Dopo giorni di proclami in senso contrario, Donald Trump ha esteso il cessate il fuoco con l’Iran, in scadenza oggi, fino al momento in cui arriverà una proposta dalla Repubblica Islamica e «le discussioni saranno concluse, in un senso o nell’altro». In questo contesto, il viaggio del vice JD Vance a Islamabad – inizialmente dato solo come sospeso – è stato «rinviato a tempo indeterminato», scrive Axios citando fonti di Washington. Resta intanto in vigore il blocco navale Usa.
JD Vance (Ansa).
Il consigliere di Ghalibaf: «La proroga della tregua è una trappola»
«La proroga del cessate il fuoco è certamente uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», ha dichiarato Mahdi Mohammadi, consigliere di Mohammad Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore. Quest’ultimo, però, ha fatto sapere di non condividere questa osservazione. «In qualità di presidente dell’Assemblea Consultiva Islamica, il signor Ghalibaf si avvale della consulenza di stimati esperti in ambito culturale, economico, sociale, politico e in altri settori, dalle cui opinioni trae sempre beneficio. Tuttavia, le opinioni espresse da questi consulenti, che è loro naturale diritto, non rappresentano necessariamente la posizione ufficiale del signor Ghalibaf», ha dichiarato un alto funzionario del parlamento all’agenzia Tasnim.
Trump: «Senza blocco navale non ci sarebbe mai un accordo»
Dopo la proroga della tregua, Trump ha scritto di Truth di non aver intenzione di togliere il blocco navale nello Stretto di Hormuz, perché questo impedirebbe un accordo: «L’Iran lo vuole aperto per poter guadagnare 500 milioni di dollari al giorno (che è, quindi, la cifra che perde se viene chiuso!) […] Quattro giorni fa alcune persone mi hanno avvicinato dicendomi: “Signore, l’Iran vuole aprire lo Stretto, immediatamente”. Ma se lo facessimo, non ci sarebbe mai un accordo con l’Iran, a meno che non facessimo saltare in aria il resto del loro Paese, compresi i loro leader!». Teheran ha chiarito che i negoziati potranno iniziare dopo la revoca del blocco navale, aggiungendo che, in ogni caso, non intende trattare con gli Stati Uniti dei suoi programmi nucleare e missilistico. Secondo Axios, uno dei motivi che hanno spinto Trump a prorogare la tregua è che Stati Uniti e il mediatore Pakistan si aspettano che il leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, risponda oggi all’ultima proposta di Washington.
Un murale anti-Usa a Teheran (Ansa).
Per le Nazioni Unite è un «passo importante verso la de-escalation»
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha accolto con favore la decisione di Trump di estendere il cessate il fuoco con Teheran. «Questo è un passo importante verso la de-escalation e la creazione di uno spazio cruciale per la diplomazia e la costruzione della fiducia tra Iran e Stati Uniti». L’ambasciata di Teheran presso l’Onu ha però condannato gli Usa per una condotta che presenta «i tratti distintivi della pirateria», dopo che le forze americane hanno attaccato nel Mar d’Oman una nave mercantile iraniana.
I pasdaran tornano a minacciare i Paesi del Golfo Persico
Intanto, però, i Guardiani della rivoluzione hanno aggiornato la lista dei possibili obiettivi nel Golfo Persico, nel caso dovesse riprendere la guerra: non più siti militari Usa, ma impianti di produzione energetica. Tra essi giacimenti petroliferi e raffinerie in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar. «Se i Paesi confinanti a sud consentiranno ai nemici di utilizzare il loro territorio e le loro strutture per attaccare il popolo iraniano, dovranno dire addio alla produzione petrolifera in Medio Oriente», ha avvertito il generale Seyyed Majid Mousavi, comandante della forza aerospaziale dei pasdaran.
Tragedia familiare a Catanzaro, dove una donna di 46 anni si è lanciata dal terzo piano con in braccio i tre figli di quatto mesi, quattro anni e cinque anni. Lei è morta sul colpo insieme ai due bimbi più piccoli, mentre la terza è rimasta gravemente ferita ed è stata ricoverata nel reparto di Rianimazione dell’ospedale cittadino. Sul posto sono intervenuti la pm di turno Graziella Viscomi, che coordina le indagini, la Polizia e il personale del 118. Le cause del gesto non sono al momento note. I vicini hanno descritto la donna come una persona tranquilla, schiva e molto religiosa. Lavorava in una struttura sanitaria ed era molto attiva nella vicina parrocchia del SS Salvatore. In casa, al momento dei fatti, c’era anche il marito, il quale si sarebbe svegliato sentendo dei rumori. Compreso ciò che era successo, è sceso in strada e ha provato a rianimare i bambini prima dell’arrivo dei sanitari. La tragedia ha scosso la città e il Comune di Catanzaro proclamerà il lutto cittadino.
Il Wall Street Journal lo ha confermato domenica 20 aprile: il governatore della Banca centrale degli Emirati Arabi, Khaled Mohamed Balama, ha chiesto al segretario al Tesoro Scott Bessent e a funzionari della Federal Reserve l’apertura di una swap line valutaria — una linea di creditod’emergenza in dollari — durante gli Spring Meetings del FMI a Washington. La notizia conferma ciò che Lettera43 scriveva già a marzo: la narrazione distabilità emiratina è una costruzione fragile, e i numeri la stanno demolendo. Gli emiratini hanno argomentato che è stata la decisione di Donald Trump ad attaccare l’Iran a coinvolgerli nel conflitto. E hanno aggiunto un dettaglio che suona come una minaccia: se gli UAE finiscono i dollari, potrebbero usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Per un Paese il cui dirham è agganciato al dollaro, minacciare il passaggio allo yuan è l’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio. Ma è il segnale che la situazione è più grave di quanto Abu Dhabi voglia ammettere.
MBZ con Donald Trump (Ansa).
Perché la crescita del 3 per cento è un miraggio
A gennaio, prima della guerra, l’FMI proiettava una crescita del 5 per cento. L’ultimo World Economic Outlook del 14 aprile l’ha ridotta al 3,1 per cento, e quello è lo scenario ottimistico. Nello scenario avverso la crescita del MENA (Middle East and North Africa) scende all’1,1 per cento. Ma quel 3,1 per cento è un numero sulla carta. Per trasformarsi in Pil reale servono liquidità, infrastrutture funzionanti e fiducia degli investitori. Gli UAE non hanno nessuna delle tre. Un Paese che chiede swap line d’emergenza non cresce del 3 per cento. Un Paese le cui banche hanno rilasciato simultaneamente il buffer anticiclico e quello di conservazione del capitale — come ha fatto la Banca centrale il 18 marzo — non è un Paese i cui fondamentali sono «solidi».
Il crollo della «Little Sparta» del Golfo
Secondo la comunicazione ufficiale di Abu Dhabi, pressoché tutti i danni subiti dal Paese sono stati causati da «detriti caduti a seguito di intercettazioni riuscite». Detriti prodigiosi, bisogna ammetterlo: hanno incendiato lo Shah gas field (20 per cento del gas domestico emiratino), devastato il petrolchimico Borouge, distrutto oil tank e raffineria a Fujairah, colpito il porto di Khor Fakkan, danneggiato l’oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e costretto al fermo precauzionale la raffineria di Ruwais. Se i detriti delle intercettazioni fanno tutto questo, viene da chiedersi cosa farebbero i missili se arrivassero a destinazione. In realtà, il ministero della Difesa ha dichiarato di aver affrontato 537 missili balistici, 2.256 droni e 26 missili cruise, 2.819 vettori d’attacco in cinque settimane. La matematica della propaganda emiratina funziona così: ogni colpo è intercettato, ogni danno è un detrito, e l’infrastruttura energetica si è autodistrutta per cause accidentali.
Il porto di Fujairah (Ansa).
L’Iran non voleva conquistare gli Emirati. Voleva dare un esempio. E l’esempio è stato devastante. In cinque settimane Teheran ha dimostrato quanto valesse la punta di lancia dell’asse Usa-Israele nel Golfo, quella «Little Sparta» di cui Mohammed bin Zayed andava tanto fiero, ripetuta con reverenza nei think tank di Washington e nei corridoi del Pentagono. La risposta, ora, è sotto gli occhi di tutti: niente. Al primo contatto con la realtà, la punta di lancia si è afflosciata, appiattita, disintegrata. Una definizione sulla carta, buona per i convegni e le foto con i generali americani. Gli UAE avevano proxy paramilitari in Yemen, Somalia, Libia e Sudan. Avevano i sistemi antimissile più avanzati del mercato. Avevano un budget della difesa da potenza media europea. Non avevano la capacità di proteggere i propri impianti petroliferi da sciami di droni da poche migliaia di dollari l’uno. A fine marzo, UAE e Kuwait avevano consumato il 75 per cento delle scorte di intercettori Patriot, il Bahrain l’87 per cento. La lezione iraniana è stata limpida: il prezzo dell’allineamento con Washington e Tel Aviv si paga in infrastrutture bruciate, e chi si vende come punta di lancia finisce per essere il primo bersaglio.
Il principe ereditario Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).
Il viaggio a Pechino del principe ereditario…
Il 12 aprile il principe ereditario Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed è atterrato a Pechino. Il 14 è stato ricevuto da Xi Jinping. Ventiquattro accordi firmati. La visita avviene nel contesto in cui i funzionari emiratini dicono agli americani che senza dollari passeranno allo yuan. Il sistema cinese CIPS ha processato a marzo 135 miliardi di dollari giornalieri, +50 per cento. Il Project mBridge — piattaforma blockchain di cui gli UAE sono cofondatori — ha già processato 55 miliardi in scambi, con lo yuan al 95 per cento del volume. Ogni volta che il bluff viene esposto — e il WSJ lo ha appena fatto — la credibilità del bluffatore diminuisce.
La delegazione cinese guidata da Xi Jinping e quella emiratina guidata da Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).
… E lo shopping londinese dello zio
Mentre Balama mendica dollari a Washington e il figlio di MBZ cerca alternative a Pechino, il fratello di MBZ — Sheikh Tahnoon bin Zayed, vicepresidente, capo dell’intelligence, chairman di IHC — fa shopping a Londra. L’11 aprile, DIAFA (affiliata IHC) ha acquisito una quota di maggioranza nell’impero di Richard Caring per 1,4 miliardi di sterline: The Ivy Collection, Annabel’s, Scott’s, Sexy Fish, Harry’s Bar, George, Mark’s Club. Il CEO di IHC ha dichiarato al Financial Times di voler spendere «36 miliardi di dollari ogni 18 mesi». A febbraio ha lanciato Judan Financial con 237 miliardi di dollari di asset in gestione. La contraddizione è irrisolvibile. O la crisi di liquidità è reale — e allora Tahnoon sta distraendo risorse mentre il Paese chiede l’elemosina — oppure è gonfiata per ottenere aiuti americani, e gli UAE stanno mentendo ai propri alleati. Tertium non datur.
Da sinistra il primo ministro britannico Keir Starmer, Mohamed bin Zayed con accanto il fratello Tahnoon bin Zayed (Ansa).
La trappola in cui si sono infilati gli Emirati
L’emirato ha raccolto 4,5 miliardi di dollari in debito d’emergenza, pagando un premio pur di avere i soldi subito. Il Bahrain ha aperto una swap line da 5 miliardi con gli UAE: due naufraghi che si prestano il salvagente. L’IEA (l’International Energy Agency) ha definito la situazione «lo shock petrolifero più grave della storia». La World Bank ha tagliato la crescita del GCC (Gulf Cooperation Council) dal 4,4 all’1,3 per cento. Un consulente di wealth management a Singapore ha riferito che più della metà dei suoi 13 clienti emiratini stava valutando di spostare tutto. Un avvocato di patrimoni privati ha riportato che tre dei suoi venti clienti — con asset medi di 50 milioni — pianificavano trasferimenti urgenti. Dubai ha ridotto il limite di oscillazione in Borsa dal 10 al 5 per cento. Le autorità hanno dovuto smentire notizie su blocchi ai prelievi degli investitori stranieri. Il fatto stesso di doverlo fare dice tutto. Mohammed bin Zayed ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura. Quella scommessa assumeva un Iran rapidamente sconfitto e gli UAE come nodo indispensabile del nuovo ordine. Nessuno di quegli scenari si è materializzato. Gli UAE assorbono le ripercussioni senza poter uscire dall’alleanza, per paura di perdere la copertura americana. Una trappola perfetta, costruita con le proprie mani. Chi apre un conto a Singapore non torna facilmente a Dubai. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita. La parola del beduino di Abu Dhabi ora porta un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano cari.
Alla fine Giuseppina Di Foggia si è ‘arresa’. Dopo l’aut aut di Giorgia Meloni, l’ad uscente di Terna ha rinunciato alla buonuscita da 7,3 milioni di euro per poter traslocare in Eni. Lo ha reso noto martedì sera la società con un comunicato. «L’ing. Giuseppina Di Foggia ha manifestato la sua disponibilità alla sottoscrizione di un accordo finalizzato alla rinuncia dell’indennità di fine rapporto». Ulteriori comunicazioni saranno diffuse «al completamento delle procedure previste dalla normativa e nel pieno rispetto dei principi di corporate governance».
La precisazione del Mef e l’aut aut di Meloni
La richiesta di un’indennità di 7,3 milioni di euro da parte dell’uscente Di Foggia, indicata alla presidenza dell’Eni, aveva spinto il Mef a ricordare le direttive del 2023 per limitare o escludere le indennità da corrispondere a fine mandato per scadenza naturale o dimissioni volontarie nelle società partecipate. Nel pomeriggio era poi intervenuta la premier che dal Salone del Mobile aveva invitato la manager a scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buonuscita di Terna. «Questa credo che sia una scelta di Di Foggia», aveva sottolineato Meloni. «Penso che debba scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buonuscita da Terna, mi pare abbastanza semplice la questione». Per la formalizzazione dell’accordo di rinuncia bisognerà attendere il prossimo cda, dopo di che Di Foggia dovrebbe presentare le sue dimissioni entro il 5 maggio per poter passare al Cane a sei zampe. L’assemblea di Eni è stata convocata per il 6 maggio, mentre quella di Terna il 12.
L’addio definitivo è arrivato il 16 aprile 2026, ma la spina in realtà era stata staccata oltre 10 anni prima. La Condé Nast internazionale ha annunciato lo stop di Wired in Italia. Una testata lanciata nel nostro Paese nel 2009 e che, di fatto, era già stata chiusa nel 2015, anche se probabilmente nessuno se ne era accorto: niente più mensile cartaceo, restava attivo solo il sito con pochissime risorse e qualche evento sul territorio targato Wired.
Matteo Renzi durante un evento Wired nel 2016 (foto Ansa).
L’ufficialità di un progetto editoriale che termina scatena sempre una ridda di lacrime di coccodrillo, anche se in questo caso il prodotto aveva perso da anni il suo senso. E lo shock di migliaia di fantomatici appassionati di Wired (che se solo avessero acquistato le edizioni digitali o visitato più spesso il sito forse avrebbero contribuito alla sopravvivenza in Italia di quella testata) ha ricordato molto gli strazi recenti per la chiusura del canale televisivo Mtv Music: tutti a commemorare i bei tempi di programmi come Kitchen e TRL, dei veejay, peccato che fossero passati 25 anni e, da decenni, nessuno guardasse più i videoclip su Mtv.
L’inizio della fine della Condé Nast in Italia ha una data precisa
Il 29 aprile esce nelle sale italiane Il Diavolo veste Prada 2, sequel del film che nel 2006 celebrò una figura mitica di direttrice Condé Nast alla Anna Wintour, interpretata da Meryl Streep. Ebbene, da giugno 2025 neppure la Wintour è più direttrice di Vogue Usa, e l’inizio della fine della Condé Nast in Italia si può datare in un giorno preciso: 22 dicembre 2016, quando è morta Franca Sozzani, la Wintour italiana, direttrice editoriale del gruppo e storica direttrice di Vogue Italia.
Anna Wintour (foto Imagoeconomica).
Nel 2013 lavoravano 175 giornalisti, a fine 2024 solo 45
Solo il prestigio della Sozzani, infatti, aveva mantenuto salda l’identità italiana della società. Poi, lentamente, il senso di filiale di un colosso americano ha prevalso, con dirigenti stranieri, direzioni meno carismatiche, una grande sinergia continentale sui contenuti (che in molti casi arrivano da Londra), tagli del personale e ricambio generazionale. Basta un dato: nel 2013 alla Condé Nast Italia lavoravano 175 giornalisti. A fine 2024, ultimo dato ufficiale disponibile, erano 45.
Franca Sozzani (foto Imagoeconomica).
Il digitale, nonostante gli sforzi, pesa ancora poco sui ricavi
La casa editrice ha certamente cambiato pelle, riducendo le pubblicazioni (Wired è solo l’ultima di tante altre chiusure), spostando il tiro sul digitale e su una organizzazione più continentale e meno centralizzata a livello di singolo Paese. Da qualche anno i ricavi si sono stabilizzati attorno ai 65-68 milioni di euro annui, anche se la gran parte (il 52 per cento nel 2024) arriva ancora dalle edizioni cartacee italiane di Vanity Fair, Vogue, La Cucina italiana o AD (Architectural Digest), mentre il digitale, nonostante gli sforzi, pesa solo per il 33 per cento, con un 15 per cento di incassi, infine, dagli eventi fisici sul territorio. Non ci sono tensioni sui conti, e nel 2024 gli utili sono stati pari a 3,7 milioni di euro per un organico complessivo a quota 256 unità (258 nel 2023).
La copertina di Wired dedicata a Giorgio Napolitano, uomo dell’anno nel 2011 (foto Ansa).
Vanity Fair, che non riesce più a uscire ogni settimana e quindi non viene più considerato un settimanale da Ads (istituto che certifica le vendite dei giornali), dal dicembre 2018 è diretto da Simone Marchetti, che cura pure le edizioni in Spagna e Francia. Vanity Fair Italia vende in media circa 52 mila copie a numero; dopo il lungo regno di Franca Sozzani, a Vogue Italia c’è stato Emanuele Farneti fino al 2021, quando la carica di direttore è stata cancellata. Dal 2021 la responsabile editoriale è Francesca Ragazzi. Ora Vogue Italia vende circa 28 mila copie a numero.
Simone Marchetti (foto Imagoeconomica).
La Cucina italiana (che nella primavera 2025 ha chiuso il progetto La Scuola di cucina) e Traveller sono diretti da Maddalena Fossati Dondero, dal febbraio 2026 Federico Sarica guida GQ, mentre dall’ottobre 2025 Asad Syrkett è in sella ad AD Italia.
Maddalena Fossati (foto Imagoeconomica).
Ma, ovviamente, la Condé Nast 2026 non ha quasi nulla a che spartire con quella governata per molti anni da Giampaolo Grandi e da Franca Sozzani. I vertici, infatti, sono tutti stranieri: l’amministratore delegato è Natalia Gamero del Castillo, che siede nel consiglio di amministrazione della casa editrice con altri due manager non italiani come Jason Miles e Antonious Porch. E anche la sede Condé Nast, un tempo tra le centralissime piazzale Cadorna e piazza Castello, da aprile 2025 è invece in un’anonima palazzina di via Bordoni, zona Melchiorre Gioia a Milano.
Le Forze di Difesa israeliane hanno annunciato la rimozione dal servizio operativo del soldato che aveva vandalizzato una statua di Gesùnel sud del Libano, colpendone la testa con una mazza, e dell’altro militare che ha filmato la profanazione. Entrambi saranno inoltre sottoposti a 30 giorni di detenzione militare, ha aggiunto l’IDF. «Le truppe rimaste sul posto sono state convocate per un colloquio di chiarimento che si terrà in seguito, dopo il quale verranno prese ulteriori misure a livello di comando», si legge in un comunicato dell’esercito di Tel Aviv.
Non bastavano gli indici di gradimento in picchiata. Adesso Donald Trump comincia anche a perdere il sostegno dei sostenitori più accesi. Come il noto podcaster MAGA ed ex presentatore di Fox News Tucker Carlson, che ha preso definitivamente le distanze dal presidente Usa, assumendosi con tono affranto la responsabilità del suo ritorno al potere. Il mea culpa di Carlson è arrivato nel corso di una conversazione col fratello Buckley, ex speechwriter del tycoon.
Donald Trump e Tucker Carlson (Ansa).
Carlson fu licenziato da Fox News per le teorie complottiste sulla vittoria rubata di Biden
«Tu hai scritto discorsi per lui, io ho fatto campagna elettorale per lui. Insomma, siamo sicuramente implicati in questa vicenda», ha detto rivolgendosi al fratello durante una puntata del The Tucker Carlson Show: «Penso che sia il momento di fare i conti con la nostra coscienza. Ne saremo tormentati a lungo. Io lo sarò. E voglio dire che mi dispiace aver tratto in inganno tante persone, non era mia intenzione». Sebbene nel 1999 lo avesse definito «la persona più ripugnante del pianeta», Carlson fu tra i primi a chiedere che The Donald venisse preso sul serio quando si candidò alle primarie repubblicane nel 2016. Licenziato da Fox News per le teorie complottiste sulla vittoria rubata di Joe Biden nel 2020 (e il sostegno a Vladimir Putin), quando poi Trump si è riproposto per un secondo mandato quattro anni dopo, Carlson gli ha tirato la volata per tutta la campagna elettorale, intervenendo anche un suo comizio a pochi giorni dal voto. Ora la rottura.
Tucker Carlson (Ansa).
Trump lo aveva definito «una persona con un QI basso e molto sopravvalutata»
Carlson si è detto in disaccordo con Trump sul sostegno degli Stati Uniti a Israele e sulla guerra che i due Paesi hanno intrapreso contro l’Iran, definendo «vile sotto ogni punto di vista» il linguaggio usato dal tycoon nei confronti della Repubblica Islamica. Il mea culpa di Carlson arriva a stretto giro da un duro attacco di Trump ad alcune rilevanti figure MAGA – tra cui Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones e lo stesso podcaster, definito «una persona con un QI basso, sempre facile da battere e molto sopravvalutata». Prima di questo strappo definitivo, già a inizio aprile Carlson aveva detto a Newsmax: «Ho sempre apprezzato Trump e ora provo pena per lui, come per tutti gli schiavi. È messo alle strette da altre forze. Non è in grado di prendere le proprie decisioni. È terribile da vedere».
«Non ci sono rimasta male. Penso che non si debba fare rinunciare le persone dal dire quello che pensano, anche quando non sono d’accordo. L’amicizia è fatta di questo, il coraggio è fatto di questo. E, chiaramente, non vuol dire mettere in discussione i nostri storici rapporti con gli Stati Uniti». Lo ha detto Giorgia Meloni, durante la sua visita al Salone del Mobile, rispondendo a una domanda sui rapporti con Donald Trump che, dopo lo strappo nato con il no all’uso di Sigonella e proseguito sulle accuse a papa Leone XIV, per stessa ammissione del tycoon non sono più quelli di una volta. «Gli amici ti danno una mano anche, e forse soprattutto, quando ti dicono che non sono d’accordo», ha chiosato la presidente del Consiglio.
La premier Giorgia Meloni ha dichiarato che il decreto Sicurezza sarà approvato senza modifiche, ma i rilievi del Quirinale saranno recepiti con un nuovo provvedimento ad hoc. Il Colle aveva infatti chiesto al governo di modificare la norma sull’incentivo da 615 euro per gli avvocati che seguono una pratica di rimpatrio volontario. Per effettuare modifiche al testo originale, però, non ci sarebbe tempo perché il provvedimento va convertito in legge entro il 25 aprile. Di qui la decisione di correre ai ripari con un nuovo decreto correttivo, da pubblicare in Gazzetta insieme all’altro. «Sul decreto Sicurezza, che io non considero un pasticcio, stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc, perché non c’erano margini di tempo sulla conversione del decreto per correggere la norma», ha infatti spiegato Meloni ai margini della visita al Salone del Mobile di Milano. «Ma la norma rimane», ha assicurato, «perché è una norma di assoluto buon senso e francamente mi stupisce quello che ho sentito dire dalle opposizioni in questi giorni».
L’opposizione occupa i banchi del governo
Proprio i deputati delle opposizioni hanno occupato i banchi del governo alla Camera durante la discussione sul decreto. Il presidente di turno Fabio Rampelli ha espulso Arturo Scotto del Partito democratico e sospeso la seduta.
Mentre la Camera votava le pregiudiziali di costituzionalità sul decreto Sicurezza, le opposizioni hanno accerchiato, occupandoli, i banchi del governo. "Non potete bloccare i lavori del Parlamento, liberate i banchi del governo", ha detto il presidente di turno Fabio Rampelli pic.twitter.com/Mrzi4zwY6q
Le delegazioni di Stati Uniti e Iran hanno confermato ai mediatori pakistani che parteciperanno ai nuovi negoziati di pace a Islamabad, in vista della scadenza di domani sera (ora americana) della tregua di due settimane. Il vicepresidente statunitense JD Vance e il presidente del parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf, a capo delle rispettive delegazioni, arriveranno in Pakistan nelle prime ore di mercoledì 22 aprile per guidare le rispettive squadre nei colloqui. Lo scrive l’Afp. Al momento né gli Stati Uniti né l’Iran hanno confermato ufficialmente.
Mohammad Bagher Ghalibaf (Imagoeconomica).
Tasnim: «Teheran pronta a creare un altro inferno»
La delegazione iraniana attendeva il via libera dalla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, per partire per Islamabad: l’autorizzazione sarebbe arrivata lunedì sera. Lo riporta Axios. Mentre continua l’attesa per l’arrivo a Islamabad delle delegazioni di Iran e Stati Uniti per un nuovo round negoziale, l’agenzia Tasnim – vicina ai Guardiani della Rivoluzione – scrive che la Repubblica Islamica, «alla luce delle richieste americane e della dichiarazione di un blocco navale che hanno impedito la ripresa dei negoziati», è pronta a «creare un altro inferno per americani e israeliani fin dal primo secondo di un possibile conflitto».
Trump: «Non hanno altra scelta che fare un accordo»
In un’intervista telefonica con Cnbc NewsDonald Trump, confermando di non voler prolungare la tregua, ha detto intanto che «l’Iran non ha altra scelta che fare un accordo», aggiungendo di essere sempre stato certo che Teheran avrebbe mandato una delegazione in Pakistan. ll presidente Usa quindi ha criticato i media e detto: «Avrei vinto in Vietnam e in Iraq rapidamente. Guardate al Venezuela». Su Truth, inoltre il tycoon ha accusato l’Iran di aver «violato il cessate il fuoco numerose volte».
L’idea era geniale: avere come “guest star” alla cerimonia aziendale di Unipol il nuovo numero uno della Consob. E così, agenda alla mano, era stata scelta la data del 21 aprile, avendo come location il romano Palazzo della Cancelleria, per di più vaticanissimo dato che è di proprietà della Santa Sede, alla presenza di Carlo Cimbri e del vertice del colosso assicurativo: quasi una benedizione, per Federico Freni. Peccato però che il calcolo fosse sbagliato. Contro Freni si sono messi tutti: prima Antonio Tajani, poi Giorgia Meloni che formalmente nutrirebbe dubbi sul passaggio dal governo alla Consob senza un periodo sabbatico, quindi le varie autorità più o meno indipendenti che vagliano il curriculum del pretendente e fanno scivolare giudizi anonimi che però rischiano di essere letali per il candidato (come è già capitato con le banche, con fucilate dirette a chi vuole diventare amministratore delegato). I forzisti puntano su un altro Federico, Cornelli: sarebbe una promozione interna. Fatto sta che l’evento romano non ha permesso di festeggiare Freni. Non gli resta che andare al prossimo appuntamento al Teatro dell’Opera, nell’attesa.
Giovanna Melandri torna in un museo, il Palaexpo romano
«Come si fa a lasciare Giovanna Melandri senza un incarico?», si sente dire da tempo nei salotti romani, quelli del centro storico e dei Parioli, la ben nota “Ztl del Pd capitolino”. Già, la Melandri: senza il Maxxi, dove ha esercitato il suo potere per tanti anni, ora è pronta una nuova poltrona, stavolta per decisione del Campidoglio che ha il controllo dell’Azienda Speciale Palaexpo, quella che ha in pancia il Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale. Dopo Marco Delogu, tutte le voci indicano Giovanna Melandri come nuova presidente: intanto lei visita mostre, studi di artisti, va in giro per musei. Si è fatta vedere con Manfredi Catella, il numero uno di Coima, proprio al Maxxi, guardando dall’altra parte della strada, verso via Guido Reni, dove c’è il cantiere caro all’immobiliarista. «L’amica Melandri», ha sempre detto Catella. Che poi la ex presidente della Fondazione Maxxi ha la sua Human Foundation e, particolare da non dimenticare, è cugina di Giovanni Minoli…
Giovanna Melandri (foto Imagoeconomica).
Corriere, le due condirettrici pronte a duellare?
Cambiano gli equilibri al Corriere della sera. E il futuro post Luciano Fontana (che ha 67 anni ed è alla direzione dal 2015, ma è stato confermato almeno fino al 2028) sembra essere donna, visto che le due contendenti pronte a scannarsi per la poltrona più prestigiosa del quotidiano sono state designate. Barbara Stefanelli (classe 1965) assume l’incarico di condirettrice a Milano, affiancata da Fiorenza Sarzanini, 60 anni, che ricoprirà lo stesso ruolo nella sede di Roma. La rivoluzione – o presunta tale – è pronta a iniziare a metà maggio. Lo scopo? Nelle intenzioni, rafforzare la prima linea e attrezzare il gruppo dirigente per la gestione dei progetti legati all’intelligenza artificiale e alla completa trasformazione digitale, in un passaggio definito delicato quanto quello del 2016. Ma non tutti la pensano così. E specialmente Stefanelli sarebbe mal sopportata da un gruppo di uomini della redazione. Novità anche per Venanzio Postiglione: il 59enne vicedirettore viene promosso (siamo proprio sicuri sia una promozione?) alla direzione del settimanale 7. Postiglione manterrà comunque il ruolo di editorialista e la guida delle attività per le celebrazioni dei 150 anni del quotidiano. Sono mosse che rappresentano solo il primo tassello di una riorganizzazione più ampia che coinvolgerà l’intero gruppo dirigente e i progetti editoriali. Nelle prossime settimane è previsto il confronto con il Cdr per definire i dettagli di una fase che si preannuncia di rottura con il passato recente.
Papa Francesco oscura il Natale di Roma
C’era una volta il Natale di Roma, festeggiato il 21 aprile. Il Campidoglio si riempiva di personaggi arrivati da ogni parte del mondo, il Comune organizzava eventi con gli scienziati dell’Unione Sovietica e dei Paesi oltre la “cortina di ferro”, si parlava del legame tra Roma e Mosca. Fino a tempi recenti, con iniziative di ogni tipo. Ora, invece, dato che papa Francesco è morto il 21 aprile 2025, a Roma le cerimonie sono tutte in suo onore. La basilica di Santa Maria Maggiore ha in cantiere un omaggio nella cappella Paolina, tante volte visitata dal papa argentino, con la preghiera del Rosario. Quindi verrà svelata una lapide commemorativa dello speciale legame tra papa Francesco e l’icona della Salus Populi Romani. Si potrà leggere, in latino: «Francesco Sommo Pontefice che sostò 126 volte in devota preghiera ai piedi della Salus Populi Romani per sua volontà riposa in questa Basilica Papale, 21 aprile 2026, Primo anniversario della morte». Dopo il rosario, la Messa, durante la quale sarà letto il messaggio di Leone XIV, fisicamente assente da Roma, impegnato nel viaggio apostolico in Africa. La celebrazione sarà trasmessa su un maxischermo presente sul fronte della basilica, in piazza di Santa Maria Maggiore. Quella che era la “laicità” di Roma, celebrata il 21 aprile, resterà solo un ricordo. A dirla tutta, è una situazione che piace al sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri, che sta lavorando per candidarsi al secondo mandato di primo cittadino: anche perché, come ha sperimentato Donald Trump, a mettersi contro il papa e il Vaticano si rischia brutto…
Papa Francesco con Roberto Gualtieri nel 2024 (foto Imagoeconomica).
Sono almeno 70 i calciatori che hanno partecipato alle feste organizzate da un’agenzia di eventi di Milano al centro di un’indagine per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Si tratta di giocatori anche di Inter, Milan, Juve, Sassuolo e Verona – i cui nomi, nell’ordinanza, sono omissati. Nessuno di loro è indagato in quanto non hanno commesso reati. Non è stato accertato quanti abbiano usufruito anche del servizio di escort e gas esilarante.
«Lavoravamo anche durante il Covid»
Gli arrestati – i gestori Deborah Ronchi ed Emanuele Buttini e i collaboratori Alessio Salamone e Luz Luan Amilton Fraga – avrebbero gestito, attraverso l’agenzia Ma.De Milano (formalmente dedita all’organizzazione di eventi), un presunto giro di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, con pacchetto “all inclusive” che comprendeva serate in locali a cinque stelle della movida milanese, escort e a volte gas esilarante, gradito agli atleti perché non risultava all’antidoping. Da alcune conversazioni nelle mani degli inquirenti risulta che le escort venissero retribuite non direttamente dal cliente bensì dall’agenzia in contanti. Buttini e Ronchi avrebbero trattenuto almeno il 50 per cento dell’importo pagato dal cliente, consegnando alle ragazze il resto. L’organizzazione aveva iniziato nel 2019 a promuovere serate, senza poi fermarsi nemmeno nel periodo del Covid. «Lavoravamo quasi tutte le sere, anche durante il lockdown», ha raccontato una teste.
Tra i clienti anche un pilota di Formula 1
Tra i clienti, oltre ai calciatori, ci sarebbero imprenditori ma anche giocatori di hockey e un pilota di Formula 1. «Ho un amico pilota di Formula 1 che vuole una ragazza a pagamento, riusciamo a trovarla?», si legge in un’intercettazione. «Gli mando la brasiliana».
«Quando ero ministro della Difesa, nessuno mi obbligava, ma andavo a rendere omaggio al monumento che c’è al cimitero di Milano ai partigiani e portavo una corona, poi andavo al Campo 10 dove sono sepolti molti ignoti, diversi caduti della Repubblica Sociale italiana». Lo ha detto Ignazio La Russa a margine dell’apertura del Salone del Mobile di Milano, rispondendo ai cronisti che gli avevano chiesto se intendesse celebrare il 25 aprile. Poi il presidente del Senato, con un passato nel Movimento Sociale Italiano, ha aggiunto: «Ci andavo in forma privata perché secondo me era un momento doveroso di una pacificazione che, almeno quando si parla di coloro che hanno dato la vita, mi sembra doverosa. E lo rifarei».
Il Pd: «Dichiarazioni gravi e inaccettabili»
Il deputato dem Federico Fornaro, presidente della Giunta delle elezioni della Camera, ha definito «gravi e inaccettabili» le dichiarazioni di La Russa, «soprattutto perché arrivano dalla seconda carica dello Stato alla vigilia della festa della Liberazione». I partigiani, ha osservato Fornaro, «hanno combattuto per la libertà, la democrazia e la dignità del Paese; i militanti della Repubblica Sociale Italiana hanno scelto di stare dalla parte di un regime complice del nazismo e responsabile di persecuzioni, repressione e violenze, non spettatori, ma complici attivi nella persecuzione degli ebrei. Mettere queste esperienze sullo stesso piano non è un gesto di riconciliazione».
La Polonia vieterà all’aereo del primo ministro slovacco, Robert Fico, di sorvolare il suo territorio durante il viaggio verso Mosca per la parata del 9 maggio, Giorno della vittoria. Lo hanno riferito all’agenzia russa Ria Novosti fonti negli ambienti diplomatici polacchi. «La richiesta di autorizzazione al sorvolo dell’aereo del primo ministro slovacco è in fase di valutazione formale e continuerà ad esserlo per un certo periodo, ma nessuno intende concederla. È certo al 100 per cento», ha affermato la fonte dell’agenzia. Il 15 marzo, Fico aveva annunciato la sua disponibilità a partecipare alle celebrazioni del 9 maggio nella capitale russa. L’ambasciatore russo in Slovacchia, Sergey Andreyev, aveva a sua volta dichiarato che la Russia aveva confermato la propria disponibilità ad ospitarlo.
Le posizioni opposte di Fico e Tusk sulla questione ucraina
Una mossa che sottolinea la spaccatura interna all’Ue sulla questione ucraina. Fico, insieme al premier ungherese uscente Viktor Orbán, è stato il leader europeo che più si è opposto a nuove sanzioni nei confronti della Federazione, allo stop agli approvvigionamenti di gas e petrolio russo e al sostegno militare all’esercito di Kyiv. Posizione opposta a quella del governo polacco, guidato da Donald Tusk, che sostiene invece la necessità di mantenere una posizione ferma nei confronti del Cremlino.
In occasione del vertice dei 27 ministri degli Esteri, in corso in Lussemburgo, Spagna, Irlanda e Slovenia hanno chiesto di sospendere immediatamente l’accordo di associazione Ue-Israele, siglato nel 1995, a causa delle violazioni da parte dello Stato ebraico dei diritti umani nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Libano. Tra i Ventisette c’è però chi fa muro, come la Germania e l’Italia, mentre altri Paesi propongono soluzioni più soft. In ogni caso, difficilmente sarà questa la sede in cui adottare una decisione del genere.
Madrid contro Tel Aviv: «Cos’altro deve fare?»
«Che altro deve accadere perché l’Unione europea sia scossa dal modo in cui Israele gestisce le sue relazioni con gli altri Stati mediorientali?», ha chiesto il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares Bueno, spiegando che Madrid, assieme a Dublino e Lubiana, ha chiesto che si discuta della sospensione dell’accordo Ue-Israele «in base all’articolo 2», che prescrive il rispetto dei diritti umani. Lo Stato ebraico, ha detto Albares Bueno, «non ha fatto altro che avanzare nella spirale della guerra, tutto è peggiorato». Nel sud del Libano, ha osservato, siamo di fronte a un «ordine illegale di espulsione» della popolazione e a un «altrettanto illegale ordine di non tornare» nelle proprie case, oltre a «bombardamenti indiscriminati» su obiettivi civili.
Johann Wadephul (Ansa).
Per Berlino la sospensione sarebbe «inappropriata»
A frenare è soprattutto la Germania. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, all’arrivo a Lussemburgo, ha affermato che Berlino ritiene «inappropriata» la sospensione dell’accordo Ue-Israele: «Tuttavia è necessario discutere le questioni cruciali. Abbiamo espresso la nostra critica alla reintroduzione della pena di morte e abbiamo una posizione molto chiara sulla violenza dei coloni. Inoltre non ci dev’essere alcuna annessione in Cisgiordania». Anche l’Italia esprime dubbi, sebbene con meno nettezza rispetto al recente passato.
Le soluzioni alternative proposte da Bruxelles, Parigi e Stoccolma
«Consapevole che una sospensione totale è probabilmente fuori portata viste le posizioni di ciascuno dei Paesi europei», il Belgio tramite il ministro Maxime Prevot «da diversi mesi chiede almeno una sospensione parziale». La Francia, assieme alla Svezia, ha invece formulato una proposta per circoscrivere gli scambi commerciali senza bloccarli.
Helen McEntee (Ansa).
La sospensione dovrà essere esaminata dai capi di Stato e di governo
«Non sono sicura che raggiungeremo un accordo su temi specifici, ma spero che nella prossima agenda del Consiglio ci possano essere temi sui quali poter agire” nei confronti di Israele», ha detto la ministra degli Esteri irlandese Helen McEntee. Nonostante la richiesta specifica di tre Paesi, l’ipotesi di una sospensione dell’accordo dovrà essere come minimo esaminata dai capi di Stato e di governo, che si riuniranno il 23 aprile a Cipro.
Acea comunica di aver perfezionato, attraverso la controllata a.Quantum, l’acquisizione di Aquanexa da Algebris Investments. Il valore economico dell’operazione in termini di enterprise value per il 100 per cento dell’azienda, con riferimento al perimetro attuale, è pari a circa 205 milioni di euro. L’ebitda pro-forma consolidato della società acquisita è stato pari a circa 30 milioni di euro nel 2025. L’attuale perimetro potrebbe allargarsi per effetto delle acquisizioni in corso di perfezionamento, con conseguente incremento delle componenti variabili di prezzo, nei limiti e alle condizioni specificate negli accordi.
Così Acea rafforza la sua leadership nel settore idrico
L’operazione, approvata dalle autorità competenti, si inserisce nella strategia di ulteriore rafforzamento della leadership e delle competenze di Acea nel settore idrico, favorendo lo sviluppo di soluzioni e servizi innovativi per una gestione sempre più efficiente e sostenibile delle reti. Aquanexa rappresenta una realtà industriale dinamica e in forte crescita, specializzata nella fornitura di soluzioni integrate per la gestione intelligente del ciclo idrico. Combina tecnologie digitali, ingegneria di rete, sensoristica avanzata e servizi operativi rivolti a utility, enti pubblici e aziende.
Le passioni, di solito, un politico se le dovrebbe pagare a sue spese, mai mescolare il vizio privato con la pubblica virtù. Mai, con qualche significativa eccezione, come il ministro dei Trasporti nonché vicepremier Matteo Salvini. C’è nelle spese del suo ministero una voce che ha attirato l’attenzione. Non per l’entità della cifra – parliamo di poco più di 1.200 euro – ma per l’indole che la sottende: un abbonamento a Sky Sport e Calcio, pagato con denaro pubblico, intestato a una struttura governativa il cui rapporto con il pallone non si vede abbia molto a che fare eccetto, prendendola alla larga, che Frecciarossa, la cui giurisdizione cade sotto il suddetto ministero, sponsorizza la Coppa Italia.
Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti
La cosa, presa così, è già di per sé gustosa. Ma è la replica del Mit a renderla un capolavoro di genere. La nota ufficiale infatti precisa che il ministro non guarda le partite in ufficio. Punto, risolto così. Come se, tradotto, il nodo della questione fosse: se qualcuno adombra che Salvini guardi il suo Milan quando è in servizio sbaglia di grosso. E via di meme e video in cui il leader della Lega, nel profluvio delle sue dirette video dal ministero, dimentica alle sue spalle un televisore acceso su un frame che lascia intravedere omini che si muovono su una macchia di verde che evoca inequivocabilmente un campo di calcio. Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti.
Tra le spese del ministero dei Trasporti figurerebbe un abbonamento a Sky Calcio. Una nota del ministero precisa che il ministro non guarda le partite in ufficio. Il candidato indichi la natura del contenuto alle spalle di Salvini: pic.twitter.com/R2FTfPSSKY
Nemmeno il Milan distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario
Ma il punto resta la replica, che sembra uscire da un copione di teatro dell’assurdo. Abbiamo pagato l’abbonamento, ma Salvini non lo usa in ufficio. Come dire: abbiamo comprato un’automobile, ma la lasciamo parcheggiata in garage perché il ministro si sposta a piedi o in taxi. Tutto a posto, dunque. L’abbonamento a Sky Calcio c’è, ma è inutilizzato. Pari e patta. Il potenziale fruitore è assolto, e il contribuente che già aveva cominciato a rumoreggiare si rasserena pensando che niente, nemmeno l’incontenibile passione per il pallone, distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario.
Alla fine, cosa ci lascia questa del tutto periferica vicenda di fronte ai drammi del mondo? Una piccola prova documentale da aggiungere al ritratto antropologico di un personaggio che la storia, ammesso non abbia nulla di più importante cui badare, ricorderà come l’uomo che ha trasformato la superficialità in metodo di governo.
L’abbonamento a Sky Calcio come piccola reliquia di un’epoca
Non è un’accusa, ma quasi un complimento, nel senso che Machiavelli ci ha tramandato: capire il carattere nazionale, e usare quella comprensione cavalcando l’onda senza farsi distrarre dalle sottigliezze. L’abbonamento a Sky Calcio del ministero è lì, piccola reliquia di un’epoca. E magari (ma anche no) qualcuno un giorno gli dedicherà una nota a piè di pagina in un saggio sulla fenomenologia del potere nell’Italia del terzo millennio.
Certo non con l’obiettivo di stemperare la tensione in vista del nuovo round di negoziati in Pakistan, ma al contrario per aumentare la pressione sull’Iran, Donald Trump ha rivendicato la distruzione dei siti nucleari di Teheran e minaccia di nuovo conseguenze catastrofiche per la Repubblica Islamica se i colloqui non porteranno a un accordo definitivo. L’arrivo a Islamabaddelle delegazioni ufficiali è previsto per oggi, martedì 21 aprile. Ma Teheran non ha confermato la partecipazione: di fatto i negoziati sono appesi a un filo.
La minaccia di Trump e le parole di Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano
Sulla falsariga di quanto affermato ieri, in un breve intervento al The John Fredericks Show Trump ha detto che gli iraniani «negozieranno e se non lo faranno vedranno problemi come non ne hanno mai visti prima». Nelle stesse ore Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ha dichiarato: «Con l’imposizione del blocco navale e la violazione del cessate il fuoco, Trump vuole trasformare questo tavolo di negoziato in un tavolo di resa o giustificare una nuova ondata di provocazioni belliche. Non accettiamo negoziati all’ombra della minaccia e nelle ultime due settimane ci siamo preparati per rivelare nuove carte sul campo di battaglia».
Trump rivendica il successo dell’operazione “Martello di mezzanotte”
«L’operazione Midnight Hammer ha comportato la completa e totale distruzione dei siti contaminati da polveri nucleari in Iran. Pertanto, riesumarli sarà un processo lungo e difficile», ha scritto inoltre Trump su Truth riferendosi ai raid del 22 giugno 2025. E poi: «La Cnn, con le sue notizie false, e altre reti e piattaforme mediatiche corrotte, non rendono giustizia ai nostri grandi aviatori, cercando sempre di sminuirli e umiliarli. Perdenti».
«Ci troviamo di fronte alla possibilità, e sottolineo la parola possibilità, di una carenza di carburante per i trasporti». L’ha indicato il ministro dei Trasporti cipriota Alexis Vafeades, della presidenza di turno Ue, che guiderà la riunione dei responsabili dei trasporti Ue. «L’evolversi della crisi geopolitica in Medio Oriente ha evidenziato che l’Europa potrebbe trovarsi ad affrontare un problema di approvvigionamento di carburante a breve termine e di questo dobbiamo discutere, dobbiamo esserne consapevoli», ha spiegato Vafeades. «Ma abbiamo anche un problema di domanda a medio e lungo termine e questo deve essere neutralizzato. Per il ministro si deve «essere pronti a evitare le code ai distributori di carburante» ed eliminare la possibilità che si formino code. Se ci fosse una carenza di jet fuel, questo «influenzerà le connessioni, influenzerà ogni cittadino nell’Ue». «Quindi dobbiamo essere pronti».
First reaction: shock! E non può essere altrimenti: il 27 aprile Matteo Renzi vestirà i panni di Barack Obama sul palco del Teatro Parioli Costanzo di Roma per l’ultima messa in scena della stagione de La Storia a Processo!, di e a cura di Elisa Greco. A interpretare Michelle Obama, moglie del 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America, sarà l’ex ministra della Giustizia Paola Severino.
Matteo Renzi (Ansa).
Gli altri partecipanti al “processo” a Obama-Renzi
Il processo teatrale a Obama si svolgerà sul palco attraverso un dibattimento in cui si scontreranno le ragioni di accusa e difesa, con le parti che si sfideranno a colpi di interventi a braccio, coinvolgendo il pubblico. Per l’accusa saliranno sul palco i giornalisti Giorgio Dell’Arti e Gerardo Greco, mentre la difesa sarà affidata alle testimonianze di Gregory Alegi, giornalista e professore di Storia e Politica degli Usa alla Luiss e, Antonio Di Bella, storico volto dell’informazione Rai. Guidati dal presidente della Corte Giovanni Salvi, già procuratore generale della Cassazione, si sfideranno il Pubblico Ministero Luisa De Renzis, sostituto procuratore generale della Cassazione, e l’avvocato difensore Maurizio Bellacosa, avvocato penalista e professore di Diritto Penale della Luiss Guido Carli.