Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera

Tecnicamente, nella struttura del racconto, si chiama messa in abisso. È quel dispositivo della narrazione per cui si parte da una storia che ne contiene un’altra, che a sua volta ne contiene un’altra ancora e poi un’altra, fino a trasformare il tutto in una sorta di specchio infinito. Tutto questo per dire che la vicenda che ha coinvolto Andrea PucciSanremoGiorgia Meloni e oppositori, Pd in testa, è una messa in abisso perfetta. Non voluta, non progettata, ma i cui esiti ben ne ricalcano il funzionamento. Si dirà che anche il Festival di Sanremo, con il suo spasmodico centellinare da mesi prima personaggi e modalità dell’evento, è una messa in abisso. E infatti questa è un’altra storia nella storia, da sfogliare nei suoi molteplici livelli. 

La protesta dell’opposizione trasforma l’invito di Pucci in un caso

Primo livello. Il comico Pucci, campione del politicamente scorretto, viene invitato alla kermesse canora. Un comico sul palco: accade da sempre, spesso con esiti imbarazzanti, raramente memorabili, anche perché quella platea è irta di insidie, lo sa bene Maurizio Crozza quando dileggiò Silvio Berlusconi tra fischi e grida di disapprovazione. E qui scatta la prima reazione: l’opposizione protesta, l’invito diventa un caso e lo showman, che aveva postato sui social una foto col sedere di fuori annunciando il suo arrivo, si ritira. Partita chiusa? Macché, siamo solo all’inizio. 

L’intervento di Meloni e il solito vittimismo destrorso

Secondo livello. Giorgia Meloni, invece che lasciar scatenare i suoi, interviene in prima persona. Parla di censura, di clima illiberale, di artisti intimiditi, di satira accettabile solo quando la dileggia. In altre parole, trasforma un invito televisivo saltato in una questione di censura. 

Ammettiamo che l’occasione, prendere un episodio ed estrapolarlo dal contesto per farlo diventare simbolico, era troppo ghiotta. La destra, quando fiuta aria di vittimismo, non sbaglia quasi mai il colpo. E la premier, ovvero la sua massima rappresentante, ha voluto (a nostro parere sbagliando) ribadirlo. C’è una schiera di adepti pronta a difendere Pucci e la discriminazione subita, lascia fare a loro: de minimis non curat praetor

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Giorgia Meloni (Ansa).

Il cortocircuito narrativo del Pd

Terzo livello. Il Pd pavlovianamente risponde. Un po’ nel merito, denunciando Pucci e le sue battute sessiste che fanno apparire Pio e Amedeo, altri campioni della satira di destra, delle educande. Ma soprattutto sull’intervento a sua difesa di Meloni che si occupa di Sanremo e non di cose più serie come il ruolo impone. Una considerazione apparentemente spendibile, ma che in realtà è un assist narrativo. Perché sancisce che questa vicenda non è una cosa seria nel momento in cui tutti ne parlano, si indignano e si sfogano sui social. Il Pd insomma denuncia l’irrilevanza della questione di fronte ai grandi problemi che affliggono il Paese e l’universo mondo nel momento in cui la cavalca. Ma così facendo fa diventare l’irrilevanza rilevante. 

Pucci, Sanremo e lo scontro politico che si autogenera
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per la politica satira e censura diventano il pretesto per parlarsi addosso

A questo punto, per non perdersi, è bene riassumere gli elementi di questo perfetto esempio di messa in abisso: un comico che viene invitato a Sanremo fa scattare una polemica che provoca un intervento della premier che provoca una contro polemica dell’opposizione che genera prese di posizione, post denigratori, editoriali che inducono Pucci a ritirarsi dal Festival, che al mercato mio padre comprò. Una polemica a generazione spontanea. In questo bailamme infatti non si intravvede un burattinaio, una regia che tiri le fila della trama. C’è solo un sistema mediatico che funziona per autoriproduzione. Ogni livello non definisce il precedente, ma lo moltiplica. Ogni intervento sul tema non chiude il discorso ma lo rilancia. È un ipertesto involontario in cui ciascun attore recita una parte che crede autonoma, ma che invece è totalmente asservita alla logica del meccanismo. In tutto questo Sanremo è solo lo sfondo, un luogo virtuale dove il fatto in sé perde di significato rispetto alle sue conseguenze. Satira e censura diventano il pretesto offerto alla politica per commentare se stessa. La messa in abisso trasforma il dibattito nella proiezione di un sistema che alimenta all’infinito la propria rappresentazione.

Cna e Unicredit, accordo per l’innovazione digitale e la crescita dimensionale delle pmi

La Cna, Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, e Unicredit hanno sottoscritto un importante accordo di collaborazione con l’obiettivo di rafforzare l’accesso al credito, supportare l’innovazione digitale e la crescita dimensionale da parte delle micro, piccole e medie aziende. La Cna associa 620 mila imprenditori che forniscono lavoro a 1,2 milioni di persone. Grazie alla partnership, le imprese associate a Cna potranno beneficiare di una maggiore facilità di accesso a servizi consulenziali, percorsi formativi, iniziative congiunte e soluzioni finanziarie dedicate, sviluppate in coerenza con i principali driver della trasformazione economica contemporanea – sostenibilità, digitalizzazione, internazionalizzazione, innovazione.

A disposizione degli associati di Cna il modello di servizio buddy

Unicredit, nell’intento di supportare gli associati di Cna in ogni esigenza, mette a disposizione anche il modello di servizio buddy, flessibile e di valore, che ben si concilia con l’attività professionale di artigiani, micro e piccole imprese e lavoratori autonomi, nonché di persone fisiche che hanno l’esigenza di essere supportati, sempre, in qualunque momento della giornata, con un servizio di assistenza dedicato e un catalogo prodotti e servizi, in self e non, tra i più completi sul mercato. L’accordo intende anche favorire una maggiore interazione tra le reti territoriali di Cna e Unicredit, promuovendo eventi congiunti, rafforzando i rapporti a livello locale per generare impatti concreti sulla quotidianità delle imprese associate e supportando la conoscenza presso la platea delle Cna territoriali e delle imprese loro associate delle tematiche Esg, con un’offerta di prodotti e servizi bancari orientati alla sostenibilità, con una particolare attenzione alle imprese che intraprendono percorsi di miglioramento in ambito ambientale, sociale e di governance.

Areni: «Così sosteniamo le imprese del settore artigiano»

Queste le dichiarazioni di Annalisa Areni, head of Client strategies di UniCredit Italia: «Vogliamo sostenere e valorizzare le imprese del settore artigiano, protagoniste del progresso economico e sociale del Paese. Questo accordo si inserisce pienamente in questo percorso volto ad accompagnare le pmi nei percorsi di crescita e innovazione digitale. Unicredit conferma così il proprio impegno nel rispondere alle reali esigenze degli imprenditori, mettendo a disposizione un ecosistema completo e integrato di soluzioni pensate per favorire lo sviluppo e la competitività delle loro attività».

Gregorini: «Soluzioni mirate per digitalizzazione e sostenibilità»

Gli ha fatto eco Otello Gregorini, segretario generale della Cna: «La partnership con Unicredit è di rilevanza strategica per gli associati Cna. Accanto a soluzioni finanziarie e prodotti mirati per rafforzare l’accesso al credito da parte della platea di artigiani, micro e piccole imprese, la collaborazione, che coinvolge il sistema dei Confidi, offre un concreto supporto agli imprenditori attraverso prodotti e servizi che rispondono a una ampia gamma di esigenze per superare le sfide della digitalizzazione e la sostenibilità ambientale e sociale».

Presidenziali Portogallo, sconfitta che sa di vittoria per l’ultradestra

Il socialista moderato António José Seguro ha ottenuto una larga vittoria al secondo turno delle elezioni presidenziali in Portogallo, trionfando sul suo avversario di estrema destra André Ventura, leader di Chega. Che, però, è comunque riuscito a ottenere una quota record di voti nella storia del partito, fondato nel 2019.

Presidenziali Portogallo, sconfitta che sa di vittoria per l’ultradestra
António José Seguro (Ansa).

Al ballottaggio Ventura ha ottenuto il 33,18 per cento

Seguro, che al primo turno aveva ottenuto il 31,11 delle preferenze, al ballottaggio ha vinto con il 66,82 per cento delle preferenze. Ventura, dopo l’exploit del primo turno del 18 gennaio, in cui aveva raggiunto il 23,52 per cento, nel secondo è arrivato al 33,18 per cento: insomma, un portoghese su tre (almeno tra quelli che si sono recati alle urne) ha scelto l’ultradestra. E questo nonostante gli appelli trasversali per scongiurare una vittoria di Chega, anche da parte di personalità della destra che hanno appoggiato il candidato di centro-sinistra per impedire a Ventura di succedere a Marcelo Rebelo de Sousa, giunto al limite di mandati. Il risultato di Chega supera di gran lunga il 22,8 per cento ottenuto alle elezioni generali di maggio 2025 e persino il 31,2 per cento che ha permesso all’Alleanza Democratica di centrodestra di andare al governo e, dunque, di portare Luís Montenegro alla carica di primo ministro.

Presidenziali Portogallo, sconfitta che sa di vittoria per l’ultradestra
André Ventura (Ansa).

La campagna elettorale anti-immigrati di Chega

Quello di presidente del Portogallo è un ruolo prevalentemente cerimoniale. Ma il capo di Stato detiene alcuni poteri importanti, tra cui la possibilità di sciogliere il parlamento in determinate circostanze. Ventura aveva affermato che avrebbe interpretato l’incarico in modo «più interventista». In vista del voto, Chega aveva ancora una volta fatto dell’immigrazione un tema chiave della campagna elettorale, installando cartelloni pubblicitari in tutto il Paese con le scritte: «Questo non è il Bangladesh» e «Agli immigrati non dovrebbe essere permesso di vivere di assistenza sociale».

Paolo Petrecca, chi è il direttore di RaiSport al centro delle polemiche per le Olimpiadi

Le sue gaffe durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi 2026 stanno facendo il giro del web e non solo, e gli sono costate lo stop alla conduzione della cerimonia di chiusura oltre a polemiche e critiche. Paolo Petrecca, giornalista, autore televisivo, conduttore e dirigente, dal 2025 dirige RaiSport e in passato ha diretto Rai News 24, Televideo e Rainews.it. Romano classe 1964, lavora nella tv di Stato dal 2001.

Da Rtl alla Rai

Dopo aver iniziato la carriera come insegnante, nel 1990 ha cominciato a lavorare in televisione presso alcune emittenti locali laziali, occupandosi prevalentemente di sport, cronaca e politica. Nel 1999 è entrato nella redazione romana di Rtl 102.5, divenendo conduttore, coordinatore di corrispondenti e speaker dei notiziari. Due anni dopo è approdato in Rai come redattore presso il Tg2. Nel 2007 si è trasferito a Rai News 24, dove nel 2012 ha assunto il ruolo di capo servizio nella redazione Coordinamento delle edizioni. Quasi 10 anni dopo, nel 2021, ne è diventato direttore, dirigendo al contempo Televideo e Rainews.it. Dal 12 ottobre 2024 fino al 15 maggio 2025 ha condotto Filo diretto – Il Sabato di Rainews, per poi diventare direttore di RaiSport e della divisione Sport dell’azienda.

È morto il fisico delle particelle elementari Antonino Zichichi

È morto a 96 anni il fisico e divulgatore scientifico Antonino Zichichi. Specializzato nel campo della fisica delle particelle elementari, a cui ha dato preziosi contributi, era stato l’ideatore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, costruiti a partire dal 1980. Si deve inoltre a lui la scoperta dell’antideutone, osservato per la prima volta nel 1965.

È morto il fisico delle particelle elementari Antonino Zichichi
Antonino Zichichi (Imagoeconomica).

Aveva lavorato presso il Fermilab di Chicago e il CERN di Ginevra

Nato a Trapani nel 1929, Zichichi nel corso della carriera ha lavorato presso il Fermilab di Chicago e il CERN di Ginevra. Ha anche guidato il gruppo dell’Università di Bologna (dove era professore emerito) durante i primi esperimenti sulle collisioni tra materia e antimateria presso i Laboratori Nazionali di Frascati. Dal 1977 al 1982 è stato presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Nel 1978 era stato eletto presidente della Società Europea di Fisica. Negli stessi anni, come detto, aveva promosso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, oggi tra i importanti centri di ricerca del mondo. Dal 1986 è stato a capo del World Lab, un’associazione che sostiene i progetti scientifici in paesi del terzo mondo, fondata assieme al collega statunitense Isidor Isaac Rabi. Nel suo curriculum anche una breve esperienza politica: tra novembre 2012 e marzo 2013, con Rosario Crocetta governatore, era stato Assessore ai beni culturali della Regione Sicilia.

È morto il fisico delle particelle elementari Antonino Zichichi
Antonino Zichichi (Ansa).

Le critiche all’evoluzionismo e la battaglia contro le superstizioni

Zichichi, va detto, era però una figura controversa all’interno della comunità scientifica: fortemente cattolico, aveva messo in dubbio la teoria darwiniana dell’evoluzionismo, a suo modo di vedere non supportata dalla matematica. E si era anche detto scettico riguardo al riscaldamento globale. Al tempo stesso, Zichichi viene ricordato anche per il suo impegno contro l’astrologia e, più in generale, contro le superstizioni. Diventato volto noto per le sue frequenti apparizioni televisive, il fisico era stato anche imitato con successo sul piccolo schermo: prima da Ezio Greggio, che aveva proposto all’interno di Drive In il personaggio di Zichichirichì, e poi da Maurizio Crozza.

Pucci e il bizzarro doppiopesismo di Giorgia Meloni

Giorgia Meloni torna a parlare del caso Pucci in un colloquio con il Corriere della sera. Dopo essersi già espressa sui social a poche ore dalla decisione del comico di non partecipare più a Sanremo come co-conduttore di una serata – scelta seguita «agli inaccettabili insulti e minacce» ricevuti da lui e dalla sua famiglia» -, la premier ha ribadito di essersi schierata al fianco dello showman perché «non sopporto il doppiopesismo, un principio insopportabile, la cifra della sinistra». Pucci è stato infatti criticato per le sue battute e uscite (spesso infelici) contro diversi esponenti della sinistra tra cui Elly Schlein. Meloni ha quindi citato alcune vignette di Natangelo comparse sul Fatto Quotidiano che la ritraggono una inginocchiata mentre lecca il didietro di Trump, l’altra piegata in avanti con la frase «Noi saremo vicini all’Ucraina a 360 gradi, ma ne bastano 90». E si è chiesta: «Queste sono cose che disegnano o dicono su di me: questo si può fare? Parlano di sessismo e io che dovrei dire? Mi facciano capire, quando attaccano me è satira, quando attaccano la Schlein è sessismo? Su di noi si può dire tutto e su di loro solo quello che condividono? Ci hanno sempre spiegato che la satira è sacra, ma ovviamente finché era contro di noi. Noi, a differenza loro, non abbiamo mai chiesto la censura di nessun comico».

Quando Meloni querelò il comico Daniele Fabbri

Eppure proprio la premier, nel 2023, aveva querelato il comico Daniele Fabbri che, durante un monologo satirico del 2021, l’aveva definita «puzzona» e «caccolosa». Per le «gravi offese che le hanno causato profondi strascichi sulla psiche», la leader di Fratelli d’Italia si è costituita parte civile e ha chiesto un risarcimento danni di 20 mila euro. «La vera Giorgia Meloni è stata ferita nei suoi sentimenti da paroline che non offendono più nessuno manco in terza elementare. È uno scandalo che riguarda tutti, perché se “puzzona” diventa querelabile, non le si può più dire nulla, perché qualsiasi critica è più grave di “puzzona”. Un capo di governo che se la prende con un artista indipendente, per una scemenza del genere poi, fa una mossa vigliacca, perché è molto comodo schiacciare un pesce piccolo con la pressione di un processo, che costa parecchi soldi e mette parecchia ansia, sperando di crearsi facilmente un precedente per attaccare il diritto di satira garantito dalla Costituzione», aveva scritto Fabbri su Instagram annunciando la querela.

Super Bowl, l’Halftime Show di Bad Bunny che ha fatto infuriare Trump

Il Super Bowl è andato ai Seattle Seahawks, che hanno superato 29-13 i New England Patriots. Ma i riflettori, oltre che sulla palla ovale, erano – come sempre – puntati anche sull’Halftime Show. Che quest’anno aveva come protagonista Bad Bunny, reduce dalle tre vittorie ai Grammy. Ebbene, Donald Trump lo ha definito senza mezze misure «il più brutto di sempre». Il motivo? Il rapper portoricano, vero nome Benito Antonio Martinez Ocasio, ha portato al Levi’s Stadium di Santa Clara in California un messaggio di unità e contro le politiche antimmigrazione della Casa Bianca.

L’Halftime Show di Bad Bunny

Bad Bunny ha cantato Tití Me Preguntó, attraversando scenografie che evocavano la vita portoricana, poi Voy a Llevarte Pa PR e Safaera, brano interpretato su un palco secondario denominato “La Casita”. Successivamente si è esibito in Gasolina di Daddy Yankee e altri suoi successi, tra cui EoO. A chiudere la performance la title track del suo album vincitore ai Grammy, Debí Tirar Más Fotos. Assieme a Bad Bunny sono saliti a sorpresa sul palco anche Lady Gaga e Ricky Martin. Al termine dell’halftime show il rapper ha mostrato un pallone da football con la scritta “Together we are America” (“Insieme noi siamo America”), mentre alle sue spalle sul maxischermo si poteva leggere “The only thing more powerful than hate is love” (“L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”).

Super Bowl, l’Halftime Show di Bad Bunny che ha fatto infuriare Trump
Super Bowl, l’Halftime Show di Bad Bunny che ha fatto infuriare Trump
Super Bowl, l’Halftime Show di Bad Bunny che ha fatto infuriare Trump
Super Bowl, l’Halftime Show di Bad Bunny che ha fatto infuriare Trump
Super Bowl, l’Halftime Show di Bad Bunny che ha fatto infuriare Trump
Super Bowl, l’Halftime Show di Bad Bunny che ha fatto infuriare Trump
Super Bowl, l’Halftime Show di Bad Bunny che ha fatto infuriare Trump
Super Bowl, l’Halftime Show di Bad Bunny che ha fatto infuriare Trump

Trump: «Uno spettacolo terribile»

Trump, che lo scorso anno a New Orleans era stato il primo presidente Usa della storia a partecipare a un Super Bowl, aveva dato forfait definendo «orribile» la scelta di Bad Bunny. Durante la serata di ieri, ha rincarato la dose: «Uno spettacolo terribile, il più brutto di sempre. Nessuno capisce una parola e il ballo è disgustoso». Bad Bunny canta esclusivamente in spagnolo.

Teknel entra a far parte del Gruppo Pagliani

Passa di mano la storica azienda Teknel, attiva nel settore difesa e focalizzata sulla realizzazione di schelter dual use ad alto contenuto tecnologico. L’azienda, riconosciuta a livello internazionale, propone sia prodotti propri che realizzazioni su specifiche di clienti nazionali ed internazionali. Fondata dalla famiglia Arcangeli e condotta sino ad oggi dai fratelli Filippo e Fabio, entra a far parte del Gruppo Pagliani del giovane capitano d’industria Anthony Martini. L’operazione è stata promossa da Andrea Di Bari (legalis business consulting) mentre i consulenti di parte sono stati Roberto Rinaldi e Gianfranco Martinelli, titolari degli omonimi studi, rispettivamente per la Teknel e la Pagliani Srl. La nuova proprietà, che sta per varare un importante piano industriale, potrà continuare a contare sul prezioso supporto dei fratelli Arcangeli.

Petrecca, la decisione della Rai dopo la disastrosa telecronaca dell’apertura di Milano-Cortina

Dopo l’imbarazzante telecronaca della cerimonia di apertura, infarcita di gaffe di ogni genere, il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca non sarà la voce di quella di chiusura. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha convocato Petrecca a Roma, per un faccia a faccia: la decisione è però già stata presa dai vertici di Viale Mazzini. Anche se qualcuno in Rai gli aveva consigliato diversamente, Petrecca aveva deciso personalmente di sostituire il suo vice Auro Bulbarelli, atteso al microfono ma saltato per aver svelato che lo spettacolo avrebbe coinvolto pure Sergio Mattarella.

Morta Patrizia de Blanck, una vita tra tv e jet set

È scomparsa a 85 anni Patrizia de Blanck. Lo ha reso noto su Instagram la figlia Giada. «Mia madre è stata una figura iconica, che ha segnato un’epoca di eleganza, romanticismo e autenticità», ha ricordato nel lungo post. «Con lei si chiude un capitolo insostituibile della mia vita e di un’intera epoca. Il suo coraggio, la sua forza e la sua luce vivranno per sempre in me. Ringrazio chi l’ha amata. Riposa in pace, mamma, per sempre nel mio cuore».

La carriera come ospite tv

Nota al grande pubblico per aver partecipato come ospite a numerosi programmi tv nei primi Anni 2000, in realtà aveva debuttato nel piccolo schermo nel 1958 come valletta del Musichiere di Mario Riva. Dopo 40 anni fuori dai riflettori, nel 2002, venne “riscoperta” da Piero Chiambretti che la volle come ospite nella trasmissione Chiambretti c’è. L’anno successivo fu presenza fissa de L’Isola dei famosi, edizione a cui partecipava come concorrente la figlia Giada. Nel 2008, invece, fu lei a partire per l’Honduras e nel 2020 entrò nella casa del Grande Fratello VIP. Partecipò in seguito come opinionista ai programmi di Barbara D’Urso su Canale 5.

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica

Di fronte a un Occidente sempre più a rischio di invasione da parte dei migranti, anzi, di un Occidente nel mirino di un piano per sostituire i bianchi con individui di altre etnie al fine di consentire a un non meglio identificato Deep State di dare vita a un Nuovo Ordine Mondiale (attualizzazione di teorie risalenti agli Anni 40 del secolo scorso, quelle della cosiddetta Great Replacement Theory, o Grande Sostituzione, rilanciate periodicamente dalle varie galassie cospirazioniste di mezzo mondo e di indubbio retaggio razzista e suprematista), la destra radicale ripesca oggi, dal suo bagaglio non solo teorico, l’arma della remigrazione

Dalla sociologia alla propaganda razzista

Il termine può suonare piattamente tecnico. Lo si usava, e si usa, nelle scienze sociali per indicare il ritorno volontario di un migrante nel suo Paese di origine. Ma da qualche tempo ha assunto un significato molto meno neutro, ovvero chiusura dei confini, respingimento degli indesiderati e, soprattutto, «espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione» (parola dell’Accademia della Crusca), anche degli immigrati che, pur avendo tutti i documenti in regola, non siano assimilabili alle varie culture nazionali occidentali.

La «recessione democratica» di Trump

Il tema della remigrazione – rimasto in sordina per qualche decennio, e appannaggio esclusivo dei vari circoli e movimenti di estrema destra europea e di quelli razzisti e suprematisti statunitensi – è tornato prepotentemente alla ribalta con Donald Trump, che ne ha fatto uno dei capisaldi del suo programma presidenziale. Anche per questo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch ha additato il presidente americano come principale attore di una vera e propria «recessione democratica». Una regressione che ha riportato indietro le lancette dei diritti umani di almeno 40 anni. «Evocando il rischio di una ‘cancellazione della civiltà’ in Europa e ricorrendo a stereotipi razzisti per dipingere intere popolazioni come indesiderate negli Usa», ha spiegato il direttore esecutivo dell’ONG Philippe Bolopion, «Trump ha adottato politiche e una retorica in linea con l’ideologia nazionalista bianca». Inutile dire, quindi, che le posizioni di The Donald sono musica per le orecchie delle destre radicali di tutto il mondo, ringalluzzite da questa sorta di legittimazione.

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Donald Trump (Ansa).

La miccia francese

Ma quando si è cominciato a parlare diffusamente di remigrazione? Bisogna tornare agli Anni 90, in Francia, negli ambienti dell’estrema destra, soprattutto nelle banlieue parigine, diventate negli anni teatri di caccia all’immigrato e scontri continui (sfociati nella grande rivolta del 2005). Il Front National approfittò della situazione per pescare voti proprio nel proletariato delle periferie. Resta agli annali lo slogan utilizzato alle elezioni regionali del 1992: «Quando arriveremo noi, se ne andranno loro!». Nel 2014 lo stesso partito di Marine Le Pen – oggi Rassemblement National – rilanciò il tema proponendo la creazione di Mouvement pour la remigration. Sempre Oltralpe poi nel 2002 nacque il Bloc Identitaire, poi solo Les Identitaires, diventato partito nel 2009. Una forza politica dichiaratamente contro l’immigrazione di massa e anti-Islam. Intorno al 2017 il movimento giovanile del partito, Generazione Identitaria – sciolta nel 2021 dall’allora ministro degli Interni Gérald Dermanin – col progetto Defend Europe arrivò ad acquistare e noleggiare imbarcazioni per monitorare e talvolta ostacolare l’attività di soccorso in mare delle Ong.

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Marine Le Pen (Imagoeconomica).

Martin Sellner, star nera della remigrazione

Nel 2023, la remigrazione acquisì una visibilità addirittura internazionale con Martin Sellner, attivista di estrema destra austriaco che, nel novembre di quell’anno, organizzò in un hotel non lontano da Potsdam un convegno a porte chiuse con alcuni membri dell’AfD e pure qualche esponente vicino alla Cdu, per illustrare le sue teorie sulla remigrazione, compreso un piano per deportare dalla Germania due milioni di immigrati. A dare visibilità a Sellner è stata soprattutto la sistematizzazione delle sue teorie in un libro che, in breve tempo, è stato tradotto e diffuso in vari Paesi, compresa l’Italia, col titolo Remigrazione. Una proposta. Curato da Francesco Borgonovo, il volume è stato pubblicato nel 2025 da Passaggio al Bosco, la casa editrice al centro delle polemiche che hanno infuocato la manifestazione romana di Più libri, più liberi. E in Germania da Verlag Antalios, la stessa casa editrice di Verdrehte Welt, la traduzione tedesca de Il mondo al contrario di Roberto Vannacci. E il cerchio si chiude. Inutile dire che il libro di Sellner (che per le sue posizioni è stato dichiarato persona sgradita in diversi Paesi come la Germania e la Svizzera, e si è visto negare l’ingresso per esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna) ha conosciuto un grande successo nella galassia estremista internazionale, divenendo una sorta di Bibbia della remigrazione. E fonte di ispirazione per i programmi elettorali della AfD e della Fpö austriaca. L’onda non ha risparmiato la Gran Bretagna. Dopo mesi di blitz contro hotel che ospitavano rifugiati e richiedenti asilo, lo scorso settembre al grido di «Remigration» è andata in scena a Londra una grande manifestazione contro l’immigrazione organizzata da Tommy Robinson, leader del gruppo di estrema destra English defence league.

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Martin Sellner (Ansa).

Lo sbarco nel dibattito pubblico italiano

E l’Italia? Nel nostro Paese alcuni soggetti politici (su tutti la Lega, oltre naturalmente alle varie formazioni dell’estrema destra) sono ovviamente affascinati dalla remigrazione. Al di fuori dei ristretti circoli neri, il termine è entrato nel dibattito pubblico nei primissimi giorni del 2025, dopo le presunte violenze ai danni di alcune ragazze da parte di extracomunitari durante il Capodanno in Piazza Duomo a Milano (inchiesta che si è poi arenata per l’impossibilità di identificare gli aggressori). Il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, colse la palla al balzo: «Anche in Italia dobbiamo parlare di remigrazione, ovvero rimpatriare non solo clandestini e criminali, ma anche stranieri che scelgono di non volersi integrare». Concetto ribadito in Parlamento da Rossano Sasso, leghista appena passato in Futuro Nazionale, al grido di «Remigrazione unica soluzione». 

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Rossano Sasso (Imagoeconomica).

Il Remigration Summit di Gallarate

Da quel momento è stato un crescendo: mentre a marzo CasaPound tappezzava un centinaio di città italiane di manifesti abusivi inneggianti alla remigrazione e con un blitz srotolava dal Colosseo uno striscione a caratteri cubitali, si pensò bene di ospitare in Italia un Remigration Summit, caldeggiato da Sellner per riunire da tutta Europa attivisti, politici anti-immigrazione. Inizialmente programmato a Milano per il 17 maggio, il Summit, dopo le proteste di decine e decine di associazioni, Ong, partiti e l’intervento pubblico del sindaco Beppe Sala, è stato spostato a Gallarate, nel Varesotto, e benedetto dal solito Vannacci, questa volta in videocollegamento. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, commentando la richiesta delle opposizioni di vietare l’incontro, aveva definito invece il Summit «un legittimo contributo alla discussione», considerato che «in democrazia c’è bisogno di tutti i contributi e di tutte le componenti rispetto a fenomeni così complessi».

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La proposta di legge benedetta da Vannacci

Meno di un anno dopo, la remigrazione ha fatto, o almeno ha tentato di fare, il suo ingresso ufficiale a Palazzo. A fine gennaio la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” ha superato sul sito del ministero della Giustizia le 50 mila firme necessarie per poter essere presentata in Parlamento. Ma la conferenza stampa di presentazione organizzata a Montecitorio dal leghista Domenico Furgiuele è saltata grazie alla protesta delle opposizioni, decise a vietare l’ingresso di fascisti e neofascisti alla Camera. Sarebbero dovuti intervenire quattro rappresentanti del comitato promotore: il portavoce di CasaPound Luca Marsella, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, l’ex esponente di Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. Un indignato Vannacci ha gridato alla «morte della democrazia». Intanto ora che si è fatto il suo partito, di remigrazione ahimè sentiremo ancora parlare.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks

È tutto in una tabella. Date, causali, importi. E poi una cifra che fa scattare la miccia: 49.174.987 euro. Open il 2 febbraio la raccontava così: tra il primo luglio e il 24 dicembre 2025 la gestione commissariale di Ilva avrebbe versato ad ArcelorMittal — mentre è in causa con il gruppo per cifre enormi — quasi 50 milioni di euro per attività di decontaminazione previste dal contratto d’affitto degli impianti (articolo 20.4). A stretto giro è arrivata la smentita dei commissari che ha spento la prima fiamma: non è stata pagata ArcelorMittal, dicono. Il destinatario è Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, cioè la società che oggi gestisce gli impianti. La confusione è nata da un refuso rimasto in un allegato, dove comparirebbe ancora la vecchia denominazione “ArcelorMittal Italia”.

Passi per il refuso, ma quei rimborsi esistono

Fine? No. Perché il punto non è il nome sbagliato. Il punto è che quei pagamenti esistono, sono ricorrenti e si inseriscono in un assetto che assomiglia a un paradosso amministrativo: due amministrazioni straordinarie che si incastrano. Da un lato Ilva, commissariata, che gestisce un conto pubblico destinato a spese ambientali e voci collegate (il “conto speciale 6055”). Dall’altro Acciaierie d’Italia, commissariata, che gestisce gli impianti e riceve rimborsi e sostegni per non fermare tutto. I documenti ufficiali del conto 6055 parlano chiaro. Nel secondo semestre 2022 risultano rimborsi per «decontaminazione» ex art. 20.4 pari a 47.184.785 euro. Nel secondo semestre 2023 la stessa voce vale 39.129.067 euro. Nel secondo semestre 2024 cambia il beneficiario, coerentemente con la nuova gestione, e compaiono «rimborsi ad Acciaierie d’Italia in A.S.» per 33.003.520 euro. Sempre nel 2024 appare un’altra riga che pesa più di molte dichiarazioni pubbliche, perché tradotta in italiano corrente significa: tenere in piedi l’autorizzazione ambientale senza la quale lo stabilimento non può operare. Sono 23.594.600 euro per la garanzia finanziaria legata all’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’ex Ilva (Imagoeconomica).

Dove sono finiti esattamente i soldi?

A questo punto però sorgono tre domande. Questi soldi, voce per voce, che cosa hanno pagato? “Decontaminazione” non è una parola magica. Vuol dire cantieri, fornitori, stati di avanzamento, controlli, collaudi, tempi. Vuol dire anche risultati misurabili. Se esiste un elenco dettagliato — e deve esistere — la domanda è semplice: perché non pubblicarlo in modo leggibile, progetto per progetto? In seconda battuta, chi certifica che ogni tranche corrisponda a lavori reali e verificati? Chi valida, con quale procedura e con quali responsabilità? Finché la risposta resta nei circuiti chiusi, ogni cifra diventa opaca, anche quando è formalmente “vincolata”. Infine: che effetto ha prodotto tutto questo sulla crisi complessiva? Perché il conto speciale è un binario; l’altro binario è la sopravvivenza industriale. Nel luglio 2024 il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha annunciato l’ok europeo al prestito ponte da 320 milioni per Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, con tasso annuo 11,6 per cento, presentandolo come un passaggio chiave per la continuità. Eppure a febbraio 2026 si torna a parlare di proroga della cassa integrazione straordinaria fino a 4.450 lavoratori. Se questa è la traiettoria dopo rimborsi, garanzie e prestiti, la domanda non è ideologica, è industriale: dov’è il piano che chiude il cerchio tra produzione, investimenti, ambiente e lavoro? E dov’è scritto con date, soldi e obiettivi verificabili? A rendere tutto più fragile c’è poi lo scontro legale: richiesta di danni da 7 miliardi contro ArcelorMittal e amministratori, e contro-pretesa da 1,8 miliardi contro l’Italia. Cause enormi mentre la gestione quotidiana continua a bruciare cassa.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

L’Ilva secondo Flacks

Nel frattempo si apre la partita della vendita. Il Mimit ha dato mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia di negoziare in esclusiva con Flacks Group, citando anche possibili partenariati industriali. Qui non è una questione di tifoserie. È una questione di numeri, garanzie, scadenze. Ed è qui che l’ultima intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno diventa utile. Flacks dice di voler cominciare da una produzione di 4 milioni di tonnellate di acciaio per arrivare a 6 milioni, legando tutto alla ripartenza del «secondo forno». Dice di voler «elettrificare due forni in due anni». Parla di «una nuova fonte di approvvigionamento energetico» da costruire a Taranto confrontandosi con il governo. Manca però un vero piano con costi, tempi, permessi, fabbisogni energetici, tappe obbligate. Anche sull’occupazione si limita a snocciolare qualche numero: all’inizio ci saranno 6.500 dipendenti, poi 8 mila e 10 mila. Bene. Ma dove sono le basi? Quali assunzioni, quali profili, quali tempi, quale formazione? Anche qui siamo a semplici slogan, senza un cronoprogramma. Sul rapporto con la città propone un comitato «indipendente» con esponenti politici e la Chiesa; dice che bisogna capire «perché ci si ammala» e garantire che non accada più. Parole che intercettano una ferita reale, ma senza dati, monitoraggi terzi, obiettivi e scadenze restano teatro. E poi ci sono frasi che, in un negoziato di questo livello, non sono folclore: sono un test di credibilità. Evoca i Beatles (Quando visiterò Taranto? «Se ve lo dicessi, succederebbe come quando i Beatles sono andati in America, accolti da folle oceaniche. Quando avrò le chiavi dal governo, verrò in visita») e Dio («Non si tratta di fortuna, è Dio che decide […] voglio solo che tra tutti noi ci sia il dialogo, che siamo tutti amici»). È comunicazione, si dirà. Ma quando i numeri mancano, la comunicazione non basta.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Sui soldi serve chiarezza

Infine, la questione più semplice: i soldi. Flacks afferma che lo Stato non farà parte della società, salvo ipotizzare un piccolo ingresso futuro di partner industriali. Benissimo. Allora la domanda pubblica è aritmetica: quanta equity cash mette il privato, quando, con quali garanzie? E quali obblighi vincolanti accetta su produzione, investimenti, ambiente e occupazione? E cosa succede se non li rispetta? Il refuso ha acceso la miccia. Ma la sostanza resta lì: dal conto 6055 escono decine di milioni da anni; dal bilancio pubblico arrivano prestiti ponte; e intanto la cassa integrazione ritorna. Fino a prova contraria, questa non è strategia: è gestione del tempo. E il modo per smentirlo è uno solo: trasparenza operativa, rendicontazione comprensibile e un piano industriale verificabile mese per mese.

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica

Papa Leone XIV, il primo pontefice statunitense, deve vedersela con un presidente megalomane e per alcuni pericoloso come Donald Trump. Forse anche per questo è stato eletto dai suoi confratelli cardinali l’8 maggio scorso, un po’ come avvenne con Giovanni Paolo II all’epoca della Cortina di ferro. Il paragone non è azzardato, considerati gli attriti crescenti fra la Chiesa cattolica e la Casa Bianca, e la posizione assunta dalla Santa Sede sulla politica estera Usa, sulla quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Fra l’altro il gelo fra Chiesa cattolica e Casa Bianca rischia di diventare un serio problema per il partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, soprattutto se si tiene presente che il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Donald Trump (Ansa).

I richiami del Papa: da Cuba al trattato sulle armi nucleari

Il clima insomma è tutt’altro che sereno. Lo si è visto anche domenica scorsa quando all’Angelus il Papa ha parlato della crisi fra gli Stati Uniti e Cuba, invitando «tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano». Il riferimento era alla decisione della Casa Bianca di impedire a qualsiasi petroliera di raggiungere Cuba. Una stretta che sta mettendo in ginocchio la già fragile economia dell’isola caraibica. Trump ha successivamente accennato a un possibile accordo con L’Avana, ma di certo dopo l’operazione Maduro, la preoccupazione Oltretevere che si possa arrivare a un’escalation militare con conseguenze pesanti per la popolazione civile è tangibile. Tanto che nelle prossime settimane i vescovi cubani saranno ricevuti in visita ad limina apostolorum da Leone. Pressoché inascoltato è stato poi l’appello del pontefice per il rinnovo del New Start, l’ultimo trattato sulle armi nucleari rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti. Giovedì 5 febbraio è scaduto, anche se ci sarebbero ancora margini per una proroga. «È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti», aveva detto Leone.

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Parolin in difesa del diritto internazionale

Non solo. Il Segretario di Stato Pietro Parolin aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, considerati requisiti essenziali per risolvere le crisi globali. L’esatto opposto della politica trumpiana, volta ad affermare la supremazia americana in termini economici e militari. Anche la richiesta arrivata dagli Usa al Vaticano di entrare a far parte del board of pace ha lasciato piuttosto fredda la Santa Sede, non ultimo per via del progetto – in sé discutibile – di trasformare la Striscia in una riviera turistica di lusso. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Il cardinale Pietro Parolin (Imagoeconomica).

Le critiche della Chiesa dopo le violenze dell’Ice

Al di là dei problemi internazionali, è all’interno degli Stati Uniti che il conflitto con la Chiesa sta diventando dirompente, in particolare dopo le operazioni condotte dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Le violenze hanno suscitato proteste in tutto il Paese, e la voce di vescovi, cardinali ed esponenti del laicato cattolico si è levata con decisione contro la Casa Bianca, tanto che 300 leader cattolici hanno chiesto al Congresso che l’agenzia paramilitare non venga rifinanziata. Un appello che si aggiunge alla critica di tre cardinali statunitensi – Robert McElroyBlase Cupich e Joseph Tobin, arcivescovi di Washington, Chicago e Newark – contro l’aggressiva politica estera del tycoon. «È chiaro che dobbiamo tornare a comprendere cosa significhi la dignità umana», ha affermato Cupich all’emittente Ms Now affrontando poi il nodo della crisi interna degli Stati Uniti scaturita dalle violenze dell’Ice contro i migranti o chiunque è sospettato di esserlo in base al colore della pelle. «Insultare, riferirsi alle persone come parassiti, animali o spazzatura», ha aggiunto il porporato, «ci mette davvero in una posizione molto difficile in questo Paese». Il cardinale si è quindi spinto a un parallelo con il nazismo. Parlando in occasione del Giorno della Memoria, ha ricordato che l’Olocausto «non è iniziato con i campi di concentramento, ma con le parole. Penso che dobbiamo tenerlo a mente e imparare dalla storia che le parole contano».

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico

Già si parla di «figuraccia olimpica». Il commento della cerimonia delle Olimpiadi Milano Cortina affidato al direttore di RaiSport – ipermeloniano – Paolo Petrecca sta diventando un caso politico. Nonostante il successo di pubblico: hanno seguito la diretta 9 milioni e 272 mila spettatori, per uno share del 46,2 per cento pari.

Vigilanza Rai: l’attacco dei cinquestelle

Le gaffe, le battute fuori luogo e le “censure” – leggi Ghali – non sono sfuggite al pubblico dei social. Ma nemmeno agli esponenti del M5s in commissione di Vigilanza Rai. «Se la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina è stata spettacolare», sottolineano i cinque stelle, «la telecronaca Rai è sembrata la parodia dell’evento che avrebbe dovuto raccontare. Alla guida del racconto il direttore di RaiSport Paolo Petrecca, protagonista di una sequenza di errori e gaffe culminate con lo scambio tra lo Stadio Olimpico e San Siro, tra Matilda De Angelis e Mariah Carey e quello tra la presidente del Cio e la figlia di Mattarella, momento che riassume perfettamente il livello di preparazione mostrato in diretta». Insomma, per i cinque stelle la prima medaglia d’oro di questi giochi diffusi va proprio a Petrecca. Specialità? «Sciatteria televisiva». «Come tutti sanno in azienda, sarebbe bastato non prepensionare Franco Bragagna per avere un commento all’altezza dello spettacolo», continuano i 5s. «In un’Olimpiade organizzata in casa, il servizio pubblico riesce nell’impresa di essere l’anello più debole dello spettacolo. D’altronde Petrecca non è nuovo alle polemiche ed è stato destinatario di proteste prima dalla relazione di RaiNews e poi proprio da quella di RaiSport. In un Paese normale si sarebbe già dimesso, purtroppo invece Giampaolo Rossi continuerà a difendere Petrecca demolendo la reputazione della Rai. Quand’è che questo amministratore delegato deciderà di assumersi la responsabilità dei suoi errori? L’amichettismo è lo strumento per dimostrare che il privato sia meglio del pubblico. Noi la pensiamo diversamente, che il servizio pubblico, la principale azienda culturale del Paese, vada affidato ai migliori».

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Paolo Petrecca (Imagoeconomica).

Usigrai: «Petrecca ci metta la faccia fino in fondo»

Un’indignazione condivisa da Usigrai. «L’importante è partecipare, ma fino a un certo punto. Petrecca e vertici aziendali sono responsabili della figuraccia Rai alla cerimonia di apertura dei Giochi», commentano il sindacato, il CdR e il fiduciario di Milano di RaiSport. «Ai vertici dell’azienda non sarà sfuggita l’impressione generale offerta dalla telecronaca della cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina. Autoassegnarsi un incarico e poi rivelarsi completamente inadatti a portarlo a termine è solo l’ultima fallimentare iniziativa di un Direttore sfiduciato dalla sua precedente testata e, nonostante questo, premiato dalla Rai in vista dell’importantissimo appuntamento olimpico affidandogli la guida di RaiSport, dove è stato sfiduciato altre due volte» si legge nella nota. Insomma il motto “l’importante è partecipare”, secondo l’Usigrai, non può valere per chi «invece di premiare il merito, con la sua iniziativa ha causato una bruciante sconfitta per l’immagine del Servizio Pubblico e di chi ci lavora. I vertici aziendali, che da tempo continuano a difenderlo nonostante le ripetute mobilitazioni delle redazioni, sono consapevoli dei danni causati alla reputazione della Rai da questa iniziativa? Alla vigilia della cerimonia di apertura dei Giochi, a fronte dei dubbi del Cdr per la sua auto assegnazione dell’incarico di telecronista, Petrecca ha risposto ‘io ci metto sempre la faccia’. Sarebbe ora di farlo fino in fondo».

«Mi sembra di aver riconosciuto Egonu»: le gaffe di Petrecca

Ma vediamo l’elenco parziale degli strafalcioni inanellati da Petrecca & Co durante la cerimonia di apertura.

Calma olimpica. «Buonasera dallo Stadio Olimpico». Tecnicamente anche la pagina ufficiale dei Giochi definisce il Meazza «San Siro Olympic Stadium», ma detta così pareva l’Olimpico di Roma. Per dovere di cronaca, “Stadio Olimpico” era già stato usato dalla TgR nell’edizione delle 19 e 30.

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
dal profilo Instagram Milano Cortina.

Scambi di persona. «Ecco Mariah Carey», mentre la telecamera inquadra Matilda De Angelis. «Inquadrati ora Sergio Mattarella con la figlia», ma l’obiettivo è su Kirsty Conventry, presidente del Cio.

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico

Indovina il tedoforo. Uno degli ultimi passaggi della fiaccola olimpica a San Siro è stato affidato ai campioni del volley tra cui la capitana della nazionale femminile Anna Danesi e il capitano della maschile Simone Giannelli. Entrambi campioni del mondo in carica. Ma l’unica a essere riconosciuta (e a malapena: «Mi sembra di aver riconosciuto…») è Paola Egonu mentre Danesi e Giannelli sono liquidati con «alcuni tedofori».

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Il passaggio della fiaccola a Simone Giannelli.

Sul palco anche i non citati Carlotta Cambi, Simone Anzani e Luca Porro. E per fortuna che Petrecca dirige RaiSport. Giannelli ha reagito con ironia: «Grazie ai telecronisti, solo Paola Egonu è famosa. Ma non prendiamocela… è stato bello lo stesso», ha commentato sotto un post Instagram. Non per essere esterofili a tutti i costi ma la telecronaca della Bbc ha nominato correttamente tutti e sei i nostri campioni.

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
Il commento di Simone Giannelli.

Figli delle stelle. Toccante l’omaggio durante la cerimonia a Margherita Hack con Samantha Cristoforetti. L’astrofisica «ci sta guardando», il commento. Una cosa è certa: la signora delle stelle si è sempre dichiarata atea e non le avrebbe fatto piacere essere evocata sotto forma di spirito immortale o angelo. Forse invece le avrebbe strappato una risata la somiglianza che molti commentatori hanno con il “mascherone’ di Gioacchino Rossini. Del resto Puccini pareva Massimo D’Alema e Verdi Beppe Vessicchio.

Battute cringe. Restando ai su citati mascheroni, non è sfuggita la freddura cringe: «Se Puccini si fosse chiamato Bianchini avremmo avuto Rossini, Bianchini e Verdi a rappresentare i colori della nostra bandiera». Nemmeno all’asilo.

Ghali e dispari. Qui non si tratta di gaffe o di errore, ma di una scelta editoriale. Durante la performance di Ghali su Promemoria di Gianni Rodari, il rapper (che aveva animato le polemiche della vigilia), non solo non è stato citato ma nemmeno inquadrato a dovere (a differenza di Sabrina Impacciatore, incensata come star internazionale ma a detta di molti assolutamente fuori luogo nel musical revival dei Giochi che furono).

Olimpiadi Milano Cortina: le gaffe di Petrecca diventano un caso politico
La performance di Ghali (Ansa).

Logorrea: Petrecca ha ben pensato di parlare pure sopra l’esibizione di Andrea Bocelli. Mentre Fabio Genovesi, suo compagno di sventura, raccontava dei suoi problemi cervicali. Lo stesso è accaduto per il delizioso momento di Brenda Lodigiani. Un bel tacer…

L’ultima di Corona: Falsissimo diventa uno spettacolo teatrale

Bloccato sui social a seguito dopo la causa intentata da Mediaset e impossibilitato a fare ospitate nei locali visti i problemi legati a cui andrebbero incontro i gestori, Fabrizio Corona tenta ora la strada del palcoscenico: su Ticketone sono infatti partite le prevendite di Falsissimo a Teatro (sottotitolo “Scacco matto al potere dei media”). Cinque le date di maggio già messe in cartellone: Milano il 7 maggio (all’Eco Teatro), Catania il 14, Napoli il 21, Roma il 22 e Padova il 23, con biglietti che vanno da 30 a 45 euro. «Nel 2026 Falsissimo sale sul palco. Fabrizio Corona porterà in scena un racconto senza filtri. Potere mediatico, informazione, gossip, intoccabili. Falsissimo espone ciò che resta nascosto. Disturba. Divide. Ma rimane. La libertà di parola non si chiede. Si esercita», si legge nella descrizione dell’evento.

LEGGI ANCHE: Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social

Continua la guerra Mediaset-Corona

Il 3 febbraio gli account ufficiali di Corona su Instagram, Facebook e YouTube sono stati rimossi dopo una serie di diffide dell’ufficio legale di Mediaset, che ha segnalato violazioni riguardanti il copyright, contenuti diffamatori e messaggi di odio diffusi tramite il format Falsissimo. Sui social sono poi ricomparsi nuovi profili riconducibili a Corona, poi chiusi di nuovo a seguito di altre segnalazioni. Per quanto riguarda le ospitate nei locali, Mediaset ha invitato i gestori «a presidiare adeguatamente i contenuti contumeliosi oggetto di diffusione da parte degli ospiti, diretti nei confronti delle Società, dei loro manager, dei soci e dei volti più rappresentativi, proprio al fine di evitare di concorrere nelle predette condotte quali organizzatori e promotori dei citati eventi». Insomma, a vietare qualsiasi critica a Mediaset, ai suoi manager e ai suoi programmi durante gli eventi con Corona.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani

Azzoppato dall’uscita di Roberto Vannacci, Matteo Salvini prende tempo. Si mostra impegnato nell’azione di governo e torna a parlare coi vecchi media (prima è andato da Bruno Vespa poi addirittura da Lilli Gruber su La7, un luogo “ostile” per i suoi) mentre sui social si scatenano critiche e meme non proprio teneri.

Per molti l’unica strada percorribile è nel segno di Zaia

Con un partito ormai balcanizzato, da tempo Salvini procedeva a fatica tra l’incudine del ‘liberale’ Luca Zaia e il martello destrorso di Vannacci. Ora che il generale non c’è più, l’unica strada che il partito può prendere è quella indicata dall’ex governatore veneto, ritengono in molti. Giancarlo Giorgetti glielo ha detto durante la riunione del consiglio federale: trasforma l’uscita del generale in una opportunità, usa il posto lasciato vacante da Vannacci per fare una nomina che dia impulso al partito e segni una direzione verso le Politiche del 2027. Il ministro non ha fatto nomi, ma tutti hanno pensato a Zaia. Al termine della riunione – apprende Lettera43 – è proprio al veneto, infatti, che Giorgetti ha fatto la prima telefonata. «Luca», è il senso del ragionamento, «gli ho detto di fare una nomina e intendevo te».

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Caos Vannacci? «Chi è causa del suo mal pianga se stesso»

Da tempo l’uomo di Cazzago Brabbia commenta la gestione del caso Vannacci con una frase usata anche da Gianfranco Fini per respingere il paragone con il generale fatto da Salvini (mossa molto verdinaniana, secondo diversi nel partito): «Chi è causa del suo mal pianga se stesso», ripete il ministro a chiunque in privato gli chieda una lettura della fase politica. E infatti Salvini ha fatto tutto da solo: ha coinvolto il generale, lo ha candidato alle Europee, giovando delle 500 mila preferenze ottenute, e lo ha fatto entrare nella Lega dalla porta principale con tanto di tappeto rosso di tessera consegnata sul palco del congresso e nomina a vicesegretario un mese dopo. Solo che un generale non si accontenta di una nomina vuota ma vuole «autorità», per usare un termine utilizzato da Vannacci. Ed ecco la rottura a meno di 10 mesi dalla nomina. Salvini, come tutti, sapeva che Vannacci sarebbe uscito a breve. Da tempo “pregava” il generale di rallentare il passo verso la fondazione di Futuro nazionale, racconta un ex leghista molto vicino a Vannacci.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Roberto Vannacci e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La falange del Nord per arginare il calo nei sondaggi

Poi c’è stata una accelerazione. Il segnale del ‘no’ vannacciano al decreto Ucraina e l’assenza alla conferenza leghista di Roccaraso con Francesca Pascale. Già agli inizi di gennaio, il capo di via Bellerio – viene rivelato – parlava coi suoi dei deputati Edoardo Ziello e Rossano Sasso come «in uscita» perché «andranno con Vannacci». E così è stato. Ora gli rimane un partito comunque diviso tra i dirigenti storici, ‘nordisti’ moderati, salviniani orfani di Vannacci e l’ala più a destra guidata dall’altra vicesegretaria, la pasionaria Silvia Sardone. Nel frattempo la Lega è scesa al 7,7 per cento nei sondaggi. E potrebbe scendere ancora. La via più logica per recuperare consensi alle Politiche sembra essere la candidatura dei governatori (Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti), una sorta di falange al Nord. Nelle scorse settimane Salvini avrebbe manifestato di essere interessato a questa opzione parlando direttamente con l’ex Doge.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Luca Zaia, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti (Imagoeconomica).

L’ipotesi di un ricambio generazionale per preparare la successione

Ma bisogna vedere se il segretario leghista sarà nel tempo disposto a percorrere una strada che prevede come ‘dazio’ da pagare l’attribuzione all’ex governatore di un incarico di partito. O se invece ascolterà i consigli di chi preme perché affidi la Lega a un altro veneto, un giovane, stavolta. Perché in via Bellerio c’è chi non vede il dettaglio del voto, le oltre 200 mila preferenze incassate da Zaia, ma pensa che il successo di Alberto Stefani alle Regionali debba spingere il partito verso un ricambio generazionale e preparare la successione con un giovane. Proprio come l’ex sindaco di Borgoricco, vicinissimo tra l’altro a Francesca Verdini.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Alberto Stefani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

In quest’ottica, tra i possibili nuovi vice, spunta anche il nome di Luca Toccalini, attualmente coordinatore della Lega Giovani. Ma per la sua promozione occorrerebbe mettere mano alle regole, visto che di rappresentanti lombardi in segreteria c’è già Sardone.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
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Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
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Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
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Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani

«Meglio maiale che sionista»: il post pubblicato (e poi cancellato) dai Giovani Democratici di Bergamo

I Giovani Democratici di Bergamo hanno cancellato, con tanto di scuse, un post Instagram che conteneva un’immagine di Porco Rosso, personaggio iconico di Hayao Myazaki, e la citazione: «Meglio maiale che sionista» (anziché «fascista»). E a corredo: «Questo non è antisemitismo. E chi si ostina a sostenere il contrario ha un progetto politico ben preciso».

Fiano: «Sono queste le nuove leve del Pd?»

Il post aveva causato la reazione di Emanuele Fiano, ex deputato del Pd di fede ebraica, che il 25 novembre – come ha sottolineato – era stato contestato anche dai Giovani Democratici di Bergamo in occasione di un dibattito con Luciano Bellipaci e Gabriele Eschkenazi: «Ma io vorrei sapere, queste sono le nuove leve del Pd? Qualcuno vi dirige? Qualcuno di voi ha letto un libro sull’argomento? Li hanno letti i vostri responsabili? Sapete cosa sia il sionismo? C’è un partito che si occupa di voi?».

La cancellazione del post e le scuse

Dopo le inevitabili critiche, I Giovani Democratici di Bergamo hanno appunto rimosso il post su Instagram, spiegando di «sentire il dovere di esprimere scuse sincere e senza riserve a tutte le persone e le comunità ferite, offese o colpite» da quanto pubblicato. E poi: «Ci assumiamo quindi la piena responsabilità di non aver valutato con la necessaria cura l’impatto comunicativo del messaggio, storpiandone lo spirito. Ribadiamo la nostra natura di realtà antifascista e in quanto tale categoricamente opposta a qualsiasi forma di antisemitismo».

Schlein: «Inaccettabile, ma si sono scusati»

Sulla questione si è espressa anche la segretaria del Pd Elly Schlein, che ha definito «inaccettabile» il post Giovani Democratici di Bergamo. In ogni caso, ha aggiunto, «è stato rimosso e ci sono state scuse da parte loro».

Olimpiadi, cosa si sono detti Meloni e Vance nel vertice a Milano

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance è stato accolto in prefettura a Milano dalla premier Giorgia Meloni, con cui ha avuto un incontro bilaterale a poche ore dalla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali. «Italia e Stati Uniti intrattengono rapporti molto significativi da sempre, stiamo lavorando su molte questioni bilaterali ovviamente di rafforzamento della nostra cooperazione ma anche sugli altri dossier internazionali che sono aperti», ha detto la premier. «Ci siamo incontrati col vicepresidente l’ultima volta a Roma in occasione dell’inaugurazione del papato di papa Leone e oggi ci incontriamo di nuovo per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, che tengono insieme l’Occidente, che è alla base ovviamente della nostra cooperazione, della nostra amicizia e del futuro che vogliamo costruire insieme», ha aggiunto.

Cosa prevede il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia

«La Russia si siederà al tavolo delle trattative con intenzioni sincere solo se costretta a farlo». Lo ha scritto su X la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, annunciando il ventesimo pacchetto di sanzioni a Mosca dall’invasione dell’Ucraina, riguardante l’energia, i servizi finanziari e il commercio.

Le sanzioni per ridurre le entrate energetiche russe

Per quanto riguarda l’energia, il pacchetto introduce «un divieto totale sui servizi marittimi per il greggio russo». Questo, spiega Von der Leyen in un comunicato, «ridurrà ulteriormente le entrate energetiche della Russia e renderà più difficile trovare acquirenti per il suo petrolio». Altre 43 navi verranno inserite nella flotta ombra di Mosca, per un totale di 640. La Commissione Ue ha pensato poi a «divieti generalizzati sulla fornitura di manutenzione e altri servizi per le petroliere GNL e le navi rompighiaccio, per danneggiare ulteriormente i progetti di esportazione del gas». Von der Leyen evidenzia che «le entrate fiscali della Russia derivanti da petrolio e gas sono diminuite del 24 per cento nel 2025 rispetto all’anno precedente, al livello più basso dal 2020».

Cosa prevede il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

Le misure riguardanti i servizi finanziari di Mosca

Il secondo blocco di misure punta a «limitare ulteriormente il sistema bancario russo e la sua capacità di creare canali di pagamento alternativi per finanziare l’attività economica», che è «il punto debole» di Mosca. Verranno sanzionate «altre 20 banche regionali russe» e anche altre di Paesi terzi che spalleggiano la Russia. Inoltre, ha aggiuge Von der Leyen, l’Ue adotterà «misure contro le criptovalute, le società che le scambiano e le piattaforme che consentono il trading di criptovalute, per impedire qualsiasi tentativo di elusione».

Cosa prevede il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia
Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).

I provvedimenti pensati per il commercio russo

«Inaspriremo le restrizioni all’esportazione verso la Russia con nuovi divieti su beni e servizi, dalla gomma ai trattori e ai servizi di sicurezza informatica, per un valore di oltre 360 milioni di euro», spiega Von der Leyen illustrando le sanzioni commerciali, che comprendono anche nuovi divieti all’importazione di metalli, prodotti chimici e minerali essenziali, non ancora soggetti a sanzioni, per un valore di oltre 570 milioni di euro, così come restrizioni all’esportazione di prodotti e tecnologie utilizzati per l’impegno bellico russo, come i materiali impiegati per la produzione di esplosivi (come l’ammoniaca). La presidente della Commissione europea aggiunge poi: «Abbiamo proposto maggiori garanzie legali per le aziende dell’Ue, per proteggerle dalle violazioni dei loro diritti di proprietà intellettuale o da espropriazioni ingiuste in Russia».

Futuro nazionale, la lite sul marchio «già registrato nel 2011»

Roberto Vannacci ha lanciato il suo partito da pochi giorni ed è già polemica sul marchio. Marina Caprioni, vedova di Riccardo Mercante, ex consigliere regionale M5s morto nel 2020, ha infatti reclamato la paternità del brand “Futuro nazionale“, sostenendo che l’aveva già depositato e registrato suo marito nel 2011 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese. Dopo la sua morte, ha spiegato in un’intervista al Fatto Quotidiano, il marchio è entrato nella successione ereditaria andando a finire nelle mani sue e dei figli. Che non intendono cederlo a Vannacci. «La nostra famiglia arriva da sinistra, poi ci siamo avvicinati al mondo dei Cinque Stelle. Essere associati a una persona che ha tutt’altri ideali ci ha dato anche fastidio. Per me quel marchio non è una questione di soldi. È una cosa che riguarda mio marito, la sua storia, quello che era e quello in cui credeva», ha detto Marina. Anche la figlia Allegra, di 19 anni, ha fatto sapere che «la notizia ci ha stupiti, considerate le idee liberali e progressiste di mio padre, che ci tengo vengano ricordate».

Vannacci tira dritto e fa sapere che continuerà a usarlo

Ma Vannacci non ha intenzione di cedere. «Finché non c’è nulla di diverso continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare», ha detto all’Ansa. Il portavoce del movimento Il Mondo al Contrario Massimiliano Simoni ha aggiunto: «Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che il simbolo non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».