Trump vuole costruire una base per 5 mila soldati a Gaza: come sarà

Donald Trump sta pianificando di costruire nella Striscia di Gaza una base militare di oltre 1,5 chilometri quadrati e capace di ospitare fino a 5 mila soldati della futura Forza di stabilizzazione internazionale. Lo riporta il Guardian, che ha visionati documenti di appalto emessi dal Board of Peace. Il sito, secondo i progetti, sarà circondato da circondato da 26 torri di guardia blindate montate su rimorchi. Avrà poi un poligono di tiro e un magazzino per l’equipaggiamento militare. I piani prevedono inoltre la realizzazione di una rete di bunker, con elaborati sistemi di ventilazione, dove i soldati potranno ripararsi.

Trump vuole costruire una base per 5 mila soldati a Gaza: come sarà
Donald Trump in visita a una base militare Usa (Imagoeconomica).

La base dovrebbe sorgere nella parte sud della Striscia

La base dovrebbe sorgere in una «distesa arida» nella parte meridionale della Striscia, un’area pesantemente colpita da bombardamenti dell’Idf: gran parte di questa porzione del territorio palestinese è attualmente sotto il controllo israeliano. Il Guardian scrive che un consorzio internazionale di imprese edili (con esperienza in zone di guerra) ha già visitato l’area. Nei documenti visionati dal giornale britannico c’è anche un “Protocollo sui resti umani”: nel caso venissero scoperti durante la costruzione della base, «tutti i lavori nelle immediate vicinanze devono cessare immediatamente, l’area deve essere messa in sicurezza e il responsabile degli appalti deve essere immediatamente informato per ricevere istruzioni», si legge.

Cosa farà la Forza internazionale di stabilizzazione

La Forza internazionale di stabilizzazione, secondo le Nazioni Unite, avrà il compito di proteggere il confine di Gaza e mantenere la pace all’interno della Striscia. Dovrebbe anche addestrare e supportare le forze di polizia palestinesi. Non è tuttavia chiaro quali sarebbero le regole di ingaggio in caso di nuovi bombardamenti da parte di Israele o di attacchi di Hamas. E nemmeno quale sarebbe il ruolo di questo contingente nel disarmo della milizia islamista, condizione posta da Tel Aviv per procedere con la ricostruzione di Gaza.

Le tappe della caduta dell’ex principe Andrea, arrestato per abuso d’ufficio

L’ex principe Andrea, fratello di Re Carlo III, è stato arrestato a Sandringham dalla polizia britannica per cattiva condotta in pubblico ufficio, proprio nel giorno del suo 66esimo compleanno: avrebbe condiviso informazioni riservate con Jeffrey Epstein quando era emissario commerciale del governo di Londra. Com’è noto, Andra da tempo è sotto accusa per i suoi legami con il finanziere, condannato per reati sessuali e morto suicida in carcere nel 2019. Ecco le tappe del suo declino.

Le prime accuse all’ex principe da parte di Virginia Giuffre

Le prime accuse a Andrea risalgono al 2011, quando la Bbc parò dell’amicizia con Epstein, già condannato per reati sessuali, chiedendo che il principe si dimettesse dal suo ruolo di inviato commerciale. Nel 2014, un tribunale della Florida rese noto che Andrea era una delle figure di spicco ad aver partecipato ad attività sessuali con una minorenne, poi identificata con Virginia Giuffre. Quest’ultima, in un’intervista del 2019 al programma Panorama della Bbc, raccontò di essere stata vittima di tratta e di essere stata costretta da Epstein a rapporti sessuali con il principe Andrea in tre occasioni, di cui una quando era ancora minorenne.

Le tappe della caduta dell’ex principe Andrea, arrestato per abuso d’ufficio
Il memoir di Virginia Giuffre (Ansa).

L’intervista che segnò il crollo dell’immagine di Andrea

Il 16 novembre di quell’anno, Andrea si fece intervistare dal programma Newsnight sulla sua amicizia Epstein, mostrando totale assenza di empatia mostrata verso le vittime. Travolto ormai dallo scandalo-Epstein, Andrea – che aveva volato spesso a bordo del suo jet “Lolita Express” – si era di fatto ritirato dalla vita pubblica.

La decisione di Elisabetta II: via il titolo di “Altezza Reale”

La battaglia legale con Giuffre (che si sarebbe poi suicidata nel 2025), si è conclusa a inizio 2022 con un accordo extragiudiziale, che ha visto Andrea versare alla donna una somma non divulgata. Negli stessi giorni, la regina Elisabetta II revocò al figlio il trattamento pubblico di “Altezza Reale”. Contestualmente, Andrea aveva rinunciato a tutti i titoli militari tranne quello di viceammiraglio della Royal Navy. Il fratello minore di Carlo aveva passato 22 anni nella Marina Reale, prestando servizio come pilota di elicotteri durante la guerra delle Falkland.

Le tappe della caduta dell’ex principe Andrea, arrestato per abuso d’ufficio
Andrea e l’ex moglie Sarah Ferguson (Ansa).

La revoca del titolo di principe e lo sfratto da Windsor

A fine ottobre il fratello maggiore Carlo, nel frattempo diventato re Carlo III, lo ha privato dei titoli di principe e duca di York, costringendolo a lasciare la sua residenza reale a Windsor, nota come Royal Lodge. Sempre per desiderio del sovrano britannico, l’ex principe, ormai “solo” Andrea Mountbatten-Windsor, ha poi perso anche l’ultimo grado militare onorifico che gli era rimasto, quello di viceammiraglio. Assieme a lui, pure l’ex moglie Sarah Ferguson (molto amica di Epstein) ha dovuto rinunciare al titolo di duchessa di York.

La foto spuntata negli ultimi file relativi al caso-Epstein

Tra gli ultimi file sul caso-Epstein diffusi dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti è spuntata anche una foto senza data, scattata in una località segreta, che mostra Andrea a quattro zampe su una donna sdraiata a terra. Un’accusatrice di Epstein ha affermato che il finanziere la mandò nel Regno Unito per un rapporto sessuale con Andrea. Un avvocato della donna ha dichiarato alla Bbc che l’incontro è avvenuto nel Royal Lodge nel 2010, quando la sua assistita aveva poco più di 20 anni.

Le tappe della caduta dell’ex principe Andrea, arrestato per abuso d’ufficio
La foto di Andrea a quattro zampe su una ragazza (Ansa).

L’arresto a Sandrigham: il primato dell’ex principe Andrea

Già primo figlio di una regina e fratello di un re britannico ad essere privato di ogni titolo ed onorificenza, Andrea il 19 febbraio 2026 è diventato anche il primo membro di alto rango della famiglia reale nella storia moderna ad essere arrestato. «La giustizia faccia il suo corso», ha commentato seccamente Carlo.

Annunciati i portabandiera dell’Italia alla cerimonia di chiusura di Milano-Cortina

Saranno la biatleta Lisa Vittozzi e il pattinatore di velocità Davide Ghiotto i portabandiera dell’Italia alla cerimonia di chiusura dei Giochi di Milano-Cortina, che si svolgerà domenica 22 febbraio a partire dalle 20 all’Arena di Verona. La scelta di una coppia mista per la sfilata conclusiva sottolinea i valori di equilibrio e rappresentatività che hanno caratterizzato la delegazione azzurra, protagonista di una rassegna a cinque cerchi di altissimo livello.

Annunciati i portabandiera dell’Italia alla cerimonia di chiusura di Milano-Cortina
Lisa Vittozzi (Ansa).

Chi è Lisa Vittozzi

Vittozzi, friulana classe 1995, è stata protagonista di un’Olimpiade di altissimo livello coronata con il primo oro olimpico individuale nella storia del biathlon italiano, primeggiando nell’inseguimento senza alcun errore al poligono. Si è aggiudicata inoltre l’argento nella staffetta mista, confermandosi, tra le grandi interpreti internazionali della disciplina, peraltro dopo un grave infortunio le aveva fatto saltare l’intera stagione 2024/2025. Nel 2018 a Pyeongchang aveva vinto il bronzo nella staffetta mista.

Annunciati i portabandiera dell’Italia alla cerimonia di chiusura di Milano-Cortina
Davide Ghiotto (Ansa).

Chi è Davide Ghiotto

Ghiotto, classe 1993, con Andrea Giovannini e Michele Malfatti ha formato il terzetto tricolore che ha conquistato l’oro nell’inseguimento a squadre dello speed skating. Per l’atleta vicentino è stata la seconda medaglia olimpica della carriera dopo il bronzo nei 10.000 metri vinto a Pechino 2022.

José Maria Balcázar, chi è il nuovo presidente ad interim del Perù

Nella notte tra mercoledì 18 e giovedì 19 febbraio 2026, il Congresso del Perù ha eletto José Maria Balcázar come nuovo presidente dopo che José Jerí era stato rimosso dall’incarico per un caso di presunta corruzione. Ex giudice vicino alla sinistra, Balcázar è il nono presidente a ricevere l’incarico in 10 anni. Il suo mandato sarà tuttavia molto breve. Dovrà infatti guidare il governo fino alle prossime elezioni presidenziali che si terranno il 12 aprile e dovrà lasciare l’incarico il 28 luglio, giorno in cui si festeggia l’indipendenza del Paese e in cui, per tradizione, si insedia il nuovo governo.

Si è assunto la sfida di «garantire una transizione elettorale pacifica»

José Maria Balcázar, chi è il nuovo presidente ad interim del Perù
José Maria Balcázar (Ansa).

Balcázar è stato eletto dai parlamentari al secondo scrutinio. Nel primo aveva ottenuto 46 voti, tre in più della candidata di centrodestra che inizialmente era data per favorita, l’ex presidente del parlamento Maria del Carmen Alva. Nel secondo è riuscito a ottenerne 60, la maggioranza relativa dei votanti (i membri del parlamento sono 130, ma al momento dell’ultima votazione erano diventati 113 perché il partito di sinistra Juntos por el Perú aveva deciso di boicottare il voto). Nel suo primo messaggio dopo aver ricevuto la fascia presidenziale, ha stabilito come priorità per i suoi mesi di governo «garantire al popolo peruviano una transizione elettorale pacifica e trasparente» e «affrontare il problema dell’insicurezza dei cittadini».

Dalla vicinanza a Cerrón alla denuncia per scambio di favori

José Maria Balcázar, chi è il nuovo presidente ad interim del Perù
José Maria Balcázar (Ansa).

José María Balcázar Zelada, ex magistrato e attuale deputato di Lambayeque, ha 83 anni. In passato è stato giudice della Corte Suprema ed è anche stato oggetto di indagini per presunto traffico di influenze. I media peruviani lo presentano come un uomo vicino a Vladimir Cerrón, fondatore del partito di sinistra Perù Libre, condannato per corruzione e attualmente latitante. Questa sua vicinanza lo fa considerare un rappresentante della sinistra peruviana più conservatrice dal punto di vista sociale. Politico finora poco conosciuto, è ricordato per la sua opposizione alla legge contro i matrimoni infantili in Perù e per i commenti controversi che fece all’epoca. Attualmente deve affrontare una denuncia costituzionale per aver presumibilmente scambiato favori con l’ex procuratore generale Patricia Benavides, con la quale, secondo l’accusa, avrebbe organizzato votazioni parlamentari in cambio dell’archiviazione dei suoi casi penali a Lambayeque.

Board of Peace, la Casa Bianca risponde al no del Vaticano

Il gelo tra Casa Bianca e Santa Sede non accenna a sciogliersi, anzi. Motivo del contendere è stavolta la mancata partecipazione del Vaticano al Board of Peace. Uno “no” all’iniziativa di Donald Trump definito «spiacevole» in un briefing con la stampa da Karoline Leavitt, portavoce della White House. «La pace non dovrebbe essere di parte, politica o controversa», ha dichiarato, ribadendo che l’obiettivo del Board of Peace è quello di coordinare la ricostruzione della Striscia di Gaza dopo «spargimenti di sangue e povertà».

Board of Peace, la Casa Bianca risponde al no del Vaticano
Donald Trump (Ansa).

Parolin aveva parlato di «perplessità» da parte della Santa Sede

«Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni», aveva detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, motivando la mancata partecipazione del Vaticano al Board of Peace. Aveva poi aggiungendo che a livello globale le situazioni di crisi andrebbero «discusse e risolte a livello dell’Onu». E non dunque, con il consiglio ideato da Trump. Nella lettura americana, il Board è invece legittimo, perché già partecipato da decine di Paesi. Era stato proprio Parolin, che già nel recente passato aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, a rivelare il 21 gennaio che il Vaticano era stato invitato a partecipare.

Board of Peace, la Casa Bianca risponde al no del Vaticano
Il cardinale Piero Parolin (Ansa).

L’Italia invece partecipa al Board of Peace come Paese osservatore

Perplessità in merito erano state espresse anche dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, che aveva parlato di «operazione colonialista». Mentre la maggior parte dell’Europa ha detto no – come il Vaticano – a Trump, l’Italia ha invece deciso di partecipare alla prima riunione a Washington come «Paese osservatore» e in nome dell’obiettivo più alto della pace, ha spiegato Antonio Tajani in Parlamento.

Gli attriti tra Vaticano e Stati Uniti preoccupano i repubblicani

Gli attriti crescenti tra Vaticano e Stati Uniti sono motivo di preoccupazione per i repubblicani in vista delle elezioni di midterm, in cui la religione potrebbe giocare un ruolo importante. La Santa Sede ha infatti assunto posizioni molto critiche nei confronti della politica estera Usa (papa Leone XIV si è espresso sulla crisi con Cuba), su quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024: adesso le frizioni col Vaticano potrebbero costare consensi ai candidati del suo Gop.

Condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon

Il tribunale distrettuale di Seul ha condannato all’ergastolo l’ex presidente Yoon Suk-yeol: era finito a processo con l’accusa di insurrezione per aver tentato di proclamare la legge marziale il 3 dicembre 2024. I procuratori speciali avevano chiesto per Yoon la pena di morte, presente in Corea del Sud, ma bloccata da una moratoria dal 1997.

Condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon
Il processo a Yoon sulla tv sudocoreana (Ansa).

Yoon nel corso del processo non ha mai mostrato pentimento

I pubblici ministeri sudcoreani avevano avanzato la richiesta di pena capitale nei confronti di Yoon in quanto «capofila dell’insurrezione con il chiaro obiettivo di rimanere al potere a lungo prendendo il controllo della magistratura e del parlamento», tramite l’invio di truppe dopo aver dichiarato la legge marziale. L’ordine fu revocato dopo sole tre ore, quando la maggioranza dei deputati, dopo aver forzato il blocco dei militari, entrò in parlamento e votò all’unanimità per annullarlo. Yoon ha sempre sostenuto la legittimità costituzionale della misura, affermando di voler «salvaguardare libertà e sovranità»: l’ergastolo, hanno spiegato i giudici, è dovuto anche al suo mancato pentimento.

Condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon
Sostenitori di Yoon Suk-yeol (Ansa).

L’ex ministro della Difesa è stato condannato a 30 anni di carcere

Il processo coinvolgeva complessivamente otto imputati ritenuti promotori della legge marziale, tra essi anche l’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun, condannato a 30 anni di carcere, l’ex primo ministro Han Duck-soo, al quale è stata inflitta una pena di 23 anni, e l’ex ministro dell’Interno Lee Sang-min, che ha ricevuto 7 anni di reclusione.

Era già stato condannato a cinque anni per ostruzione alla giustizia

In un precedente procedimento, terminato il 16 gennaio, Yoon era già stato condannato a cinque anni di carcere per aver tentato di ostacolare il proprio arresto dopo la sua messa in stato d’accusa, culminata nel 2025 con la sua destituzione dopo l’impeachment approvato dalla Corte costituzionale su iniziativa del Parlamento. Le successive elezioni anticipate sono state poi vinte da Lee Jae-myung.

Scelte le date delle elezioni comunali 2026: quando e dove si vota

Il ministro dell’interno Matteo Piantedosi ha informato il Consiglio dei ministri di aver individuato le date per lo svolgimento delle elezioni comunali 2026. Si voterà il 25 e il 26 maggio per il rinnovo del sindaco e del consiglio comunale di 626 comuni delle regioni a statuto ordinario. Tra questi ci sono 15 capoluoghi di provincia, ovvero Venezia, Reggio Calabria, Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Avellino, Andria, Trani, Crotone, Salerno. Il successivo eventuale turno di ballottaggio avrà luogo il 7 e l’8 giugno.

Perché l’Italia dovrà risarcire la ong Sea Watch

Il tribunale di Palermo ha stabilito che la organizzazione non governativa Sea Watch dovrà essere risarcita dallo Stato italiano per oltre 76 mila euro, a causa del fermo subito a Lampedusa dalla nave Sea Watch 3 a giugno del 2019, dopo che la comandante Carola Rackete aveva forzato il blocco navale per far sbarcare 42 migranti sull’isola siciliana.

Perché l’Italia dovrà risarcire la ong Sea Watch
Carola Rackete (Ansa).

Perché lo Stato italiano dovrà risarcire Sea Watch

L’Italia dovrà risarcire le somme sborsate tra ottobre e dicembre del 2019 da Sea Watch per spese portuali, di agenzia e legali, così come per il carburante resosi necessario per mantenere la nave attiva durante il fermo.

Perché l’Italia dovrà risarcire la ong Sea Watch
Matteo Salvini, all’epoca ministro degli Esteri (Ansa).

Cosa era successo a giugno del 2019

Il 12 giugno la Sea Watch 3 raccolse oltre 50 migranti nel Mediterraneo, al largo della costa libica, respingendo subito dopo un’offerta di attracco a Tripoli, destinazione considerata non sicuro dall’Ue e dalle organizzazioni umanitarie. L’imbarcazione di diresse così verso Lampedusa. Il 14 giugno l’Italia chiuse i suoi porti alle navi di salvataggio dei migranti: l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini si appellò al decreto Sicurezza Bis, approvato pochi giorni prima, rifiutandosi di consentire l’attracco fino a quando altre nazioni europee non avessero accettato di prendere i migranti. Dopo giorni di stallo (durante i quali 10 migranti considerati fragili furono autorizzati a sbarcare), il 29 giugno Rackete forzò il blocco navale e attraccò a Lampedusa, urtando nelle manovre una vedetta della Guardia di Finanza. La comandante della Sea Watch 3 fu arrestata dalle autorità italiane con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e resistenza a navi da guerra. Le accuse nei confronti di Rackete, assolta perché «salvare migranti è un dovere previsto dal diritto internazionale e la Libia non è un porto sicuro», è stata definitivamente archiviata a dicembre del 2021.

Musk con Robinson chiede l’arresto di Sanchez

Sta facendo discutere un commento su X di Elon Musk in cui, appoggiando l’estremista di destra Tommy Robinson (quello che qualche settimana fa ha incontrato Matteo Salvini al ministero), il magnate sostiene che il premier spagnolo Sanchez vada arrestato. Il suo piano di regolarizzazione, accusa un post di Visegràd 24 condiviso da Robinson, riguarderebbe «oltre 1 milione e 350 mila migranti, non i 500 mila stimati». Di qui la sua conclusione: «Sanchez dovrebbe essere arrestato». Il proprietario di X l’ha commentato apponendo il suo sigillo: «Assolutamente, “dirty Sanchez” è un traditore della Spagna».

Schlein: «Comportamento inaccettabile, Meloni intervenga»

Un post che ha creato polemica anche in Italia, con la segretaria del Partito democratico Elly Schlein che ha dichiarato: «Ancora oggi, e non è la prima volta, Elon Musk sulla sua piattaforma social insulta violentemente Pedro Sanchez e chiede sia arrestato. Un comportamento inaccettabile che dimostra tutta la pericolosa arroganza di chi, forte della sua ricchezza e della sua influenza tecnologica, si permette di insultare e rendere bersaglio di odio il capo di un governo straniero democraticamente eletto. A Pedro Sanchez va la nostra solidarietà. Speriamo che la solidarietà arrivi anche dalla presidente Meloni, a un suo collega europeo».

In California il primo processo ai social con Zuckerberg testimone

In California è in corso un processo storico sulla dipendenza da social media, dove il fondatore di Facebook e amministratore delegato di Meta Mark Zuckerberg è chiamato a testimoniare. Tutto nasce dalla denuncia di una ragazza che accusa le piattaforme di essere progettate per creare dipendenza tra i giovani. Sarà la prima volta che Zuckerberg testimonierà davanti a una giuria, sotto giuramento, sulla sicurezza delle sue applicazioni utilizzate da miliardi di persone. 12 giurati in un tribunale civile dovranno stabilire entro la fine di marzo se YouTube (Google) e Instagram (Meta) siano in parte responsabili dei problemi di salute mentale di Kaley G.M., la ventenne californiana da cui è nata la causa fortemente coinvolta nell’uso dei social fin dall’infanzia.

Cosa dovrà stabilire il procedimento

Il processo mira a stabilire se Google e Meta abbiano consapevolmente progettato le loro piattaforme per incoraggiare un consumo incontrollato da parte dei giovani utenti di internet a scapito della loro salute mentale, alimentando quella che molti definiscono un’epidemia di depressione, ansia e disturbi alimentari. Il dibattimento si concentrerà esclusivamente sulla progettazione delle app e sulle funzionalità di personalizzazione degli algoritmi. La legge statunitense, infatti, garantisce alle piattaforme un’immunità pressoché totale per i contenuti pubblicati dagli utenti, ma non le esenta dalle responsabilità legate alla struttura tecnica e psicologica dei loro software.

Usa sempre più vicini alla guerra con l’Iran: quando e come potrebbero attaccare

Secondo quanto riportato da Axios, visto lo stallo dei negoziati Usa-Iran sul nucleare, «l’Amministrazione Trump è più vicina a una grande guerra in Medio Oriente di quanto la maggior parte degli americani creda». Il conflitto con Teheran, spiega la testata, «potrebbe iniziare molto presto». Cosa sappiamo.

Il secondo round di colloqui senza risultati

Il secondo round di colloqui tra l’Iran e gli Stati Uniti, mediati dall’Oman a Ginevra, è sostanzialmente finito con un nulla di fatto. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di «intesa con gli Usa sui principi fondamentali», ma si tratta di una frase di circostanza. Teheran ha aperto alle ispezioni dell’Aiea nei suoi siti nucleari (anche quelli sotterranei), ma ha blindato il programma missilistico, sul quale non intendere fare concessioni. In generale, la Repubblica Islamica si è detta disposta a disposta a discutere di limitazioni all’arricchimento dell’uranio, ma solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa.

Washington e Teheran continuano a minacciarsi

Nel giorno dei negoziati a Ginevra, l’ayatollah Ali Khamenei ha minacciato di affondare le navi da guerra statunitensi: con l’obiettivo di costringere l’Iran a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato nel Mar Arabico anche la portaerei più grande del mondo, cioè la USS Gerald R. Ford, che è andata ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln. Il giorno prima delle minacce di Khamenei, Trump aveva affermato: «Non credo che l’Iran voglia le conseguenze di un mancato accordo».

Usa sempre più vicini alla guerra con l’Iran: quando e come potrebbero attaccare
L’ayatollah Ali Khamenei (Imagoeconomica).

Gli Usa pensano a un’operazione lunga settimane

Come ha riportato The War Zone, i localizzatori di volo online hanno mostrato caccia F-22 Raptor e F-16 Fighting Falcon, aerei radar E-3 Sentry e un velivolo spia U-2 Dragon Lady in transito sull’Atlantico verso l’Europa. Qualcosa di analogo era accaduto prima dell’operazione Midnight Hammer di giugno 2025. Secondo alcune fonti di Axios, vicine alla Casa Bianca, l’operazione militare statunitense in Iran sarebbe probabilmente una campagna su vasta scala, della durata di settimane: somiglierebbe insomma più a una guerra vera e propria che al raid effettuato in Venezuela.

Sarà una campagna congiunta con Israele

Le stesse fonti hanno riferito ad Axios che probabilmente si tratterà di una campagna congiunta tra Stati Uniti e Israele, il cui esercito dispone di centinaia di aerei da combattimento con una portata appunto più ampia rispetto alla guerra dei 12 giorni della scorsa estate.

L’Iran ha due settimane per evitare l’attacco

Secondo Axios «tutti gli indizi lasciano pensare che Trump premerà il grilletto se i negoziati falliranno». Ma quando potrebbe succedere? I funzionari statunitensi hanno affermato che, sostanzialmente, l’Iran sono state concesse altre due settimane di tempo per presentare una proposta dettagliata. «Il capo sta perdendo la pazienza. Alcuni dei suoi collaboratori lo mettono in guardia dal dichiarare guerra all’Iran, ma credo che ci sia il 90 per cento di probabilità che nelle prossime settimane assisteremo a un’azione militare», ha dichiarato un consigliere di Trump ad Axios. Per le fonti della testata, in ogni caso, alle forze Usa serviranno ancora alcune settimane di preparazione prima di attaccare.

Sfuma l’ipotesi Zaia sindaco di Venezia: l’ex Doge guarda a Roma?

Il futuro di Luca Zaia quasi sicuramente non sarà a Ca’ Farsetti. L’ipotesi di una sua candidatura a sindaco di Venezia per quanto suggestiva pare essere tramontata. Con buona probabilità il centrodestra deciderà di puntare sulla continuità con Simone Venturini, ex Udc e assessore al Turismo della Giunta Brugnaro. Mentre è già noto lo sfidante: il segretario regionale del Pd Andrea Martella. Un rischio per la maggioranza di governo visto che nella Serenissima alle ultime Regionali – unico caso in Veneto – il candidato di centrosinistra Giovanni Manildo aveva battuto seppur di poco Alberto Stefani.

Sfuma l’ipotesi Zaia sindaco di Venezia: l’ex Doge guarda a Roma?
Simone Venturini (Imagoeconomica).

La domanda è cosa farà allora l’ex Doge. L’opzione più plausibile resta al momento una candidatura alle Politiche del 2027 con l’obiettivo di occupare una poltrona di peso come la presidenza di una Camera o perché no un ministero. Molto però dipende dalla tenuta della Lega, visto che negli ultimi sondaggi di Swg per La7 danno il partito in caduta al 6,4 per cento (mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci cresce di qualche punto percentuale portandosi al 3,6). 

Sfuma l’ipotesi Zaia sindaco di Venezia: l’ex Doge guarda a Roma?
Luca Zaia con Matteo Salvini (Ansa).

Donzelli: «Zaia è una risorsa del centrodestra nazionale»

Il dossier Venezia per l’ex presidente dunque può essere archiviato. Lo ha lasciato intendere anche il meloniano Giovanni Donzelli. «Zaia, come è stata una grande risorsa, importantissima come presidente del Veneto, è una grande risorsa per l’Italia intera”, ha detto martedì il responsabile organizzazione di FdI, «quindi ci confronteremo serenamente con lui, ma è sicuramente un patrimonio di tutto il centrodestra nazionale. Quindi comunque ha un valore che esula dalle questioni strettamente venete».

Sfuma l’ipotesi Zaia sindaco di Venezia: l’ex Doge guarda a Roma?
Giovanni Donzelli (Imagoeconomica).

Sicilia, arresti domiciliari per il deputato regionale di FI Michele Mancuso

Arresti domiciliari per il deputato regionale siciliano Michele Mancuso, esponente di Forza Italia, indagato per corruzione «per un atto contrario ai doveri d’ufficio» dalla procura di Caltanissetta, nell’ambito di un’inchiesta che in tutto coinvolge cinque persone.

Di cosa è accusato Mancuso

Secondo gli inquirenti, Mancuso avrebbe consentito a un’associazione di accedere a un finanziamento pubblico per uno spettacolo, le cui spese sarebbero però state gonfiate in modo da permettergli di intascare una tangente. Nello specifico, l’associazione Gentemergente di Caltanissetta avrebbe speso solo 20 mila dei 98 mila euro ricevuti nel 2024, dando al deputato di Forza Italia 12 mila euro in contanti in tre rate. A fare da tramite sarebbe stato Lorenzo Tricoli, consulente del lavoro molto amico di Mancuso: anche per lui sono stati disposti i domiciliari. Per dare una parvenza di legalità allo schema corruttivo, Tricoli avrebbe coinvolto i nipoti Ernesto e Manuela Trapanese e il marito di quest’ultima, Carlo Rizioli, responsabili di Gentemergente e accusati di aver gonfiato le fatture attestanti servizi inesistenti. Per loro è scattata la misura interdittiva del divieto di esercizio di impresa, per 12 mesi. Insieme avrebbero truffato la Regione per quasi 50 mila euro.

Cosa sappiamo sull’omicidio del militante nazionalista a Lione

Sono salite a 11 le persone fermate per la morte del militante di estrema destra Quentin Deranque, che ha perso la vita a Lione dopo una brutale aggressione da parte di un gruppo di attivisti di sinistra. Un omicidio a sfondo politico, quello del 23enne, che ha scosso il Paese e che sta alimentando le tensioni in vista delle elezioni comunali di marzo e delle Presidenziali del 2027, in cui il Rassemblement National sembra avere le migliori possibilità di vittoria mai avute finora. Ecco cosa sappiamo sulle indagini e quali sono al momento le ripercussioni sulla politica francese.

Cosa sappiamo sull’omicidio del militante nazionalista a Lione
Lo striscione: “Antifa assassini. Giustizia per Quentin” (Ansa).

L’aggressione mortale a Lione

Deranque è stato aggredito il 12 febbraio da un gruppo di persone, riportando un grave trauma cranico-encefalico: ricoverato all’ospedale Édouard-Herriot, è morto poi due giorni dopo. L’aggressione, anche con spranghe, è avvenuta a margine della conferenza a Sciences Po Lyon di Rima Hassan, europarlamentare di La France Insoumise. Quentin è stato gettato a terra e picchiato da almeno sei persone, che indossavano il passamontagna. Nei filmati si vedono tre persone a terra, violentemente percosse: due, a differenza di Quentin, sono però riuscite a scappare.

Chi era Quentin Deranque

Deranque, studente di Data Science all’Università di Lione II, era abituale frequentatore della chiesa tradizionalista di Saint-Georges, nel quartiere di Vieux Lyon, dove la messa viene celebrata in latino. Gli amici hanno raccontato che si era convertito «qualche anno fa». L’avvocato della famiglia ha spiegato che il giovane «aveva sempre difeso le sue convinzioni in modo non violento», sostenendo «l’attivismo pacifico». Il 23enne faceva parte del collettivo femminista di estrema destra Némésis, che aveva esposto striscioni di protesta contro la conferenza di Hassan, ma non ci sono conferme sul fatto che fosse nel suo “servizio d’ordine”, come è stato riportato inizialmente.

Cosa sappiamo sull’omicidio del militante nazionalista a Lione
Protesta contro la Jeune Garde (Ansa).

Il coinvolgimento de La France Insoumise

Deranque sarebbe stato aggredito da esponenti del movimento di estrema sinistra Jeune Garde, gruppo antifa disciolto d’autorità a giugno del 2025. Tra essi ci sarebbe anche Jacques-Elie Favrot, che è – o meglio era – assistente di Raphaël Arnault, deputato del partito di sinistra La France Insoumise, guidato da Jean-Luc Mélenchon. La portavoce del governo francese, Maud Bregeon, ha chiesto al partito di sospendere il politico dal suo gruppo parlamentare all’Assemblea Nazionale. Manuel Bompard, coordinatore nazionale di LFI, ha però escluso in maniera categoria l’estromissione temporanea. Favrot è stato arrestato il 17 febbraio dalla polizia: Arnault ha reso noto su X di aver avviato «le procedure per la risoluzione del suo contratto» e che ha già «cessato tutte le sue attività parlamentari». LFI ha poi respinto le accuse provenienti dalla destra e dal campo presidenziale di alimentare un clima di violenza. «Il nostro movimento non la tollererà mai», ha dichiarato la deputata Alma Dufour.

Le accuse del RN a Melenchon

Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, ha condannato i «barbari responsabili di questo linciaggio». Jordan Bardella, presidente del partito di estrema destra, ha addossato a Melenchon la «responsabilità morale e politica» di quanto accaduto, sostenendo che il leader de La France Insoumise «ha aperto le porte dell’Assemblea Nazionale a sospetti assassini».

Sono 11 le persone arrestate

Dopo i primi accertamenti la Procura di Lione ha annunciato l’ampliamento dell’indagine, che è ora per omicidio volontario e non più per percosse mortali aggravate. Come detto sono al momento 11 le persone fermate. Il procuratore di Lione Thierry Dran ha annunciato l’arresto di nove sospetti il 17 febbraio. Altri due sono stati fermati la mattina di mercoledì 18 febbraio. Si tratta di una coppia: un uomo, sospettato di essere direttamente legato alle violenze, e la sua compagna, accusata di averlo aiutato a sottrarsi alla giustizia. Per quanto riguarda il già citato Favrot, non è chiaro se facesse parte del gruppo di assalitori incappucciati che hanno aggredito Deranque.

Russi e bielorussi con le proprie bandiere alle Paralimpiadi, Kyiv non ci sta

Il Comitato paralimpico internazionale ha stabilito che sei atleti russi e quattro bielorussi potranno partecipare alle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina (che si svolgeranno dal 6 al 15 marzo) usando la bandiera, la divisa e l’inno dei loro Paesi, e non più come neutrali. Revocato dunque il divieto imposto dopo l’invasione dell’Ucraina: una mossa, quella del International Paralympic Committee, che ha fatto infuriare Kyiv. «La decisione degli organizzatori delle Paralimpiadi di consentire agli assassini e ai loro complici di competere ai Giochi Paralimpici sotto le bandiere nazionali è deludente e scandalosa», ha scritto su X Matviy Bidny, ministro dello Sport ucraino. Anche Valeriy Sushkevych, presidente del Comitato paralimpico ucraino, ha criticato duramente la decisione.

Il Comitato paralimpico internazionale ha assegnato sei posti alla Russia e quattro alla Bielorussia

A Parigi 2024 c’era stata la parziale riammissione senza simboli, dopo l’iniziale divieto di gareggiare: russi e bielorussi avevano potuto partecipare come atleti individuali e neutrali. E anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina, sempre con gli stessi criteri, stanno gareggiando 13 atleti russi e sette bielorussi. L’International Paralympic Committee ha assegnato sei posti alla Russia: due nello sci alpino (uno maschile, uno femminile), due nello sci di fondo (uno maschile, uno femminile) e due nello snowboard (entrambi maschili). Alla Bielorussia sono stati invece assegnati quattro posti, tutti nello sci di fondo (uno maschile e tre femminili).

Mattarella presiede il plenum del Csm per la prima volta in 11 anni

Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha presieduto il plenum del Consiglio superiore della magistratura per la prima volta in 11 anni. Una decisione che arriva dopo giorni di polemiche sul Csm, inclusa quella innescata dal ministro della giustizia Carlo Nordio che ha parlato delle correnti al suo interno come di un «sistema para-mafioso». «Sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio», ha detto il capo dello Stato aprendo la seduta. «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm e il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte di altre istituzioni nei confronti di questa istituzione», ha aggiunto. Dopo il voto all’unanimità della pratica della nona commissione relativa al progetto finanziato dalla Ue Judialogue, Mattarella ha sospeso la seduta e ha lasciato la sede del Csm.

Trump censura l’intervista all’astro nascente dem Talarico: pieno di views su YouTube

A causa della censura trumpiana, nel corso della puntata di lunedì 16 febbraio del The Late Show non è andata in onda l’intervista di Stephen Colbert al texano James Talarico, astro nascente dem candidato alle primarie del suo partito per il Senato degli Stati Uniti. Colbert e lo staff del programma, in aperto contrasto con la Cbs, hanno però comunque pubblicato l’intervista sul canale YouTube del The Late Show, facendo il pieno di visualizzazioni: quasi cinque milioni.

Le accuse di Colbert a FCC e Cbs

Durante il consueto monologo di inizio puntata, Colbert ha presentando la Late Present Band e la sua ospite Jennifer Garner. Poi l’ironica domanda: «Sapete chi non è uno dei miei ospiti stasera?». Talarico, appunto. Gli avvocati della nostra rete ci hanno detto che non potevamo averlo in trasmissione», ha spiegato il presentatore: alla base del veto le regole della Federal Communications Fee (FCC), che prevedono la stessa quantità di tempo di trasmissione concessa a ogni politico. Insomma, la par condicio. Ci sono però due piccoli particolari da considerare: la FCC è controllata dal Partito repubblicano e Talarico in passato ha aspramente criticato Donald Trump. «Diciamo la verità: l’attuale amministrazione vuole mettere a tacere chiunque dica qualcosa di negativo su Trump in tv, perché tutto ciò che Trump fa è guardare la tv ok? È come un bambino che passa troppo tempo davanti allo schermo. Diventa irritabile e poi si scarica nel pannolino», ha detto Colbert, scagliandosi anche contro la Cbs che ha chinato il capo alla richiesta della FCC. Trump ha più volte sollecitato Brendan Carr, presidente della Commissione federale per le comunicazioni, ad agire contro le emittenti statunitensi che fanno una copertura – a suo modo di vedere – faziosa.

Seminarista e astro nascente dem: chi è Talarico

Classe 1989, James Dell Talarico, è membro della Camera dei rappresentanti del Texas dal 2018. Ex insegnante e attualmente seminarista presbiteriano, al momento sta affrontando la deputata per il Texas Jasmine Crockett e l’uomo d’affari Ahmad Hassan nelle primarie democratiche che stabiliranno il candidato dall’Asinello a un seggio al Senato degli Stati Uniti in occasione delle elezioni di midterm di novembre. Le primarie dem si terranno il 3 marzo, ma già dal 17 febbraio è possibile il voto anticipato. Sul fronte repubblicano si stanno invece affrontando il senatore John Cornyn, il deputato Wesley Hunt e il procuratore generale del Texas Ken Paxton.

Bce, Lagarde verso l’addio prima della fine del mandato? Cosa sappiamo

Secondo quanto scrive il Financial Times, Christine Lagarde avrebbe intenzione di lasciare il suo incarico da presidente della Bce prima della scadenza del mandato nel 2027. La decisione sarebbe legata alla volontà di dare al presidente francese Macron e al cancelliere tedesco Merz la possibilità di scegliere il suo successore, prima delle prossime elezioni presidenziali in Francia in programma ad aprile del 2027. Macron, che nei giorni scorsi ha già avuto a sorpresa la possibilità di nominare il successore del governatore della Banca di Francia, dopo che Francois Villeroy de Galhau ha dato le dimissioni in anticipo, secondo il Ft spinge da mesi per avere un ruolo nella scelta del prossimo presidente della Banca centrale europea.

La replica della Bce

Dopo la diffusione dell’indiscrezione, la Bce ha rilasciato una nota precisando che «la presidente Lagarde è totalmente concentrata sul suo mandato e non ha preso alcuna decisione riguardo alla conclusione del mandato».

Bandecchi a processo per evasione fiscale

Stefano Bandecchi, sindaco di Terni e coordinatore di Alternativa Popolare, è stato rinviato a giudizio a Roma per evasione fiscale: è accusato di non avere pagato imposte per circa 20 milioni di euro come amministratore di fatto dell’università telematica Unicusano. Il mancato versamento risalirebbe al periodo 2018-2022. «Nessuna sorpresa, me lo aspettavo, tutto come previsto. Speriamo di poter dimostrare nel processo la nostra innocenza», ha dichiarato Bandecchi. Assieme a lui finiranno a processo anche altre tre persone che hanno rivestito ruoli di responsabilità nella società che gestisce l’ateneo. Sfruttando le tariffe agevolate riservate agli istituti didattici, avrebbero fatto acquisti non esattamente riconducibili all’attività universitaria, tra cui quelli di una Ferrari e una Rolls Royce, comprate per 550 mila euro. L’udienza davanti al tribunale monocratico è stata calendarizzata per il 4 giugno.

Bandecchi a processo per evasione fiscale
Stefano Bandecchi (Imagoeconomica).