Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di risarcimento che Andrea Giambruno aveva presentato alCorriere della Sera, al Fatto Quotidianoe il Manifesto, condannando il giornalista ed ex compagno della premier Giorgia Meloni a pagare le spese legali ai tre quotidiani.
Andrea Giambruno (Imagoeconomica).
La decisione del Tribunale di Roma
Giambruno aveva intentato causa ai tre giornali dopo una serie di articoli sulla nota vicenda dei fuori onda compromettenti diffusi a ottobre 2023 da Striscia La Notizia, che avevano portato Giambruno a lasciare la conduzione di Diario del giorno su Rete 4 e Meloni a ufficializzare (via social) la fine della loro decennale relazione. Per la giudice di Roma, i fuori onda costituiscono però un fatto di «oggettiva gravità», che è «legittimamente criticabile», sia «per il ruolo pubblico» ricoperto da Giambruno che «per il linguaggio e le allusioni utilizzate». L’articolo firmato da Alessandra Pigliaru sul manifesto, pertanto, è stato considerato un libero esercizio di critica per il suo «taglio chiaramente politico culturale, con una forte impronta femminista e simbolica».
É morto a 87 anni Fabio Roversi Monaco, giurista e professore emerito di Diritto amministrativo dell’Università di Bologna. Dal 1985 al 2000 è stato magnifico rettore dell’Alma Mater, contribuendo in modo decisivo al suo sviluppo internazionale attraverso diverse iniziative, tra cui la Magna Charta Universitatum firmata da oltre 400 Rettori (1988) e il Bologna Process, che ha trovato compimento nella partecipazione di 29 ministri dell’Istruzione europei, riunitisi a Bologna nel 1999 per la comparabilità qualitativa dei titoli di istruzione dei vari Paesi e la libera circolazione di studenti e laureati europei. Gli incontri hanno portato alla redazione della Bologna Declaration, sottoscritta da 29 Paesi Europei.
Oltre 20 università gli hanno conferito la laurea honoris causa
Presidente della Fondazione Cassa di risparmio in Bologna dal 2000 al 2013, è stato anche amministratore delegato dell’Istituto Giovanni Treccani per l’Enciclopedia italiana dal 2001 al 2003. Oltre alla laurea ad honorem in Medicina e chirurgia dell’Alma Mater, a Roversi Monaco è stata conferita la laurea honoris causa da oltre 20 università. Il professore è inoltre stato insignito, tra gli altri, dei titoli di Cavaliere di Gran croce della Repubblica italiana e di Cavaliere della Lègion d’honneur dal presidente della Repubblica francese.
Molari: «Una delle figure più autorevoli e rappresentative»
«Con la scomparsa di Fabio Roversi Monaco», ha dichiarato l’attuale rettore di Unibo Giovanni Molari, «l’Università di Bologna perde una delle sue figure più autorevoli e rappresentative. Nel corso del suo lungo rettorato, ha saputo guidare l’ateneo con visione, determinazione e profondo senso delle istituzioni, contribuendo in modo decisivo al suo sviluppo internazionale. A nome di tutta la comunità universitaria, esprimo il più sentito cordoglio alla famiglia e la nostra riconoscenza per l’eredità culturale e istituzionale che lascia».
Durante un incontro a porte chiuse con alcuni oligarchi russi, Vladimir Putin ha proposto loro di contribuire al sempre più esiguo bilancio della Difesa per poter proseguire l’invasione dell’Ucraina. Lo riporta The Bell, citando fonti informate. Nel corso dell’incontro, andato in scena al Cremlino, Putin ha assicurato che Mosca intende continuare il conflitto fino a quanto l’esercito russo non prenderà il controllo delle aree della regione orientale ucraina del Donbass non ancora occupate.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
Kerimov ha promesso di contribuire con un miliardo di euro
Alcuni oligarchi hanno risposto alla richiesta di Putin direttamente durante l’incontro. Secondo una fonte di The Bell Suleiman Kerimov, uno degli uomini d’affari (e politici) più ricchi della Federazione Russa, ha promesso di contribuire con 100 miliardi di rubli (circa un miliardo di euro). Almeno un altro importante magnate presente all’incontro ha appoggiato l’idea, pur non rivelando l’ammontare del suo contributo. L’idea di «dare una scossa al mondo degli affari in questo momento difficile per il Paese» sarebbe partita da Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, che l’avrebbe illustrata in una lettera a Putin il giorno precedente. La missiva proponeva l’emissione di obbligazioni militari come meccanismo per raccogliere fondi.
Sarà il magistrato in pensione Antonio Mura il nuovo capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio dopo le dimissioni di Giusi Bartolozzi. Quest’ultima, com’è noto, ha fatto un passo indietro dopo le polemiche per le sue frasi sulla magistratura come «plotone d’esecuzione», una volta certificata la sconfitta del centrodestra al referendum.
Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).
Chi è Antonio Mura
Il 72enne Mura, che era già consigliere giuridico di Nordio, diventa così il braccio destro operativo del Guardasigilli. Originario di Sassari, vanta una lunga esperienza nella carriera requirente. Ma ha anche esperienza come giudice. Nel corso dei decenni ha lavorato come sostituto procuratore della Repubblica a Livorno e poi come giudice in Corte d’Assise a Firenze. È stato inoltre componente del Consiglio superiore della magistratura. Successivamente ha ricoperto l’incarico di sostituto procuratore generale in Corte di Cassazione. Il via Arenula ha guidato diversi dipartimenti: giustizia minorile, organizzazione giudiziaria, affari di giustizia. La sua nomina verrà formalizzata nei prossimi giorni.
Il presidente americano Donald Trump ha esteso di 10 giorni la sospensione degli attacchi contro il settore energetico iraniano, fino alle 20.00 del 6 aprile 2026, ora di Washington. «Su richiesta del governo iraniano, la presente dichiarazione serve a comunicare che sospendo il periodo di distruzione degli impianti energetici per 10 giorni, fino a lunedì 6 aprile 2026, alle ore 20.00 (ora della Costa Orientale). I colloqui sono in corso e, nonostante le erronee dichiarazioni contrarie diffuse dai media delle Fake News e da altri soggetti, stanno procedendo molto bene», ha scritto il tycoon in un post su Truth.
È nella sconfitta, bruciante, netta, come quella patita dal centrodestra sul referendum, che si disegnano con più nettezza contorni, identità e anomalie. Come quella che incarna Forza Italia fin dai suoi inizi, la discesa in campo di Silvio Berlusconi che dette il fragoroso abbrivio alla Seconda Repubblica. Dal giugno del 2023 il Cav non c’è più, se non come culto della sua memoria e nome ancora inciso nel simbolo del partito che fondò, mentre l’eredità politica ed economica (Forza Italia non starebbe in piedi senza il sostegno del casato di Arcore) è passata dal padre alla figlia.
Silvio Berlusconi alla scrivania mentre firma il contratto con gli italiani a Porta a Porta nel 2018 (Ansa).
Fuori Gasparri, dentro Craxi grazie a Lotito: un rinnovamento da boomer
Marina, che per sua stessa ammissione non possiede il carisma del genitore, ha però i soldi per poter determinarne i destini. Teorica di un rinnovamento dei vertici azzurri finora relegato più alle intenzioni che ai fatti, ora ha rotto gli indugi tagliando una testa pesante, quella di Maurizio Gasparri, e sostituendola con una dal cognome ingombrante, Stefania Craxi.
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).
Un salto generazionale? Difficile farlo passare così, visto che la primogenita di Bettino ha 65 anni e il buon Gasparri 69. Diciamo allora che è un primo scossone al vetusto albero da cui dovrebbe cadere, prima o poi, la testa di Antonio Tajani. Si aggiunga, per dovere di cronaca, che il golpe non avviene per mano di un baldanzoso giovane di Forza Italia, ma via Claudio Lotito, anni 68, ovvero quasi coetaneo del decollato. Un affare tra boomer, insomma, di cui le successive generazioni fanno da spettatori. Si direbbe, dunque, che Forza Italia non è un partito per giovani, che tornano buoni un paio di volte all’anno quando si tratta di blandirne le bellicose quanto velleitarie idealità. Perciò, nel momento in cui Marina B decide che Gasparri incarna il vecchio che non avanza e decide di sostituirlo con Stefania C, fa un’operazione che riguarda meramente la catena di comando. Non è questione di idee, di rinnovamento, di presa d’atto che lo statuto identitario creato dal padre abbisogna di un robusto maquillage, se non di una completa rifondazione.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
La gestione del partito ridotta a una questione di organigramma
In Forza Italia spa, sussidiaria del gruppo Fininvest, divisione “consenso elettorale”, il ricambio potremmo sintetizzarlo così: la presidente del consiglio di amministrazione della holding di famiglia convoca idealmente un cda e sposta una risorsa. Gasparri fuori, Craxi dentro. Con la stessa logica con cui si cambia un direttore di rete che non porta abbastanza share. Solo che qui il prodotto non è una delle fiction turche che tanto piacciono dalle parti di Cologno, ma un partito politico che dovrebbe rappresentare qualcosa di meno mercantile. Una visione del mondo, un’idea forte dell’Italia e del suo futuro, degli ideali senza i quali la politica si riduce, come diceva spesso la buonanima di Silvio, a teatrino. Invece sembra essere semplicemente una questione di organigramma.
La torre Mediaset a Cologno Monzese (Ansa).
Con Marina si entra nella gestione successoria senza romanticismi
Il paradosso è antico quanto Arcore, ma ogni tanto torna a manifestarsi con una chiarezza quasi pedagogica. Forza Italia non è mai stata un partito azienda, nel senso in cui lo hanno battezzato fin dalla nascita i commentatori: struttura leggera, leadership indiscussa, la televisione come propellente del consenso che sostituisce circoli e sezioni sul territorio. È sempre stato qualcosa di più specifico e inquietante: il partito dell’azienda. Come se la Fiat avesse fondato “Avanti Agnelli” e l’avesse tenuto in portafoglio accanto alle allora esistenti fabbriche di automobili o camion. Berlusconi, padre nobile e nume tutelare, possedeva oltre al pingue portafoglio, il genio ambiguo del fondatore. La sua figura si sovrapponeva in tutto e per tutto a quella del suo prodotto politico, compreso il conflitto d’interessi sempiternamente incarnato e irrisolto. Con Marina si è entrati invece nella fase della gestione successoria, che per definizione è sempre meno romantica dell’epopea fondativa.
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).
I berluscones sono politici o dipendenti?
E qui si apre la vera domanda, quella che nessuno nel centrodestra ha il coraggio di formulare ad alta voce: come fanno gli azzurri intellettualmente seri e dotati di fervida ispirazione politica a sopportarlo? Perché Forza Italia non è un partito di soli yes-men e portaborse. Ci sono giuristi, economisti, europarlamentari con curriculum rispettabili, persone che hanno letto qualcosa oltre ai comunicati stampa. Eppure restano, accettando che la loro carriera dipenda non da un congresso, un programma o una spiccata corrente di pensiero, ma dall’umore dinastico che spira nei corridoi milanesi di via Paleocapa. Sono politici o sono dipendenti? La risposta, a guardare come funziona il meccanismo, è imbarazzante. Ogni nomina che passa per il filtro di Marina per forza di cose trasforma un rappresentante eletto in qualcosa che somiglia più a un dirigente che aspetta la valutazione di merito. Con la differenza che nelle aziende normali il dirigente può dimettersi e cercarsi un altro lavoro. Il politico di Forza Italia, se esce, sparisce. Oppure tenta altrove un difficile riciclo. I casi recenti di Gelmini e Carfagna sono lì a dimostrarlo.
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).
Gli eredi di B applicano il manuale del capitalismo familiare alla democrazia
La grande anomalia italiana, che non ha equivalenti nelle democrazie mature se non nell’odierna America trumpiana, è che tutto questo viene accettato come normale. Che nessuno trovi scandaloso che un partito con rappresentanza parlamentare e ministri in carica sia gestito come un asset familiare trasmissibile per linea diretta. Mediolanum, Mediaset, Mondadori, Forza Italia. Portafoglio diversificato, rischio distribuito e governance rigorosamente accentrata. Insomma, il manuale del capitalismo familiare applicato alla democrazia rappresentativa.
Anche nel 2025 Autostrade per l’Italia è nella A List di Cdp, posizione che aveva raggiunto già nel 2024. Un traguardo che la pone nel top 4 per cento tra le oltre 22 mila aziende partecipanti, e che riconosce la strategia ambiziosa sviluppata da Aspi sulla mitigazione e sull’adattamento climatico. Cdp è una non profit internazionale che fornisce a imprese, autorità locali, governi e investitori un sistema globale di misurazione e rendicontazione ambientale.
L’impegno di Aspi per la decarbonizzazione e la transizione climatica
Per il Gruppo alcune delle principali tappe di questo percorso, riconosciuto negli anni da Cp, includono la certificazione da parte dell’ente Sbti (Science based targets) degli obiettivi di decarbonizzazione volti al raggiungimento dello status Net Zero al 2050, e la pubblicazione nel 2024 del Climate transition plan, un documento strategico che delinea la strategia del Gruppo sul tema della gestione del rischio climatico, definendo strategie, obiettivi e azioni concrete per ridurre le emissioni climalteranti e adattare le infrastrutture ai fenomeni climatici estremi.
A Parigi riunite 300 realtà che si sono distinte nella trasparenza ambientale
Nell’ambito delle celebrazioni per il 25esimo anniversario dell’organizzazione, si è tenuta a Parigi la cerimonia per i Cdp Europe Awards, uno degli eventi di riferimento in Europa sulla disclosure ambientale, che ha riunito circa 300 rappresentanti di aziende, città e decisori pubblici che si sono distinti nella trasparenza ambientale e nella qualità e completezza nella rendicontazione. Duplice l’obiettivo: riconoscere le organizzazioni più avanzate nella rendicontazione ambientale, e stimolare un miglioramento degli standard di trasparenza e azione climatica tra imprese e amministrazioni pubbliche.
Botteon: «Premiata la coerenza e la determinazione del Gruppo»
«Essere presenti nella A-List di Cdp dimostra come la gestione dei rischi climatici e la rendicontazione ambientale rispondano ai più alti standard globali», ha detto Elena Botteon, head of Sustainability di Autostrade per l’Italia, intervenuta sul palco a ritirare il premio di Cdp. «È un risultato che premia la coerenza e la determinazione con cui il Gruppo Autostrade ha integrato la sostenibilità nel proprio modello di business. Partecipare a un evento di questo rilievo, confrontandoci con le più avanzate realtà europee, è per noi un’opportunità di scambio estremamente utile. Continueremo a lavorare con responsabilità e trasparenza per essere parte del cambiamento, consapevoli che la crisi climatica esige azioni immediate e misurabili».
Nel Pd l’entusiasmo per la vittoria referendaria è stato parzialmente congelato dalla sortita di Giuseppe Conte immediatamente successive al risultato. Le primarie rilanciate, l’idea di farsi carico di una nuova riforma della giustizia (per conto di chi e in nome di cosa non è chiaro), quel tono da aspirante ri-presidente del Consiglio. No, non sono piaciute quelle frasi da apprendista stregone, pardon, da apprendista leader del campo largo (se non qualcosa di più). Da qui sembra venire l’idea di provare a non dar seguito alle iniziative contiane, rischiando però che diventino – in ogni caso – materia di dibattito pubblico giornalistico-televisivo.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il balletto delle primarie oscura la vittoria al referendum
I giornali parlano delle primarie, quando Elly Schlein vuole continuare a parlare di salario minimo, delle difficoltà dei giovani, eccetera eccetera.Per questo, anche per Matteo Orfini, deputato del Pd, è bene lasciare che Conte dica la sua, certo, ma senza dargli seguito. «Noi ci occupiamo d’altro», spiega, convinto che la strategia del Pd di questi mesi sia stata giusta. Per esempio sull’essere in piazza per Gaza. È anche da lì che arriva l’apporto dei giovani alla causa del No. Perché smettere proprio adesso?, ragiona l’ex presidente dem.
Matteo Orfini (Imagoeconomica).
Sembra condividere anche l’ala riformista del Pd: «A sinistra, siamo incredibili: neanche passate 24 ore dalla vittoria del No, ci siamo già infognati nella faida delle primarie. Coso il più lesto a sparigliare e buttarla in caciara. A ruota tutti, commentatori e umarell, cinture nere di candidature», scrive Filippo Sensi – che al referendum ha votato No – su X.
Comunque, a sinistra, siamo incredibili: neanche passate 24 ore dalla vittoria del NO, ci siamo già infognati nella faida delle primarie. Coso il più lesto a sparigliare e buttarla in caciara. A ruota tutti, commentatori e umarell, cinture nere di candidature
Resta da capire se lo schema identitario del Pd possa funzionare alle elezioni politiche. D’altronde non di soli rider può vivere il dibattito pubblico a sinistra, anche se per Schlein è senz’altro un buon punto di partenza. Il caso Conte però non può essere liquidato. Anche perché dentro il Pd c’è chi non disprezza affatto il capo dei cinque stelle. E nell’elettorato di sinistra Conte rimane un leader credibile, persino autorevole. I sondaggi dicono che sarebbe persino competitivo in uno scontro diretto con Giorgia Meloni, ma nel Pd si fa notare anche che c’erano sondaggisti che dicevano che con un’affluenza alta sarebbe cresciuto il consenso per il Sì (e invece no). Conte dunque sembra essere diventato un po’ una risorsa un po’ uno spauracchio; lo si evoca e lo si scaccia, ma in ogni caso non sembra poterne fare a meno, il Pd, anche per via della logica testardamente unitaria costantemente richiamata dalla segreteria Schlein. Un tentativo comunque verrà fatto: provare a ignorare quelle che qualcuno chiama «le provocazioni di Conte».
Elly Schlein e sullo schermo Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il No congela le ambizioni delle Picierno e dei centristi
Il risultato del referendum congela anche le ambizioni dei riformisti, non solo quelli che hanno votato Sì (Pina Picierno) ma anche quelli che hanno votato No. Schlein vuole intestarsi una battaglia che è stata vinta anche con la collaborazione straordinaria dei magistrati, che magari l’anno prossimo non parteciperanno alle Politiche. Senz’altro la sua leadership, almeno sul fronte interno, ne esce rafforzata ed è difficile che qualcuno, dentro il partito, abbia voglia di sfidarla. Diventa sempre più difficile anche cercare spazi fuori dal Pd, almeno in questa fase. Già prima le formazioni centriste non erano appetibili, ora forse lo sono ancora meno.
La prima Supermedia Agi/Youtrend dopo il referendum costituzionale che ha visto la vittoria del No, e dunque dell’opposizione, fotografa il sorpasso del campo largo (Pd-M5s-Avs-Iv e +E) sul centrodestra. In termini aggregati, l’attuale coalizione di governo mette insieme un 44,6 per cento, perdendo mezzo punto percentuale. Il campo largo si spinge invece al 45,4 per cento, guadagnando quasi un punto (+0,9).
#Supermedia Youtrend per @Agenzia_Italia dei sondaggi (e variazione rispetto al 5 marzo): FdI 28,2% (-0,6)⁰ PD 21,8% (+0,2)⁰ M5S 13,2% (+0,8) FI 8,9% (+0,2) AVS 6,7% (=) Lega 6,3% (-0,2) FN 3,6% (+0,4) Azione 3,0% (-0,3) IV 2,2% (=) +E 1,5% (-0,1) NM 1,2% (+0,1) pic.twitter.com/Zmk0YEyqRh
In base alla media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto che include sondaggi realizzati dal 12 al 25 marzo, Fratelli d’Italia registra un calo dello 0,6 per cento, scendendo al 28,2 per cento: si tratta del dato peggiore dalle Europee del 2024. Forza Italia sale all’8,9 per cento (+0,2) e di contro la Lega scende al 6,3 (-0,2). Il Partito democratico sale invece al 21,8 per cento (+0,2). Balzo del Movimento 5 stelle, che arriva al 13,2 per cento (+0,8). Stabili Alleanza Verdi e Sinistra (6,7 per cento) e Italia Viva (2,2 per cento). Azione cala al 3 per cento (-0,3) e +Europa all’1,5 per cento (-0,1). Cresce Futuro Nazionale, che sale al 3,6 per cento (+0,4). Noi Moderati si attesta all’1,2 (+0,1).
Nomine in dirittura d’arrivo in Mundys. Alessandro Benetton sale al vertice e diventa presidente della società attiva nel settore delle infrastrutture autostradali e aeroportuali. Andrea Mangoni verrà invece riconfermato amministratore delegato. È quanto filtra da fonti vicine all’azienda (precedentemente Atlantia e già Autostrade) in vista dell’assemblea del 30 marzo. Il presidente uscente Giampiero Massolo “scalerà” a vicepresidente, restando dunque nel team di Mundys.
Andrea Mangoni (Imagoeconomica).
Finora era vicepresidente
Benetton, che nel board uscente ha ricoperto il ruolo di vicepresidente, sarà presidente di Mundys per il prossimo triennio nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del gruppo «allo scopo di accelerarne la realizzazione dei piani di crescita e sviluppo», come riporta Ansa. Il nuovo incarico sarà affiancato a quello di numero uno di Edizione, la holding di famiglia che controlla appunto Mundys.
Giampiero Massolo e Alessandro Benetton (Imagoeconomica).
I nomi indicati per il nuovo cda
Sempre sulla base delle designazioni di Edizione, il cda che guiderà Mundys sarà composto da Enrico Laghi (ceo), Ermanno Boffa (membro del board), Christian Coco (chief investment officer), Stefania Dotto (investment director). Blackstone ha indicato i nomi di Peter Joseph Guarraia (senior managing director), Adam Neil Kuhnley (senior managing director) e Scott Schultz (managing director). Fondazione Crt ha indicato l’economista Carlo Cottarelli.
Visita a sorpresa di Volodymyr Zelensky a Riad. «Arrivati in Arabia Saudita. In programma importanti incontri. Apprezziamo il supporto e sosteniamo coloro che sono disposti a collaborare con noi per la sicurezza», ha scritto il presidente ucraino sui social.
Arrived in Saudi Arabia. Important meetings are scheduled. We appreciate the support and support those who are ready to work with us to ensure security. pic.twitter.com/5n6Qa72MID
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) March 26, 2026
Il motivo del viaggio di Zelensky in Arabia Saudita
Nei giorni scorsi, Zelensky ha annunciato l’invio da parte dell’Ucraina di specialisti militari in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, per condividere l’esperienza maturata in quattro anni di guerra con la Russia e aiutare le forze armate locali a intercettare i droni iraniani Shaed. Secondo Zelensky, Mosca avrebbe iniziato a fornire velivoli a pilotaggio remoto a Teheran e ne starebbe potenziando le difese aeree. Proprio oggi, giovedì 26 marzo, Zelensky ha confermato l’invio di 200 specialisti anti-drone in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Kuwait.
Zelensky era stato in Arabia Saudita anche a marzo 2025
Zelensky era stato in Arabia Saudita anche un anno fa, in quell’occasione non a Riad ma a Gedda, in occasione dei colloqui tra funzionari ucraini e statunitensi su un’eventuale tregua nella guerra con la Russia. Il capo della Bankova non aveva preso parte ai colloqui, ma aveva incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.
Il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti sta valutando la possibilità di dirottare verso il Medio Oriente armamenti destinati all’Ucraina. Lo scrive il Washington Post, citando tre fonti vicine al Pentagono secondo cui la guerra in Iran sta riducendo le scorte di munizioni più cruciali delle forze armate americane.
Quali armi potrebbero finire in Medio Oriente
Tra le munizioni più richieste nel conflitto in Medio Oriente ci sono gli intercettori ad alta tecnologia per la difesa aerea, compresi i sistemi Patriot e Thaad, ordinati da Kyiv tramite un programma Nato avviato nel 2025, in base al quale sono i Paesi partner a pagare le armi Usa per l’esercito ucraino. Separatamente, il Pentagono ha notificato al Congresso l’intenzione di dirottare circa 750 milioni di dollari di fondi forniti dai Paesi Nato attraverso il programma Purl (Prioritized Ukraine requirements list) per ricostituire le scorte militari nazionali, anziché destinarli a Kyiv.
Gli Usa hanno già speso più di 30 miliardi di dollari
Anche se non è stata ancora presa una decisione definitiva, il solo fatto che gli Usa stiano valutando una mossa del genere non fa che mettere in luce i crescenti compromessi necessari per sostenere la guerra contro l’Iran, dove il Comando Centrale degli Stati Uniti ha colpito oltre 9 mila obiettivi in poco meno di quattro settimane di combattimenti, con un enorme esborso economico, già superiore (secondo le stime) a 30 miliardi di dollari. Secondo Axios, che cita due funzionari statunitensi, Washington sta lavorando a opzioni militari contro Teheran che potrebbero includere l’uso delle forze di terra e una massiccia campagna di bombardamenti.
L’Istituto per le Opere di Religione (Ior) ha annunciato che il lussemburghese François Pauly è stato nominato prossimo presidente del Consiglio di Sovrintendenza: la scelta è stata approvata dalla Commissione Cardinalizia il 28 gennaio. Succederà a Jean-Baptiste Douville de Franssu, che ricopre l’incarico dal 2014: l’attuale presidente resterà in carica fino alla riunione del Consiglio prevista per il 28 aprile, quando saranno approvati i risultati finanziari dello Ior al 31 dicembre 2025.
Chi è François Pauly
Pauly è membro del Consiglio di Sovrintendenza dal 2024 e, come sottolinea lo stesso Ior in una nota, «vanta una solida esperienza nel settore finanziario». Ha iniziato la carriera in ambito bancario alla fine degli Anni 80, ricoprendo nel corso dei decenni incarichi di primo piano in diversi Paesi europei. In Italia è stato vice amministratore delegato di Dexia Crediop nel biennio 2002-2003. In seguito è stato ceo di Banque Internationale à Luxembourg (2011-2016) e membro del cda del Fondo Pensioni Vaticano (2017-2021). Nel board di diverse società nei settori assicurativo, bancario e dell’asset management in Lussemburgo, Svizzera e Belgio, Pauly è attualmente presidente di La Luxembourgeoise Group e fa parte della Commissione per gli Affari Economici dell’Arcidiocesi di Lussemburgo.
Il Parlamento europeo, con 581 voti a favore 21 contrari e 42 astenuti, ha dato semaforo verde alla direttiva che stabilisce a livello comunitario le fattispecie dei casi di corruzione che devono essere qualificate come reati dai Paesi Ue. Tra esse, oltre alla corruzione nel settore pubblico e in quello privato, figurano l’appropriazione indebita, l’ostruzione della giustizia, il traffico di influenze. Presente nella lista anche un articolo dedicato all’abuso d’ufficio, definito «esercizio illecito di funzioni pubbliche», reato che dunque l’Italia dovrà reintrodurre.
L’obiettivo della direttiva anticorruzione
Il nuovo quadro adottato dall’Ue mira a colmare le lacune nell’applicazione delle norme, in particolare nei casi transfrontalieri, modernizzando le regole, allineando le definizioni giuridiche e introducendo livelli comuni di sanzioni.
Bandiere dell’Ue all’esterno di Palazzo Berlaymont (Ansa).
Tra gli italiani solo Vannacci ha votato contro
La direttiva anticorruzione approvata dal Parlamento di Strasburgo ha ottenuto il voto favorevole di tutti gli eurodeputati italiani, tranne uno: Roberto Vannacci. In generale, gli unici a schierarsi contro sono state alcune delegazioni del gruppo dei Patrioti e in particolare quelle spagnole, belghe, portoghesi e polacche.
Via libera dell’Eurocamera all’accordo Ue-Usa sui dazi, ma con delle condizioni. I deputati di Strasburgo, riuniti in sessione plenaria, hanno adottato a larga maggioranza la loro posizione su due proposte legislative che attuano gli aspetti tariffari dell’accordo commerciale Ue-Usa stretto nell’estate del 2025 al golf resort di Turnberry, in Scozia, da Ursula von der Leyen e Donald Trump. In vista delle trattative con i Paesi Ue sono stati introdotti tre paletti: una clausola di sospensione in caso di introduzione da parte degli Stati Uniti di nuove tariffe; una clausola “sunrise” che ne subordina l’entrata in vigore al rispetto degli impegni da parte di Washington; una clausola “sunset” che fissa le scadenze al 31 marzo 2028, salvo rinnovo.
Ursula von der Leyen e Donald Trump (Ansa).
Cosa cambierà con l’adozione dei due atti legislativi
I due atti legislativi sono stati adottati con 417 voti a favore e 154 contrari, con 71 astensioni (adeguamento dei dazi doganali e apertura di contingenti tariffari per l’importazione di alcuni beni originari degli Stati Uniti); e con 437 voti a favore e 144 contrari, con 60 astensioni (non applicazione dei dazi doganali sulle importazioni di alcuni beni). Se concordati con i governi dell’Ue, i due testi elimineranno la maggior parte dei dazi sui beni industriali Usa e garantiranno un accesso preferenziale al mercato per un’ampia gamma di prodotti ittici e agricoli statunitensi, in linea con gli impegni assunti nell’estate 2025 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. La missione diplomatica degli Stati Uniti presso l’Ue, si legge in una nota, ha accolto «con favore il voto odierno del Parlamento europeo», che «garantisce la stabilità e la prevedibilità richieste dalle parti interessate americane ed europee, favorendo la crescita economica e la competitività» di entrambe le economie.
Il terremoto scatenato dalla vittoria del No al referendum dopo Fratelli d’Italia (dove è in corso una guerra tra correnti dopo le dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè), ha colpito pure Forza Italia. La delusione per la mancata riforma in nome del padre avrebbe spinto Marina Berlusconi a intervenire per accelerare quel cambio di passo più volte evocato da Arcore. La prima vittima in casa azzurra è Maurizio Gasparri che ha lasciato la poltrona di capogruppo al Senato.
Il passo indietro è arrivato dopo la lettera con cui 14 senatori azzurri (su 20 del gruppo) – compresi, a quanto pare, i ministri Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati – chiedevano di sostituire il capogruppo a Palazzo Madamaper salvaguardare l’unità del partito. Per sostituirlo è stata Stefania Craxi, che ha battuto la concorrenza di Licia Ronzulli. Gasparri, a sua volta, potrebbe prendere il posto della figlia di Bettino, come presidente della Commissione Esteri al Senato.
Licia Ronzulli e Stefania Craxi (Imagoeconomica).
Nel mirino degli eredi del Cav c’è dunque il cerchio magico laziocentrico di Antonio Tajani che, per il momento, non sembra coinvolto nel repulisti. Il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, fedelissimo e consuocero del vicepremier, alla domanda di Repubblica se tema un’iniziativa analoga contro di lui a Montecitorio si è limitato a rispondere: «Mi sto occupando di altre cose. Non ho notizie, a me non hanno detto niente». E, come Alberto Sordi nei panni dell’attore fallito Gastone, nell’omonimo film di Mario Bonnard, che a ogni disgrazia commentava «a me m’ha rovinato la guerra», Barelli assicura: «Colpa della guerra se ha vinto il no».
Paolo Barelli, capogruppo Forza Italia alla Camera (Imagoeconomica).
Federalberghi ringrazia la Santa
«Salutiamo la senatrice Santanchè con un ringraziamento per l’impegno al servizio del settore turismo e per l’attenzione che ha dedicato alle esigenze delle imprese». È il commento del presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, alle dimissioni della ministra del Turismo. Non solo: per Bocca, «dinamismo e capacità di ascolto sono i tratti principali che hanno caratterizzato i tre anni e mezzo trascorsi alla guida del ministero». Il terremoto a via di Villa Ada – in attesa del nuovo inquilino – arriva in un momento delicato per il settore turistico che sta pagando caro le conseguenze della guerra in Medio Oriente. Secondo un’analisi realizzata dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoviaggi Confesercenti su un campione di 681 agenzie, dall’inizio delle ostilità a oggi si stimano oltre 7.100 prenotazioni cancellate, riprogrammate o dirottate verso altre destinazioni, con un impatto economico complessivo che, nelle prime settimane, raggiunge già quasi 100 milioni di euro.
Bernabò Bocca e Daniela Santanchè (Imagoeconomica).
Prodi porta Mario Monti al ristorante
Romano Prodi ama la buona tavola. E lo ha dimostrato portando il senatore a vita Mario Monti al ristorante bolognese Al Cambio, il regno di Piero Pompili. Chissà di che avranno discusso i due professori tra un piatto e l’altro…
Passera a Londra per salutare l’ambasciatore Lambertini
Qualche giorno fa, un nutrito gruppo di ospiti ha affollato la residenza dell’ambasciatore italiano a Londra per salutare Inigo Lambertini che ha festeggiato il suo addio alla Capitale britannica per fine mandato e carriera. Dei tanti invitati – dal politico conservatore Sir Edward Leigh al presidente della Camera di Commercio Italiana nel Regno Unito Roberto Costa – uno solo ha incuriosito tutti: Corrado Passera, volato da Milano a Londra per l’evento. Dopo che Banca Ifis di Ernesto von Fürstenberg Fassio ha acquisito la sua Illimity, Passera era tornato in scena come candidato alla guida di Mps, ma il cda gli ha preferito Fabrizio Palermo.
Corrado Passera (Imagoeconomica).
Domenica delle Palme, Franceschini riunisce i diccì
L’ex ministro dei Beni culturali Dario Franceschini si sta muovendo moltissimo. E si sa, quando si muove Franceschini qualcuno nel Partito democratico trema. Per esempio non è passato inosservato il pranzo con la sindaca di Genova Silvia Salis, che si è detta contraria alle Primarie per il campo largo. Franceschini organizza pure convegni. La sua “officina” situata a poca distanza dalla stazione Termini è sempre operativa e ora è impegnata all’appuntamento di domenica prossima, che poi è quella delle Palme: la celebrazione del cinquantesimo anniversario di Benigno Zaccagnini, segretario della Democrazia cristiana. Per questo Franceschini ha chiamato a raccolta Pier Ferdinando Casini, Rosy Bindi, Leoluca Orlando, Calogero Mannino, Gianfranco Rotondi, Clemente Mastella, Bruno Tabacci, Pierluigi Castagnetti.
Sono in corso perquisizioni da parte della Guardia di Finanza presso il ministero della Difesa e nelle sedi di Rete Ferroviaria Italiana, di Terna – società che gestisce la rete elettrica nazionale – e di Polo Strategico Nazionale. Le perquisizioni stanno avvenendo nell’ambito di una indagine della Procura di Roma (sviluppo di quella su Sogei) in cui sono stati ipotizzano i reati di corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio, oltre alla turbativa d’asta e al traffico di influenze illecite. Al centro dell’indagine, che ha portato all’iscrizione nel registro di 26 persone, ci sono presunte irregolarità negli appalti informatici.
Maurizio Gasparri, sfiduciato dai senatori del suo partito, si è dimesso da capogruppo di Forza Italia in Senato. Per le 16:30 è stata convocata a Palazzo Madama una riunione dei senatori di FI. Questo l’ordine del giorno, firmato dallo stesso Gasparri: “Dimissioni presidente del gruppo. Elezione nuovo presidente del gruppo”.
Le firme raccolte (da Claudio Lotito) per far sì che Gasparri lasciare la carica sono in tutto 14, su un totale di 20 senatori azzurri. Tra esse anche quelle dei ministri Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo. Non ha invece firmato Anna Maria Bernini. A spingere per l’uscita di Gasparri è stata anche la famiglia Berlusconi. A prendere il posto dell’ormai ex capogruppo dovrebbe essere Stefania Craxi.
Maurizio Gasparri e Stefania Craxi (Imagoeconomica).
Fonti israeliane hanno annunciato uccisione dell’ammiraglio iraniano Alireza Tangsiri, dal 2018 comandante della Marina del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e, pertanto, tra i principali responsabili della chiusura da parte dei pasdaran del transito internazionale nello Stretto di Hormuz. L’uccisione di Tangsiri sarebbe avvenuta durante un attacco condotto dall’IDF sulla città costiera di Bandar Abbas, affacciata sul Golfo Persico. Tangsiri nel 2019 era stato sanzionato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti come terrorista globale. Nel 2024 gli Usa avevano poi disposto misure secondarie nei suoi confronti a causa della presenza nel cda della Paravar Pars Company, società militare iraniana che sviluppa droni, a sua volta sanzionata dagli Stati Uniti. La morte di Tangsiri è stata poi confermata da Israel Katz. «Le nostre forze armate vi daranno la caccia e vi elimineranno uno per uno», ha detto il ministro della Difesa israeliano rivolgendosi ai pasdaran: «Continueremo a operare in Iran con tutte le nostre forze per raggiungere gli obiettivi della guerra».
Una petroliera battente bandiera turca, che «aveva caricato petrolio greggio dalla Russia», è stata attaccata nel Mar Nero, probabilmente da «un veicolo di superficie senza equipaggio a livello dell’acqua». Lo ha reso noto Abdulkadir Uraloglu, ministro dei Trasporti turco. Segnalata un’esplosione nella sala macchine, «presa di mira specificamente». Illesi i 27 membri dell’equipaggio.
Abdulkadir Uraloglu (Ansa).
L’attacco è avvenuto a 24 chilometri dall’entrata settentrionale del Bosforo
Secondo l’emittente turca Ntv, al momento dell’attacco la petroliera partita dalla Russia trasportava 140 mila tonnellate di petrolio e si trovava a circa 24 chilometri dall’entrata settentrionale del Bosforo: il raid è avvenuto dunque non troppo lontano da Istanbul.
La petroliera è stata sanzionata da Unione europea, Svizzera, Ucraina e Regno Unito
Il portale turco Haber Denizde scrive che la petroliera è stata sanzionata tra ottobre 2025 e febbraio 2024, nell’ordine, da Unione europea, Svizzera, Ucraina e Regno Unito. La nave, che in precedenza operava nella flotta della Besiktas Maritime con il nome di ‘Besiktas Dardanelles’, è stata acquisita a maggio del 2024 dalla Kayseri Shipping (con sede a Panama) e ribattezzata ‘Kayseri’. A novembre del 2025 la nave è stata comprata dalla Pergamon Maritime, con sede a Istanbul: da allora si chiama ‘Altura‘.