A una settimana dallo strappo con la Lega e dalla fondazione di un suo partito, arrivano i primi dati reali sulle percentuali che potrebbe ottenere Vannacci in caso di elezioni. Secondo la rilevazione fatta da Swg per La7, Futuro nazionale otterrebbe il 3,3 per cento, a discapito della Lega che viene data al 6,6 per cento e di Fratelli d’Italia che, rispetto alla settimana precedente, perde oltre un punto e si attesta al 30,1 per cento. In lieve flessione anche il Partito Democratico, al 22,2 per cento, e il Movimento 5 Stelle, che scende all’11,7 per cento. Forza Italia sale all’8,4 per cento mentre Avs è stabile al 6,4 per cento.
Il comitato di redazione di Repubblica ha comunicato che, a causa di uno sciopero, martedì 10 febbraio 2026 il sito del giornale non sarà aggiornato e il quotidiano non uscirà nemmeno in edicola, né martedì (perché nella serata precedente l’edizione non è stata chiusa in tempo per via di un’assemblea dei giornalisti che si è prolungata) né mercoledì (perché martedì è appunto in programma l’agitazione). L’assemblea e il successivo sciopero sono stati organizzati per discutere delle trattative che da settimane vanno avanti per la vendita da parte della famiglia Agnelli-Ekann, tramite il suo gruppo Exor, del gruppo editoriale Gedi, che include la stessa Repubblica. Al momento c’è una trattativa per cedere il giornale al gruppo Antenna, di proprietà della famiglia greca dei Kyriakou, poco conosciuta in Italia.
La protesta del cdr: «Richieste di garanzie inascoltate»
Nel comunicato del cdr si legge: «Sappiamo che Exor è in trattativa per la vendita di Gedi con il gruppo greco Antenna. Ma questa trattativa in esclusiva è scaduta lo scorso 31 gennaio, e la società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando. Le informazioni in nostro possesso finiscono qui. Abbiamo anche chiesto perché la scelta sia ricaduta su di un editore sconosciuto ai più e non ad altri che si erano detti interessati, ed è una domanda che rimane aperta. Ci sono (state) altre offerte? Se sì, perché non prenderle in considerazione? […] Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono a oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali».
«La separazione delle carriere è necessaria per spezzare un giogo che soffoca tutti», afferma la presidente di Fininvest in vista del referendum. Poi si allinea al fratello Pier Silvio su Tajani: «Grazie, ma Forza Italia deve guardare avanti». Intervistata dal Corriere della Sera, Marina Berlusconi ha parlato del referendum sulla giustizia che si terrà il 22 e il 23 marzo, fortemente sostenuto da Forza Italia e un tempo cavallo di battaglia del padre Silvio. «La separazione delle carriere è necessaria per spezzare un giogo che soffoca tutti, a partire dagli stessi magistrati. E per garantire la vera terzietà dei giudici. Abbiamo un’occasione irripetibile, non lasciamocela scappare», ha detto la presidente di Fininvest e Mondadori. E poi: «È vero, mio padre ha subìto un’inaccettabile persecuzione giudiziaria. Ma non ragiono per rivalsa, e il problema non riguarda una sola stagione, né una sola persona. C’è una minoranza di magistrati ideologizzati che continua a fare danni. La giustizia è condizionata da un vergognoso mercato di nomine». La primogenita di Silvio Berlusconi ha inoltre affermato che «in nessun caso un magistrato dovrebbe fare carriera con la politica, né fare politica con l’attività giudiziaria». Il voto di fine marzo, ha sottolineato Marina Berlusconi «non è una resa dei conti politica, né un voto pro o contro il governo».
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).
Dopo Pier Silvio anche Marina congeda Tajani
Nel corso dell’intervista, Marina Berlusconi ha anche smentito di essere la vera leader che ispira le scelte del centrodestra: «Ancora questa storia… Il mio lavoro è un altro». Allineandosi poi al fratello Pier Silvio su Antonio Tajani: «Penso che noi elettori di Forza Italia dovremmo solo esprimere gratitudine e apprezzamento per quello che ha fatto e che continua a fare. Ha tenuto saldo il partito in un momento delicatissimo. Adesso inevitabilmente comincia una fase nuova, in cui bisogna guardare avanti e costruire il futuro. Sono certa che il primo a saperlo e a volerlo fare sia proprio lui». Infine poche parole sull’addio di Roberto Vannacci alla Lega e, dunque, alla coalizione di maggioranza: «Non una grande perdita».
Dopo la rinuncia volontaria all’esibizione in programma al Festival di Sanremo, eccone un’altra che invece Andrea Pucci non ha deciso: Conad ha infatti disdetto l’ingaggio del comico per un evento aziendale. Lo ha reso noto lo stesso Pucci su Instagram, con una storia (successivamente cancellata) in cui ha riportato l’email della catena di supermercati con le motivazioni del ritiro dell’ingaggio. Poi il comico milanese in un’altra storia ha ironizzato: «Se va avanti così dovrò andare fuori dai loro store a chiedere l’elemosina».
Una delle storie pubblicate da Andrea Pucci su Instagram.
Nello stesso giorno in cui Maria Rosaria Boccia è stata rinviata a giudizio per stalking e lesioni ai danni dell’ex ministro Sangiuliano, Massimo Giletti ha mostrato in tv, nel suo programma su Rai 3, alcune chat tra l’imprenditrice e il giornalista Sigfrido Ranucci «che offendono me e altri». I messaggi, seguiti a un incontro avvenuto il 17 settembre 2024, parlano di una «lobby gay di destra». Alle 21.29 Boccia scrive a Ranucci: «Ho visto Cerno (il giornalista Tommaso Cerno, ndr) all’Aria che tira… è davvero scandaloso». Il conduttore di Report risponde: «Quello è un altro del giro… giro gay, pericolosissimo». E ancora: «Amico di Marco Mancini, giro gay», facendo riferimento all’ex dirigente dei servizi segreti. E Boccia: «Come Signorini». «Sì», risponde Ranucci. «E il signor B.», aggiunge la donna in linguaggio criptico. Ranucci: «E Giletti».
Giletti: «Delusione umana profonda»
Giletti si è quindi rivolto direttamente a Ranucci: «Parliamo di libertà di informazione, fondamentale. Anche se sei lontano mille miglia da me, io ti difenderò sempre e tu hai sempre fatto così. E allora mi devi spiegare perché scrivi messaggi come questi. Sono perplesso perché siamo giornalisti della stessa azienda, finire a parlare di questa roba è triste. Ma proprio perché so chi sei, perché conosco la tua storia, io non riconosco questa libertà di informazione in quello che hai scritto. Perché la libertà di informazione non è un venticello, non è una battuta, è qualcosa di molto più serio. Non è un gossip, ma è coraggio, è andare contro chi non vuole la trasparenza, è andare contro i palazzi anche se te la fanno pagare. Questa è la libertà di informazione, batterti per chi non ce l’ha e la pensa lontano da te. E tu lo sai caro Sigfrido, sei il primo e io te l’ho sempre riconosciuto. Ecco perché faccio fatica a non essere deluso da quello che leggo, ecco perché faccio fatica anche a pensare che mi hai mandato un messaggio dicendo che non è vero nulla. Io capisco, uno fa una telefonata e si dicono tante fesserie magari per convincere l’altra parte, io a questo ci sto. Però qui non è una questione di sostantivi, lobby non lobby, gay non gay. È questione di sostanza e io qui la sostanza non la vedo, non vedo la sostanza di un combattente come ti definisci tu. Ora non sei solo tu l’unico giusto nel mondo, così come non lo sono io. Abbiamo entrambi tanti difetti, però dividersi in un momento così difficile per il giornalismo perché avere la schiena dritta non è semplice e tu lo sai benissimo quanto sia difficile, permettimi che per me è una delusione umana profonda. Non mi interessa del gay, dell’omosessuale, siamo nel 2026 e se c’è ancora qualcuno che si offende quando si usa la parola omosessuale… Ma la lobby no per esempio, perché lobby vuol dire potere e io quel potere l’ho sempre contrastato».
A vedere l’esito dell’incontro con Giampaolo Rossi in Via Asiago per ora sembrerebbe di sì. Ma non è detto. Lunedì l’amministratore delegato della Rai gli ha tirato parecchio le orecchie: non dovevi essere tu a condurre l’evento, sei il direttore e devi cercare di valorizzare la tua direzione, se proprio volevi farlo almeno dovevi prepararti meglio. Petrecca avrebbe risposto ventilando ipotetici complotti ai suoi danni fin da quando dirigeva RaiNews, ma Rossi l’ha zittito: quella telecronaca era pessima, basta, non ci sono scuse. Ora non farti più vedere in video e la conduzione dell’evento finale la farà qualcun altro. E, ha aggiunto, cerca in qualche modo di ricucire con la redazione. Che, per la cronaca, da lunedì è in sciopero delle firme fino alla fine delle Olimpiadi e subito dopo si procederà con i tre giorni di sciopero già approvati dall’assemblea.
Insomma, Rossi ha preso tempo. Prima, a suo dire, bisogna portare a termine nel miglior modo possibile le Olimpiadi, concentrandosi per due settimane senza altre sbavature. Poi c’è Sanremo, travolto dal polverone su Andrea Pucci. Archiviato il festival, però, rivela a Lettera43 una fonte ben inserita ai piani alti, i nodi verranno al pettine e la questione Petrecca sarà affrontata una volta per tutte. Perché, se fin qui il giornalista è sempre stato difeso a testuggine dalla compagine meloniana, d’ora in poi non sarà più così. Tre indizi, del resto, fanno una prova: Petrecca è stato spostato a RaiSport proprio per i danni combinati a RaiNews, ma l’errore è stato trasferirlo sottovalutando l’importanza degli eventi sportivi, molto più più seguiti della politica e della cronaca; il silenzio assordante dell’azienda nella giornata di sabato è parso a tutti un evidente segnale di imbarazzo, come a dire: eccolo, ne ha combinata un’altra; la stessa convocazione a Roma da Rossi evidenzia che anche per i “fratelli” un problema Petrecca esiste. Quindi, dopo Sanremo, la questione sarà affrontata.
Giampaolo Rossi (Ansa).
Il direttore di RaiSport potrebbe finire nel prossimo giro di poltrone
Sì, ma come? C’è chi dice che si coglierà l’occasione del giro di poltrone previste per la primavera, con alcune caselle da riempire: la direzione relazioni internazionali (Simona Martorelli va in pensione in questi giorni) e quella delle relazioni istituzionali (interim a Rossi). Poi c’è in scadenza Paolo Del Brocco a Rai Cinema e sembra pure che Paolo Corsini non ne possa più dell’approfondimento e abbia chiesto di essere trasferito alla radio, dove l’attuale direttore del Giornale Radio e Rai Radio 1 Nicola Rao potrebbe spostarsi al Tg1 al posto di Gian Marco Chiocci. Insomma, qualche movimento ci sarà e potrebbe rientrarci anche Petrecca, magari su una poltrona dove davvero non possa fare danni. Questa è l’ipotesi più gettonata.
Paolo Petrecca (Imagoeconomica).
L’ipotesi blindatura: difendere Petrecca per difendere TeleMeloni
Ma ce n’è una minoritaria che invece descrive un altro scenario: si difenderà Petrecca fino alla fine, perché «se cediamo su uno dei nostri così importante, allora dobbiamo cedere su tutto e sanciremmo il fallimento della nostra gestione», sussurra una fonte destrorsa. Insomma, «siamo sotto attacco e dobbiamo reagire, difendendo il direttore di RaiSport, difendiamo tutti noi». Staremo a vedere, ma per il momento Petrecca è più morto che vivo (professionalmente parlando). Anche perché con lui e Pucci la Rai ha rischiato di giocarsi gli unici eventi porta-soldi della stagione: le Olimpiadi e Sanremo. Sui Mondiali di calcio, infatti, aleggia ancora una grande interrogativo e comunque i diritti saranno smezzati con Dazn, mentre è delle ultime ore la voce secondo cui Via Asiago abbia perso i diritti sulle prossime Atp Finalsdi Torino in favore di Mediaset.
Da sinistra, Francesca Oliva vicedirettore di RaiNews24, Paolo Petrecca, il ministro dello Sport Andrea Abodi, l’ad Rai Giampaolo Rossi e Nicola Rao, direttore del Giornale Radio (Imagoeconomica).
Ma chi fu il vero responsabile dell’ascesa di Petrecca?
Qualcuno, intanto, dentro l’azienda ricorda il “colpevole” dell’ascesa di Petrecca. Era l’autunno del 2021 e c’era da nominare il nuovo direttore di RaiNews dopo Andrea Vianello. Si doveva scegliere un meloniano perché, secondo le quote Rai, quella poltrona spettava a un “fratello” e si brancolava nel buio quando ad Antonio Di Bella, da sempre vicino al Pd, si accese la lampadina: c’è un vicedirettore meloniano a RaiNews, è Paolo Petrecca, facciamolo direttore. Il resto è storia.
Si intitola “Coltiviamo Agricoltura Sociale”, è il bando di Confagricoltura, Senior-L’età della Saggezza Onlus, Reale Foundation e Rete delle Fattorie Sociali, con il ministero dell’Agricoltura, giunto all’edizione numero 10, e che premia anche quest’anno, con 40 mila euro ciascuno, tre progetti nel nome della solidarietà. Protagonista è Angelo Santori, presidente Senior-L’Età della Saggezza Onlus. Che è lo zio di Fabrizio Santori, ora della Lega, segretario dell’assemblea capitolina, con un passato (ancora più) a destra…
Ultimo saluto a Corrado Carnevale, l’ammazzasentenze, nella basilica romana di Cristo Re, in viale Mazzini. In una chiesa non affollata c’erano l’avvocato classe 1938 Franco Coppi e il direttore del quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano: Andrea Monda ama sempre dire che è “straniero”, dato che lavora in Vaticano. Fatto sta che i “Monda brothers” sono i nipoti di uno storico big democristiano calabrese come Riccardo Misasi, ministro nella Prima Repubblica.
Tempo di nomine “pesanti” per il governo di Giorgia Meloni, e a Palazzo Chigi si dice che nel prossimo consiglio dei ministri l’argomento verrà affrontato. Intanto qualcuno si muove: nel Tg5 di domenica 8 febbraio, nell’edizione delle 13 è andato in onda un articolato servizio dedicato al mondo dell’energia, dove all’inizio è stato elogiato senza riserve Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni protagonista di nuovi successi in Congo nel settore petrolifero. Nella seconda metà dello stesso servizio, cambio di passo con pesanti commenti contro le pale eoliche, ma senza citare possibili “colpevoli”. Se da una parte Descalzi è stato promosso a pienissimi voti, con chi ce l’aveva Mediaset parlando di elettricità? Ah, saperlo…
Tra la difesa pubblica di Andrea Pucci e l’attacco alle «bande di delinquenti» e «nemici dell’Italia» che hanno l’ardire di manifestare contro le Olimpiadi, Giorgia Meloni deve anche trovare il tempo per sistemare qualche casella vacante nell’esecutivo. Non si può parlare di rimpastino, certo, ma la poltrona di sottosegretario al Ministero delle imprese e del made in Italy liberata dal leghista Massimo Bitonci, chiamato dal presidente del Veneto Alberto Stefani in Giunta, deve essere riempita.
Massimo Bitonci (Imagoeconomica).
Favorito il leccese Marti
Essendo bega leghista, l’incastro non sarà una passeggiata. Anche perché labomba Vannacciha scombinato le carte in tavola. Prima che l’ex generale strappasse con Matteo Salvini, sul posto di Bitonci aveva messo gli occhi il vicesegretario Claudio Durigon, intenzionato a promuovere il senatore leccese Roberto Marti. Ex forzista, nel 2017 è passato alla Lega di cui è coordinatore regionale in Puglia. Dopo la mancata elezione alle Europee 2024, Marti potrebbe rifarsi con una poltrona governativa. Senza contare il fatto che lascerebbe il posto di presidente della commissione Cultura al Senato al mantovano Andrea Paganella, ex stretto collaboratore di Salvini (come capo segreteria e poi al Viminale, nonché ex socio di Luca Morisi) che, in questo gioco a incastri, libererebbe a sua volta l’incarico di segretario d’Aula a Palazzo Madama. Per la poltrona di Bitonci, però, sgomita anche la veneta Mara Bizzotto, leghista della prima ora.
Ed è ancora viva, sebbene debole, l’ipotesi di un trasferimento a Roma di Guido Guidesi, assessore lombardo alle Attività produttive. Guidesi, tra gli ex deputati più vicini al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e già sottosegretario ai Rapporti con il parlamento nel Conte I (ministro era il cinque stelle Riccardo Fraccaro), nel 2021 venne “inviato” in Regione Lombardia proprio con l’idea di garantire una successione ad Attilio Fontana. Anche se su questo fronte l’accordo siglato tra Salvini e Meloni, che prevedeva la blindatura leghista del Veneto in cambio della Lombardia, pare aver congelato ogni ambizione degli ex lumbard. Vedremo.
Guido Guidesi (Imagoeconomica).
Salvini potrebbe premiare il Centro-Sud in ottica anti Vannacci
Lo strappo di Vannacci, dicevamo, ha però innescato un terremoto nella Lega e nel centrodestra. Salvini, per evitare nuove fuoriuscite verso Futuro Nazionale (dopo quelle del bareseRoberto Sasso e di Edoardo Ziello, nato a Civitavecchia ma pisano d’adozione), potrebbe promuovere al Mimit un esponente del Centro-Sud, area in cui l’ex generale ha più presa. Un modo per sottolineare l’attenzione di via Bellerio e la vocazione nazional-sovranista del partito. Per questo le quotazioni di Marti, già alte, stanno risalendo.
Edoardo Ziello e Rossano Sasso (Ansa).
Resta aperta la partita per il dopo Savona alla Consob
Ma c’è un’altra partita che Meloni deve gestire. E si tratta della nomina del nuovo presidente della Consob. Riassumendo: il Mef e Palazzo Chigi avevano trovato la quadra su Federico Freni, sottosegretario all’Economia. Un nome che, si mormora, non dispiacerebbe a Francesco Gaetano Caltagirone. L’editore-costruttore dormirebbe sonni più tranquilli con una persona fidata al posto di Paolo Savona, vista la partita in corso per Generali. Antonio Tajani però all’ultimo si è messo di traverso. Forza Italia, che al dossier banche tiene parecchio, è contraria a una nomina politica e punta su un profilo tecnico. Come quello di Federico Cornelli, attuale commissario della Consob stimato anche dalle parti di via della Scrofa. Tra i nomi papabili c’è pure quello di Marina Brogi, professoressa di Economia e tecnica alla Bicocca di Milano. Il governo ha tempo fino all’8 marzo per decidere. E dunque ci sono ancora i margini per una trattativa. Certo è che l’eventuale nomina di Freni libererebbe in un colpo solo un posto al governo e un posto in parlamento. Una merce preziosa per Salvini. Che ora più che mai sta cercando di puntellare la sua leadership.
La Commissione europea ha autorizzato il prestito di salvataggio fino a 390 milioni di euro ad Acciaierie d’Italia. Il finanziamento, che avrà la durata massima di sei mesi, servirà a coprire i costi operativi dell’impresa (tra cui pagamento di fornitori e salari), garantendo la continuità operativa all’ex Ilva, principale produttore siderurgico integrato italiano, fino al trasferimento delle attività al nuovo operatore che sarà selezionato tramite la gara in corso. A fine gennaio il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha dato mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia di negoziare in esclusiva con Flacks Group.
Visto che il settore siderurgico è attualmente escluso dagli Orientamenti sugli aiuti per il salvataggio e la ristrutturazione del 2014, la Commissione europea ha valutato la misura alla luce delle norme Ue in materia di aiuti di Stato, che consentono ai Ventisette di sostenere lo sviluppo di determinate attività economiche a determinate condizioni.
Alla fine, la gara in Kuwait per la realizzazione e la manutenzione della rete in fibra nel Paese, a cui aveva partecipato Tim assieme al gruppo dell’imprenditore kuwaitiano Fouad Al-Ghanim, non è andata bene per l’ex monopolista dei telefoni. La vicenda aveva già fatto registrare parecchie discussioni in alcune riunioni del consiglio di amministrazione di Tim, e la notizia ora è che il bando è stato vinto da Etisalat, un’azienda di telecomunicazioni emiratina. Tim è dunque uscita sconfitta nella prima gara internazionale a cui ha partecipato negli ultimi anni. Nonostante la benevolenza della Farnesina e in particolare del suo titolare Antonio Tajani. L’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola sembrava aver già individuato in Eugenio Santagata, ex capo dei Public affairs & Security Officer, nonché ceo della chiacchieratissima Telsy, l’uomo giusto per occuparsi dell’impresa. Appena portato il progetto in consiglio di amministrazione, i consiglieri però l’avevano subito bocciato. Santagata poi è finito in Fincantieri. Mentre gli affari in Kuwait sono finiti con un nulla di fatto.
Tim è stata sconfitta dal gruppo emiratino Etisalat (foto Imagoeconomica).
La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati Stefano Di Stefano, dirigente del ministero dell’Economia e delle Finanze e membro del cda del Monte dei Paschi di Siena, finito sotto la lente dei pm dopo l’analisi del suo smartphone, sequestrato a novembre dalla Guardia di Finanza nell’inchiesta sul risiko bancario. Ipotizzato il reato di insider trading: a ridosso dell’Ops di Siena su Piazzetta Cuccia, Di Stefano avrebbe comprato azioni di Mediobanca e Mps, per circa 100 mila euro, ottenendo un guadagno di alcune migliaia di euro.
Stefano Di Stefano (Mef).
Gli incarichi di Di Stefano in Mps e al Mef
Componente del consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena da aprile 2022, nel cui ambito ricopre anche l’incarico di componente del Comitato Rischi e Sostenibilità, Di Stefano al Mef è Direttore Generale della Direzione Partecipazioni societarie e tutela degli attivi strategici del Dipartimento dell’Economia.
Roberto Vannacci ha scelto la responsabile nazionale del tesseramento di Futuro Nazionale, che scatterà tra un paio di settimane (quota minima 10 euro). Si tratta di Annamaria Frigo, attualmente consigliera comunale a Bagni di Lucca e vannacciana della prima ora, cioè da quando l’ex generale «presentò il libro Il mondo al contrario», come ha spiegato lei stessa a Querceta, sempre in provincia di Lucca, alla firma dell’atto costitutivo del nuovo partito.
Chi è Annamaria Frigo, “lady tessere” di Futuro Nazionale
Laureata in Economia e commercio, Frigo è un’imprenditrice: fondatrice dell’agenzia formativa Estetica, è proprietaria di alcuni centri benessere e gestisce corsi di qualifica professionale della Regione Toscana. Per quanto riguarda la politica, da sette anni è collaboratrice del consigliere regionale Massimiliano Simoni (altro fedelissimo di Vannacci). «Abbiamo condiviso due campagne politiche per le Regionali, quando mi sono candidata con Fratelli d’Italia nel 2020 e poi 2025», quando aveva già aderito alla Lega, ha spiegato Frigo. Simoni, luogotenente toscano di Vannacci, è stato indicato come il futuro coordinatore nazionale del progetto.
I parlamentari che hanno già aderito al partito di Vannacci
A Querceta, alla firma dell’atto costitutivo di Futuro Nazionale, erano presenti ancheEdoardo Zielloe Rossano Sasso, freschi di addio alla Lega: entrambi, nei giorni scorsi, hanno votato contro la risoluzione di maggioranza sull’invio di armi in Ucraina, sposando di fatto la posizione dell’ex generale. Tra gli aderenti al nuovo partito c’è anche Emanuele Pozzolo, ex Fdi. Tra i possibili “uomini dell’ex generale” figura poi Domenico Furgiuele, il deputato leghista organizzatore della conferenza stampa di CasaPound sulla remigrazione alla Camera, poi saltata.
La Lega Serie A vuole comprare Fantacalcio da Quadronica, srl controllata al 50 per cento dagli imprenditori napoletani Nino Ragosta e Luigi Cutolo. Secondo quanto scrive Calcio e Finanza, confermando l’indiscrezione del Fatto Quotidiano, le società parleranno della possibile acquisizione nell’assemblea di Lega del prossimo 16 febbraio.
Quadronica ha rilevato il marchio da Gedi nel 2017
Quadronica, società fondata nel 2008 e che oggi ha 20 dipendenti, copre il 90 per cento del mercato del fantasport grazie all’app per smartphone dove inserire formazioni e calcolare i risultati, i voti “live” senza aspettare l’uscita dei quotidiani e la piattaforma per le aste. Quanto al nome, “Fantacalcio” è un marchio registrato: Quadronica l’ha comprato nel 2017 da Gedi, effettuando poi due anni dopo l’operazione di rebranding da Fantagazzetta a Fantacalcio.
Luigi De Siervo (Imagoeconomica).
Fantacalcio vanta tre milioni di giocatori abituali
Il Fantacalcio, che vanta circa tre milioni di giocatori abituali (e il doppio di iscritti), è oggi un business da 10 milioni di euro all’anno. Gli utili netti sfiorano i 4 milioni e sono in costante aumento, anche grazie a un’efficace raccolta pubblicitaria, che ha portato grossi sponsor sulle maglie delle fantasquadre, come Eni, McDonald e Bancomat.
De Siervo punta al controllo con il 51 per cento
Come sottolinea Calcio e Finanza, esistono già accordi commerciali tra Lega Serie A e Fantacalcio, che valgono una sorta di 10 per cento. Ma l’amministratore delegato Luigi De Siervo punta al controllo con il 51 per cento della società, valutata circa 40 milioni di euro, quasi il doppio rispetto a un paio d’anni fa.
L’imprenditrice Maria Rosaria Boccia è stata rinviata a giudizio per stalking aggravato, lesioni e interferenze illecite nella vita privata ai danni dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. L’ha deciso il gup di Roma Gabriele Fiorentino. Alla donna vengono contestati anche i reati di diffamazione e false dichiarazioni nel curriculum in relazione all’organizzazione di alcuni eventi. La prima udienza del processo è stata fissata per il 6 ottobre.
Sangiuliano denunciò 33 episodi di stalking
L’inchiesta della procura di Roma è stata aperta dopo la denuncia dell’ex ministro che contestava a Boccia 33 episodi di stalking. Secondo l’accusa, la donna avanzava «continue richieste di essere portata a conoscenza dei colloqui istituzionali o con il proprio staff», si era fatta consegnare la chiave d’oro della città di Pompei e vessava quasi quotidianamente Sangiuliano, arrivando perfino a obbligarlo a tenere la porta del bagno aperta. Gli avvocati dell’imprenditrice controbattono: «Lui aveva potestà di interrompere quando voleva questo rapporto».
Le Olimpiadi invernali sono partite malissimo per Paolo Petrecca, il direttore di RaiSport, e dentro la redazione qualcuno sussurra che nel ciclismo «gli avrebbero dato la maglia nera, quella dell’ultimo classificato», sorvolando sul fatto che «comunque il colore nero gli sarebbe piaciuto», vista la sua vicinanza a Fratelli d’Italia. La conduzione della serata inaugurale finirà negli annali di “come non si deve fare una telecronaca”, roba da instant book per i neoassunti della Rai. Per dirla col critico televisivo Aldo Grasso, che sul Corriere della sera l’ha distrutto, «non ne ha azzeccata una. Vaneggiava senza cognizione di causa, ignorava l’identità degli atleti e, colpa ancor più grave, non ha capito che esistono silenzi carichi di significato che non vanno profanati». I giornalisti di RaiSport sono sul piede di guerra, hanno annunciato un pacchetto di sciopero a fine Olimpiadi e comunicato la decisione di ritirare la loro firma da servizi, collegamenti e telecronache fino alla fine dei Giochi, «in attesa che l’azienda prenda finalmente coscienza del danno che il direttore ha recato nell’ordine: ai telespettatori che pagano il canone, alla Rai come azienda e a tutta la redazione di RaiSport che sta lavorando come sempre con passione in questo grande evento». Se non altro è arrivata una buona notizia: Petrecca non condurrà la cerimonia finale dei Giochi, niente “esame di riparazione” per lui (aridatece il povero Auro Bulbarelli, defenestrato per aver spoilerato lo sketch di Sergio Mattarella sul tram). Ma è difficile che questo basti a salvarlo, e l’ipotesi dimissioni (probabilmente a fine Olimpiadi) sembra sempre più inevitabile. A Roma, tra l’altro, dall’Ordine dei giornalisti si spiffera che Petrecca abbia qualche conto in sospeso anche sulla parità di genere, con una commissione che sarà chiamata a valutare la «mancanza di un’adeguata rappresentanza» delle conduttrici, dato che sono stati scelti, tra i “big”, tantissimi uomini per raccontare le Olimpiadi.
I guai di Petrecca di certo vengono da lontano e non nascono certo con Milano-Cortina. Contro di lui a fine agosto del 2025 la redazione aveva già annunciato tre giorni di sciopero, sfiduciandolo, dopo la mancata approvazione del piano editoriale. Il quasi 62enne Petrecca è passato allo Sport a marzo dell’anno scorso, ma prima le cose non andavano tanto meglio, quando era alla guida di RaiNews. Nell’ordine, breve riassunto: il cdr lo ha accusato di presunti tagli imposti ai pezzi di cronaca sul figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa indagato per violenza sessuale; è finito nel mirino per non aver dato risalto nel telegiornale alla sconfitta della destra alle elezioni in Francia, con un particolare grottesco: «Petrecca ritiene opportuno concedere spazio a un evento non scevro da interessi personali», scrisse il cdr, alludendo al “Festival delle città identitarie” di Pomezia, dove si esibiva la cantante Alma Manera, che incidentalmente era la sua fidanzata (ora diventata moglie). Fu anche pesantemente attaccato dalla redazione per aver titolato sull’«assoluzione» del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, anticipando la sentenza: peccato si trattasse solo della richiesta dei pm sul caso Cospito, tant’è che poi Delmastro è stato condannato a otto mesi, altro che assoluzione. L’episodio portò la redazione a sfiduciarlo (c’è chi lo chiama il collezionista di sfiduce). E ora il caos olimpico, che potrebbe costargli la poltrona. Per Petrecca venerdì è arrivata una totale “stecca”, per usare il linguaggio caro ai musicisti: non c’entra nulla la già citata consorte del direttore, Alma Manera, la cantante che, visto il senso della Rai per la meritocrazia, qualcuno ha temuto per un attimo di vedere infilata nello spettacolo dello stadio Olimpico, pardon, San Siro, tra Mariah Carey e Laura Pausini…
Dalle 17 di lunedì 9 febbraio 2026, i giornalisti di RaiSport ritireranno le firme da tutti i servizi e le telecronache delle gare delle Olimpiadi che la Rai trasmette in esclusiva. E, conclusi i Giochi, proclameranno uno sciopero per protestare contro il direttore Paolo Petrecca. L’ha deciso il cdr dell’emittente dopo la figura fatta dallo stesso Petrecca durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, colma di gaffe ed errori. Di seguito la nota integrale del comitato di redazione.
Il comunicato del cdr di RaiSport
«Care colleghe, cari colleghi, da tre giorni siamo tutti in imbarazzo, nessuno escluso e non per colpa nostra. È tempo di far sentire la nostra voce perché siamo di fronte alla figura peggiore di sempre di RaiSport all’interno di uno degli eventi più attesi di sempre, l’Olimpiade invernale di Milano-Cortina. Da oggi alle ore 17 e fino alla fine dei giochi ritiriamo la nostra firma da servizi, collegamenti e telecronache in attesa che l’azienda prenda finalmente coscienza del danno che il direttore di RaiSport ha recato, nell’ordine, ai telespettatori che pagano il canone, alla Rai come azienda e a tutta la redazione di RaiSport che sta lavorando come sempre con passione in questo grande evento. Questa non è una questione politica, come qualcuno vorrebbe far chiedere, ma è una questione di rispetto e di dignità per il servizio pubblico. Da oggi alle 17 abbiamo chiesto la lettura di un comunicato sindacale in tutti i tg olimpici e nelle trasmissioni Mattina olimpica e Notti olimpiche. Al termine dei Giochi attueremo il mandato di tre giorni di sciopero che la redazione ha votato dopo la doppia bocciatura del piano editoriale del direttore».
Tim Allan, direttore delle comunicazioni del governo britannico, si è dimesso dopo soli cinque mesi dall’assunzione dell’incarico. Un altro duro colpo per il premier Keir Starmer: il passo indietro arriva a stretto giro dalle dimissioni del capo di gabinetto Morgan McSweeney, che ha lasciato assumendosi la «piena responsabilità» della nomina di Peter Mandelson – coinvolto nel caso Epstein – come ambasciatore negli Stati Uniti. Con le dimissioni di Allan, salgono a quattro i direttori delle comunicazioni che hanno lasciato Downing Street sotto Starmer: avevano già abbandonato l’incarico Matthew Doyle, James Lyons e Steph Driver.
Tim Allan (X).
Il passo indietro di Allan: tra i suoi vecchi clienti pure il Cremlino
«Ho deciso di dimettermi per consentire la creazione di una nuova squadra a Downing Street. Auguro al Primo Ministro e al suo team ogni successo», ha dichiarato Allan, considerato uno degli spin doctor più spregiudicati del Regno Unito. Vicedirettore delle comunicazioni di Tony Blair dal 1997 al 1999 durante il suo primo mandato da premier, successivamente è passato a Sky e poi, nel 2001, ha fondato la propria agenzia di pubbliche relazioni, la Portland. Tra i clienti più prestigiosi l’aeroporto di Heathrow, la società di scommesse William Hill e persino il Cremlino. Dopo aver rotto i rapporti con la Russia nel 2014, dopo la prima invasione dell’Ucraina, Allen ha iniziato a lavorare per un altro discusso cliente: l’emirato del Qatar, che anche grazie a lui avrebbe poi ottenuto l’assegnazione dei Mondiali di calcio del 2022. A settembre 2025 il ritorno a Downing Street.
Morgan McSweeney (LinkedIn).
L’addio di McSweeney, che si è assunto la reponsabilità della nomina di Mandelson
Domenica 8 febbraio, dopo giorni di pressioni da parte di molti parlamentari laburisti, si è invece dimesso McSweeney, che aveva fortemente insistito con Starmer affinché Mandelson (suo amico ed ex ministro) ottenesse l’incarico di ambasciatore a Washington, nonostante i conclamati rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Jeffrey Epstein anche dopo la prima condanna inflitta al finanziere americano per traffico sessuale.
Peter Mandelson (Ansa).
Mandelson ha lasciato Labour e Parlamento dopo gli ultimi file su caso Epstein
Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti licenziato già a settembre 2025 da Starmer dopo la pubblicazione di alcuni documenti che mostravano la sua vicinanza a Epstein, si è dimesso anche dal Partito Laburista (di cui è stato a lungo uno degli esponenti più importanti) e poi dalla Camera dei Lord, a seguito della diffusione di milioni di nuovi file sul caso del finanziere morto suicida in carcere nel 2019. Secondo quanto ricostruito dal Times, a Downing Street prima della nomina di Mandelson ad ambasciatore sarebbe arrivato un rapporto di due pagine del Cabinet Office, contenente elementi considerati rilevanti sui legami con Epstein. Tra essi l’indicazione che l’ex ministro avrebbe soggiornato nell’appartamento di Manhattan del finanziere anche durante il periodo in cui quest’ultimo era detenuto per reati sessuali su minori.
Keir Starmer (Ansa).
Starmer sulla graticola: per la sua successione circola il nome di Rayner
Starmer, che si è giustificato spiegando di aver creduto «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson sui suoi rapporti con Epstein, appare ora sempre più sulla graticola. Secondo molti, le elezioni amministrative di maggio potrebbero sancire la fine della sua stagione a capo del Labour. Girano già i nomi dei possibili sostituti a Downing Street: in pole ci sarebbe l’ex vicepremier Angela Rayner, esponente della cosiddetta ‘soft left’, segretaria di Stato per l’edilizia abitativa, le comunità e il governo locale da luglio 2024 allo scorso settembre, quando era stata costretta alle dimissioni dopo lo scandalo riguardante il mancato pagamento dell’importo corretto di tasse nell’acquisto di una seconda casa. Dopo l’uscita di scena della vice, Starmer aveva dunque proceduto a un rimpasto del suo governo, nominando come numero due a Downing Street David Lammy (fino a quel momento capo degli Esteri) e Steve Reed alla guida del ministero lasciato da Rayner.
Il pm di Milano Paolo Storari ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per caporalato per Foodinho, società di delivery del colosso spagnolo Glovo: secondo gli accertamenti avrebbe corrisposto ai rider (40 mila in tutta Italia) paghe «sotto la soglia di povertà» e ci sarebbe dunque uno sfruttamento del lavoro. In particolare, la retribuzione sarebbe risultata «inferiore fino al 76,95 per cento» rispetto a tale soglia e «fino all’81,62 per cento rispetto ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva». L’accusa di caporalato riguarda sia Foodinho che l’amministratore unico della società, Pierre Miquel Oscar. Il controllo giudiziario non comporterà la sospensione dell’attività aziendale. L’indagine su Foodinho si inserisce in un filone di interventi della magistratura sul lavoro nelle piattaforme digitali. Il caso più rilevante è stato in passato quello di Uber, che fu accusata di caporalato e chiamata ad assumere i lavoratori: il contenzioso si era concluso con l’uscita di Uber Eats dal mercato italiano. Nell’estate del 2025 il tribunale di Milano aveva obbligato Foodinho alla trattativa coi rider sui rischi per il caldo.