanno difeso la loro condotta attraverso l’ambasciatore all’Onu Mike Waltz, che sostiene che Washington abbia agito nell’ambito di una legittima operazione di «applicazione della legge», contro un leader definito «illegittimo». Ma l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite del 1945 vieta agli Stati di usare o minacciare l’uso della forza nelle relazioni internazionali. La stessa Carta ammette solo due eccezioni esplicite, da interpretare in modo restrittivo: la legittima difesa, individuale o collettiva, in risposta a un attacco armato; le azioni militari autorizzate dal Consiglio di sicurezza per mantenere o ristabilire la pace. Il diritto internazionale non riconosce altre deroghe automatiche e decise unilateralmente da uno Stato.

Nel locale di Crans-Montana non si facevano controlli dal 2020

Nel bar La Constellation di Crans-Montana, devastato dall’incendio costato la vita ad almeno 40 persone, non si facevano controlli dal 2020. Lo ha confermato il Consiglio comunale della località sciistica, che ha ammesso la mancanza di verifiche negli ultimi anni. La notizia è stata riportata da Rsi. Secondo quanto comunicato dal Comune, la normativa prevede controlli annuali sui 128 esercizi pubblici presenti nel territorio, ma nel 2025 ne sono stati effettuati soltanto 40. In risposta al rogo, il Municipio ha annunciato misure immediate: il divieto totale di dispositivi pirotecnici nei locali chiusi e l’incarico a un ufficio esterno per ispezionare tutti gli esercizi pubblici del territorio comunale. È stata inoltre revocata ai gestori la licenza per un secondo locale e bloccata una richiesta di ampliamento che prevedeva la soppressione di un’uscita laterale. 

«Attenzione alla schiuma»: l’avvertimento in un video di sei anni fa

A rafforzare i dubbi sulla sicurezza del locale è anche un video risalente al Capodanno 2019-2020, diffuso da Rts. Le immagini mostrano l’accensione di candele scintillanti sotto pannelli fonoassorbenti al soffitto e la voce di un dipendente che avverte: «Attenzione alla schiuma». L’autrice del filmato, una ex cliente, ha spiegato a Rts che il soffitto era molto vicino e che il cameriere sembrava consapevole del rischio. Il gestore del bar, contattato dall’emittente, non ha risposto.

Il Papa ha chiuso la porta santa, termina così il Giubileo

Alle 9.41 di martedì 6 gennaio, Papa Leone XIV ha chiuso la porta santa della Basilica di San Pietro, atto conclusivo del Giubileo 2025 dedicato alla speranza. Il rito si è svolto nell’atrio della basilica, davanti a circa tremila fedeli riuniti in piazza San Pietro e a numerose autorità civili e religiose. Dopo la recita della preghiera di ringraziamento per l’Anno Santo – «Si chiude questa Porta Santa, ma non si chiude la porta della tua clemenza», la formula prevista dal rito – il Pontefice si è avvicinato alla soglia, si è inginocchiato e ha sostato per alcuni istanti in silenzio. Quindi ha chiuso personalmente i due grandi battenti di bronzo, segnando la fine ufficiale del Giubileo indetto da Papa Francesco. La muratura vera e propria della porta, tuttavia, avverrà in forma privata tra circa dieci giorni.

Il Papa ha chiuso la porta santa, termina così il Giubileo
La messa della cerimonia di chiusura del Giubileo (Ansa).

Al Giubileo hanno partecipato oltre 33 milioni di pellegrini

Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, oltre a esponenti del governo e delle istituzioni. Dopo il rito, Leone XIV ha presieduto la messa della solennità dell’Epifania all’interno della Basilica vaticana e, a mezzogiorno, reciterà l’Angelus dal loggione centrale. Il Giubileo 2025 si chiude con numeri rilevanti: oltre 33 milioni di pellegrini arrivati a Roma da tutto il mondo, in una staffetta inedita tra Papa Francesco, che aveva aperto la Porta Santa il 24 dicembre 2024, e Leone XIV. L’evento più partecipato è stato quello dei primi di agosto, rivolti ai giovani, con più di un milione di pellegrini.

Capotreno ucciso a Bologna: identificato il presunto killer

È stato identificato il presunto aggressore che lunedì sera, in stazione a Bologna, ha accoltellato al polmone Alessandro Ambrosio, 34 anni, capotreno di Trenitalia. Si tratta di Jelenic Marin, 36 anni, cittadino croato già noto alle forze dell’ordine per precedenti episodi violenti in stazioni di altre città. È attualmente in fuga e si teme possa essersi allontanato in treno. L’aggressione è avvenuta intorno alle 19 in viale Pietramellara, nell’area che conduce al parcheggio riservato ai dipendenti della stazione, non accessibile ai viaggiatori. Ambrosio non era in servizio e stava andando a prendere l’auto quando è stato colpito. A trovarlo a terra, in una pozza di sangue, è stato un dipendente di Italo che ha subito allertato la Polfer. I soccorsi del 118, intervenuti rapidamente, non sono riusciti a salvargli la vita.

Le reazioni

Il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha parlato di «un atto gravissimo» e ha aggiunto: «Attendiamo di capire cosa sia avvenuto, ma intanto voglio esprimere la nostra vicinanza, in un momento così doloroso, ai familiari e ai colleghi del giovane capotreno trovato morto».
Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha dichiarato di essere «profondamente addolorato per la tragedia di Bologna», esprimendo «affettuosa solidarietà alla famiglia della vittima e ai suoi colleghi». In una nota ha inoltre confermato «la propria determinazione per portare a 1.500 le donne e gli uomini in divisa di Fs Security per vigilare su treni e stazioni».

Capotreno ucciso a coltellate a Bologna: killer in fuga

A Bologna un uomo di 34 anni è stato ucciso a coltellate da un aggressore che poi è fuggito. La vittima è un dipendente di Trenitalia che si stava recando al parcheggio della stazione in viale Pietramellara. Lì è stato raggiunto da un fendente mortale all’altezza dell’addome. Nonostante l’immediato intervento, il personale del 118 non è riuscito a salvarlo. L’aggressore intanto è in fuga mentre la polizia ferroviaria e la squadra mobile, con il medico legale, è sul posto per i rilievi scientifici. L’area è adibita a parcheggio riservato agli operatori della stazione, non aperta al pubblico. Potrebbero chiarire la dinamica le telecamere della zona.

Cerca di difendere un amico e viene accoltellato: grave un 15enne

Un ragazzo di 15 anni è stato accoltellato mentre difendeva un amico da una rapina. È successo a Milano, in viale Sarca, non distante dal Bicocca Village. Il giovane è stato trasportato al pronto soccorso del Niguarda in codice rosso. I fendenti lo hanno raggiunto al volto e all’addome. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, i fatti sono avvenuti intorno alle 17.30 del 5 gennaio. I due ragazzi sono stati bloccati da un uomo che ha puntato contro di loro un coltello. La richiesta è stata di consegnare il giubbotto dell’amico del 15enne. Quest’ultimo, invece, è intervenuto per difenderlo ed è stato colpito dall’aggressore, che poi è scappato. Non dovrebbe essere in pericolo di vita, seppur in condizioni gravi. I militari sono alla ricerca dell’aggressore.

Maduro in aula con l’avvocato di Assange: «Non sono colpevole»

L’ex leader venezuelano Nicolas Maduro ha scelto Barry Pollack come suo legale. Si tratta dell’avvocato penalista famoso per aver rappresentato e difeso Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Sarà lui a difendere l’ex presidente del Venezuela dalle accuse di narcotraffico durante l’udienza al Distretto meridionale di New York. Assange è tornato libero nel giugno 2024 dopo aver raggiunto un accordo legale con il governo americano. Si è dichiarato colpevole davanti alla giustizia americana nel tribunale di Saipan, sulle Isole Marianne Settentrionali, territorio Usa nell’Oceano Pacifico. L’ammissione del 52enne fondatore di Wikileaks faceva parte del procedimento del patteggiamento concesso dal presidente americano Joe Biden, che gli ha permesso di partire per la sua Australia da uomo libero. Assange è stato condannato a cinque anni e due mesi, tempo che aveva già trascorso nel carcere di massima sicurezza vicino Londra.

Maduro si dichiara «non colpevole»

Maduro si è presentato davanti al giudice Alvin Hellerstein alla Daniel Patrick Moynihan courthouse, il tribunale federale di Manhattan, per la prima udienza. Quando gli è stato chiesto di confermare la propria identità, si è definito in spagnolo il «presidente della Repubblica del Venezuela». Ha aggiunto anche di essere stato «rapito. Catturato nella mia casa a Caracas». Secondo i media americani, infine, si è definito «innocente, non sono colpevole». In aula anche la moglie Cilia Flores. Maduro, aiutato dalle cuffie per la traduzione simultanea, ha preso appunto durante tutta l’udienza.

Cervia, ufficiali le dimissioni del sindaco Mattia Missiroli

Sono state ufficializzate le dimissioni del sindaco di Cervia, Mattia Missiroli, annunciate il 23 dicembre dopo l’apertura di un’indagine per maltrattamenti e lesioni nei confronti della moglie, dalla quale è in corso la separazione. Nelle settimane precedenti la procura di Ravenna aveva avanzato richiesta di custodia cautelare in carcere, istanza respinta dal gip. In una nota diffusa dal Comune, Missiroli ha spiegato le ragioni della decisione affermando che «La conferma di questa scelta risponde esclusivamente a esigenze di sicurezza, a tutela della mia famiglia e della città di Cervia, che è stata coinvolta in una macchina del fango senza precedenti». Una situazione che, ha aggiunto, «non ha riguardato solo la mia persona, ma che ha avuto ricadute sull’intera comunità, rendendo necessario un gesto di responsabilità utile a riportare il clima entro limiti di civiltà».

Missiroli: «Garantismo messo in discussione dalla gogna mediatica»

Il primo cittadino dimissionario ha ribadito la propria posizione rispetto alle accuse, sottolineando: «ribadisco con chiarezza il mio fermo rigetto di ogni accusa e addebito che mi viene contestato. La mia fiducia nel percorso giudiziario è totale: solo in questo modo possono essere accertati i fatti, ricostruita la verità e garantita giustizia in modo imparziale». Missiroli ha inoltre precisato che «nei primi giorni del 2026 è stato possibile prendere visione degli atti dell’indagine, oggi al vaglio dei legali che tutelano la mia persona e la mia onorabilità, al di fuori dell’ambito istituzionale», denunciando come «Il principio del garantismo, pilastro delle istituzioni, oggi rischia di essere messo in discussione di fronte a una gogna mediatica senza precedenti». Da qui l’annuncio dell’intenzione di «procedere al deposito di querele per diffamazione» contro chi avrebbe diffuso accuse infondate. Rivendicando di agire nell’interesse della città, Missiroli ha affermato che «ciò che guida le mie scelte, oggi come in passato, è l’esclusivo interesse della città di Cervia e dei suoi cittadini», invitando alla prudenza perché «oggi non è il momento delle reazioni istintive o delle contrapposizioni», ma «il tempo della lucidità, della riflessione e del senso delle istituzioni», ricordando infine che «In momenti complessi come questo la responsabilità di chi governa consiste nel tutelare le persone, mantenere la calma e garantire che la città possa affrontare il futuro con fiducia, serenità e coesione».

È morto il giornalista Gianluigi Armaroli

È scomparso a 77 anni Gianluigi Armaroli, giornalista bolognese e volto storico dell’informazione Mediaset, a lungo corrispondente dall’Emilia-Romagna per il Tg5 diretto da Enrico Mentana. La notizia della sua morte è stata comunicata in diretta durante l’edizione del notiziario. Nato a Bologna nel 1948, Armaroli aveva raccontato da inviato alcuni dei passaggi più rilevanti della cronaca regionale, occupandosi anche, negli ultimi tempi, delle gravi alluvioni che hanno colpito il territorio.  Prima di dedicarsi al giornalismo televisivo, Armaroli aveva seguito un percorso artistico: dopo la laurea all’Accademia di Belle Arti con specializzazione in scenografia, aveva frequentato l’Accademia Antoniana per la recitazione, lavorando come attore radiofonico e televisivo in Rai, per poi passare alle emittenti private e infine a Mediaset.

Crans-Montana, identificati tutti i 116 feriti

Sono stati identificati tutti i 116 feriti coinvolti nell’incendio scoppiato la notte di Capodanno a Crans-Montana, di questi, 83 restano ricoverati in ospedale. Il bilancio definitivo è stato comunicato dalla polizia del Cantone Vallese, che ha chiarito come il primo conteggio di 119 persone comprendesse anche tre pazienti arrivati in pronto soccorso per cause non legate al rogo. Tra i feriti, la quota più numerosa è rappresentata da cittadini svizzeri, con 21 donne e 47 uomini, seguiti dai francesi, 21 in totale, di cui 10 donne e 11 uomini.

Crans-Montana, identificati tutti i 116 feriti
Le salme dei giovani morti a Crans-Montana a Linate (Ansa).

Atterrato a Linate l’aereo con a bordo le salme dei ragazzi

Intanto è arrivato in Italia il velivolo C-130 dell’Aeronautica militare con a bordo le salme dei giovani italiani morti nella tragedia, atterrato all’aeroporto di Milano Linate alla presenza, tra gli altri, del presidente del Senato Ignazio La Russa, del sottosegretario Alberto Barachini, dei governatori Attilio Fontana, Marco Bucci e Michele De Pascale e del capo della Protezione civile Fabio Ciciliano. Le bare saranno trasferite via terra verso Milano, Bologna e Genova, mentre l’aereo proseguirà per Roma Ciampino, dove sono attesi il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro dello Sport Andrea Abodi. Dopo l’incontro con i familiari delle vittime italiane, l’ambasciatore d’Italia in Svizzera Gian Lorenzo Cornado ha riferito che «Le famiglie delle vittime chiedono giustizia», aggiungendo che «Le autorità elvetiche mi hanno assicurato la massima collaborazione» dopo il colloquio con il presidente del governo vallesano Mathias Reynard e con Stephan Ganzer, responsabile del dipartimento cantonale per la sicurezza.

Morta Anna Falcone, sorella di Giovanni

È morta a 95 anni Anna Falcone, sorella maggiore di Giovanni ucciso nella strage di Capaci assieme alla moglie Francesca e i tre agenti di scorta. Prima di tre fratelli, con la sorella Maria aveva contribuito alla creazione della Fondazione intitolata al magistrato. «La scomparsa di Anna Falcone rappresenta un momento di profondo cordoglio per la città di Palermo», ha dichiarato il sindaco del capoluogo siciliano Roberto Lagalla, sottolineando che, «con il suo stile riservato e la sua straordinaria dignità, ha custodito e onorato la memoria del fratello Giovanni».

Morta Anna Falcone: l’omaggio della politica italiana

«Ho appreso con sincero dolore della scomparsa di Anna Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone. Alla sua famiglia e ai suoi cari giungano le più sentite condoglianze mie personali e del Senato della Repubblica». Lo ha scritto su X il presidente del Senato Ignazio La Russa. Così Lorenzo Fontana, presidente della Camera dei deputati: «Un pensiero di profondo cordoglio per la scomparsa di Anna Falcone. Il suo impegno ha contribuito a rafforzare la cultura della legalità e a mantenere viva l’eredità morale di Giovanni Falcone». Elly Schlein, segretaria del Pd, ha dichiarato: «Voglio ricordarla oggi soprattutto per il lavoro fatto con studentesse e studenti delle scuole di tutto il Paese per diffondere la cultura della legalità. Una vera formazione permanente portata avanti nella consapevolezza che la conoscenza del fenomeno mafioso sia la base per una riscossa civile della coscienza delle giovani generazioni».