Uccisione di Alex Pretti a Minneapolis: sono due gli agenti ad aver sparato

Sono due gli agenti della Border Patrol che a Minneapolis hanno sparato ad Alex Pretti, uccidendolo. Lo rivela un rapporto preliminare al Congresso del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), esaminato dalla Cnn, proveniente dall’indagine condotta sulla sparatoria dalla U.S. Customs and Border Protection, in cui sono state analizzate anche le riprese delle bodycam. In base al rapporto, il personale della polizia di frontiera «ha tentato di arrestare Pretti, che ha opposto resistenza, e ne è seguita una colluttazione». Un agente a quel punto ha urlato più volte che Pretti era in possesso di una pistola: «Circa cinque secondi dopo, un agente ha sparato con la sua Glock 19 e un agente ha sparato con la sua Glock 47». In nessun punto del rapporto il DHS afferma che Pretti abbia tentato di prendere la sua arma. Il dossier non specifica inoltre se i proiettili sparati da entrambi gli agenti delle forze dell’ordine abbiano colpito o meno Pretti. Nel rapporto si legge inoltre: «Dopo la sparatoria, un agente ha riferito di essere in possesso dell’arma da fuoco di Pretti», senza alcuna indicazione del momento preciso del recupero della pistola. Diversi video, girati da civili, mostrano che Pretti è stato disarmato da un agente delle forze dell’ordine poco prima che venisse sparato il primo colpo.

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I sondaggi sul referendum sulla giustizia

I sondaggi sul referendum confermativo sulla riforma della giustizia, in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo, descrivono una partita che nelle ultime settimane si è improvvisamente riaperta. L’ultima rilevazione dell’istituto Ixè, condotta tra il 20 e il 27 gennaio su un campione di mille elettori, segnala infatti un sostanziale pareggio: il 50,1 per cento voterebbe Sì e il 49,9 per cento No, con uno scarto di appena due decimi. È la prima volta che il fronte contrario alla riforma arriva così vicino a quello favorevole. Il dato segna una netta inversione rispetto alle precedenti rilevazioni. A novembre 2025 lo stesso Ixè stimava un vantaggio di sei punti per il Sì. Anche altri sondaggi di gennaio indicavano un margine più ampio: YouTrend per Sky TG24, il 23 gennaio, collocava il Sì al 55 per cento.

L’aumento della conoscenza del referendum sembra aver favorito il No

Secondo Ixè, a incidere è soprattutto la crescita del livello di conoscenza del referendum. In due mesi è aumentata la quota di elettori che dichiarano di sapere di cosa si tratta, mentre è calata sensibilmente quella di chi non ne aveva mai sentito parlare. Questo ampliamento dell’elettorato informato sembra aver favorito il No, che pesca in modo trasversale tra giovani, donne e settori dell’opposizione. Sul piano politico, il margine resta aperto. I Sì mantengono un vantaggio tra gli elettori più anziani e tra quelli dei partiti di governo, ma il bacino potenziale del No appare più ampio in una fase di forte polarizzazione. La campagna deve ancora entrare nel vivo e, con un’affluenza stimata sotto la metà degli aventi diritto e senza quorum, la capacità di mobilitare gli indecisi potrebbe risultare decisiva per colmare – o consolidare – lo scarto minimo emerso dai sondaggi.

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Corea del Sud, 20 mesi di carcere per l’ex first lady Kim Keon-he

La Corte centrale distrettuale di Seul ha condannato l’ex first lady Kim Keon-hee a 20 mesi di carcere per corruzione, al termine del processo che la vedeva sul banco degli imputati per l’accettazione di beni di lusso dall’Unification Church, una delle sette religiose più influenti del Paese asiatico. Kim è stata invece scagionata dalle accuse di uno schema di aggiotaggio e di violazione delle leggi sui finanziamenti alla politica. L’accusa aveva chiesto una punizione esemplare di 15 anni per la moglie dell’ex presidente Yoon Suk-yeol, coinvolta – come il marito – in vari procedimenti penali.

Morto Franco Menichelli, ginnasta medaglia d’oro a Tokyo 1964

È morto Franco Menichelli, ex ginnasta oro nel corpo libero a Tokyo 1964 e vincitore in tutto di cinque medaglie in due edizioni delle Olimpiadi. Aveva 84 anni. Considerato il più grande atleta italiano in questa disciplina fino all’avvento di Jury Chechi, Menichelli dopo il ritiro – avvenuto nel 1973 – era stato allenatore della Nazionale maschile di ginnastica artistica fino al 1979. Nel 2003 è stato inserito nella International Gymnastics Hall of Fame.

Morto Franco Menichelli, ginnasta medaglia d’oro a Tokyo 1964
Franco Menichelli a Tokyo 1964 (Ansa).

Tutti i successi di Menichelli

Oltre all’oro nel corpo libero, a Tokyo aveva vinto anche l’argento negli anelli e il bronzo alle parallele. Ai Giochi Olimpici di Roma, nel 1960, si era aggiudicato due medaglie di bronzo: nel corpo libero e nel concorso generale a squadre. Nel corso della carriera aveva anche vinto cinque ori agli Europei (fu campione assoluto nel 1965) e tre bronzi ai Mondiali. Inoltre si era laureato sei volte campione nazionale nel concorso generale. Nel suo palmares, infine, otto ori ai Giochi del Mediterraneo. La carriera ad alti livelli di Menichelli si interruppe nel 1968 ai Giochi Olimpici di Città del Messico, dove subì la rottura del tendine d’Achille durante la fase finale della prova al corpo libero di qualificazione del concorso a squadre.

Minneapolis, la deputata dem Omar aggredita con un liquido sconosciuto

Martedì sera, durante un incontro pubblico in una sede del comune di Minneapolis, un uomo ha aggredito la deputata democratica Ilhan Omar mentre stava parlando davanti a circa cento persone. L’uomo si è avvicinato al palco e le ha spruzzato addosso una sostanza liquida usando una siringa. Gli agenti presenti lo hanno immediatamente bloccato. Omar non è rimasta ferita e, dopo pochi minuti, ha ripreso il suo intervento. La polizia ha identificato l’aggressore come Anthony J. Kazmierczak, 55 anni, arrestato e trasferito nel carcere della contea di Hennepin. Sul posto sono stati effettuati rilievi per identificare il liquido, descritto da testimoni come rosato e dall’odore molto forte. «Penso che sia un’impostora e probabilmente ha organizzato lei l’aggressione». Questo il commento del presidente Donald Trump all’Abc. E alla domanda se avesse visto il video, ha risposto: «No, non ci penso nemmeno».

Il governatore Walz: «Il nostro Stato è segnato dalla violenza politica»

L’incontro era dedicato alle operazioni dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, e alle recenti uccisioni avvenute nella città di Minneapolis. Dopo l’aggressione, Omar ha scritto sui social: «Sto bene. Non sono intimidita da questo piccolo agitatore. Non lascio che i bulli vincano». La condanna è arrivata anche dalle istituzioni statali e cittadine. Il governatore del Minnesota Tim Walz ha scritto sui social: «Sono sollevato che la deputata Omar sia al sicuro. Il nostro Stato è stato segnato dalla violenza politica nell’ultimo anno. La retorica crudele, incendiaria e disumanizzante dei leader nazionali deve fermarsi subito». Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha scritto: «Inaccettabile. Violenza e intimidazioni non hanno posto a Minneapolis. Possiamo essere in disaccordo senza mettere le persone in pericolo».

L’associazione CAIR: «L’aggressione non è avvenuta nel vuoto»

Per l’associazione Council on American-Islamic Relations l’aggressione «non è avvenuta nel vuoto». L’associazione ha ricordato che Omar è «frequentemente presa di mira da retorica anti-musulmana, anti-immigrati e anti-somala». «Quando un membro del Congresso viene disumanizzato senza sosta, la violenza diventa un esito prevedibile», ha affermato Jaylani Hussein, chiedendo un rafforzamento immediato della sicurezza attorno alla deputata.

Australian Open, Musetti avanza di due set contro Djokovic poi si ritira

Lorenzo Musetti si ritira all’inizio del terzo set e Novak Djokovic vola in semifinale agli Australian Open. È questo il colpo di scena che chiude il quarto di finale sulla Rod Laver Arena, quando l’azzurro era avanti di due set, 6-4 6-3, dopo aver giocato una delle sue partite più solide contro il serbo. Musetti aveva preso il controllo del match fin dall’avvio, sfruttando gli errori di Djokovic e imponendo il suo ritmo negli scambi. Però, all’inizio del terzo parziale, qualcosa si spezza. Sul punteggio di 1-2, l’azzurro chiede il medical time-out per un problema muscolare alla coscia destra, forse lo stesso problema all’adduttore che gli aveva dato fastidio a Hong Kong. Il fisioterapista lo massaggia a lungo, Musetti prova a riprendere, ma capisce quasi subito di non poter continuare. Poco dopo arriva la decisione di ritirarsi. Djokovic, che fino a quel momento era apparso in difficoltà, accede così alla semifinale, dove affronterà il vincente tra Jannik Sinner e Ben Shelton, in programma questa mattina. Il serbo non nasconde l’amarezza per l’epilogo: «Ero pronto ad andare a casa, oggi il migliore è stato Musetti: ma è stato davvero sfortunato. Gli auguro di guarire presto». E ancora: «Il migliore in campo oggi era lui».

Il governo chiarisce il ruolo dell’ICE alle Olimpiadi: «Non saranno per le strade»

Dopo giorni di polemiche sulla presenza dell’ICE alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, il governo ha chiarito il perimetro dell’intervento statunitense. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi martedì ha incontrato l’ambasciatore degli Stati Uniti Tilman J. Fertitta per definire le attività di coordinamento tra le autorità italiane e l’Homeland Security Investigations (HSI), il ramo investigativo dell’ICE, in vista dei Giochi. Piantedosi ha precisato che gli agenti americani non svolgeranno alcuna funzione di ordine pubblico e non opereranno sul territorio. Il loro ruolo resterà confinato alle sale operative, con compiti di supporto informativo e di cooperazione investigativa a tutela delle delegazioni e degli atleti statunitensi. Il ministro ha inoltre annunciato la disponibilità a riferire alla Camera con un’informativa fissata per mercoledì 4 febbraio alle 17.

Tajani: «Gli agenti dell’ICE non saranno per le strade»

Sul punto è intervenuto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha escluso in modo netto la presenza di agenti americani «in mezzo alla strada». Tajani ha sottolineato che l’ordine pubblico durante le Olimpiadi resterà una competenza esclusiva delle forze italiane e che la collaborazione con rappresentanti di altri Paesi nelle sale operative rientra in una prassi consolidata per i grandi eventi internazionali. Tajani ha inoltre chiarito che i funzionari non avranno compiti di protezione diretta delle alte cariche statunitensi, come dichiarato dal governatore della Lombardia Attilio Lontana, che invece è affidata al Secret Service. L’ICE ha confermato che l’HSI fornirà supporto informativo alle autorità statunitensi e alla nazione ospitante per prevenire rischi legati alla «criminalità transnazionale», precisando che tutte le operazioni restano sotto autorità italiana.

Roberto Vannacci deposita il marchio “Futuro nazionale”

Roberto Vannacci deposita il marchio “Futuro nazionale”, riaccendendo le voci sul possibile strappo con la Lega per dare il via a un progetto politico autonomo di estrema destra. Il vicesegretario del Carroccio ha presentato la domanda il 24 gennaio all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. La richiesta, ora in fase di esame, prevede l’utilizzo del marchio su materiali di propaganda – manifesti, depliant, libri manifesto e insegne – e per servizi esplicitamente legati all’attività politica.

Roberto Vannacci deposita il marchio “Futuro nazionale”
Il simbolo di Futuro Nazionale (Ansa).

Interpellato dall’Ansa, Vannacci ha sminuito la mossa parlando di «un simbolo» come quelli già utilizzati in passato, senza annunciare un partito. Ma il deposito del marchio cade in una fase di tensioni interne alla Lega. Nei mesi scorsi sono state diverse le telefonate fatte da Luca Zaia su questo tema. Secondo fonti qualificate sentite da Lettera43, l’ex governatore del Veneto non si è mai spinto a chiedere l’espulsione del generale – come riportato da ricostruzioni di stampa – ma ha avvertito Salvini sulla pericolosità del soggetto. Per ora, però, il vicepremier ha cercato di contenere lo scontro, smentendo ricostruzioni su pressioni o interventi punitivi nei confronti del suo vice.

La Spagna regolarizzerà 500 mila migranti e richiedenti asilo

Il governo spagnolo ha approvato un decreto che prevede la regolarizzazione di circa 500 mila migranti senza documenti e richiedenti asilo, scegliendo una strada opposta rispetto alla retorica e alle politiche anti-immigrazione oggi prevalenti in gran parte d’Europa. Il provvedimento entrerà in vigore ad aprile e sarà adottato tramite decreto reale, senza passaggio parlamentare.

Cosa prevede il decreto

La misura riguarda persone che si trovavano già in Spagna prima del 31 dicembre 2025 e che potranno accedere al permesso di soggiorno dimostrando l’assenza di precedenti penali e una permanenza continuativa di almeno cinque mesi, oppure l’avvio di una richiesta di protezione internazionale. La ministra dell’Inclusione, della Sicurezza sociale e delle Migrazioni Elma Saiz ha definito la decisione «un giorno storico», spiegando che l’obiettivo è superare ostacoli burocratici stratificati nel tempo e garantire diritti e certezza giuridica a una realtà sociale già esistente.

Cosa ha spinto la Spagna a voler regolarizzare 500 mila migranti

Il decreto arriva dopo le pressioni esercitate da Podemos, ex alleato del Partito socialista, e si inserisce in una linea politica che il premier Pedro Sánchez rivendica da tempo. Nell’ottobre 2024, intervenendo in parlamento, Sánchez aveva sostenuto che la Spagna si trova a un bivio demografico e che l’immigrazione è necessaria per sostenere crescita economica e welfare, mettendo in guardia contro xenofobia e odio. Organizzazioni come Picum e il movimento Regularisation Now! hanno accolto positivamente il provvedimento, sottolineando come arrivi in un contesto internazionale segnato da chiusure e inasprimenti. Di segno opposto le reazioni del Partito popolare e dell’estrema destra di Vox, che hanno accusato il governo di favorire l’immigrazione irregolare. La scelta dell’esecutivo si accompagna a un quadro economico in miglioramento: la disoccupazione è scesa sotto il 10 per cento per la prima volta dal 2008 e la crescita resta tra le più alte dell’Unione europea. Un contesto che Madrid indica come prova che integrazione e sviluppo possono procedere insieme.

Frana di Niscemi, «l’intera collina sta scendendo verso la piana di Gela»

Non si ferma la frana iniziata domenica 25 gennaio a Nisceni (Caltanissetta), dove la situazione è estremamente critica: 1.500 persone sono state evacuate dalle loro abitazioni, non solo quelle impraticabili rimaste sull’orlo del precipizio. Fabio Ciciliano, capo della Protezione civile nazionale, dopo un giro in elicottero ha fatto il punto della situazione con le autorità locali: «In realtà è l’intera collina che sta scendendo verso la piana di Gela». Intanto i residenti di Niscemi accusano i governi e le amministrazioni locali di non aver fatto nulla, per un problema noto fin dal 1997: il 12 ottobre di quell’anno, infatti, la gente scese in strada gridando al terremoto, quando invece la terra aveva tremato per una frana. Che aveva interessato esattamente gli stessi quartieri dell’attuale cedimento: Sante Croci, Pirillo e Canalicchio.

Per gli sfollati in arrivo i contributi del fondo Cas

Per gli sfollati della frana di Niscemi sono in arrivo aiuti dal fondo statale Cas (Contributo di autonoma sistemazione): 400 euro a famiglia, più 100 euro per ogni componente, fino a un massimo di 900 euro al mese a nucleo per un anno. L’Ansa scrive che la procedura, già attivata con l’ordinanza di sgombero, dovrebbe essere completata nel giro di qualche giorno.

Via libera del Senato alla proposta di Bongiorno: è il testo base del ddl stupri

Dopo l’ultima riformulazione della presidente Giulia Bongiorno, la Commissione Giustizia del Senato ha dato via libera al nuovo testo base dell’articolo 609 bis del codice penale sulla violenza sessuale. Il documento è passato con 12 voti a favore e 10 contrari. Nel testo, nonostante le proteste delle associazioni femministe e dell’opposizione – Pd e M5s avevano chiesto di non votare e di riaprire la discussione su quello approvato alla Camera – non è rientrato il riferimento al «consenso libero e attuale». Mentre invece è stato inserito quello al «dissenso». Rispetto al testo passato a Montecitorio cambiano le sanzioni, che aumentano: 6-12 anni di reclusione (anziché 4-10) per gli atti sessuali contro la volontà di una persona e 7-13 anni (invece di 6-12) se il fatto «è commesso con violenza, minaccia o abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa». La Lega, a prima firma Laura Ravetto, ha però depositato una proposta di legge per aumentare la pena minima per la fattispecie più grave da 6 a 8 anni.

Le politiche migratorie costano ancora consensi a Trump: il sondaggio

Secondo un nuovo sondaggio Reuters/Ipsos, il consenso degli elettori statunitensi per la politica sull’immigrazione del presidente Donald Trump è sceso al livello più basso dal suo ritorno alla Casa Bianca. L’indagine, condotta prima e dopo l’uccisione di Alex Pretti a Minneapolis, evidenzia che solo il 39 per cento degli americani approva il lavoro svolto dall’Amministrazione Trump in materia di immigrazione, in calo rispetto al 41 per cento di inizio gennaio. Il 53 invece ha detto di disapprovarlo. La tolleranza zero nei confronti dei migranti irregolari è stato uno dei pilastri della campagna elettorale di Trump e un punto di forza per la sua popolarità nelle settimane successive al suo insediamento a inizio 2025. Ma la situazione in Minnesota gli è sfuggita di mano.

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Il giudizio sull’operato dell’Immigration and Customs Enforcement

Circa il 58 per cento degli intervistati ha affermato che gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti si sono spinti «troppo oltre». Il 12 per cento ritiene che invece non abbiano fatto abbastanza. Il 26 per cento ha affermato poi che le azioni degli agenti dell’Ice sono «più o meno giuste». Circa nove democratici su 10 hanno detto di ritenere che gli agenti si siano spinti troppo oltre, rispetto a due repubblicani su 10 e sei indipendenti su 10.

Le politiche migratorie costano ancora consensi a Trump: il sondaggio
Protesta contro l’Ice a Minneapolis (Ansa).

Trump è al livello più basso di gradimento dell’attuale mandato

L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos mostra inoltre che il tasso di approvazione complessivo di Trump è sceso al 38 per cento: si tratta del livello più basso dell’attuale mandato, dopo il 41 per cento rilevato tra il 12 e il 13 gennaio. Nonostante il calo degli indici di gradimento, Trump continua a ottenere risultati considerevolmente migliori in materia di immigrazione rispetto al suo predecessore Joe Biden. Gli americani continuano infatti ad avere maggiore fiducia nel Partito repubblicano sulla questione (37 per cento), piuttosto che in quello Democratico (32 per cento). Abbondante la quota degli indecisi (31 per cento).

Ddl stupri, Bongiorno riformula il testo: c’è un aumento della pena

Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato e relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, ha proposto un’ulteriore modifica al suo testo (che aveva suscitato molte polemiche), introducendo un aumento della pena per il reato di stupro. La nuova proposta di riformulazione dell’articolo 609 bis prevede infatti 6-12 anni di reclusione (anziché 4-10 anni) per gli atti sessuali contro la volontà di una persona e 7-13 anni (invece di 6-12) se il fatto «è commesso con violenza, minaccia o abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa».

Bongiorno: «Il testo mette al centro la volontà della donna»

«Oggi sarà posto in votazione il testo unificato da me sottoscritto. Devo dire che molti hanno parlato del mio testo senza leggerlo. Altri lo hanno letto e l’hanno deformato», ha dichiarato Bongiorno, spiegando che il testo, «mette al centro la volontà della donna» e «non crea nessuna inversione dell’onere della prova». E poi: «Per la prima volta in Italia, quando non c’è né consenso dissenso, c’è una presunzione di dissenso nei cosiddetti casi di freezing. Si tratta quindi di una svolta a favore delle donne. Chi dice il contrario forse dovrebbe riflettere».

L’Iran ha richiamato l’ambasciatrice italiana a Teheran

L’Iran ha convocato l’ambasciatrice italiana a Teheran, Paola Amadei, in risposta a quelle che le autorità iraniane hanno definito «dichiarazioni irresponsabili del ministro degli Esteri italiano» sulle Guardie Rivoluzionarie. Secondo quanto riferito dai media di Teheran, ripresi da Iran International, Amadei è stata ricevuta da Ali Reza Yousefi, direttore generale per l’Europa occidentale. La mossa segue l’annuncio del ministro Antonio Tajani, che ha reso noto l’intenzione di proporre al Consiglio Affari Esteri dell’Ue, insieme ai partner, l’inserimento dei Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche, allineando così l’Italia alle posizioni di Germania e Stati Uniti.

Teheran: «L’Italia riveda il suo atteggiamento avventato»

Dal canto suo, Yousefi ha ribadito che i Guardiani della Rivoluzione sono «parte delle forze armate ufficiali della Repubblica Islamica dell’Iran» e ha avvertito che «qualsiasi sanzione avrà conseguenze dannose», sollecitando dunque l’Italia a «rivedere il suo atteggiamento avventato». Gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, avevano già designato i Pasdaran come gruppo terroristico nel 2019, seguiti da Australia e Canada.

Blitz della maggioranza nel decreto Milleproroghe: rispunta il condono edilizio

Dopo il tentativo poi fallito di inserire la misura nella legge di bilancio, la maggioranza ha riproposto la riapertura del condono edilizio del 2003 con tre emendamenti – fotocopia – al decreto Milleproroghe, presentati da deputati di Fratelli d’Italia (primo firmatario Imma Vietri), Lega (Gianpiero Zinzi) e Forza Italia (Annarita Patriarca). Gli emendamenti, tramite una modifica all’articolo 32, affiderebbero alle Regioni il compito di adottare una legge di attuazione regolarizzazione degli illeciti voluta dal governo Berlusconi 23 anni fa.

Cosa prevedono gli emendamenti

Nella proposta di modifica si legge che «sono suscettibili di sanatoria edilizia» sei diverse tipologie di illecito: tra esse le opere realizzate «in assenza o in difformità del titolo abilitativo edilizio» e «non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici», così come le opere «non valutabili in termini di superficie o di volume». L’emendamento affida alle Regioni, entro 60 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, il dovere di adottare una legge di attuazione con cui determinare «le possibilità, le condizioni e le modalità per l’ammissibilità a sanatoria».

Israele, Idf: «Carabinieri fermati da un soldato, non da un colono»

Sarebbe stato un militare dell’esercito israeliano, e non un colono, a bloccare i carabinieri in Cisgiordania, all’interno di una zona militare chiusa dell’area C, sotto controllo israeliano. Almeno questo è quanto sostenuto dall’Idf alla sede Rai di Gerusalemme, ricostruendo quanto accaduto lungo un percorso interdetto al traffico civile nei pressi della comunità di Sde Ephraim. «All’inizio di questa settimana (domenica), un soldato ha individuato un veicolo diretto alla comunità di Sde Ephraim lungo un percorso chiuso al traffico civile in conformità con la valutazione della situazione operativa e designato come zona militare chiusa», ha spiegato l’esercito israeliano.

Idf: «Non appena si sono identificati sono stati rilasciati»

Secondo quanto riferito, dopo il fermo dei carabinieri in borghese «il soldato ha classificato il veicolo come sospetto. Poiché la targa diplomatica non era stata identificata al momento, il militare si è avvicinato al veicolo per fermarlo, puntando l’arma senza aprire il fuoco, e ha ordinato ai passeggeri di uscire dal veicolo e identificarsi». L’Idf ha precisato che «non appena i passeggeri si sono identificati come diplomatici, il soldato li ha immediatamente rilasciati e ha segnalato l’accaduto ai suoi comandanti». In una nota successiva l’esercito ha aggiunto che «un’indagine preliminare indica che il soldato ha agito in conformità con le procedure richieste in caso di incontro con un veicolo sospetto. Tuttavia, non ha agito in conformità con le procedure applicabili ai veicoli diplomatici, poiché il veicolo non è stato identificato come tale», annunciando che il militare «è stato convocato per un incontro di chiarimento e una revisione delle procedure».

Giorno della Memoria, Meloni: «Condanniamo la complicità del regime fascista»

«Purtroppo, a distanza di molti anni, l’antisemitismo non è stato ancora definitivamente sconfitto. È un morbo che è tornato a diffondersi, con forme nuove e virulente. Oggi ribadiamo il nostro impegno per prevenire e combattere ogni declinazione di questa piaga, che avvelena le nostre società e ha l’obiettivo di demolire i principi di libertà e rispetto che sono alla base della coesione sociale». Lo ha scritto su X Giorgia Meloni, in occasione del Giorno della Memoria, che ufficialmente istituito nel 2000 commemora le oltre 10 milioni di vittime dello sterminio nazifascista.

«Oggi celebriamo i Giusti di ogni Nazione, che non esitarono a mettere a rischio la loro vita per opporsi al disegno nazista e salvare vite innocenti. In questa giornata torniamo a condannare la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni. Una pagina buia della storia italiana, sigillata dall’ignominia delle leggi razziali del 1938». E poi: «Il 27 gennaio di 81 anni fa, con l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, il mondo ha visto con i suoi occhi l’abisso della Shoah. Da quel momento, tutto è cambiato. La più grande macchina di morte concepita nella storia dell’umanità mostrava a tutti la sua ferocia, la sua sistematicità, il suo disegno diabolico. Milioni di persone strappate dalle loro case e uccise nei campi di sterminio, solo perché di religione ebraica. Un piano congegnato e messo in atto per cancellare dall’Europa ogni traccia della presenza, millenaria e feconda, degli ebrei e delle comunità ebraiche».

Fallimento Ifil, la procura di Salerno chiede due anni di reclusione per Piero De Luca

La procura generale di Salerno ha avanzato una richiesta di condanna a due anni di reclusione nei confronti di Piero De Luca, deputato e segretario regionale del Partito democratico in Campania, figlio dell’ex presidente della Regione Vincenzo De Luca. L’istanza è stata formulata nel corso dell’udienza del 26 gennaio davanti alla Corte d’Appello di Salerno, dove è in corso il processo di secondo grado legato al fallimento della società di consulenza immobiliare Ifil, guidata da Mario Del Mese. Il parlamentare, assistito dall’avvocato Andrea Castaldo, era stato assolto in primo grado dall’accusa di concorso in bancarotta, nonostante anche allora la procura avesse sollecitato una pena di due anni.

Le accuse nei confronti di Piero De Luca

Secondo l’accusa, a De Luca viene attribuito un presunto coinvolgimento nella bancarotta della società salernitana impegnata in operazioni come il progetto del Crescent in piazza della Libertà e la mancata riconversione dell’ex Pastificio Amato. Il nome del deputato era emerso in relazione ad alcuni voli verso il Lussemburgo, ritenuti dagli inquirenti possibili distrazioni di fondi per circa 14 mila euro, somme che tra il 2009 e il 2011 sarebbero state utilizzate da Del Mese per coprire viaggi di lavoro all’estero dell’attuale esponente dem, all’epoca impiegato proprio nel Granducato prima dell’ingresso in Parlamento.

Firmato uno storico accordo di libero scambio tra Ue e India: cosa prevede

L’Unione europea e l’India hanno siglato uno storico accordo di libero scambio, il più grande del genere mai concluso da entrambe le parti. L’intesa, che negoziata fin dal 2007 e rilanciata nel 2021 unirà due miliardi di persone e circa il 25 per cento del Pil globale, punta a eliminare fino a 4 miliardi di euro di dazi all’anno sull’export europeo entro il 2032, eliminando o riducendo le tariffe doganali sul valore del 96,6 per cento dei beni provenienti dall’Ue. I negoziati hanno subito un’accelerazione dopo l’introduzione dei dazi imposti dagli Stati Uniti all’India.

Riduzione dei dazi e non solo: cosa prevede l’accordo

Verranno ridotti i costi dell’export per automobili (i dazi passeranno dal 110 al 10 per cento), alcolici (le tariffe caleranno dal 150 per cento al 75 per cento, fino a un progressivo 30-20 per cento), macchinari, prodotti chimici e farmaceutici (i dazi doganali saranno in gran parte eliminati). Giù anche le tariffe per settori dove l’Ue è competitiva: agricoltura, servizi finanziari e di telecomunicazione. I settori agricoli europei sensibili, assicura la Commissione Ue, saranno «pienamente protetti»: tutte le importazioni dall’India «continueranno a essere soggette alle rigorose norme Ue in materia di salute e sicurezza alimentare». L’intesa Ue-India include poi una partnership in sicurezza e difesa, cruciale per Nuova Delhi che intende diversificare la propria dipendenza dagli armamenti russi, attualmente all’80 per cento. In particolare, l’accordo quadro prevede più dialogo e cooperazione su tecnologie anti-drone, protezione di infrastrutture marittime critiche. L’intesa prevede poi cooperazione su intelligenza artificiale, ricerca e mobilità.

La soddisfazione dei leader Ue e del premier indiano Modi

«L’Europa e l’India stanno scrivendo oggi una pagina di storia. Abbiamo concluso l’accordo più importante di sempre. Abbiamo creato una zona di libero scambio che coinvolge due miliardi di persone, con vantaggi per entrambe le parti. Questo è solo l’inizio», ha dichiarato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. António Costa, presidente del Consiglio Ue, ha parlato di «momento storico» che «apre un nuovo capitolo nelle nostre relazioni su commercio, sicurezza e legami interpersonali». Il primo ministro indiano Narendra Modi ha detto: «La cooperazione tra India e Unione europea è un partenariato per il bene globale. Estenderemo i nostri progetti di sviluppo trilaterali dall’Indo-Pacifico ai Caraibi. Insieme, creeremo il corridoio Imec come un importante collegamento per il commercio globale e lo sviluppo sostenibile».

Ucraina, media: «Garanzie Usa a Kyiv se cede sul Donbass»

L’amministrazione Trump avrebbe comunicato a Kyiv che eventuali garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti sarebbero vincolate al raggiungimento preliminare di un’intesa di pace con la Russia, un accordo che, secondo quanto riferito, potrebbe includere la rinuncia al controllo del Donbass. È quanto emerge da un’esclusiva del Financial Times, secondo cui Washington avrebbe anche fatto capire di essere disposta ad assicurare all’Ucraina un rafforzamento delle forniture militari in una fase di pace, qualora il governo ucraino accettasse di ritirare le proprie truppe dalle aree dell’est del Paese attualmente sotto il suo controllo come contropartita per la fine del conflitto con Mosca.

Ucraina, media: «Garanzie Usa a Kyiv se cede sul Donbass»
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Il presidente Volodymyr Zelensky punta a firmare entro il mese di gennaio documenti sulle garanzie di sicurezza e un «piano di prosperità» per il dopoguerra con gli Stati Uniti, nella convinzione che ciò possa rafforzare la posizione di Kyiv nei futuri negoziati con la Russia. Sempre secondo le stesse fonti però, Washington starebbe ora chiarendo che qualsiasi impegno sul fronte della sicurezza dipenderebbe da un accordo con Mosca. Gli Stati Uniti, inoltre, non avrebbero ancora concesso il via libera definitivo a nessuno dei due accordi, nonostante Zelensky abbia dichiarato che i testi delle garanzie di sicurezza, discussi con il presidente Donald Trump a Davos, erano «pronti al 100 per cento».